LEVANTE OTTOBRE 2017

 

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illevante ISTITUTO DELLE CIVILTÀ DEL MARE Periodico di cultura, ambiente e informazione San Teodoro - OTTOBRE 2017 Lo stupro: un delitto odioso SOMMARIO: distribuzione gratuita Quale modello di economia? Si moltiplicano in questi ultimi tempi, con una frequenza davvero impressionante, i casi di violenza sessuale alle donne. L'ultimo, registrato con grande rilievo da tutti i media, riguarda quello delle due stu- dentesse americane violentate a Firenze da due carabinieri. Mai avremmo voluto regi- strare un fatto dalla gravità così eclatante:l'immagine di una divisa, simbolo e sinonimo di sicurezza, fedeltà alla ban- diera, difesa dei valori repubblicani, portata con onore e dignità da migliaia di uomini impegnati ogni giorno a rischio della loro incolumità per la sicurezza della nostra; una divisa - dicevo - macchiata dal disonore di un così turpe delitto. Ma al di là del fatto contingente resta, per parte nostra, la presa d'atto che episodi simili si ripropongono quasi quotidianamente anche se, non tutti,vengono denunciati e trovano quindi ri- scontro sulle pagine di quotidiani e nei ser- vizi televisivi. Il delitto di violenza sessuale è un reato contro la persona previsto e pu- nito dagli articoli 609 bis e seguenti del no- stro codice penale che recita testualmente: " chiunque con violenza o minaccia o me- diante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali...". La pena edittale va da cinque a dieci anni di reclu- sione. Questo è quanto stabilisce la legge che, si badi bene, nel caso dei due carabi- nieri integra una maggiore pena detentiva, ma restano alcune considerazioni di carat- tere sociale sui soggetti dell'evento. Innanzi tutto sulla vittima, costretta a subire umi- lianti controlli (indispensabili per l'accerta- mento del reato); pubblicità non certamente gradita sui media; ulteriori mortificazioni in un'aula di giustizia con immancabile e ri- corrente difesa dello stupratore sulla con- senzialità al rapporto da parte della vittima quando non si arriva addirittura a sdoganare il principio dell'inviolabilità della persona con il riferimento all'abbigliamento (provo- catorio, procace, invitante...) per non arri- vare alla codificazione della "vis grata puellis" di scolastica memoria. Esistono in definitiva rimedi o non vi è via d'uscita a quello che resta pur sempre uno dei delitti più odiosi?Le pene edittali ci sono e risul- tano pesanti anche se le vicende giudiziarie , a cui raramente approda l'autore per i mo- tivi che abbiamo detto, si concludono molto spesso con una mezza assoluzione per il col- pevole e con una profonda umiliazione per la vittima. E allora?Forse i media dovreb- bero trattare lo stupro come si merita il de- litto. Senza clamori, senza sottolineature, senza indulgenze e senza dar mezze colpe alla vittima. Dietro l'angolo è sempre in ag- guato l'emulazione di chi cova nel profondo di un animo corrotto e perverso il desiderio inconfessabile di approdare sulle pagine dei giornali. Mario Stratta Lo stupro:un delitto odioso;Quale modello di economia?;Dialogo di fine stagione; Come diventare artefici del proprio sviluppo? Considerazioni di fine estate; Libera in Sardegna; I giganti pugilatori; Come eravamo; Le posate, strumenti per tutte le bocche: I problemi irrisolti del nostro comune; Se una notte d’inverno un viaggiatore; Stagno di San Teodoro, una storia (in)finita?;1982: secondi in seconda categoria!;Una trasferta indimenticabile; Passaggi di tempo, un poeta del calcio. Un caratteristico angolo di S.Teodoro L'angolo fiorito della “Funtanella” alla spiaggia La Cinta. Da qualche anno è stata sistemata un'aiuola fiorita all'ingresso della spiaggia che sotto la “cura” amorevole di Ignazio re- siste nonostante l'ondata di bagnanti non sempre rispettosi della sua funzione. Ringraziamo Ignazio per l’impegno, del tutto spontaneo e gratuito per la salvaguar- dia di questo vecchio ricordo del nostro paese anche come custode. S.B. Balconata di via del Tirreno. Ciavani Una battuta di caccia al cinghiale. La mattina presto la compagnia di ziu Ca- neddhu parcheggiate le auto nel posto sta- bilito, si apprestava a ricevere le indicazioni dal capocaccia per la direzione da prendere e arrivare alle postazioni di caccia (li pu- sati). La disposizione tattica fu interrotta dall'arrivo di un'altra compagnia di forestieri che appena scesi dalle auto, chiesero quale battuta di caccia avrebbero organizzato per la mattina (“c'hali é la zona chi deti fa sta- mani?”).La risposta di Ziu Caneddhu, uomo brillante e astuto, nonostante l'età avanzata fu: “lu monti”, accompagnando la risposta con un largo gesto del braccio che indicava tutta la zona montana alle loro spalle. La co- mitiva, senza fare un commento si rimise in auto e delusi ma sbalorditi dalla risposta secca si allontanarono dalla zona per cercare altre zone di caccia. S.B. Mestiere non facile quello dell’economista, ingrato quando il tempo irride su le previsioni, sempre arido quando a fatica il nostro si avventura fra i ciottoli dei decimali tendenziali e di congiuntura, alla scoperta dei numeri buoni, strutturali, quelli da portare in televisione o al meeting per sorprendere, rassicurare o polemizzare alla bisogna. Mestiere di ansie, non tanto per le opinioni, che quelle si possono sempre cambiare, quanto per la reale possibilità di restare isolati a causa di qualche conclusione irrimediabile, definitiva e amara come la verità che di rado contiene. Conclusa l’epopea isolana della programmazione dall’alto si è provato con quella dal basso dove mai la scienza economica, o un suo surrogato, ha mai cessato di confortare di tabelle e seminari anche la più spericolata delle iniziative industriali, adducendo all’occasione contesti mondiali e parole inglesi, sino alla mestizia conclusiva delle ferraglie arrugginite e degli animi sgomenti. Più facile raccontare il fallimento, la bassa produttività, le infrastrutture e i collegamenti che generano diseconomie, la mancanza di una vera cultura industriale; non siamo competitivi e c’è di mezzo il mare spiegano compunti, casomai qualcuno non si fosse accorto. Facilissimo poi anticipare il futuro, di prosperità e salute, basta che la Sardegna punti tutto sull’agricoltura e sul turismo, sulla salvaguardia del suo straordinario patrimonio ambientale. Ecco pronti i nuovi spartiti, teorie economiche e paradigmi verdi e blu, la nuova frontiera raccontata ai giovani disoccupati con le mille delizie delle riserve e dei parchi Unesco, della micro agricoltura e delle molte nicchie di produzione, tutte eccellenti per definizione. Corpose relazioni che contengono, oltre alla certezza della superiorità della visione pubblica, una tale varietà di ragioni da non potervi distinguere quelle estetiche da quelle economiche, come nella la gran considerazione in cui sono tenuti i sistemi di produzione tradizionali, ormai impostati sulle sovvenzioni pubbliche e perciò destinati a produrre redditi di sussistenza, ovvero l’antitesi dello sviluppo. La diffusione di queste banali e noiosissime teorie cattura l’attenzione della pubblica opinione e genera aspettative, attira risorse pubbliche e, attenzione, produce i primi costosissimi fallimenti. Turismo, agricoltura e ambiente, ovvero le recenti scoperte degli economisti di mezza Italia, sono in realtà quel che alla Sardegna resta e nessuno nega che offrano opportunità ulteriori, a condizione che si operi nella direzione di favorire l’iniziativa dei singoli, l’innovazione tecnologica, l’organizzazione di filiere agroalimentari in grado di stare sul mercato con prodotti di preferenza. Gian Piero Meloni (segue a pag.8)

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il levante Dialogo di fine stagione OTTOBRE 2017 - pag. 2 Come diventare artefici del proprio sviluppo? I lettori del Levante forse ricorde- ranno che alla vigilia della stagione turistica riportammo un dialogo tra un immaginario “Frequentatore di San Teodoro” e una altrettanto im- maginaria “Signora Previsione” in cui si scambiarono qualche impres- sione sulle prospettive e le attese re- lativamente al territorio teodorino. Casualmente (ma vedi tu!) ecco capitare che i due si incontrino nuo- vamente, a fine stagione, sempre nella Piazza Mediterraneo. Il Frequentatore non può lasciarsi sfuggire l’occasione di una nuova conversazione per fare un bilancio di questi ultimi mesi passati, anche alla luce di quelle previsioni. Frequentatore: «Ehi, Signora Previsione, di nuovo qui? Buon- giorno!». Signora Previsione: «Buongiorno a Lei, ma per carità parli sottovoce, non vorrei essere identificata…». Frequentatore: «Certo, certo, si ricorda di quanto immaginava, in primavera, per l’estate teo- dorina?».Signora Previsione: «Ricordo sì, ma mi dica, Lei che è stato qui in questi mesi, ci ho azzeccato?». Frequentatore: «Come no? Mai vista tanta affluenza turistica come quest’anno, quella “percepita” , così si dice al giorno d’oggi, perché le statistiche ancora mancano. Una marea di gente si è riversata sulle nostre spiagge; era fatale, come Lei prevedeva: l’effetto moltiplicatore delle informazioni