Da Casa Madre - Settembre 2017

 

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Rivista della famiglia dei Missionari della Consolata

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Istituto Missioni Consolata da Casa Madre Anno 99 - N. 09/ Settembre - 2017 Perstiterunt in Amore Fraternitatis Mino CEREZO BARREDO, Magnificat Ringraziando per il XIII Capitolo Generale

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LA BEATITUDINE DELL’ESSERE SECONDO Ricordando la morte del can. Giacomo Camisassa avvenuta il 18 agosto 1922. La collaborazione tra l’Allamano e il Camisassa fu un esempio di fiducia reciproca e di stima mirabile, al sorgere della nostra famiglia missionaria. Ricordava l’Allamano: “Erano 42 anni che eravamo insieme, eravamo una cosa sola – Tutte le sere passavamo in questo mio studio lunghe ore. Qui nacque il progetto dell’Istituto, qui si è parlato di andare in Africa. Insomma tutto si combinava qui”. Il can. Nicola Baravalle testimonia: “Quando penso a quei due grandi uomini [l’Allamano e il Camisassa] mi ritorna sempre quella cara antifona: “Sunt duo olivae et duo candelabra lucentia ante Dominum”. Noi avevamo ammirazione grande per entrambi. Uno era la mente che pensa, la virtù che forma, il Mosè che sul monte tratta col Signore e l’altro l’esecutore fedelissimo che si tiene sempre nell’ombra” (22 luglio 1946). Il canonico Giacomo Camisassa dopo aver affiancato e sostenuto per 42 anni il canonico Allamano, fu il primo a cedere con la salute. Morì a Torino il 18 agosto 1922 a 78 anni. L’Allamano nell’Omelia disse “Tocca a me fare i suoi elogi. Era sempre intento a sacrificarsi, pur di risparmiare me; era un uomo che aveva l’arte di nascondersi e possedeva la vera umiltà”; “Quale perdita per il Santuario e più per l’Istituto e per le Missioni”; “Abbiamo promesso di dirci la verità e l’abbiamo sempre”.

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FRAMMENTI DI LUCE CHE FANTASTICA STORIA E’ LA VITA! P. Giuseppe Ronco, IMC Quando dal cielo scompare la stella polare, il navigare diventa periglioso per i navigatori. Se prima il mare era visto come luogo di lavoro, di svago e di bellezza, ora appare come possibilità di morte e di oscurità. Capita così anche nella vita. Davanti a situazioni e fatti sconcertanti, ad avvenimenti difficilmente interpretabili, davanti ad omicidi efferati e guerre senza senso o a menzogne colossali rese sistema, viene da chiedersi: che senso ha la vita, il mondo in cui viviamo, la storia? Dio” (Rom 8,28). “Mi chiamano Gesù e faccio il pescatore e del mare e del pesce sento ancora l’odore di mio padre e mia madre su questa croce nelle notti d’estate sento ancora la voce e quando penso che sia finita è proprio allora che comincia la salita che fantastica storia è la vita che fantastica storia è la vita” (A. Venditti, Che fantastica storia è la vita). Abbiamo la sensazione che l’oscurità e il non senso ci siano caduti addosso, bloccando gli orizzonti di speranza che prima erano luminosi. “Amaro e noia la vita; e fango è il mondo” (G. Leopardi, A se stesso). Riflettere sul senso della vita, del mondo, è fondamentale per chi non vuole sprofondare nell’abisso oscuro del disimpegno, del sopravvivere, del vivacchiare. Può aiutarci la ricerca di una sana teologia della storia, che è sempre storia di salvezza e storia dell’amore di Dio per l’uomo. “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano 4 da Casa Madre 09 / Settembre 2017

