N° 1 - Filmese Ottobre 2017

 

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N° 1 - Filmese Ottobre 2017

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1 OTTOBRE 2017 1 IL PUNTO 2 VITA ASSOCIATIVA 3 I FILM DI OTTOBRE 4 FILM 8 FESTIVAL DI ODESSA 9 FESTIVAL DI LOCARNO 10 FESTIVAL DELLA LESSINIA 12 FESTIVAL DI VENEZIA 16 NEWS FILMESE-SCHERMI D’AUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Grafiche Aurora Srl - Via della Scienza 21 - Verona ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947, ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO CODICE PS/VR 0215 RASSEGNE, INCONTRI E CONFERENZE, EDITORIA, BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO, EMEROTECA, VIDEOTECA Sede Sociale: via della Valverde 32 - 37122 Verona telefono 045 8006778 info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it pubblicazione non in vendita, riservata ai soci e agli amici del circolo. ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA. con il contributo di • Il punto ASSEMBLEA ANNUALE E NUOVO ANNO SOCIALE Care Socie e cari Soci, ben ritrovati. L’apertura di questa 71. stagione, è l’occasione per illustrarvi i contenuti dell’assemblea annuale, tenutasi lo scorso 5 luglio presso la Società Letteraria, e ricordare gli obiettivi della nostra Associazione: ribadire una seria linea editoriale e batterci con rinnovato entusiasmo per proporre film all’altezza della grande reputazione del Circolo del Cinema, soprattutto oggi che la sensibilità alla promozione di opere di qualità è scarsa e l’attenzione ai Cineclub come il nostro, in Italia, è sempre più subordinata a interessi economici che privilegiano l’attività commerciale. Il 70. anno sociale si è concluso con la realizzazione di tanti proponimenti: 30 film proiettati, insieme a 3 corti; 27 prime visioni; 8 numeri di Filmese; molti incontri con registi e protagonisti del cinema. A ciò, si aggiunge il prezioso lavoro di sistemazione e arricchimento della biblioteca; una maggiore presenza sui social; il rinnovo di convenzioni con le principali istituzioni culturali di Verona e l’apertura ad iniziative come il Film Festival della Lessinia e il Festival di Cinema Africano. Non ultimo, l’aumento del numero di Soci e il pareggio di bilancio. Questi traguardi ci esortano a proseguire con tenace impegno nella ricerca di uno sponsor importante che sostenga il lavoro quotidiano dell’associazione. A tale proposito sono lieto di presentare due nuovi collaboratori: Luca Mantovani, destinato a diventare il referente della segreteria operativa, e Francesco Lughezzani, che collaborerà in sinergia con Luca, a supporto degli interventi culturali, dell’attività editoriale e sui social media. La numerosa adesione dei Soci alla compilazione del questionario 2016/17, ci ha permesso di analizzare i dati suggerendoci i margini di miglioramento dell’attività sui quali abbiamo già cominciato a lavorare. Faremo anche tesoro del lavoro di alcuni membri del Direttivo, tra cui il sottoscritto, nel creare la Carta dei Valori del Circolo del Cinema: su questo tema, così importante, torneremo con approfondimenti sul notiziario e in altre occasioni. Rimane l’impegno da parte di tutti nel proporre iniziative di raccolta fondi, nel trovare contributi, così come nell’aumentare il numero di Soci, promuovere la pratica del 5x1000 e delle elargizioni volontarie. Concludo ricordandovi che il Circolo è stato presente al 74. Festival di Venezia, in particolare alla 32. Settimana Internazionale della Critica: grazie alla consolidata amicizia con il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – avviata 3 anni fa grazie all’inestimabile lavoro di Ines Cabrini – quest’anno una giuria composta da 5 Soci ha attribuito il Premio Circolo del Cinema di Verona ad uno dei 7 film in concorso: Team Hurricane di Annika Berg. Un ringraziamento va a tutto il Consiglio direttivo e in particolare ai Soci più operativi: Rossella Pasqua di Bisceglie, Roberto Pecci, Pier Paolo Di Franco, Giovanna Carturan, Renzo Marzolo, Lorenzo Reggiani, Ines Cabrini per il contributo alla continuità della nostra storica Associazione. Infine, voglio ringraziare Silvia Guantieri, figura importante della segreteria, che per impegni personali dovrà diradare la sua presenza in Associazione, ma, sono convinto, sempre con la medesima passione. I miei saluti accompagnano l’anticipazione di una serata speciale, prevista in autunno presso un importante teatro cittadino, che sarà la migliore conclusione dei festeggiamenti per i 70 anni di attività del Circolo del Cinema di Verona e, ovviamente, un’ottima occasione per raccogliere fondi. Viva il Circolo e arrivederci in sala! Roberto Bechis

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vita associativa QUESTIONARIO DEI SOCI Pier Paolo Di Franco Il questionario sottoposto ai Soci del Circolo quest’anno è stato elaborato in modo più articolato rispetto agli anni precedenti; questo ci ha permesso di raccogliere un maggior numero di dati/informazioni, consegnandoci una visione più completa del gradimento dell’attività dell’Associazione in generale e mostrando i margini di miglioramento del livello dei servizi offerti. Sebbene abbia risposto al questionario solo un 35% dei nostri Soci, il risultato è tuttavia statisticamente significativo per l’analisi dei dati di cui, di seguito, illustriamo le voci più significative. Tra le più importanti si evidenzia con il grafico 1 un generale apprezzamento per la qualità dei film offerti: il 73% la giudica infatti ottima/buona, mentre un residuo 9 % scarsa. Questo dato coincide con il numero di dimissioni annuali degli ultimi anni e corrisponde al nostro normale livello di turn-over reso evidente dal grafico 2 dove si rileva che, oltre lo zoccolo duro rappresentato dai soci che rinnovano la tessera da più di 10 anni (56%), esiste una percentuale del 15 % che si è associata negli ultimi due anni confermando il dato del turn-over precedente. Dall’incrocio di altri dati si rileva inoltre che il maggior apprezzamento per la programmazione viene proprio dai Soci più giovani (meno di 40 anni) e ciò rappresenta un segnale di fiducia per il futuro. In merito agli altri servizi offerti dal Circolo, il grafico 3 evidenzia un buon utilizzo sia del sito internet che della versione digitale del Filmese, mentre la pagina Facebook e la nostra Videoteca sono invece scarsamente utilizzate, due punti questi su cui si dovrà lavorare per migliorarne la fruibilità. 125 135 123 137 33 224 12 247 2

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programma di ottobre 2017 GIOVEDÌ 5 – ORE 16.30 – 19 – 21.30 Apertura 71. Stagione THE TEACHER Una lezione da non dimenticare regia di Jan Hřebejk Slovacchia/Repubblica Ceca, 2016 – durata 102’ GIOVEDÌ 12 OTTOBRE - ORE 16.30 – 19 – 21.30 EASY Un viaggio facile facile regia di Andrea Magnani Ucraina/Italia, 2017 – durata 91’ GIOVEDÌ 19 OTTOBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 UNA VITA, UNE VIE regia di Stéphane Brizé Francia, 2016 – durata 119’ GIOVEDÌ 26 OTTOBRE – ORE 16.30 – 19 – 21.30 IL PIACERE regia di Max Ophüls Francia, 1952 – durata 97’ sede delle proiezioni: CINEMA Kappadue - via Rosmini 1 - Verona 3

