Dossier Adozioni a distanza

 

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Presentazione Adozioni a Distanza

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Sacra Famiglia ufficio missionario Solidarietà senza fine

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Sacra Famiglia ufficio missionario Solidarietà senza fine... ...è il titolo di questo dossier che la Congregazione della Sacra Famiglia di Martinengo (BG) dedica alle persone che sostengono il suo progetto di “adozione per un sostegno a distanza” e a quelle che ad esse vorranno associarsi per farlo progredire. Si tratta di un ponte di solidarietà e di generosità che appoggia su tre piloni: il sostenitore che fa la donazione; l’Istituzione che è garante del passaggio; il missionario che la riceve. Così l’adozione a distanza non termina fatta l’offerta ma, al contrario, comincia proprio in quel momento avviando un processo senza fine monitorato da chi la mette a frutto, e non da lontano ma da vicino, per conseguire le finalità alimentari, sanitarie e formative previste per il bene dei bambini. L’adozione a distanza non è una bacchetta magica che risolve tutti i problemi, ma una proposta interessante fatta alle persone di buona volontà che desiderano rendere migliore almeno la vita di un bambino con qualcosa che gli sia veramente necessario, ma lasciandolo nella sua famiglia e nel suo Paese dove potrà essere una risorsa.

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Sommario 1 Solidarietà senza fine (dedica) 2 Sommario 4 La nostra piccola storia (l’inizio) f. Alessandro Asperti 6 Solidarietà e riscatto (il senso carismatico) p. Edoardo Rota 8 Prenditi cura di loro (la fonte evangelica) p. Gianmarco Paris 10 Adozione & progetti educativi (come vivono i sogni) p. Cezar L. E. Fernandes 12 Julia (storie di adottati) 14 Renan (pastorale dei bambini) 18 Daniel (storie di adottati) 20 Testimonianze di adottanti (sentimenti) 30 Vale la pena spendersi (volontariato) Virna 32 L’unione fa la forza (volontariato) Lucia e volontari 34 Pro o contro l’adozione a distanza (fiducia) p. Roberto Maver 36 Solidarietà in crisi? (affidabilità) f. Alessandro Asperti 38 Ti lascio un futuro più bello (una nobile idea) 40 Le 20 domande più frequenti Ufficio missionario 44 Le contrade della solidarietà La favela di Itapevi, Brasile.

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La nostra piccola storia (l’inizio) Negli anni ottanta uno degli impegni principali che il Superiore generale p. Angelo Paris assunse, fu quello di dare solidità alle missioni Sacra Famiglia. Per questo, alle sue frequenti visite in Brasile aggiunse la presenza stabile in quella terra del suo Vicario p. Italo Fani. Con lui e con la collaborazione, l’impegno e i sacrifici di tutti i Confratelli aprì la Congregazione ad orizzonti più ampi che per essere raggiunti esigevano risorse umane ed economiche che ne garantissero continuità e solidità. Per le prime s’impegnò lui stesso inviando nuovi missionari, per le seconde si mobilitarono tutti i Confratelli tra i quali si distinsero p. Mario Boni con il coinvolgimento dei suoi numerosi conoscenti, e p. Ottorino Assolari con l’avvio di svariate iniziative. Intanto nelle comunità missionarie aumentava di giorno in giorno il numero dei bambini, assistiti nelle famiglie o in strutture e scuole con un percorso di aiuto per il superamento delle emergenze. Il crescente bisogno di mezzi per sostenere la Carità attivata sull’esempio della Fondatrice, portò a riflettere su come poter dare stabilità ai progetti in corso. Una delle risposte arrivò inattesa dalla condivisione che Clelia e Domenico fecero della loro esperienza di adozione a distanza, che raccontarono con passione e competenza tali da avvincere p. Angelo che affidò a p. Ottorino la consegna di trovare assieme ad alcuni Confratelli le modalità per far decollare l’iniziativa. Ed arrivò la Santa notte di Natale di quell’ormai lontano 1987, notte che nella chiesa dell’Incoronata di Martinengo, alla nascita del Salvatore s’uni quella del progetto di adozione per un soccorso a distanza. f. Alessandro Asperti 4 Ed arrivò la Santa notte di Natale di quell’ormai lontano 1987, notte che nella chiesa dell’Incoronata di Martinengo, alla nascita del Salvatore s’unì quella del progetto di Adozione per un Soccorso a Distanza. 5