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Dove trovare il senso? Il senso della vita non è qualcosa d’irrilevante: da esso dipende la felicità o la tristezza, l’amore per i fratelli o il disimpegno. Non aveva ragione Macbeth di Shakespeare dicendo che “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla” (Macbeth, Atto V, Scena V). Aveva piuttosto ragione Etty Hillesum, ebrea morta ad Aushwitz, dicendo “Trovo bella la vita e mi sento libera. I cieli si stendono sopra di me come dentro di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio. Il resto verrà allora da sé.” O ancora: “Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra” (Etty Hillesum, Diario). Col passare degli anni si scopre che a dare senso alla vita non è mai soltanto qualcosa, ma è piuttosto qualcuno che si possa amare e ci possa offrire il suo amore. L’uomo infatti è relazione e nell’amore trova la pienezza della vita. Quando ci si accorge che chi ci vive accanto ha un volto ed una storia, l’indifferenza lascia il posto alla responsabilità. Nascerà allora una serie di atteggiamenti e di azioni che daranno senso al nostro vivere, facendoci superare l’dea di inutilità che spesso si insinua in noi. Accogliere, avvicinarsi, avere compassione, aiutare e soccorrere, diventare fratelli fino a dare anche la vita per l’altro, sono il programma che Gesù ci propone per dare senso alla vita. L’aspetto missionario è ben indicato nel logion di Gesù “Voi siete il sale della terra” (Mt 5,13), quasi a dire che tocca a noi trasmettere agli altri il gusto della vita. Infondere coraggio a chi è smarrito è infondere senso, preservando dalla corruzione chi è in difficoltà e tenendo lontani e germi inquinanti dell’egoismo. Farsi incontro all’altro, con stile di vita sobrio, da amici di Gesù. In questi tre modi di essere troviamo il senso della vita e ciò che dà sapore alla vita del missionario. L’incontro è una esperienza di notevole spessore umano, capace di liberare l’esistenza umana dalla tirannia dell’ego, dalla solitudine e dall’autoreferenzialità, così invadente nella nostra vita quotidiana. Un’esperienza che arriva a dire all’altro: Tu sei un bene per me. L’altro non solo ci dice e ci rivela chi siamo, ma ci fa scoprire che accanto a noi vive uno diverso da noi, ricco, da non omologare, ma da accogliere nella sua ricchezza e molteplicità. ( cf Jacques Lacan, Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io, Comunicazione al XVI Congresso internazionale di psicoanalisi Zurigo, 17 luglio 1949). L’altro dà anche sapore alla vita. L’incontro, infatti, arricchisce sempre ed è fonte di gioia. In alcuni casi è anche l’origine di una vita nuova (Cfr Giovanni Paolo II, 16 novembre 1983). Farsi incontro vuol dire entrare nel mondo di altri seguendo la strada intrapresa da Gesù nell’incarnazione, per incontrare l’essere umano e manifestare l’amore anche per uno sconosciuto. da Casa Madre 09 / Settembre 2017 5

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L’altro ci rivela anche Dio, il totalmente altro, con la sua dimensione di trascendenza e di totalità. L’altro ci rivela l’Altro e quel Dio non concreto che si cercava lontano da sé, lo si ritrova presente, concreto e vicino nella forma del fratello. Il discepolo sente l’esigenza di farsi incontro, di diventare prossimo ispirandosi al suo Signore, per diventare un buon samaritano verso chi è nel bisogno e lo cura con attenzione. La vita di san Domenico (uomo del Signore) è un mirabile esempio di carità e di evangelizzazione che può ispirare ancora il missionario di oggi. Sapeva comunicare agli altri la parola e la carità che custodiva nel cuore. La spiritualità, o meglio il cammino di santità, che soggiace al farsi incontro, si qualifica anche come spiritualità della presenza. Essa va oltre la vicinanza fisica, per estendersi fino a tutte le periferie esistenziali. Oltrepassando ogni ideologia e ogni condizionamento, essa vede sempre nell’altro un fratello, un figlio amato da Dio, con cui condividere la vita. autentica amicizia. “Il senso della vita non può fermarsi a ciò che è mortale e penultimo, per quanto forte sia il legame che ad esso ci unisce: la vita ha senso se la meta e la patria per cui si vive, si soffre e si ama, ha la misteriosa potenza di vincere la morte, di dare alla nostalgia del cuore inquieto un approdo di eternità. È qui che nella ricerca del senso due amori si toccano: quello alla scena del mondo che passa, e quello a Colui che è in persona l’amore più forte della morte, origine, grembo e patria di ogni vero amore. La ricerca del senso sfocia così, con naturale continuità, nella ricerca di Dio e del Suo volto, nel desiderio e nella nostalgia del Totalmente Altro, che garantisca la vittoria ultima dell’amore sulla morte, della vita sul nulla” (B. Forte, Lettere sulla collina. Sulla fede e l’esperienza di Dio, Mondadori). l’interpretazione biblica della storia La storia che noi viviamo è storia della salvezza. Ogni avvenimento infatti accade sotto gli occhi di Dio e il fine ultimo resta sempre la salvezza dell’uomo. Richiede una solidarietà affettiva ed effettiva con la gente che si incontra, specialmente con gli emarginati e gli oppressi e tende ad una Tutte le cose provengono da lui e a lui ritornano. A noi resta il compito della lode: “qualunque cosa fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie (eucharistuntes) per mezzo di lui a Dio Padre” (Col 3,17). “La storia è la santità stessa di Dio che si rivela in essa, la pervade” e le manifestazioni di Dio sono atti di amore per dire all’uomo come e quanto Egli sia presente. La storia, nella luce di una fede, è lo spazio che Dio ha scelto per essere il “Dio con noi”. Una presenza che ha i caratteri della continuità e della prossimità : ehyeh 'ašer 'ehyeh ”Io sono colui che c’ero, che ci sono e che sarò con te” (Es 3,14) . Secondo l’insegnamento della Bibbia ciò che accade non accade secondo gli impulsi di un destino cieco, ma per realizzare il disegno della sua volontà. La storia non appare più come cronaca, ma come realizzazione di un preciso disegno salvifico di Dio: “Dio, nostro salvatore, vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino 6 da Casa Madre 09 / Settembre 2017

