N°6 - Filmese Marzo 2018

 

Embed or link this publication

Description

N°6 - Filmese Marzo 2018

Popular Pages


p. 1

6 MARZO 2018 1 IL PUNTO 2 I FILM DI MARZO 3 FILM 8 RASSEGNA STAMPA 9 TRIESTE FILM FESTIVAL 11 FOCUS - VISIONI DA EST 13 FOCUS - KAREL ZEMAN 14 CINESOFIA 15 CELLULOSA&CELLULOIDE 16 NEWS FILMESE-SCHERMI D’AUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema Stampa: Grafiche Aurora Srl - Via della Scienza 21 - Verona ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947, ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO CODICE PS/VR 0215 RASSEGNE, INCONTRI E CONFERENZE, EDITORIA, BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO, EMEROTECA, VIDEOTECA Sede Sociale: via della Valverde 32 - 37122 Verona telefono 045 8006778 info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it pubblicazione non in vendita, riservata ai soci e agli amici del circolo. con il contributo di si ringrazia • Il punto UNA NUOVA COLLABORAZIONE Siamo lieti di ospitare in questa pagina di Filmese gli amici di Bergamo Film Meeting sotto l’egida di una certa affinità che ci accomuna. Da sempre infatti il nostro interesse si rivolge con attenzione alle realtà che presentano, in ambito cinematografico, percorsi interessanti: il Festival bergamasco è tra queste e lo è a pieno titolo. Lo spirito curioso e innovativo che contraddistingue la rassegna è in sintonia con l’intento della nostra associazione di proporre film inediti e, in generale, una cultura cinematografica attenta al presente, ma che guarda al futuro con la conoscenza del passato. In occasione del 36. Bergamo Film Meeting, il Circolo condivide questa affinità ospitando la proiezione del film Fixeur e l’incontro con il regista Adrian Sitaru. ~~~ Ha già vissuto molte vite il Bergamo Film Meeting, che dal 10 al 18 marzo 2018 festeggia le sue 36 primavere: nato nel 1983 come Mostra Mercato, è oggi uno dei festival italiani più longevi. Nelle sue tante evoluzioni, nei rinnovamenti provocati anche dalle trasformazioni del panorama cinematografico internazionale, il festival ha sempre mantenuto fede al suo spirito di ricerca, alla voglia di scoprire le cinematografie meno note e gli autori emergenti, all’impegno per mantenere viva la memoria storica del cinema, ripresentando i grandi capolavori del passato. La proposta annuale si è fatta sempre più ricca, con circa 160 film, due sezioni competitive, retrospettive, anteprime, documentari, mostre, installazioni, percorsi di formazione. Da sempre, uno dei suoi obiettivi è stato quello di non limitarsi a essere una semplice vetrina, ma di porsi come un vero centro di promozione e diffusione culturale: il festival sostiene e promuove la distribuzione nel circuito culturale italiano di film inediti provenienti dalla produzione nazionale e internazionale e partecipa alla riedizione e diffusione in copie restaurate di classici della storia del cinema. Per questo, i nove giorni della manifestazione sono un confine troppo stretto e il festival ha iniziato negli ultimi anni a espandere la propria programmazione in altre città italiane – Milano, Torino, Brescia, Bologna, Roma – ospite di enti e associazioni che insieme costituiscono un circuito culturale alternativo a quello più strettamente commerciale. Nasce così, nel 2018, il progetto di distribuzione dei film Fixeur (2016) e Illegittimo (2016), due tra gli ultimi lavori del regista romeno Adrian Sitaru, di cui BFM36 propone la personale completa: un autore mai distribuito in Italia eppure molto noto in patria e a livello internazionale, che sa confrontarsi con i temi più scomodi della realtà contemporanea. I due film usciranno in sala a partire dal 22 marzo, a cura di Lab 80 film e in collaborazione con BFM. Con questo progetto viene siglata anche la nuova collaborazione tra Bergamo Film Meeting e Circolo del Cinema di Verona, accomunati dalla stessa passione per il cinema, dalla voglia di “far vedere” i film a un pubblico sempre più ampio, di offrire occasioni di approfondimento, senza alcun timore di lanciare uno sguardo sulle nuove tendenze ancora inesplorate. Il Circolo del Cinema, infatti, il 15 marzo presenterà Fixeur, alla presenza del regista. Un pezzo di BFM, per un giorno, si trasferisce a Verona: un’occasione unica per vedere in anteprima un film straordinario e potersi confrontare direttamente con il suo autore. Fiammetta Girola General Coordinator BFM

[close]

p. 2

programma di marzo 2018 GIOVEDÌ 1 MARZO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 LA DIABOLICA INVENZIONE regia di Karel Zeman Cecoslovacchia, 1958 – durata 83’ Versione restaurata originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 8 MARZO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 LE COSE CHE VERRANNO regia di Mia Hansen-Løve Francia, Germania, 2016 – durata 100’ Versione originale sottotitolata in italiano Votato dai Soci attenzione: cambio orario nell’ultimo turno GIOVEDÌ 15 MARZO – ORE 16.30 – 19 – 21.00 FIXEUR regia di Adrian Sitaru Romania, Francia, 2016 – durata 98’ Versione originale sottotitolata in italiano Serata con il regista GIOVEDÌ 22 MARZO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 MORTO STALIN, SE NE FA UN ALTRO regia di Armando Iannucci Regno Unito, Francia, USA, 2017 – durata 116’ Versione originale sottotitolata in italiano GIOVEDÌ 29 MARZO – ORE 16.30 – 19 – 21.30 A CIAMBRA regia di Jonas Carpignano Italia, Brasile, Francia, Germania, 2017 – durata 80’ sede delle proiezioni: CINEMA Kappadue - via Rosmini 1 - Verona 2

[close]

p. 3

film 18 GIOVEDÌ 1 MARZO 2018 · CINEMA Kappadue ORE 16.30 / 19 / 21.30 LA DIABOLICA INVENZIONE regia di Karel Zeman Cecoslovacchia, 1958 – durata 83’ Versione restaurata originale sottotitolata in italiano Proiezione proposta in collaborazione con il Centro Ceco di Milano FESTIVAL E PREMI Grand Prix al Film Festival Internazionale 1958; Premio della critica cecoslovacca 1958; Premio dell’Accademia Cinematografica Francese, Premio della critica francese 1958. All’Esposizione Universale del 1958, la prima dopo il secondo conflitto mondiale, Karel Zeman presentò Vynález skázy (La diabolica invenzione, 1958) e vinse il Grand Prix al Film Festival Internazionale: il suo film venne così acquistato in 72 paesi, rendendo l’opera del regista cecoslovacco il film di maggior successo nel mondo, per la storia cinematografica del suo paese. Ispirato liberamente ai vertiginosi viaggi letterari di Jules Verne, La diabolica invenzione riprende in particolare le vicende narrate in uno dei romanzi meno noti del prolifico scrittore francese, Face au drapeau (Di fronte alla bandiera), scritto nel 1896. La passione filologica di Zeman per il visionario autore si riconosce nella precisione con cui vengono composte le meravigliose scenografie, ispirate alle illustrazioni contenute nella prima edizione del libro, disegnate da Édouard Riou e Léon Benett. Il conte Artigas, a capo di una ciurma di corsari, rapisce il prof. Roch, uno scienziato impegnato nella ricerca di una sostanza chimica dalle straordinarie potenzialità energetiche. Insieme al suo assistente Simon Hart, narratore delle vicende, il professore prosegue le sue ricerche nel cratere di un vulcano spento, dove il conte si è insediato, per sviluppare, grazie alle scoperte del professore, un’arma dalla potenza inaudita che gli consenta di annientare la sovranità di ogni nazione esistente. Il valore profetico del genio di Verne viene riecheggiato da Zeman: è alle armi nucleari, al definitivo tramonto dell’orizzonte umano, che il giovane Hart si rivolta. Le sue avventure sono disegnate attraverso una mescolanza di tecniche differenti: attori, sfondi animati, stop motion: ogni elemento della messa in scena interagisce sullo schermo grazie alla diabolica inventività del regista ceco, che ci trasporta dalle nubi più alte agli oscuri recessi degli abissi oceanici, popolati da una mescolanza di creature animate, in cui l’uomo è marionetta, mossa a passo uno. L’esplorazione marina, memore di Ventimila leghe è il favoloso sfondo delle sequenze tecnicamente più impressionanti – a cui è debitore Wes Anderson per il fondale marino in The Life Aquatic with Steve Zissou (Le avventure acquatiche di Steve Zissou, 2004) – per la stratificazione di effetti speciali con i quali il regista, definito non a caso il nuovo Méliès, rapisce il nostro sguardo. Francesco Lughezzani t.o. Vynález skázy – regia: Karel Zeman – sceneggiatura: František Hrubín, Jiří Brdečka, Karel Zeman, Milan Vacha – fotografia: Antonín Horák, Bohuslav Pikhart, Jiří Tarantík – montaggio: Zdeněk Stehlík – musiche: Zdeněk Liška – interpreti: Arnošt Navrátil (prof. Roch), František Šlégr (Capitano), František Černý (Spade), Jana Zatloukalová (Jana), Lubor Tokoš (Simon Hart), Miloslav Holub (Artigas), Václav Kyzlink (Serke) – produzione: Ceskoslovenský Státní Film, Filmové Studio Gottwaldov – Cecoslovacchia, 1958 – 1h 23’ – v.o. sottotitolata in italiano KAREL ZEMAN Nato a Ostroměř il 3 novembre 1910, al tramonto del regno austroungarico, Karel Zeman è stato uno dei più importanti innovatori nel campo dell’animazione cecoslovacca, la cui cinematografia ha solcato la storia del mondo animato con una ricchissima tradizione di registi e artisti. Già durante la sua formazione, in ambito commerciale, il giovane Karel per pagarsi gli studi lavorò in un teatro di marionette. Dopo un impiego come vetrinista a Praga e un lavoro come disegnatore pubblicitario in Francia approdò alla sua reale vocazione, venendo assunto come disegnatore dagli studi di animazione Bata, appena fondati a Zlín da Hermína Týlová. Nel primo film animato prodotto in Cecoslovacchia, Ferda mravenec (Ferda la formica, 1944) Zeman fu aiuto regista per la brillante pioniera. Fu invece Zeman a girare il primo film con pupazzi e attori umani, Vánočni sen (Sogno di Natale, 1946). L’apice della sua arte venne raggiunto con la realizzazione di un ciclo di sei lungometraggi liberamente ispirati ai romanzi di Jules Verne, in cui sono fuse differenti tecniche di animazione con riprese di attori. 3

