ALI - Numero 29

 

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Settembre 2017

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La prima volta di VIRGO e le onde gravitazionali Un nuovo evento di onde gravitazionali è stato rilevato dalla collaborazione LIGO-VIRGO. Questa volta però le increspature dello spazio-tempo sono state registrate anche dall'interferometro costruito in Italia, oltre che dai due interferometri gemelli di LIGO, negli Stati Uniti. L'annuncio è stato dato oggi, all'apertura del G7 Scienza a Torino. 14 agosto 2017, ore 12.30.43 ora italiana. Un’onda gravitazionale attraversa la Terra. A generarla, la fusione di due buchi neri, dotati di massa pari a 31 e 25 masse solari, rispettivamente, e lontani da noi 1,8 miliardi di anni luce. La massa complessiva del nuovo buco nero prodotto dalla fusione è di 53 masse solari: ciò significa che nel processo, tre masse solari sono state convertite in energia delle onde gravitazionali. A rilevare l’impercettibile segnale, un’increspatura del tessuto dello spazio-tempo, questa volta c’erano non solo gli interferometri gemelli di LIGO - situati uno a Livingstone, in Louisiana, e l'altro a Hanford, nello stato di Washington giunti ormai alla quarta rilevazione di onde gravitazionali, ma anche l’interferometro europeo VIRGO, situato all'European Gravitational Observatory (EGO) a Cascina, in provincia di Pisa, fondato dall’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN) e dal CNRS francese. L'annuncio di questa nuova rilevazione di onde gravitazionali, la prima per VIRGO, è stato dato oggi nell'ambito del G7 Scienza che inizia a Torino. “Oggi è stato raggiunto uno splendido obiettivo: il passaggio dalla fase di scoperta delle onde gravitazionali a quella dell'astronomia gravitazionale, che si inserisce a pieno diritto nell’astronomia dei vari messaggeri cosmici”, ha commentato Antonio Masiero, vicepresidente dell’INFN e presidente di ApPEC, il consorzio che coordina la ricerca europea in fisica delle astroparticelle. “Ciò è stato reso possibile grazie al cruciale ‘aggancio’ di VIRGO ai due interferometri statunitensi LIGO con la conseguente creazione di un primo esempio di grande infrastruttura di ricerca globale.” “È stato meraviglioso vedere un primo segnale di onde gravitazionali nel nostro nuovo rivelatore, dopo solo due settimane dall’inizio della presa dati", ha sottolineato l'olandese Jo van den Brand, di Nikhef e VU University Amsterdam, coordinatore della collaborazione VIRGO. “Questa è una grande ricompensa dopo tutto il lavoro svolto negli ultimi sei anni per la realizzazione del progetto Advanced VIRGO, che ha consentito di potenziare il nostro rivelatore”. Finora VIRGO aveva partecipato solo all’analisi dei dati raccolti da LIGO, in attesa che venissero completati alcuni aggiornamenti tecnologici dell’impianto pisano, ora nella configurazione Advanced VIRGO. Ora che anche l’hardware è diventato parte integrante delle ricerche della collaborazione VIRGO-LIGO, diventa più evidente il potenziale scientifico di questa impresa, noto finora solo sulla carta. I numeri parlano chiaro: avere tre interferometri invece di due permette una migliore localizzazione della sorgente delle onde gravitazionali, come anche la misurazione di altri loro parametri, come lo stato di polarizzazione. Per quanto riguarda la localizzazione, gli autori della scoperta sottolineano che il volume di spazio in cui