di quanti vennero l’anno scorso, già in crescita, per l’abbandono di altri lidi per la paura degli attentati terroristici che avevano colpito svariate località turistiche molto frequentate è stato di una misura che neppure immaginavamo». Signora Previsione: «Ma che tipo di turismo è stato?». Frequentatore: «Parlo sempre del “percepito”: un turismo fatto di sommatorie di tempi brevi, una settimana e via! Appena il tempo per dire: tutto bello, ma quanta gente! Bella scoperta… chissà perché ciascuno ritiene di avere l’esclusiva delle sue scelte! Comunque sia, ho paura che di questo passo il delicato equilibrio tra offerta delle risorse e impatto di tale massiccia domanda si possa rompere». Signora Previsione: «Ammesso che ciò non sia già avvenuto. E quanto alle raccomandazioni circa la gestione di tale fenomeno?».Frequentatore: «Vede. La questione è delicata, proprio perché a volte si aveva la sen- sazione di essere ai limiti della governabilità. Non sempre i comporta- menti sono corretti e, crescendo la massa, i fenomeni di inciviltà si moltiplicano: mi riferisco al traffico selvaggio, alle incresciose derive nell’ottemperare alle norme della raccolta “porta a porta” dei rifiuti (qui occorrerebbe aprire un capitolo a parte, perché qualcosa si è fatto, ma bisognerebbe studiare ulteriori soluzioni; giusto per tornare ai sog- giorni brevi in case d’affitto, di quei turisti che non fanno a tempo ad arrivare che stanno già partendo … e quando partono …); e poi come non citare la sguaiatezza di torme di giovani in preda all’euforia va- canziera, allo sbracamento dilagante anche tra i meno giovani, che scambiano le vie del paese, i suoi negozi, i locali del relax, gli uffici pubblici e finanche la chiesa come un prolungamento delle spiagge. E quanto alle spiagge e all' impegno per salvaguardarne la corretta fruizione (ombrelloni selvaggi, rispetto delle regole, “vu cumprà”) i controlli sono sembrati davvero scarsi e comunque aleatori e disattesi un momento dopo dall’arroganza di tanti». Signora Previsione: «Ho visto che questi fenomeni sono diffusi un po’ dappertutto».Frequen- tatore: «È vero, ma è arrivato il momento di portare a un livello più alto e più continuo i vari controlli da parte dei presìdi preposti all’or- dine, al decoro e alla sicurezza: si tratta del biglietto da visita dei no- stri centri turistici!».Signora Previsione: «Certo certo, ma vedrà che l’anno venturo andrà tutto meglio».Frequentatore: «La prendo in pa- rola e mi auguro che anche le pubbliche autorità lo facciano; e poi, pre- vedere, come abbiamo visto, non costa niente!». Ignazio Didu Con questo numero il nostro mensile sospende le sue pubblicazioni per la consueta pausa invernale per ricomparire l'anno che verrà. Ringraziamo i lettori che hanno accompagnato il nostro lavoro con interesse. Ringraziamo l'Amministrazione del nostro Comune per il contributo corrisposto all'Icimar che ha consentito all'Istituto di organizzare incontri, conferenze, presentazione di libri, serate culturali,la stampa del mensile, l'apertura del museo e della biblioteca Gallura (che quest'anno ha fatto registrare un sensibilissimo aumento di visitatori e frequentatori ),la presenza di studenti e stagisti, affidati alla solerzia ed alla abnegazione della nostra segretaria di redazione, la dottoressa Angela Bacciu. Ed infine ringraziamo gli sponsor (Planet Car, Villaggio Miriacheddu, Impresa edile Pietro Castagna, Elettrodomestici Manueddu) che con il loro contributo ci hanno aiutato a mantenere vivo il Levante. Non resta che passare agli auguri (a tutti: lettori,Civica Amministrazione,sponsor) per un sereno 2018, con la speranza che la "timida" voce de Il Levante possa ancora farsi sentire l'anno venturo. M.S. Spiace doverlo scrivere, ma è bene guardare in faccia la realtà. Do- manda: perché in Sardegna, così come avviene in Catalogna, nessuno ha mai avanzato in forma concreta e seria, magari appellandosi alla mobilitazione e al sostegno popolare, l’idea di un referendum sull’in- dipendenza? Eppure, ancor più dei catalani, potremmo rivendicare una nostra identità e lamentare un atteggiamento dello Stato nei confronti dell’Isola a dir poco distratto. Il desiderio di autogovernarci dovrebbe essere quindi piuttosto diffuso. Invece, al di là di vaghe e sporadiche rivendicazioni autonomistiche, non esiste in Sardegna un movimento separatista altrettanto determinato. Come mai? Proviamo a rispondere: forse perché i catalani sono un popolo fiero con una forte identità e coesione; mentre noi sardi, anche a causa del persistere di retaggi feudali, siamo un popolo servile, disgregato e per nulla propenso a mobilitarsi. Oppure perché ci illudiamo che, restando sotto l’ombrello dell’Italia, possiamo sempre ricorrere all’assistenzia- lismo statale e ottenere da qualche parte un buon posto da usciere, an- ziché responsabilizzarci e provare a farcela da soli. Sta di fatto che la Sardegna, se paragonata alle regioni più avanzate d’Europa, palesa una condizione di arretratezza preoccupante cui si va ad aggiungere, al mo- mento, la riluttanza a cogliere prospettive di sviluppo, che pure non mancano. C'è da chiedersi però se la nostra condizione di sudditanza e arretratezza sia davvero da attribuire a fattori esterni, o non sia invece causata dalla nostra indolenza, dalla mancanza di buona volontà, d’im- pegno nel lavoro, di entusiasmo, d’intelligenza organizzativa. Dal fatto che ci siamo lasciati volontariamente narcotizzare e addomesticare. Oggi, purtroppo, la nostra dignità identitaria si manifesta unicamente nella rivendicazione di ammortizzatori sociali. Al tempo stesso è ve- nuta meno la volontà di affrontare gli ostacoli, di batterci per ciò in cui crediamo (ammesso che, a parte il consumismo, si creda ancora in qualcosa). Il nostro modo di essere omologati e pigri nasce anche dal- l’animo rassegnato, dalla riluttanza all’innovazione, dalla rinuncia alla fatica e alla lotta, dalla morale del “tira a campare” e del “chi me lo fa fare”. Nella regione catalana (32 mila kmq. dove vivono sette milioni e mezzo di abitanti) vengono realizzati il 20% del pil, il 23% della pro- duzione industriale e il 25% dell’export spagnoli. Inoltre, nell'area ca- talana il pil pro capite è superiore alla media nazionale e persino continentale: 26.500 euro contro i 22.500 della Spagna. La Catalogna, insomma, è senza dubbio una regione dinamica dal punto di vista de- mografico, economico e imprenditoriale. Per brevità e decenza, è me- glio non esibire i numeri della Sardegna, dato che il confronto è non solo improponibile ma impietoso. Insomma, i catalani sono benissimo in grado di governarsi e andare avanti da soli, hanno i mezzi per farlo e agiscono di conseguenza. A noi piace fare la voce grossa, ma solo quella. Perché se dovessimo chiedere di andar via, abbiamo paura che ci si possa rispondere: “Oh, andate pure!” Il fatto è che otteniamo poco perché contiamo poco. Anche dove abbiamo la possibilità di attivare opportunità di sviluppo riveliamo preoccupanti tendenze autolesioni- stiche. Prendiamo il caso del turismo. Da poco l'assessore regionale Barbara Argiolas ha dichiarato che bisogna contenere l'afflusso dei tu- risti nei mesi estivi perché la Sardegna non è in grado (!) di reggere al- l'impatto di 13 milioni di presenze. Da notare però che la Sardegna intercetta mediamente un insignificante 3% dei flussi turistici che si registrano in ambito nazionale. Questo vuol dire che, se venisse meno l'apporto della Sardegna, le ripercussioni negative sull'andamento del settore turistico in Italia sarebbero contenute e in ogni caso facilmente rimediabili. In altri termini, la Sardegna potrebbe anche non esserci e l'industria del turismo in campo nazionale se ne accorgerebbe appena. A livello europeo e mondiale l'assenza della Sardegna passerebbe del tutto inosservata. Stando però alle dichiarazioni dell'assessore Argio- las sembrerebbe che i turisti provenienti da ogni dove facciano a spin- toni per arrivare da noi. In realtà, i numeri della Sardegna, gli sbandierati 13 milioni di presenze sono del tutto ridicoli se paragonati ad altre realtà dove il turismo funziona davvero. Esemplificando: le isole Canarie fanno 90 milioni di presenze, le Baleari 66 milioni, la re- gione di Dubrovnik, nella Dalmazia croata, 62 milioni. Qualcuno ha mai sentito gli omologhi dell'Argiolas di tali regioni lamentarsi perché da loro arriva troppa gente? Immagino invece che si siano organizzati e strutturati per accogliere sempre più turisti e per offrire loro servizi adeguati. E se anche noi, invece di piangerci addosso, cominciassimo a fare altrettanto? Salvatore Olia IL LEVANTE Periodico di cultura, ambiente e informazione dell’ICIMAR. Anno VI - N°40, OTTOBRE 2017. Registro stampa n. 3/2011 Tribunale di Nuoro. Redazione e Amministrazione: Istituto delle Civiltà del Mare, Via Niuloni,1 - 08020 San Teodoro (OT) Tel./Fax. 0784/866180 E-mail.segreteria@icimar.it - www. icimar. it Tipolitografia: Ovidio Sotgiu - via Corea, 48 Olbia. Direttore Responsabile: Mario Stratta In Redazione: Sandro Brandano, GianPiero Meloni, Pierangelo Sanna. Segretaria di Redazione: Angela Bacciu.

