SUPPLEMENTO 66 AGRICOLTURA 2018

 

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dissesto in appennino

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I SUPPLEMENTI DI 66 Il dissesto in Appennino, l’importanza della prevenzione A cura di: PAOLA FEDRIGA – Agenzia Informazione e Comunicazione Giunta Regionale GIAMPAOLO SARNO – Servizio Agricoltura Sostenibile Regione Emilia-Romagna FRANCESCA STAFFILANI – Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli Regione Emilia-Romagna

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I SUPPLEMENTI DI 66 Il dissesto in Appennino, l’importanza della prevenzione © Copyright Regione Emilia-Romagna - Anno 2018 Coordinamento redazionale Paola Fedriga - Agenzia Informazione e Comunicazione Giunta Regionale Distribuzione Agenzia Informazione e Comunicazione Giunta Regionale Viale Aldo Moro 52, 40127 Bologna tel. 051.5275440-5490 fax: 051.511100 www.agricoltura.regione.emilia-romagna.it E-mail: agricoltura@regione.emilia-romagna.it Foto di copertina Consorzio della Romagna, Anbi ER, Aic, Comune Bibbiano, Regione Emilia-Romagna Stampa Nuova Cantelli Srl Via Saliceto 22/e-f - 40013 Castel Maggiore (Bo) tel. 051.700606 - fax 051.6328090 www.cantelli.net

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SOMMARIO 5 INTRODUZIONE MONTAGNA: UNA PRIORITÀ DELLO SVILUPPO RURALE VALTIERO MAZZOTTI 6 EROSIONE DEL SUOLO: CAUSE ED EFFETTI FRANCESCA STAFFILANI 10 FRANE, QUANDO INSORGONO E QUALI DANNI PROVOCANO GIOVANNA DANIELE, MARCO PIZZIOLO, CRISTINA BARONI 14 LA DIFESA PASSA ATTRAVERSO LE BUONE PRATICHE FRANCESCA STAFFILANI 16 LA RETE DI DRENAGGIO NATURALE E ANTROPICA MARCELLO NOLÈ 20 LA PROGRAMMAZIONE DEGLI INTERVENTI ELENA MEDDA, ROBERTO MORETTI 22 I CONTRIBUTI DI BONIFICA PER LA SICUREZZA DEL TERRITORIO ANDREA GAVAZZOLI, TONINO LISERRA, MONICA GUIDA, ALFREDO CAGGIANELLI 25 LE ESPERIENZE DEI CONSORZI Il progetto Difesa attiva della Bonifica parmense ANDREA GAVAZZOLI Romagna: al centro le strade vicinali MARCO CARNACCINI Emilia centrale: strategie per il reticolo minore ARONNE RUFFINI, GIUSEPPE MANNINO, ALFREDO CAGGIANELLI 29 PROGETTO LIFE RII: I COMUNI PROTAGONISTI LORETTA BELLELLI, ALFREDO CAGGIANELLI, GIUSEPPE MANNINO 31 LE MISURE DEL PSR PER UNA MONTAGNA PIÙ SICURA FABRIZIO ROFFI, GIAMPAOLO SARNO, FRANCESCO D’ERCOLI