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è stata individuato l’evento, indicato con la sigla GW170814, è più piccolo di 20 volte rispetto a un’osservazione con due soli interferometri; ciò si traduce in un incremento di 10 volte nella precisione con cui si definisce l'angolo solido da cui proviene il segnale, che ora è di soli 60 gradi quadrati. Questo rappresenta un grande vantaggio, perché permette di dare indicazioni precise per orientare nella stessa regione di spazio altri osservatori astronomici sparsi per tutto il globo e anche quelli nello spazio, al fine di catturare segnali elettromagnetici a banda larga emessi nel corso dello stesso evento. Sebbene nel caso di GW170814 osservazioni di follow-up da parte di 25 osservatori non abbiano avuto successo, questo è un approccio sperimentale molto promettente. I vantaggi sono evidenti per quanto riguarda la polarizzazione delle onde gravitazionali, un termine con cui si indica il fatto che queste onde vengono distorte in modo diverso nei tre assi dello spazio in base alla relatività generale di Albert Einstein, la teoria che un secolo fa circa aveva previsto l’esistenza delle onde gravitazionali. Secondo questa teoria, spazio e tempo costituiscono un'unica entità a quattro dimensioni, lo spazio-tempo. Le interazioni gravitazionali sono dovute al fatto che le masse deformano lo spazio-tempo, come se fosse un tessuto. Le onde gravitazionali non sono altro che le increspature di questo tessuto prodotte da eventi catastrofici che coinvolgono le grandi masse del cosmo, come la fusione di buchi neri o di stelle di neutroni. La presenza di VIRGO in una posizione e un’orientazione molto diverse rispetto a LIGO può dare indicazioni preziose per capire se i dettami della teoria einsteiniana vengono rispettati. Al di là dei singoli risultati, che verranno presto pubblicati sulle "Physical Review Letters" viene confermata la bontà dell’idea di integrare in un’unica rete globale interferometri molto distanti. “Nel 2001 avevo proposto di realizzare una rete mondiale di interferometri e di utilizzarli come una single machine”, spiega Adalberto Giazotto, fisico dell’INFN, “padre” di VIRGO e primo fautore di un unico grande strumento. “Oggi questo sogno si è realizzato e sono convinto che le scoperte che faremo da qui in avanti lasceranno un’impronta profonda nella fisica.” “La prima rivelazione di un’onda gravitazionale da parte di tutti e tre gli interferometri rappresenta lo straordinario successo di un esempio virtuoso di collaborazione su scala globale”, ha aggiunto Fernando Ferroni, presidente dell’INFN. “E la capacità di identificare nel cielo la sorgente marca la nascita della cosiddetta astronomia multimessaggero; come INFN, siamo orgogliosi di VIRGO, lo strumento che si trova in Italia, e che con il suo determinante contributo rende possibile questa nuova, grande avventura scientifica.” I dati registrati della rete dei tre rivelatori promettono altri risultati, che saranno annunciati in futuro dalla collaborazione LIGO-VIRGO. Attualmente la loro elaborazione è ancora in corso, ma presto sarà completata. Da Le Scienze

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Enormi grotte di lava su Luna e Marte Grotte naturali scavate da flussi di lava: un nuovo studio italiano, presentato al Congresso europeo di planetologia, ipotizza che quelle lunari e marziane siano molto più grandi di quelle terrestri, a causa della minore gravità. Un altro studio italiano indica come realizzare uno strumento radar per andare a mappare i tunnel di lava sulla Luna, ipotetico rifugio sicuro per un futuro avamposto umano Due ricerche presentate al Congresso europeo di scienze planetarie (Epsc 2017) si sono occupate di tunnel di lava (lava tubes), grotte sotterranee create dall’attività vulcanica. Il primo studio ha mostrato come queste cavità – particolarmente interessanti come habitat protetti per l’esplorazione spaziale – su Marte e Luna possano raggiungere dimensioni molto più grandi rispetto alla Terra, presumibilmente a causa della minore gravità presente. Un ulteriore studio indica la strada per costruire uno strumento per la prossima generazione di sonde lunari che, utilizzando un radar, sarà in grado di individuare queste strutture sotto la superficie della Luna. I tunnel di lava si formano quando flussi di lava di bassa viscosità scorrono abbastanza vicino alla superficie, sviluppando una crosta dura che si ispessisce fino a creare un tetto sopra il torrente di lava; oppure quando la lava in risalita dalla camera magmatica si fa strada nelle fessure esistenti tra strati di roccia o cavità prodotte da precedenti flussi, lasciando dietro di sé una vasta rete di gallerie collegate. Le reti di grotte scavate dalla lava possono raggiungere sulla Terra fino a 65 chilometri di sviluppo. Sulla Luna e su Marte sono state osservate file allineate di depressioni, interpretate come pozzi di collasso e lucernari di lava, che provano l’esistenza di cavità laviche anche su quei corpi celesti. Recentemente, la missione Nasa Grail ha fornito dati gravimetrici dettagliati della Luna, scoprendo la presenza di enormi vuoti nel sottosuolo di antichi depositi vulcanici. Ora, ricercatori dell’Università di Padova e dell’Università di Bologna hanno effettuato il primo confronto sistematico dei tunnel di lava di Terra, Luna e Marte, basandosi su modelli digitali del terreno ad alta risoluzione. «Il confronto tra gli esempi terrestri, lunari e marziani evidenzia che, come ci si potrebbe aspettare, la gravità ha un grande effetto sulle dimensioni dei tubi di lava», spiega Riccardo Pozzobon dell’Università di Padova, che ha presentato la ricerca. «Sulla Terra queste grotte possono avere fino a trenta metri di diametro. Nell’ambiente di bassa gravità di Marte abbiamo la prova di tubi di lava da 250 metri di larghezza. Sulla Luna, questi tunnel potrebbero essere larghi più di un chilometro e lunghi molte centinaia di chilometri». Secondo il ricercatore, questi risultati hanno implicazioni importanti per l’esplorazione umana della Luna, ma anche per la ricerca di vita extraterrestre su Marte. I tunnel di lava costituiscono infatti ambienti schermati dalle radiazioni cosmiche e protetti dal flusso costante di micro-meteoriti. Inoltre, sono anche sufficientemente grandi da poter potenzialmente ospitare degli insediamenti umani di dimensioni significative.