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film 1 GIOVEDÌ 5 OTTOBRE 2017 · CINEMA Kappadue ORE 16.30 / 19 / 21.30 THE TEACHER Una lezione da non dimenticare regia di Jan Hřebejk Slovacchia/Repubblica Ceca, 2016 - durata 102’ Film di apertura del 28° Trieste Film Festival tica precisa e riflette questa complessità e insicurezza di sfumature in un evidente disorientamento sociale. I personaggi costruiscono uno dei fulcri della narrazione visiva, sempre al centro dell’obiettivo, in un’atmosfera resa soffocante dagli arditi contre-plongée e dalla ricorrenza dei primi piani. Il lungometraggio riesce dunque, senza mai cedere nell’equidistanza della prospettiva, a parlare con intelligenza di un paese e di una temperie culturale e sociale, prima che politica, ammantata dalla paura e dalla distorsione dell’evidenza, che ci riporta indietro di trent’anni, quando in Cecoslovacchia ci si apostrofava ancora chiamandosi compagno. (Francesco Lughezzani) La signorina Drazdechová è un’insegnante di mezza età nella Cecoslovacchia degli anni Ottanta, impiegata in una scuola della periferia di Bratislava: non è solo un’educatrice, ma anche un membro del Partito Comunista, che instaura un rapporto complesso ed ambiguo con la sua classe. È in seguito al tentativo di suicidio di una ragazzina che l’insegnante viene messa sotto accusa dai genitori. Alternando la sequenza del confronto con i genitori degli alunni a scene in flashback che espandono la materia narrata, scopriamo una vicenda intricata, tratta da una storia vera, che descrive con uno sguardo agile la costruzione di un articolato sistema di scambi e favoreggiamenti, di servizi e prestazioni in cambio di voti, che la maestra intesse con gli alunni. In una società divisoria e aspramente competitiva, l’istruzione assume tonalità oscure quando una delle famiglie si rifiuta di soggiogarsi al sistema di transazioni instaurato dalla professoressa, la cui rappresaglia investe una delle ragazzine protagoniste. La lucidità dello sguardo di Hřebejk impedisce alla pellicola di inabissarsi in banalizzanti crepe manichee, mantenendo sempre ben equilibrato lo scontro di caratteri e poteri tra l’insegnante, i genitori e gli alunni. Tutti facenti parte di un sistema che riflette su se stesso, sul proprio collasso e sulle degenerazioni intrinseche di una società che non conosce una nuova direzione ideologica, o più semplicemente poli4 t.o. Učiteľka - regia: Jan Hřebejk - sceneggiatura: Petr Jarchovský - fotografia: Martin Ziaran - montaggio: Vladimír Barák - musiche: Michal Novinski - interpreti: Zuzana Mauréry (Mária Drazdechová), Zuzana Konečná (Kucerová), Csongor Kassai (Kucera), Tamara Fischer (Danka Kucerová), Martin Havelka (Binder), Éva Bandor (Hana Binderová) - produzione: Ceská Televize, Offside MEN, PubRes, RTVS - Repubblica Ceca, Slovacchia, 2016 - 1h 42’ JAN HŘEBEJK Allievo di Petr Jarchovský all’Akademischen Gymnasium, classe 1967, il regista praghese si è laureato presso l’Accademia di Cinema FAMU in drammaturgia, iniziando la sua carriera da regista con l’autoprodotto Co všechno chcete vědět o sexu a bojíte se to prožít (Tutto quello che vorresti sapere sul sesso ma che hai paura di sperimentare), del 1988. Dopo svariate esperienze in cortometraggi e produzioni televisive, scrive il suo primo lungometraggio, Šakalí léta, interpretato dal famoso attore ceco Josef Abrhám: il film ottiene il premio Böhmischer Löwe. Jan Hřebejk ha continuato a lavorare con la televisione e il teatro e il suo lavoro attuale si divide tra documentari, video musicali, spot pubblicitari e film.

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film 2 GIOVEDÌ 12 OTTOBRE 2017 · CINEMA Kappadue ORE 16.30 / 19 / 21.30 EASY Un viaggio facile facile regia di Andrea Magnani Ucraina/Italia, 2017 - durata 91’ Opera prima in concorso al 70. Festival di Locarno, sezione Cineasti del presente catarsi. Il protagonista, in perenne conflitto tra l’esigenza di chiusura e di collasso in se stessi e la necessità di continuare a proseguire, costruisce il cardine di una commedia indie di grande intuito emotivo, dal respiro internazionale, che sa plasmare con intelligenza i canoni del genere equilibrando il dramma con la comicità del personaggio, che conquista nuove sfumature nella dialettica con la salma, altro testimone silenzioso di un viaggio attraverso i Carpazi, con ogni mezzo a disposizione, che porta Easy in territori selvaggi e poco esplorati dal cinema italiano. (Francesco Lughezzani) regia: Andrea Magnani - sceneggiatura: Andrea Magnani - fotografia: Dmitriy Nedria - montaggio: Luigi Mearelli - musiche: Luca Ciut - interpreti: Nicola Nocella (Isidoro/Easy), Libero De Rienzo (Filo), Barbara Bouchet (Delia), Lorenzo Acquaviva (Proprietario pompe funebri), Ostap Stupka (Bogdan), Veronika Shostak (Julia) - produzione: Bartlebyfilm, Fresh Production UA, Pilgrim Film - Italia, Ucraina, 2017 - 1h 31’ Isidoro è un giovane apatico, autodefinitosi clinicamente depresso, che passa il suo tempo ad assumere psicofarmaci e giocare con la playstation a casa della madre. All’apice del suo successo come pilota professionista, infatti, la sua carriera ha avuto un brusco arresto: Easy, come viene chiamato affettuosamente in famiglia, si è addormentato in pista, ed è stato costretto a ritirarsi dal mondo delle corse. Regista friulano, dalla cui terra sono partite alcune fra le commedie più sperimentali e anomale nel panorama cinematografico italiano – come Zoran. Il mio nipote scemo – Andrea Magnani dimostra un notevole talento visivo nella messa in scena del viaggio del protagonista, alla guida di un carro funebre che lo porterà nel cuore della Mitteleuropa, per poter far seppellire i resti di un operaio vittima di un incidente sul lavoro, in uno dei cantieri gestiti dal fratello. Isidoro, interpretato da Nicola Nocella, si muove in uno spazio progressivamente sempre più vasto: i paesaggi si aprono, e la maestosità degli esterni, prevalenti nella seconda metà della pellicola, diventa il contrappunto al suo sguardo stralunato, confuso eppure risoluto nel confronto con una realtà di difficile codificazione, a partire dalla lingua. Friuli, Slovenia, Ungheria, Ucraina sono gli scenari di una gentilezza muta, uno sguardo sofferto che trova nella dimensione del viaggio e nella quotidianità dell’attraversamento orizzontale dello spazio la necessaria ANDREA MAGNANI Nato a Rimini, classe 1971, Andrea Magnani vive tra Roma e Trieste, girovagando spesso per il mondo. Scrive per il cinema e la televisione e nella sua filmografia si annoverano diversi documentari, dal forte connotato sociale, ma soprattutto cortometraggi, tra cui Basta guardarmi, Sarajevo, Europa, Dopo la guerra, Donne in Kosovo, e Le ragazze di Trieste, quest’ultimo insieme a Chiara Barbo. Easy è il suo primo lungometraggio. 5

