Da Casa Madre - Ottobre 2017

 

Embed or link this publication

Description

Rivista della famiglia dei Missionari della Consolata

Popular Pages


p. 1

Istituto Missioni Consolata da Casa Madre Anno 99 - N. 10/ Ottobre - 2017 Perstiterunt in Amore Fraternitatis OTTOBRE MISSIONARIO

[close]

p. 2

FRAMMENTI DI LUCE “NON SONO VENUTO PER CHIAMARE I GIUSTI, MA I PECCATORI” (MC 2,17) P. Giuseppe Ronco, IMC Parlare oggi di peccato e di peccatori dà l’impressione di voler risuscitare dalle polveri del Medioevo un tema arcaico, obsoleto, decisamente fuori moda. Si dice che parlare di peccato è far violenza all’uomo. Dell’uomo si dovrebbero sottolineare solo i suoi lati positivi, la sua capacità di modellarsi il proprio destino, la sua libertà, le sue scelte responsabili, i suoi diritti all’interno della società. Eppure la missione di Gesù sulla terra, il suo grande amore per i peccatori e la sua morte in croce per salvarci, dovrebbero spingerci a considerare con maggior attenzione il richiamo di Paolo “siete stati redenti a caro prezzo” (1 Cor 6,20 e 7,23) e ad essere maggiormente attivi verso chi non accoglie l’amore di Dio o lo deturpa. “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10) realizzando alla lettera l’oracolo che Dio fa pronunciare ad Ezechiele “non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez 33,11). Ilcoraggiodiriconoscersipeccatoriapreallacarezza di Gesù: la salvezza entra nel cuore soltanto quando 2 da Casa Madre 10 / Ottobre 2017

[close]

p. 3

noi apriamo il cuore nella verità dei nostri peccati. “Il posto privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo – ricorda il Papa - sono i propri peccati. E per questo riconoscere i propri peccati, riconoscere la nostra miseria, riconoscere quello che noi siamo e quello che noi siamo capaci di fare o abbiamo fatto è proprio la porta che si apre alla carezza di Gesù, al perdono di Gesù” (Francesco, 18 settembre 2014). MEZZANE PER I PECCATORI Santa Veronica Giuliani e Santa Teresa del Bambin Gesù sono due esempi di esegesi vivente del Vangelo. Hanno copiato nella loro vita l’amore di Gesù verso i peccatori, non escludendo nessuno, ma offrendo la loro esistenza e la loro preghiera perché tutti fossero salvati. Perché non vedere nel loro dolore la continuazione della missione del Servo di Yahwé e di Gesù Cristo stesso, messia sofferente? “Egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori” (Is 53,12). Santa Veronica Giuliani, cappuccina clarissa nel Monastero di Città di Castello vicino a Perugia (1660-1727), vive ancor oggi nella memoria cristiana come una mistica legata alla passione del Signore. “Patire e amare” furono le parole del suo percorso spirituale, che la spinsero ad avere come unica aspirazione quella di vivere crocifissa con Cristo crocifisso. Si sforzava di amarlo senza misura, anche con penitenze inabituali, sostituendosi così a coloro che non lo amavano. Aveva nel cuore l’amore per i peccatori e per essi cooperava alla missione del Redentore. “Mi ha costituita mezzana fra lui e i peccatori. Questi è il mio primo offizio che Dio mi ha dato” (Diario). “Mio Dio, altro non vi chiedo che la salvezza dei peccatori. Mandatemi più pene, più tormenti, più croci!”. Nel 1681 al terzo anno di noviziato nacque in lei il desiderio di offrirsi come mezzana per i peccatori, mentre pregava davanti al Crocifisso dell’infermeria. E Gesù le rispose: “Mia Sposa, mi sono care le penitenze che fai per coloro che sono in mia disgrazia, perciò ti confermo per mezzana tra me e i peccatori, come tu brami”. “Poi, staccando un braccio dalla croce, mi fece cenno che mi accostassi al suo costato, e mi trovai tra le braccia del Crocifisso. Quello che provai in quel punto non posso raccontarlo; avrei voluto star sempre nel suo santissimo costato” (Diario). Le esperienze sorprendenti che accompagnarono la sua vita e descritte nelle 44.000 pagine del suo diario, vanno dalla coronazione di spine alla stigmatizzazione, dalla trasverberazione del cuore al matrimonio mistico. Veronica le ha vissute con un’unica finalità: salvare con Cristo i peccatori. Il desiderio di salvezza per l’umanità la porta a desiderare una conformità piena all’unico Mediatore fra Dio e gli uomini, Gesù Cristo, e a farsi come Lui “voce” dinnanzi al Padre usando l’appellativo dialettale di “Mezzana”, disposta a mettersi sulla porta dell’inferno e portare le pene dei peccatori pur di salvarli dalla dannazione eterna. da Casa Madre 10 / Ottobre 2017 3

