ALI - Numero 34

 

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Dicembre 2017

Popular Pages


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La sonda Voyager riaccende i motori dopo 37 anni Fuori servizio dagli anni '80, sono stati riattivati con successo. E' il primo oggetto creato dall'uomo ad avere raggiunto lo spazio interstellare nel 2012 Da Repubblica.it Dopo 37 anni nello spazio senza essere utilizzata, la sonda della Nasa Voyager 1 riaccende quattro propulsori. Un modo per farla ''vivere'' altri due o tre anni, spiegano dall'Agenzia spaziale Usa, nel tentativo di orientarla in modo che le sue antenne possano comunicare con la Terra, nonostante si trovi ai confini del Sistema Solare. La sonda, lanciata nel 1977 e ''spenta'' dagli anni '80, è il manufatto umano che ha raggiunto la distanza più lunga nello spazio (a 21 miliardi di chilometri da noi). E' stata lanciata quarant'anni fa e ha cambiato la storia dell'astronomia scoprendo satelliti e inviando immagini e dati da Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Ci sono voluti cinque anni dal primo momento dell'annuncio, nel 2010, prima che con sicurezza si potesse affermare che Voyager 1 fosse uscita dal Sistema solare. La strumentazione a bordo in realtà viene utilizzata ancora oggi per studiarne i limiti a noi ancora sconosciuti. "E' come tentare di riavviare una macchina rimasta a lungo in garage: non ti aspetti che possa ripartire" spiegano soddisfatti gli esperti del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena (in California, Usa) impegnati nel progetto per riattivare i propulsori. Il tentativo è avvenuto il 28 novembre ma solo dopo 19 ore e 35 minuti un'antenna del Deep Space Network di Goldstone (California) ha ricevuto il segnale che confermava l'avvenuta accensione. Gli ingegneri Nasa hanno dovuto esaminare il software programmato con un linguaggio ormai obsoleto perché questa missione andasse a buon fine, racconta il responsabile Chris Jones. A gennaio i quattro propulsori avviati dovrebbero sostituire del tutto gli altri fuori uso dal 2014. Il prossimo obiettivo, vista la riuscita del test, è di eseguire la stessa operazione su Voyager 2, la sonda ''gemella'' i cui propulsori sembrano godere di migliore salute.

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Cosa guardano gli extraterrestri in tv? Le olimpiadi del 1936 O meglio: cosa riuscirebbero a vedere se possedessero un apparecchio in grado di captare la programmazione terrestre? Beh, dipende da dove si sintonizzano Riccardo Saporiti – Il sole 24 ore A porsi la domanda, e a provare a dare una risposta attraverso un’infografica, sono stati gli animatori di “Chi ha paura del buio?”. Si tratta di una pagina Facebook di divulgazione scientifica seguita da qualcosa come 145mila persone. «Dalla Terra», hanno scritto nel post in questione, «le onde radio si diffondono come sfere concentriche, espandendosi alla velocità della luce, e se consideriamo come prima trasmissione televisiva globale la cerimonia di apertura dei giochi olimpici del 1936 a Berlino sappiamo che i nostri segnali si sono ormai spinti fino a 81 anni luce di distanza». È andata, più o meno, così: Dalle parti di Aldebaran, stella che dista 65 anni luce dalla Terra, stanno per iniziare le stagioni televisive di “Sentieri”, sceneggiato che ha debuttato sul piccolo schermo nel 1952. Per gli appassionati di western, ecco invece “Mezzogiorno di fuoco”, pellicola con Gary Cooper e Grace Kelly. Mentre nelle sale cinematografiche terrestri è appena uscito il sequel di “Blade Runner”, in quelle orbitanti intorno a Denebola, 36 anni luce da qui, sta per uscire il film diretto nel 1982 da Ridley Scott. “Sister act”, “Basic instinct” e “Guardia del corpo”: tre pellicole che hanno caratterizzato la stagione cinematografica del 1992 e che invece sono appena arrivati dalle parti di Vega. E mentre sulla Terra i fan di Star Wars contano i giorni che li separa dall’uscita dell’ottavo episodio della saga, “Gli ultimi Jedi”, gli appassionati di spade laser su Altair stanno invece per gustarsi il quinto episodio, “L’attacco dei cloni”. C’è solo da sperare, per non rovinare loro troppo la sorpresa, che gli spoiler non siano più veloci della luce.