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film 3 GIOVEDÌ 19 OTTOBRE 2017 · CINEMA Kappadue ORE 16.30 / 19 / 21.30 UNA VITA, UNE VIE regia di Stéphane Brizé Francia, 2016 - durata 119’ nell’essenzialità della rappresentazione emotiva. I primi piani trasportano lo spettatore in una narrazione inafferrabile, di grandi amori e di veli squarciati su una verità che ricopre la superficie grigia del reale, in cui soggiace una comprensione ora muta, ora isterica ed esasperante della vita e della sofferenza con cui la protagonista è costretta a confrontarsi. Dopo La legge del mercato, Stéphane Brizé con grande sapienza visiva segue Jeanne e conduce sinuosamente la cinepresa, realizzando uno dei titoli più interessanti presentati lo scorso anno a Venezia. L’afflato di Maupassant si riflette nel suggestivo e prezioso realismo della fotografia che più di ogni altro codice formale rispecchia l’incalzante e brutale presa di coscienza della donna. (Francesco Lughezzani) PREMI In concorso alla 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia - vincitore del Premio FIPRESCI, Menzione d’Onore al Festival France Odeon 2016 di Firenze. La giovane Jeanne fugge nella notte. È inseguita dal marito, il visconte Julien de Lamare, e le loro figure, contornate di luce, si stagliano nell’oscurità come intensi e improvvisi bagliori. In una delle sequenze più evocative e drammatiche della settima pellicola da regista di Brizé, la perfezione formale della messa in scena diverge lievemente da un percorso di trasposizione fedele all’opera prima di Guy de Maupassant, pubblicata nel 1883. La protagonista, con cui percorriamo il viaggio di un’esistenza, partendo dal 1819, è un’anima candida, innocente, costretta ad un continuo e incalzante confronto con una profonda disillusione esistenziale. La prima immersione nella vacua sofferenza del reale nasce dalla scoperta dei continui tradimenti del marito, oggetto di un amore prepotente ma ingenuo, descritto dal regista e dagli interpreti con un trasporto allucinatorio. Brizé riporta spesso i dialoghi letterari nella sceneggiatura, e proietta le crepe di un amore che muta in solitudine confrontandosi con due generazioni diverse. La protagonista, alla ricerca di una comunione con il paesaggio naturale in cui si muove, viene inchiodata al suo stato emotivo, che la condanna ad una reclusione spaziale, quanto drammaticamente affettiva. Il regista, vincitore del premio FIPRESCI alla 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, riflette questa occlusione nella scelta di un formato 4:3, in cui inquadra un ritratto femminile realistico, memore della modernità dell’illustre fonte, partecipe quanto misurato 6 t.o. Une Vie - regia: Stéphane Brizé - sceneggiatura: Stéphane Brizé, Florence Vignon - fotografia: Antoine Héberlé - montaggio: Anne Klotz musiche: Olivier Baumont - interpreti: Judith Chemla (Jeanne Le Perthuis des Vauds), Jean-Pierre Darroussin (Le baron Simon-Jacques Le Perthuis des Vauds), Swann Arlaud (Julien de Lamare), Yolande Moreau (La baronne Adélaïde Le Perthuis des Vauds), Olivier Perrier (L’abbé Picot), Clotilde Hesme (Gilberte de Fourville), Alain Beigel (Georges de Fourville), Finnegan Oldfield (Paul de Lamare) - produzione: TS Productions, France 3 Cinéma, Versus Production - Belgio, Francia, 2016 - 1h 59’ STÉPHANE BRIZÉ Nato a Rennes nel 1966, svolge i suoi studi in elettronica, cosa che gli permetterà presto di avvicinarsi al mondo della televisione e del cinema diventando tecnico audiovisivo. Abitando a Parigi, ha approfittato dell’opportunità di iscriversi ai corsi di arte drammatica, per recitare e mettere in scena spettacoli teatrali. Diretto e temerario, ha scelto nel 1993 di passare alla regia con il cortometraggio Bleu dommage, vincitore del Grand Prix du Festival de Cognac. Dopo molti riconoscimenti, passa al videoclip (per il cantante Peter Kröner) prima di arrivare al lungometraggio. Con l’aiuto dell’amico Florence Vignon, scrive Le bleu des villes nel 1999, presentato alla Quinzaine. Dopo il dramma sentimentale Mademoiselle Chambon, tratto da un’opera di Eric Holder, il regista dirige Vincent Lindon in La loi du Marché. La performance di Lindon viene premiata a Cannes e ai Caesar.

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film GIOVEDÌ 26 OTTOBRE 2017 · CINEMA Kappadue 4 ORE 16.30 / 19 / 21.30 IL PIACERE regia di Max Ophüls Francia, 1952 - durata 97’ Restauro in digitale 4K Tenebre. Oscurità. Il buio come apparenza, ineludibile incipit della narrazione. Una scritta luminosa invade uno schermo nero, mentre iniziamo a udire la voce di Guy de Maupassant. Così inizia il primo dei tre episodi che compongono Il piacere, capolavoro del 1952 di Max Olphüls, restaurato in digitale da Lab80. Le Masque, uno dei tre racconti che viene trasposto da Ophüls – seguito da La maison Tellier e Le modèle – è il primo riquadro di un trittico che costruisce una caleidoscopica rifrazione confrontando la natura del piacere con l’amore, la purezza e infine la morte. Una seconda vita su grande schermo è un’occasione rara per poter riscoprire la grandezza di uno dei registi più complessi e raffinati della storia del cinema, in cui tradizione narrativa e innovazione estetica si accompagnano ad una convulsione nella rappresentazione di una corporalità carnale, a tratti inquietante, che attraversa i corpi dei protagonisti. Le pulsioni dei personaggi, l’inquietudine esistenziale che si svela lentamente, spesso accompagnata dal voice over, trascende l’impostazione teatrale nella forma mentis dell’autore per trasformarsi nei movimenti precisi di una visione vertiginosa e sconvolgente: come nella festa che apre il primo episodio, in cui un intenso e complesso piano sequenza segue i diversi personaggi che popolano la sala da ballo, passando vorticosamente da uno all’altro per poi arrestarsi sul vero principe della narrazione, quel volto celato dalla maschera che afferma la necessità di una superficie, di una rappresentazione che trascenda la realtà stessa e la caducità del corpo. Dalla patronne che decide di sospendere le attività per presenziare alla comunione della nipote, all’intransigenza di un amore tra un pittore e una modella, il regista orchestra sapientemente una messa in scena quanto mai lontana dalla sua formazione teatrale, che è in grado di utilizzare con grande padronanza ogni codice del linguaggio cinematografico. L’inizio del secondo episodio, La maison Tellier, è una delle intrusioni più efficaci nella vita della protagonista, con la cinepresa all’altezza della spalla, che segue i movimenti del personaggio, ne scruta l’armadio, e con un morbido carrello ne inquadra il riflesso sullo specchio. Dai fotogrammi di Ophüls, fonte di continua ispirazione per tutti i più grandi registi della storia del cinema, emerge un’esaltata eccitazione, un trionfo della corporalità che rifiuta la logica di un montaggio sincopato e della centralità del primo piano, rivelando, con la consueta raffinatezza nella fotografia, l’assoluta modernità nel voler costruire un vertiginoso flusso narrativo, in grado di evidenziare l’impatto della materia narrata immergendovisi con assoluta naturalezza. (Francesco Lughezzani) t.o. Le Plaisir - regia: Max Ophüls - sceneggiatura: Jacques Natanson e Max Ophüls - fotografia: Philippe Agostini, Christian Matras - montaggio: Léonide Azar - musiche: Edmond Audran, Joe Hajos, Jacques Offenbach, Robert Planquette, Maurice Yvain - interpreti: Amédée (Frédéric), Antoine Balpêtré (Monsieur Poulain), Arthur Devère (Le contrôleur du train), Claude Dauphin (Le docteur), Daniel Gélin (Jean), Danielle Darrieux (Madame Rosa), Gaby Bruyère (Frimousse), Gaby Morlay (Denise), Ginette Leclerc (Madame Flora dite Balançoire), Henri Crémieux (Monsieur Pimpesse), Jean Gabin (Joseph Rivet), Jean Servais (L’ami de Jean/La voix de Maupassant), Madeleine Renaud (Julia Tellier), Mathilde Casadesus (Cocotte), Mila Parély (Madame Raphaële), Paul Azaïs (Le patron du bal), Paulette Dubost (Madame Fernande), Pierre Brasseur (Julien Ledentu), René Blancard (Le maire), Simone Simon (Joséphine) - produzione: Compagnie Commerciale Française Cinématographique, Stera Films - Francia, 1951 - 1h 37’ MAX OPHÜLS «Mi si conosce soprattutto per il mio pseudonimo di cineasta. Lo adottai un giorno quando, in seguito alla mia decisione di diventare attore a diciassette anni nel 1919, mio padre mi proibì di portare il nome di famiglia. Allora il mio maestro – regista al Teatro Nazionale di Stoccarda – prese una matita e riflettendo brontolò: “Bisognerà mantenere le stesse iniziali, per via delle iniziali sulla biancheria. Allora, vediamo, potrebbe chiamarsi… Max Ophüls. Non male, vero?”». Con queste parole il regista renano, nato a Saarbrücken col nome di Max Oppenheimer, ricorda la genesi del suo nome d’arte nella sua autobiografia Spiel im Dasein, pubblicata nel 1959. Dalla passione giovanile per la letteratura alla vocazione per il teatro, grazie all’amicizia con il regista Fritz Holl, Ophüls inizia una precocissima carriera come attore e successivamente, all’età di ventidue anni, come regista teatrale al teatro municipale di Dortmund. L’incontro con il cinema avviene a Berlino prima, collaborando con Käthe Dorsch e a Breaslau poi: in una sala cinematografica viene folgorato dalle potenzialità del cinema sonoro e matura il desiderio di diventare un cineasta. Attratto dal sonoro, il talento di Ophüls si rivela più interessato al lavoro sull’immagine cinematografica, che prende il sopravvento sulle parole. L’esordio al cinema risale al 1930 con Dann schon lieber Lebertran, un cortometraggio che racconta una favola per bambini. Nel 1932 realizza il primo grande capolavoro, Amanti folli, basato sulla pièce teatrale Liebelei di Arthur Schnitzler, che sancisce l’assoluta grandezza della visione del regista renano, la sua perfezione formale e allo stesso tempo la freschezza interpretativa nella scelta dei giovani attori protagonisti. La sua carriera da questo momento attraverserà la Francia, per approdare anche negli Stati Uniti nel 1941, ma passando anche in Svizzera, e in Italia, in una lunga diaspora nel corso del secondo conflitto mondiale. Ophüls morirà prematuramente nel 1957, lasciando alla storia del cinema decine di grandi capolavori, da Letter from an unknown woman a La ronde, da Madame de… a Lola Montès, che compongono una filmografia di chiara sensibilità romantica, in cui il virtuosismo dello sguardo si mescola ad uno spirito visivo di impronta squisitamente barocca. 7