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Solidarietà e riscatto: (il senso carismatico) Le date degli anniversari si festeggiano sempre con un misto di gioia e di timore pensando al conto salato che quasi sempre presentano: un traguardo importante è raggiunto, ma siamo stati all’altezza delle promesse originarie? La ricorrenza dei 30 anni di attività della Congregazione della Sacra Famiglia in favore delle adozioni per il sostegno a distanza sprigiona invece quasi solo gioia commossa ed umanità emozionata, per la consistente e radiosa catena di adottanti (nonni, nonne, mamme, papà, sposi novelli, bimbi, associazioni, aziende, ecc…) che hanno testimoniato una solidarietà sorprendente. Di moltissimi di loro occorrerebbe segnalare lo spessore e la robustezza umana e spirituale per cogliere appieno il senso della loro dedizione a causa del prezzo delle rinunce a cui si sono assoggettati per garantire ai bambini/e qualche strumento efficace per favorire un cambiamento di vita sostenibile a lungo termine che spezzasse il ciclo della propria miseria e della povertà per le generazioni future. Il gesto concreto di chinarsi sui bisogni dei bambini/e senza futuro è memoria viva della sollecitudine testimoniata da S. Paola Elisabetta. Ella insisteva sulla necessità di agire direttamente nel contesto in cui i bambini/e abbandonati vivevano per rendere l’intera comunità e la popolazione locale più mature e autonome nel migliorare la cura, l’igiene, l’educazione e l’istruzione degli stessi. Nel cuore grande e generoso degli adottanti si realizza il desiderio materno della Cerioli di abilitare tutti coloro che sono impediti di abitare pienamente il mondo alla possibilità di reinventare l’orizzonte di un destino crudele per svolgerlo in un sogno di speranze autentiche e vitali. L’impegno gioioso dei nostri adottanti manifesta il desiderio di promuovere una redenzione di quei mali del mondo che schiacciano i più deboli ed indifesi. Redenzione significa responsabilità reciproca delle persone: le une verso le altre. In particolare dei più forti e fortunati verso i deboli, i senza voce e i senza difesa, che non sono in grado di rispondere da se stessi. Il riscatto adottivo assicura alimento allo sviluppo della vita delle persone e le fa sentire non più sole, ma come parti di una comunità. In radice la Redenzione Cerioliana, che la Congregazione promuove con le adozioni per un soccorso a distanza, è il tentativo di imitare il Dio di Gesù Cristo, il Padre della vita di tutti, che si prende carico delle persone e diventa il loro custode e difensore, specie se sono piccole ed indifese. Nel sogno della sollecitudine adottante c’è la convinzione di santa Cerioli che ogni essere umano deve collaborare con la grazia di Dio, che il nostro modo di agire deve corrispondere a quello di Dio, che vuole vita piena per tutti. Una vera solidarietà, infatti, mette 6 al centro della civiltà umana la cura per le promesse germinali della crescita (i bambini/e), senza le quali non ci può essere futuro e speranza. Il nobile sentimento della fratellanza non richiede impossibili sacrifici, ma si esprime con gesti proporzionati alle condizioni di ciascuno. Essi avviano occasioni di cure che suscitano l’incanto del sorriso sui volti di bambini impediti di abitare il mondo, attivano dinamiche di gioco favorendo l’esperienza di speranze reali. Chi adotta tramite il sostegno a distanza aiuta altri ad avanzare nella vita; chi si assume questo obbligo morale fa di sé una persona totale, diventa un autentico educatore che accende la scintilla in grado di riattivare la gioia della vita, che sempre e in tutti contiene grandezza inaspettata, come ci ammonisce anche un grande filosofo anglo-indiano: “alcuni la grandezza la possiedono per nascita, altri la conquistano, altri ancora la ricevono in dono” (A. Sen). p. Edoardo Rota Alcuni la grandezza la possiedono per nascita, altri la conquistano, altri ancora la ricevono in dono. 7

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Prenditi cura di loro! (la fonte evangelica) L’amore al prossimo è il succo di tutto il Vangelo di Gesù. La parabola del “buon samaritano” (Luca 10,25-37) ci aiuta a capire come il sostengo di un’adozione a distanza sia un modo concreto di vivere questo comandamento. Un uomo di religione chiede a Gesù: “che cosa devo fare per avere la vita eterna?” Gesù non esita a rispondere: “ama Dio e ama il prossimo!” Quell’uomo chiede: “Chi è il mio prossimo?” La risposta sta nella storia che Gesù racconta. C’è un uomo che scende da Gerusalemme a Gerico; improvvisamente un gruppo di briganti lo attacca e lo deruba di tutto, quasi anche della vita. Poco dopo due giudei addetti al culto del Tempio passano per quella strada, vedono l’uomo ferito e mantenendo le distanze continuano il cammino. Passa anche un uomo della Samaria (apparteneva a un gruppo religioso mal visto): vedendo quel ferito ne sente compassione, si avvicina e gli presta i primi soccorsi. Poi, vedendo che ha bisogno di tempo per riprendersi, lo porta in una locanda e continua a curarlo. Dovendo riprendere il viaggio, paga l’oste perché continui a prestare al ferito le cure necessarie, promettendo che tornerà per pagare gli altri costi. Gesù chiede: “chi è stato il prossimo dell’uomo ferito?” Egli risponde secondo la storia che ha ascoltato: “chi ha avuto misericordia di lui”. Bene! Ha capito dove Gesù vuole arrivare: il dottore della legge (e noi con lui) pensava che il “prossimo” fosse un’altra persona che ha bisogno di aiuto. Gesù insegna che il prossimo è colui che si è fatto vicino all’uomo ferito per soccorrerlo, senza preoccuparsi della provenienza o religione. Il samaritano ama come ama Dio: sente compassione e si sporca le mani con chi ha bisogno, perché sente che deve fare così e basta. Allora il “prossimo” è ognuno di noi quando, sentendo compassione per chi si trova nel bisogno, fa qualcosa per soccorrerlo. “Va’ e fa lo stesso!”, dice Gesù all’uomo che lo aveva interrogato: ecco la strada per avere la “vita eterna”. Facile a dirsi, ma non a farsi. A meno che ci accorgiamo che Gesù è il samaritano che si prende cura di ciascuno di noi (perché tutti, in un modo o in un altro, abbiamo qualche ferita). Se ci riconosciamo curati da Gesù, allora possiamo anche noi aiutare gli altri. E se il samaritano è Gesù, noi possiamo aiutare lui. Siamo un po’ come l’oste della parabola, che accoglie il samaritano e l’uomo ferito. Anche oggi Gesù (il buon samaritano) soccorre le persone bisognose e chiede a noi (che siamo già stati aiutati) di “prenderci cura di loro fino al suo ritorno”: quando tornerà, ci restituirà quello che nel frattempo abbiamo speso. Ecco chi è il cristiano: colui che per incarico e a spese di Gesù si prende cura dei fratelli, mentre aspetta il suo ritorno. 8 Così è successo per Paola Elisabetta Cerioli. Si è sentita amata da Dio e curata nelle sue ferite interiori (soprattutto la morte del figlio Carlo), e perciò si è fatta prossima degli orfani che le si presentavano. Ha aperto il suo palazzo e il suo cuore per dare loro il calore di una famiglia e l’educazione necessaria per un futuro buono. Sentiva che quei bambini erano un “deposito prezioso” che Dio le aveva lasciato perché se ne prendesse cura a suo nome; proprio come l’oste della parabola. Questa missione lei l’ha trasmessa anche a noi: accogliere i bambini e ragazzi che sono caduti ai bordi di varie strade e hanno bisogno di aiuto. Siamo anche noi come l’oste della parabola: aprendo la porta vediamo Gesù che sul suo asino trasporta bambini di ogni parte del mondo, feriti nel corpo ma soprattutto nell’anima e ci dice: “prenditi cura di loro fino al mio ritorno”. Se sentiamo compassione per loro, non rimaniamo fermi e in silenzio: ci facciamo prossimi a loro. p. Gianmarco Paris Prenditi cura di loro fino al mio ritorno. 9

