Da Casa Madre - Novembre 2017

 

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Rivista della famiglia dei Missionari della Consolata

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Istituto Missioni Consolata da Casa Madre Anno 99 - N. 11/ Novembre - 2017 Perstiterunt in Amore Fraternitatis PRENDIMI PER MANO, DIO MIO!

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FRAMMENTI DI LUCE “BEATI COLORO CHE MUOIONO NEL SIGNORE” (AP 14,13) P. Giuseppe Ronco, IMC La vita eterna non è un tema facile da presentare. Alessandro Manzoni rivivendo la sua conversione Molti lo percepiscono come avulso dalla realtà descrive con maestria quasi insuperabile i e preferiscono relegarlo a più tardi, quando la morte si farà vicina. Si fatica, infatti, a riconoscere che la vita eterna è un evento importante che va preparato e atteso, perché inizio sorprendente di vita nuova, che collega l’esperienza storica al turbamenti dell’Innominato. Proiettando in questa figura le sue angosce personali e i suoi dubbi, rivede l’ordito sfilacciato e privo di senso del suo vissuto, e riflette con serietà sulla possibilità di un’altra vita dopo la morte. definitivo, rendendo la felicità duratura. “E il tormentato esaminator di se stesso si La vita sarebbe un assurdo se tutto si chiudesse definitivamente con la morte. Sartre, opponendosi alla visione heideggeriana dell’esistenza umana intesa come un “essere per la morte”, gridava: “E’ assurdo allora essere nati, è assurdo allora morire” (Sartre, L’essere e il nulla). trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita: indietro, d’anno in anno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza. L’orrore crebbe fino alla disperazione. S’alzò in furia, afferrò la pistola, la staccò, e, al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero si slanciò nel tempo. S’immaginava con raccapriccio il suo Eppure, quando se ne ha il tempo, pochi pensano all’esistenza della vita eterna. “Questa trascuratezza di non pensare all’esistenza dell’al di là, in un affare in cui si tratta di loro stessi, della loro eternità, del loro tutto, mi irrita più che mi commuova; mi stupisce e mi spaventa; è un mostro per me” (Pascal, Pensieri). “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde l’anima sua?” (Mt 16,26). cadavere sformato, immobile, buttato chi sa dove. Andava alzando e riabbassando con una forza convulsiva del pollice il cane della pistola, quando gli balenò in mente un altro pensiero: se quell’altra vita di cui mi hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura, e se c’è quest’altra vita? a un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppure con la morte. Lasciò La vita eterna è una questione seria. cader l’arma, battendo i denti, tremando. Tutt’a 2 da Casa Madre 11 / Novembre 2017

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un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” (A. Manzoni, I promessi sposi, Cap. 21 passim). La risurrezione di Cristo, “centro del cosmo e della storia”, secondo l’espressione di S. Giovanni Paolo II (RH 1) è l’evento che dà inizio a questi tempi ultimi e interpreta la storia attuale. La vita eterna ne sarà il punto di arrivo. Nel libro dell’Apocalisse il vocabolo “escaton” è riferito più volte a Cristo (1,8; 4,8; 21,6; 22,13) e testimonia in maniera inequivocabile che il centro e il fine dell’escatologia e di tutta la Rivelazione cristiana è Lui: “Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente: io ero morto ma ora sono vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”(Ap 1,17-18). Dire escatologia è dire che il nucleo di tutto il messaggio neotestamentario sta nel riconoscere e proclamare che Dio ha compiuto e rivelato in Cristo la sua parola ultima e definitiva, come parola di salvezza. CREDO LA VITA ETERNA RIPRENDERE IN MANO L’ESCATOLOGIA CRISTIANA Oggi è più che mai necessario riprendere in mano l’escatologia cristiana per dare senso al nostro vissuto e interpretare correttamente ciò che accade nel tempo. Chi vuole prendere sul serio il destino finale dell’uomo e cercare di individuare il cammino da programmare per prepararlo, non può fare a meno di avvalersi di questo trattato teologico. L’escatologia fa comprendere come tutta la nostra vita poggi su Cristo e da lui ne prende senso, essendo lui solo la Via che rivela l’infinito amore del Padre. “Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti. Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2 Tim 2, 8. 11-13). Nella vittoria di Cristo sulla morte, l’uomo ha ottenuto la possibilità di risorgere con lui, « primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1,18), di ritornare all’amicizia con Dio anche dopo il peccato e di vivere la propria esistenza come un dono d’amore per Dio e i fratelli. Sono dunque “Beati coloro che muoiono nel Signore” (Ap 14,13), perché “Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli (Ps 116,15). “Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna” (CCC 1020). Si tratta di “personalizzare” nella nostra morte la signoria di Gesù. “Morire in Cristo” è l’invito ad imparare da Gesù il suo modo di essere, fino alla morte: morto per noi, diventa via per il nostro personale morire. La partecipazione alla sua pasqua si attuerà nel patire la morte e nel superarla. La morte pur restando un evento drammatico per la sofferenza e per la dissoluzione di tutti i rapporti che produce, è da vivere con speranza, ossia nella fiducia in Dio. Si esprime così il momento ultimo della fede, dove si realizza la vittoria, di da Casa Madre 11 / Novembre 2017 3