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il levante Considerazioni di fine estate OTTOBRE 2017 - pag. 3 Libera in Sardegna L’estate appena trascorsa può essere considerata sicuramente come un punto di svolta per il turismo a San Teodoro. La tu- multuosa urbanizzazione avve- nuta a partire dagli anni ottanta, ha trasformato completamente il nostro piccolo borgo in una città senza i servizi e le strutture che la stessa richiede. Il periodo di residenza dei visitatori è sempre concentrato nei soli mesi che vanno da giugno a settembre, con picchi a luglio ed ago- sto che sono diventati ormai insostenibili. La mancata programma- zione degli anni passati è imputabile a tutti noi, che, con diversi ruoli, siamo stati protagonisti di scelte urbanistiche per le quali oggi stiamo pagando un prezzo diventato troppo alto se proporzio- nato ai benefici apportati. Questa stagione ha segnato il culmine di una situazione ormai al collasso, sia per la vivibilità del centro ur- bano, sia per le numerose frazioni che, da anni, hanno perso la loro peculiarità di insediamenti destinati ai residenti e solo secondaria- mente destinate alla residenza turistica, sia per la abnorme presenza sulle nostre spiagge che, purtroppo ed inesorabilmente continuano a non mostrare più la purezza e bellezza che le ha rese famose. La carenza di parcheggi, sia nelle zone urbane che nell’imme- diata vicinanza alle spiagge, è ormai un problema cronico che sta creando difficoltà, non solo nella gestione del traffico ma anche nel controllo dell’ordine pubblico che ha ormai arrivato al livello di guardia. E’ deprimente passeggiare nelle zone retrodunali, diventate luoghi di accampamenti selvaggi, di cloache a cielo aperto e, di notte, luoghi nei quali la legalità è gravemente compromessa dalla presenza di persone che ne sconsigliano la frequentazione. L’Amministrazione comunale, pur essendo molto attenta e con- sapevole rispetto ai problemi che si presentano, ha pochissimi spazi di intervento, soprattutto per quanto riguarda la vigilanza sul terri- torio, demandata alla Polizia Locale ed al Corpo di Polizia Rurale che fanno miracoli, considerando l’esiguità delle forze impiegate ed i limitati poteri operativi. La pulizia dei litorali come quella urbana, è appaltata ad una So- cietà sul quale operato, credo si possano fare poche osservazioni, viste le limitate risorse che il bilancio comunale può impiegare e solo la grande volontà ed abnegazione dei suoi operatori sul campo fa sì che l’aspetto dei luoghi sia meno disastroso di quanto ci si po- trebbe aspettare dall’impatto di migliaia di persone su un territorio fragile e necessario di attenzioni quale il nostro. Le forze di Polizia, pur sempre presenti ed attive, sono, purtroppo anche loro insuffi- cienti a fare fronte alla grande mole di emergenze, riuscendo ap- pena, nonostante turni di lavoro impegnativi, a dedicarsi alle normali attività quotidiane che il loro ruolo impone. In tutto questo non vengono senz’altro aiutati da una parte, per fortuna limitata, di turisti che “divorano” il territorio e che non lo amano, non preoc- cupandosi minimamente delle esigenze dello stesso, ma utilizzan- dolo esclusivamente per i loro comodi che non sempre sono in sintonia con le abitudini di noi locali che, con grande piacere li ac- cogliamo ma vorremmo da loro maggiore integrazione e soprattutto rispetto. Si sente tanto parlare di caro traghetti, di caro abitazioni e tant’altro. Io ritengo che fino a quando si concedono in affitto scan- tinati, a volte senza nessuna caratteristica di abitabilità e di conse- guenza non locabili, a gruppi indefiniti di persone che con un minimo di spesa fanno le loro vacanze in una località ambita come San Teodoro, la qualità del turista andrà sempre più degradandosi se non altro perché sarà tanto quello che queste persone consumano a livello di territorio e pochissimo in termini di ritorno economico. Assistiamo inerti, al proliferare di attività commerciali mordi e fuggi che avviano i loro esercizi in modo più o meno regolare alla fine di maggio ed ora, a metà settembre sono già spariti ed il paese si presenta deserto, con pochi servizi se non quelli offerti dagli ope- ratori locali che con grandi sacrifici e costi portano avanti la loro impresa per tutto l’arco dell’anno. Le leggi ed i regolamenti ci sono, sarebbe necessario applicarli anche in modo duro ma con con quella determinazione che sarebbe necessaria perché si verifichi una vera equità ed equilibrio tra i diritti/doveri dei cittadini. Le soluzioni po- trebbero essere diverse e le proposte potrebbero scaturire da un di- battito pubblico con gli Amministratori comunali, le forze di Polizia locali e nazionali, insieme agli operatori economici e le presenze sociali sul territorio. Tutti dobbiamo essere coinvolti senza perdere ancora un attimo di tempo, perché se è vero che questa estate è fi- nita, la prossima è già alle porte con tutti i problemi che conosciamo e che, senza un limite posto con decisione e senza paura di scon- tentare nessuno, saranno sicuramente accentuati e più difficili da risolvere. Enrico Lecca Negli ultimi 10 anni, in tutti gli incontri e dibattiti che si sono svolti in Sardegna sul tema della mafia si è sempre riproposta la domanda “Ma la mafia esiste in Sardegna?”. La domanda prende spunto dal libro di Pino Arlacchi, già pro- fessore di Sociologia presso la Facoltà di Scienze Politiche del- l’Università di Sassari, pubbli- cato nel 2007 con il titolo “Perchè non c’è la mafia in Sardegna – Le radici di una anarchia or- dinata” nel quale, in sintesi, l’autore sostiene la tesi che l’isola è l’unica regione italiana nella quale la cultura mafiosa non è riuscita a mettere radici a causa del profondo senso di auto-giustizia dei sardi. Se la tesi di Arlacchi può essere applicata ad un passato remoto e prossimo rispetto al quale la Sardegna ha sostanzialmente voltato pagina, si fa più fatica ad accreditarla se si fa riferimento alle nu- merose sentenze della DDA di Cagliari che sempre più frequente- mente chiamano in causa il 416 bis Siamo riusciti, dunque, a seppellire definitivamente la triste e sanguinaria pratica dei seque- stri di persona (l’ultimo risale al 2006 ma di fatto i sequestri termi- nano nel 1998 con l'ultimo sequestro, quello di Silvia Melis), ma le mafie, direttamente e indirettamente, alloggiano anche in Sardegna, purtroppo! Ancora più presente e vistosa è la subcultura di mafiosità – omer- tosa, diffidente, vendicativa e, all’estremo, criminale – intorno e dentro la quale le mafie prosperano, con complicità trasversali, dalle quali non è esente la politica. Negli anni – grazie in particolare all’azione caparbia e tenace svolta da Libera e alle molteplici iniziative e attività che ha svilup- pato in tutti i territori – in Sardegna è cresciuta la cultura della le- galità intesa come giustizia sociale, esigibilità dei diritti per tutti, ammortamento degli squilibri derivanti dalle diseguaglianze, pro- poste di nuovi modelli di approccio e di sviluppo sociale, econo- mico e politico. Per drenare povertà, disoccupazione e abbandono scolastico, conseguenze di politiche disastrose e di interessi di parte. I numeri ufficiali non danno ragione della presenza e dell’impe- gno che Libera è in grado di mobilitare in Sardegna, creando opi- nione e responsabilizzando coscienze: 9 presìdi territoriali già costituiti, 6 in fase di costituzione, un coordinamento regionale con- diviso e partecipato, qualche centinaio tra soci singoli, associazioni, scuole. Rilevante, al di là dei numeri, è la “fiducia” di cui gode Li- bera presso cittadini, associazioni, scuole e istituzioni per la coe- renza e continuità dell’impegno e per la presenza propositiva di cui si è fatta interprete in diverse circostanze. E la risposta massiccia in termini di partecipazione a tutte le iniziative proposte da