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Adozione & progetti di sostegno educativo (come vivono i sogni) Nei paesi in via di sviluppo capita spesso d’incontrarsi con due opposti che convivono spalla a spalla: la grande ricchezza e l’estrema povertà. Per aver di più tutto è lecito e per vincere questa gara il mezzo più diffuso è lo sfruttamento imposto dall’ignoranza per impedire che gli altri dispongano degli strumenti per conoscere, imparare, evolversi. Ufficialmente non viene negata l’istruzione ma con giochi furbeschi e l’abuso di potere non vengono forniti gli strumenti per apprendere, senza i quali non e possibile raggiungere la consapevolezza dei propri diritti né chiedere che vengano riconosciuti. Sta qui la vitale importanza dell’apprendimento. Inteso questo, si capisce che il punto di partenza per eliminare l’oppressione ed accorciare il divario tra ricchezza e povertà è la Scuola che però necessità di strutture le quali, per essere costruite e fatte funzionare, comportano costi notevoli che il popolo dei poveri cui sono destinate non può sostenere e che i missionari cercano di coprire con l’aiuto di persone che credono nel loro operato. È solo grazie alla continuità dell’adozione a Distanza che il sogno della nostra Fondatrice continua attraverso i progetti: “Pastorale dei Bambini”: che garantisce a quelli da zero a sei anni il controllo sistematico della crescita, l’assistenza sanitaria e, se necessario, alimenti ed abbigliamento; “Casa Famiglia”: che accoglie e cresce bambini poveri e privi di genitori e provvede a tutto quanto serve per diventare grande e formarsi culturalmente; “Centro Educativo”: che accoglie ogni giorno bambini e ragazzi in una struttura adeguata dove svolgere i compiti, consumare i pasti e partecipare ai momenti ricreativi; “Centro Scolastico”: che favorisce il sapere con la partecipazione alle spese di frequenza, uniforme, materiale scolastico e, all’occorrenza, anche di trasporto e libri. La scheda fornita a chi sottoscrive l’adozione a distanza riporta i dati del bambino affidato e informa a quale Comunità appartiene e quindi dove sarà inviato il relativo contributo in denaro. Di norma l’adozione per un sostegno a distanza accompagna un ragazzo fino ai 14/15 anni, ma agli studenti meritevoli che desiderano proseguire gli studi e ne hanno le capacità ma non i mezzi il sostegno va oltre, talvolta fino al conseguimento della laurea. Tutti i bambini ospiti di una struttura od assistiti in un Centro godono del medesimo trattamento, per l’obbligo morale di non fare distinzioni ma di trattare con equità e garantire a tutti pari possibilità di crescita assicurando a ognuno di loro le stesse garanzie di salute e le stesse opportunità di studio senza considerare se è o non è adottato. Sarebbe infatti ingiusto aiutare alcuni ignorando gli altri. p. Cezar L. E. Fernandes 10 Università Sacra Famiglia (UNISAF) di Maxixe Tutti i bambini ospiti di una struttura od assistiti in un Centro godono del medesimo trattamento, per l’obbligo morale di non fare distinzioni ma di trattare con equità e garantire a tutti pari possibilità di crescita assicurando a ognuno di loro le stesse garanzie di salute e le stesse opportunità di studio senza considerare se è o non è adottato. 11