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Dio e dell’uomo, sull’ultimo nemico. Possiamo anche dire che il giudizio sulla nostra vita che ne seguirà, sarà un giudizio per salvare, offrendo alla nostra libertà la grazia del perdono e dell’amore di Dio. Alla domanda del giovane ricco a Gesù: “Maestro buono, Didaskale agaqe, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”( Mc 10,17), la risposta di Gesù è chiara. Osserva la Torah e vivrai. Poi la sequela: “vieni e seguimi”. Tre altre cose sono necessarie: la fede “In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna” (Gv 6, 47), lo Spirito Santo “chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14) e l’Eucarestia “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6, 54) . Nel capitolo 72 della sua Regola, San Benedetto aggiunge che nel percorso verso la vita eterna in Cristo non può mancare l’amore fraterno. E’ il grande annuncio di S. Giovanni: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli” (1 Gv 3, 14). “Si deve cercare la vita beata e chiederla al Signore Dio. In che consista l’essere beato è stato discusso a lungo da molti con motivazioni diverse. Nella Sacra Scrittura è stato detto tutto con poche parole e con piena verità: «Beato il popolo il cui Dio è il Signore» (Sal 143, 15). Per appartenere a questo popolo e arrivare a contemplare Dio e vivere eternamente con lui, teniamo presente questo: Il fine del precetto è la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera (cfr. 1 Tm 1, 5)” (S. Agostino, Lettera a Proba) La certezza della venuta del Signore impone al cristiano di vigilare e pregare ogni giorno affinché “il giorno del Signore” non ci sorprenda. “Allora tu sarai l’ultima parola, l’unica che rimane e non si dimenticherà mai. Allora, quando nella morte tutto tacerà e io avrò finito d’imparare e di soffrire, comincerà il grande silenzio, entro il quale risuonerai tu solo, Verbo di eternità in eternità. Allora saranno ammutolite tutte le parole umane; essere e sapere, conoscere e sperimentare saranno divenuti la stessa cosa. Conoscerò come sono conosciuto, intuirò quanto tu mi avrai già detto da sempre: te stesso. Nessuna parola umana e nessun concetto starà tra me e te; tu stesso sarai l’unica parola di giubilo dell’amore e della vita, che ricolma tutti gli spazi dell’anima.” (K. Rahner, Dimensioni politiche del cristianesimo, Città Nuova, Roma 1992). 4 da Casa Madre 11 / Novembre 2017

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LA PARUSIA Alla fine dei tempi, il regno di Dio giungerà alla sua pienezza. Questo misterioso rinnovamento, che trasformerà l’umanità e il mondo, coinvolgendo anche il cosmo, dalla Sacra Scrittura è definito con l’espressione: « nuovi cieli e una terra nuova » (2 Pt 3,13).  Sarà la realizzazione definitiva del disegno di Dio, quello di « ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra » (Ef 1,10) (cfr CCC 1042-1043). Dio allora sarà « tutto in tutti » (1 Cor 15,28), nella vita eterna. La “comunione dei santi” esprime la compiuta relazione con gli altri, una relazione perfetta che non conoscerà più i condizionamenti della estraneità, della diffidenza, dell’egoismo e della violenza. Il morire in Cristo, infatti, non riguarda solo il destino singolare del soggetto, ma concerne tutta l’umanità, resa capace di vivere in un mondo totalmente riconciliato. L’essere con Cristo in «quel giorno» suppone l’essere stati con lui durante il tempo dell’attesa, avendo condiviso le scelte proposte dal suo Vangelo. “La speranza escatologica non diminuisce l’importanza degli impegni terreni, ma, anzi, dà nuovi motivi a sostegno della loro attuazione” (GS, 21 c). «Avendo appreso i comandamenti del Signore, seguiamo questa norma di vita: diamo da mangiare agli affamati, diamo da bere agli assetati, vestiamo gli ignudi, accogliamo gli stranieri, visitiamo i malati e i prigionieri, affinché colui che viene a giudicare tutta la terra possa dirci: venite, benedetti del Padre mio, ereditate il regno preparato per voi» (Inni bizantini). Il senso ultimo della manifestazione di Cristo nella parusia è attestato da S. Paolo in 1 Cor 15,24ss: “Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna, infatti, che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi”. La consegna del Regno al Padre è il gesto finale di Cristo e inizierà la felicità eterna. da Casa Madre 11 / Novembre 2017 5