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INTRODUZIONE Montagna: una priorità dello Sviluppo rurale VALTIERO MAZZOTTI Direttore Generale Agricoltura, Caccia e Pesca - Regione Emilia-Romagna L e aziende agricole delle zone collinari e montane svolgono una fondamentale funzione di presidio e di difesa del suolo che porta benefici anche ai territori di pianura, ma, allo stesso tempo, sono le prime a essere minacciate dai fenomeni di dissesto idrogeologico che possono danneggiare le strutture di servizio e limitare fortemente l’attività agricola. È per questo che nel Programma di sviluppo rurale 20142020 sono state previste azioni di sostegno alle aziende agricole, sia per interventi di prevenzione dei fenomeni di dissesto, attraverso sistemazioni idraulico-agrarie e forestali strutturali, come drenaggi profondi e opere di consolidamento, sia per investimenti di ripristino delle strutture e del potenziale produttivo danneggiato da eventi calamitosi, quali appunto frane e dissesti. Questi ultimi fondi si affiancano, in caso di calamità riconosciute, a quelli stanziati dalla Protezione civile. Vi sono poi nel Psr una serie di misure che promuovono, anche indirettamente, buone pratiche di gestione e conservazione dei suoli finalizzate a ridurre il rischio di erosione, come ad esempio quelle previste dall’agricoltura integrata o da quella conservativa. È però evidente che queste azioni possono essere attuate solo se vi sono aziende agricole vitali, che continuano a presidiare e a operare su un territorio, quello collinare montano, nel quale l’attività agricola affronta maggiori vincoli, limitazioni e costi rispetto alla pianura. Questo può essere ottenuto solo se si garantiscono condizioni di redditività e di accesso ai servizi adeguati. Il Psr affronta questo tema come una priorità trasversale che ha come fine il riequilibrio territoriale e il contrasto allo spopolamento e all’abbandono dei terreni agricoli nelle zone rurali. Oltre all’attività specifica in corso di realizzazione da parte di 5 dei 6 Gal (Gruppi di azione locale) attivati in regione, sono state quindi previste e in gran parte già attuate una serie di misure volte, da un lato, a compensare gli svantaggi territoriali, attraverso pagamenti compensativi a superficie che possono contare per l’intero periodo di programmazione su uno stanziamento di 90 milioni di euro, dall’altro, a migliorare le dotazioni di servizi, da quelli digitali, come la banda larga, a quelli socio-sanitari, culturali e ricreativi. A questo si affianca poi una premialità maggiorata per le aziende agricole ubicate in aree svantaggiate o sottoposte a vincoli naturali per tutte le misure a investimento. La principale azione di difesa del suolo rimane infatti quella di mantenere le aziende agricole nel territorio collinare e montano, arrestando e se possibile invertendo il fenomeno dell’abbandono dei terreni agricoli che è la prima causa dell’insorgere dei fenomeni di dissesto. Valtiero Mazzotti Dell'Aquila 5

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IL DISSESTO IN APPENNINO, L’IMPORTANZA DELLA PREVENZIONE Erosione del suolo: cause ed effetti FRANCESCA STAFFILANI Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli, Regione Emilia-Romagna Da luglio 2013 a luglio 2017 la Regione EmiliaRomagna è stata impegnata nel progetto europeo Life HelpSoil (LIFE12 ENV/IT/000578) che aveva come obiettivo il miglioramento della qualità dei suoli e l’adattamento al cambiamento climatico attraverso tecniche sostenibili di agricoltura conservativa (supplemento n. 63 di Agricoltura). Il progetto ha dato l’opportunità di porre attenzione anche al fenomeno dell’erosione idrica dei suoli, un tema importante per gli ambienti di collina e montagna della nostra regione dove erosione e dissesto idrogeologico sono tra i principali fenomeni di degrado del territorio. Con 80mila frane censite e circa il 12% di territorio interessato (Rapporto sulle frane in Italia, Ispra 2007) l’Emilia-Romagna è seconda in Italia per diffusione ed estensione, mentre il 33% del territorio regionale è soggetto a fenomeni di Regione Emilia-Romagna Erosione diffusa con aree più chiare dovute all’affioramento del substrato e a una vegetazione più stentata 6

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Regione Emilia-Romagna Formazione di rill su pendio a bassa pendenza e con scarsa copertura vegetale erosione superficiale di intensità superiore a quelli di formazione del suolo (Progetto pilota Sias - Carta dell’erosione idrica dei suoli, Regione Emilia-Romagna 2008). Questa situazione è dovuta sia alla conformazione naturale dell’Appennino, prevalentemente caratterizzato da substrato argilloso, sia alla pressione antropica. Il progressivo abbandono dell’attività agricola e l’impiego di pratiche colturali non sempre idonee, oltre a impattare sulle opere di sistemazione idraulico-agraria, hanno determinato un incremento di tali fenomeni rendendo il territorio particolarmente vulnerabile. Se ne è parlato anche nel workshop Il ruolo dell’agricoltura nella prevenzione del dissesto, tenutosi a ottobre 2016 a Predappio (Fc), dai cui lavori è emersa l’importanza di riconoscere al settore agricolo un ruolo strategico nella prevenzione e protezione di una matrice ambientale, il suolo, oggetto sì di proprietà privata, ma anche bene comune da preservare. Cresce dunque la necessità di creare un’“agricultura” attraverso la formazione e l’informazione, il recupero della conoscenza del territorio e di prati- che agricole conservative, prime fra tutte le sistemazioni idraulico-agrarie oggi trascurate e di cui si è persa la conoscenza e la capacità di realizzazione. Una risorsa di fatto non rinnovabile Il suolo è un corpo naturale, composto da particelle minerali quali sabbia, limo e argilla, sostanze organiche decomposte, organismi viventi, aria, acqua e ospita gran parte della biosfera. Un sistema complesso risultato dell’interazione tra componente inorganica, organica (vivente e non, animale e vegetale) e acqua. La sua formazione ed evoluzione richiedono tanto tempo: rocce e materia organica si trasformano attraverso processi chimici, fisici e biologici. Visti i tempi estremamente lunghi di formazione del suolo, si può ritenere che esso sia una risorsa sostanzialmente non rinnovabile. Il suo strato più superficiale, i primi 30 cm, è quello maggiormente attivo, conserva la quota più significativa di sostanza organica, ospita la componente biologica (funghi, batteri, micror- 7