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STORIE DI ADOTTATI Julia (Assai - Brasile) Mi chiamo Julia Valentim Pereira e sono nata il 26 di dicembre 1998 in un povero rione di Assaí. Fin da piccola ho ricevuto aiuto dai padrini dell’Italia, un aiuto importante che mi ha permesso di studiare e disporre di medicine, vestiti e un bel giocattolo ogni Natale. Fino a nove anni la mia vita è stata “normale”, spensierata e fatta di gioco e di studio come quella di tutti i bimbi della mia età, ma poi una tempesta si scatenò sulla mia famiglia: alla nonna materna fu diagnostico un cancro che in poco la portò alla morte. Quando ci stavamo riprendendo dallo shock venne diagnosticata la stessa malattia al papà. Furono giorni terribili e io non capivo bene quello che stava succedendo. La mamma rinunciò al lavoro per prendersi cura del papà ammalato. I medici tentaroro un intervento molto rischioso che all’inizio sembrava aver migliorato la situazione ma... fu un’illusione che duò ben poco. Seguì la chemioterapia che lo lasciava prostrato e lo faceva sentire sempre peggio al punto che il medico che lo aveva in cura pensò di fargli passare i pochi giorni che gli rimanevano con noi in casa. Furono giorni terribili. Morì il 20 novembre 2007. Passata la bufera la mamma riprese a lavorare per sostenere la famiglia. Io e mio fratello Vinicius continuammo gli studi nonostante lo scompiglio seguito alla morte del papà; per noi due bambini perdere il papà-eroe che tanto amavano e ammiravamo fu proprio una prova. Fu un periodo arduo che superammo grazie all’aiuto che ci veniva dalla parrocchia e da alcuni amici. Mio papà era conosciuto e molto stimato per la sua bontà e allegria contagianti e perché animava la liturgia e le celebrazioni con il canto e la chitarra che suonava tanto bene. Sono trascorsi 10 anni e abbiamo superato la tempesta anche grazie all’aiuto che abbiamo ricevuto e che ci è stato di grande utilità. Oggi, ho diciannove anni, frequento il secondo anno all’università di Londrina dove studio Scienze contabili, sono una ragazza che ha imparato a lottare presto e che per aiutare in casa ha iniziato a lavorare a 14 anni. Sono determinata a completare i miei studi e laurearmi per diventare una buona professionista. Mi identifico molto con i miei genitori, per me esempio di coraggio e di lotta e posso dire con tutta sincerità che Rita, la mia madrina italiana, è parte di questa storia perché con il suo puntuale e costante aiuto mi ha permesso di proseguire gli studi. Che Dio la benedica perché con generosità e senza conoscermi personalmente mi ha offerto una vita migliore e più serena. A lei va il mio più affettuoso abbraccio. Julia Valentim Pereira Assaí, 27.09.2017 12 Posso dire con tutta sinceritá che Rita, la mia madrina italiana, è parte di questa storia perché con il suo puntuale e costante aiuto mi ha permesso di proseguire gli studi. 13

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STORIE DI ADOTTATI Renan (Itapevi - Brasile) Parte prima Sono un’operatrice della Pastoral da criança, progetto attivato dalla Chiesa brasiliana per soccorrere i bambini che nascono in ambienti destrutturati e a rischio dove è facile soffrire fin dai primi giorni di vita. Tra i nostri compiti c’è quello di affiancarci alle donne gravide per prepararle al ruolo di mamma e quello per prevenire la denutrizione del neonato cosa che, purtroppo, in Brasile e la prima causa di mortalità infantile. Quando incontriamo una di queste situazioni interveniamo con un’alimentazione integrativa per evitare la morte, recuperare il peso e prevenire ritardi irrimediabili per il resto della vita al bambino. Nel sessanta % di questi casi il bambino vive solo con la mamma, che nella maggioranza delle volte non ha le condizioni per soddisfare le necessità primarie del bambino perché troppo giovane, perché senza lavoro, perché con troppi figli o perché senza una vita regolare e stabile. Quando a causa di uno di questi motivi l’interesse della mamma per il bambino è insufficiente le operatrici della Pastoral da criança intervengono facendo quel che è proprio delle mamme ed insegnano ad esse cosa devono fare e come farlo. È in questo contesto che si inserisce la storia di Renan, incontrato quasi in punto di morte durante una delle tante visite alle famiglie. La sua mamma affetta del virus HIV non si curava ne della sua vita ne di quella del figlio e fu necessario intervenire tempestivamente per salvarlo. Convinte che ogni bambino ha diritto alla vita e al futuro, io e una mia amica di nome Dalva, lo portammo urgentemente all’ospedale dove venne posto in terapia intensiva solo dopo molte insistenze, perché i medici dicevano che per lui ogni intervento era ormai inutile. Per diversi giorni, accompagnata dalla preghiera delle colleghe della Pastoral da criança rimasi in ospedale fino a quando Renan lasciò il reparto di terapia intensiva per passare in quello di pediatria. Quando venne dimesso mi chiesi: “E adesso? Che fare? Dove portarlo?” Lasciarlo alla madre sarebbe stato come firmare il suo certificato di morte per cui la soluzione immediatamente fattibile fu di portarlo a casa mia. Chiaro! Con l’autorizzazione della sua famiglia. Nei giorni passati con lui in ospedale il mio amore di madre era emerso per cui ne parlai con mio marito prospettando anche, pur in mezzo a tanti dubbi, l’eventualità di un’adozione. 14 Ciò che ci preoccupava non era l’amore per il bambino che noi già amavamo ma la grande responsabilità che ci assumevamo. Risolvemmo di consigliarci con padre Ottorino che seppe ben orientarci e così Renan venne a casa nostra, atteso e accolto da mio marito José, dai miei figli Renato e Fábia e, cosa molto importante, anche da tutta la Comunità del quartiere la quale, pur sapendo che Renan era sieropositivo lo accolse festosa. Posso dire che in un certo senso Renan divenne figlio della Comunità ed ogni volta che gli esami clinici confermavano la sieropositività la sofferenza era grande per tutti. Non ci sentivamo soli perché la Comunità ci era vicina con la preghiera e collaborava accompagnandolo dal medico o in Ospedale per gli esami clinici che, fino al compimento del diciottesimo mese, risultarono sempre positivi. Ma il Dio della vita che ha vinto la morte non abbandona chi lo prega con fede e a partire dal diciottesimo mese di età gli esami cominciarono a negativizzarsi e noi, che prima vivevamo come se per Renam ogni giorno potesse essere l’ultimo, cominciammo a pensare al suo futuro perché Renan era il futuro. Fátima Meira Messias Itapevi, 30 Agosto 1999 Parte seconda Riprendere il racconto dopo venti anni è un tuffo nel passato: molti sono i fatti che si sono susseguiti: Renam è cresciuto e oramai ha ventidue anni. Il seme delle attenzioni piantato dalla mia famiglia è diventato un albero che ha già dato molti frutti di allegria e di felicità e promette di darne tanti altri. All’inizio della storia potevamo contare solo su di un miracolo per Renan. Per ben sei volte i controlli clinici risultarono positivi poi, a partire dai diciotto mesi cominciarono a dar segnali che nostro figlio poteva guarire da quella terribile malattia. Mentre la salute di Renan migliorava, la sua vita si normalizzava e 15