[close]

p. 4

E’ un amore che la impegna radicalmente per cooperare alla missione stessa del Redentore. Veronica si sente destinata a rappresentare i peccatori davanti a Dio, a pregare e a patire per i bisogni della santa Chiesa e di tutti i popoli; per il bene di tutto il mondo. “Io gli dicevo: Signore, vi prego, per le vostre sante Piaghe, a voler perdonare e dare lume a questi vostri nemici; ché così li posso io chiamare, stanteché stanno in vostra disgrazia. Lo sapete che io sono per mezzana fra Voi ed essi. Però eccomi pronta a tutto, purché essi si convertano a Voi. In questo punto, pàrvemi di vedere le sue sante Piaghe grondanti di sangue. O Dio mio, vi offerisco questo vostro Sangue, e pei meriti di esso, vogliate perdonare a questi tali e tali” (Diario). Morì dopo 33 giorni di malattia, all’alba del 9 luglio 1727, stringendo tra le mani il crocifisso e dicendo: “Ho trovato l’Amore, l’Amore si è pur lasciato vedere, ditelo a tutte, ditelo a tutte. È questo il segreto delle mie sofferenze e delle mie gioie. L’Amore si è lasciato trovare”. Léo Taxil, ex direttore del giornale L’anticlericale, in una conferenza stampa del 19 aprile 1897 rivelò che Diane Vaughan non era mai esistita e che tutta la vicenda era una bufala per burlarsi dei cattolici. “Diane Vaughan sono io!”. Quando Teresa seppe la verità, lei che aveva ricevuto anche una lettera di risposta dalla sedicente Diana Vaughan, andò a prendere quella lettera e la gettò nel letamaio (Cfr G. Gennari, Compresi che la chiesa aveva un cuore e che questo cuore era infiammato d’amore). In altro modo e in tempi diversi, Santa Teresa di Lisieux (1873-1897) visse la stessa esperienza. Appena quattordicenne pregò intensamente per la conversione di Henri Jacques Pranzini, condannato alla ghigliottina per l’assassinio di tre donne, nell’aprile 1887. Grande fu la gioia di Teresa, quando apprese dal giornale La Croix che Pranzini si era convertito e che sul luogo del patibolo baciò per tre volte il crocifisso. L’esperienza più traumatica e coinvolgente avvenne nell’aprile 1897, quasi alla vigilia della sua morte, nell’episodio della corrispondenza con Diane Vaughan. Lo zio Isidoro Guérin le aveva fatto conoscere le Memoires di questa giornalista, in cui narrava la sua conversione dal satanismo. Teresa ne fu commossa e inviò a Diane Vaughan una lettera e una preghiera, a cui Madre Agnese aggiunse una foto di Teresa mentre recitava la parte di Giovanna D’Arco in un teatrino realizzato nel Carmelo. Teresa scrisse nel suo quaderno: “Oh Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi e dai peccati di tutti gli uomini sia purificata da un’anima che ti ama, io voglio proprio mangiarci da sola il pane della prova, fino a quando ti piacerà di introdurmi nel Tuo luminoso regno. La grazia che ti domando è di non offenderti”. Diventò sorella degli atei, dei disperati, seduta con loro «alla tavola dove mangiano i peccatori». Acconsentì a restare lì, con i peccatori, perché Dio è «Amore, la cui proprietà sta nell’abbassarsi» (Man. A). Si mise in fila con i peccatori L’esempio massimo di amore per i peccatori ci viene da Gesù stesso. Nella passione si consegna nelle mani peccatori. Nel momento del battesimo al Giordano, Gesù si mette in fila con i peccatori, come l’ultimo di tutti. “Gesù si colloca nella logica dell’umiltà e della 4 da Casa Madre 10 / Ottobre 2017

[close]