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“In quella città vi sarà una volontà libera unica in tutti i suoi membri, inseparabile da ciascuno, libera da ogni male, ricca di ogni bene. Essa godrà ininterrottamente della soavità delle gioie eterne, dimentica delle colpe, dimentica delle pene, e tuttavia non dimentica della sua liberazione sì da essere ingrata verso il suo Liberatore ... Quello sarà il sabato supremo, il sabato che non avrà sera ... Là, nel riposo, vedremo che Lui è Dio, quello cioè che noi avremmo voluto essere quando siamo caduti lontani da Lui per aver dato ascolto al seduttore ... Infatti senza di Lui che cosa abbiamo fatto, se non andare in rovina sotto la sua ira? Invece, da Lui rifatti e resi perfetti da una grazia più grande, riposeremo per sempre, vedendo che egli è Dio, del quale saremo pieni quando Egli sarà tutto in tutti” (Agostino, De civitate Dei 22, 30. 4). Trasformàti a tua immagine, noi vedremo il tuo volto; e sarà gioia piena nei secoli dei secoli. Amen. L’ORA VIENE Come conclusione vorrei offrire alcune riflessioni tratte dal Pensiero alla Morte del Beato Paolo VI, meditazioni sgorgate da un cuore mistico al tramonto della vita. « Finis venit, venit finis ». La fine! Giunge la fine (Ez. 2,7). Questa ovvia considerazione sulla precarietà della vita temporale e sull’avvicinarsi inevitabile e sempre più prossimo della sua fine si impone: Non è saggia la cecità davanti a tale immancabile sorte, davanti alla disastrosa rovina che porta con sé, davanti alla misteriosa metamorfosi che sta per compiersi nell’essere mio, davanti a ciò che si prepara. L’ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce. Vorrei avere finalmente una nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com’era bello il panorama attraverso il quale si è passati; troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre e incantare, mentre doveva apparire segno e invito. Ma ora, in questo tramonto rivelatore un altro pensiero, oltre quello dell’ultima luce vespertina, presagio dell’eterna aurora, occupa il mio spirito: ed è l’ansia di profittare dell’undicesima ora, la fretta di fare qualche cosa di importante prima che sia troppo tardi. Come riparare le azioni mal fatte, come ricuperare il tempo perduto, come afferrare in quest’ultima possibilità di scelta « l’unum necessarium? », la sola cosa necessaria? Alla gratitudine succede il pentimento. Al grido di gloria verso Dio Creatore e Padre succede il grido che invoca misericordia e perdono. Che almeno questo io sappia fare: invocare la Tua bontà, e confessare con la mia colpa la Tua infinita capacità di salvare. « Kyrie eleison; Christe 6 da Casa Madre 11 / Novembre 2017

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eleison; Kyrie eleison». Signore pietà; Cristo pietà; Signore pietà. Fare presto. Fare tutto. Fare bene. Fare lietamente: ciò che ora Tu vuoi da me, anche se supera immensamente le mie forze e se mi chiede la vita. Finalmente, a quest’ultima ora. Curvo il capo ed alzo lo spirito. Umilio me stesso ed esalto Te, Dio, « la cui natura è bontà » (S. Leone). Lascia che in questa ultima veglia io renda omaggio, a Te, Dio vivo e vero, che domani sarai mio giudice, e che dia a Te la lode che più ambisci, il nome che preferisci: sei Padre. Poi io penso, qui davanti alla morte, maestra della filosofia della vita, che l’avvenimento fra tutti più grande fu per me, come lo è per quanti hanno pari fortuna, l’incontro con Cristo, la Vita. Tutto qui sarebbe da rimeditare con la chiarezza rivelatrice, che la lampada della morte dà a tale incontro. Meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo. Qui la fede, qui la speranza, qui l’amore cantano la nascita e celebrano le esequie dell’uomo. Io credo, io spero, io amo, nel nome Tuo, o Signore. Tu scis quia amo Te », così sia, così sia. Tu lo sai che ti voglio bene. Uno stato di tensione subentra, e fissa in un atto permanente di assoluta fedeltà la mia volontà di servizio per amore: « in finem dilexit  », amò fino alla fine. «  Ne permittas me separari a Te  ». Non permettere che io mi separi da Te. Il tramonto della vita presente, che sognerebbe d’essere riposato e sereno, deve essere invece uno sforzo crescente di vigilia, di dedizione, di attesa. E’ difficile; ma è così che la morte sigilla la meta del pellegrinaggio terreno, e fa ponte per il grande incontro con Cristo nella vita eterna. Raccolgo le ultime forze, e non recedo dal dono totale compiuto, pensando al Tuo: « consummatum est », tutto è compiuto... . Amen. Il Signore viene. Amen. (L’Osservatore Romano, edizione settimanale in lingua italiana n. 32-33, 9 agosto 1979).  da Casa Madre 11 / Novembre 2017 7

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PAOLO E BARNABA SCEGLIENDO FIOR DA FIORE 50 SANTI CARI A GIUSEPPE ALLAMANO P. Francesco Pavese, IMC PAOLO DI TARSO TERRIBILE NEL SALVARE ANIME È praticamente impossibile indicare con esattezza quanto l’Allamano abbia valorizzato la spiritualità di S. Paolo per sé e per educare i suoi figli e figlie alla missione. Nelle sue conversazioni, per stare ai personaggi biblici, dopo il nome di Gesù, della Madonna e di S. Giuseppe, quello di S. Paolo emerge con più evidenza rispetto a tutti gli altri. Non si tratta di fare una statistica, ma solo di percepire l’incidenza dell’apostolo delle genti nella spiritualità dell’Allamano e, di conseguenza, in quella dei Missionari e Missionarie della Consolata. Un modo concreto per percepire tale realtà può essere quello di evidenziare alcuni ambiti dell’identità di S. Paolo e constatare come l’Allamano li abbia incarnati in se stesso e li abbia valorizzati nella sua azione educativa. Carattere ardente. È questo aspetto della personalità di Paolo che colpì fortemente l’Allamano. Ecco due modi molto efficaci, ma anche curiosi, con cui descriveva il carattere ardente e la passione interiore che spingeva Paolo ad agire: «Aveva tanto ardore per la legge che quando s’uccideva S. Stefano, siccome avrebbe solo potuto tirar pietre con due mani, ed era ancora giovane, governò le vesti e così tirò pietre colle mani di tutti». «Prima era terribile a perseguitare, poi terribile a salvare anime». L’ardore apostolico di Paolo, per l’Allamano, è collegato sì al suo carattere, ma anche e si potrebbe dire soprattutto al suo rapporto di dedizione totale a Gesù, senza compromessi, che emerge fin dall’evento fondamentale, la chiamata sulla via di Damasco. Sulla via di Damasco. Tra le descrizioni fatte dall’Allamano dello straordinario incontro tra Gesù e Paolo durante il viaggio verso Damasco, merita di essere esaminata quella del 29 giugno 1913, perché esprime in modo efficace il suo pensiero circa la ricchezza interiore di Paolo: «Vedete lo zelo, era zelo cattivo, ma “lo feci per ignoranza...”, credeva di fare del bene. E quando S. Stefano fu ucciso, i Cristiani sono scappati, ed egli si fece dare lettere commendatizie per Damasco. […]. Ma ha fatto i conti senza l’oste. Ma era un carattere ardente, focoso, e giunto nella via un lampo dal cielo lo gettò a terra, ed il Signore gli dice: “Saolo, Saolo... perché mi 8 da Casa Madre 11 / Novembre 2017