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Come funziona un missile balistico intercontinentale? Le ultime scaramucce social tra Donald Trump e Kim Jong -un riportano l’attenzione sugli armamenti a lunghissima gittata a disposizione dei due paesi. Sperando che la dimostrazione di forza continui sempre e solo su Twitter... Anche se si è trattato solo di un test, l’ennesimo, il missile balistico Hwasong-15 lanciato dalla Corea del Nord lo scorso 28 novembre fa davvero paura. Secondo quanto dichiarato dal Governo di Pyongyang l’arma, in 53 minuti di volo, ha raggiunto i 4.475 chilometri di quota, oltre 10 volte l’altezza della Stazione Spaziale Internazionale, e ha viaggiato per 950 chilometri prima di inabissarsi nel Mar del Giappone. Ma come funziona un missile di questo tipo? Che distanza può raggiungere? Che traiettorie percorre? Ed è pericoloso per il traffico aereo? PARABOLA LETALE. Le risposte dipendono dal tipo e dal modello. In generale i missili balistici intercontinentali arrivano sul bersaglio con una traiettoria a parabola: vengono lanciati da terra o dal mare, raggiungono lo spazio e poi rientrano nell’atmosfera terrestre per puntare sull’obiettivo. Il test effettuato dalla Corea del Nord è stato un po’ sui generis, poiché il missile è stato lanciato praticamente in verticale. Nei test effettuati in passato le armi sono state puntate in direzione del Giappone, lo hanno sorvolato e sono cadute in mare dall’altra parte, sollevando non poche proteste da parte del Governo giapponese. DOVE PUÒ ARRIVARE. Il raggio d’azione di Kim Jong-un è comunque impressionante: secondo quanto riportato dall’esperto di armi David Wright nel suo blog, il Hwasong-15 può colpire obiettivi che si trovano in un raggio di 13.000 km dalla propria base. Ciò significa che potrebbe raggiungere ogni punto del pianeta tranne la parte più meridionale del continente americano. COME FUNZIONA. I missili balistici intercontinentali sono spinti da razzi a 2 o 3 stadi: al decollo il missile sale verso l’alto per un tempo che varia tra i 2 e i 5 minuti.

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Nella seconda fase del viaggio l’arma entra nello spazio dove, grazie all’assenza di attrito, raggiunge una velocità compresa tra 24.000 e 27.000 km/h. In questa fase di crociera i vettori più evoluti mantengono la rotta utilizzando come punto di riferimento la posizione delle stelle. L’ultima parte del volo è quella che riporta il missile dentro l’atmosfera terrestre e verso l’obiettivo finale. La rotta viene corretta con l’aiuto di piccoli motori jet mentre speciali scudi termici evitano che l’attrito surriscaldi la testata e ne provochi l’esplosione anticipata durante la discesa. È PERICOLOSO PER IL TRAFFICO AEREO? Potenzialmente sì. A preoccupare non è tanto il momento del lancio - accuratamente studiato per evitare il momento del transito della sessantina di voli che ogni giorno collega il Giappone all'Europa quanto quello del rientro, che non è mai del tutto possibile controllare. I detriti del missile esploso potrebbero impattare contro un aereo mentre ricadono in atmosfera. Anche se gli aerei raggiungono al massimo i 13 mila km di quota, non sono al riparo da eventuali pezzi fuori controllo. Inoltre, poiché la tecnologia nordcoreana non è affidabile, potrebbe anche accadere che il razzo sbagli traiettoria e investa un velivolo direttamente. Per il momento le compagnie aeree evitano di transitare sopra il territorio nordcoreano e anche sopra una porzione occidentale di territorio giapponese, considerata, per i test, poco sicura (il lancio del 28 novembre è stato visto dai piloti della Korean Air San Francisco-Incheon e della Los Angeles-Incheon, e dall'equipaggio di un volo della Cathay Pacific tra Hong Kong e San Francisco). Ci si tiene più vicini alle isole nipponiche, in un corridoio aereo che dovrebbe essere sicuro, in attesa di modifiche ufficiali delle rotte, non ancora ritenute necessarie. MI FA IL PIENO? I razzi vettori dei missili intercontinentali possono essere alimentati a propellente liquido o solido: il primo brucia più a lungo, mentre il secondo offre una maggiore spinta