p. 5

solidarietà: è il gesto di Colui che vuole farsi in tutto uno di noi e si mette realmente in fila con i peccatori; Lui, che è senza peccato, si lascia trattare come peccatore (cfr  2Cor  5,21), per portare sulle sue spalle il peso della colpa dell’intera umanità, anche della nostra colpa. È il “servo di Dio” di cui ci ha parlato il profeta Isaia (cfr 42,1). La sua umiltà è dettata dal voler stabilire una comunione piena con l’umanità, dal desiderio di realizzare una vera solidarietà con l’uomo e con la sua condizione. Il gesto di Gesù anticipa la Croce, l’accettazione della morte per i peccati dell’uomo. Facendosi battezzare da Giovanni insieme con i peccatori, Gesù ha iniziato a prendere su di sé il peso della colpa dell’intera umanità, come Agnello di Dio che “toglie” il peccato del mondo (cfr Gv 1,29). Opera che Egli portò a compimento sulla croce” ” (Benedetto XVI, gennaio 2009). A partire dalla croce e dalla risurrezione divenne chiaro per i cristiani che cosa era accaduto: Gesù si era preso sulle spalle il peso della colpa dell’intera umanità; lo portò con sé nel Giordano. Egli è, per così dire, il vero Giona, che aveva detto ai marinai: prendetemi e gettatemi in mare (cfr. Gio 1,12). Il battesimo di Gesù è l’accettazione della morte per i peccati dell’umanità, e la voce dal cielo «Questi è il Figlio mio prediletto» (Mc 3,17) è il rimando anticipato alla risurrezione. Fino a Gesù si pensava di onorare Dio separandosi dai peccatori, ma con Gesù si fa chiaro che l´accoglienza dei peccatori è un tratto essenziale della missione di Gesù. Seduto alla tavola dei peccatori Sedersi a tavola con i peccatori era per Gesù un gesto abituale. Normalmente mangiava con i pubblicani e i peccatori e lo faceva in maniera solenne, in un banchetto. Nel descrivere questa attività, Marco usa sempre l’imperfetto, per indicare appunto che l’azione era abituale, continua. Aveva infatti coscienza che la chiamata dei peccatori era la sua missione: “Non sono venuto (= non sono stato mandato) per chiamare i giusti, ma i peccatori”. (Mc 2,17). La predilezione per i peccatori era evidente: caratterizzava lo scopo della sua incarnazione! Mangiare con i peccatori era un mezzo per contestare l’idea farisaica di purità legale, che separava i giusti dai peccatori, e far capire che per il Padre non esistono steccati divisori tra uomo e uomo e tra Dio e l’uomo. Tutti, buoni e cattivi, vanno accolti e amati. Mangiava con loro per avere con loro comunione di vita, mostrando come l’amore e l’accoglienza possano trasformare un peccatore in un riconciliato con Dio. Apriva così la porta della salvezza e della speranza ai peccatori e ciò appare evidente nella chiamata di Levi (cfr Mc 2,13-17). Quest’uomo chiuso nel suo ripetitivo lavoro quotidiano si rimette in movimento e segue Gesù che lo chiama a mettersi in cammino. Così “un” peccatore diventa il discepolo Matteo; uno che era seduto si è rialzato per mettersi in cammino verso una novità da scoprire. da Casa Madre 10 / Ottobre 2017 5

[close]

p. 6

Lo scandalo dei farisei si fa grande perché non ammettono un Dio buono e misericordioso. Gesù ricorda loro l’oracolo di Dio, pronunciato dal profeta Osea (6,6): “Andate, imparate ciò che significa: Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 9,13). È questa la novità del cristianesimo. Gesù è venuto a dire che Dio vuole prima di tutto l’amore e che il culto che gli aggrada è l’amore del prossimo. Venuto per chiamare i peccatori Il grande insegnamento di Gesù è l’invito a guardare i peccatori con occhi nuovi, diversi. Siamo chiamati a vedere nei peccatori non il negativo e il male, ma le risorse positive e le ricchezze presenti nel loro cuore. Zaccheo, la peccatrice, i lebbrosi, i peccatori, i pubblicani, non sono stati giudicati da Gesù per quello che erano, ma erano guardati per quello che potevano diventare. Gesù conosceva il cuore delle persone nella loro interezza e sapeva che in loro abitava Dio. Non voleva l’emarginazione di nessuno e non faceva differenze di persone. Accoglieva tutti e mangiava con tutti: con i lebbrosi (Mc 14,3), accettava le donne di cattiva fama (Lc 7,36-37), si autoinvitava a casa dei peccatori (Lc 19,1-10). Ogni persona, anche se peccatrice, aveva prezzo e valore ai suoi occhi. Aveva chiara la sua missione (mc 2,17) e si presentava si presenta come il medico, capace di offrire l’unica medicina efficace: la misericordia del Padre. La nostra missione conosce l’accoglienza, il perdono, l’amore per i peccatori? “Cristo, pensoso palpito, Astro incarnato nell’umane tenebre, Fratello che t’immoli Perennemente per riedificare Umanamente l’uomo, Santo, santo che soffri, Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, Santo, Santo che soffri Per liberare dalla morte i morti E sorreggere noi infelici vivi, d’un pianto solo mio, non piango più, Ecco, Ti chiamo, Santo, Santo, Santo che soffri”. (Ungaretti, Il dolore, in Vita d’un uomo. Tutte le poesie). 6 da Casa Madre 10 / Ottobre 2017

[close]