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Tuttavia, i sistemi di rilevamento attuali non sono in grado di effettuare direttamente misurazioni sotto la superficie e quindi non possono rilevare e caratterizzare i tubi di lava extraterrestri.A questo scopo, Leonardo Carrer e colleghi dell’Università di Trento hanno presentato uno studio di fattibilità per un sistema radar specificamente progettato per rilevare tunnel di lava sulla Luna dall’orbita. Il radar scandaglia il sottosuolo lunare con onde elettromagnetiche a bassa frequenza, rilevando i segnali riflessi. Questo strumento radar potrebbe determinare con precisione la composizione fisica, la dimensione e la forma delle grotte lunari, ottenendo una mappa globale della loro posizione. «Gli studi che abbiamo sviluppato mostrano che un sistema di scandaglio a multi-frequenza è la migliore opzione per il rilevamento di tunnel di lava di dimensioni molto diverse», spiega Carrer. «Le simulazioni mostrano che i flussi di lava hanno impronte elettromagnetiche uniche, che possono essere rilevate dall’orbita indipendentemente dal loro orientamento rispetto alla direzione di movimento del radar. Di conseguenza, una missione che trasportasse questo strumento consentirebbe un passo cruciale verso la ricerca di un habitat sicuro sulla Luna per la colonizzazione umana». Da media.inaf.it

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L’ESA sceglie Leonardo per la cyber security di Galileo L’Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha scelto Leonardo per uno studio per la gestione della sicurezza dei dati del programma europeo di navigazione satellitare Galileo. L’annuncio dell’accordo è stato diffuso in occasione della conferenza Cybertech Europe, l’evento legato alla cyber security ancora in corso a Roma di cui il colosso italiano è co-organizzatore. “Siamo orgogliosi di questa collaborazione con l’Esa che ci permette di valorizzare le nostre competenze di cyber security in un settore all’avanguardia come quello spaziale”, ha detto l’ad del Gruppo Alessandro Profumo che ieri, al Cybertech Europe, ha illustrato la propria ricetta per la sicurezza cibernetica. “La cyber security delle infrastrutture spaziali è sempre più strategica”, ha aggiunto. “È necessario sviluppare nuove tecnologie, anche in una logica di collaborazioni internazionali, capaci di proteggere gli asset satellitari, che hanno un ruolo essenziale nella vita quotidiana dei cittadini e nel funzionamento delle infrastrutture critiche delle nazioni, dalle comunicazioni ai trasporti alla difesa. Difenderli dalle minacce cyber è diventato imprescindibile”, ha rimarcato Profumo Leonardo sta dunque sviluppando un’architettura di riferimento e definendo requisiti e processi per la gestione della sicurezza informatica del programma Galileo, in accordo con le recenti normative europee in materia dicyber security. “L’obiettivo – spiega la nota del Gruppo– è supportare il lavoro dell’Esa nella definizione di un sistema allo stato dell’arte per il monitoraggio della sicurezza di Galileo, anche alla luce dell’introduzione di nuovi requisiti di missione del sistema e di nuovi standard e procedure di sicurezza relativi alla rete satellitare europea”. Galileo, lo ricordiamo, è il sistema globale di navigazione e localizzazione satellitare che garantirà all’Europa autonomia e massima precisione nel rilevamento della posizione. Il programma è gestito dalla Commissione europea, che ha delegato all’Esa la responsabilità della realizzazione del sistema. Offrirà servizi affidabili e precisi per cittadini, trasporti, telecomunicazioni, sicurezza, gestione delle emergenze, ricerca e soccorso, imprese, banche e utilities. Leonardo è partner di Galileo da sempre; il Gruppo italiano garantisce la gestione operativa e logistica con Telespazio, attraverso Spaceopal, “puntando allo sviluppo di servizi innovativi”, in particolare per i clienti governativi e gli operatori con speciali requisiti di sicurezza che utilizzeranno il segnale Galileo Prs. Per il programma ha realizzato anche i sensori di assetto per il controllo della posizione dei satelliti e gli orologi atomici all’idrogeno utilizzati per segnarne il tempo, oltre a un ricevitore sicuro Prs. Da airpress.it