[close]

p. 4

film 19 GIOVEDÌ 8 MARZO 2018 · CINEMA Kappadue ORE 16.30 / 19 / 21.30 LE COSE CHE VERRANNO regia di Mia Hansen-Løve Francia, Germania, 2016 – durata 100’ Versione originale sottotitolata in italiano Votato dai Soci FESTIVAL E PREMI Orso d’argento al 66. Festival di Berlino; Isabelle Huppert migliore attrice del 2017 per il London Critics Circle Film Awards. Nathalie (Isabelle Huppert) è un’insegnante di filosofia al liceo. Ha due figli quasi adulti, una madre-bambina che la chiama in continuazione e un marito che fa lo stesso lavoro, in modo più severo. Alla filosofia si dedica anche Fabien, ex studente con aspirazioni anarchiche e firma della collana di saggi da lei curata. Compaiono poi Rousseau, Lévinas, Schopenhauer, Horkheimer, altri personaggi del film che, sotto forma di libri o parole, o persino ritratti, popolano gli scaffali e i prati, i dialoghi e le discussioni, riempiendo l’aria che Nathalie respira. A poco a poco, però, le variabili di questa realtà ormai assodata cadono una dopo l’altra e Nathalie si trova a dover riformare la sua vita nonostante la sua età: si ritrova davanti un avenir. Tanto realistico quanto rincuorante, il crollo delle costanti non è la fine del mondo, o del film, è al contrario un nucleo di possibilità, il senso pieno della parola “futuro”: Nathalie non si lascia immobilizzare, né si dispera, ma si riappropria della sua libertà e va avanti. Sembra di sentirlo ancora il rumore netto dei suoi passi sul parquet, un incedere sicuro e risoluto che si solleva dalla marea degli altri dettagli e identifica precisamente il carattere del personaggio. È una donna coi piedi per terra, consapevole e franca, e ha fatto della filosofia la sua vita, come dice a Fabien. Questo – nota del redattore – contrariamente al luogo comune che vede nella filosofia un’evasione dalla realtà. Nel 2016 a Berlino Isabelle Huppert non ha vinto il premio come migliore attrice, ma avrebbe potuto. La sua interpretazione è magistrale. Non c’è uno sbavo, un orpello, una mancanza. È tutto misurato e la protagonista diventa reale: viene quasi da pensare che davvero a Parigi una professoressa stia citando La nouvelle Héloise nell’aula di un liceo. Come se potessimo sbirciare nella vita di qualcuno, la pellicola sembra cominciata molto prima del nostro arrivo e continuare 4 ben oltre i titoli di coda. Nel 2016 a Berlino, in effetti, L’avenir ha vinto l’Orso d’argento per la migliore regista. Se Isabelle Huppert riesce a incarnare nel vero senso della parola un personaggio è anche grazie alla scrittura e alla regia, entrambe di Mia Hansen-Løve, compagna storica di Olivier Assayas. Per quanto accadano avvenimenti potenzialmente difficili, l’argomento è trattato senza fuochi d’artificio, la narrazione è posata e il paesaggio, sia urbano o naturale, è l’ambiente in cui si muovono i personaggi, non resta mai solo una quarta parete. D’altra parte parliamo di due nomi molto interessanti. Mia Hansen-Løve, oggi al suo quinto lungometraggio, si è fatta notare da grandi istituzioni come il Festival di Cannes fin dai suoi esordi; e Isabelle Huppert, attrice attivissima dagli anni ’70, solo nel 2016 ha fatto incetta di premi, Golden Globe incluso, con un altro lavoro dove il suo ruolo era centrale, intitolato Lei – se non fosse chiaro il focus. Il risultato di questa felice collaborazione è un film misurato, che mostra lo spessore del vivere senza spettacolo. Senza guerre, viaggi iniziatici o gioventù bruciate, lega nel profondo libertà e futuro. Giovanna Girardi t.o. L’avenir – regia: Mia Hansen-Løve – sceneggiatura: Mia Hansen-Løve – fotografia: Denis Lenoir – montaggio: Marion Monnier – scenografia: – Anna Falguères – musiche: Raphael Hamburger – interpreti: Isabelle Huppert (Nathalie), André Marcon (Heinz), Roman Kolinka (Fabien), Edith Scob (Yvette), Sarah Le Picard (Chloé), Solal Forte (Johann), Elise Lhomeau (Elsa), Lionel Dray-Rabotnik (Hugo), Grégoire Montana-Haroche (Simon), Lina Benzerti (Antonia), Guy-Patrick Sainderichin (l’editore) – produzione: arte France Cinéma, Detailfilm, CG Cinéma – Francia, Germania, 2016 – 1h 40’ – v.o. sottotitolata in italiano MIA HANSEN-LØVE Mia Hansen-Løve nasce a Parigi nel 1981, figlia di insegnanti di filosofia. Esordisce adolescente in due pellicole di Olivier Assayas, Fin août, début septembre (1998) e Les destinées sentimentales (2000). Con il regista ha una lunga relazione, terminata nel 2017, da cui è nata una figlia. L’opera d’esordio alla regia, Tout est pardonné, viene presentata nel 2007 alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes, dove vince il Premio Louis-Delluc. Il film successivo, Il padre dei miei figli (Le père de mes enfants, 2009), vince il premio speciale della giuria sempre a Cannes, nella sezione Un Certain Regard. Un amore di gioventù (Un amour de jeunesse, 2011), presentato al Circolo del Cinema, riceve una speciale menzione al Festival di Locarno, mentre con il successivo Eden (2014) è in concorso a Toronto e San Sebastián. L’avenir (2016) è il suo ultimo lavoro, premiato a Berlino con l’Orso d’argento.

[close]