p. 7

PAOLO E BARNABA “PERCHÉ NON MONTASSI IN SUPERBIA MI È STATA MESSA UNA SPINA NELLA CARNE” (2 COR 12, 7) P. Ugo Vanni Paolo parla della spina nella carne. E’ un brano importante per capire l’apostolato di Paolo e come Paolo realizza la sua vocazione apostolica. E’ in polemica con chi non lo considera un vero apostolo. Paolo dice: Mi costringete a dire delle cose che non vorrei dire! Se volete saper tutto ve lo dico! Io ho avuto 14 anni fa un contatto con la trascendenza; sono stato al terzo cielo, quasi faccia a faccia con Dio e lì ho avuto delle esperienze, che non posso poi esprimere con la stessa chiarezza e con la stessa vivezza con cui questa esperienza l’ho vissuta. E’ possibile che delle esperienze profonde avute con Dio non si possano poi esprimere! Certe cose non le posso ripetere, però la mia predicazione si basa su questo faccia a faccia con Dio, su queste rivelazioni che ho avuto come dono diretto da Dio. Perché questo essere al terzo cielo non mi desse alla testa, perché non scambiassi questo dono puro di Dio con qualcosa di mio Dio mi ha mandato un contrappeso. Paolo parla di un angelo di satana che lo schiaffeggi, di una spina, di un fascio di spine conficcate nella carne - che mi fanno sentire tutta la mia debolezza. Che cos’è questa metafora che Paolo usa “la spina nella carne”? Secondo tutti gli esegeti moderni - e da Casa Madre 10 / Ottobre 2017 7

[close]

p. 8

fondatamente - non è una tentazione di sessualità, come ha interpretato S. Agostino e come a volte viene interpretato, specialmente sulla linea della Vulgata, che traduceva questa espressione: “una spinosità che punge la carne” (stimulus carnis meae), che fa pensare subito alla sessualità. Nel testo greco non c’è l’idea di stimolo. Ovviamente delle spine conficcate nella carne si fanno sentire, ma questo è un fatto che viene dopo; non è la spina stessa. Se la spina sta tranquillamente dove sta non è uno stimolo, diventa uno stimolo, quando la spina viene conficcata nella carne, quando si fa sentire… Cos’è questa spinosità nella carne? Da tutto l’insieme risulta che sono le difficoltà che Paolo trova nel suo apostolato. Difficoltà esterne: persecuzioni, fraintendimenti… e difficoltà interne, personali. Quasi certamente collegate con uno stato fisico che impediva l’apostolato che pure Dio gli chiedeva di fare. E quindi probabilmente era o una malattia o una debolezza di tipo fisico. E’ quella situazione di conti che non tornano in questo senso: Paolo si sentiva inviato da Dio a portare il Vangelo, era guidato dallo Spirito anche nei suoi piani apostolici, faceva dei progetti apostolici e a un certo punto le circostanze esterne e poi le circostanze sue personali - la sua salute - non gli permettevano 8 da Casa Madre 10 / Ottobre 2017

[close]

p. 9

di realizzarli. I conti allora non gli tornavano! E allora reagisce secondo il suo carattere, pregando, pregando e pregando. Si rivolge al Signore e gli dice: Toglimi questa spina! Cioè: spianami la strada! Vuoi che faccia l’apostolo? Vuoi che annunci il Vangelo? Dammi la possibilità di annunciare il Vangelo! Non mi mettere questi blocchi sulla strada che tu vuoi che io percorra. “Pregai e ad un certo punto mi disse” (non è una visione, ma una presa di coscienza che pian piano matura in Paolo); la risposta del Signore non è quella di spianargli la strada. Gli rimangono tutte le sue difficoltà; ma la risposta è questa: Ti basta il mio amore, la mia benevolenza! (più che la mia grazia). Non è: ti basta quella grazia corroborante che io ti do. Questa è un’interpretazione che rischia di quantizzare il rapporto: quella grazia che ti do, ti sarà sufficiente! Per Paolo il problema è più a monte. Gesù ti dice: io ti amo! Basta! Non ti preoccupare di altro! Quando Paolo riesce a capire questo, si è affidato all’assoluto dell’amore: voglio che tu sia apostolo! Ci sono queste difficoltà che ti impediscono di realizzare quei piani che io stesso ti ho fatto venire in mente! Va bene! C’è anche questo qua, come fare? Pensa a me, pensa al mio amore: l’assoluto è nel mio amore! Il mio amore che si manifesta nel mistero della morte e della risurrezione, nel mistero della debolezza e della forza di Dio. Una volta che Paolo riesce a capire questo… Ti basta di essere amato da me! Ti basta questo coinvolgimento nella debolezza e nella forza del mistero pasquale! Siamo insieme! Più debolezze ci sono e meglio è; non perché le debolezze siano simpatiche, ma perché Paolo vede nelle debolezze, malattie, difficoltà, quella partecipazione alla debolezza di Dio della crocifissione. E poi attraverso questo sa che connessa con questa c’è la risurrezione. Paolo ci dice: di fronte a qualunque difficoltà, la risposta che lui ritiene persuasiva nel suo apostolato è questo affidamento totale del suo apostolato a un Cristo, non solo che provvede, ma che ama e la sua provvidenza è frutto di quest’amore che per Paolo è un qualcosa di assoluto. Allora, quando Paolo si sente davvero così amato da Cristo, sa di essere accanto a lui, di essere nello stesso giro di Cristo, di poter completare nella sua carne quello che manca alla passione di Cristo, come dirà poi nella lettera ai Colossesi. Questo è un punto importante per capire la vocazione di Paolo, per capire la nostra vocazione, per capire ogni vocazione cristiana. Nella nostra vocazione Dio ci dice di farci tutto a tutti. Dobbiamo fare anche i nostri progetti; però il vero realizzatore del nostro apostolato, il vero attualizzatore di noi come dono agli altri nell’apostolato è sempre lui; è un segreto del suo amore verso di noi e verso gli altri. Allora Dio ci dice: lasciatemi fare! Fidatevi pienamente del mio amore! Fate tutto quello che potete, ma guardate a me, fidatevi pienamente del mio amore e io farò. Quando Paolo riesce a capire questo - c’ha messo del tempo! Pregai il Signore tre volte! Vuol dire: pregai il Signore a lungo, con intensità crescente, con tutte le mie forze - alla fine acquista luce. da Casa Madre 10 / Ottobre 2017 9