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festival ODESSA INTERNATIONAL FILM FESTIVAL Step by step Ho trascorso a Odessa (ma l’ucraino vuole una “s” soltanto, Odesa) due settimane: una interamente dedicata all’Odesa International Film Festival come “inviato speciale” del Circolo del Cinema, l’altra in perlustrazione turistica della città. Il Festival, ad esclusione delle noiosissime cerimonie di apertura e chiusura, gode di un’atmosfera molto piacevole, rilassata e piuttosto informale. Alcuni giovani registi e attori sono saliti sul palco in bermuda e sandali per presentare i film o partecipare alle conferenze stampa: tutti molto cordiali e disposti a scambiare quattro chiacchiere amichevoli nella hall del cinema o nel piazzale antistante. Già l’apertura segnava il singolarissimo clima, con una Scalinata Potemkin gremita di giovani e giovanissimi accorsi per assistere alla prima proiezione del Festival. Purtroppo, per motivi di viabilità e ordine pubblico, la scalinata più famosa del cinema viene utilizzata solo la prima serata. Le proiezioni all’aperto, però, continuano al Teatro Verde, allestito all’interno di un grande parco a ridosso del mare, nella parte nord-orientale della città. Il teatro è dedicato soprattutto alla proiezione di vecchi film che hanno fatto la storia della settima arte e svolge un’importante azione didattica per il pubblico più giovane. È stata una piacevole sorpresa ritrovare, all’interno del programma di Odessa, alcuni film già proposti al Circolo del Free and Easy di Jun Geng 8 Maurizio Benedetti Cinema, a riconferma dello sguardo at- di ricerca e indagini di Theo van Gogh tento che la nostra Associazione riserva dopo di suicidio (omicidio?) del fratello alle più recenti cinematografie: King of Vincent, ricostruendoli con un’anima- the Belgians (Un re allo sbando, per la zione di dipinti ad olio nello stile dell’ar- distribuzione italiana), Tangerines e The tista: migliaia di pennellate cariche di Student (Parola di Dio) del regista russo colore. Sette anni di lavoro: dall’idea Kirill Serebrennikov, tri- stemente salito alle cro- nache recenti per il suo contestatissimo arresto. Fra le pellicole che mi auguro trovino una di- stribuzione in Italia, di certo il cinese Free and Easy di Jun Geng. Gioca- to soprattutto su scene a camera fissa perfet- tamente simmetriche, il film è quasi privo di dialoghi e di colonna sonora, fatto salvo il suono funereo di gong che scandisce la scena iniziale e ci introduce Loving Vincent di Dorota Kobiela e Hug Welchman in una realtà surreale, abitata da grotteschi personaggi im- iniziale del progetto si è passati alla sce- pegnati a truffarsi l’un l’altro: venditori neggiatura, quindi è stato realizzato un di amuleti e di saponette soporifere, la- film con attori in carne ed ossa e, dai sin- druncoli, fittacamere troppo avvenenti, goli frame, i dipinti, con l’aiuto di più di guardie forestali alle prese con la spari- 150 pittori da diversi paesi. I quadri so- zione degli alberi e poliziotti indolenti, no stati digitalizzati e, dopo un’accurata incapaci di risolvere alcunché. pulizia delle immagini, il montaggio ha Chi, invece, ha già trovato anche da ricostruito le scene del film e l’audio è noi una distribuzione, è Loving Vincent, stato sincronizzato. L’espressività dei coproduzione inglese e polacca, firma- volti, la gestualità, lasciano sbalorditi. to a quattro mani da Dorota Kobiela e Un’esperienza, questa del Festival di Hugh Welchman. Il film indaga i giorni Odessa davvero piacevole, anche se piuttosto impegnativa per la conside- revole quantità di film proposti (una piccola confessione: sono scappato da quanti, dopo 30 minuti di proiezio- ne, non promettevano nulla di buo- no) e per le corse fatte in bicicletta per raggiungere in tempo le diverse sale, piuttosto distanti una dall’altra. Le pi- ste ciclabili, in città, non esistono che sul lungomare e i viaggi si riducono ad avventati slalom fra buche e binari del tram. L’accoglienza, per il resto, è stata impeccabile. Anna Goncharova, addet- ta ai rapporti con i rappresentanti della stampa, si è rivelata gentilissima e pre- ziosa per orientarsi al Festival. Con lei ho assistito alla cerimonia di chiusura: niente sandali e bermuda, qui, ma cami- cia e cravatta appositamente acquistate per rispettare il rigoroso dress code della serata.