Libera ne è il riscontro più positivo. A tal proposito vale la pena ricordare che la Sardegna dal 1998 è sempre stata presente con folte delegazioni, soprattutto giovani, alla Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Una testimonianza forte e importante che ha generato signi- ficative ricadute sui partecipanti e sui territori di provenienza, Le ul- time due edizioni “regionali”, poi, sono state un successo di partecipazione e contenuti. Il 21 marzo 2016, a Sestu, città natale di Emanuela Loi - prima poliziotta uccisa dalla mafia in Italia, morta nella strage di Via d'Amelio a Palermo, il 19 luglio 1992, mentre svolgeva il servizio di scorta al giudice Paolo Borsellino - hanno partecipato oltre cinquemila giovani. E oltre cinquemila erano i giovani che il 21 marzo di quest'anno, nella Piazza Mercato di Olbia, hanno testimoniato il loro impegno per una società giusta e solidale, libera dalle mafie. In un territorio, la Gallura, che vanta il triste primato regionale del numero più alto di beni confiscati ad organizzazioni di stampo mafioso. Anche i campi “E!state Liberi!” di Gergei, Località Su Piroi, e dell’Asinara-Cala d’Oliva sono un sintomo positivo di questa pre- senza. I giovani che negli anni hanno vissuto queste esperienze ci restituiscono testimonianze di cambiamento e di impegno nelle scelte della loro vita personale e professionale. Dai sequestri di persona agli attentati agli amministratori pub- blici, dal riciclaggio di denaro sporco in investimenti immobiliari e turistici ai reati ambientali, dal traffico degli stupefacenti alla tratta degli esseri umani e alla riduzione in schiavitù, dall’abusivismo al- l’usura e al gioco d’azzardo, Libera in Sardegna è stata ed è presente su più fronti a denunciare, analizzare e proporre. Insieme ai citta- dini, con le istituzioni. Non viviamo certo in un’Isola felice ma la- voriamo quotidianamente per costruire una regione a misura di persona. Libera, appunto! Giampiero Farru Referente regionale Libera Sardegna

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il levante I giganti pugilatori Quando nel 1938 la pazzia hitleriana fu imposta alla sottomessa Italia di re Galletta e del duce, un certo Teodoro (Doro) Levi, ebreo, soprintendente archeologico della Sardegna, lasciò gli scavi di Serra Orrios -1936/38 - (Dorgali) per trovare umanità negli USA. Tornò a fine guerra e riprese le mansioni estortegli: giunse a Cagliari tra i fumi residui del folle pregiudizio violento. Fu certo un caso che in quegli anni a Gonone, dalle fondazioni di una casa a ridosso della spiaggetta sassosa, si rinvenne un bronzetto insolito, misterioso. Nel ‘47, dopo un alterno carteggio fra istituzione e privati caparbi, foriero di difficoltà, gli fu consegnato per donarlo al Museo di Cagliari. Levi vergava allora l’atteso resoconto dello scavo interrotto nove anni prima, che poi pubblicò… in Francia. Descrisse anche il bronzetto, che erroneamente, ora sappiamo, definì “Il Pellaio”. Fu G. Lilliu, scalpitante ispettore della soprintendenza, con urticante sapore di ripicca verso il redivivo, a precorrere la notizia del bronzo recuperato e a rimarcare che gli studi del Levi su Serra Orrios “dovevano” venire alla luce, dopo tanto ritardo.Veniamo ai cosiddetti “giganti” per osservare che molte delle statue in tufo gessoso, assai friabili, raffigurano dei pugilatori. Naturalmente la resa plastica e le tecniche sono condizionate dalla diversa materia utilizzata e dalle dimensioni delle opere. Gli atleti antichi dovevano essere dei veri e propri guerrieri: un pugno portato a segno equivaleva a un nemico morto. Infatti, l’unico guantone era una sfera di duro metallo, con borchie appuntite sporgenti, impostato su una dura protezione (di cuoio?) lunga quanto tutto l’avanbraccio, fino al gomito. Uno strano scudo oblungo e di materiale semirigido doveva attutire i colpi dell’avversario e nascondere le intenzioni dell’atleta mortale. La mano non armata poggiava lo scudo sul capo del personaggio: una posa tipica che li individua (nei bronzi e nelle statue). Non si può certo escludere che tali guerrieri fossero parte di un gruppo particolarmente osannato da tifosi feroci, come avveniva a Roma per le mattanze dei gladiatori. Non meraviglierebbe dunque, se nelle tombe terragne “a buca” di Monti Prama si trovassero sepolti tanti pugilatori. Su quelle tombe s’ipotizza fossero poste le statue, per commemorare quei defunti amati dal popolo. Ricordo come i pregiudizi avviati dallo storico sardo-piemontese Ettore Pais, insuperabile conoscitore dei classici greci e romani, ma non archeologo e poco “intellettuale” quando si osservavano i fatti preistorici dell’Isola, sua fastidiosa semi-patria aborrita. Fu lui a decretare (1911) che la preistoria dei Nuragici fu “chiusa” dalle corte spade romane e la cultura giunse fra questi caparbi eredi di trogloditi, finalmente, veicolata dalle “comode e civili capanne quadrate” dei sanguinari di turno. Quel pregiudizio fu ripreso, anche dagli archeologi del fascismo (A.Taramelli, Pallottino ecc.) e anche da quelli del dopoguerra che in quel clima vissero la gioventù e che hanno lasciato in eredità una progenie di pedissequi ripetitori di concetti e come eravamo Festa patronale San Teodoro. La fotografia è stata scattata nel 1970 davanti alla Chiesa del paese dal lettore Franco Ferraro che ringraziamo. OTTOBRE 2017 - pag. 4 contenuti assai infondati, ma ritenuti immutabili. Dalla stupidità dei proff al pregiudizio popolare il passo è breve: i bronzetti sono nuragici, i quali costruivano solo in tondo. Infatti: i nuraghi, le capanne, il ballo… tutto è tondo nella terra degli obnubilati Lestrigoni… ogni cumulo di pietre, rovine di capanne, segni di vita antica: tutti sono esiti di villaggi “nuragici” e tutto si concluse a principiare dal 238 a.C., con “la civiltà” dei romani! Ogni altra stupidaggine aggiunta è ammessa, purché si rispettino i fissi o stanchi (dal latino fessus) “canoni” sopra enumerati: quello fu, è e sarà il vangelo del mito locale, concepito per l’eternità! Quando negli anni ’70 del secolo passato, più volte i contadini di Monte Prama- Cabras segnalarono i numerosissimi frammenti affioranti dalle arature, si pensò ai punici (Tharros è vicina); si pensò ai romani, si pensò al fastidio di dover andare fin laggiù, da Cagliari per controllare l’ennesima diceria popolare. Molto dopo si capì che erano davvero statue preistoriche e si recuperò quanto nel frattempo non era sparito. Seguì una breve disputa fra l’archeologo di Fenicio-punica e l’archeologo di Preistoria. Il secondo era il locale “archeologo” per antonomasia, politico mitizzato, ma l’altro, il primo, era il soprintendente… e vinse lui: le statue furono, dunque, fenicio puniche e un bel busto significativo fu di lì a un po’ esposto nel Museo di Cagliari… a “testa in giù”, dove il moncone del collo “era” l’avvio della gamba della “gru di Chichibìo”, mentre le ampie spalle con bandoliera sul petto “erano” il pomposo gonnellino fenicio con fascia. Quando il professor F. Barrecca morì, il busto fu capovolto e le statue furono subito nuragiche (nemesi storica? Forse!). In tutta evidenza: il primo sbagliò a rovesciare il busto, ma meglio intuì l’orizzonte culturale (post-nuragico e in odore di “Levantino”; il secondo sbagliò completamente, per l’antico pregiudizio sorbito pedissequamente dal nefasto Pais, l’attribuzione culturale e non solo… Nel 1978 fu pubblicato un opportuno trattatello di livello universitario dal titolo significativo e riassuntivo: “Dal betilo aniconico alla statuaria nuragica”. Bello, incredibile, insuperabile. Una novità di cotanto rilievo per l’Isola fu culturalmente risolta subito…proprio come avrebbe fatto Zorro: tre sciabolate e tutto torna… nell’ortodossia del genio. Cotanta novità doveva pure avere dei trascorsi, non poteva nascere così, all’improvviso, allo scadere - si pensò - del IX secolo a.C. (’820/30 a.C.), in una società di rozzi costruttori, imitatori dei ben più classici Micenei e pertanto decadenti (noi)! Delle grandi statue dette-giganti, dove sono i precedenti? Eccoli: sono tutti nel volto a forma di scudetto posto a rilievo del piccolo betilo, ancora posto davanti alla chiesetta di San Pietro di Golgo di Baunei. Il volto infantile è individuato da tre incavi: due per gli occhi e uno per la bocca e ricorda terribilmente quelli apotropaici di tombe puniche, mentre i piccoli betili, usati almeno dall’Età del Ferro in Sardegna (1200-900 a.C.), furono usati come segnacoli sulle tombe a incinerazione dai Punici, ma fino al tempo dei romani, per le tombe maschili (fino ai primi secoli dell’Era di Cristo). Per i bronzetti non ci fu mai bisogno di trovare i prodromi culturali, ché tutti, dopo il Pais, dissero essere nuragici e così fu. Chi più di loro può dire che i giganti di Monti Prama sono nuragici? Nessuno. Personalmente approfondirei il discorso sul guerriero di Capestrano (del IX -VIII - sec a.C.), esposto al museo di Chieti e raffigurante un personaggio dei Vestinii). Altre cose possono osservarsi in altre culture meridionali dello stesso orizzonte cronologico. Infine un edificio rotondo è apparso nella nuova area di scavo estesa ai margini della necropoli. Meno male è rotondo: dunque è nuragico! E se così non fosse? Se il maestro avesse sbagliato? Rotonde sono più propriamente le capanne dell’Età del Ferro… mai “viste” dal Nuragico, che finì tra il XIII e il XII sec. a.C.. Però, ciò che turba i sonni degli archeologi ora è il dilemma: si tratta di una semplice capanna o di un piccolo nuraghe? Vabbè… chiamiamolo “edificio” e così i problemi sono risolti! Se i curiosi incalzano siate fermi: “edificio… edificio, punto!”. Giacobbe Manca

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il levante Le Posate, strumenti per tutte le bocche Le posate sono utensili che servono per tagliare e/o portare i cibi alla bocca e, di tutte quelle di cui adesso disponiamo, le più usate sono il Coltello, il Cucchiaio e la Forchetta. Il Coltello: E’ costituito da una lama e da un manico. Le prime lame, che risalgono ai tempi bui della Preistoria, erano di Selce o di Ossidiana , scheggiate o levigate a un bordo. Più tardi, con l’avvento dalla fusione dei metalli e gli sviluppi della metallurgia, le lame furono forgiate prima con il Rame e , a seguire, con il Bronzo, il Ferro e, infine, con l’ Acciaio. Nel Medioevo veniva usato come arma da Caccia e da Combattimento. Veniva portato appeso alla cintura, infilato in un’apposita custodia di Legno, Pelle o Cuoio. Il manico poteva essere di legno, d’osso, d’avorio, di pietra dura, di tartaruga, di metalli vari, lavorato ed abbellito nei modi più svariati a seconda dei gusti e delle possibilità economiche del proprietario, con figure simboliche, grottesche, fantastiche o religiose. Gli antropologi ritengono che sia uno dei primi attrezzi progettati dall’uomo per sopravvivere. Nell’antichità sulle tavole apparecchiate per il banchetto si trovava un solo coltello che veniva usato dal cosiddetto “trinciante” per tagliare carne o pesce o pane per tutti i commensali.In quei tempi non esistevano i piatti e i bicchieri individuali e anche il pane e le varie portate venivano distribuite ai partecipanti al pranzo dal maestro di mensa . Ne è esempio il rito della consacrazione del pane e del vino durante la Messa. Il Sacerdote, che impersona la figura di Gesù,ripetendone i gesti e le parole , dice : “ Prese il pane, lo spezzò lo diede ai Discepoli e disse: Mangiatene tutti. E poi: “ Prese il calice, lo diede ai Discepoli e disse Prendete e bevetene tutti “Il che vuol dire che su quella tavola, che era una tavola uguale a tutte le altre di quei tempi, c’era un solo pane e un solo bicchiere ad uso e consumo di tutti i commensali. Poi venne il tempo in cui gli uomini sentirono la necessità di essere indipendenti dal “ trinciante” e, sedendosi a tavola cominciarono a “posare” ( da qui il termine “posata”) davanti a loro il proprio coltello personale per potersene servire liberamente.. Il Cucchiaio: è senz’altro la posata più antica. Il suo nome deriva da “coclea” che significa chiocciola o conchiglia. E’ stato il primo strumento naturale usato dall’uomo per portare i liquidi alla bocca e ricorda anche la forma della mano parzialmente chiusa, per raccogliere l’acqua. Famosa è la conchiglia che S.Giacomo usava per bere e una riproduzione di questa conchiglia viene data , in ricordo, ai fedeli che hanno portato a termine il lungo pellegrinaggio fino a Santiago di Compostela.Il cucchiaio da sempre viene usato come unità di misura, sia negli usi domestici che in quelli medicinali. Nel Medioevo era considerato la posata dei poveri: erano infatti gli appartenenti alle classi più umili quelli che la usavano, perchè costretti a cibarsi per lo più con zuppe di verdure.In seguito, per rispondere alle esigenze di lusso e di raffinatezza dei signori, il cucchiaio cominciò ad essere fabbricato in materiali preziosi come argento, cristallo, onice, serpentino, con il manico impreziosito di smalti e pietre preziose. La Forchetta: e’ la posata con la storia più complessa. Documentata in immagini già prima del Mille, il suo apparire produsse un enorme scandalo. Fu presentata dal Clero cattolico come strumento di mollezza e simbolo del demonio e il suo uso venne bollato come peccato. San Pier Damiani (teologo, vescovo e cardinale 1007-1072) non ebbe alcuna pietà per la principessa bizantina Teodora, sposa del Doge Domenico Silvio nel 1071. La considerava peccatrice perchè usava la forchetta e di lei diceva che: “Non toccava le pietanze con le mani ma si faceva tagliare il cibo in piccolissimi pezzi dagli eunuchi. Poi li assaggiava appena, portandoli alla bocca con forchette d’oro a due rebbi”. La terribile morte della giovane donna, le cui carni andarono lentamente in gangrena, fu vista come una terribile punizione divina per un così grave peccato!Il Papa Innocenzo III, quando era ancora Lotario dei Conti di Segni (1160 -1216) nel suo “De miseria humanae condicionis” fece calare l’ombra cupa della morte su un lungo catalogo di false delizie, che comprende anche l’uso della forchetta. “Cosa c’è di più vano che ornare la mensa con tovaglie decorate, con coltelli dal manico d’avorio, con vasi d’oro, con ciotole d’argento, con coppe e bicchieri,crateri e catini con scodelle e cucchiai, con forchette e saliere, con bacili e orci, con scatole e ventagli? “ Sta scritto, infatti: “Quando l’uomo morirà non porterà con sé nulla di tutto ciò e la sua gloria non scenderà con lui.” In Italia le forchette cominciarono a diffondersi nel XIV° secolo, di pari passo con il diffondersi della pasta, conosciuta già dagli antichi Romani ma fino a quel momento poco diffusa. La forchetta, se usata al posto del coltello o delle mani,risultava, infatti, lo strumento più adatto per infilzare quel cibo caldo e scivoloso dai mcaroni, alle lasagne, ai vari tortelli.. e ne erano esempio gli scugnizzi napoletani che,agli inizi del secolo scorso, dietro una lauta mancia, deliziavano i turisti stranieri dimostrando la loro “arte”nel mangiare i maccaroni, prendendoli con le mani e lasciandoli scivolare OTTOBRE 2017 - pag. 5 dall’alto nella bocca aperta. Se in Italia, dunque, l’uso della forchetta fu sollecitato dal diffondersi della pasta, più lentamente si diffuse nel resto d’Europa: Thomas Coryat (viaggiatore e scrittore britannico 1577-1617)in visita a Venezia ne apprese l’uso e rimase fortemente impressionato dai vantaggi che l’adozione della forchetta presentava sul piano igienico. In Francia fu Caterina de’ Medici (1519-1589) a portare la forchetta sulle tavole dei francesi che mangiavano ancora con le mani. Tuttavia, Luigi XIV° (il Re Sole, 1638-1715), nel secolo successivo, trovava