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IL DISSESTO IN APPENNINO, L’IMPORTANZA DELLA PREVENZIONE tDopertura del suolo, che svolge sia un’azione di protezione sia di rallentamento dello scorrimento superficiale dell’acqua lungo i pendii. L’erosione diventa fenomeno di degrado dei suoli e ambientale perché molteplici sono i suoi effetti negativi: t Tulla fertilità dei suoli, per asportazione dello strato più ricco in sostanza organica; tTulla produzione agricola, per danni alle piantine appe- na emerse o per esposizione degli apparati radicali sia di piante erbacee già sviluppate sia di piante arboree; t Tulla profondità del suolo e sulla capacità di immagazzinamento dell’acqua, per continua asportazione di materiale pedogenizzato; tTulla qualità delle acque superficiali, perché aumenta il trasporto solido e con le particelle di suolo vengono trasportate anche sostanze inquinanti di origine antropica; tTulle strade e infrastrutture, quando a causa di esondazioni viene trasportato anche molto materiale terroso; tQrovocando frammentazione dell’appezzamento quando genera incisioni profonde o frane superficiali. Crpv Frana superficiale su un pendio investito a vigneto ganismi, artropodi), attraverso la sua struttura regola gli equilibri tra aria e acqua, trattiene i microelementi, costituisce cioè la parte fertile e produttiva del suolo. Per erosione idrica si intende la perdita dello strato più superficiale di suolo dovuta all’azione dell’acqua piovana. L’erosione dei suoli, pur essendo un processo naturale, diventa un fenomeno di degrado quando avviene in modo cospicuo in tempi brevissimi o in seguito a singoli eventi meteorologici, quando cioè si è in presenza di eventi di erosione idrica accelerata per cause spesso legate all’attività antropica. L’intensità con cui si manifesta l’erosione idrica dipende da diversi fattori: tGPS[B disgregante dell’acqua piovana sulle particelle di suolo, quindi intensità di pioggia e capacità di trasporto dell’acqua per deflusso superficiale; tQendenza e lunghezza del versante; t Dapacità del suolo di resistere all’azione battente dell’acqua e quindi stato di aggregazione del suolo, a sua volta influenzato dalla componente minerale, dal potere strutturante della sostanza organica e dal tipo di lavorazione; Il rischio di sottostimare i danni I fenomeni erosivi si presentano con differente grado di intensità e possono quindi essere diversamente percepibili dall’agricoltore che può essere indotto a sottostimare il danno. Il primo grado di intensità è rappresentato dall’erosione laminare diffusa: le particelle di suolo vengono rimosse dalle parti a monte del pendio o dalle parti più pendenti e convesse per essere rideposte lungo il versante o alla base di questo. Le parti erose perdono così lo strato fertile di suolo e il substrato affiora. Queste zone sono riconoscibili su suolo nudo perché affiora il colore tipico del substrato, oppure in presenza di coltura per la vegetazione stentata e rada. Con l’accentuarsi del fenomeno l’acqua si incanala in percorsi preferenziali, formando dapprima piccoli e numerosi rigagnoli chiamati rill, che possono approfondirsi e allargarsi fino al grado più estremo con formazione di solchi importanti non più obliterabili con una aratura normale, i gully. L’erosione si innesca anche su lievi pendii, già a partire da pendenze intorno al 2-3%, soprattutto su terreno nudo e affinato per la semina e ancora quando la copertura del suolo da parte delle colture annuali è bassa. 8

