ALI - Numero 26

 

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Settembre 2017

Popular Pages


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Jim Bridenstine è il nuovo capo della Nasa Chi è (e cosa pensa) il neo nominato da Trump Un’altra nomina di Donald Trump a capo di una delle più importanti agenzie federali, un altro passo che nei prossimi giorni si trascinerà dietro una serie di polemiche. Jim Bridenstine, 42 anni, congressman repubblicano dell’Oklahoma con una carriera nell’aviazione militare alle spalle, il 2 settembre è stato nominato dalla nuova amministrazione a capo della NASA. La decisione di Trump non sarà però confermata prima di passare il vaglio del Senato, una platea la cui fedeltà il Tycoon, dopo la batosta dell’Obamacare repeal, non può più dare per scontata. La scelta di Bridenstine ha già sollevato un polverone fra i democratici, che lo accusano di non avere esperienze in campo scientifico o all’interno dell’agenzia spaziale come i suoi predecessori. Di esperienza ne ha invece l’attuale amministratore, Robert Lightfoot, con una blasonatissima carriera nella NASA iniziata nel 1989. In un comunicato Lightfoot si è detto “compiaciuto di avere il senatore Bridenstine alla guida del nostro team” e di non veder l’ora di “assicurare una transizione morbida”. Che sia tanto morbida è tutto da vedere, visto che Bridenstine non ha mai fatto mistero di voler cambiare radicalmente il volto della NASA. A partire dall’entrata dei privati nelle spedizioni spaziali, ma anche dalla riforma omnicomprensiva dell’agenzia, da lui proposta e non ancora passata al Congresso, l’”American Space Renaissance Act”. C’è un’altra accusa bipartisan che grava sul prescelto di Trump: Jim Bridenstine sarebbe un negazionista del cambiamento climatico. Ne è convinto il senatore democratico Bill Nelson, secondo cui “il direttore della NASA dovrebbe essere un professionista dello spazio”. Ma anche il repubblicano Marco Rubio che, forse ancora avvelenato per le bordate di Bridenstine contro la sua candidatura alle presidenziali, ha garantito il suo no al Senato, perché “sarebbe devastante per il programma spaziale”. L’ombra del negazionismo ambientale è caduta su Bridenstine dopo che nel 2013 ha duramente attaccato Obama per il suo programma di ricerca sul cambiamento climatico da 1 miliardo di dollari: “per questo enorme spreco, gli abitanti dell’Oklahoma si aspettano le scuse del presidente, e io ho intenzione di sottoporre una legge per risolverlo”. Ma soprattutto dopo un’intervista del 2016 ad Aerospace America, quando ha tagliato corto sul riscaldamento globale: “Si il clima sta cambiando. È sempre cambiato. Ci sono stati tempi ben prima del motore a combustione in cui la Terra era molto più calda di adesso”. A discapito delle accuse, Bridenstine ha in più occasione dato prova di avere un

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pollice verde, ad esempio mostrandosi sensibile all’emergenza dei detriti nell’orbita terrestre, un problema “assolutamente enorme, che non può più essere ignorato”. Per quanto privo di riconoscimenti in campo scientifico, il suo curriculum vitae è di tutto rispetto. Laureatosi alla Rice University e ottenuto un master alla prestigiosa Cornell University, è entrato nell’aviazione navale dove ha servito per 9 anni combattendo con un F-18 Hornet in Iraq e Afghanistan per un totale di 1900 ore di volo. Nel 2012 è divenuto tenente comandante della riserva della marina statunitense, coordinando le operazioni di volo in America centrale e meridionale contro il narcotraffico. Lasciato l’esercito, diviene direttore del Museo e Planetario dell’aria e dello spazio di Tulsa. Sempre nel 2012 entra nel Congresso per il primo distretto dell’Oklahoma. Alle presidenziali del 2016 il suo primo endorsement è per Ted Cruz, ma fin da quando Trump viene designato come candidato repubblicano la sua fedeltà per l’attuale presidente non viene mai meno, neanche quando si deve schierare contro i compagni di partito. Twittava infatti il 12 ottobre contro lo speaker della Camera: “Data la portata di questa elezione, se Paul Ryan non è per Trump, allora io non sono per Paul Ryan”. Con Trump condivide tutta una serie di battaglie: difende la prigione cubana di Guantanamo e la detenzione di armi da parte di privati, sbraita contro la risoluzione ONU contro lo Stato di Israele e contro i franchi tiratori repubblicani che tengono in vita l’Obamacare. Passato l’esame del Senato, avrà via libera per i suoi piani di grandeur per la NASA. Tra i primi passi da n. 1 dell’agenzia spaziale ci sarà l’impegno per tornare sulla Luna, un vero chiodo fisso per Bridenstine, accantonando in parte le spedizioni su Marte dell’era Obama. Ma soprattutto dominerà l’agenda il coinvolgimento di compagnie private come Space X e Blue Origin nelle esplorazioni spaziali. Francesco Bechis -formiche.net