[close]

p. 10

L’ALLAMANO NELLE TESTIMONIANZE LE “DELUSIONI” DEL FONDATORE P. Francesco Pavese, IMC La vita del Fondatore è stata abitualmente serena. Come sappiamo, provvidenzialmente sulla strada Durante la sua permanenza alla Consolata superò sempre le immancabili tribolazioni ai piedi della Madonna, come lui stesso confidò un giorno parlando alle missionarie. Tuttavia dvette pure sopportare qualche delusione, perché alcuni progetti non si realizzarono secondo le sue aspettative, oppure perché certe persone si sono dimostrate totalmente estranee al suo spirito. È interessante vedere come fu capace di reagire. Propongo alcuni esempi di delusioni procurate sia dall’esterno che dall’interno dell’Istituto.. che lo portava all’arcivescovado incrociò con il p. Felice Carpignano, suo direttore spirituale, che con facilità lo convinse a fare “un’inversione ad u” e tornare a casa. Il fatto che il Fondatore abbia subito ubbidito dice già molto in sé, ma ciò che conta di più è che seppe interpretare quell’incontro inatteso come un dono della Provvidenza. Lo confidò ai suoi giovani: «Una volta avevo preso una decisione senza parlarne con lui, mi pareva cosa chiara. Esco di casa, ed ecco, m’incontro con lui, e quasi mi rincresceva, e poi gli raccontai tutto, e lui mi ha lasciato dire Una delusione dal nuovo Arcivescovo. Penso poche parole e poi: “No!” e fu deciso». che ci sia un solo caso di “delusione” al quale il Fondatore reagì in modo un po’ troppo umano, pur riprendendosi abbastanza presto con l’aiuto del suo direttore spirituale. Si tratta di quando il nuovo arcivescovo card. Gaetano Alimonda gli chiese i conti del santuario per un controllo. Egli si rese conto che non si trattava di un controllo ordinario, ma che, sotto, c’erano delle insinuazioni maligne da parte di qualcuno. Tuttavia non tardò ad andare a portarglieli, con l’intenzione, però, di dare anche le dimissioni da rettore, perché si sentiva leso nella sua onestà. Questa disavventura non è rimasta segreta. Mons. Giuseppe Peyretti, che fu commensale dell’Allamano al Convitto per un certo periodo, scrisse una pagina dettagliata su quanto avvenne allora: «L’unica volta ch’io vidi il canonico turbato e sconfortato fu durante i sei mesi del mio soggiorno alla Consolata, quando cioè, il Card. Alimonda, volendo allontanarlo dal Santuario, in seguito a non giuste informazioni di male lingue, chiese i registri per la revisione dei bilanci, che supponeva non in regola, e di 10 da Casa Madre 10 / Ottobre 2017

[close]