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alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4). Nel prologo della lettera agli Efesini, Paolo rivela che il Padre   “ ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito  per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra (Ef 1, 9-10).  Per il cristiano essere nella storia significa sì essere creatura mortale sottomessa alle leggi della natura, ma significa anche avere coscienza di essere eternamente amati da Dio (cf Col 1,15ss; Gv 17,5.24). La nostra storia personale è la storia di questo amore, storia profana diventata sacra agli occhi di Dio. Avendo Cristo al suo centro, l’evento che ha segnato l’ingresso del divino nella storia, trasformandone il tragitto e il percorso, è l’incarnazione. Non solo Dio ha un’abitazione in mezzo agli uomini ma Dio si fa uomo, l’umanità diventa lei l’abitazione di Dio: l’umanità di Gesù è l’umanità dove Dio abita. Nel mistero pasquale, poi,   “ abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia (Ef 1,7). Nella teologia della storia si innesta necessariamente la teologia della speranza. Jürgen Moltmann fu il primo, in ambito protestante, a sottolineare l’importanza dell’escatologia cristiana. C’è nella teologia della speranza, il recupero della dimensione essenziale del messaggio evangelico che propone l’epifania del Dio cristiano in uno slancio dinamico nel tempo che verrà, l’avvenire. L’orizzonte escatologico è la Risurrezione di Cristo, cuore e senso della sequela al Gesù di Nazareth. Ogni singolo avvenimento rileva le realtà ultime, perché soltanto alla fine dei tempi si potrà guardare alla storia umana come rivelazione di Dio. Il compito missionario cristiano rimane quello di trasformare il mondo, la storia e la natura umana “nell’attesa di una trasformazione divina” . La speranza non defrauda l’uomo dal suo presente, ma nel ricordo (anamnesi) del futuro, comprende e prende in mano il presente trasformandolo, trasfigurandolo. Vivere vuol dire trasformare le cose, il tempo, le doti, le realtà che possediamo, cercando di infondere in esse la speranza, l’ amore, la bontà, la pazienza. “La speranza escatologica diventa una forza motrice della storia a favore delle utopie creative dell’amore per l’uomo sofferente e per il suo mondo imperfetto, muovendosi verso il futuro sconosciuto, ma promesso, di Dio. In questo senso l’escatologia cristiana potrà esprimersi a favore del ‘principio speranza’ e d’altra parte ricevere dal ‘principio speranza’ l’impulso a meglio delinearsi” (J. Moltmann, Teologia della speranza). da Casa Madre 09 / Settembre 2017 7

