Fanzin - Numero Otto

 

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Fanzin - Numero Otto

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43 www.fanzin.it Estate duemiladiciassette – Numero Ognuno raccoglie ciò che semina. Mah. Sicuramente è periodo di raccolto, per le strade si vedono campi di grano belli tosati e grandi balle ordinate e accatastate. Balle quadre o rotoballe a perdita d’occhio a disegnare l’orizzonte. Balle. Ecco non vorrei che questa semina dispendiosa portasse a un gran raccolto di fregnacce, balle appunto. Uno passa tutta la vita a seminare e poi si trova con un pugno di mosche in mano. Che poi effettivamente dalla pubertà ad oggi abbiamo buttato parecchio seme, ed in mano non c’era proprio un pugno di mosche. E di raccolto non se ne parlava proprio. Insomma, un po’ nella tua cameretta e un po’ altrove negli anni provi a combinare qualcosa e poi va a finire che ti ritrovi nel canale, ignudo e con lo scroto penzolante a raccogliere sacchi del rusco pieni di interiora di pesce marcite al sole. Mi volete dire che è un messaggio? In questo sacco nero ci devo leggere qualcosa? E’ tutto qui il frutto della nostra semina? Che poi se ci penso alla fine nel canale d’estate non si sta così male e l’acqua fresca che ti bagna la maletta è sempre emozionante. E poi, alla fine, chissenefrega di seminare quando basta una bella passata di concime! €uri 0,00

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12 Era il periodo in cui Alex credeva ancora nelle sue doti da conquistatore. Gli piaceva la figa e non si tirava indietro di fronte alle sfide. Col suo piglio da presentatore-poeta apriva varchi di conversazione in situazioni chiaramente improprie, incassando come un grande pugile messicano. Messo all'angolo si chiudeva in difesa e attendeva il momento opportuno per sferrare un gancio all'impavida signorina arrogante. La sua forza era un mix di alcol e dialettica che non lasciava scampo, soprattutto alle sciacquette pseudo-intellettuali. Insomma ero lì che parlavo amabilmente con una ex compagna di classe, durante una festa in discoteca, quand'ecco sopraggiungere Alex, attirato dall'odore. Studiò l'avversario per qualche secondo, poi senza guardare, mi scalzò con il braccio destro e si posizionò di fronte alla malcapitata. "Ciao Chiara". La bocca era impastata e le parole uscirono distorte. Forse aveva esagerato con l'alcol. La Chiara fece un sorriso di circostanza che terminò in una smorfia. Era l'avversario peggiore che Alex potesse trovare sul suo cammino. "Come va, Chiara?". Ancora una volta la frase fu incomprensibile. Sembrava masticasse dei sassi o avesse un gomitolo in bocca. Quest'incontro sarebbe stato arduo senza l'uso della favella. E difatti la Chiara accentuò la smorfia e fece per andarsene. Il match sembrava destinato ad un triste epilogo, ma Alex effettuò una mossa da vero campione: mentre lei si voltava per andarsene, la prese per una mano e la riportò di fronte a sé. La guardò dritta negli occhi, poi abbassò lo sguardo sul suo cazzo, indicandolo col mento. Infine con un cenno del capo la invitò verso l’uscita. Game, set, match. Quell'anno arrivò secondo ai mondiali di Marina, dietro al Bef. Trovolono e attaccalono! Se ce gia nel bagno staccole l’adesivesubite! Manda disegni, storie, poesie, foto e insulti a: info@fanzin.it (6-9-4-6) www.fanzin.it ORIZZONTALI 1. ll ragazzo che sta uccidendo suo padre per Walter Sobchak – 4. Deficiente con frangia, vestito di nero e trucco negli occhi – 5. Nel racconto Blow-jab, parte del corpo con cui Alex indica il suo cazzo – 7. …were warriors; film capolavoro – 8. L’hanno inventato per il post sbornia. VERTICALI 1. Alex ne beve in quantità abbinato con la vodka – 2. Esclamazione quando tutto va storto e non puoi più farci nulla – 3. Quartiere di Forlì che, a tossici, se la giocava con la Cava – 6. Mi ero rotto il cazzo di cercare definizioni stupide: legno pregiato. 