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STORIE DI ADOTTATI diventava gradualmente come quella di ogni altro bambino. Nel contempo la felicità mia e di mio marito aumentava nel constatare che ogni giorno nostro figlio migliorava, si decideva per la vita, si irrobustiva e noi potevamo cominciare a sognare anche per lui un bel futuro come facevamo per i nostri primi due figli Renato e Fábia. Renan continuò ad essere considerato “figlio della comunità” e come tale crebbe poiché, come all’inizio, tutti si preoccupavano di lui e non solo della sua salute ma anche del suo sviluppo, del suo comportamento e della sua buona riuscita negli studi. Grazie a Dio abbiamo potuto contare sull’aiuto di molte persone per il successo di una missione tanto difficile. Se ci furono alcune critiche per averlo accolto ed inserito tra le nostre vite, molte di più furono le preghiere e gli aiuti che ci hanno accompagnati e oggi nostro figlio è molto caro a tutti perché ha saputo corrispondere all’amore ricevuto. Nonostante a scuola Renam fosse un alunno dal profitto e dal comportamento normali la mia preoccupazione di mamma fu sempre grande. Oggi le preoccupazioni son altre, sono quelle di una mamma il cui figlio si sta facendo adulto e questo perché le apprensioni di una mamma non hanno mai fine. Oggi Renam fantastica su ciò che potrebbe migliorare la sua vita; ad esempio sogna un impiego migliore che gli permetta di organizzare bene il proprio futuro, ma che purtroppo resta uno dei desideri più difficili da realizzare per la maggior parte dei giovani brasiliani perché il nostro Paese a questo proposito offre veramente poco. 16 All’inizio di questa storia in famiglia ci chiedevamo che cosa avremmo potuto offrire a questo bambino oltre all’amore; sono passati quasi ventidue anni e posso dire che per noi e per la nostra vita l’amore è stato tutto: è stato l’amore che alla mia famiglia ha dato fiducia in Dio e certezza nella vittoria che oggi vediamo ogni volta che guardiamo nostro figlio felice, sano e protagonista della sua vita; è stato l’amore che non ci ha fatto retrocedere di fronte alle difficoltà, ai dubbi e nei momenti di scoraggiamento. Ricordo il giorno in cui al culmine di una crisi di sconforto dissi a mio marito che non volevo più tornata in ospedale. Lui, calmo, mi rispose: “Se non te la senti di venirci ci vado io da solo!”. In quel momento l’amore di mio marito rinvigorì il mio. Egli mi fece notare che quando arrivavamo in ospedale si percepiva che il bimbo ci stava aspettando. Ci feci caso anch’io e fu una cosa veramente toccante. È per amore che oggi possiamo testimoniare che Dio non abbandona mai quelli a cui Lui affida missioni come la nostra. Fátima Meira Messias, mamma veramente felice. Itapevi, 30 Ottobre 2017 Per concludere So che anni fa hanno scritto di me ed oggi anch’io ho la fortuna di poter parlare per dire a tutti quant’è meravigliosa la mia famiglia. Essa è il più grande motivo di cui inorgoglirmi e sono immensamente grato ai miei genitori e ai miei fratelli per tutto quanto hanno fatto per me. È solo grazie a Dio e ad essi se oggi sono vivo e posso scrivere e dire a tutti che la mia vita è stata, fin dall’inizio, un vero miracolo. Sono arrivato nella famiglia in cui mi trovo quand’ero appena nato e grazie a Dio oggi sono ormai un uomo stimato come i miei genitori hanno sempre sognato. Come tutti i giovani brasiliani ho anch’io i miei problemi il maggiore dei quali è quello di trovare un impiego decente e stabile che mi garantisca la possibilità di continuare gli studi, cosa che desidero più d’ogni altra. Chiedo a tutti di pregare perché abbia finalmente a trovare un’opportunità di lavoro per portare il mio contributo al sostegno della famiglia. Ringrazio Daniela che dall’Italia ha contribuito alla mia crescita e sono grato ai religiosi della Sacra Famiglia per essere stati vicini a me e ai miei genitori nei momenti più difficili. Renan. Itapevi, 30 Ottobre 2017 17