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Human digital strategy Il digitale riguarda e investe anche la mente Influenza e plasma abilità cognitive, risposte emozionali, relazioni e reazioni, modalità del cuore e del cervello di rispondere e affrontare la realtà, di decidere, di costruire significati e di immaginare possibilità. Il digitale è un’esperienza che lascia un’impronta biologica nelle strutture neurali della mente. Per questo, nel progettare una strategia digitale appare fondamentale considerare anche le metamorfosi psicologiche. Comprendere le trasfigurazioni psicologiche prodotte dall’esposizione al digitale consente di presidiare la loro coerenza con i traguardi aziendal attesi. Senza una strategia digitale che si interessi anche del sommerso psicologico, potrebbero formarsi derive culturali e comportamentali distanti dal modello organizzativo e di business che si aspira a realizzare. Di seguito sono proposti 5 impatti psicologici, cognitivi e relazionali del digitale che meriterebbero di essere considerati in una human digital strategy. 1. La perdita dei confini Il digitale sottrae alle organizzazioni una delle condizioni identitarie e fondative: i confini. Sempre organizzazione significava una chiara delimitazione tra dentro e fuori, tra appartenenza ed estraneità. Con i suoi precisi confini – spaziali, procedurali, normativi, logistici – l’organizzazione offriva una condizione di protezione, di contenimento, di chiarezza, dando risposta alla fondamentale necessità psicologica di avere certezza di frontiere ed estremità. Il digitale è smart working e legame senza necessità di confini. Il lavoro perde territorio fisico, spazi condivisi delimitati da comuni pareti. Diventa territorio virtuale. Il cuore smarrisce la rassicurante certezza dei confini. Non si guadagna solo più libertà, ma anche assenza di un luogo con la sicurezza di una differenza tra privato e pubblico, tra lavoro e personale, tra l’io professionale e l’io personale. Il digitale smarrisce i confini organizzativi e impegna il cuore a trovarsene di propri, da solo. 2. L’isolamento della vicinanza Psicologicamente il cuore necessita di relazioni, contatti e vicinanze. Quando queste vicinanze erano dettate dai vincoli delle organizzazioni pre-digitali – il collega fisicamente vicino nello stesso ufficio – la vicinanza era un’esperienza che costringeva all’ascolto, all’adattamento e alla scoperta. Nel pre-digitale la prossimità fisica richiedeva una prossimità comunicativa con la differenza e l’estraneità. Il digitale consente di scegliere le proprie vicinanze. Vicinanze digitali. Comunicazioni e relazioni non sottomesse a vincoli spaziali e logistici. Legami che non richiedono sforzo di