1 2 4 5 7 3 6 8 Mi rivolgo a voi ragazze e ragazzi, giovani e meno giovani che sfogate i vostri ormoni con il rispettivo partner, amante o altro. Posti appartati, automobili, fontane, parchi giochi, fiumi, grotte… Vi stimo perché usate il preservativo! Applicate al vostro membro del lattice neutro sagomato a volte di vari colori e profumi come se dovesse andare ad una festa fetish… Bravi che usate il goldone, tanto di cappella! A proposito vi ho detto che ho paura dei serpenti? Ok ora lo sapete! Mi sono trovato diverse volte a cambiare percorso di una passeggiata perché venivo spaventato a morte alla vista di una pelle di serpente. Aiuto un serpente!!! Un serpenteee!!!! Tranquillo, mi dicevano, stai tranquillo. Non è un serpente, ne tantomeno la pelle di un serpente… e allora che cazzo è??? Coglione è un preservativo usato!! Ma, siete sicuri?? Non è che mi fate uno dei vostri scherzi di merda?? Eccolo che arriva!! I miei scarsi riflessi fanno la loro parte e mi ritrovo in faccia il… bleeeaaaaahh che orripilezza, che totale disgusto e senso di vomito!! Me lo scrollo come i cani si scrollano di dosso l’acqua e guardo a terra. Avevano ragione. Era solo un goldone usato. E pensare a tutti gli spaventi che mi sono preso pensando di trovare praticamente ovunque bisce o pelli di bisce invece erano solo goldoni. Ve lo chiedo con il pene in mano! Non buttate preservativi in giro che ho paura!

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Era il periodo in cui si ascoltava metal pesante Quando furono nei pressi dello stadio si misero e Steve si era pienamente immedesimato nel in fila assieme alle altre migliaia di fratelli ruolo del cappellone borchiato che sbatteva la metallo festanti. C'era un casino bestiale e testa al ritmo della grancassa. Steve veniva spatassato e compresso dalla Lo trovavi sempre, a fine serata, nella saletta folla. Per fortuna era già anestetizzato piccola del Rock Planet, quando il Dj dall'alcol, e si faceva trasportare, cantando i concedeva 10 minuti di gloria ai figli del ritornelli blasfemi dei gruppi più famosi. metallo. Steve era il più piccolo, sia di statura Satana, caproni, sangue e dominio erano i temi che di età, ma tutti, nell'ambiente della musica che si ripetevano. Nei pressi del tornello, vide siderurgica, lo conoscevano per via del suo che la fila scorreva a rilento. Un omone in entusiasmo e delle pezze che attaccava da divisa controllava e perquisiva le anime sbronzo. Maglietta di una band metallara, dannate dei metallari eccitati. Il poliziotto non jeans neri e via che si andava a santificare il era intimorito dalla quantità, e distribuiva a metallo. destra e manca dei manrovesci, per riportare Quell'anno al Gods of Metal di Milano, c'erano all'ordine gli animi più focosi. Condiva le gruppi da urlo e i Manowar percosse con insulti al metallo avevano annunciato di voler abbattere il record di concerto più assordante della storia. Steve non poteva mancare e si era Steve era il più piccolo, sia di statura che di età, ma tutti, nell'ambiente della musica siderurgica, e alle madri concipienti di tutta questa spazzatura. Nessuno osava ribellarsi al grosso e cattivo tutore della legge. Steve si ricordò solo aggregato con la comitiva lo conoscevano per via all'ultimo della droga nel dei metallari di Faenza. I metallari di Faenza erano famosi per gli stivali e le droghe che portavano. del suo entusiasmo e delle pezze che attaccava da sbronzo. portafoglio e, non avendo tempo, si infilò il portafoglio nelle mutande. Aveva un pacco alla Rocco