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STORIE DI ADOTTATI Daniel (Marracuene - Mozambico) Questa storia è iniziata nel febbraio del 2006 quando mi presentai alla “Sagrada Família” per iscrivermi alla Secondaria. Pagai la quota d’iscrizione con quanto racimolato ballando alle feste del villaggio una danza tradizionale molto apprezzata con gli amici. Durante gli anni della Primaria avevo messo insieme un piccolo gregge di capre da vendere poi man mano mi sarebbe servito il denaro per pagare gli studi. Purtroppo avevo fatto male i conti e le capre finirono prima che gli anni di studio terminassero. Questo portò mia mamma ad accordarsi con un amico di famiglia perché mi portasse con lui a lavorare in Africa del Sud. Il progetto non ebbe seguito solo perché e in quel paese iniziarono episodi di xenofobia che causarono la morte di molti mozambicani che vi lavoravano. Fu in quest’occasione che i responsabili del Centro vennero a conoscere la mia situazione e decisero di aiutarmi. Io, preoccupato della situazione in casa volevo rendermi utile quanto prima e per questo pensavo ad un breve corso di elettricista che non fu possibile per esaurimento dei posti disponibili. I responsabili del Centro a questo punto mi iscrissero ad un breve corso di contabilità che superai a pieni voti ma che però, nonostante l’ottima qualificazione, non servì a trovare un’occupazione; mentre le mie speranze di poter continuare gli studi si affievolivano, come dice un proverbio, “Dio vede e Dio provvede”. Nel 2008 ad una famiglia che desiderava far qualcosa per gli altri venne proposto il mio nome anche se avevo già sedici anni. La famiglia accettò e così cominciai un corso triennale di contabilità avanzata che conclusi nel 2012 con successo e la soddisfazione di essere indicato come miglior studente nel giorno della consegna dei diplomi. Per questo motivo l’appoggio di quella famiglia continuò e per me si aprirono le porte dell’Università. Tra le persone che a quel tempo si occupavano di me ce n’era una che, conoscendomi meglio di quanto io stesso mi conoscessi mi sfidò a frequentare due corsi di laurea contemporaneamente sostenendo che ce l’avrei fatta. Io, anche se preoccupato accolsi la provocazione e mi iscrissi al corso diurno che mi avrebbe abilitato all’insegnamento della lingua Inglese e a quello serale di Gestione e Commercio con specializzazione in Contabilità e Finanza. Conclusi i due corsi a dicembre del 2016 e discussi le due tesi all’inizio del 2017. Alla cerimonia di consegna delle lauree venni segnalato come miglior studente dell’anno ma io non ero presente perché già in Italia grazie ad una borsa di studio che oggi mi permette di frequentare l’università di Bergamo per la Laurea Magistrale in “Management, Finanza ed International Business”. Sono arrivato in Italia la sera del 22 agosto e a Malpensa ad accogliermi c’era la mia famiglia 18 ‘adottiva’ al completo che mi ospitò per quasi un mese poi, anche se mi sarebbe piaciuto rimanere in quella casa dove mi sentivo in famiglia, mi sono trasferito nella residenza assegnatami dall’Università. Sento il dovere di testimoniare che l’adozione a distanza ha cambiato la mia vita, la vita di un ragazzo che era senza speranze e ringrazio tutte le persone che con l’adozione a distanza offrono occasioni per migliorare la vita, proprio come è stato per me che da un contesto di estrema povertà senz’alcuna opportunità di studio mi trovo oggi a frequentare un corso magistrale. Concludo con un grazie speciale alla famiglia Mazzoleni che ha accettato di aiutarmi e alla Sacra Famiglia per quello che ha fatto e sta facendo nel mio Paese. Daniel João Magaia Martinengo, 19.11.2017 Sento il dovere di testimoniare che l’adozione a distanza ha cambiato la mia vita, la vita di un ragazzo che era senza speranze. 19