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festival 70. LOCARNO FESTIVAL Coincidenza di anniversario Il 2017 è stato il 70° compleanno anche del Festival del Cinema di Locarno, oltre che del nostro Circolo del Cinema. Come per la nostra Associazione, 70 anni portati molto bene, con grande energia e con spirito di innovazione. In occasione di questa importante ricorrenza, il Festival di Locarno ha confermato le positive peculiarità di evento del cinema indipendente: incursioni in tutti i generi cinematografici per proporre film meritevoli, sobrietà e concretezza negli eventi ufficiali, profondità e trasparenza durante gli incontri con i protagonisti del cinema. È stata, questa, la quinta direzione di Carlo Chatrian: una conferma – per capacità e professionalità che lo distinguono – dei valori del Festival di Locarno, portato al successo anche questa edizione. 261 le pellicole, di cui 18 in corsa per il Pardo d’oro e 16 nelle proiezioni serali all’aperto di Piazza Grande. I film proposti in concorso hanno avuto in comune le caratteristiche di originalità e accuratezza nella sceneggiatura e nella forma, mentre durante le bellissime serate di proiezioni all’aperto in Piazza Grande, alla presenza media di 8.000 spettatori, sono state proposte anche pellicole (ma si può dire ancora così?) più commerciali, come Atomic Blonde con Charlize Theron, o importanti nella propria nicchia, come il bel documentario sulla storia del gruppo rock elvetico Gottard, presentato come film di chiusura. Roberto Bechis Wang Bing vincitore del “Pardo d’oro 2017” con il documentario Mrs. Fang Il “Pardo d’oro 2017” è stato assegnato all’impegnativa opera del cineasta cinese Wang Bing: Mrs. Fang, un documentario sugli ultimi mesi di vita di una signora appartenente ad una famiglia di una periferia metropolitana. Film girato con sensibilità che scava nella sofferenza con lunghi e intensi primi piani, alternando immagini crude con spaccati di semplice vita quotidiana. Le riprese della parente in fin di vita sono state ovviamente autorizzate dalla famiglia, ma questo ha anche permesso uno sguardo molto interessante sullo stile di vita locale. Il regista ha voluto evidenziare, a mio parere, l’ineluttabilità della morte e l’incapacità collettiva di porsi di fronte ad essa. Caratteristica umana molto diffusa, che non conosce differenze di latitudine. Il“Premio Speciale della Giuria”è stato assegnato, giustamente e con grande approvazione del pubblico, a As Boas Maneiras (Good Manners) dei cineasti brasiliani Juliana Rojas e Marco Dutra. Un film completamente diverso, ambientato in Brasile, a San Paolo: un’opera bellissima e originale che racconta le vicissitudini di una donna che ha scelto di occuparsi di un bambino licantropo. Il genere fantasy viene affrontato per parlare di emarginazione, diversità e rapporto profondo tra madre e figlio. Inoltre, sempre del concorso internazionale, segnalo En el septimo dia di Jim McKay. un film che ho avuto modo di apprezzare e che spero verrà distribuito in Italia. Si tratta del racconto di una normale settimana di vita in una piccola comunità di migranti messicani che vive a Brooklyn, tra tanto lavoro, precarietà quotidiana e una forte passione per il calcio. In attesa della prossima edizione, quindi, possiamo rinnovare “buon Settantesimo” anche al Festival del Cinema di Locarno, sempre all’altezza delle aspettative. 9

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festival 23. FILM FESTIVAL DELLA LESSINIA Il volto segreto dell’acqua Alessandro Comodin, classe 1983, regista friulano di San Vito al Tagliamento ma di stanza a Parigi, è uno degli autori più intransigenti nel cinema italiano. La sua ricerca, ai confini tra realismo documentario e strutturazione finzionale, svela una coerenza ricorrente nella scrittura delle tre opere che costituiscono la sua filmografia, dal cortometraggio La febbre della caccia al suo primo lungometraggio, L’estate Il regista di Giacomo, vincitore del Pardo d’oro come miglior film della sezione Cineasti del Presente al Festival di Locarno 2011. Tre opere che hanno conquistato i Festival internazionali, dall’esordio nella Quinzaine, nel 2009, con il suo cortometraggio di diploma, alla sua ultima fatica, I tempi felici verranno presto, presentato alla Semaine de la Critique del 69° Festival di Cannes 2016. Abbiamo dialogato con il regista in occasione della presentazione della sua ultima pellicola come film di chiusura del 23° Film Festival della Lessinia, in una lunga intervista che ha permesso di approfondire la poetica visiva di un autore che continua a percorrere la sua linea artistica con una storia silente, contemplativa, che si immerge in orizzonti boschivi, in un universo fiabesco, popolato da un’umanità semplice. Il piano sequenza, il suono in presa diretta, il gioco dei formati, sono solo alcuni dei tratti più evidenti nel cine-occhio di Alessandro Comodin, che trae spunto da antiche leggende per evocare le profonde incrinature, le crepe del terreno che segnano il percorso della diegesi. Il film parte da una fuga, di cui non si conosce l’origine, e che porta in un bosco… Mi piacciono i film in cui non si capisce l’epoca e il luogo in cui si è. Il gesto banale della corsa è creato per innescare l’immaginario dello spettatore. Siamo in Italia, nel passato, ma ognuno può dare una sua interpretazione, delle sue coordinate storiche. Personalmente mi piace, da spettatore, essere in un mondo che può essere plasmato dalla mia stessa visione. Il panorama naturale è un personaggio fondamentale della pellicola. Come hai scelto i luoghi del film? Per la prima volta ho fatto una ricerca con dei sopralluoghi, durati abbastanza a lungo. Dovevano essere Prealpi, molto alberate, alberi di foglie, soprattutto faggi, in luoghi testimoni di storie di resistenza. E poi ci doveva essere il lupo, un elemento che disturbava i popoli che ci abitavano. Io volevo girare nel Friuli, da cui provengo, ma lì non c’era il lupo. Da lì è partita una lunga ricerca, dagli Appennini, fino a risalire in Piemonte, terra di frontiera, in un rapporto speculare con il Friuli. Come hai scelto gli interpreti? Sono quasi tutti attori non professionisti, che hanno qualcosa di ingenuo e naturale nell’approccio all’obiettivo. Ho voluto cercare delle persone il più possibile “autentiche”. Le indicazioni di regia vengono fatte a priori, durante la fase di casting, ma durante le riprese lascio totale libertà. Voglio carpire ciò che sono nella realtà, o almeno quello che ho visto di loro. Questo vale per i due protagonisti. L’unica attri10 Francesco Lughezzani ce professionista è la ragazza che interpreta Ariane, Sabrina Seyvecou. Appena entra in scena Ariane entra in scena un’incrinatura nella narrazione… Tutto viene dalla scrittura. Mi sono chiesto come giustificare la presenza di un essere preso da un altro posto, l’unica attrice in un universo di non professionisti. Perché lei possa entrare in questa storia deve essere malata, deve portare gli artifici della finzione, insieme al suo stesso corpo. Questo mi ha fatto pensare ad un registro più fiabesco: ho cercato molte leggende insieme a Milena Magnani. Quella del lupo e della cerva bianca è una leggenda realmente esistente, non legata ai luoghi in cui abbiamo effettuato le riprese, ma comunque funzionale alla narrazione, in cui ritornano spesso animali e ibridi uomo-animale. Ariane si bagna in uno stagno, non proprio cristallino… Il tema dell’arrivo ad una fonte d’acqua è presente anche in L’estate di Giacomo. Ho ripreso la scena dall’alto, una sequenza peraltro disturbante, in cui i protagonisti nuotano in questa acqua melmosa, piena di fango. Un’acqua sporca che ha qualcosa di primordiale, antico. La scena tra l’altro mi ricordava un film muto, il Faust di Fritz Lang, aveva qualcosa del cinema muto. Anche con il direttore del montaggio sonoro abbiamo lavorato per rendere la scena quasi muta. Se in sala Sabrina Seyvecou, Ariane c’è l’aria condizionata che fa rumore può dare fastidio e confondere la visione/ascolto. Quanto è importante avere con te il direttore della fotografia? Molto. Tra l’altro era la prima volta che ho avuto una troupe insieme a me durante le riprese, dal direttore della fotografia all’addetto al suono, con cui ho dovuto spesso combattere, e litigare. Ad esempio il formato in cui ho girato, è stato voluto fortemente dal direttore della fotografia, Tristan Bordmann, anche se all’inizio non ero molto convinto. Perché hai usato il formato 4:3? E puoi parlarci dell’uso del colore? È un formato chiuso, accademico, che riflette la condizione di prigionia dei protagonisti. Per quanto riguarda la scelta dei colori abbiamo privilegiato delle tonalità molto saturate, i colori avevano le curve di una pellicola vecchia, lasciando la possibilità di giocare con luci e ombre. In alcuni momenti, se la proiezione non è buona, non si vede con chiarezza. Come equilibri l’esigenza documentaria della tua narrazione con l’avversione per la costruzione finzionale? Non è vero che non mi piace la finzione, non apprezzo l’artificio. Tuttavia è una ricerca che sto portando ancora avanti. Il metodo è il centro dei miei film. Faccio fatica perché tutto ha a che vedere con la verità, con quello che lo spettatore percepisce. Il mio è un gioco con il codice del linguaggio cinematografico, con il concetto stesso di finzione, da modellare secondo la mia visione.