p. 5

film 20 attenzione: cambio orario nell’ultimo turno GIOVEDÌ 15 MARZO 2018 · CINEMA Kappadue ORE 16.30 / 19 / 21.00 FIXEUR regia di Adrian Sitaru Romania, Francia, 2016 – durata 98’ Versione originale sottotitolata in italiano Proiezione proposta in collaborazione con il Bergamo Film Meeting Serata con il regista FESTIVAL E PREMI In concorso al Toronto Film Festival 2016; in concorso al Torino Film Festival 2017; candidato per la Romania all’Oscar per il miglior film in lingua straniera. Con il film Fixeur, Sitaru – in sintonia con il percorso del cinema romeno di questi anni – prosegue nella rappresentazione realistica di aspetti di vita comune osservati con attenzione e dettaglio, preferendo comunque un racconto che, sviluppandosi nel tempo, possa permettere quasi un dialogo con lo spettatore, senza assumere toni moralistici e senza escludere se stesso da questo “gioco”. Il tema in questione questa volta è la manipolazione che possiamo esercitare sugli altri per raggiungere obiettivi personali: fino a dove arriviamo a spingerci nelle situazioni in cui la nostra ambizione egoistica non è equilibrata da un sentimento di umana compartecipazione? È lecito sfruttare a fini scandalistici e trarre personali vantaggi da una notizia che coinvolge momenti di sofferenza di altre persone? Si tratta certo di uno dei possibili scenari sul tema della manipolazione. Sitaru lo conferma in un’intervista in cui non esita a porsi interrogativi sulla sua stessa attività di regista nei confronti degli attori e delle maestranze che interagiscono nei suoi film. Radu, il protagonista, è un mediatore culturale multilingue che lavora a Bucarest nel campo dell’informazione per emittenti e testate straniere, sempre alla ricerca di notizie che possano creare audience. Non ha ancora concluso il suo tirocinio e pertanto pensa di dare maggiore rapidità al percorso di training sul campo e solidità di rapporto lavorativo professionale creando uno scoop su una storia di traffico di esseri umani e di prostituzione minorile. Anca è una delle minorenni che con finte lusinghe è stata portata a Parigi e brutalmente avviata alla prostituzione. Quando la rete di traffici illeciti viene smantellata dalla polizia internazionale, la giovane viene rimpatriata nel suo villaggio; per agevolare una graduale ripresa dei contatti con la famiglia ed il suo contesto sociale, risiede temporaneamente in un centro di accoglienza. Incurante del rischio di traumatizzare Anca, facendole ripercorrere le recenti drammatiche esperienze, Radu si adopera in tutte le maniere per permettere ai giornalisti di una televisione francese di ottenere un’intervista con la giovane e i suoi parenti. Quando, alla fine, lo scopo è ottenuto, Radu toccando con mano la fragilità della ragazza abusata, dovrà riflettere sul proprio operato. Se il fenomeno dello sciacallaggio giornalistico non è certo una novità nel cinema, si pensi soltanto a Asso nella manica (1951) di Billy Wilder, Sitaru affronta però questo tema con un tono riflessivo, aggiungendo piccoli tocchi surreali: una protesi d’arto appoggiata sul portapacchi durante il viaggio in treno di Radu verso la cittadina di provincia dove si svolgono i fatti, l’incontro di contadini al lavoro lungo la strada, l’intervento musicale del protagonista al sassofono durante la cena conviviale con le “autorità” che dovranno appianare i problemi che ostacolano l’obiettivo dei giornalisti. Di grande abilità costruttiva risultano alcuni momenti del film come l’intervista estorta alla madre di Anca con la lusinga dell’apparizione televisiva, che servirà invece ad ampliare il sensazionalismo della notizia. In parallelo scorre anche la rappresentazione del rapporto di Radu con il giovane figlio da lui spinto ad ottenere risultati sportivi che soddisfino le ambizioni paterne: il ragazzino definirà Radu un “perfezionalista”, giornalista e perfezionista che persegue il proprio interesse senza valutare se questo sia la cosa giusta anche per gli altri. Citius Altius Fortius si legge sulle pareti della piscina dove gareggia il figlio: ma sarà valido per tutti? Roberto Pecci regia: Adrian Sitaru – sceneggiatura: Adrian Sitaru, Claudia Silisteanu – fotografia: Adrian Silisteanu – montaggio: Mircea Olteanu – scenografia: Elena Manea – musica: Ioan Filip, Dan-Stefan Rucareanu – interpreti: Tudor Aaron Istodor (Radu), Mehdi Nebbou (Axel), Diana Spatarescu (Anca), Nicola Wanczycki (Serge), Anca Hanu (madre di Anca) – produzione: 4 Proof Film, Petit Film – Romania, Francia, 2016 – 1h 38’ – v.o. sottotitolata in italiano ADRIAN SITARU Nato nel 1971, Adrian Sitaru si avvicina al cinema a partire dagli anni ’90. Realizza diversi cortometraggi, fra cui il più noto, Valuri (Waves, 2007), riceve il Pardino d’oro a Locarno. Affianca Costa Gavras nella lavorazione di Amen (2002), prima di esordire a sua volta nel lungometraggio con Pescuit sportiv (2008), presentato a Toronto. Un successivo corto, Colivia (The Cage, 2010), riceve il DAAD Short Film Award al Festival di Berlino. Sitaru è stato membro della giuria al 34. Torino Film Festival, edizione in cui ha presentato i suoi ultimi film Ilegitim e Fixeur. La 36. Edizione del Bergamo Film Meeting ospiterà le sue opere nella sezione Europe, Now! insieme a quelle del regista francese Stephané Brizé. 5

[close]

p. 6

film 21 GIOVEDÌ 22 MARZO 2018 · CINEMA Kappadue ORE 16.30 / 19 / 21.30 MORTO STALIN, SE NE FA UN ALTRO regia di Armando Iannucci Regno Unito, Francia, USA, 2017 – durata 116’ Versione originale sottotitolata in italiano FESTIVAL E PREMI Premio FIPRESCI al 35. Torino Film Festival. L’Adagio in fa diesis minore del Concerto per pianoforte K 488 di Wolfgang Amadeus Mozart, terminato il 2 marzo 1786, è molto rilassante. Uno dei grammofoni che lo trasmetteva qualche anno dopo, il primo marzo del 1953, era rivolto all’orecchio di Iosif Vissarionovič Stalin, Piccolo Padre dell’Unione Sovietica. Ma le note del più celebre compositore nella storia della musica non bastarono certo ad arrestare l’emorragia cerebrale che colpì l’uomo al vertice di un regime spietato e sanguinario, giunto alle vette della sua influenza su di una popolazione controllata con ferocia. Come colmare il trono vuoto, ora che il suo cadavere viene trovato riverso a terra? Armando Iannucci, regista cinematografico con una lunga esperienza di sceneggiatore radiofonico, riprendendo l’omonima graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, descrive attraverso una satira aggressiva le lotte per la conquista del potere che coinvolsero la squadra ministeriale, interpretata da una congerie d’attori dal talento indiscutibile: Steve Buscemi è Nikita Kruščëv, Simon Russel Beale veste i panni di Lavrentij Berija (“il nostro Himmler” come lo chiamava Stalin), Jeffrey Tambor interpreta Georgij Malenkov, Jason Isaacs regge i galloni del generale Georgij Žukov, mentre Michael 6 – Monty Python – Palin è il compagno Vjačeslav Molotov. La ferocia con la quale Iannucci mette in scena le grottesche macchinazioni dei vertici di governo, orfani impazziti dalla perdita del supremo riferimento, viene condensata nell’arco narrativo di dieci giorni – in realtà la Storia ci insegna che le trattative durarono molti mesi. Così come viene concentrata l’efferatezza delle pratiche di regime in un uso destabilizzante del fermo immagine che ferisce la sensibilità storica dello spettatore per dissacrare un’orchestrazione politica che, sotto le sottili vesti della commedia grottesca, nasconde un dramma cupo e senza scampo. Gli interpreti abdicano corpi e voce alla sceneggiatura, scritta insieme a David Schneider, Ian Martin e Peter Fellows, che, accanto alla precisione della ricostruzione storica rilevabile nei dettagli del racconto, accosta la prorompente violenza della messa in scena. Iannucci percorre con sfacciataggine il confine tra dramma e commedia in una riduzione solo apparente della storia ad una serie di quadri ironici: in realtà la violenza emerge, sempre, come sangue o come polvere, ai vertici del Cremlino. Francesco Lughezzani t.o. The Death of Stalin – regia: Armando Iannucci – sceneggiatura: Armando Iannucci, David Schneider, Ian Martin, Peter Fellows – fotografia: Zac Nicholson – montaggio: Peter Lambert – musiche: Christopher Willis – interpreti: Steve Buscemi (Nikita Kruščëv), Michael Palin (Vjačeslav Molotov), Jeffrey Tambor (Georgij Malenkov), Jason Isaacs (Georgij Žukov), Simon Russell Beale (Lavrentij Berija), Olga Kurylenko (Maria Yudina) – produzione: Quad Productions, Free Range Films, Main Journey, Title Media – Regno Unito, Francia, USA, 2017 – 1h 46’ ARMANDO IANNUCCI Armando Iannucci ha studiato prima a Glasgow e poi allo University College di Oxford (con un Master of Arts conseguito nel 1986), abbandonando infine i suoi studi sulla letteratura inglese del XVII secolo per intraprendere l’attività teatrale. La sua carriera nelle tv britanniche ha una svolta all’inizio degli anni novanta con On the Hour, programma in cui mette per la prima volta insieme i comici inglesi Chris Morris, Richard Herring, Stewart Lee, Peter Baynham e Steve Coogan. Il 2010 vede nascere il suo primo lungometraggio, In the Loop, premiato al Sundance Film Festival. Nel suo curriculum molta radio, sceneggiature e serie televisive. The Death of Stalin è il suo secondo lungometraggio.

[close]