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perseguiti?” - “Chi sei o Signore?” - “Io sono quel Gesù che tu perseguiti”. Allora egli rispose quelle belle parole: “Signore, che cosa vuoi che faccia? - Sì, o Signore, mi metto [nelle tue mani] addirittura tutto intero! Ma il Signore non glielo ha voluto dire: “Va là in Damasco e ti sarà detto”». Dopo avere descritto la titubanza di Anania, l’Allamano continuò riportando la previsione di Gesù riguardo il futuro di Paolo: «Questo è per me un vaso di elezione, che porterà il mio Nome alle Genti”. Perché aveva energia il Signore ha detto: “Mi servo di questa energia, di questa buona volontà”. E allora S. Paolo assicurò: “Non presi consiglio dalla carne né dal sangue - [oggi è tradotto: “senza consultare nessun uomo”], non andò a salutare i parenti!... “Non presi consiglio”, ma mi son dato tutto con grande ardore!». Si è preparato alla missione. La preparazione alla missione dei suoi giovani era la priorità dell’Allamano: la qualità prima del numero! Precisamente su questo aspetto il comportamento di Paolo veniva a proposito. Fin dall’inizio l’Allamano lo segnalò come modello di preparazione alla missione. Ecco che cosa diceva ai primi quattro durante gli esercizi spirituali nell’aprile del 1902, nella meditazione sulla “vita apostolica”: «Desiderio quindi delle missioni, ma insieme timore di non essere idonei, e costanza nell’esercizio delle virtù e nello studio... S. Paolo ch’ebbe la vocazione all’apostolato così certa e miracolosa “porterai il mio nome alle genti”, sebbene avesse già fatti ottimi studi, prima di accingersi a salvare gli altri si ritirò per due anni nell’Arabia e solo dopo...». I puntini indicano che il discorso successivo era evidente per gli ascoltatori: solo dopo essersi preparato, Paolo iniziò l’attività apostolica! È evidente che l’Allamano ammirò la saggezza di Paolo di non iniziare subito a operare. Sembra quasi che volesse insinuare che è proprio questo lungo tempo di preparazione, trascorso nella meditazione e nella preghiera, che spiega la successiva sapienza dimostrata da Paolo. Prima di parlare di Gesù, Paolo si impegnò a conoscerlo in profondità. Le virtù apostoliche. S. Paolo è maestro e modello di ogni missionario. Questa era la convinzione dell’Allamano. Affermava infatti che «S. Paolo è il vero tipo dell’apostolo»; o, più specificamente: «il vero tipo del missionario». Il 29 giugno 1916, l’Allamano tenne la sua conversazione quasi tutta su S. Paolo, introducendosi così: «Quali virtù principali dobbiamo ammirare in S. Paolo? Eh... tutte. Ma vediamo specialmente quelle che devono formare un apostolo. E queste virtù sono tre: primo: un vivissimo amore a Nostro Signore Gesù Cristo; poi uno zelo ardente per la salute delle anime; e quindi una grande umiltà. Se non avesse avuto umiltà avrebbe lavorato invano». E alle missionarie identico discorso: «S. Paolo aveva tre virtù principali: 1° amore sviscerato verso Nostro Signore; 2° zelo ardente per la salute delle anime; 3° umiltà. Ah, con solo i due zelo e amore senza umiltà, non si fa niente». Poi si soffermò ad illustrare una per una le tre virtù. Prima virtù apostolica: “Amore ardente per da Casa Madre 11 / Novembre 2017 9