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nel breve periodo. I combustibili solidi, per quanto di più complesso utilizzo, sono più sicuri rispetto a quelli liquidi, che sono estremamente infiammabili e altamente tossici. LE MISURE. Ma quanto è grande il super missile di Kim Jongun? L'esperto di vettori spaziali Norbert Brügge ha provato a stimare le dimensioni del Hwasong-15 a partire dalle fotografie e dai video circolati in questi giorni. Secondo Brugge l'arma è una delle più grandi mai costruite: è lungo 22,5 metri, ha un diametro di 2,40 metri e viene spostato su uno speciale camion a 9 assi. Ad oggi la maggior parte delle superpotenze, tra cui Stati Uniti, Russia, Cina e India, dispone di armi di questo tipo. Finora nessuno le ha mai utilizzate contro un altro Paese, ma le ha solo sperimentate per dimostrarne agli altri la potenza distruttiva.

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La Nasa sviluppa la ruota del nuovo millennio: è superelastica e (quasi) indistruttibile Può subire una deformazione sino al 10% in più rispetto agli altri materiali elastici e alla fine torna alla propria forma originale senza riportare danni. Per l'Agenzia spaziale Usa un giorno potrebbe rivoluzionare anche il mondo delle quattro ruote sulla Terra Di Valentina Ruggiu – Repubblica.it La ruota del futuro ha il marchio della Nasa. Gli scienziati del Glenn Research Center hanno sviluppato uno pneumatico che potrebbe rivoluzionare il mondo delle quattro ruote nello Spazio e sulla Terra. Si tratta di una gomma che può sopportare una deformazione sino al 10 per cento in più rispetto agli altri materiale elastici e tornare alla sua forma originale senza subire danni. Una caratteristica che la rende adatta anche ai suoli più impervi e che le è valso il nome di Superelastic Tire: la ruota superelastica. Questa tecnologia rappresenta l'ultima evoluzione di Spring Tire, lo pneumatico elastico inventato da Glenn Research e Goodyear e ispirato a quelli lunari di Apollo. Lo studio per la progettazione di una nuova ruota iniziò a metà degli anni Duemila, in seguito alle difficoltà riscontrate da Curiosity sul terreno accidentato di Marte, dove il rover ha percorso almeno 16 km.

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LE RUOTE DI CURIOSITY Nel 2013, poco più di un anno dopo il viaggio sul pianeta rosso, le gomme di Curiosity hanno subito gravi danni toccando il suolo marziano. Da allora gli pneumatici del rover hanno continuato a subire ammaccature e a bucarsi e proprio quest’anno, a gennaio, la Nasa ha comunicato che una ruota di Curiosity è quasi fuori gioco. DA SPRING A SUPERELASTIC Partendo dai problemi di Curiosity, gli studiosi hanno provato a realizzare un primo modello: una gomma molto più robusta costituita da fili di acciaio a spirale. Tuttavia, quando fu messa alla prova, Spring fallì il test. Oggi, sostituendo i fili di acciaio con una lega a memoria di forma di nichel e titanio - un materiale in grado di resistere a sforzi significativi senza deformarsi - i ricercatori sono giunti alla ruota superelastica. Il nuovo design permette allo pneumatico di deformarsi sino al 10%o rispetto alla forma originale senza subire danni irreversibili. Un risultato importante se si pensa che gli altri materiali elastici comuni possono sopportare deformazioni comprese tra lo 0,3 e lo 0,5% prima di cedere. I VANTAGGI Ciò significa che, anche con un carico pesante, lo pneumatico offre una trazione pari o superiore a quelli convenzionali e riduce al minimo le possibilità di guasti e forature, migliorando così anche la sicurezza del mezzo che le monta. L'IMPIEGO Originariamente sviluppata per le future missioni su Marte, la tecnologia - secondo i ricercatori della Nasa ha tutto il potenziale che serve per rivoluzionare anche i pneumatici di terra. Secondo il documento diffuso dall'Agenzia spaziale, infatti, queste ruote possono essere montate su fuoristrada, veicoli militari, aerei, attrezzature pesanti, veicoli da costruzione e persino veicoli agricoli. Una soluzione che di sicuro farebbe la felicità di molti automobilisti.