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Robot soffice come Wolverine, si guarisce da solo le ferite Grazie allo speciale materiale con cui è costruito Non ha i suoi artigli di adamantio, ma come Wolverine, il mutante degli X-Men, può guarire e auto-ripararsi le ferite dopo essersi tagliato, grazie allo speciale materiale con cui è costruito: è il robot soffice realizzato dai ricercatori della Vrije Universiteit di Bruxelles, guidati da Seppe Terryn, le cui prestazioni sono descritte sulla rivista Science Robotics. La necessità di lavorare ad un robot che si 'auto-guarisce' è nata dal fatto che quelli fatti in metallo duro, perfetti per costruire macchine ed esplorare Marte, non lo sono altrettanto se devono afferrare oggetti fragili o imitare gli arti umani. I robot soffici invece sono molto delicati, e un piccolo strappo o puntura può distruggerli. Da qui l'idea di realizzare un robot soffice con un materiale che, con un poco di calore a riscaldarlo, riesca a riassemblarsi dopo essere rimasto danneggiato. Si tratta di un materiale sintetico, chiamato elastomero o polimero elastico. Una volta scaldato, i legami molecolari che lo tengono insieme si indeboliscono e iniziano a riformarsi, alla forma originale, simile a un cubo. Tolto il calore, si solidificano. Il materiale è stato provato su tre diversi prototipi: una mano soffice, dei muscoli artificiali e una pinza soffice. Si è così visto che a un'ora dalla lesione, il materiale era quasi completamente riparato, e 24 ore dopo essersi raffreddato, l'unica traccia era una piccola cicatrice. In questo modo i robot potrebbero sopportare tagli e coltellate e tornare ad avere quasi completamente le stesse prestazioni di prima. Anche dopo due cicli di 'autoguarigione' infatti, la mano ha continuato ad afferrare e i 'muscoli' a flettersi.

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Sitael e il futuro dei microsatelliti L’impresa pugliese pronta a lanciare un apparecchio con un rivoluzionario sistema di propulsione Entro il primo semestre del 2018 “prenderà il volo” l’iniziativa della messa in orbita del primo microsatellite a propulsione elettrica di Sitael, l’azienda del gruppo Angelo Investments, il cui quartiere generale è diviso fra Mola, Bari, Forlì e Salonicco, e al cui attivo ci sono circa 350 dipendenti. Un sistema innovativo quello della propulsione elettrica, poiché permette di ampliare il settore, portare a una riduzione sostanziale dei costi marginali del satellite rispetto alle tecnologie necessarie alla sua costruzione e, soprattutto, un impatto ambientale davvero ridotto, eliminando dall’equazione i carburanti fossili delle propulsioni convenzionali. I pannelli solari installati su di essi permetteranno un efficienza e una durata maggiore ed alimenteranno i motori elettrici. Inoltre, la tecnologia introdotta per la costruzione dei microsatelliti permetterà a questi di orbitare a quote molto basse, comprese fra 160 e 250 km d’altitudine, risolvendo il problema del carburante necessario alla correzione della rotta continua. Il debutto dell’innovativo sistema di propulsione a guida pugliese avverrà con il primo lancio commerciale del LancherOne di VirginOrbit, la divisione aerospaziale del colosso americano guidato da Richard Branson. Il lanciatore, installato sulla fusoliera di un Boeing, è stato messo a punto per l’occasione: il lancio del dimostratore tecnico μHETsat che Sitael ha realizzato per l’Agenzia spaziale italiana (Asi) ed europea (Esa). L’accordo tra l’italiana e la statunitense è stato firmato dall’ad Nicola Zaccheo alcune settimane fa. Dal Sole24Ore, l’amministratore delegato ha però già annunciato: “dopo il primo lancio, Sitael ha già una serie di contratti per la messa in orbita di altri microsatelliti”. Da Airpress Online