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TESTIMONIANZE Quando qualcuno ci mette lo zampino... La nostra avventura con la Sacra Famiglia di Martinengo inizia una decina di anni fa: un giorno, partecipando alla messa parrocchiale, si è presentato un missionario con una lunga barba bianca che ci ha parlato della missione e in particolare della sua in Mozambico. Le sue parole ci hanno scaldato il cuore e dopo messa lo abbiamo fermato chiedendo se potevamo fare qualcosa. Ci propose di finanziare gli studi di un ragazzo della sua missione, e così è iniziata la nostra amicizia con Daniel. Negli anni abbiamo avuto la possibilità di seguire i suoi studi. Daniel, ogni sei mesi circa, ci inviava i risultati dei suoi esami dando inizio ad una “gara” con i nostri figli. Una sana competizione combattuta a suon di dieci e nove e dove, da entrambe le parti, si riconosceva la bravura e l’impegno dell’altro. La storia ha avuto una svolta inaspettata quando ci venne proposto di continuare ad aiutare Daniel anche negli studi universitari, perché ne aveva le capacità. Poi la prima sorpresa: Daniel viene in Italia per 15 giorni per uno scambio tra università; viene ospitato a Brescia e ci sarà la possibilità di incontrarci !! È stata una giornata memorabile, che ci ha emozionato e stupito. Per l’anno della laurea avevamo accarezzato il sogno di andare in Mozambico; purtroppo questo sogno si è frantumato di fronte alle difficoltà organizzative, lasciandoci un po’ di amaro in bocca. Ma ancora una volta QUALCUNO ci ha messo lo zampino!!. Fra Ale ci annuncia che ad Agosto Daniel verrà in Italia, a Bergamo, per conseguire la laurea magistrale, e visto che a Martinengo sono tutti agli Esercizi spirituali ci chiede se possiamo ospitarlo per qualche giorno (che poi sarà per qualche settimana). E così questo ragazzo che all’inizio era solo un nome lontano è diventato una presenza preziosa per la nostra famiglia. Lasciamo la parola ai nostri figli: MARTA (10 anni) “22 Agosto, ore 20.00. Io, i miei fratelli e i miei genitori siamo all’aeroporto di Malpensa, nel terminal degli arrivi, ad attendere. Sono emozionata e un po’ impaurita: “chissà se riuscirò a riconoscerlo?” L’unica volta che ho visto Daniel è stato quattro anni fa quando è venuto 15 giorni in Italia. Dopo una lunga attesa è finalmente uscito e lo abbiamo portato a casa, dove siamo arrivati a mezzanotte. Averlo con noi per quasi un mese mi ha creato un po’ di gelosia; una delle cose che non mi sono piaciute dell’esperienza con Daniel è quella che chiama mamma, papà, zia, zio i miei parenti. Comunque è stata una bella esperienza perché è stata una cosa nuova che mi ha aiutato a pensare in modo diverso ad alcune cose”. 20 21

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TESTIMONIANZE GIOVANNI (11 anni) “Daniel è il fratello che non ho mai avuto, mi aiuta quando ho bisogno e mi sta vicino nei momenti di difficoltà. Mi ricordo quando a Locatello io e mia sorella abbiamo litigato e la mamma si era arrabbiata e molto rattristata. La sera Daniel, arrivato da poco in Italia e ospite da noi, mi ha portato nella sua stanza e abbiamo parlato per quasi un’ora, ragionando insieme sui problemi di casa. In quel momento mi sono sentito un adulto perché è riuscito a parlarmi come se lo fossi”. ANNALAURA (14 anni) “Daniel è una persona molto simpatica e si è subito integrato con le persone che ha conosciuto mentre è stato da noi. Anch’io ho avuto la possibilità di parlare ogni tanto con lui; mi ha aiutato anche nei compiti ma non sono ancora riuscita ad integrarmi completamente. Daniel ha 25 anni e non condividiamo le stesse passioni! L’occasione per condividere qualcosa con lui é stata andare a Bergamo in treno. Prendere il treno con Daniel ha diminuito le mie paure di affrontare un viaggio da sola per raggiungere la scuola superiore che inizierò a settembre. È stata un’avventura più che un semplice viaggio: accompagnarlo all’università per fare l’esame di ammissione mi ha rilassato. Daniel parla bene l’italiano ma ogni tanto mi fa gli scherzi e mi parla in inglese perché sa che ho problemi con quella lingua mentre lui si è pure laureato! Mentre tornavamo alla stazione viene annunciato un ritardo del treno che dovevamo prendere! Mi ha preso il panico... cosa potevo fare? Daniel non si è per niente preoccupato mentre io ho cominciato a telefonare a mamma e papà per farci venire a prendere. Poi, gli ho proposto di fare un giro per Bergamo e, sorpresa, mentre camminavamo e parlavamo, ci siamo fermati contemporaneamente davanti ad una libreria e così abbiamo scoperto di essere appassionati entrambi di libri. È stata un’esperienza molto bella perché mi è sembrata di farla con un fratello maggiore e soprattutto sono riuscita a superare un po’ le mie paure. Claudia, Valerio & figli 22/10/2017 22 23