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Ecco, io faccio nuove tutte le cose Presto tardi, la storia finirà: “sappiano le genti che sono mortali” (Ps 9). La storia umana non è solo un complesso di avvenimenti caotici, a volte incomprensibili. In essa c’è un filo conduttore, un progetto e una direzione definiti da Dio, verso cui noi tutti camminiamo. Nel tentativo di comprendere il piano di Dio su tutta la storia, l’Apocalisse ha elaborato una vera teologia cristiana della storia, vedendo nel mistero del Cristo risorto, presentato come agnello sgozzato, unico capace di rivelare pienamente il progetto salvifico di Dio, quando rompe i sigilli che lo rinchiudono (cfr. 5,1- 10), la chiave interpretativa di tutto. Questo agnello immolato, dopo aver vinto tutte le negatività della storia, peccato compreso, ci introdurrà definitivamente nella città eterna, la Gerusalemme celeste, luogo dove Dio dimora. Allora soltanto comprenderemo pienamente il senso di tutti gli eventi capitati nella nostra vita personale e nella storia del mondo lungo i secoli. Il piano di Dio si realizza: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.  Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,1-4). “L’opera di salvezza, annunciata da Giovanni alla sua comunità, è un evento di trasformazione dal profondo, che riguarda ogni singola persona e contemporaneamente tutte le strutture del mondo; una trasformazione che chiede collaborazione «sacerdotale» e non si realizza semplicemente in modo magico; una trasformazione che si sta lentamente realizzando in una continua tensione verso il compimento finale e che richiede ai cristiani impegno e decisione nella sicura fiducia che la storia è fermamente nelle mani di Dio” (C. Doglio, Sintesi teologica dell’Apocalisse). La salvezza sarà una ri-creazione, un rendere profondamente nuovo l’universo. Così lo descrive S. Gregorio di Nissa: “In questo giorno Dio crea “un nuovo cielo e una nuova terra » (Is 65,17 ; Ap 21,1). In questo giorno è creato il vero uomo, colui che è “a immagine e somiglianza di Dio” (Gen 1,26). Vedi quale mondo è inaugurato in questo giorno, il “giorno fatto dal Signore” (Sal 118,24). Questo giorno ha abolito il dolore della morte e ha messo al mondo “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1,18). In questo giorno la prigione della morte è stata distrutta, i ciechi hanno riavuto la vista, “dall’alto un sole sorge    e viene a rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte” (Seconda omelia di Pasqua).  8 da Casa Madre 09 / Settembre 2017

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Che sia benedetta Vorrei proporre come conclusione una canzone del Festival di San Remo del 2017, cantata da Fiorella Mannoia. Una poesia, una preghiera, un inno alla vita. Ho sbagliato tante volte nella vita Chissà quante volte ancora sbaglierò Quante volte ho rovesciato la clessidra Questo tempo non è sabbia ma è la vita che passa che passa.  Che sia benedetta Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta Siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta  Tenersela stretta Siamo eterno siamo passi siamo storie Siamo figli della nostra verità E se è vero che c’è un Dio e non ci abbandona  Che sia fatta adesso la sua volontà In questo traffico di sguardi senza meta In quei sorrisi spenti per la strada Quante volte condanniamo questa vita Illudendoci d’averla già capita Non basta non basta Che sia benedetta A chi trova se stesso nel proprio coraggio A chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio A chi lotta da sempre e sopporta il dolore Qui nessuno è diverso nessuno è migliore. A chi ha perso tutto e riparte da zero perché niente finisce quando vivi davvero A chi resta da solo abbracciato al silenzio A chi dona l’amore che ha dentro Che sia benedetta  Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta (Amara - S. Mineo – Amara) da Casa Madre 09 / Settembre 2017 9