p. 7

film 22 GIOVEDÌ 22 MARZO 2018 · CINEMA Kappadue ORE 16.30 / 19 / 21.30 A CIAMBRA regia di Jonas Carpignano Italia, Brasile, Francia, Germania, 2017 – durata 80’ FESTIVAL E PREMI Premio Europa Cinema Labels al 60. Festival di Cannes; Premio SNCCI Miglior film italiano 2017 al 29. Trieste Film Festival; candidato per l’Italia all’Oscar per il miglior film in lingua straniera. I complessi temi sociali legati all’attualità al cinema si prestano ad essere raccontati con diversi gradi di sensibilità e accuratezza. Il giovane regista italo-americano Jonas Carpignano mentre si cimenta con la difficile cronaca di realtà tanto marginali quanto scomode (sia nel film Mediterranea che segue le figure di alcuni immigrati clandestini, che nel successivo A Ciambra), rispetta la seconda, puntando dunque ad un cinema che è parzialmente erede del neorealismo più vernacolare, senza tuttavia mancare di questa sensibilità ovvero senza rinunciare al gusto del racconto di finzione, con tutto ciò che questo comporta dal punto di vista formale. Carpignano si concede qualche manierismo, avvicinandosi a toni onirici e romanzati che tuttavia non conducono mai troppo lontani dal degrado urbano e sociale che costituisce la cornice totalizzante del film, una cornice dalla quale d’istinto vorremmo fuggire (ma Carpignano sa bene come accompagnare in una visione scomoda). Territorio e personaggi, il quartiere Ciambra di Gioia Tauro e la comunità Rom che vi abita costituiscono qui un organismo unico, le cui parti vanno a costituire un periferico micromondo criminale che, complice la cronaca quotidiana, siamo abituati a connotare negativamente. Potremmo dunque parlare di mean streets, ovvero“strade violente”, per descrivere il contesto di A Ciambra e così facendo utilizzeremmo un’espressione cara al produttore esecutivo d’eccezione del film, quel Martin Scorsese che condivide con Carpignano la città natia (New York) e un’evidente sensibilità nei confronti della vita delle classi emarginate. Ma lo sguardo cinematografico di Carpignano, compiendo un’operazione simile a quella portata sul grande schermo nel 2002 da Fernando Meirelles (il regista che si immerse nella dura realtà della Cidade de deus, degradata favela di Rio de Janeiro), osserva senza voler giudicare: in A Ciam- bra ogni elemento inquadrato è al servizio della narrazione e vettore di sentimenti sicuramente contrastanti, tuttavia non condizionati dalla percezione di un reale intento documentaristico o da una regia ideologizzata (e ideologizzante), che altrimenti ridurrebbero un film non privo di bellezza a mera indagine sociale. Nonostante il regista abbia provato sulla sua pelle l’influenza della microcriminalità di quest’area abitata da comunità rom e clandestini africani, con la quale è entrato in contatto dopo il furto della sua automobile, il tono della storia resta il più possibile lieve e intimo il suo dramma, legato alla vita di questi personaggi che, nonostante la loro naturale tendenza a vivere da emarginati, sembrano lasciare un qualche spazio di affinità, grazie all’attenzione rivolta dal regista al loro lato più umano. A facilitare questa difficile operazione contribuisce la figura di un protagonista speciale, Pio, bad boy in erba, un adolescente che interpreta se stesso muovendosi nel caos della Ciambra con assoluta disinvoltura, tra furti d’auto, arresti di familiari e rivendite di oggetti rubati. Quando il padre e il fratello maggiore vengono portati in carcere, Pio sente di dover assumere il ruolo di uomo di casa. Vive questo precoce passaggio all’età adulta come una sorta di naturale vocazione e la sua crescita, che avviene nel mondo della piccola criminalità, comporta non poche sofferenze. Eppure niente sembra riuscire a piegarlo: entra nella schermo così come lo lascia, sigaretta in bocca e lingua pungente, cavalcando un motorino che non potrebbe guidare. Michele Bellantuono regia: Jonas Carpignano – sceneggiatura: Jonas Carpignano – fotografia: Tim Curtin – montaggio: Affonso Gonçalves – scenografia: Marco Ascanio Viarigi – musiche: Dan Romer – interpreti: Pio Amato (Pio), Koudous Seihon (Ayiva), Iolanda Amato (Iolanda), Damiano Amato (Cosimo) – produzione: DCM Productions, Martin Scorsese – Italia, Brasile, Francia, Germania, 2017 – 1h 20’ JONAS CARPIGNANO Jonas Carpignano nasce a New York nel 1984 da padre italiano e madre afroamericana. Lavora tra l’Italia e gli Stati Uniti, nei quali ha portato avanti gli studi di cinema, presso la New York University. Inizia la sua carriera di regista con cortometraggi che sono stati presentati presso alcuni importanti festival internazionali; il corto A Chjana nel 2011 ha vinto il premio Controcampo al 68. Festival di Venezia. Carpignano ha inoltre partecipato al South by Southwest di Austin e al New York Film Festival. Lavorando in ambito newyorkese, Carpignano viene notato da Martin Scorsese, che porta avanti da anni un percorso di scoperta di nuovi talenti della regia. Dopo aver attirato l’attenzione con il suo Mediterranea (2015), il team di Scorsese sceglie di finanziare la produzione di un film ambientato nell’estremo meridione d’Italia, nella periferia di Gioia Tauro: nasce così il progetto di A Ciambra, uno dei titoli italiani proposti per l’Oscar al miglior film straniero di quest’anno. 7

[close]

p. 8

rassegna stampa COSA CI DICE LA CRITICA La diabolica invenzione di Karel Zeman L’incomparabile ironia del film nasce dalle cose, dalla stu- diata gravità con cui Zeman fa rivivere gli aspetti e la mentalità di un secolo recente eppure lontano […]. Per instaurare questo rapporto di distacco-partecipazione con la propria materia, Zeman ha fatto ricorso a una trovata geniale: il film è interpretato da attori veri, i quali però si muovono accanto a pupazzi e sullo sfondo di stampe e disegni ottocenteschi scelti e ricreati con gusto squisitissimo […]. I primi minuti di La diabolica invenzione sono tra i più straordinari che il cinema ci abbia dato da molto tempo a questa parte; ecco che davanti a noi gli immobili sfondi si animano, i disegni prendono vita, i personaggi si muovono, con una fusione tra reale e immaginario veramente sbalorditiva; e anche in questo il regista aderisce profondamente allo spirito di un’epoca nella quale l’uomo ha saputo spostare i confini tra reale e fantastico al punto di farli apparire, a volte, addirittura inesistenti […]: mai la parodia si muta in comicità volgare, a sorvegliarla c’è sempre una cultura quanto mai rigorosa. Vittorio Spinazzola da Cinema Nuovo 139 – anno VII maggio-giugno 1959 Le cose che verranno di Mia Hansen-Løve La Hansen-Løve illustra il percorso della sua eroina spo- gliando la tensione narrativa di ogni esasperazione melodrammatica e adottando un linguaggio espressivo castigato, pudico, di sottile eleganza e sobrietà e disarmante naturalezza. Un linguaggio estraneo a psicologismi e cedimenti sentimentali, ma capace di farci percepire un senso dolce e luminoso della vita, valorizzando appieno il contributo degli interpreti (Isabelle Huppert […] offre una genuina adesione al suo personaggio, facendone una sorta di Pierrot malinconicamente lunare e autoironico) e dando risalto a una visione nitida, precisa degli ambienti e dei paesaggi naturali. Gli spazi in cui viene regolata l’azione (gli interni delle abitazioni, i luoghi di vacanza o di soggiorno più o meno temporaneo), come già avveniva in Un amore di gioventù […] diventano il correlativo scenografico del percorso fisico ed esistenziale della protagonista: un percorso che dai quartieri benestanti della Ville Lumière, passando per la casa della Bretagna […] approda alle campagne del Vercors, il rifugio ameno dove la donna registrerà il proprio definitivo scollamento dagli ideali radicali (e dall’arroganza) della giovinezza. Nicola Rossello da Cineforum 565 – anno LVII – N.5 giugno 2017 Fixeur di Adrian Sitaru Esplorando la moralità su cui si regge il giornalismo, spesso messa in ombra dal desiderio insaziabile di notizie fresche e di intrattenimento, Sitaru affronta il dibattito in merito all’ubicazione della linea sottile tra giornalismo e interesse morboso alla vita e alle tragedie altrui. Il film ruota intorno allo sfruttamento - non è un caso che le due ragazze minorenni al centro della storia siano state costrette a prostituirsi. È dunque facile notare il parallelo tra lo sfruttamento sessuale che hanno subito a Parigi e lo sfruttamento dei media a cui sono esposte; anche le tecniche che Patru usa per convincere la ragazza a rilasciare l’intervista sono le stesse 8 di quelle del suo protettore per convincerla a vendere il suo corpo […]. La gente trasandata che appare lercia nel film è ritratta grazie all’uso della luce naturale e dei movimenti di macchina a mano, che danno l’impressione di guardare un vero notiziario. Tudor Aaron Istodor, che ha la recitazione nel sangue, consegna un’interpretazione sobria e perfetta, utilizzando sottili sfumature nelle sue espressioni facciali per trasmettere il forte flusso emotivo e psicologico che il suo personaggio subisce per tutto il film. Giampiero Balia da Cineuropa.com Morto Stalin, se ne fa un altro di Armando Iannucci Inchinandosi uno per uno, reverenti, a onorare il corpo del leader stramazzato al suolo, i membri della dirigenza sovietica inesorabilmente finiscono inzuppati nella pozza di urina che circonda Stalin: il momento, da grave, si fa greve. Lo scozzese Iannucci preleva il palcoscenico stilizzato del graphic novel dei francesi Fabien Nury & Thierry Robin […], le dominanti bianche e scarlatte di una Urss da fumetto, lo fodera di umorismo british e lo popola di istrioni talmente perfetti nei rispettivi ruoli da far levare il cappello già sul prologo […]. Dissacrante nel senso più letterale del termine, il film mette in scena il balletto frenetico e crudele che gli “eredi al trono”danzano sul corpo caldo di Stalin: prigionieri politici diventano merce di scambio, liste di condannati a morte si modificano con grottesca velocità, mentre proseguono esecuzioni spietate, messe in scena con levità gioiosamente scorretta. Che, significativamente, ha fatto irrigidire sia chi invoca il rispetto per le vittime del regime staliniano, sia chi storce il naso per lo sberleffo alla Madre Russia proprio nel centenario della Rivoluzione d’ottobre: sintomo di una satira ben assestata. Ilaria Feole da Film Tv anno XXVI – N.1 2 gennaio 2018 A Ciambra di Jonas Carpignano Di questo, soprattutto, sembra parlarci A Ciambra del giovane Jonas Carpignano, di una condizione dissoltasi nel tempo, di un attributo tipico delle genti Rom che per tradizione si muovono nomadi, attraversando stati e valicando frontiere. Ma come poi non immaginare che tutto questo si trasforma in simbolo per tutti, anche per noi “occidentali” e democratici […] che facciamo fatica a declinare il termine illuministico “libertà” […]. È proprio come se gli occhi di Pio oscillassero di continuo tra l’istinto all’emulazione e autopsia di ciò che in sequenza ha di fronte. Qual è la strada giusta da percorrere, pare chiedersi dentro di sé Pio cercando di affidarsi a Ayiva (ragazzo originario del Burkina Faso che con Pio condivide lo stesso contesto suburbano). Sembra un istante che ha la durata di una vita intera quello che tiene in stand by Pio. Quel connaturato nomadismo, impresso plasticamente nella scena col nonno […] emerge e prende forma d’improvviso in Pio il quale sente addosso (facendo così sentire un brivido lungo la schiena allo spettatore), come una doccia fredda o come “un calore d’un momento”, tutta l’adolescenza giocata “all’ombra di un cortile”. Domenico Spinosa da Segnocinema 208 – anno XXXVII novembre-dicembre 2017