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CARTA DELL’EROSIONE IDRICA E GRAVITATIVA IN EMILIA-ROMAGNA Regione Emilia-Romagna, 2008 L’impatto delle frane superficiali sull’agricoltura Le frane superficiali sono dissesti di piccole dimensioni, ossia scivolamenti di suolo di spessore non superiore a tre metri causati da un eccessivo accumulo di acqua che appesantendo lo strato ne provoca il distacco e lo scivolamento. Sono molto frequenti nel nostro Appennino e per lo più a danno dell'agricoltore perchè confinati negli appezzamenti coltivati, anche se non di rado si riversano su strade provocando danni alla viabilità. È difficile quantificare la diffusione e la frequenza con cui le frane superficiali insorgono in un territorio o si ripresentano sullo stesso punto perché, contrariamente a quanto avviene per quelle di medie e grandi dimensioni, il ripristino ne nasconde le tracce in breve tempo e non diventano quindi oggetto di inventario nelle carte del dissesto. L’entità dei danni al settore agricolo dipende principalmente dall’uso del suolo; quelli maggiori si verificano in caso di frane su colture arboree, frutteti o vigneti, che richiedono un intervento di ripristino dei filari, mentre sui seminativi il danno può essere limitato alla perdita della coltura in atto soprattutto per difficoltà di passaggio delle macchine agricole se prima non viene rimodellata la superficie dissestata. Gli interventi di ripristino non dovrebbero però limitarsi al solo rimodellamento del versante, come spesso accade perché di fatto è l’intervento più facilmente ed economicamente realizzabile da parte dell’operatore agricolo, ma dovrebbero puntare alla rimozione dei fattori che hanno determinato la frana, ossia contemplare sistemazioni idraulico-agrarie atte a garantire il corretto deflusso delle acque superficiali lungo i versanti. 9

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IL DISSESTO IN APPENNINO, L’IMPORTANZA DELLA PREVENZIONE Frane, quando insorgono e quali danni provocano GIOVANNA DANIELE, MARCO PIZZIOLO, CRISTINA BARONI Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli, Regione Emilia-Romagna Col termine frana si intende qualsiasi tipo di movimento di terra, roccia o detrito, che viene mobilizzato, principalmente ad opera della forza di gravità. Da un punto di vista fisico quindi le frane si innescano quando lungo un versante diventa <1 il “Fattore di sicurezza”, cioè il rapporto tra le forze resistenti (principalmente attriti, forze coesive e la componente della gravità perpendicolare al versante) e le forze traenti (la forza di gravità, o meglio la sua componente parallela al versante, che agisce ovunque Regione Emilia-Romagna Frana su terreno seminativo privo di regimazione superficiale 10

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LE FRANE E LA VIABILITÀ AB C I tre tipi di coinvolgimento delle strade in seguito a frane con un valore tanto maggiore quanto più è inclinato il versante stesso). Ciò rende i terreni coinvolti non più in grado di contrastare la forza di gravità lungo il piano di scorrimento. Questo equilibrio, apparentemente semplice, dipende molto dalla natura e dalla litologia delle unità geologiche presenti. Nell’Appennino emiliano-romagnolo sono molto diffusi litotipi prevalentemente argillosi, presenti in ambiti agricoli di media e bassa collina e naturalmente “predisposti” anche a franamenti diffusi e superficiali. Lungo il crinale appenninico e nella collina romagnola prevalgono litotipi per lo più arenacei, più propensi a franamenti profondi, caratterizzati da scivolamenti in roccia o in estese coltri detritiche. L’equilibrio e la stabilità di un versante si modificano continuamente nel tempo principalmente per le variazioni del contenuto di acqua nel terreno, che diminuendo le resistenze contribuisce in modo decisivo all’attivazione delle frane. Quanto più è saturo un terreno, tanto meno risulta resistente nei confronti della gravità. Per questo le frane avvengono in concomitanza o subito dopo importanti periodi piovosi ripetendosi anno dopo anno, soprattutto nelle stagioni umide autunnali e primaverili, e coinvolgendo frequentemente strade, campi e a volte edifici. Un archivio per censire e documentare gli eventi di frana Nell’ambito dell’evoluzione morfologica dei rilievi, le frane costituiscono infatti i più appariscenti fenomeni di trasporto in massa, nonché quelli che provocano le conseguenze più importanti dal punto di vista dell’impatto sull’uomo. Quelle di grandi dimensioni (per comodità di classificazione con superficie >1 ha), presentano caratteri di notevole persistenza nel tempo e la loro attuale distribuzione è il risultato di un’evoluzione continua e millenaria dei versanti. Sono così diffuse da caratterizzare morfologicamente i paesaggi di larga parte dell’Appennino, ma spesso sono nascoste dal fatto che presentano periodi di quiescenza di durata pluriennale, pluridecennale o plurisecolare nei quali non evidenziano alcun movimento, alternati, in occasione di eventi meteorologici eccezionali, a periodi di movimento evidente. Purtroppo la memoria storica dei danni provocati si perde inevitabilmente e da questo nasce la sorpresa di molti nel vedere quali effetti possono provocare. Per mantenere la consapevolezza della pericolosità di queste aree, la Regione raccoglie e conserva tutti i documenti rinvenibili presso vari archivi (archivi tecnici, giornali, raccolte di immagini, ecc..) che ne testimonia- 11