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festival 23. FILM FESTIVAL DELLA LESSINIA Addio ai monti Ivent’anni, nella vita di chiunque, segnano quel momento in cui si avverte l’irresistibile spinta ad alzare il viso dal proprio piccolo orto, per guardare con curiosità tutta nuova al mondo che ci circonda. Giunto alla sua 23esima edizione, il Film Festival della Lessinia dimostra di essere pronto a lanciare il suo sguardo oltre le dolci cime delle Prealpi che lo accolgono e lo hanno visto nascere. Balza immediatamente all’occhio – per continuare con le suggestioni visive – l’articolato viaggio attraverso le più distanti cinematografie che il Festival ha saputo compiere quest’anno, sempre sotto l’attenta e curiosa direzione artistica di Alessandro Anderloni. Dalla Cina e dal Myanmar, fino alla Patagonia cilena, all’Argentina e al Brasile, passando per la vecchia Europa, e ancora Albania, Azerbaigian, Kazakistan e Afghanistan. Se il dato è in sé sorprendente, il rischio era quello di compiere un forsennato carosello attraverso il planisfero, per pura ansia di collezionare cartoline esotiche. Si lasci dire che il rischio è scongiurato. Nato in un contesto così circoscritto come quello della montagna veronese, e trovando in questa singolarità il taglio orgoglioso della propria visione, il Festival ha saputo mantenersi, edizione dopo edizione, fedele alla propria identità, a quella scintilla originaria; via via scoprendosi capace di declinarla attraverso gli anni con coerenza e coraggio. Risultato di una più matura consapevolezza, di una più forte volontà di porsi come interlocutore serio rispetto alla realtà cinematografica e festivaliera del nostro paese, è stata la presenza in concorso di una considerevole quantità di pellicole importanti, che hanno contribuito a dare un fiato più internazionale e strutturato a questa edizione. La conferma di questa sensazione viene, guardando la programmazione nella sua interezza (comprese le proiezioni di apertura e chiusura), dalla possibilità di rintracciare chiare linee narrative e produttive che legano tra loro i film e che, simili a meridiani e paralleli, disegnano una mappa che ci permette di percorrere strade e decifrare continenti di storie e suggestioni – l’articolarsi, insomma, di un discorso condiviso. Il più evidente, forse anche il più interessante, è quello che si oppone al pur presente (e premiato) sguardo nostalgico rivolto verso la montagna: la volontà, ovvero, di stare faccia Die Einsiedler di Ronny Trocker Luca Mantovani a faccia, senza distogliere gli occhi, con una realtà attraversata da una profonda, intima, non più rimandabile crisi. L’impossibilità di vivere oggi la montagna, di perseverare a farlo nelle secolari maniere suggerite dalla tradizione; con tutto il conseguente portato di abbandoni, rimorsi, distribuzioni di colpa, sparizioni. Basterebbe guardare al palmares, al meritatamente premiato Wolf and Sheep, così come ai riconoscimenti collaterali: The Land of the Enlightened, Die Einsiedler, Dadyaa, My Name is Eeooow, Árborg. Tutte queste pellicole, pur nella loro autonomia di linguaggio, condividono con il film vincitore del “Lessinia d’oro”la peculiarità di fissare una realtà nel momento del suo disgregarsi; mentre registrano le vicissitudini di comunità simbioticamente legate alla montagna, ne rivelano il morbo che le sta minando, facendoci d’un tratto consapevoli che, quelli che credevamo moti vitali, sono in realtà gli estremi spasmi di una protratta agonia. Questo morbo può prendere nomi diversi – guerra, crisi, isolamento – ma risponde ad un comune processo di mutazione irreversibile, che ha riscritto le coordinate del vivere non solo occidentale, entrando in conflitto con la tradizione e producendo uno squarcio insanabile nel tessuto sociale. Die Einsiedler, come Árborg, che potrebbe esserne in certa misura la miniatura, mettono in scena un microcosmo domestico in cui il naturale gap generazionale fra genitori e figli si è trasformato in un cortocircuito della comunicazione e degli affetti, interiorizzando tragicamente lo stato di crisi del contesto alpino (altoatesino e francese) in cui le due vicende si consumano. Al processo di svuotamento delle piccole comunità montane asiatiche, guardano My Name is Eeooow e Dadyaa. Il primo registrando, nella forma del documentario classico, l’estinzione della secolare consuetudine tramandata dall’etnia Khasi di attribuire ai neonati una melodia come nome. Il secondo, sperimentando una volontà narrativa più originale, prova a risolvere con un atto di ribellione commovente, al limite dell’incursione artistica, la solitudine di un’anziana coppia di contadini, ultimi abitanti di un villaggio fantasma. Sempre al potere istintivamente mitopoietico dell’immaginazione come risposta alla crisi e alla distruzione del proprio ambiente, sembrano ricorrere The Land of the Enlightened e Wolf and Sheep. I due film, oltre all’ambientazione sulle montagne afghane devastate dai conflitti armati, condividono l’intuizione di aver spostato lo sguardo della macchina da presa all’altezza di quello dei più piccoli abitanti di queste comunità travolte dalla guerra. Bambini tutti presi nel gioco di essere qualcun altro e se stessi (come sentiamo la mancanza, qui, del “to play” inglese o del “jouer” francese), che si atteggiano da adulti e sembrano più maturi degli spauriti e litigiosi genitori. Bambini che con la fantasia popolano la notte di fate verdi e lupi minacciosi che camminano su due zampe o partono alla conquista di favolosi palazzi, per trovarli in miserabile rovina. L’immaginazione come reazione alla crisi, dicevamo. Che questo fantasticare, però, sia soltanto l’ennesimo inganno autoinflitto, l’extrema ratio di una Shahrazād che riluttante implora cinque minuti ancora, è l’amaro dubbio che serpeggia sotto l’incanto di immagini luminose. 11