p. 11

conseguenza non giusta la consegna delle entrate e delle spese. Giorni di grande turbamento furono pure per noi quei passati sotto tanto incubo doloroso, nell’incertezza della sentenza del Cardinale». L’anno sabbatico rimasto un desiderio. Secondo la testimonianza processuale di Mons. Giuseppe Nepote, l’Allamano intendeva che i missionari, dopo un quinquennio di lavoro in Africa, passassero un lungo periodo in Italia, per riprendersi soprattutto spiritualmente. Rispondendo alla domanda n. 13 del questionario davanti al tribunale ecclesiastico di Torino, Mons. Nepote affermò: «Agli inizi la preparazione dei missionari fu alquanto breve, per la necessità delle spedizioni del personale nelle missioni nel Kenya. Il Servo di Dio a malincuore si adattò alla necessità, ma era sua intenzione che i missionari, i quali tornavano in patria dopo un quinquennio di lavoro in missione, - come disposto dal Regolamento di allora - passassero circa un anno in Casa Madre, come in una specie di noviziato, per rifarsi nello spirito. I primi missionari ritornati in patria non vollero assoggettarsi. Il Servo di Dio trovò tali difficoltà ed opposizioni, rese più gravi dall’asserzione che le missioni avrebbero avuto danno dalla lunga assenza dei missionari, che finì per adattarsi a rinunziare a questo giusto provvedimento che gli stava a cuore. Fu questa a mio parere la prima delusione dolorosa che il Servo di Dio ebbe nell’Istituto”». Tolta questa testimonianza, non si conoscono altre notizie di tale progetto, tanto meno lamentele del Fondatore per la delusione. Di certo, però, una via alternativa la trovò insistendo sulla necessità di formarsi bene “prima” di partire. Insisteva che bisognava avere il “fagotto” pieno. Conosciamo queste sue insistenze. Le possiamo interpretare come una risposta diversa al suo progetto di “anno sabbatico” Il Fondatore è modello di perseveranza nelle questioni di cui è convinto: se non si può percorrere una via, senza lamentarsi se ne trova un’altra! Verrà il tempo in cui comandiamo noi. Questa delusione non è rilasciata da testimonianze, ma la conosciamo direttamente da alcune lettere conservate in archivio. Il Fondatore guidò la crescita dell’Istituto anche sotto l’aspetto organizzativo. Fino agli anni 20, d’intesa con Propaganda Fide, lui era il Superiore Generale e il Camisassa il Vice. Sono note le vicende che obbligarono entrambi a rimanere al loro posto, nonostante il desiderio di ritirarsi e accompagnare dall’esterno l’Istituto dei missionari. Una situazione poco pulita, però, si è verificata in Kenya tra gli anni 19-20, soprattutto ad opera del P. Giovanni Balbo, il quale, da anni, spingeva perché si celebrasse il Capitolo per l’elezione della Direzione Generale dell’Istituto. Non solo faceva pressioni nel gruppo dei missionari in Kenya, ma scrisse pure al Propaganda Fide in tal senso. Di qui si comprendono certe parole che il Fondatore scrisse al P. Luigi Rosso il 2 luglio 1919: «Ti dico subito che mi fece pena il tuo scritto ispirato forse da uno solo, che tenta in ciò come in altro di disturbare l’istituto e le Missioni. Ma l’opera è di Dio e nulla può contro di essa anche un padre Balbo. Sta attento, mio caro, a non perdere lo spirito ed i meriti dell’Apostolato». Il Fondatore, in data 18 gennaio 1920, scrisse una lettera a P. Balbo, facendogli notare, in da Casa Madre 10 / Ottobre 2017 11

[close]

p. 12

modo paterno e chiaro, il suo atteggiamento un po’ partitico: «Non nego il tuo affetto per la mia persona, e credo pure di non averlo mai demeritato. Ti accolsi nell’istituto chierico, ti trattai sempre quale figlio carissimo, procurando di arricchirti di virtù e di scienza. Ed è perciò che mi fece viva pena la tua condotta costì, ed il tuo sobillarle i compagni per trarli ad un partito secondo le tue idealità. Ben ricordo ciò che dicesti un giorno alla Consolatina, quando ammonito prorompesti in queste parole: “Verrà il tempo in cui comanderemo noi”. Dovevi pur sapere che era mio vero desiderio da tempo di costituire il regolare governo dell’istituto; e questo già vi sarebbe se le debite Autorità e le nostre speciali circostanze l’avessero consentito. Perché ergerti a giudice, e fare passi inconsiderati e strani. Sarebbe stato meglio e più prudente, se mosso da vero zelo, ti fossi prima rivolto a me. […]. Ma basti di ogni cosa passata. Accetto il tuo “ravvicinamento formale”, che toglierà fra noi ogni equivoco in avvenire. Prego il Signore di confermarti nell’osservanza delle Costituzioni e della vero obbedienza, affinché la tua vita sia meritoria presso Dio, di bene alle Missioni e di consolazione ai superiori. Ai piedi della SS. Consolata ti benedico». Subito dopo, Mons. Filippo Perlo e P. Tommaso Gays gli fecero notare che la carrozza lo attendeva fuori, per riportarlo alla Consolata, e ve lo accompagnarono. Ovviamente l’Allamano percepì questo gesto come un volerlo tenere lontano dalle cose dell’Istituto. Ecco le parole del Cappella: «Io lo vidi entrare in sacrestia un po’ abbattuto, con l’occhio sinistro che mostrava grande sofferenza. Io gli corsi incontro e quasi senza parlare, l’accompagnai in camera sua, ove lo interrogai donde venisse e cosa gli fosse stato fatto. Mi rispose che veniva dall’Istituto, e soggiunse: “Non mi vogliono più! Non mi vogliono più! Facciano pure, purché facciano bene secondo lo spirito della regola”. Poi si portò al Santuario dicendo: “Mettiamo tutto nelle mani della Padrona!”. Quindi pregò a lungo e poco dopo si portò a cena senza dimostrare il minimo risentimento. L’episodio non si sarebbe conosciuto se io non ne fossi stato testimone e ne avessi parlato». I rapporti del Fondatore con questo confratello rimasero sempre positivi, al punto che il 10 marzo del 1926, 3 settimane dopo la morte del Fondatore, P. Balbo fu nominato Prefetto Apostolico del Meru. Se il Fondatore avesse rilasciato giudizi negativi, questa nomina non sarebbe stata possibile. La famosa carrozza. Circa l’episodio della carrozza che ha riportato l’Allamano anziano dalla Casa Madre alla Consolata, c’è la testimonianza del Can. Giuseppe Cappella, che merita di essere tenuta in conto, perché riporta una confidenza fattagli dal Fondatore. Nel processo canonico per la beatificazione egli parlò anche dell’ultima visita dell’Allamano, già anziano, nel 1925 all’Istituto. Invece di consentirgli di andare, come al solito, a visitare, una dopo l’altra, tutte le comunità, appena giunto fu accompagnato in parlatorio, dove gli fecero una bella accademia. Lo stesso episodio venne interpretato più benignamente all’interno dell’Istituto. Così lo descrisse il P. Giuseppe Gallea: «Una volta Mons. Perlo in occasione di un’accademia o di una festa, non ricordo con precisione, per evitare che il Servo di Dio si stancasse troppo a venire dal Santuario alla Casa Madre col solito mezzo del tram (perché il Servo di Dio non si servì mai della carrozza per risparmio di spesa) aveva provveduto a mandarlo a prendere colla carrozza. [Finita la festa], fu avvisato che la carrozza era pronta. Chi gli diede l’avviso, forse involontariamente, mancò di delicatezza, perché nel frattempo il Servo di Dio era andato nel gruppo dei chierici e si intratteneva con loro. L’avviso dell’arrivo della 12 da Casa Madre 10 / Ottobre 2017