Siffredi ora, Fecero il viaggio in treno e ma quasi sicuramente il metà di loro scese carponi alla stazione di cattivo tenente non gli avrebbe messo le mani Milano, piegati dal mix di lambrusco e sul cazzo. Il problema occorse quando il sambuca che si erano sparati sul vagone. Il portafoglio, dalle mutande, iniziò a scivolare vecchio della combriccola, tale Varechina, lungo la gamba. Si trovava ad un metro dal prima di scendere aveva strizzato l'occhio al grosso poliziotto e il portafoglio stava cadendo. piccolo Steve e gli aveva messo in mano un Steve iniziò a camminare lentamente, serrando paio di pastiglie bicolore. Disse che gli le gambe come chi se l'è fatta addosso. Il sarebbero sicuramente servite nel caso in cui poliziotto squadrò quel piccolo metallaro l'alcol e la stanchezza avessero preso il sudato che si trascinava le gambe. Fu lì lì per sopravvento. In quelle maratone musicali, se dirgli qualcosa ma poi guardandolo in faccia non eri fisicamente forte e pronto, ti pensò che quel piccolo fan avesse una sorta di spazzavano via come un tornado della deformazione spastica. Dopotutto non era che Louisiana, soprattutto durante i vortici di pogo un altro mongolo che si aggiungeva a quel delle band più incazzose. Un paio di anfe lo branco di subdotati metallari. avrebbero tenuto sveglio e lucido durante "Mi fate schifo" disse e accompagnò con lo quell'inferno, parola di Varechina. Girando coi sguardo quel piccolo spastico che gli passava più marci di Faenza, Steve non si era neppure innanzi. preoccupato di imboscare le pillole e le aveva messe nel portaspiccioli del portafoglio.

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21 Italia Centrale, primissimo pomeriggio, primavera inoltrata. Direzione Sud-Sud-Ovest. In autogrill, un cinese dallo sguardo fiero e incorruttibile come Mao Ze Dong nel suo poster migliore, ordina "una lustichela... e atalo" La barista, impassibile come un federale vicino alla pensione ribatte "non abbiamo l'atalo, cosa desidera?" Lui: "lustichela... e atalo" Lei: "vuole un apollo?" Lui: "no, lustichela e... atalo" A questo punto io e gli altri sette stronzi in coda improvvisiamo un brain-storming di fortuna, per provare a tradurre i tre punti di sospensione e la parola “atalo”. Non esattamente un conciliabolo di premi nobel, non un dream team dell’interpretariato. Non uno squadrone da leggenda, solo sette stronzi in cerca di legenda, e di un pasto semifreddo di fortuna, da consumarsi sui talloni, nel bel mezzo di un vero stallo alla messicana. Dopo alcune versioni interstellari che spaziavano da Salvador Dalì ai Nuovi Nazisti dello Spazio Conosciuto, quello che sembrava il più camionista di tutti - rigorosamente romano - attacca a dire: “Aho' guarda che a 'sti cinesi je scoccia pure de conta’... pe' me so' du' rustighelle. 'Na rustighella... e n'artra rustighella" (Aveva tradotto anche i tre punti di sospensione. Eh sì, si pronunciano alla stessa maniera, che uno parli cinese di campagna, mandarino o camionaro). Accolta con universale consenso della platea la versione con rimorchio, richiama l'attenzione di lui e gli dice, facendo segno di "due" con le dita: “ah cine’, stamme a senti’ bbene… vie’ qua… allora famo du’ rustighelle, pe' te e tù moje?" E Mao, inflessibile come la muraglia: “aaaah, sì sì. una lustichela e atalo lustichela" Chiusura in nero sfocato e progressivo, con applausi finti come rumore di fondo, come nelle puntate più commoventi di un telefilm prodotto negli anni ’80, dall’altra parte della guerra fredda. Una guerra senza tempo. Senza vittime, ma piena di ostaggi. Bentornato tra noi, Marco Aurelio, hai solo scambiato il destriero per uno Scania. LettureDaCessoFanzin Black Milk Tattoo @BlackMilk.forli Al