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I 40 anni delle sonde Voyager Hanno battuto ogni record dell’esplorazione spaziale, diventando la missione di più lunga durata e più lontana mai realizzata dall’essere umano. Una storia lunga quattro decenni, celebrata nei giorni scorsi dalla Nasa 20 agosto e 5 settembre. Nell’esplorazione spaziale queste due date hanno fatto, senza retorica, la storia. Era il 1977 quando le due sonde della missione Voyager della Nasa lasciavano la Terra tuffandosi nello Spazio. In 40 anni hanno messo tra noi e loro una distanza inimmaginabile: Voyager 1, lanciata proprio il 5 settembre, si trova a 13 miliardi di miglia circa dal nostro pianeta, e la sua gemella Voyager 2 a 11 miliardi di miglia. Rispettivamente, al di là delle distanza, una nello Spazio interstellare e l’altra nell’elioguaina, lo strato più esterno dell’eliosfera, dove il vento solare frena a causa dell’interazione con il vicino spazio interstellare. E basterebbe forse questo a rendere l’idea della portata di questa missione, la più lontana e di più lunga durata mai effettuata dall’essere umano. Eppure la distanza – acquisita, va detto, con diversi strumenti operativi ancora a bordo per entrambe le navicelle – non racconta che un tassello dei quarant’anni delle Voyager. Che la Nasa ha festeggiato in grande stile con un evento a Washington trasmesso anche online, sul sito dell’agenzia spaziale statunitense. I primi passi Comincia tutto, in realtà e come da consuetudine, molto prima che le navicelle lascino la Terra. Era l’estate del 1965 e alcuni studi mostrarono che sfruttando un raro allineamento planetario, che avviene una volta ogni 176 anni, alla fine degli anni Settanta si sarebbe potuto spedire una navicella e farle visitare i pianeti del Sistema solare esterno con minor carburante e in minor tempo. Tutto grazie alla possibilità di sfruttare la gravità dei pianeti come carburante. Nei primi anni Settanta cominciano i lavori alla missione Voyager – inizialmente chiamata Marine Giove/Saturno 1977, perché l’idea era quella di visitare solo i due giganti – che porteranno le sonde a partire nell’estate del 1977. Ad agosto la Voyager 2 poi a settembre 1, che ricevettero questi nomi a dispetto dell’ordine di partenza perché una avrebbe raggiunto Giove e Saturno dopo dell’altra pur partendo prima. Nell’estate di quattro anni dopo l’iniziale progetto era già concluso, ma la storia delle sonde era appena iniziata potremmo dire.

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I primati Le visite ai giganti Giove e Saturno sarebbero state seguite da una serie quasi impressionante di primati portati a casa dalle sonde nella loro lunga vita. Tra il 1977 e il 1990 le sonde avrebbero sorvolato i quattro pianeti del sistema solare esterno, ne avrebbero visitati alcuni, come Urano e Nettuno, per la prima volta, scoperto diverse lune intorno a Giove, Saturno, Urano e Nettuno, visto gli anelli di Giove, Urano e Nettuno, scoperto vulcani attivi oltre la Terra (sulla luna Io di Giove) e trovato indizi circa la presenza di oceani oltre il nostro pianeta (sulla luna gioviana di Europa), nonché rivelato la presenza di atmosfera ricca di azoto su Titano, la luna di Saturno. Ma i pianeti non sono stati l’unico interesse delle due sonde, né gli unici co-protagonisti dei loro primati. Anche lo spazio fuori dall’eliosfera, un’immaginaria bolla dove il vento solare esercita il suo potere prima di incontrare il vento interstellare, avrebbe giocato un ruolo importante nella vita delle sonde. Trentacinque anni dopo il lancio Voyager 1 è sbarcata nello spazio interstellare, fuori la bolla, misurando l’intensità dei raggi cosmici e il campo magnetico di questo luogo fino ad allora completamente oscuro e aprendo la strada al prossimo arrivo della gemella Voyager 2. Un libro di storia per extraterrestri Ci sono una gran quantità di se in merito alla reale utilità dei dischi a bordo delle sonde. Parliamo dei Golden Records, i dischi contenenti suoni e immagini destinati ad alieni sconosciuti per raccontare qualcosa di noi umani, qui sulla Terra. Se qualcuno mai li troverà, se sarà in grado di leggere le istruzioni necessarie per leggerle, se potrà servirsi degli stessi strumenti che abbiamo noi per esprimerci e comunicare. Possibilità a parte quei messaggi, sotto forma di suoni e immagini, raccontano di noi, e contribuiscono al fascino delle due sonde. Incisi sopra i dischi si trovano una collezione di saluti in 55 lingue diverse, suoni e immagini che parlano di noi, scelti da una commissione presieduta da Carl Sagan. E cosa venne scelto oltre 40 anni fa per raccontare di noi? Immagini che raffigurano la fecondazione, la doppia elica del dna, la radiografia di una mano, immagini dei pianeti, della deriva dei continenti uno spartito musicale, foto di vita quotidiana in diverse parti del mondo, così come suoni – tanto quelli dei classici come quelli della musica etnica, nonché suoni naturali, dal canto delle balene ai richiami degli uccelli. Da Wired