[close]

p. 9

festival CIAO MASCHIO Da Trieste, sguardi sul maschile U no spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del maschio. Precipitato per colpe proprie dal piedestallo di potere e inviolabilità sui cui si era, d’altra parte, auto-installato, mai come in questo momento storico il maschile si trova ad attraversare una crisi profonda del proprio essere e delle proprie ragioni. Un’effettiva crisi d’identità, una quanto mai necessaria ridiscussione di “modi” e “sguardi” che da tempi immemori ci si è voluti illudere di riconoscere per “naturali” e “legittimi”. L’inaugurazione del Festival al Politeama Rossetti, Trieste. Il discorso permeando i più diversi strati del pubblico dibattito, non può che investire anche la macchina per eccellenza creatrice e, insieme, legittimatrice di miti dell’epoca in cui viviamo: ben prima che hashtag militanti, denunce e sacrosante rivendicazioni sollevassero un velo – alquanto trasparente e lacero, va detto – dalla realtà fallocentrica di un certo pensare e fare cinema, purtroppo non solo hollywoodiana, un cambiamento era in atto. Se ne sono accorti bene i festival cinematografici in giro per il globo, che del cinema, tante volte, più che il bastone rabdomantico, sono i sismografi. O forse non se ne sono punto accorti, limitandosi a registrare il fenomeno nel suo manifestarsi, quindi nella più corretta e meno pregiudizievole delle maniere. Anche il Trieste Film Festival non si sottrae alla tendenza e, giunto alla sua ventinovesima edizione, si conferma sempre più sensibile antenna, capace di captare le vibrazioni di una cinematografia, quella dell’Est Europa/Russia, che va affermandosi come una delle più ricche e significative del momento, sebbene – soprattutto in Italia – penalizzata dalla mancanza di adeguate ricezione critica e distribuzione. Tredici le donne regista presenti in concorso: sette nella sezione principale, a fronte di diciotto pellicole, divise fra lungometraggi e documentari; sei nella sezione cortometraggi, su quindici lavori in gara. Il dato, pur se lontano ancora da un auspicabile pareggio, è significativo. Come è significativo che, dalla varietà di linguaggi e racconti (lungo e corto, fiction e doc, storia e attualità), emerga, appena ci si allontana un poco, uno sguardo comune. Ovvero la volontà di indagare cosa siano, oggi, gli uomini. E la fac- Luca Mantovani cenda si fa ancora più eccitante, se letta alla luce della retrospettiva con cui il Trieste Film Festival ha scelto, quest’anno, di omaggiare il maggio francese e i moti del ’68 come giro di boa condiviso da Occidente e Oriente. Omaggio ad una rivoluzione in larga parte sessuale (dunque di genere), che ha impiegato mezzo secolo a maturare e, anzi, è ancora in corso. Non sarà casuale, allora, che le pellicole proposte in questa sezione siano tutte opera di registi uomini. Nel desiderio dei curatori di dare conto anche della temperie pre-sessantottina e delle sue rielaborazioni postume (i pugni di Bellocchio e i sognatori di Bertolucci), si constata l’assenza di nomi quali quelli di Agnès Varda, Věra Chytilová o Kira Muratova, che pure avevano già rispettivamente realizzato, prima del 1968, Cléo de 5 à 7 (Cleo dalle 5 alle 7, 1962), Sedmikrásky (Le margheritine, 1966) e Korotkije vstrechi (Brevi incontri, 1967); o di Chantal Akerman, che proprio in quell’anno esordisce con il corto Saute ma ville. Non giova crucciarsene: criterio di qualsivoglia retrospettiva non è d’essere esaustiva, quanto, piuttosto, di suggerire letture inedite e stimolare nuovo dibattito critico. I ribelli sessantottini del Trieste Film Festival, ci aiutano così a problematizzare la visione dei film in concorso e a metterla in prospettiva, suggerendoci un percorso che trovava allora il suo abbrivio e di cui oggi cominciamo a comprendere le implicazioni. Placatasi l’ansia iconoclasta che ha travolto le istituzioni tradizionali, ci sorprende la visione del vuoto, la mancanza di riferimenti ci sgomenta, come lucidamente argomentava David Foster Wallace nella famosa intervista rilasciata a Larry McCaffery: che il padre ucciso non tornerà più e i padri, ora, dovremmo essere noi. Pochissimi i padri di questo film festival, pieno, invece, di uomini, sorpresi da una regressione che li ha riportati alla casella di partenza di un gioco cui prendono parte loro malgrado, incapaci ormai di comprenderne le regole. Uomini che cercano il loro posto, il loro ruolo, che si mettono alla prova per ritrovarsi e comprendersi. Uomini che giocano, gareggiano, viaggiano, si perdono, amano, uccidono. Uomini in cerca di una ragione e, soprattutto, di una rappresentazione: perché, se non ci si sa rappresentare, allora non si esiste. Lo sport e il gioco, ad esempio, con la loro ritualità collettiva, sono una forma di rappresentazione immediata e democratica, tanto è vero che ben quattro documentari in concorso ne danno conto: in Biegacze (I corridori) il regista Łukasz Borowski segue tre runner (una è donna) disposti ad ogni sacrificio personale per intraprendere una corsa di 240 chilometri come estrema ricerca di significato in esistenze segnate dall’insoddisfazione e dal dolore; più eloquente ancora è Ultra, che indaga sempre il mondo delle corse estreme, in cui il regista Balázs Simonyi si mette personalmente in scena in una coraggiosa dualità di sguardo, rispecchiando la sfida singolare sua e degli altri corridori in quella della Spartathlon, epica maratona che obbliga i partecipanti a coprire i 246 chilometri che separano Atene da Sparta in massimo 36 ore, ad imitazione del mitico soldato Fidippide che nel 490 a.C. compì l’impresa per cercare aiuto contro i Persiani. Non serve sottolineare la forza allegorica di una simile fatica. Ancora corridori, ma su due ruote, i ciclisti di Wonderful Losers: a Different World del lituano Arūnas Matelis, che segue per sette 9

[close]