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Gesù”. Oltre alla prontezza e totalità nel rispondere alla vocazione, c’è un altro aspetto che interessava all’Allamano nel rapporto di Paolo con Gesù. Ecco le sue parole: «L’amore ardente che aveva al Signore! Nelle sue lettere nomina Gesù almeno 300 volte!». Anche alle missionarie fece un discorso analogo: «S. Paolo [diceva] che l’Eterno Padre ha dato un nome al suo Divin Figlio al quale terra, Cielo, abisso s’inchinano e che ogni lingua deve proclamare il bel nome di Gesù». È curioso notare che l’Allamano citò altre volte questa abitudine di Paolo di nominare Gesù nelle sue lettere; solo che il numero riportato non era sempre lo stesso. In qualche caso si accontentava di dire: «Ad ogni momento [S. Paolo] nominava Gesù nelle sue lettere». Oppure: «Tutti i momenti nelle epistole nominava Nostro Signore. Lo nominava con gusto, si vedeva che per lui era tutto… Diceva: Non sono mica io che vivo, io sono un fantasma, è Gesù che vive in me…». In certi casi, forse preso dall’entusiasmo, l’Allamano indicava numeri differenti. Per esempio: «Vi è noto l’affetto di S. Paolo per Gesù: nelle sue lettere lo nomina più di 500 volte, tanto ne gode…». Oppure: «E S. Paolo? […]. Egli, come vi ho detto già altre volte, solo nelle sue lettere nomina Nostro Signore espressamente 243 volte. […]. Perciò anche qui S. Paolo è un grande amante di Nostro Signore e diceva: “La carità di Cristo ci spinge”; per nessun altro motivo egli lavorava tanto, e “mi sono fatto tutto a tutti”». All’Allamano interessava far notare l’amore di Paolo per Gesù, come emerge dalla sue lettere, più che il numero esatto delle volte in cui lo nominava. Illustra bene questa sua convinzione la frase riportata sopra: «Lo nominava con gusto!». L’Allamano descrisse l’amore ardente di Paolo per Gesù con diverse altre espressioni. La più significativa è quella detta ai ragazzi quando assegnò S. Paolo come patrono del seminario minore: «Carattere di questo apostolo fu l’amore sviscerato per Nostro Signore Gesù Cristo, per cui ogni cosa teneva come fango pur di essere di Gesù Cristo e di salvargli delle anime». Seconda virtù apostolica: “Zelo ardente per le anime”. Questa virtù di Paolo era spiegata e proposta con entusiasmo: «E poi riguardo allo zelo: basta leggere per sentire tutto l’amore che aveva per la conversione degli ebrei. “Vorrei essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli!” (Rm 9,3). Lo zelo che aveva per loro, lo spingeva a dare non solo la vita, ma a dare anche tutte le consolazioni di Nostro Signore per loro, per i suoi fratelli. E poi: “La carità di Nostro Signore ci spinge”. È l’amore che non mi dà tregua: proprio l’amore di Nostro Signore lo spingeva a farsi tutto a tutti, convinto di essere debitore a tutte le genti. E perciò desiderava sempre di spargere la fede altrove. E così scriveva ai Romani: “Anche a voi sono debitore”. Ed era zelantissimo di poter convertire proprio “tutto il mondo”! Questo è il suo grande amore per le anime». Un temine che ricorreva spesso sulla bocca dell’Allamano per indicare l’entusiasmo con cui uno deve impegnarsi nel servizio missionario era “ardore”. A volte lo usò al posto di “zelo” anche in riferimento a S. Paolo: «E per le anime? Oh, S. Paolo per le anime voleva persino essere anatema per convertirle. Il Signore gli aveva messo un grande ardore di carità. “carità di Cristo” lo spingeva; voleva andare dappertutto». Terza virtù apostolica: “Grande umiltà”. L’umiltà 10 da Casa Madre 11 / Novembre 2017

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per l’Allamano era il clima in cui S. Paolo si muoveva nei confronti del Signore e della Chiesa. Si domandava: «Come va che S. Paolo dice “Io sono il primo tra i peccatori? Sarebbe già molto se avesse detto “ero”, perché persecutore, ecc., sebbene scusato dall’ignoranza; ma dice “sono”, sono ora il primo dei peccatori? Eppure non è una menzogna, e S. Paolo dice la verità. La spiegazione cerchiamola nell’umiltà del santo apostolo». Altra volta spiegò l’umiltà di S. Paolo con queste parole: «Ma tutto questo [cioè: amore e zelo] dipende dall’umiltà. Si diceva “indegno di essere chiamato apostolo” per aver perseguitato la Chiesa. E se qualche volta era costretto a chiamarsi apostolo lo faceva soltanto per puro zelo, quando dovette lottare molto. E poi nonostante tutte le cose straordinarie che operava in lui il Signore, diceva: sono un nulla! L’umiltà è quella che fa fare tutto bene, per amor di Dio, amore sviscerato verso Nostro Signore, e per amore delle anime. Era umilissimo in mezzo alla gloria: ”una volta sono stato lapidato”, poi in mare, poi nei pericoli, poi [le opposizioni] da parte dei falsi fratelli, e le rivelazioni, ecc... E lui guidato dallo Spirito di Dio tirava dritto, e non badava ai giudizi umani. […]. E sapete che cosa vuol dire? Anche dopo essere stato calunniato, anche dopo tante fatiche, diventò un così grande apostolo, perché era umile e non si gloriava di sé». Parlando alle missionarie ritornò allo stesso tema dicendo: «[S. Paolo] tutto voleva fare, ma si teneva sempre in umiltà; si sottoscriveva “Paolo schiavo di Nostro Signore Gesù Cristo; si chiamava il minimo degli Apostoli. […]. L’umiltà è quella virtù che custodisce tutte le altre. Il Signore se vede un’anima umile se ne compiace e versa le sue grazie su di lei». Modello di “tutte le virtù”. Non furono proposte all’imitazione soltanto tre virtù “apostoliche” di S. Paolo. .L’Allamano compose un lungo elenco di altre virtù. C’è un’affermazione di carattere generale, quasi una premessa, preparata per l’incontro del 29 giugno 1917: «Se consideriamo bene la vita di S. Paolo, troviamo tutte le virtù esercitate in grado eroico. [...]. Quasi ogni virtù ci pare la principale e caratteristica. Esaminiamo: nel Santo risplende la povertà..., la castità..., la mortificazione..., l’umiltà..., la pazienza..., lo spirito d’orazione». Dato il peso della personalità di S. Paolo nel pensiero dell’Allamano, merita dare uno sguardo almeno di sfuggita ad ognuna delle virtù citate. La “povertà”, anzitutto, non isolata, ma unita al lavoro: «[S. Paolo] diceva: quando uno ha un pezzo di pane per non morire di fame e uno straccio per coprirsi, deve essere contento… E lavorava, diceva che voleva mantenersi col lavoro delle sue mani, non voleva essere di peso a nessuno». Che l’Allamano fosse convinto di questa caratteristica di S. Paolo, lo prova il fatto che l’ha inserita addirittura nelle Costituzioni. Così spiegava parlando della virtù della povertà: «Ecco cosa dicono le Costituzioni: “Ad imitazione dell’apostolo S. Paolo che si procacciava il vitto col lavoro delle sue mani, i Missionari tenderanno anche ai lavori manuali” […]». E concludeva: «Guai se andiamo a cercare laggiù quello che abbiamo abbandonato qui». La “castità”. L’Allamano si rifece all’esempio di Paolo per convincere che non c’era da scoraggiarsi per le difficoltà. Sembra che volesse dire: se uno come lui dovette vincersi, non c’è da perdere la pace di fronte certi tipi di tentazioni: «[S. Paolo] era vergine e voleva che tutti fossero come lui e con tutto ciò aveva delle tentazioni, ma mediante la lotta si fortificava nella virtù… Oh, Signore, liberatemi da queste cose! E ne riceveva in risposa: “Ti basti la mia grazia”». «[...] Dunque questo è per nostra consolazione, perché non bisogna che ci scoraggiamo, non bisogna scoraggiarsi per le tentazioni». da Casa Madre 11 / Novembre 2017 11