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PAOLO E BARNABA LA ROTTURA TRA BARNABA E PAOLO Card. Carlo Maria Martini Questo episodio difficile anche per la nostra interpretazione fa parte di quelle oscurità dell’esistenza attraverso le quali l’uomo di Dio passa, si raffina e si purifica. Chi era Barnaba dell’esortazione, figlio della consolazione ». Come personalità, Barnaba, era un uomo ricco di sapienza, di ottimismo, irradiava fiducia, e volentieri gli altri camminavano con lui e facevano affidamento su di lui. Uno dei giganti della Chiesa primitiva, uno dei primissimi che aveva preso sul serio il Vangelo. Non aveva probabilmente conosciuto il Signore, ma era tanto meritevole che Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, che erano stati col Signore, gli avevano dato fiducia. È uno dei primi a credere alla parola degli apostoli, uno dei primi che si butta, il primo che vende tutto. Ci viene presentato negli Atti: «Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa” figlio dell’esortazione”, un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo deponendolo ai piedi degli apostoli» (At 4, 36). In un momento in cui la comunità ancora non significava quasi niente, era un gruppo sparuto di uomini, che potevano apparire fanatici, lui ha creduto, si è sbarazzato di tutto e si è messo totalmente dalla parte degli apostoli e di Cristo. Per questo è chiamato «figlio Infatti lo vediamo adoperato in missioni di somma importanza. Barnaba è l’uomo che ha saputo riconoscere l’autenticità del cristianesimo di Antiochia da cui è nato tutto il cristianesimo dell’occidente greco e dell’Asia Minore. Senza di lui la Chiesa sarebbe rimasta ancora chissà quanto tempo prigioniera delle pastoie giudeo-cristiane di Gerusalemme. Barnaba ha una intuizione profonda, è libero da pregiudizi, da paure, e capisce che ad Antiochia sta operando lo Spirito. È capace anche di mediare: di rassicurare Gerusalemme e di incoraggiare Antiochia, evitando le rotture. Uomo, perciò, prezioso per la primitiva cristianità. Chi è stato Barnaba per Paolo È stato d’importanza fondamentale: dopo Anania è l’uomo a cui Paolo deve di più. Anzi ad Anania deve il primo ingresso, la prima accoglienza, ma 10 da Casa Madre 09 / Settembre 2017

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poi tutto il resto lo deve a Barnaba. Egli è stato per Paolo colui che l’ha cercato, l’ha capito, l’ha sostenuto. È stato l’amico, il padre spirituale, il maestro di apostolato, quello che l’ha introdotto nell’esperienza apostolica. “Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato, e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù” (At 9, 27). È molto bello poter commentare questo testo parola per parola. “Barnaba lo prese con sé”: il verbo greco è « epilabòmenos », lo stesso che viene usato per Gesù che prende per mano Pietro che sta per affondare nel lago durante la tempesta (cf. Mt 14, 31). L’immagine che possiamo avere davanti è quella di Paolo smarrito a Gerusalemme: tutti gli chiudono la porta in faccia, non ha neanche dove dormire, e Barnaba va, gli tende la mano e gli dice: “Vieni con me, ti accompagno, ti presento io”. Per Paolo, attraverso Barnaba, le porte si riaprono. Dicono gli Atti: “Così egli poté stare con loro e andava e veniva a Gerusalemme parlando apertamente nel nome del Signore” (At 9, 28). Anche in seguito, quando si tratta della comunità di Antiochia, Barnaba è il primo dei profeti: “C’erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori: Barnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirene, Manaen, compagno di infanzia di Erode tetrarca, e Saulo” (At 13, 1). Dunque la gente di Antiochia riconosce i profeti, ma il primo è Barnaba e Saulo è l’ultimo venuto, e sappiamo come: “Barnaba poi partì alla volta di T arso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia; Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente; ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” (At 11, 25-26). Dietro a questo versetto c’è l’immagine di una meravigliosa collaborazione tra Barnaba e Paolo: Barnaba è il primo dei profeti, Paolo è l’ultimo venuto, ma Barnaba lo sa valorizzare e lo introduce in una attività che diventa la più fruttuosa di tutta la Chiesa antica, quella da cui nasce una cristianità, che si impone talmente che il nome di cristiani deriva da lì. È la comunità che ha cominciato veramente a farsi notare nella storia. Barnaba è stato tutto questo per Paolo. Barnaba è anche il primo scelto dallo Spirito per la missione. È descritto l’inizio della missione che poi diventerà la grande missione ai pagani: “Mentre essi - questi profeti - stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati” (At 13, 2). Barnaba è il primo e Saulo è l’aggiunto. Barnaba è il capo della nuova spedizione; descrivendola, l’autore menziona per primo sempre Barnaba. L’ordine non è mai indifferente: Barnaba è colui che viene riconosciuto ufficialmente capo della missione: al v. 7 dice che arrivarono dal proconsole, persona di senno, “che aveva fatto chiamare a sé Barnaba e Saulo e desiderava ascoltare la parola di Dio”. Ed ecco che, molto rapidamente, in questa missione la personalità di Paolo comincia ad emergere. Pochi versetti dopo, noi vediamo che l’attore principale della situazione in cui il mago Elìmas viene accecato è Saulo: “Saulo, detto anche Paolo, pieno di Spirito Santo, fissò gli occhi su di lui e disse: O uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia” (At 13, 9); e più avanti: “Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge di Panfilia” (13, 13). da Casa Madre 09 / Settembre 2017 11