p. 10

festival anni gli “ultimi” del Giro d’Italia: atleti che si sottopongono a duri allenamenti e accettano consapevolmente le ingiurie di cadute e incidenti, il tutto per assicurare vittorie e carriera ai compagni di squadra, sacrificandole per sé, in una ricerca d’identità di segno negativo. Mentre giocano – con gran serietà – gli uomini di Playing Men di Matjaž Ivanišin, che dichiara i suoi intenti sin dal titolo, prestandosi all’ambiguità del verbo inglese to play. Il registra procede per accumulo, indagando le tradizioni ludiche del bacino mediterraneo, dalla morra alla boxe, in cui il gioco diviene prerogativa di un universo maschile che si auto-definisce in rapporto e ad uso dell’altro, dove la rottura viene messa apertamente in scena con il regista che, anche qui, fa oggetto filmico di se stesso e della sua (supposta: che stia solo giocando/recitando?) crisi creativa, sostanziando con un avvitamento di senso l’istanza gravemente ludica al centro di questo documentario che rappresenta il gioco e gioca con la rappresentazione. Se la sezione documentari mette sangue e sudore sul lettino dello psicanalista, anzi, sotto la lente dell’entomologo (perché indagare i corpi è spesso la via migliore per arrivare all’interiorità, almeno al cinema); la sezione lungometraggi segue questi corpi nel loro vagare in un mondo morale in macerie, alla ricerca di una senso, quando non di una vera e propria speranza di ricostruzione. Zgoda di Maciej Sobieszczański. In Zgoda (Riconciliazione) di Maciej Sobieszczański, una nera pagina di storia fa da sfondo ad un triangolo amoroso consumato nel ferale sforzo di sopraffazione delle due parti maschili. Nel 1945, sul finire del conflitto mondiale, Franek si arruola nel campo di prigionia di Zgoda liberato e riadattato dai servizi di sicurezza comunista a campo di lavoro per tedeschi e collaborazionisti: il giovane vorrebbe salvare la polacca Anna, di cui è innamorato, ma non sa che fra i prigionieri c’è anche il suo amico Erwin, a propria volta legato alla ragazza. L’imbelle Franek, agendo come sonnambulo, finirà schiacciato tra la violenza imposta dai suoi superiori e quella tremenda che gli sgorgherà da dentro, al nascere del sentimento fra Anna e Erwin. Il corpo di Anna, come quello di una martire, accoglierà la ferocia dell’uno e l’amore dell’altro, nel tentativo di ricomporre il conflitto. Quando il segno sarà passato, i due giovani ridotti a puro basso istinto si troveranno davanti ad una fossa scavata nella sabbia a tentare uno dolorosa riconciliazione. Sempre una pagina poco nota della Seconda guerra mondiale sta al centro dell’ottimo Rudar (Il minatore), in cui la regista slovena Hanna Slak ricostruisce la vera storia del 10 Aritmija di Boris Chlebnikov. minatore Alija, che nel 2008, osteggiato dalla compagnia per cui lavorava e nell’indifferenza delle autorità, rese pubblica la scoperta di una fossa comune contenente i corpi di oltre 4000 civili uccisi a guerra conclusa. La macchina da presa della Slak segue la parabola del suo protagonista con lucidità ed empatia, asciugando i facili sentimentalismi, verso una presa di coscienza vissuta come un dovere: Alija è un eroe di statura umanista nella sua ostinata volontà di non piegarsi al ricatto del padrone, dell’autorità corrotta e degli stessi affetti, pur di accendere, con imprescindibile metafora, una piccola luce per condurci fuori dalle fitte tenebre della miniera e della coscienza collettiva di una nazione. Candidamente umanista è anche il paramedico Oleg di Aritmija, del russo Boris Chlebnikov, tanto sgangherato nella vita privata, trascorsa a ritmo di bevute, litigi con la giovane moglie medico e dormite in pieno giorno, quanto animato da un’istintiva morale che lo porta a prodigarsi per i pazienti ben oltre i limiti tracciati da una sconcertante burocrazia ospedaliera. Eppure, sarà proprio la sua comprensione così naïf del gran male del mondo, a salvare il suo matrimonio dal naufragio, dopo averlo portato a toccare il fondo. A questi singolari ritratti virili, si aggiungono quelli del reporter di Breaking News che, davanti alla tragica morte del suo cameraman, cerca di “risignificarne” la vita, attraverso gli occhi dell’inquieta figlia adolescente; della straordinaria coppia gay, lontana da ogni tentazione queer, composta dall’antropologo Adi e dall’ex detenuto Alberto, fotografata dalla trentenne regista Ivana Mladenović nella sua sgraziata bellezza, fuori dai cliché, nella cornice di una Bucarest periferica e poverissima; delle anime in viaggio verso il loro destino del giovane Rokas di Frost, partito quasi senza ragione verso il conflitto ucraino in cui finirà dissolto, e del maturo Ágoston di Out, in viaggio per cercare lavoro e, soprattutto, per realizzare il sogno infantile e commovente di catturare un grosso pesce. Infine lo Stola di Kratki izlet (Una breve gita) – per chi scrive la vera sorpresa del festival, meritevole di ben altri approfondimenti – che, con sorprendente leggerezza, ci ricorda che per ritrovarsi bisogna prima scomparire del tutto.

[close]

p. 11

focus VISIONI DA EST Il cinema di Budapest Ametà degli anni Sessanta, un gruppo di giovani registi impose all’attenzione internazionale un rinnovato cinema ungherese. Oltre a Márta Mészáros, Péter Bacsó, István Gaál, Imre Gyöngyössy figura di riferimento fu Miklós Jancsó: I Disperati di Sandor (1966), L’armata a cavallo (1967) sono i film con cui l’autore precisò la sua poetica: la meditazione sulla Storia e le sue violenze mostrata con un linguaggio filmico in cui il piano sequenza diventa il mezzo per L’armata a cavallo di Miklós Jancsó. seguire i personaggi nel dilatato contesto narrativo. Ancora, del decennio successivo, vanno ricordati Salmo rosso (1972) e Elettra, amore mio (1974). Agli anni Settanta appartengono anche le opere più note di Zoltán Fábri (Il quinto sigillo, 1976) e di Károly Makk (Amore, 1971, premiato a Cannes). Non va dimenticato che Mephisto, film del 1981 di István Szabó, fu incoronato con l’Oscar per il migliore film straniero. In quel decennio esordisce alla regia con opere di stampo realista Béla Tarr, autore che resta tuttora imprescindibile riferimento per il cinema ungherese e non solo. Con il film Perdizione (1995) inizia la collaborazione con lo scrittore László Krasznahorkai e Tarr si rivolge a un cinema in cui i tempi dilatati, l’assenza dei dialoghi, il senso di tragedia incombente in un paesaggio inospitale dove si muovono i suoi personaggi ignavi e senza speranza, danno origine ad un vero e proprio ballo cinematografico con Satana: il fluviale Satantango dall’importante romanzo di Krasznahorkai è del 1994. Da un’opera dello stesso scrittore è anche Le armonie di Werckmeister (2000). Con i primi anni del nuovo secolo nei festival cinematografici si segnalano interessanti esordi al lungometraggio di registi nati negli anni Settanta del Novecento e che quindi hanno vissuto solo negli anni giovanili l’esperienza del regime comunista. Benedek Fliegauf (1974) si fa conoscere con Regenteg (Forest) del 2003, che unisce elementi surreali a episodi di vita quotidiana nei suoi aspetti più oscuri. Toni ancora profondamente cupi in Dealer del 2004: in un’imprecisata metropoli, Roberto Pecci un giovane spacciatore fa il giro dei suoi clienti muovendosi in bicicletta e partecipando quasi come assistente “spirituale” alle loro sofferenze. Premiato a Locarno Tejút (La Via Lattea, 2007) è una esperienza contemplativa basata su di un approccio formale minimalista, con un’inquadratura fissa che osserva sullo sfondo compiersi delle microstorie senza dialogo di stampo quasi beckettiano. Così come Dealer, è disponibile sulla piattafor- ma di YouTube . Meno riuscito è il progetto a produ- zione internazionale Womb (2010). L’indubbia capacità visiva viene affondata da un’improbabile trama che vuole riflettere sul tema della riproduzione e della clonazione. Just the Wind (Csak a szél, 2012), basato su reali aggressioni ai campi rom, vince il premio della giuria a Berlino. Si amplifica in quest’opera quel lato di empatia verso i suoi personaggi che già si notava nei suoi film precedenti. Lily lane del 2016 è un viaggio nella memoria alla ricerca di un genitore assente. Szabolcs Hajdu (1972): Feér Tenyér (White Palms, 2006), premiato a diversi festival, è il film che lo fa conoscere internazionalmente. Ci sono aspetti biografici in questa storia di un giovane ginnasta sottoposto ad allenamenti quasi brutali durante gli anni del regime comunista, poi trasferitosi in Canada a sua volta sottoporrà i suoi allievi allo stesso regime di training. Bibliotèque Pascal (2010) è permeato di aspetti onirici e surreali, non tutti ben dominati, e comunque ricco di soluzioni fantasiose in sintonia con uno degli aspetti del classico film magiaro. Completano la sua filmografia a tutt’oggi A játékos (The Satantango di Bela Tarr. Gambler, 2015) premiato con il Globo di Cristallo al festival di Kàrlovy Vary ed Ernellàèk Farkasèknàl (It’s not the Time of my Life, 2016). Kornél Mundruczó (1975: Fehèr isten (White God – Sinfonia per Hagen, 2014), film vincitore del concorso di Un Cer- 11

[close]

p. 12

focus tain Regard, è stato scelto per inaugurare il ciclo del 70esimo anno del Circolo del Cinema. Sono risultate evidenti le abilità del regista di proporre uno sguardo che incida sull’attuale difficile situazione politico-sociale dell’Ungheria con le for- me di una “parabola” dai tratti a volte violenti ed oscuri. Tra le opere dell’esordio nel campo del lungometraggio, vanno citati Johanna (2005) in cui la storia di Giovanna d’Arco è rivissuta tra le mura di un ospedale e trasposta in musical, quasi un’anticipazione della recente intuizione di Bruno Du- mont, Jeanette, visto a Cannes 2017. Ricco di riconoscimenti è anche Delta del 2008: il delta del Danubio fa da sfondo a una storia di ritorno ed incesto. Jupiter holdja (Jupiter’s Moon, 2017) era stato in predicato di vincere lo scorso anno la Pal- ma d’oro al Festival di Cannes. Opera di grande impatto, con effetti speciali e scene d’azione, tutte confezionate in Un- gheria, di notevole caratura. Si affronta il dramma, che ha segnato fortemente la recente storia magiara, dei rifugiati in fuga dalle guerre mediorientali, con un taglio fantasy per certi aspetti coraggioso e che, a mio modo di vedere, riesce a non banalizzare questa tragedia. György Pálfi (1975): bellissimo è il suo primo lungome- traggio del 2002, Hukkle (Singhiozzo), premiato agli Europe- an Awards come miglior film esordiente. Con pochissimo Il mio XX secolo di Ildikó Enyedi. dialogo, in questa opera Pálfi mostra una grande capacità quasi da documentarista di osservare la vita di un remoto vil- dell’Europa centro-orientale, Mundruczó ha risposto che laggio ungherese e della natura che lo circonda. Una visione questi autori non si sentono legati a una nuova onda del quasi idilliaca che viene sopraffatta dall’incombere di even- cinema ungherese, come nel caso romeno, ma che ognuno ti inaspettati. Nelle opere successive la poetica dell’autore segue una sua personale forma poetica. vira verso aspetti fortemente grotteschi e dark con venatu- Già comunque registi ancora più giovani si affacciano alla re assurde e surreali non sempre equilibrate, ma con tratti ribalta del film d’arte. Non possiamo non citare László Ne- graffianti ed esilaranti. Taxidermia (2006) e Szabadesés (Free mes (1977), autore del potente Figlio di Saul (Saul fia, 2015) Fall, 2014) meritano comunque una visione. Opera collage è e Virág Zomborácz (1985) di cui il Circolo del Cinema ha pre- Final Cut: Hölgyeim és uraim (Final Cut: Ladies and Gentlemen, sentato Mózes, il pesce e la colomba (Utóélet, 2014), vincitore 2012), costruita con sequenze di film storici, solletica lo spi- al Bergamo Film Meeting. rito cinefilo alla scoperta delle opere da cui sono tratte le immagini proposte. Corpo e anima (Testről és lélekről, 2017) ha permesso di conoscere la figura di Ildikó Enyedi (1955). Tutte di notevole spessore le sue non numerose opere. Az én XX. századom (Il mio XX secolo) vince nel 1989 la Camera d’Or a Cannes. In un brillante bianco e nero, la regista, con una storia che si situa alla fine dell’Ottocento e primi del Novecento, anni ricchi di rivoluzioni scientifiche dalla sco- perta di Edison della luce incandescente in poi, omaggia con accenti nostalgici il cine- ma dei primordi e dei suoi pionieri. Enyedi si dice molto legata a Simon mágus del 1999: purtroppo una difficile distribu- zione non ha permesso a questo film la cir- colazione cui la regista aspirava. Anche qui ritroviamo atmosfere sospese, se non surre- ali, nella storia delle avventure a Parigi di un ungherese dai poteri paranormali. A una mia specifica domanda al recen- te Film Festival di Trieste, che notoriamen- te presenta opere delle cinematografie Jupiter holdja di Kornél Mundruczó. 12