[close]

p. 13

carrozza fece penosa impressione sul Servo di Dio, il quale ritenne che fosse stato così disposto quasi ad impedire che egli si potesse trattenere più lungamente coi chierici. […]. Solo dopo la morte del Servo di Dio, sentii dire che questo fatto fu da lui interpretato nel senso di una sua quasi estromissione dalla Casa Madre, e che perciò gli fu causa di gravissima pena. Egli a me non ne fece mai parola. Il che dimostra come quella interpretazione, se realmente la diede, sia stato un fatto temporaneo a cui non desse più importanza alcuni giorni dopo, quando, tornato a Torino, ebbi l’occasione di incontrarlo. Giacché era solito a confidarsi con me di altre pene di molto minore importanza. Ma, anche posta la verità di questa interpretazione, la spiegazione va ricercata in quell’insieme di circostanze in cui avvenne». Sta di fatto che il Fondatore, pur soffrendo e pur non potendo più dirigere l’Istituto come avrebbe voluto, continuò a stare vicino ai suoi ai giovani che andavano a trovarlo alla Consolata, non modificando in nulla le sue proposte. «Un fuoco di paglia». Per il Fondatore ci sono state anche altre delusioni o sofferenze. La più conosciuta è stata il giudizio affrettato e superficiale di Mons. Giovanni Battista Bertagna, compaesano e amico dell’Allamano. Questo sacerdote molto stimato soprattutto per la sua competenza in teologia morale, essendo andato trovare l’Abate Nicolis Robilant infermo, gli avrebbe detto che l’Istituto missionario non avrebbe avuto un futuro, perché era solo “un fuoco di paglia”. Sappiamo che questo Abate non fu condizionato da queste parole, anzi reagì lasciando l’Allamano erede di parte dei suoi averi, tanto si fidava di lui e delle sue opere. Non c’è dubbio che il Fondatore abbia sofferto quando gli sono state riferite le parole di Mons. Bertagna, soprattutto perché erano state pronunciate da un amico, dal quale certo non se le sarebbe aspettate. Ma la cosa si è fermata lì. Anche alcuni sacerdoti di Torino diedero delusioni al Fondatore, perché non hnon seppero o non vollero rendersi conto delle difficoltà della missione, chiedendo già nei primi anni: «Quanti ne hanno battezzati?». Conclusione. Ci sarebbe ancora da parlare dell’ultima e grave delusione del Fondatore, sofferta specialmente nell’ultimo anno e mezzo di vita a motivo delle divergenze di vedute con Mons. F. Perlo. Forse più che una delusione, quella situazione fu la causa di una gravissima sofferenza. Chi desiderasse conoscere le numerose e piuttosto delicate testimonianze che riferiscono di quel periodo, può leggere le pagine che P. Igino Tubaldo vi dedica nel IV volume della sua grande opera sotto il titolo piuttosto benigno: “L’Allamano non è del tutto soddisfatto del suo Istituto” (IV, pp. 603ss.). Con quale spirito il Fondatore seppe vivere quella situazione lo si può intravedere da certe sue parole riportate da alcuni testimoni. Siano sufficienti queste di P. Domenico Ferrero: «Più di una volta […] col viso velato di profondo dolore, e manifestando l’intima pena dell’animo come se già vedesse e soffrisse il fatto compiuto, [...] disse: “L’Istituto andrà giù, giù; ma non si perderà, perché è opera di Dio”». Oppure queste parole di P. Bartolomeo Giorgis, che lo visitò pochi giorni prima che morisse: «Soffriva nel corpo e nello spirito. Nell’Istituto non tutto funzionava secondo i suoi voleri e disposizioni. […]. Disapprovava la piega degli avvenimenti». Ho voluto ricordare questi fatti per conoscere sempre meglio il Fondatore. Una cosa è certa: egli non si lasciò mai condizionare da questi incidenti. Li superò sempre in modo positivo, pur soffrendo. Così insegna ad essere forti nelle avversità, senza scoraggiarsi. Per la missione voleva e vuole gente forte come era lui! da Casa Madre 10 / Ottobre 2017 13