disdicevole l’uso della forchetta, preferendo il con- tatto diretto con il cibo; contatto che si poteva ottenere soltanto usando le mani. E’ proprio da qui che nasce il detto: “Mangiare il pollo con le mani è da Re”. Da noi, per togliere dall’imbarazzo chi non sapeva usare coltello e forchetta, si diceva. “Anche la Regina Margherita mangia il pollo con le dita!” Ormai da molti anni, sono comparse, sulle tavole di certi nostri ristoranti, delle posate per noi strane. Sono le bacchette dei popoli orientali, che meritano una ricerca e un discorso a parte. Alessandro Testaferrata I problemi irrisolti del nostro Comune La stagione turistica 2017 è ormai alle ultime battute, nelle strade e sulle spiagge del nostro paese si possono incontrare gli ultimi turisti in maggioranza stranieri, al- cune attività commerciali sono già chiuse; i parcheggi si trovano con grande faci- lità, è dunque tempo di fare i primi bilanci. Immagino che ci saranno delle valutazioni positive a livello generale per l’Italia e per la Sardegna in particolare con l’annuncio di un au- mento considerevole delle presenze, l’indicazione del primato di Ar- zachena, Alghero, e senza dubbio di San Teodoro, come se i numeri fossero l’unico parametro per una valutazione complessiva della stagione turistica . Personalmente posso dire di essere pre- occupato e deluso. E’ davanti agli occhi di tutti, San Teodoro si presenta stremato con le cicatrici evidenti lasciate da migliaia di turisti che hanno scelto il nostro paese per trascorrere le loro va- canze, ma tantissimi lo hanno usato senza rispetto, senza un mi- nimo di senso civico e di educazione come uno di quei maledetti sacchetti in plastica che dopo l’uso vengono gettati via dove ca- pita con i rifiuti del giorno. Stagione difficilissima passata ad ar- ginare, con le poche risorse a disposizione, i problemi creati dalla maleducazione, dall’inciviltà e dall’ intolleranza delle persone. Abbandoni continui sulle strade, discariche abusive nelle piaz- zuole e negli spazi verdi, in prossimità delle spiagge e dei villaggi. Chiasso e musica oltre ogni limite nelle ore notturne, carovane di persone ubriache che dopo la discoteca prendono di mira le nostre strade, regole di ogni tipo non rispettate in una sorta di corsa impazzita. Sulla mia scrivania e nella posta del Sindaco de- cine di lamentele di persone che segnalano problematiche di ogni genere giustissime e ispirate da un sentimento costruttivo, altre con un sapore di protagonismo ignorante e fine a se stesso. Non mi sento di scrivere i soliti luoghi comuni vantando il nostro Comune: abbiamo raggiunto centomila presenze anzi di più , stagione stra- ordinaria, spiagge affollatissime, servizi adeguati, manifestazioni di successo, aumento del 10% rispetto all’anno precedente, acqua e fognature senza carenze e sempre sotto controllo, asfalti realizzati nei punti più critici e in tutta la strada statale , nuova segnaletica realizzata e da realizzare, ordine pubblico controllato dai nostri vi- gili, problema incendi arginato e sistema dell’emergenza sempre all’altezza.Tutti dobbiamo essere consapevoli che San Teodoro è arrivato ad un bivio e le scelte e i programmi della mia ammini- strazione hanno come obiettivo il miglioramento e la realizzazione di quei servizi indispensabili per far salire di livello la nostra of- ferta turistica e la qualità della nostra vita. Ci troviamo di fronte a carenze strutturali gravissime, a programmi a medio e lungo ter- mine da realizzare, strategie innovative che richiedono energie, ri- sorse ma soprattutto tempo per essere realizzate. Il tempo è quello che ci manca perché la burocrazia, le regole, le autorizzazioni, le risorse finanziarie limitate sono i nostri nemici. Mi rivolgo ai nostri cittadini che con intelligenza e pazienza devono essere al nostro fianco e ai quali chiedo collaborazione e complicità per rendere migliore il nostro paese e per uscire ognuno dal proprio interesse personale ma ragionare a livello ge- nerale . E’ troppo facile parlare solamente ed evidenziare problemi ir- risolti che tutti conosciamo ; occorre l’impegno di ognuno di noi. Ognuno faccia la propria parte, dobbiamo riuscire a migliorare il paese, solo così potremo essere competitivi e garantire un futuro economico alla nostra società. Domenico A. Mannironi

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il levante OTTOBRE 2017 - pag. 6 Se una notte dʼinverno un viaggiatore Si conclude il ciclo delle esperienze letterarie dei nostri lettori sotto il titolo preso a prestito da un famosissimo romanzo di Italo Cal- vino. La novella è di Salvatore Brandanu,l'indimenticabile fondatore dell'Icimar, autore di centinaia di ricerche storiche, di saggi, di cri- tiche d'arte, di romanzi dedicati alla sua Gallura che tanto amava. Quanti sanno che il blasone del nostro Comune (la trireme sovrastata dal gallo sulla scritta gallurensis tellus con fronde di quercia e alloro) è stato disegnato proprio da lui? Chi ha avuto il privilegio di co- noscere Salvatore - per tutti il " Prof " - ritroverà nel racconto la sua fine ironia,il suo ammiccare goliardico, il suo inesauribile humour e quel tocco di malinconia che contraddistingueva la sua prosa. Il Pindaccio fa parte di una raccolta dal titolo “12 Racconti di Oviddè e dintorni” edito a giugno 2010. Mario Stratta

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il levante Stagno di San Teodoro, una storia (in)finita? Eravamo negli anni ‘90 quando cominciammo a parlare concretamente della possibilità di acquisire lo stagno di San Teodoro. L’Icimar era nata da poco e si era buttata a capofitto nell'iter costitutivo dell’Area Marina Protetta. Si organizzavano convegni, festival, manifestazioni, tutti di risonanza internazionale e vedevano Salvatore Brandanu protagonista assoluto, in qualità di presidente dell’Icimar, di queste iniziative. Era l'ideatore di quella fucina di idee che produceva tanto dal punto di vista culturale e tanto ha lasciato in termini di materiale scritto negli archivi dell'associazione. Così nacque l'idea che anche lo stagno (ma anche il monte) potesse tornare a far parte del patrimonio comune teodorino e che ciò dovesse avvenire attraverso l’Icimar, che ne avrebbe fatto un laboratorio per l'ambiente. Lo stagno in quel periodo versava in uno stato di totale abbandono in quanto la società che lo aveva acquisito da privati, la FIGIMA SPA con sede a Milano, era stata posta dal tribunale di Milano in liquidazione coatta amministrativa e lo stesso tribunale ne aveva affidato la custodia a un imprenditore della pesca di Olbia che la esercitava mediante la pesca e poco altro. Con Salvatore in quel periodo andavamo, spesso accompagnati da Peppino Runcu, a fare riprese e fotografie lungo i bordi dello specchio acqueo e si parlava molto dell'ipotesi di acquisizione. Così, dopo alcuni proclami che avevano lo scopo di sensibilizzare la popolazione sul problema, per la verità con scarsi risultati, presi l'iniziativa di contattare il liquidatore che gestiva il processo giudiziario per conto del tribunale. Si trattava di un avvocato di Napoli, Pasquale Del Vecchio, con studio a Milano. Telefonai alla sede della Figima SpA in LCA, di Milano ed una simpatica segretaria, che successivamente ho avuto modo di conoscere personalmente, mi mise in contatto con l’avvocato. La prima conversazione fu più o meno questa: -Avvocato, sono un cittadino di San Teodoro e sarei interessato all'acquisto dello stagno -Mi dica, con quali soldi intende pagarlo? -Mah, faccio il commercialista e so che la moneta in circolazione in Italia è la lira, quindi… mi dica lei Segui una risata da parte sua e poi mi disse: -sa, qualche suo concittadino pensava di acquisirlo per meriti politici. Avevo aperto un contatto e questo era già un buon inizio. Mi fece avere la perizia di valutazione fatta dal dottor Tasselli, all'epoca