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La “mortificazione”, o fortezza nelle sofferenze. Parlando della formazione all’apostolato, ecco un’efficace esemplificazione delle difficoltà incontrate da S. Paolo: «Quando penso a S. Paolo, alla sua fermezza!... era un uomo energico, ne pensavano tutti male e quasi persino S. Pietro, venne in contraddizione con Barnaba e guardate come il Signore l’ha trattato. Non si legge mai che sia disceso a consolarlo, se non quella volta che egli salì al cielo, e lo faceva passare per tribolazioni d’ogni genere. E fu due anni a Roma prigioniero, legato con un altro prigioniero. E non era perder tempo con tanto lavoro che aveva da fare? Il Signore non aveva bisogno che corresse tanto, gli bastava che facesse la sua volontà». «Diceva: io sono crocifisso con Nostro Signore». «Gli esempi di S. Paolo sono un rimprovero alla nostra eccessiva sensibilità, al poco nostro amore di patire, alla nostra facilità di disanimarci nello zelo, specialmente quando non ci vediamo corrisposti nelle nostre fatiche. Non così fecero sull’esempio del Santo i missionari di ogni tempo...». «S. Paolo diceva: “Io faccio quel che manca alla Passione”. Il Signore ha fatto tutto e noi usufruiamo dei suoi meriti, ma vuole che facciamo anche noi la nostra parte. […] Il Signore non ha detto a S. Paolo quanto amore doveva avere per Lui, ma quanto doveva patire». La “pazienza” costante in tutto. Nelle parole dell’Allamano si sente riecheggiare l’esperienza di Paolo, come lui la immaginava e che riproponeva con parole sue: «[S. Paolo] diceva: “Quando ho infermità di corpo o di spirito, mi godo delle mie miserie. Ho male, ebbene son contento… In tutte le angustie, in tutto, io sto tranquillo”». Commentando 2Cor 6,3ss., dove S. Paolo fa l’elenco delle tribolazioni che dovette superare con fermezza e pazienza, per non dare scandalo a nessuno e perché non fosse biasimato il suo ministero, l’Allamano spiegava: «Prima virtù del vero ministro di Dio è la pazienza, ma pazienza eroica, costante, in tutto. […]. Vedete l’importanza e la necessità della virtù della pazienza nel missionario. L’esperienza lo prova; e secondo la maggior o minor pazienza ne vengono le conversioni tra i pagani». Lo “spirito di preghiera”. La spiegazione di questo punto iniziò con una domanda: «Lo spirito di orazione e di contemplazione [S. Paolo] l’aveva?». Questa fu la breve e precisa risposta: «La sua conversazione era sempre in cielo. Faceva sempre meditazione”». Soggiungeva ancora, per dimostrare che per Paolo la preghiera dava un senso a tutta la vita: «S. Paolo diceva: Tutto ciò che fate colla parola e coll’opera, rendete grazie a Dio. […]. Due cose bisogna fare: 1°. riferire ogni cosa al Signore; 2°. Ringraziarlo del beneficio». E ancora: «S. Paolo dice che bisogna pregare in tutti i posti, non solo in chiesa, dappertutto; poi dice che bisogna pregare sempre… Oh! Anche mentre dormiamo? […]. Si fa così: ci si addormenta pregando». 12 da Casa Madre 11 / Novembre 2017