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Il tatuaggio vivente del MIT, che si stampa in 3D È fatto di cellule batteriche geneticamente programmate per rispondere a diversi stimoli. Indossato sulla pelle, potrebbe percepire inquinanti atmosferici, variazioni di pH e di temperatura Da Focus.it Un cerotto costituito da cellule vive, che si illumina come un albero di Natale in risposta agli stimoli desiderati: l'hanno messo a punto gli ingegneri del MIT, che sono anche riusciti a stamparlo in 3D, e a dimostrarne la funzionalità. DISPLAY VIVENTE. Lo strano "tatuaggio" è ricavato da un mix di cellule batteriche, nutrienti per sostenerle e idrogel (una soluzione a base di acqua e polimeri). Questa sostanza può essere stampata strato dopo strato, fino a formare una pellicola sottile e interattiva da indossare sulla pelle. Le cellule sono geneticamente programmate per essere sensibili a diversi componenti chimici e molecolari. Gli scienziati del MIT le hanno suddivise in base alla specializzazione, allineandole su diversi rami, come a formare un albero (vedi foto sotto). Quando le cellule entrano a contatto con la sostanza che devono "percepire", si illuminano: questo schermo da indossare potrebbe essere utilizzato, per esempio, per rilevare inquinanti nell'aria, o registrare variazioni sulla pelle del suo portatore. A COSA SERVIRÀ. Non solo: le cellule possono anche essere programmate per interagire tra loro, e accendersi soltanto quando quelle di un altro gruppo captano un dato segnale. Questa sorta di comunicazione chimica in tempo reale, e in formato cerotto, potrebbe essere sfruttata per confezionare computer viventi che passino segnali in entrata e in uscita, come in un microchip. Altre applicazioni riguardano la medicina: il tatuaggio batterico potrebbe essere programmato per somministrare terapie a lungo termine, in risposta alle esigenze del paziente. ANTI-ROTTURA. Ma il punto forte dello studio è la tecnica utilizzata, che consente di non danneggiare le cellule nel processo di stampa. Fino ad ora, si erano utilizzate per questo scopo cellule viventi di mammifero, che si erano rivelate troppo fragili e facili alla rottura. Quelle batteriche sono più resistenti e compatibili con gli idrogel. Questo ambiente acquoso ne ha permesso il sostentamento.

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Valentina premiata dalla Nasa: «Così progetto la vita su Marte» Cambridge, l’ingegnere 32enne: una città ecosostenibile dove non ci si annoia Corriere della sera - di Giovanni Caprara «Gli alberi mi hanno ispirata e così è nato il progetto della città marziana sostenibile che ha entusiasmato la Nasa». Valentina Sumini con il suo gruppo al Mit di Cambridge, vicino a Boston, ha vinto la «Mars City Design Competition 2017». La Nasa ha preferito il suo progetto, tra oltre gli 150 presentati, e ora è impegnata nel costruire un modello di colonia marziana. La Nasa sta lavorando al primo sbarco umano sul Pianeta Rosso programmato intorno al 2035. Nel 2019 il grande razzo SLS, il più potente mai costruito, compirà il primo volo di collaudo intorno alla Luna senza astronauti: sarà affidata proprio a SLS, assieme alla nuova astronave Orion, la missione di raggiungere il vicino pianeta. L’idea è di andare su Marte non per una veloce esplorazione ma per creare una colonia permanente. Per sopravvivere sul Pianeta Rosso i coloni devono avere

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