decimo piano di un condominio di periferia, arrivava tutto rarefatto. Arrivava tutto quello che avresti potuto percepire al piano terra, o ai primissimi piani, con vetro singolo o doppio: sgommate di tamarri improvvisati su buche d’asfalto e disagio; urla di cornuti non più sottomessi, ma non ancora pienamente consapevoli della propria condizione encefalica; esplosioni di vetrine appartenenti a commercianti colpevolmente in ritardo, anche per quel mese, col pagamento del pizzo. Arrivava tutto, ma attenuato da una porzione di atmosfera senza grande utilità, se non quella di rendere la colonna sonora di ogni avvenimento non più rumorosa di un’enorme bolla di sapone, come quelle che alzano i freakkettoni con una secchia di acqua di pompa e due bacchette di legno fradicio, di quelle che esplodono umidicce davanti ai visi imberbi di quattro sballati del cazzo, per intenderci, ogni martedì pomeriggio al parco F********. Solo una cosa, dentro le quattro mura incastonate al decimo e ultimo piano di un palazzone simil sovietico, ti arrivava sempre diretta. Anzi, come un diretto, in faccia, preciso e letale, come quelli che tirava Mike Tyson nella seconda metà degli 80’s: la rottura di coglioni di Heléna Amorelungo. Al decimo piano non avevi scampo; non una via di fuga, non un disperato tentativo di svicolare senza traumi conseguenti. A meno, chiaramente, di non essere un Supereroe della Marvel (o marca equivalente), o che il lancio nel vuoto da 39 metri s.l.m. non fosse esattamente il modo in cui avevi stabilito di suicidarti quella notte. Amorelungo. Non avevo mai inteso se fosse il suo vero cognome, dai social questo risultava e mi bastava, per quanto incuriosito potessi essere. Ma l’idea di fornire spontaneamente a Heléna un ulteriore argomento di chiacchiera mi inibiva a livelli assoluti. Era la persona più logorroica che il Dio della parola avesse mai sputato su questa derelitta città, ed era capace di parlare anche mentre ti faceva un pompino. E no, non aveva un occhio di vetro. Il suo Dio solo sa, come facesse. Il punto, per farla breve che lo spazio su Fanzìn è poco, è che la signorina Amorelungo Heléna, oltre ad avere una firma da sociopatica appassionata di Kubrick e una lingua più lunga che abile, aveva un culo scolpito nello stesso marmo pentelico utilizzato per il Partenone, ed era oggettivamente impossibile pensare di non chiamarla anche quella sera, per farla salire fino a quell’illusoria altezza da attico parigino, e beneficiare delle sue appassionate chiappe. Conscio che, come ogni sera in cui la lasciavi entrare, ti saresti dovuto sorbire almeno un’ora - post coito - di follie cerebrali, dal retrogusto vagamente catto-fascisteggiante, condite da elucubrazioni maccheroniche sull’inutilità di possedere animali domestici anziché domestici in livrea di pura razza umana. Conscio che ti saresti dovuto produrre in un balletto di finti sbadigli e stirate di braccia a livelli nureyeviani per stuzzicare il suo labile senso di decenza, e convincerla a levarsi dal cazzo prima che ti potessi addormentare. Perché lei, e questo era il suo secondo e ultimo pregio, non si fermava mai a dormire Continua…

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fuori, tornava sempre a casa prima dell’alba. Partì un dinamico monologo d’insulti, Come un vampiro. O come una che abitava oggettivamente tutti meritati, che si concluse ancora con genitori smaccatamente fascio- soltanto al piano terra dopo aver percorso a cattolicheggianti, desiderosi di avere la beata piedi tutti e dieci i piani del condominio. figliola a tavola al loro fianco, anche a colazione, Heléna davanti e io quattro scalini dietro, a prima di andare al lavoro. vomitare grandi, radiose verità sulla sua