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IL DISSESTO IN APPENNINO, L’IMPORTANZA DELLA PREVENZIONE no l’evoluzione. Il materiale è conservato presso il Servizio Geologico e parzialmente consultabile anche sul web. Gli effetti dello spopolamento delle aree collinari Le frane sono una presenza incancellabile del paesaggio regionale e la modificazione continua del territorio da parte degli agenti atmosferici un fatto assolutamente naturale. Spesso però le modificazioni che l’uomo ha apportato al territorio possono accentuarne l’evoluzione. Fino ad alcuni decenni fa il valore agricolo dei territori collinari e montani era maggiore, giustificava l’estensione delle attività agricole anche su terreni molto acclivi, nonché la realizzazione e la costante manutenzione di una fitta rete di fossi e cunette per lo smaltimento delle acque superficiali, che preservava dal verificarsi di frane ed erosioni diffuse e incanalate. Il progressivo spopolamento della montagna e della collina e la relativa contrazione delle attività agricole hanno da un lato comportato l’abbandono di terreni incolti e la loro trasformazione in boscaglie o prati saldi, con il risultato di stabilizzarli, ma dall’altro hanno provocato modifiche della pratica agricola laddove essa resiste. In particolare, l’abbandono di un’efficace regimazione minuta delle acque superficiali, specialmente nei terreni seminativi, ritenuta troppo dispendiosa, ha esposto questi ultimi a maggiore dilavamento e a frane superficiali. Ovviamente tutte le azioni che possono favorire il ripristino di un’efficace e dimensionalmente adeguata regimazione delle acque superficiali rappresentano la strategia migliore per limitare il problema. L’impatto sulla viabilità Oltre il 70% delle frane che provocano danni al territorio interessano la viabilità. Le modalità di coinvolgimento delle strade, pur variando da caso a caso, sono molto ripetitive e possono essere schematizzate in tre tipi. Nel caso di frane di dimensioni medio-grandi (frane di tipo A, foto in basso), che interessano porzioni di versante significativamente più estese dell’ambito stradale, coinvol- Agenzia regionale di protezione civile Frana di tipo A che ha interessato il versante coinvolgendo e distruggendo completamente la viabilità. Comune di Castiglione dei Pepoli, località Muriccie (Bo),14 gennaio 2014 12