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Anche su Marte nevica: così la notte porta le tempeste Uno studio francese descrive il fenomeno che avviene sul pianeta rosso dopo il tramonto generando brevi ma intense turbolenze atmosferiche La notte, quando il Sole tramonta, la temperatura precipita. Le nuvole si raffreddano anche di 4 gradi all'ora. Le pur rare particelle di acqua si congelano e diventano fiocchi di neve. Sono fiocchi di dimensioni macroscopiche, 3 o 4 micrometri al massimo, un quindicesimo di un capello. Ma innescano nell'atmosfera una turbolenza che porta a tempeste di neve brevi ma intense. Siamo su Marte, dove la maggior parte della neve evapora ancor prima di raggiungere il terreno e il color ruggine della superficie al massimo si imperla, come fosse coperto di brina. "Non riusciremmo a fare un pupazzo di neve" scherza Aymeric Spica, il ricercatore dell’università di Parigi e del Cnrs francese che su Nature Geoscience ha appena descritto il fenomeno delle tempeste di Marte. Queste previsioni del tempo extraterrestri nascono da una simulazione al computer condotta con un dettaglio senza precedenti insieme a Stanford e al Seti Institute di Mountain View, l’istituto scientifico che dal 1984 si dedica alla caccia della vita nell’universo. I dati usati sono quelli trasmessi negli anni scorsi dalle sonde orbitanti Mars Global Surveyor e Mars Reconnaissance Orbiter. Che qualcosa di strano accadesse su Marte, in realtà, si era già intuito. La presenza di acqua sotto forma di ghiaccio sulla superficie è nota da tempo ai poli. Nel 2008 la sonda della Nasa Phoenix Lander aveva notato del pulviscolo che poteva sembrare nevischio. Ma non era riuscita a spiegare in modo definitivo quel che aveva intuito. Si ipotizzò che i minuscoli fiocchi cadessero gentilmente sotto al loro peso, impiegando dieci minuti per percorrere un paio di chilometri. Altro che nevicata gentile. Lo studio di oggi dimostra che su Marte, la notte, si scatenano delle vere e proprie tempeste. Il raffreddamento delle nuvole crea delle correnti d'aria verso il basso che si scontrano con l'aria calda della superficie che risale verso l’alto. Dentro e attorno alle nuvole cariche di particelle di ghiaccio si creano correnti di dieci metri al secondo. Sulla Terra sarebbe solo una brezza tesa, ma per la rarefatta atmosfera marziana si tratta di turbolenze di tutto rispetto, sufficienti probabilmente a mandare a gambe all’aria una navicella spaziale in fase di avvicinamento al suolo. Proprio le differenze di temperatura fra nuvole e suolo fanno sì che i fiocchi di neve riescano a percorrere un paio di chilometri al massimo, prima di sublimare. Solo le nuvole molto basse, dunque, sarebbero in grado di imperlare la superficie marziana, prima che l'alba di un nuovo giorno sciolga tutto di nuovo. Fotografare questo fenomeno sarebbe un'impresa impossibile. Ma se qualche navicella ci riuscisse, ci regalerebbe la più romantica fra le cartoline spaziali della storia. Di Elena Dusi – Repubblica