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festival di Venezia 32. SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA Lo straniamento elettrico dell’adolescente candido Spine che danno fiori, lacrime glitterate, Salmace in piscine di gelatina, autodafé da cameretta. Il Team della Berg dà l’assalto alla nostra visione con esplosioni acide e raffiche techno: ci mette al tappeto per lasciarci disarmati come le sue otto Lolite dolenti, otto adolescenti travestite da se stesse. La finzione e la realtà – la finzione è la realtà. Oltre la lycra e le tinture per capelli, oltre l’esuberanza di una vita in bassa risoluzione e un sentire in lo-fi, oltre l’impero cannibale di un’Immagine che genera e divora, restano otto nude solitudini in cerca di identità, in cerca di comunità. Berg si fida delle sue giovani protagoniste, condivide il loro linguaggio e ci affida il loro dolore: fluo is the new black. Questa la motivazione con cui la giuria, composta da cinque Soci, ha attribuito a Team Hurricane di Annika Berg il Premio Circolo del Cinema di Verona, durante la cerimonia di premiazione della 32. Settimana Internazionale della Critica alla 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Eja, Ida, Maja, Mathilde, Mia, Sara, Zara e Ira, sono otto adolescenti danesi, contattate attraverso i social dalla giovane regista, Annika Berg, per raccontare in presa diretta il tempo di un’estate, di un’aggregazione comunitaria, riflettendo il proprio sguardo nell’obiettivo di una macchina da presa, ma anche del proprio smartphone. L’autrice costruisce un esperimento visuale vertiginoso, per avvicinarsi ad un piccolo gruppo di giovani, utilizzando un approccio diretto e ravvicinato per poterci proiettare all’interno della sfera più intima, anche corporea delle ragazze, equilibrando perfettamente Il cast di Team Hurricane il realismo, che emerge anche violentemente, della materia narrata, con l’esigenza di una messa in scena assemblata per aggredire l’occhio dello spettatore, in un gioco di immagini pop che assume le sfumature caleidoscopiche di un videoclip, trascinandoci in un sogno allucinatorio, una caotica meditazione personale, incalzando ad ogni scena. L’iperstimolazione visiva, legata a doppio filo con il flusso di coscienza offerto dalle ottime interpreti, intesse schematismi grafici legati all’universo della videoarte per rappresentare una frammentazione, intima e personale, della propria visione identitaria. Legate allo stimolo aggregatorio del klubben, le 12 Francesco Lughezzani protagoniste esplorano la propria identità culturale, artisti- ca, sessuale, concedendosi con generosità allo sguardo della Berg: uno sguardo che attraversa la carne, che la scandaglia impietosamente. La camera a spalla segue i passi incerti di Zara, le cui interiora rivoltate dal costu- me sono l’ironico e spietato eco di una sofferenza cronica, richiama- ta anche dai tagli cicatrizzati sugli arti di Mia, dalle lacrime sul volto di Eja, in una delle confessioni più dolorose e meno ritoccate. Al processo di verità si connette la sgranatura di un’immagine, il cui decadimento è inversamente pro- porzionale al grado della finzione. Dettagli, primissimi piani, lens fla- Annika Berg re e manipolazione del colore si mescolano alla presa diretta del suono, controcanto ideale delle sinfonie techno che scandi- scono la narrazione musicale, ma anche alla camera a spalla, ad un cinema che vuole parlare di adolescenti, utilizzando- ne il medesimo linguaggio. Ed è questa la forza dirompente del lungometraggio: la capacità di interpretare e replicare sul piano visivo una struttura comunicativa complessa, de- lineatasi nell’ultimo decennio, intimamente connessa all’im- magine, alla sua frammentarietà e riproducibilità attraverso i social network più utilizzati nella fascia di età delle prota- goniste, Instagram e Snapchat. L’immagine, il taglio breve, il video di pochi secondi sono il magma con cui edificare un potenziale comunicativo intenso ed estremamente effi- cace, una volta trascinato su pellicola. Le protagoniste sono accomunate dalla necessità di condividere, di respirare in un’ambiente comune, in cui poter confrontare ogni speri- mentazione artistica, anche la più ingenua, in un territorio di assoluta libertà creativa, riflesso della visione cinematografi- ca della Berg, che oscilla tra l’esercizio postmoderno di una pratica quotidiana nel filmare il dettaglio e la forza cromatica di un’ebbrezza grafica apparentemente rudimentale e spet- tacolare, confrontandosi con gli sguardi contemporanei di Harmony Korine e di Sean Baker. L’alternanza di piani fissi e di lacerti digitali estrapolati dei cellulari delle protagoniste è lo strappo che genera il senso di una figurazione febbricitante e selvaggia, che assume violentemente il punto di vista delle interpreti, la cui sfacciata fragilità è difficile da dimenticare. LA REGISTA Annika Berg (1987) sin dall’adolescenza ha lavorato a sperimentazioni cinematografiche dallo stile innovativo e dalla forma narrativa inusuale. Dal 2003 al 2006 ha frequentato la scuola di cinema Station Next (Copenaghen). Nel 2011 è entrata alla National Film School of Denmark, dove si è diplomata con il corto Sia, nominato nella categoria Miglior Cortometraggio ai danesi Robert Awards 2017. Team Hurricane è il suo primo lungometraggio, realizzato con Katja Adomeit, co-produttrice di The Square, Palma d’oro a Cannes 2017 e di Wolf and Sheep, premiato all’ultima edizione del Film Festival della Lessinia.

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festival di Venezia VENEZIA 74. Una mostra di alto livello con premi saggi Una edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (usiamo per una volta il nome intero) che è la migliore degli ultimi anni. Che bello archiviare il festival numero 74 col riconoscimento e l’apprezzamento del suo ottimo livello, sì, meglio di Cannes, visto che ormai è in voga il paragone, che aveva chiuso il suo settantennale con una grande delusione. Che bello che il verdetto finale, il Leone d’oro a The shape of water di Guillermo del Toro una volta tanto abbia messo d’accordo giurati, critica e pubblico. Anche se per la verità, nella opinabile classifica delle stellette, sia la critica che il pubblico (e noi), gli avevano preferito, di poco, Three bilboards outside Ebbing, Missouri, forse il più amato da tutta la critica internazionale, che molti danno già in odore di nomination per i prossimi Oscar. Dal Lido ha portato a casa solo il premio per la sceneggiatura. Premio ineccepibile (lo script e soprattutto i dialoghi, opera dello stesso regista Martin McDonagh, sono strepitosi), ma probabilmente ci si aspettava qualcosa di più (per esempio il premio a una grandissima Frances McDormand). Un bilancio positivo. Il direttore Alberto Barbera si è sbilanciato: «Per la prima volta quest’anno sono davvero soddisfatto». E il presidente della Biennale Paolo Baratta, che aveva parlato della qualità come dell’araba fenice della Mostra e del successo come un obiettivo non primario, può essere piacevolmente smentito: la qualità c’è stata, e il successo arriderà a molti dei film presentati, a cominciare dal Leone d’oro, finalmente andato ad un’opera che sarà distribuita nelle sale con buoni riscontri al botteghino, e non ad un film “da festival”, per cinefili, come accaduto in recenti edizioni. Quest’anno infatti ha vinto il cinema-sogno, l’apologia della diversità, dell’imperfezione e del rispetto: la storia dell’incontro tra una creatura marina fantastica e una donna delle pulizie muta. Una favola noir subacquea che è anche un grande omaggio alla forza immaginifica del cinema. È stato il concorso più sbilanciato del solito verso il genere e il cinema spettacolare. Anni fa in gara andavano i grandi autori, mai il cinema spettacolare o di genere. Oggi questo è saltato, anche perché il confine è sempre più labile, e il Leone d’oro a un film romantico-fanta-horror sancisce una situazione di fatto. Il poker italiano. Non offusca il bilancio positivo di Venezia 74. neppure la “sconfitta” del poker italiano calato in concorso. Perché di sconfitta vera e propria non si può parlare: il quartetto composto da The Leisure seeker di Paolo Virzì, Ammore e malavita dei Manetti Bros., Hannah di Andrea Pallaoro e Una famiglia di Sebastiano Riso, mostra una sua vitalità nella differenza. Intanto i due film più aperti al mercato non solo italiano: ovvero quello di Virzì con Helen Mirren e Donald Sutherland (entrambi straordinari) e quello di Pallaoro con una Charlotte Rampling all-cast, che si è aggiudicata meritatamente la Coppa Volpi. Sulle sue spalle poggia infatti l’intenso film, in cui, con una sceneggiatura in sottrazione, Rampling restituisce il dolore di una donna che condivide la colpa del marito per una presunta storia di pedofilia. Doppio premio. Per un film dimenticato dai premi maggiori, come Three bilboards outside Ebbing, Missouri, si registra invece un altro bis-premiato col Leone d’argento per la miglior regia e col De Laurentiis come migliore opera prima: Lorenzo Reggiani Frances McDormand in Three bilboards outside Ebbing, Missouri Jusqu’à la garde di Xavier Legrand che, in tono quasi documentaristico, racconta una separazione brutale tra due coniugi in cui si appalesa pian piano la patologia possessiva di un uomo, convinto del proprio diritto di poter alzare le mani contro la famiglia. Il doppio premio, importante messaggio contro il femminicidio, ha un senso politico attuale, ma altri film, dimenticati dal palmares avrebbero meritato evidenza. Magari Angels wear white di Vivian Qu, in cui un facoltoso cliente di un albergo porta in camera due bambine ma viene filmato e la situazione in breve precipita. I dimenticati. Assolutamente da dimenticare, come ha fatto la giuria, è mother! di Darren Aronofsky, un film in cui tutto ruota intorno al tema dell’orrore del proprio spazio violato: ma effetti digitali, lunghe scene di caos, simbolismi e sadismi sembrano la somma dei difetti dell’autore. Ci dispiace questo suo scivolone. Un discreto gradimento da pubblico e critica ha avuto Mektoub, my love di Abdellatif Kechiche, in cui lo sguardo del regista, esplicitamente voyeuristico, si mette in scena come tale fin dalle prime immagini. Un inno lungo tre ore (ma avrebbero potuto essere sei o una) alla libertà dei corpi in un mondo di giovani arabi prima del fondamentalismo. Kechiche ha i suoi fan, ma non tra i giurati. Lido blindato. Il Lido era blindato con le misure speciali di sicurezza aumentate di circa il 30 per cento, ma senza creare troppi disagi e rallentamenti, anzi con un senso di protezione accompagnato da cortesie e gentilezze. Nel frattempo è stato fatto maquillage un po’ dappertutto, dalla facciata del Palazzo del cinema (con un trionfo di sfere luminose) al Casinò, il cui spazio antistante è stato completamente rinnovato. Numeri. I numeri della Mostra forniti dal direttore Barbera: «14 per cento in più di biglietti venduti. Una crescita inaspettata, dovuta anche alle grandi attese. Abbiamo sparso tra le sezioni film capaci di rivolgersi a un pubblico più vasto e questo ha giocato a favore della Mostra. Ci sono stati tanti giovani. Il cinema non è in declino ma in trasformazione». Novità. C’è stata la novità della sezione della Realtà Virtuale. «Era una scommessa al buio – dice Barbera – i risultati sono andati al di là delle aspettative. Non siamo di fronte a una curiosità episodica, siamo in un momento di nascita e sviluppo di un nuovo mezzo che coesisterà con il cinema senza ucciderlo». 13