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L’ALLAMANO NELLE TESTIMONIANZE GESTI DI RISPETTO NON CERCATI P. Francesco Pavese, IMC Il Fondatore era una persona molto rispettata. Lo conosciamo soprattutto dalle testimonianze che riportano parole o gesti che manifestano una sincera venerazione verso di lui. Non c’è dubbio che egli se ne accorgeva. Le parole non poteva impedirle, anche perché non gliele dicevano direttamente. I gesti, invece, o li impediva con decisione, e al massimo li sopportava, non potendo fare diversamente. In particolare, si può affermare che il Fondatore dai suoi giovani che formava alla missione accettava alcuni gesti di rispetto, ma con riserva, perché preferiva la loro confidenza. Tra i gesti di rispetto ne ho scelti alcuni tra quelli accettati o sopportati, e altri tra quelli decisamente rifiutati Anche il Camisassa. Merita iniziare dal rispetto per l’Allamano che il Confondatore non nascose mai, anzi che sempre manifestò anche in pubblico, tanto che quanti vivevano alla Consolata, come i sacerdoti del Convitto, se ne accorgevano. Per esempio, il Can. Carlo Franco, riferendosi alla venerazione che i collaboratori dell’Allamano avevano verso di lui, evidenziò l’atteggiamento del Camisassa: «Ricordo d’aver assistito ad un colloquio tra lui [l’Allamano] e il suo principale collaboratore, il Can. Giacomo Camisassa: l’atteggiamento più che rispettoso di questi non soltanto fa onore a lui, ma dice pure la venerazione in cui era tenuto il Superiore». Anche il Can. Nicola Baravalle desiderò rilasciare il suo parere al riguardo, attingendo dalla sua esperienza: «A me, quando penso a quei due grandi uomini [l’Allamano e il Camisassa] mi ritorna sempre quella cara antifona: “Sunt duo olivae et duo candelabra lucentia ante Dominum [Sono due olivi e due candelabri luminosi davanti a Dio]”. Noi avevamo ammirazione grande per entrambi. Uno era la mente che pensa, la virtù che forma, il Mosè che sul monte tratta col Signore e l’altro l’esecutore fedelissimo che si tiene sempre nell’ombra, che tutto riferisce al Signor Rettore e che mai ha fatto capire che qualcosa fosse iniziativa personale». Sul rapporto tra il Fondatore e il Confondatore, si può anche riportare un episodio piuttosto curioso. P. Giuseppe Prina raccontò una specie di discussione tra i due, alla quale assistette mentre stava montando delle tende alle finestre della “sala turca” che era stata regalata. Per il Camisassa quelle tende, come erano messe, non andavano bene. Per l’Allamano, invece, andavano bene. Ognuno da Casa Madre 11 / Novembre 2017 13

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allora, per mia disgrazia, un grande disprezzo per i religiosi». Il can. Giovanni Dalpozzo, sacerdote diocesano convittore al tempo dell’Allamano, così rdescrisse il primo incontro con lui sotto i portici del Convitto: «[...] ne fui subito soggiogato, ed istintivamente, anziché inchinarmi per baciargli la mano, feci la genuflessione». dava ordine al povero Prina, che era sulla scala di staccarle o di attaccarle. Così finché non arrivò il papà del Prina. Allora il Camisassa si ritirò, dicendo: «Ben fa pure così, se non andranno avremo tempo a cambiarle». Quando rimasero soli, il Fondatore sorridendo disse al Prina: «Non ti sei mica stupito per il dissenso tra me e il Vice Rettore per le tende; vedi lui è molto pratico delle cose, qualche volta differiamo un po’ nelle cose da farsi, ma poi si rimette subito al mio parere». Gesti accettati. Se il Fondatore ammetteva certe espressioni di riguardo nei suoi confronti, aveva sicuramente delle ragioni che non conosciamo, o semplicemente perché non è stato in grado di impedirli. Ecco due casi emblematici. Il Fr. Benedetto Falda, parlando dei suoi primi incontri con il Fondatore, raccontò questo particolare: «[Il caro sig. Rettore] sapeva parlarmi con tanta persuasione dell’amore al sacrificio e dedizione totale che dopo un po’ di tempo era tale la mia venerazione per lui che non osavo più toccargli la mano congedandomi, ma inginocchiato, dopo che mi aveva benedetto, gli baciavo i piedi; cosa che non mi impedì mai di fare, e credo che lo permettesse per darmi un’idea del rispetto che gli dovevo come sacerdote, avendo avuto sino Gesti rifiutati. Se alcuni gesti di rispetto il Fondatore li ammetteva perché li giudicava positivi, altri li rifiutava, soprattutto quelli che giudicava inutili e distraenti. Sr. Ferdinanda Gatti raccontò che un giorno si trovava nell’ufficio del periodico alla Consolata, quanfo arrivò un’anziana signorina che voleva baciare la mano al Fondatore entrato in quel momento. «Lui destramente la portò dietro la schiena e si tirò indietro fin contro il muro, vedendo che questa voleva ostinarsi a baciargliela. A noi diceva: “La mano me la bacerete quando partirete per l’Africa”. Difficilmente lo permise prima. Fu più largo negli ultimi anni di vita». Dobbiamo ammettere che il Fondatore non riuscì a evitare tutte le espressioni di rispetto, nonostante le sue insistenze. La spontaneità dei suoi giovani, alcune volte, ebbe fortunatamente il sopravvento. P. Ferdinando Viglino riportò una specie di implorazione che il Fondatore fece il 12 marzo 1922, durante la conferenza domenicale. Dopo avere ringraziato Dio per il dono elargito all’Istituto di un nuovo sacerdote (p. Peyrani): «[Il Fondatore] ci manifesta poi il suo vivo desiderio, sto per dire, la sua volontà, di lasciar cadere l’uso di baciargli la mano, e si duole di tutti i “Veneratissimi” che facciamo precedere al suo nome, specie sul “Da Casa Madre”. A dir il vero, siamo rimasti un po’ sconcertati. Ad ogni modo ci è lecito dubitare se il nostro Ven. Fondatore riuscirà nel suo intento». Sappiamo che il Padre non è riuscito nel suo intento, e questo fa onore ai nostri confratelli di allora. C’è un altro episodio piuttosto insolito che merita di essere riferito. P. Domenico Ferrero raccontò che il P. Tommaso Gays, prendendo lo spunto da S. Francesco Saverio, suggerì agli allievi di fare la genuflessione di fronte al Fondatore mentre gli 14 da Casa Madre 11 / Novembre 2017