responsabile del settore acquacoltura per la Regione Emilia Romagna con ufficio nel palazzo regionale dove mi recai a trovarlo in una fase successiva. Quello che importa ora sapere è che quella perizia ammontava a 7 miliardi, sette miliardi di lire!!!, cifra allora per noi proibitiva. Mi fece anche avere una autorizzazione ad effettuare un sopralluogo in laguna per acquisire elementi per fare una contro perizia. E questo feci. Fui accolto da un pescatore armato di fucile che comunque non mi impedì di fare le mie osservazioni del sito documentandole con diverse foto. Tutto era in stato di abbandono e gli impianti e attrezzature deteriorati. Le vasche esterne per il novellame ridotte ad un cumulo di macerie. Ho fotografato tutto ed ho predisposto la mia valutazione economica di tipo aziendale che prevedeva anche i costi di trasporto a discarica di tutto l'esistente inutilizzabile. Il valore che ne scaturì era di 3 miliardi di lire. Il liquidatore mi disse che lui non aveva obiezioni e che se il ministero a cui doveva rispondere era d'accordo, potevamo comprare lo stagno per quella cifra. Il ministero, sentito l’UTE di Cagliari, diede parere favorevole. Ne parlai con Salvatore e decidemmo di interessare il sindaco, all'epoca Gavino Costaggiu. Il sindaco mi disse di andare avanti e lui avrebbe valutato con la Regione come reperire i fondi. Ci furono allora diversi contatti con l'avvocato Del Vecchio, uno di questi a lu Fraili, a casa di Lello Puddu, imprenditore nuorese e politico repubblicano (per la cronaca, anche Del Vecchio era repubblicano), promosso da Nino Mannoni a cui partecipò anche il vicesindaco Pittorra. L'ufficio tecnico del comune fece la sua parte informando quanti si presentavano a chiedere informazioni, sulle difficoltà burocratiche che avrebbero incontrato ad intervenire su un'area che presentava tanti vincoli. Per contro noi proseguivamo nella nostra ricerca di una strada per reperire i fondi mentre Del Vecchio ci accusava di fare terrorismo psicologico nei confronti dei possibili investitori per scoraggiarli ed evitare che si aprisse un'asta. La strada la trovò il sindaco presso l'assessore alla difesa dell’ambiente della Regione che all'epoca era Pasquale Onida. L'assessore disse al sindaco che aveva a disposizione quattro miliardi da destinare ai tre comuni consorziati dell’istituenda Area Marina Protetta, che volentieri avrebbe dato tre miliardi a lui e uno da dividere agli altri due, ma che con questi se la vedesse lui. Così fece è il 21 dicembre 1999 fu stipulato il preliminare d'acquisto presso il notaio Paolini di Milano con un primo versamento di un miliardo trecento milioni di lire. Il contratto definitivo d'acquisto fu stipulato nell'aprile del 2000 sempre a Milano, sempre dallo stesso notaio. Il problema che si pose dopo l'acquisto fu quello di reperire ulteriori fondi per risanare l'area ed intraprendere un'attività economica che producesse reddito. L'idea fu quella di costituire una Srl con socio unico il comune di San Teodoro con capitale sociale di 20 milioni, da trasformare successivamente in OTTOBRE 2017 - pag. 7 società per azioni, nel rispetto degli obblighi di legge, ricapitalizzan- dola fino a un miliardo e offrendo il 70 per cento delle quote ai citta- dini di San Teodoro. Era un'impresa ardua perché il 70 per cento erano pur sempre settecento milioni. Ma anche il comune di San Teodoro do- veva sottoscrivere la sua quota di capitale e cioè il restante 30 per cento è la cosa non era facile perché significava reperire fondi in bilancio sottraendoli ad altre attività necessarie. La soluzione fu quella della stipula di una convenzione tra società e comune mediante la quale il co- mune concedeva la gestione dello stagno alla ormai costituita Stagno di San Teodoro SpA fino al 2030 e la società dello stagno pagava per questa concessione giusto i 300 milioni necessari al comune per sotto- scrivere l'aumento del capitale. Tutto fu correttamente gestito dalla ra- gioneria del comune e la società ebbe il capitale minimo necessario per legge. I cittadini di San Teodoro sottoscrissero tutti i 700 milioni of- ferti, chi una chi più quote fino a un massimo ciascuno del 5 per cento del capitale come statutariamente avevamo stabilito per evitare che si creassero centri di potere. Il comune, sempre statutariamente era ga- rantito da clausole che gli consentivano di esercitare il controllo no- minando due membri su tre nel CdA tra cui il presidente e l'amministratore delegato. Lo statuto inoltre prevedeva per alcune vo- tazioni maggioranze tali da impedire colpi di mano da parte di chic- chessia. Successivamente fu deliberato un nuovo aumento di capitale, questa volta in euro, sottoscritto integralmente che portò il capitale so- ciale a circa 800 mila euro. L'unica promessa fatta ai sottoscrittori è stata quella di investire i loro soldi nel risanamento ambientale dello stagno e questo è stato fatto. Chi ha visto il sito appena acquisito sa di cosa parlo. È stato inoltre stipulato un mutuo di un milione quattro- cento mila euro per realizzare un impianto di pompaggio e distribu- zione delle acque reflue per cercare di ridurre al minimo l'immissione di queste acque nello stagno e contenere il fenomeno di eutrofizza- zione che provocava moria di pesce. Ho sostenuto a più riprese, anche per iscritto, che lo stagno poteva solo finanziare il suo mantenimento, che si illudeva chi pensava che le grosse possibilità reddituali fossero compatibili con la salvaguardia dell'ambiente e così è stato, è così sarà. Illusorio pensare diversamente. Ora, scorrendo l'albo pretorio del comune, scopro che il consiglio co- munale ha deliberato una trasformazione della società dello stagno in qualcosa di diverso da quello che la sua natura di SpA la fa essere. Hanno infatti deliberato un “adeguamento dello statuto” (così il titolo) che di fatto modifica la società in qualcosa di incomprensibile. Per quanto se ne sa tuttalpiù possono proporre un adeguamento dello sta- tuto visto che ogni modifica deve essere adottata solo dall'assemblea della società, ammesso che detta assemblea sia d’accordo, con le mag- gioranze prescritte. L'aspetto scandaloso è che tutto avviene calpe- stando il diritto dei soci e sopprimendo ogni possibilità di dissenso da parte degli stessi, ignorando l'esistenza della convenzione e non pen- sando minimamente di risarcire la società che per quella convenzione ha pagato. In sostanza un totale disprezzo nei confronti di quelle per- sone che con il loro conferimento di capitali hanno consentito allo sta- gno di tornare ad essere quel paradiso che era. Non si può non osservare che le modificazioni che tendenzialmente sono avvenute nella società dello stagno ci sono state quando San Teodoro ha avuto sindaci non soci, cioè per intenderci, cittadini che non avevano creduto nell'operazione di recupero che la società andava a fare. Ora ci vo- gliono far credere che hanno cambiato idea? Se così fosse il rimedio c'è: invece di oltraggiare i soci con provvedimenti insensati, sindaci e consiglieri non soci comprino il 2 per cento delle quote dal comune. Il risultato sarà che questo viene liberato dai presunti obblighi sbandie- rati e si ripristinerà un rapporto civile con i soci privati, tutte persone che amano San Teodoro e lo stagno tanto da finanziarne la bonifica. Avanzo infine un dubbio: se i soci bistrattati decidessero di proporre opposizione a questi sciagurati provvedimenti e presentassero domanda di recesso, chi pagherà le spese? La Madia? Non credo, perché la Madia dice ben altre cose. Prima di chiudere vorrei ricordare a quanti si fossero posti il problema: tutte le spese da me sostenute per la trat- tativa di acquisizione me le sono sobbarcate in prima persona senza mai chiedere ne ottenere alcun rimborso. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Pierangelo Sanna