[close]

p. 13

focus KAREL ZEMAN Il favoloso pioniere dell’animazione cecoslovacca «Perché faccio film? Sono alla ricerca di una terra incognita, una terra sulla quale nessun regista ha messo piede, un pianeta dove nessun cineasta ha piantato la bandiera della conquista, un mondo che esiste solo nelle fiabe.» U na frase essenziale, con la quale iniziare il viaggio nella cinematografia di Karel Zeman (Ostroměř, 3 novembre 1910 – Gottwaldov, 5 aprile 1989), regista e animatore cecoslovacco che, nato dalle ceneri dell’impero austroungarico, si impose come principale innovatore e regista di maggiore successo nella cinematografia del suo paese d’origine. Erano tempi difficili, e negli anni Trenta per pagarsi gli studi in ambito commerciale il giovane Zeman lavorò in un teatro di marionette. Quel periodo di fertile e creativa insicurezza risultò fondamentale per far germogliare l’artista che nel 1943 aiutò la produttrice e regista Hermína Týlová a realizzare il primo film animato in Cecoslovacchia. Nel giro di un decennio Karel Zeman si sarebbe imposto con il suo sterminato immaginario e una sorprendente abilità artigianale nella fabbricazione di complessi effetti speciali che ancora oggi stupisce per l’unicità del gusto scenografico. Il primo film da regista – in collaborazione con la produttrice Týlová – che unisce attori veri e tecniche di animazione in stop motion, è Vánočni sen (Sogno di Natale, 1946), in cui un piccolo fantoccio di seta cerca di attirare in ogni modo l’attenzione di una bambina meravigliata dai regali di natale: conquistò il Grand Prix International per i cortometraggi a soggetto al Festival di Cannes1. Un punto di svolta dunque, poiché da questo momento la fusione di tecniche di animazione differenti e riprese dal vivo sarà il tratto distintivo di un autore estremamente prolifico, che passerà al cortometraggio con la saga del signor Prokouk – cinque cortometraggi prodotti dal 1946 al 1948 – dal semplice intreccio ma dalla mordace ironia nella descrizione del baffuto personaggio, alle prese con invenzioni grottesche e stilizzazioni comiche deformanti: È il grottesco, l’intrigo, il ritmo che mi attira: in una parola l’azione e il suo contenuto. Amo un finale brusco, inatteso. È così che i miei pupazzi si creano una loro vita2. La materia risorge sulla pellicola, come i fiori che mutano da una giostra di sinuosi movimenti nei personaggi di Inspirace (Ispirazione, 1948), in cui l’ipnotica fantasia di un vetraio trasforma una goccia di pioggia posata su una foglia in un microcosmo sottomarino da cui sorgono i due danzanti protagonisti. Con Král Lávra (Re Lávra, 1950) invece, il regista torna alla satira, deformando il regime burocratico della monarchia austroungarica attraverso una plastica riduzione dell’omonima opera letteraria realizzata da Karel Havlíček Borovský, scrittore ceco che nel suo esilio di Bressanone nel 1851 compose i suoi romanzi più celebri, tra i quali questa mordace rivisitazione dell’antico motivo delle orecchie di re Mida, ispirato più direttamente ad un’antica fiaba popolare irlandese. Dobbiamo aspettare altri due anni perché l’animazio- 1 E. G. Laura, Il cinema cecoslovacco, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1960, p. 151. 2 Ivi, pp. 152-153 Francesco Lughezzani ne con la tecnica a passo uno combinata ai disegni animati venga inaugurata da Zeman nel suo primo lungometraggio, Poklad Ptačího ostrova (Il tesoro dell’isola degli uccelli, 1952). Personaggi scolpiti e disegni si amalgamano nel fiabesco racconto del giovane pescatore Alì, incorniciato dagli sfondi persiani di una natura stilizzata e fantastica: i movimenti dei pupazzi sono dinamicamente composti alle animazioni disegnate, ed è questo efficace mélange che caratterizzerà tutte le sue opere successive. Fin dalla più tenera età il piccolo Karel si era lasciato trasportare in abissi sconfinati o nelle vastità dei cieli dalle avventure contenute nei romanzi di una delle personalità che più hanno plasmato il suo immaginario: Jules Verne. Proprio i romanzi del suo eroe letterario saranno l’humus da cui sorgeranno i suoi lungometraggi più celebri e ammirati: Cesta do pravěku (Viaggio nella preistoria, 1955), Ukradená vzducholoď (I figli del Capitano Nemo, 1967) e Na kometě (L’arca del signor Servadac, 1970), permeati da un intento apparentemente didattico, in realtà affilato e tragico nelle frequenti riflessioni sul valore di uno sguardo scientifico alla materia che costituisce il mondo. Ma la consacrazione definitiva arrivò in una tiepida primavera nel 1958. Allo stadio Heysel di Bruxelles era possibile ammirare l’Atomium dell’architetto belga André Waterkeyn, che dominava la prima Esposizione Universale ad essere inaugurata dopo il termine della Seconda guerra mondiale. A breve distanza, al padiglione della Cecoslovacchia, visitato da oltre sei milioni di persone dal 17 aprile al 19 ottobre, avreste potuto incontrare, oltre ad artisti del calibro di Jiří Trnka, Antonín Kybal e Stanislav Libenský anche il nostro, ormai impostosi a buon diritto come uno dei più innovativi animatori della scuola cecoslovacca. Lì, presentò uno dei suoi lungometraggi tecnicamente più impegnativi, dopo due anni di intensa lavorazione: era Vynález skázy (La diabolica invenzione, 1958), favolosa trasposizione dell’immagina- Zeman durante la lavorazione di Viaggio nella preistoria. rio verniano che ne sancì definitivamente prestigio artistico e successo commerciale a livello internazionale. Il nostro viaggio nella sua cinematografia è però da concludersi con il volo sulla palla di cannone del celeberrimo Baron Prášil (Il barone di Münchausen, 1962) in cui Zeman riesce a ricostruire il mondo di Bürger, ispirandosi alle illustrazioni di Gustave Doré, con un romantico senso di meraviglia che ci culla verso un tempo remoto, colorato e nostalgico. 13

[close]