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Deep Space Network Anche l’Italia nella Rete dello spazio profondo Hanno preso il via la scorsa settimana dal Sardinia Deep Space Antenna (SDSA) le operazioni di “tracking” della sonda NASA-ESA-ASI Cassini che tra qualche giorno compirà l’ultimo atto della sua ventennale missione dedicata al sistema di Saturno. Il SDSA dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) costituisce una nuova configurazione sviluppata per l’impiego a supporto di missioni interplanetarie del Sardinia Radio Telescope (SRT) realizzato dall’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana, la Regione Sardegna e il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, e destinato allo studio dell’universo e dei suoi misteri. Il Sardinia Deep Space Antenna (SDSA) a partire da gennaio diventerà ufficialmente operativo nell’ambito del Deep Space Network della NASA, ma fornirà servizi di comunicazione e navigazione anche per le sonde interplanetarie europee, specializzandosi in particolare per quelle marziane, in vista delle future esplorazioni del pianeta. Il SDSA nasce grazie ad accordi tra l’ASI e l’INAF ed a uno specifico accordo ASI – NASA, che ne assicura l’impiego per una molteplicità di missioni interplanetarie in collaborazione con il Jet Propulsion Laboratory – (JPL). Il suo debutto è legato alla fase cruciale The Grand Finale della missione di Cassini nel sistema di Saturno. Il SDSA seguirà gli ultimi giorni del lungo viaggio della sonda prima del suo tuffo finale sul pianeta fissato per il 15 settembre prossimo. Gli accordi stipulati tra ASI e INAF prevedono attività esclusive dell’Agenzia nel campo della ricerca scientifica e tecnologia, con infrastrutture, equipaggiamento e operazioni di comunicazione e tracking legate al deep space ed attività di comune interesse che riguardano settori come la Radio Scienza, il tracciamento degli Space Debris e lo Space Weather. Un’ampliata capacità quella del SDSA che sarà incrementata in fasi successive per dare al paese una piena Deep Space Ground Capability che permetterà all’Italia di essere sempre più coinvolta nelle missioni interplanetarie in corso e future. Il primo passo non è da poco, le capacità di SDSA si stanno mettendo subito luce in occasione della conclusione del programma Cassini. I test per ‘catturare’ e seguire Cassini sono, in realtà, iniziati già il 22 agosto, quando la sonda è apparsa visibile alla radio antenna. Questa prima fase di impiego avviene nella banda X grazie ad un ricevitore altamente sensibile installato la scorsa primavera. Si tratta di un contributo del JPL/Caltech che rientra nell’accordo di collaborazione tra NASA e ASI relativa alle attività di upgrading e

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utilizzazione del Sardinia Radio Telescope. SDSA si avvale anche di un equipaggiamento specifico fornito dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e della collaborazione dell’European Space Operations Centre (ESOC). “È davvero una giornata particolare oggi, – ha dichiarato il Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana Roberto Battiston – inauguriamo la prima unità di ricerca esterna dell’ASI presso la sede INAF di Cagliari con le prime osservazioni dei segnali radio di Cassini raccolte da SRT e provenienti da un miliardo e 400 milioni chilometri di distanza. Con queste osservazioni SRT entra di fatto nella rete mondiale di radiotelescopi che scrutano lo spazio profondo per comunicare con i satelliti inviati sui pianeti del sistema solare. È un risultato esaltante, realizzato dopo un anno di intenso lavoro in collaborazione con NASA-JPL e con i colleghi dell’INAF, con cui ASI condivide l’uso dello straordinario telescopio SRT. È il primo passo di un lungo e ambizioso percorso, quello di raggiungere la piena capacità in trasmissione e ricezione in modo da contribuire alla gestione delle numerose missioni verso Marte che verranno lanciate nel 2020. In quell’anno assisteremo ad una sorta di imbottigliamento spaziale e tutti i radiotelescopi del mondo saranno utilizzati per guidare il traffico satellitare intorno a Marte e scambiare dati e comandi: sulla base di questi primi risultati ci aspettiamo che ASI con SRT farà la sua parte nel DSN”. “L’insediamento dell’Unità ASI presso la nostra sede in Sardegna, frutto di una proficua collaborazione fra i due Enti”, ha commentato il Presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, Nichi D’Amico, “e l’attenzione che la NASA pone alle performance del radiotelescopio SRT e dei nostri laboratori di sviluppo, aprono grandi prospettive”. “In questi giorni ho visto le squadre INAF e ASI lavorare con grande affiatamento ed entusiasmo” continua il Presidente D’Amico, “con interessi scientifici e tecnologici e competenze complementari e di altro profilo, che certamente contribuiranno a capitalizzare le caratteristiche interdisciplinari di questo grandioso impianto che l’Isola ospita con grande attenzione”. “Sono inoltre fiero di vedere il coinvolgimento di giovani che si sono formati in Sardegna, presso l’Ateneo e poi presso i laboratori dell’INAF”, continua D’Amico, “questo indubbiamente indica l’eccellenza accademica e scientifica che esiste in Sardegna”. “La Sardegna con il Radiotelescopio di San Basilio rafforza oggi il suo ruolo nella rete mondiale dell’aerospazio grazie a uno straordinario lavoro in collaborazione con NASA, ASI e INAF. Ne siamo molto orgogliosi”, dice il Vicepresidente della Regione e assessore alla Programmazione Raffaele Paci, “e siamo da sempre convinti che in questo settore la nostra regione con le sue competenze diffuse possa collocarsi in una posizione di vera e propria eccellenza. La Giunta ci crede molto e stiamo lavorando per creare una piattaforma di valenza internazionale, coinvolgendo imprese, Università e Centri pubblici di ricerca. Come Regione siamo pronti a dare tutto il supporto necessario anche per favorire accordi nazionali e internazionali che rafforzino ulteriormente la posizione e il ruolo della Sardegna”, conclude Paci.

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