Colazione a casa Amorelungo. Sarà il titolo di coppa. qualche altro articolo di qualche altra fanzine in Lei non diceva una parola. Non riusciva a un prossimo universo parallelo, probabilmente. controbattere. Non so se per paura o Fatto sta che proprio quella sera, un prodigio si convinzione. Era ammutolita. Magari aveva materializzò in camera da letto, poco prima dell’una di notte, Amorelungo. preso un cartone. Mmm… no, ok, un cartone no. Vabbè. senza danni apparenti a cose o persone: neanche dieci minuti dopo aver finito di amoreggiare Non avevo mai inteso se fosse il suo vero Arrivati al portone d’ingresso, aprii la serratura elettrica con un pugno sul pulsante, poi mi rumorosamente, Heléna si alzò sui gomiti e mi disse “scusa la fretta ma domattina devo alzarmi molto cognome, dai social questo risultava e mi fermai. Lei ferma, rimase. Le sorrisi e mi avvicinai delicato. Le diedi una carezza sulla guancia, presto, mi vesto e me ne vado”. Io fortunatamente ero troppo disidratato per mostrare una bastava, per quanto incuriosito potessi e scoreggiai un tuono mastodontico che risalì l’intero trombone delle scale. Scoppiai qualsivoglia emozione, e annuii distrattamente dicendo “vèstiti in essere. in un riso gutturale che nella penombra sembrò il rantolo di sala, così mi fai compagnia mentre mi accendo un Batman ubriaco. una sigaretta”. Diventò troppo, per lei. Almeno, credo. Non riuscì a trattenere le lacrime, che cercava di (PICCOLO SPOILER: trasferendoci tutti, ora, in coprire maldestramente con le mani sul volto. quella stanza, esattamente quella sera, in quel Scoreggiai nuovamente, con ancora più preciso istante, ecco questo è il momento in cui orgoglio. una persona in grado di prevedere il futuro, uno Lei urlò “no!!! non così!!!” e si mise a correre sciamano della tribù degli Apache mettiamo, vede all’impazzata, ripetendo “non così!” nella ogni stella del firmamento e le meccaniche celesti notte periferica di questa città ammorbata da tutte riallinearsi, come per magia, gas industriali e scariche per comporre in cielo la scritta colleriche. “HAI FATTO UNA BELLA CAZZATA”) Io chiusi il portone, mi feci verso l’ascensore. Mentre aspettavo Non feci in tempo ad appicciare la che il carrello elevatore sigaretta, che Heléna mutò raggiungesse il piano terra, l’espressione vacua ma serena che provai a chiamarla. Come mostrava sino a un nanosecondo immaginavo, rispose la voce prima, per allungare un viso già della segreteria. Non equino di suo in un muso dai esattamente una voce rock caratteri grotteschi, e non sarebbe metallara, secondo i nuovi bastata mezza piramide di Cheope canoni musicali della serata. per contenerne il profilo. Si girò Sussurrai nel microfono del mio severissima verso la mia anima polleggiata, e telefono nuovo “non farti vedere mai più”, immerdò l’aria non ancora satura di fumo con ruttando. queste esatte parole: Venne malissimo. Riprovai. Credo di averle “Io comunque non capisco come tu faccia ad lasciato almeno otto tentativi finiti più o meno andare a ballare tutti i weekend, venerdì e sabato allo stesso modo. a B******, e fare 300 km di autostrada con la macchina tra andata e ritorno, per infilarti in Entrai nell’ascensore, e non mi incazzai mai più mezzo a quella manica di gente ubriaca e drogata così tanto, in tutta la mia vita. e ascoltare quella musica rock metallara che, personalmente, non mi trasmette alcun messaggio positivo”. Non la toccai. Non la sfiorai nemmeno con la canonica rosa. Iniziai semplicemente a insultarla, come avrei dovuto iniziare a fare da qualche mese. Redazione: Jack, Evangelista, Yugs, Berri, El Remolino, Guenda, Master Mason, ManuMission Copyright © Fanzìn 2017

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