p. 14

cinesofia LO SCHERMO VUOTO Cinematografia della solitudine contemporanea R isale al 17 gennaio 2018 la notizia della decisione, da parte del primo ministro britannico Theresa May, di affidare a Tracey Crouch la direzione del neoistituito Ministero della Solitudine. Decisione singolare, che tuttavia evidenzia una condizione centrale nelle società umane del nostro tempo. E ci offre, volendo usare un gergo volgarmente giornalistico, un pretesto di attualità per il nostro appuntamento mensile. Nel nostro viaggio attraverso alcune fra le singolarità che hanno abitato la storia contemporanea della settima arte, ci soffermeremo in particolare ad osservare il panorama americano, la cui poesia, letteratura e cinematografia sono così ricche di eroi solitari, ora per scelta ora per condanna, dal capitano Achab a Hester Prynne, da Ethan Edwards a Travis Bickle. Uno dei generi in cui sovente si declina la riflessione sulle implicazioni dell’isolamento rispetto ad un contesto sociale è il dramma distopico: sono numerosi gli autori che hanno cercato di immaginare come evolverà l’individuo nei prossimi decenni, in particolare studiando il rapporto tra il corpo umano e lo sviluppo tecnologico. Esempio recente è Her (Lei, 2013) di Spike Jonze, in cui il regista indaga la complessa solitudine del protagonista, spezzata solamente dall’incontro con l’alterità artificiale di Samantha, sistema operativo in perenne evoluzione che stabilisce con Theodore un rapporto d’amore profondo, ma ambiguo fin dal suo nascere. L’assenza di un corpo per l’amata, da ostacolo iniziale, diventa il cardine dell’interazione tra il protagonista e la sua Joaquin Phoenix in Her di Spike Jonze. intelligenza artificiale – generata per partenogenesi – con la quale riesce a interagire abbandonando le angosce di un confronto con un corpo reale, un’alterità che può eludere le conoscenze algoritmiche e dunque non sincronizzarsi perfettamente allo spirito amato. In una delle sequenze centrali, ambientata in una baita isolata, il protagonista trascorre una notte insieme a Samantha. Il rifugio viene raggiunto attraverso una camminata, ripresa in campo lungo: la macchina da presa, di spalle all’interprete, segue i movimenti dell’uomo nella neve sulle note del brano ideato e composto dal sistema operativo. Sarà proprio al centro del più totale isolamento rispetto al mondo che germoglierà una frattura nel 14 Francesco Lughezzani Leonardo DiCaprio in una sequenza onirica di Revenant. rapporto tra il timido redattore di lettere d’amore altrui e la sua intelligenza digitale. Al termine della sequenza, nel ritorno alla società umana, attraversando nuovamente il bosco Theodore viene ripreso nell’unico campo lunghissimo presente nel lungometraggio: l’alienazione del suo personaggio è giunta al culmine. Nella cinematografia contemporanea il tema dell’alienazione e dell’isolamento emerge con insistenza attraverso altre forme narrative e stilistiche, in particolare nella descrizione del rapporto tra il personaggio e la configurazione dello spazio. L’umanità si disperde nell’ambiente che la circonda: può esserne annientata, o plasmarsi e sopravvivere al suo interno. La solitudine di un protagonista immerso in uno spazio sconfinato nel quale lottare disperatamente per la propria sopravvivenza materiale è un tema che ritroviamo frequentemente nel genere western. La stessa sofferta solitudine viene animata in Revenant (Revenant – Redivivo, 2015) di Alejandro Gonzáles Iñárritu, in cui il protagonista Hugh Glass, interpretato dal divo Leonardo DiCaprio, viene abbandonato dai propri compagni nella solitudine all’ombra degli abeti del North Dakota: un altro bosco in cui allontanarsi da ogni contesto sociale e rinascere. L’esperienza del confronto con la wilderness, rappresentata anche da un frequente ricorso a citazioni pittoriche nelle inquadrature – Caspar David Friedrich in particolare – si distanzia dalla divagazione spirituale e contemplativa di autori come Henry David Thoreau o Ralph Waldo Emerson, per affrontare la precarietà materiale dell’umano lasciato completamente privo di mezzi di sussistenza in un ambiente brutale ed ostile. Centrale in queste narrazioni è il corpo, lacerato, scarnificato e piagato da fame e malattia: in primo piano per Iñárritu – che ha esercitato sadistiche privazioni sulle carni del protagonista durante le riprese – il corpo rimane il fulcro attorno al quale l’occhio dell’autore si muove. Uno dei movimenti di macchina più frequenti nel film è la carrellata circolare a 360 gradi intorno ai personaggi: l’obiettivo raccoglie l’umano in uno spazio angusto, costretto dal primissimo piano e oppone questo codice visuale alla vastità dei campi lunghi e lunghissimi con cui viene inquadrata la natura, seconda protagonista nella pellicola del regista messicano.

[close]

p. 15

cellulosa&celluloide PIANTI I film sono persiane di ferro Luca Mantovani È un pomeriggio di fine settembre, la stagione si è mantenuta calda e ovunque è luce. Il treno partito da Venezia Santa Lucia entra in orario alla stazione di Verona. Fra i viaggiatori che scendono e rapidi si disperdono, città romana, verso il fiume, poi rallenta, si ferma. Il cartello di un cinema ha attirato il suo sguardo. Senza riflettere, lo straniero compra un biglietto, entra nel buio della sala e si siede il più possibile vicino allo schermo. Prima che il fascio ce n’è uno invece che ristà un momento sulla banchina, di luce del proiettore si accenda, fa ancora in tempo a ricorcome disorientato. Lo straniero volge intorno la testa scura dare una conversazione avuta con un amico a Praga, prima e minuta: ha grandi occhi neri, folto ciglio e scriminatura se- di partire. L’amico gli chiedeva perché non amasse il cinema veramente ripartita che lo fanno rassomigliare a una ritrosa e lui, dopo aver un momento riflettuto, gli aveva risposto capinera. L’impressione è rafforzata dall’abito che porta, un completo grigio che lo straniero è stato attento a non gualcire durante il viaggio. Con un cenno misurato fa avvicinare un facchino e, sempre a gesti, s’accorda che questi gli recapiti in albergo il poco bagaglio che ha con sé. Ciò fatto, si calca in che non ci aveva mai pensato, ma forse è perché si ritiene una persona troppo visiva, che vive con gli occhi, mentre il cinema impedisce di guardare. La velocità dei movimenti e il rapido mutare delle immagini costringono continuamente a passar oltre. Lo sguardo non si impadronisce delle imma- testa la paglietta italiana, souvenir di un precedente viaggio, gini, ma queste si impadroniscono dello sguardo e allagano e s’incammina verso il centro della città. la coscienza. Il cinema mette l’uniforme Verona non è che una breve sosta sul suo percorso, già l’indomani si rimetterà all’occhio che finora era svestito. Se è vero, come dice il proverbio, che l’occhio in strada verso il Lago – così, perché non approfittare della benedizione di una giornata già totalmente perduta? Tanto più che i giorni veneziani sono trascorsi come in un sogno, tetro e meraviglioso, in cui lo straniero si è mosso sonnambulo, dopo aver trovato la forza di scrivere è la finestra dell’anima, allora i film sono persiane di ferro. Questo pensiero lo sorprende come provenisse da una vita precedente, prima del viaggio, di Venezia, della lettera, del nano di pietra. Ora c’è soltanto uno straniero con la sua smisurata malinco- alla fidanzata lontana le parole che da troppo lo opprimevano: dobbiamo pren- nia, nel buio di un cinema. Poi il sollievo, altrettanto smisurato, che lo invade dere commiato. Ecco, gli pare che quel commiato quando il film comincia e lo straniero, finalmente, è libero di piangere. Libero di debba cominciare proprio ora ad avverarsi, in questa città tanto più concreta dell’irreale Venezia. Seguendo il Corso, arriva a lambire l’anfiteatro, che non lo impressiona, prima di immergersi nelle mormorare a fior di labbra il nome di lei, Felice, insieme al proprio – Franz Kafka. *** vie del centro, dove vagabonda senza meta, osservando con un trasporto si- Il 20 settembre 1913, in viaggio verso il sanatorio von Hartunger a Riva del Gar- mile al sollievo l’andirivieni indaffarato del popolo, che non lo riguarda. All’im- da, Kafka fa scalo a Verona. Felice Bauer dovrebbe essere con lui, ma la lettera provviso una vertigine lo prende, una Réclame del Cinema Calzoni, 1914 che Kafka ha mandato al di lei padre il stanchezza repentina di tutto il corpo, e (archivio Pino Breanza) 28 agosto, mettendosi a nudo, è rimasta lo straniero ripara precipitosamente nel- senza risposta. Del rapido soggiorno ve- la basilica di Sant’Anastasia, dove si lascia scivolare ad occhi ronese sappiamo quel poco che riferiscono una cartolina e chiusi su uno dei primi banchi. Il silenzio e la penombra sono un biglietto indirizzati alla fidanzata. Pure, la telegrafica con- rotti appena dal vocio che proviene dall’esterno, benevolo fessione d’aver pianto in un cinematografo, accende la no- come lo sciabordio di un’acqua invisibile. stra curiosità. Il cinema quale sarà stato e quale il film? Pare Quando riapre gli occhi, lo straniero ha davanti a sé un probabile si trattasse del Cinema Pathé in San Sebastiano o, nano di marmo che con un’espressione beata regge una pila forse, del Calzoni di via Stella, sale di cui s’è persa memoria. di acqua santa. La figura lo commuove. Il pensiero corre rapi- Come s’è persa del film La lezione dell’abisso, che la stampa do alla fidanzata, al suo nome, Felice, che per lui è un ossimo- dell’epoca vuole in programmazione quel giorno in città. Nel ro non differente dal gioioso fardello del nano. Lo straniero toglie di tasca una cartolina illustrata comprata poc’anzi e vi scrive di getto alcune righe – sono qui in tutta la mia miseria. Si firma con la sola iniziale F. All’uscita, la luce della sera imminente lo sorprende, lo regno dell’ipotesi, allora, varrà forse la pena abbandonarsi alle fantasticherie di W.G. Sebald, che si vota ad una proiezione di Lo studente di Praga (1913), per ridurre in lacrime il suo Kafka sognato. sorprende la folla, che si è fatta più fitta e diversa. Ora la gente si muove a coppie o in piccoli gruppi, diretta senza premura chissà dove, un sorriso lieto in volto. Questa gaiezza che lo esclude tormenta lo straniero, che si muove nervoso per le strette vie: svolta per allontanarsi sull’antico cardo della W.G.Sebald, Vertigini, Adelphi, 2003 ISBN 9788845918216, € 19,00. Hanns Zischler, Kafka geht ins Kino, Rowohlt Verlag, 1996 (mai tradotto in italiano). Gustav Janouch, Conversazioni con Kafka, Guanda 2005 ISBN 9788882468613, € 11,00. 15

[close]

Comments

no comments yet