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festival di Venezia PREMI La Giuria di Venezia 74. presieduta da Annette Bening e composta da Ildikó Enyedi, Michel Franco, Rebecca Hall, Anna Mouglalis, Jasmine Trinca, David Stratton, Edgar Wright e Yonfan, dopo aver visionato tutti i 21 film in concorso, ha deciso di assegnare i seguenti premi: LEONE D’ORO per il miglior film THE SHAPE OF WATER   di Guillermo del Toro (USA) LEONE D’ARGENTO - GRAN PREMIO DELLA GIURIA FOXTROT di Samuel Maoz (Israele, Germania, Francia, Svizzera) LEONE D’ARGENTO - PREMIO PER LA MIGLIORE REGIA Xavier Legrand per il film JUSQU’À LA GARDE (Francia) COPPA VOLPI per la migliore attrice Charlotte Rampling nel film HANNAH di Andrea Pallaoro (Italia, Belgio, Francia) PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA SWEET COUNTRY di Warwick Thornton (Australia) PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore o attrice emergente  Charlie Plummer nel film LEAN ON PETE di Andrew Haigh (Gran Bretagna) ORIZZONTI La Giuria Orizzonti della 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, presieduta da Gianni Amelio e composta da Rakhshan Banietemad, Ami Canaan Mann, Mark Cousins, Andrés Duprat, Fien Troch, Rebecca Zlotowski, dopo aver visionato i 31 film in concorso, assegna i seguenti premi: PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR FILM  NICO, 1988 di Susanna Nicchiarelli (Italia, Belgio) Lorenzo Reggiani PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE REGIA Vahid Jalilvand per BEDOUNE TARIKH, BEDOUNE EMZA (NO DATE, NO SIGNATURE) (Iran) PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA ORIZZONTI  CANIBA di Véréna Paravel e Lucien CastaingTaylor (Francia, Usa)   PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE FEMMINILE  Lyna Khoudri nel film LES BIENHEUREUX di Sofia Djama (Francia, Belgio, Qatar)   PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE MASCHILE  Navid Mohammadzadeh nel film BEDOUNE TARIKH, BEDOUNE EMZA (NO DATE, NO SIGNATURE) di Vahid Jalilvand (Iran) COPPA VOLPI per il miglior attore Kamel El Basha nel film THE INSULT di Ziad Doueiri (Libano, Francia) PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA  Martin McDonagh per il film THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI di Martin McDonagh (Gran Bretagna) 14

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festival di Venezia PREMI PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA Alireza Khatami per il film LOS VERSOS DEL OLVIDO di Alireza Khatami  (Francia, Germania, Paesi Bassi, Cile)   PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR CORTOMETRAGGIO GROS CHAGRIN di Céline Devaux (Francia)   VENICE SHORT FILM NOMINATION FOR THE EUROPEAN FILM AWARDS 2017 GROS CHAGRIN di Céline Devaux (Francia) PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA La Giuria Leone del Futuro Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” della 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, presieduta da Benoît Jacquot e composta da Geoff Andrew, Albert Lee, Greta Scarano e Yorgos Zois, assegna il: LEONE DEL FUTURO PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS”  JUSQU’À LA GARDE di Xavier Legrand (Francia) VENEZIA CLASSICI La Giuria presieduta da Giuseppe Piccioni e composta da studenti di cinema provenienti da diverse Università italiane: 26 laureandi in Storia del Cinema, indicati dai docenti di 12 DAMS e della veneziana Ca’ Foscari, ha deciso di assegnare i seguenti premi: PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR DOCUMENTARIO SUL CINEMA THE PRINCE AND THE DYBBUK  di Elwira Niewiera e Piotr Rosołowski (Polonia, Germania)   PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR FILM RESTAURATO IDI I SMOTRI (VA’ E VEDI) di Elem Klimov (URSS, 1985) VENICE VIRTUAL REALITY La Giuria internazionale della sezione Venice Virtual Reality, presieduta da John Landis e composta da Céline Sciamma e Ricky Tognazzi, assegna: PREMIO MIGLIOR VR ARDEN’S WAKE (EXPANDED) di Eugene YK Chung (USA)   PREMIO MIGLIORE ESPERIENZA VR (PER CONTENUTO INTERATTIVO) LA CAMERA INSABBIATA di Laurie Anderson e Hsin-Chien Huang (USA, Taiwan)   PREMIO MIGLIORE STORIA VR (PER CONTENUTO LINEARE) BLOODLESS di Gina Kim (Corea del Sud, USA) 32° SETTIMANA DELLA CRITICA PREMIO DEL PUBBLICO SIAE TEMPORADA DE CAZA di Natalia Garagiola (Argentina, Usa, Germania, Francia, Qatar) PREMIO CIRCOLO DEL CINEMA DI VERONA TEAM HURRICANE di Annika Berg (Danimarca) PREMIO MARIO SERANDREI – HOTEL SATURNIA PER IL MIGLIOR CONTRIBUTO TECNICO LES GARÇONS SAUVAGES di Bertrand Mandico (Francia) 15

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