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baciavano la mano. Li mise in guardia dicendo: «Egli non lo permetterà, ma a poco a poco noi dobbiamo educarlo, abituarlo al asciarsi tributare questo omaggio». Il Fondatore, appena se ne accorse, assolutamente non fu d’accordo e lo proibì in pubblico durante una conferenza (11 gennaio 1920). Così spiegò il suo rifiuto: «Perché io temo che aumentando i segni esterni di rispetto e di superiorità, diminuiscano quelli di confidenza. Io preferisco che mi continuiate la vostra confidenza a tutti questi segni esterni». È importante notare la motivazione che ha guidò il Fondatore durante tutti gli anni del suo servizio di educatore: intendeva trasmettere il carisma, che aveva ricevuto dallo Spirito per infonderlo nei suoi missionari e missionarie. La confidenza dei suoi figli e figlie era la condizione indispensabile per riuscirvi. Anche dopo la morte. Quanti anarono a rendere omaggio alla salma dell’Allamano nella camera ardente, lo fecero con spontaneità, perché lo stimavano come un santo, erano a lui legati spiritualmente e gli volevano bene. Oltre alla visita che era un gesto di rispetto, molti vollero portare con sé un suo ricordo, facendo toccare alle sue mani qualche oggetto personale. Ecco come ne parlò il Can. Giuseppe Cappella: «La salma era esposta di fronte all’altare sul quale spiccava il quadro del beato Cafasso. Sembrava che lo zio guardasse al nipote con senso di compiacenza. I visitatori dimostravano la loro grande venerazione verso il Servo di Dio, facendo toccare alla sua salma oggetti religiosi e anche cercando di asportare delle reliquie. […]. Particolare degno di nota è questo: che lo stagnino, nel chiudere il feretro, suggerì che fosse costruito a doppio spessore, perché - diceva - non deve fermarsi al camposanto, ma dovrà essere trasportato, alludendo con questo alla convinzione che aveva nella di lui elevazione agli onori dell’altare». È pure significativa la descrizione fatta dal giornale cittadino “Il Corriere” del 17 febbraio: «Nella compostezza della morte il canonico Allamano presentava una rassomiglianza evidentissima coi tratti fisionomici dello zio, e là nella piccola cappella, tutte queste cose apparivano a prima vista, tanto che si entrava quasi timorosi di rompere la quieta pace di un’intima scena familiare: Zio e Nipote che si trovavano nella gloria di Maria Consolatrice». È sempre commovente rileggere quanto apparve sul bollettino “La Consolata” nel n. 3, marzo 1916 a pag. 38. Sotto il titolo: “Commovente tributo di affetto del Clero e del Popolo Torinese”, ad un certo punto si leggono queste parole: «La Cappella interna del Convitto, trasformata in camera ardente, diventò subito la meta di un interrotto pellegrinaggio. Migliaia di persone salirono ad inginocchiarsi d’intorno alla salma, ed a gustare la visione di quella morte cristiana, che nulla aveva di doloroso e agghiacciante, ma che appariva invece come un sonno soave». Dopo avere illustrato la scena come appariva nella piccola cappella, dove la salma era rivolta all’altare, sopra il quale c’era un quadro del Cafasso, che sembrava sorridesse al nipote, l’articolo prosegueva: «Una fiumana di gente passò a gustare un po’ di questo mistico linguaggio e di questa pace; e nessuno si allontanò senza toccare qualcosa di lui, senza far passare nelle sue mani un oggetto caro, tanto da poter dire domani: è stato toccato da Lui, è come se Lui me lo avesse donato». L’articolo proseguva raccontando due scenette; quella del bambino che domandò alla mamma: «Perché tutti fanno toccare qualcosa sulla sua mano? - Perché era un santo». E la scena delle due donne che, uscendo indicarono al quadro del Cafasso e si confidarono brevemente: «Un giorno lo pregheremo sopra l’altare – Noi non più, siamo troppo vecchie – Oh!, lo vedremo ancora... se non fanno santo Lui..». da Casa Madre 11 / Novembre 2017 15

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