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il levante Sport in Gallura OTTOBRE 2017 - pag. 8 1982: secondi in seconda categoria! Passaggi di tempo. Un poeta del calcio da sx in piedi: Doddo F., Doddo M., Petta, Asara, Moro. da sx in basso: Amabile, Basoni, Melinu, Costaggiu V., Terebinto, Lacana. In un precedente numero de Il Levante, abbiamo scritto che il 1982 fu l'anno della svolta calcistica per la società US San Teo- doro. Avevamo tirato avanti per inerzia per qualche anno soprat- tutto per la grande passione per il calcio che ci trasmetteva Primo Oggiano e giravamo per le trasferte con il mitico pulmino di To- nino Fara. Nell'estate del 1982 con l'avvento di nuovi dirigenti, con in testa Renato Inzaina presidente e sotto la guida di Michele Moro (il mister del bel gioco) partecipammo al campionato di 2^ catego- ria e arrivammo secondi con la formazione che pubblichiamo. Con la guida di Michele Moro affrontammo due campionati di 2^ categoria, uno di 1^ categoria e tre campionati di Promozione regionale. Sandro Brandano Una trasferta indimenticabile La nostra squadra di calcio milita nel campionato nazionale di serie D insieme al Monterosi, piccolo paese in provincia di Viterbo adagiato sulle colline della bassa Tuscia . Nei libri di storia Mon- terosi è noto perché nel 1155 fu il luogo prescelto dal papa Adriano IV per incontrare Federico Barbarossa che doveva essere incoro- nato imperatore. Per l’incontro Monterosi- San Teodoro di alcune set- timane fa sono stato invitato dal Sindaco Sandro Giglietti e da Giorgio Martoni suo stretto collaboratore. Ho accettato con piacere anche perché è nato un profondo legame di amicizia, oltretutto anche lui medico di famiglia nel suo Comune. Ho ricevuto un’ac- coglienza straordinaria e devo dire un’ospitalità fuori dal comune. Ho conosciuto i luoghi più belli del territorio, in particolare il Pa- lazzo Farnese a Caprarola. Mi ha colpito moltissimo la spontaneità del Sindaco e la gentilezza dimostrata nei miei confronti. Nella giornata di sabato, munito di fascia insieme a tutti i sindaci del territorio, ho partecipato all’inaugurazione di una scuola realizzata nel comune di Monterosi. Una cerimonia suggestiva alla presenza dell’onorevole Fioroni e di tutta la popolazione del paese. Dunque si può dire che lo sport unisce e certamente è nato un legame im- portante tra le due amministrazioni. Ho conosciuto il presidente del Monterosi Calcio Luciano Capponi, un personaggio originale e affa- scinante che porta avanti un programma sportivo con un motto che mi trova d’accordo: NO FAIR NO PLAY che troneggia in bella vista sul campo di gioco. Nel pomeriggio di domenica incontro di cal- cio, sugli spalti solo cinque tifosi del San Teodoro: mia moglie, mia figlia, Gianni Marongiu, Paoluccio Sanna e naturalmente io. Prima dell’incontro lo speaker ha rivolto un caloroso benvenuto al Sin- daco di S.Teodoro presente sugli spalti. La partita poi è andata come sapete: gran primo tempo del S.Teodoro per cui riceviamo molti complimenti; secondo tempo, un arbitro donna ci massacra con le sue decisioni. Il ritorno in pullman con la squadra è silenzioso e malinconico ma ci portiamo dentro il ricordo di Monterosi e della sua squisita ospitalità. Domenico A. Mannironi Quale modello di economia? (segue dalla prima pagina) Resta da capire come un modello di economia, forse valido per S.Teodoro e quindi neanche per tutta la Gallura, possa essere sufficiente alla restante popolazione regionale dei centri dell’interno e delle aree urbane.Penso a queste poche righe mentre nel solito esterno giorno e a poco tempo da una sofferta lettura di tabelle e anglismi vari, un sudatissimo estrattore di sughero mi indica la catasta di una prima scelta e mi dice che è destinato ad essere lavorato, non sa bene, se in Spagna o in Portogallo. “E' da un po' che non si vedono i tempiesi e i calangianesi” mormora. Gian Piero Meloni Ricevo un invito: scrivere un “pezzo” su Gigi Riva. Non ho un’idea precisa anche perché troppe sono le firme autorevoli del giornali- smo sportivo che hanno scritto pagine memorabili sulle gesta sportive di questa leggenda del calcio. Cosa potrei ag- giungere quindi a quanto già detto sulle sue imprese calci- stiche e del suo amore incon- dizionato per il Cagliari e per i sardi? Scrivo, qualcosa salterà fuori e mi immagino di rivivere quel piano sequenza tratto dal film Caro Dia- rio, in cui il regista e attore Nanni Moretti, sulle note di The Koln Con- cert del pianista Keith Jarrett, prima di recarsi in sella ad una vespa all’idroscalo di Ostia in visita al monumento a Pasolini, sfoglia gior- nali d’epoca in cui si intravedono immagini e titoli che diffondono la figura del grande intellettuale ucciso barbaramente il 2 novembre del 1975. Pasolini, che assimilò il calcio in modo alquanto originale a un vero e proprio linguaggio, con i suoi poeti e prosatori, definendo il fo- otball un sistema di segni ovvero un linguaggio. In questa sua teoria so- steneva che Bulgarelli, calciatore della sua amata Bologna, giocasse in prosa, e che quindi fosse un “prosatore realista”, mentre Riva era un “poeta realista”. E così, le tante immagini di questa mia virtuale se- quenza che lo ritraggono nell’atto di staccarsi da terra per colpire il pallone di testa, in tuffo, o leggero come un angelo, come quel gol alla Germania dell’Est davanti al pubblico del San Paolo a Napoli, o la fa- mosa rovesciata di Vicenza, un gesto tecnico e acrobatico da lasciare a bocca aperta, l’immagine che mi suggerisce possibili analogie non è tra queste, ma è quella successiva ad uno dei tanti gravi infortuni, due dei quali con la Nazionale, che il campione di Leggiuno subì durante la sua carriera di calciatore.Intanto mi lascio anch’io sorreggere dalle note non più virtuali di The Koln Concert. Non so con assoluta cer- tezza a quale infortunio subìto con la maglia del Cagliari si riferisca questa immagine. La didascalia riconduce la fotografia all’ultimo, che Riva subì durante la partita che il Cagliari disputò in casa contro il Milan allenato da Trapattoni. Era il primo febbraio del 1976. Quel- l’infortunio mise fine all’epopea di Riva e contribuì a spingere la squa- dra in serie B, chiudendo definitivamente così il ciclo di quel glorioso Cagliari; quello degli anni dello scudetto.Alcuni dettagli mi fanno però presupporre quasi con certezza che non si trattasse di quella partita. Poco importa. Una immagine, quella di Riva, che nel suo dramma pos- siede una sua struggente bellezza poiché l’impianto compositivo del tutto casuale della fotografia, per la posizione dei corpi e il pathos che emana, muta in spontanea trasfigurazione con l’iconografia sacra de “La deposizione” del pittore manierista Rosso Fiorentino.Quell’im- magine ci racconta il dramma di un uomo sofferente che si abbandona al peso del proprio corpo sostenendosi solo con la forza delle braccia ai massaggiatori che lo sorreggono e lo conducono nel sottopassaggio. Riva poi da quel sottopassaggio uscirà non più da calciatore, ma da leggenda, raccontando la bellezza di una terra e delle carovane di tifosi che da tutta la Sardegna la domenica si recavano a Cagliari, al mitico stadio Amsicora, dove avrebbero assistito alle gesta di undici calciatori vestiti di bianco e di un portiere vestito di rosso: “più ci gridavano pa- stori, e più ci sentivamo sardi”, dirà uno di loro. In questo racconto c’è posto anche per un gruppo di giovani tifosi teodorini, tra cui mio padre, che in auto attraversavano l’isola mentre fuori le ciminiere di Ottana e i cantieri di una Carlo Felice ombreggiata da esotici pini inducevano al- l’utopia di una Sardegna migliore. Canta Piero Marras in una sua strug- gente ballata: “quando Gigi Riva tornerà, Dio, ce ne sarà da raccontare, quando Gigi Riva tornerà”... Massimo Oggiano

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