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TESTIMONIANZE UNA PIACEVOLE SORPRESA L’estate scorsa abbiamo avuto la felice fortuna di incontrare Josè. È un giovane mozambicano di ventitre anni, diventato grande nell’orfanatrofio gestito dai religiosi della Sacra Famiglia a Marracuene, vicino alla capitale Maputo. Dall’infanzia è orfano di madre. Grazie anche all’adozione a distanza, gli è stato possibile dalla fanciullezza essere aiutato a studiare e a vivere nell’orfanotrofio, fino a quando ha raggiunto quell’autonomia da poter vivere in proprio. Ogni anno, nella nostra casa arrivava una busta dall’Ufficio missionario Sacra Famiglia con alcune notizie sulla crescita di Josè ed una foto che permetteva di vederne i cambiamenti. Di anno in anno andava quindi rafforzandosi il legame con lui e ci faceva molto piacere venire a conoscenza dei suoi progressi. La scorsa estate siamo stati sorpresi da una telefonata di fra Alessandro, che ci avvertiva dell’arrivo di Josè in Italia, per uno stage lavorativo, viste le sue qualità pratiche ed operative già dimostrate anche all’interno dell’orfanotrofio di Marracuene. Ed è così che abbiamo avuto la gioia di incontrare Josè, di conoscerlo di persona e di abbracciarlo. È stata una grande soddisfazione per tutti. Per noi in quanto abbiamo potuto condividere con lui alcuni giorni; per lui perché ha finalmente potuto conoscere la famiglia che lo ha accompagnato negli anni. Siamo convinti che per un ragazzo, il fatto di sapere che qualcuno, seppure da lontano, pensi a lui e alla sua crescita, significhi non sentirsi solo; e questo diventa una molla importantissima per vivere, per superare le difficoltà e costruire un futuro pieno di speranza. Dall’altra parte, per chi - come la nostra famiglia - decide di offrire un aiuto, può provare la felicità di accendere in un ragazzo l’entusiasmo, la voglia di vivere e di essere domani a sua volta attento a chi fatica ad avere un futuro dignitoso. L’adozione a distanza è un gesto che costa poco - pur essendo certamente un impegno - ma cambia la vita ad un ragazzo. Josè ci ha detto che il suo desiderio ora è di lavorare come un buon tecnico manutentore e di formare una bella famiglia. Auguriamo a tanti altri di poter fare la nostra esperienza di incontrare un giorno il ragazzo o la ragazza che hanno potuto aiutare attraverso l’adozione a distanza. Siamo convinti che per un ragazzo, il fatto di sapere che qualcuno, seppure da lontano, pensi a lui e alla sua crescita, significhi non sentirsi solo. Giuseppe e familiari 07/10/2017 24 CONDIVISIONE Buongiorno, vorremmo sottoscrivere un’adozione a distanza. Ci sposiamo il 23 giugno a Bergamo nella chiesa di sant’Alessandro della Croce in Pignolo. Avendo risparmiato su fiori e bomboniere ci pare bello condividere la nostra gioia con chi è meno fortunato. I miei genitori dal 1995 hanno già un’adozione con voi della Sacra Famiglia di Martinengo e pensiamo sia bello seguire il loro esempio. Grazie per il lavoro che svolgete! Ilaria e Roberto 25/05/2017 UNA SOFFERTA RINUNCIA Carissimi, a causa di problemi di salute accompagnati da vari ricoveri ospedalieri mi trovo a dover affrontare spese impreviste che con vero rammarico mi costringono a rinunciare alla mia adozione a distanza. Fiduciosa della vostra comprensione vi saluto cordialmente. Pierangela 28/01/2017 ASSICURANDO CHE Cari padri, ho ricevuto ieri una telefonata e, poco dopo, il vostro invito a partecipare alla festa dei “trent’anni di solidarietà”. Mi dispiace ma mi è impossibile essere con voi l’8 dicembre per varie ragioni. Ne cito solo due: l’età: sono più vicina ai novanta che agli ottanta; gli impegni: assisto giorno e notte una sorella malata. Credo bastino per giustificarmi. Assicurandovi che è mia intenzione continuare l’adozione a distanza vi chiedo una preghiera per la mia inferma. Auguri perché la festa abbia grande successo. Cordiali saluti. Caterina 27/12/2017 Avendo risparmiato su fiori e bomboniere ci pare bello condividere la nostra gioia con chi è meno fortunato. 25

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TESTIMONIANZE SPERO CHE… Cari amici, abbiamo ricevuto il bollettino per il 2017 e le foto dei giovani aiutati a Marracuene. Grazie! Vi allego foto del giorno di laurea in medicina di mio figlio Luca (ottobre 2014). Oggi è al 2° anno di specializzazione in Pediatria presso il Bambini Gesù di Roma, un presidio di importanza e qualità mondiale, per la materia. Luca è del 1989, il primo nostro contributo, proprio in quell’anno, fu destinato a Francesco Macaneta. Lo ricordate? Ne avete notizie aggiornate? Spero che Luca al termine del suo percorso, abbia la molla per poter dedicare parte del suo tempo ai bambini come i vostri. Al momento quando ne parlo, annuisce… non è sordo. Mi rendo conto ora, appena scritto queste righe, che sono 27 anni che “ci frequentiamo”! Auguri, buon lavoro e cordiali saluti a tutti voi in Italia e a Marracuene. Luigi, Aurelia, Luca e Sara 14/01/2017 COINCIDENZE? Gentilissimo Padre, come ogni anno ho ricevuto notizie delle vostre missioni. Sono contenta dell’aggiornamento perché è dal 23.12.2008 che ho in adozione a distanza André Pedro di Mongue. Con la partenza di p. Vittorio per il Mozambico nel 1987 ho aderito all’adozione collettiva ma più tardi, quando ebbi modo di fare un’adozione singola, chiesi a p. Giuseppe di sostenere, se possibile, un bambino di nome Pietro in ricordo del marito che avevo perduto nel ’97 quando aveva solo 52 anni. All’arrivo della comunicazione di p. Giuseppe mi emozionai tanto per il nome del bambino: André Pedro. Mi commossi perché si chiamava Pietro come mio marito e Andrea come mio nipote, l’unico figlio di mio fratello e mia cognata perso da pochi mesi. Ho sempre seguito con tanto affetto le notizie che mi giungevano di André Pedro: le difficoltà della famiglia, la perdita del papà, la voglia di aiutare mamma e fratelli, i sacrifici affrontati. Oggi, che ormai è un ragazzo forte e sano sicuramente li aiuterà di più. Grazie del vostro impegno e del calore umano e religioso che trasmettete ai ragazzi che seguite. André Pedro è nato il 23.04.2003 ma spero di poterlo sostenere ancora. Vi chiedo di abbracciare per me André Pedro e i suoi amici. Auguri e buon lavoro. Patrizia 24/01/2017 26 27

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