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adattamento relazionale con chi si ha obbligatoriamente vicino, ma attraverso la rete come medium possono essere discriminati dalla simpatia – syn-pathos – dal vissuto dello stesso sentimento. Il digitale consente di racchiudersi in comunicazioni tra simili, consente di evitare la fatica relazionale imposta dalla logistica fisica pre-digitale, di dover stabilire comunicazioni con i colleghi della scrivania accanto. La comunità organizzativa digitale facilita il desiderio di ritagliarsi isole di similitudine e identicità in mezzo al mare della varietà e della differenza, eliminando lo sforzo di capire, di negoziare, di trovare un compromesso che impone il vivere gomito a gomito tra e con le differenze. Se il digitale espande e infittisce numericamente le comunicazioni e i contatti, allo stesso tempo le rende incestuose, perché chiuse all’interno della stessa famiglia di significati, linguaggi ed esperienze. Il digitale espande la vicinanza e allo stesso tempo la isola e impoverisce. 3. Il frastuono informativo Altra metamorfosi psicologica è l’esito dell’esuberanza informatica a cui si è sottoposti. La quantità di informazioni accessibili e ricevute eccede le capacità umane di computazione ed elaborazione. Per sopravvivenza psicologica nascono e si producono filtri, semplificazioni, rifiuti, cancellazioni. Le informazioni che tracimano diventano permanentemente l’esperienza di un proprio ritardo cognitivo: si sa di non sapere ciò che si dovrebbe. Si deve convivere con la consapevolezza della propria inadeguatezza di pensiero e conoscenza. E quando entra nel cuore un sentimento di carenza è immediata la risposta inconscia di difesa, di elusione, di rimozione. Invece che godere dell’abbondanza informativa si impara a vivere senza profondità di conoscenze, accontentandosi della lettura di poche righe.

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4. L’impoverimento del linguaggio La cifra linguistica del digitale sono il touch e lo screen. E’ linguaggio di superficie e orizzontale. Poiché il tempo per approfondire è residuale, la vita organizzativa non può che scorrere orizzontale, avvalendosi di un linguaggio del contatto, della risposta emotiva, della velocità con ci si giunge alle conclusioni, alle certezze senza dubbi, alle continue decisioni che non si è più liberi di ignorare o rimandare. Il linguaggio deve poter scorrere sulla superficie e sullo schermo, senza uscirne e andare nello schermo successivo o nel pensiero successivo, per essere immediato e orizzontale (non profondo). Un simile linguaggio non può che essere eroso e corroso, sminuito e depauperato. Semplificato e non semplice. Dalla riflessione all’infografica. 5. La perdita di concentrazione Una risorsa che nutre il pensare di evoluzioni e innovazioni, ma anche l’esistenza di consapevolezza, conoscenze accurate e buone scelte è la concentrazione. La capacità di protrarre l’attenzione del pensiero a lungo sullo stesso contenuto, cercando successivi approfondimenti. Un prodotto neurobiologico, ovvero cognitivo, del digitale è l’erosione della capacità di concentrazione. Le capacità della mente hanno una corrispondenza biologica nella qualità delle reti di sinapsi che collegano neuroni dedicati alla stessa abilità. Tanto è maggiore e impegnativo il ricorso a modalità di pensare o agire specifiche più complesse e vaste sono le reti sinaptiche che si generano. All’opposto quando non si utilizza una capacità il cervello cancella e rimuove le sinapsi lasciate inerti. E quando le strutture neurali sono state abbandonate è ben più difficile ritrovare quella capacità che non si pratica più. Così è la per la capacità di concentrazione. La vita digitale produce incessanti interruzioni e frammentazioni di ciò che si sta facendo. Produce abilità necessarie per un pensiero intermittente, episodico e discontinuo. Ma viene anche meno l’abitudine a mantenere a lungo la concentrazione sullo stesso argomento. Le strutture neurali dedicate alla concentrazione vengono depauperate e si instaura un circolo vizioso: più fatica fa la mia mente a concentrarsi meno mi sforzo di farlo. Vi è dunque una conseguenza da considerare: che ne è dell’organizzazione quando le persone perdono la capacità di concentrarsi, vivendo incessantemente nel presente e nella reazione immediata, sovente emotiva? Da hu-co.it