[close]

p. 14

ATTIVITÀ DELLA DIREZIONE GENERALE LA MISSIONE DEL NOSTRO ISTITUTO: UNO SGUARDO DISINCANTATO PER CONTINUARE A… SOGNARE! NB. Testo tratto dalla relazione del padre generale al XII Capitolo Generale dell’Istituto, Roma maggio-giugno 2017! Siamo una “famiglia missionaria” internazionale e interculturale, fondata dal Beato Giuseppe Allamano. Svolgiamo la nostra missione in comunione e collaborazione con le Missionarie della Consolata e i Laici Missionari della Consolata, per la “missione ad gentes”, nella Chiesa, al servizio del Regno di Dio, con lo stile, la spiritualità e il metodo missionario della Consolata. Come Direzione Generale abbiamo cercato di favorire una maggiore conoscenza del carisma, del Fondatore, della storia dell’Istituto e della missione, valorizzando i modelli missionari incarnati dai missionari del passato. Abbiamo dedicato anche un anno alla riflessione e preghiera avendo come Protettore il nostro amato Fondatore. Un anno, il 2014, intensamente vissuto e partecipato. Con gioia, ho potuto costatare, che molti missionari vogliono veramente bene al Fondatore e fanno riferimento a lui nella loro vita e anche nella predicazione. Abbiamo una grande quantità di documentazione sul Fondatore e sulla sua parola e, possiamo dire onestamente, che la sua presenza è ancora viva in mezzo a noi. Per tutta la documentazione ringraziamo di cuore tutti i nostri “anziani studiosi” che hanno e dedicano la vita alla ricerca, alla rivisitazione storica e ci hanno offerto tutto questo materiale. Tuttavia, credo che, ci resta tanto lavoro da fare e abbiamo bisogno, di approfondire il tema dell’inculturazione del nostro carisma nei differenti Continenti dove lavoriamo, dobbiamo trasmettere con zelo fraterno quest’amore e questo senso di appartenenza che ha caratterizzato i nostri missionari del passato e che, onestamente 14 da Casa Madre 10 / Ottobre 2017

[close]

p. 15

dobbiamo dirlo, stiamo un po’ perdendo oggi. Resta il rammarico di vedere le nostre comunità faticare, tanto a livello locale come di Circoscrizione. Come già detto, una delle povertà che si notano è la mancanza di leadership. È difficile trovare Superiori di comunità, formatori, amministratori e sovente si nota che ciò che manca non è semplicemente una preparazione tecnica, ma un livello sufficiente d’identificazione con l’Istituto e la sua missione. Mi piacerebbe anche che in quest’Assemblea Capitolare possiamo dedicare del tempo a riflettere su quale sia, oggi, il senso di una comunità apostolica. Nei confronti della Chiesa locale stiamo capendo e affermando chiaramente che la missione oggi appartiene alla Chiesa locale, che vogliamo sentirci sempre più “servi inutili”, presenze di consolazione, metterci a disposizione senza pretese e camminare al ritmo dei più poveri e sofferenti ma ancora abbiamo molta strada da fare per eliminare tutti i segni di potenza e di protagonismo che ancora caratterizzano lo stile della nostra missione. Un ultimo punto, ma che rimane il più importante, è la crescita a livello di spiritualità missionaria, consapevoli che questa è la nostra forza personale, comunitaria e di qualità di missione. Il Carisma non è delle idee da studiare, ma una fede da vivere. La spiritualità è il cuore di tutto senza questa convinzione dentro non possiamo fare niente. Personalmente, sono convinto che la maggioranza dei nostri problemi (personali, comunitari, di apostolato e altro…) nasca proprio dalla mancanza di spiritualità, di profondità di fede nella nostra vita. “L’essere con Gesù è una richiesta esplicita di Gesù ed una sua chiara volontà. Coloro che sono destinati a essere gli attori del secondo scopo della chiamata, “mandarli a predicare”, devono intraprendere un lungo periodo d’istruzione e accumulare tanta esperienza di convivenza con il Maestro. Il poter rimanere con lui è una esclusiva iniziativa di Gesù. Infatti, all’indemoniato di Gerasa che chiede di “stare con lui” è negata questa possibilità (Mc 5,18), gli è solo consentito di andare e annunciare quanto gli è accaduto. da Casa Madre 10 / Ottobre 2017 15

[close]

Comments

no comments yet