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Agenzia regionale di protezione civile Stampa On_Line Frana di tipo B con interruzione completa del transito per invasione di terra e detriti dalla scarpata di monte. Comune di Bologna, località Colli, marzo-aprile 2013 Frana di tipo C con interruzione totale della viabilità. Comune di Monzuno, località Vado (Bo), febbraio-marzo 2014 gendo terreni sia a monte sia a valle dei manufatti stessi, le strade appaiono oggetti passivi nei confronti del dissesto. Va però considerato che le strade e i relativi manufatti alterano l’assetto naturale del pendio e modificano il deflusso delle acque, originando spesso problemi di stabilità, purtroppo aumentati in caso di scarsa o nulla manutenzione dei sistemi di drenaggio, trasformandosi in vere e proprie barriere idrogeologiche. Che vi sia una relazione stretta tra le strade e le frane che le coinvolgono e danneggiano è evidente anche dal fatto che nella maggior parte dei casi tali frane non interessano versanti ampi, ma le sole aree immediatamente adiacenti ai manufatti. Esse si originano per lo più secondo due modalità: timmediatamente a monte del corpo stradale (tipo B, foto in alto a sinistra), limitatamente alla controripa rimodellata in fase di costruzione della sede stradale, che costituisce essa stessa fattore predisponente al movimento, e generalmente si esauriscono sul piano viabile. In questi casi, il ripristino della viabilità prevede l’asportazione del materiale accumulato sulla strada e, nei casi in cui si preveda una possibile estensione o evoluzione del fenomeno, la realizzazione di opere di sistemazione e/o di difesa (reti, gabbionate, muri di sostegno, ecc.) sul versante di monte; t a partire dal corpo stradale, esaurendosi immediatamente a valle dello stesso (tipo C, foto sopra a destra). Queste frane provocano principalmente deformazioni alla sede stradale e interessano solo parzialmente i versanti sottostanti. In genere questi fenomeni danneggiano la porzione di carreggiata più esterna, spesso costruita su materiali di riporto, le cui modeste caratteristiche geotecniche, associate alle elevate inclinazioni del versante, causano, in caso di scarsa efficienza del drenaggio, di usura o carente manutenzione, l’attivazione del movimento. Il ripristino di queste situazioni risulta essere più impegnativo, sia da un punto di vista operativo che economico, rispetto al ripristino delle frane di tipo B, in quanto prevede la totale ricostruzione del manufatto stradale. Risulta quindi evidente che una regolare manutenzione ordinaria delle strade può prevenire almeno in parte il malfunzionamento dei drenaggi di attraversamento dei manufatti, che spesso sono la principale causa dei franamenti di tali infrastrutture, facendo così risparmiare costi consistenti a carico degli Enti gestori ed evitando disagi per i cittadini. Info: http://ambientazione-romagna.it/geologia/temi/dissesto-idrogeologico 13

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IL DISSESTO IN APPENNINO, L’IMPORTANZA DELLA PREVENZIONE La difesa passa attraverso le buone pratiche FRANCESCA STAFFILANI Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli, Regione Emilia-Romagna L a pianificazione territoriale – con i Piani stralcio di assetto idrogeologico (Pai) delle Autorità di bacino, i Piani territoriali di coordinamento provinciale (Ptcp), i Piani comunali e la Legge fore- Nella pagina seguente un elenco di buone pratiche tratte dal Manuale di buona pratica agricola e di uso del suolo del territorio collinare e montano della Provincia di Modena e dalla Direttiva sulle pratiche colturali e di uso stale regionale – detta norme, indirizzi e prescrizioni d’u- del suolo dell’Autorità di bacino del Reno, che si ritiene so nelle aree perimetrate da frane o sottoposte a vincolo abbiano carattere generale di applicabilità sui suoli agri- idrogeologico, ma fornisce anche indirizzi di buone prati- coli, tralasciando in questo contesto il settore forestale. che agricole da applicare all’in- tero territorio. Questi coinvol- gono direttamente gli operatori agricoli e hanno la finalità di ridurre il rischio idrogeologi- co in un’ottica di prevenzione e al contempo di salvaguardia dell’attività agricola stessa. Attualmente una lettura uni- voca a scala regionale di quanto previsto nei vari piani è com- plessa perché questi afferiscono a unità territoriali diverse (aree di bacino, province, comuni), ma le disposizioni che insisto- no su uno stesso territorio agi- scono secondo la sussidiarietà e vale il criterio generale che deve Regione Emilia-Romagna essere osservata la disposizione maggiormente restrittiva. I piani convergono comunque tutti sulla necessità di prov- vedere alla regimazione delle acque superficiali attraverso sistemazioni idraulico-agrarie, come più ampiamente descritto nell'articolo a pag. 16 La rete di drenaggio naturale e antropica. Cover crop naturale su suolo in regime di agricoltura conservativa. La presenza autunno-invernale di una coltura viva garantisce la protezione del terreno dall’azione erosiva delle piogge 14