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Spazio, 16 cose che (forse) non sapevi sulla vita in orbita Il sudore che si può attaccare agli occhi. La luna desolata. La colonna vertebrale che si allunga. I racconti sorprendenti degli astronauti sulle missioni stellari. Ci sono oltre sette miliardi di persone al mondo e quelle che hanno avuto la possibilità di orbitare attorno alla Terra sono solamente 538. Il numero è ulteriormente destinato a ridursi se si considerano coloro che hanno trascorso un periodo prolungato nello spazio. Cioè gli unici che possono raccontare come sia davvero la vita fuori dall'atmosfera terrestre. Dal 2010 a oggi cinque di loro hanno provato a rispondere agli interrogativi degli utenti sul sito di social news Reddit. Domande profonde su cosa si prova a guardare la Terra da lassù o curiosità molto terrestri su cosa succede se si starnuta in orbita, se si suda o si emettono flatulenze. Il sito Vox ha provato a selezionare le scoperte più curiose. Ecco 16 cose che è bene sapere sui viaggi nello spazio. 1. Il lancio in orbita è un brivido terrificante «Durante il mio primo lancio, siamo partiti alla velocità del suono. Ero così sopraffatto dalla crescita delle vibrazioni che per un attimo ho pensato che qualcosa stesse andando storto», ha scritto Jeff Hoffman, ex astronauta e scienziato statunitense che nel 1985 fece il primo dei suoi sei lanci nello spazio. 2. L'odore dello spazio? Metallo e polvere da sparo «Quando si arriva in una stazione spaziale bisogna agganciarci la navicella su cui si viaggia, in modo tale da equalizzare la pressione: una volta che questo procedimento è stato effettuato si procede con l'apertura dello sportello e si è travolti da un odore metallico simile a quello della ionizzazione», ha scritto Mike Hopkins (astronauta della Nasa) nel giugno del 2014 dopo essere rientrato da una missione nello spazio. «La camera di compensazione ha un odore simile a quello dell'ozono o della polvere da sparo», ha aggiunto il cosmonauta Chris Hadfield, «che probabilmente proviene dalla desaturazione del metallo esterno e dal materiale delle nostre tute».

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3. Gli astronauti assumono spesso la posa di Superman «Ciò che più mi piace fare», ha continuato Hadfiel, «quando mi trovo in un ambiente a gravità ridotta, è volare: fluttuare magicamente da una parte all'altra della stazione. Noi astronauti assumiamo spesso la posa di Superman correlata da un grande sorriso, però l'interno della stazione spaziale è piccolo per un supereroe e si finisce spesso contro le pareti». 4. Se dovete mangiare cibo liofilizzato, scegliete il cocktail di gamberi L'astronauta Buzz Aldrin, rispondendo alla domanda su quale sia il suo cibo preferito a bordo della navicella spaziale, ha scritto: «Si tratta di cibo liofilizzato, quindi dobbiamo aggiungere l'acqua per renderlo commestibile. Tra le varietà dei pasti a nostra disposizione, il migliore è il cocktail di gamberi. È molto gustoso». Anni dopo anche Jeff Hoffman ha confermato la bontà del cocktail di gamberi liofilizzato: «La verità è che sia l'olfatto sia il gusto sono sensi che si riducono in assenza di gravità, probabilmente perché tutto il liquido del corpo si sposta verso la parte superiore e quindi al nostro interno si crea una sorte di congestione. I gamberi in sé non sono fantastici, ma contengono una salsa di rafano piccante che è davvero ottima». 5. Il sudore rimane sulla pelle e può attaccarsi agli occhi «Il sudore rimane attaccato alla pelle», ha scritto Hopkins, «si accumula sulle braccia e sulla testa, può anche attaccarsi agli occhi. Quando cerchi di levartelo di dosso, si attacca alle pareti della navicella e poi bisogna pulirlo con degli asciugamani. La cosa interessante è che poi viene riciclato e diventa acqua potabile». 6. Nello spazio si emettono più flatulenze, ma non si rutta Hadfiel ha spiegato che durante la sua permanenza nello spazio ha emesso un numero maggiore di flatulenze rispetto a quando sta sulla Terra: «l'eruttazione è impossibile nello spazio perché non c'è abbastanza gravità per separare i gas dai liquidi dello stomaco». 7. Si può avere un'erezione, ma il sesso non è una buona idea Nonostante la microgravità, fare sesso nello spazio è probabilmente possibile. Ron Garan, astronauta in pensione, alla domanda di un utente sul fatto se sia possibile avere o meno un'erezione, ha risposto: «Non c'è niente di ciò che accade al corpo umano sulla Terra che non accada anche nello Spazio».

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