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GLI INTERVENTI CONSIGLIATI NEI SEMINATIVI, NEI FRUTTETI E NEI VIGNETI Nei seminativi: t BSBSF B VOB QSPGPOEJUË MJNJUBUB F DJPÒ OPO TVQFSBSF i 30 cm di spessore, per non intaccare lo strato inerte sottostante e incorrere nell’aumento delle possibilità di erosione e smottamento; in generale limitare la frequenza delle arature, che non dovrebbero superare il numero di 2-3 nell’arco di dieci anni. Favorire rotazioni con ampia presenza di foraggere poliennali; tOPOBSBSFJUFSSFOJDPOQFOEFO[FTVQFSJPSJBMFQSF ferire la conversione a regime sodivo, gli usi di tipo forestale non produttivo e la praticoltura estensiva; tBSBSFJODPOEJ[JPOJEJUFNQFSB PTTJBRVBOEPJMHSBEPEJ VNJEJUËEFMUFSSFOPÒUBMFEBHBSBOUJSFMFNJHMJPSJDPOEJ zioni per lavorarlo), per favorire la ricomposizione della tessitura normale del suolo; per quanto attiene ai suoli DPO PMUSF JM  EJ BSHJMMB  FWJUBSF EJ BSBSMJ RVBOEP sono pressoché saturi di acqua; tMBWPSBSFJOUSBWFSTP tOPOFTFHVJSFMBWPSB[JPOJEJBGGJOBNFOUPEFMUFSSFOPQFS tutto il periodo autunno-invernale; tDPQFSUVSBDPODPMUVSFPcover cropsTVBMNFOPJM della superficie nel periodo autunno-invernale; t MJNJUBSF J TFNJOBUJWJ BOOVBMJ BMMF BSFF NFOP BDDMJWJ F meno predisposte all’erosione e al dissesto; tDVSBSFJMQSPGJMPNPSGPMPHJDPEJTVQFSGJDJFEFHMJBQQF[ zamenti per evitare pericolosi ristagni di acqua, ma senza eccessivi movimenti di terra e facendo attenzione a non esporre il substrato non pedogenizzato e improduttivo; tDVSBSFJMFUUJEJTFNJOBEFMMFDPMUVSFFSCBDFFGBWPSFO do la normale penetrazione e lo scolo delle acque superficiali; tQVMJSFDPOQFSJPEJDJUËJGPTTJOBUVSBMJEBMMFQJBOUFTSBEJ cate, dai rami secchi, dai rovi; tBMUFSOBSFBMMFMBWPSB[JPOJQSPGPOEFBMUSFQJáTVQFSGJDJB MJ  DN  OFJ DBTJ JO DVJ QVÛ FTTFSF DPOWFOJFOUF adottare la lavorazione a due strati; tNBOUFOFSFVOBMVOHIF[[BEFHMJBQQF[[BNFOUJOPOTV periore a 60 metri, mediante sistemazioni a fosse livellari e/o con strade-fosso; tSFBMJ[[BSFVOBGBTDJBEJSJTQFUUPEBMMFTFEJTUSBEBMJEFMMB viabilità pubblica o di uso pubblico, mantenuta a terreno saldo e di larghezza non inferiore a 3 metri; t SFBMJ[[BSF VOB GB scia di rispetto dalle incisioni fluviali, mantenuta a terreno saldo e di larghezza non inferiore a 1 metro; t TDBWBSF TPMDIJ BD quai temporanei lungo le superfici a seminativo e a frutteto con direzione quasi perpendicolare alla linea di massima pendenza, per evitare l’erosione per incisione dovuta allo scorrimento libero delle acque sulla superficie; tali solchi, che confluiscono dentro le fosse livellari, dovranno avere dimensioni modeste, profondità di circa 15 cm, interasse di circa 40 metri; tDVSBSFMBSFUFEJSFHJNB[JPOFJESBVMJDPBHSBSJBQFSNB nente, costituita da: - fossi di guardia a monte dei terreni messi a coltura collegati a fossi collettori naturali o artificiali; - fosse livellari, disposte trasversalmente alle linee di massima pendenza e collegate ai fossi collettori naturali o artificiali; - fossi collettori artificiali, disposti lungo le linee di massima pendenza. Nelle colture a frutteto o a vigneto le buone pratiche consigliate sono due: predisporre filari secondo le linee di livello; proteggere, a monte delle aree a frutteto, il deflusso delle acque con fossi di scolo a cielo aperto. In alternativa, se i filari vengono posti a rittocchino TFHVFOEP DJPÒ MF MJOFF EJ NBTTJNB QFOEFO[B  ndr  Ò importante mantenere gli interfilari inerbiti con graminacee, curando o sfalcio per evitare la concorrenza al frutteto o la diffusione delle malattie fungine. Regione Emilia-Romagna 15

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