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Barnaba è già ridotto al rango di compagno. C’è stato il Concilio di Gerusalemme. La lettera Possiamo qui cogliere lentamente il cambiamento è stata consegnata a Paolo, a Barnaba e ad altri psicologico che è avvenuto e la mutazione di due fratelli, Giuda-Barsabba e Sila, perché la ruoli in questa primitiva spedizione. portassero ad Antiochia. Scendono ad Antiochia, E purtroppo, proprio poco dopo, quando la mutazione di ruoli è ormai quasi codificata accade che Giovanni-Marco se ne va e la spedizione si restringe di numero. rimangono là ad insegnare, ad annunciare la Parola di Dio e poi Paolo decide di riprendere la missione. “Barnaba voleva prendere insieme anche Giovanni, detto Marco, ma Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era Il capitolo 15 degli Atti, mostra Paolo e Barnaba allontanato da loro nella Panfilia e non aveva in strettissima collaborazione, ormai però sempre voluto partecipare alla loro opera. Il dissenso fu nell’ordine, prima Paolo e poi Barnaba. I due tale che si separarono l’uno dall’altro; Barnaba, sono pienamente d’accordo, agiscono con piena prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro. concertazione e condivisione di scopi là dove si Paolo invece scelse Sila e partì, raccomandato dai tratta di resistere all’ingiunzione dei giudaizzanti fratelli alla grazia del Signore” (At 15, 37-40). di circoncidere i pagani convertiti. Tutto il cap. 15 è presentato ancora sotto il segno di una precisa collaborazione fra i due. Che cosa è successo? Dal punto di vista immediato il racconto è evidente: un dissenso su un collaboratore. Per Barnaba andava Che cosa è accaduto bene, per Paolo no. Si aggiungeva il fatto Verso la presentato fine il del capitolo 15 viene dramma della rottura.  imbarazzante che Barnaba era cugino di Giovanni-Marco, e probabilmente difende anche un po’ se stesso, l’immagine di famiglia. 12 da Casa Madre 09 / Settembre 2017

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Paolo si irrigidisce su una questione di principio: “Il dissenso fu tale che si separarono” (At 15, 39). Discutono forse per parecchi giorni, forse la comunità cerca di riconciliarli, di convincerli; ma la discussione raggiunge un punto tale di tensione che pare davvero meglio che ciascuno se ne vada per conto proprio. Questo culmine è indicato nel greco con la parola « paraxusmòs », «parossismo », anche se, in altri casi, ha un significato più blando, cioè provocazione o stimolo. È naturale chiederci se un punto di vista diverso a proposito di un collaboratore possa giustificare una rottura così drammatica; o se in realtà sia stato solo un pretesto. Non c’era dietro qualcosa di più? Non ci poteva essere, dal punto di vista psicologico, quel crescente imbarazzo su chi doveva essere il capo missione tra Paolo e Barnaba? Barnaba era l’uomo di grande autorità, che fin dai tempi di Gerusalemme era noto a tutta la Chiesa. Come poteva lasciare il posto a un uomo nuovo, che ancora molti non conoscevano, che a Gerusalemme era inviso, e per questo avrebbe magari screditato la figura della missione? Oppure motivi psicologici più profondi: Barnaba era a disagio nell’avere da una parte la responsabilità e accorgersi, d’altra parte, che in fondo era Paolo a prendere le decisioni. Paolo dal canto suo aveva l’imbarazzo opposto. Non possiamo sapere quanto questi elementi abbiano giocato nella decisione finale. C’è un altro fatto: Paolo stava tirando la corda per la rottura con i giudaizzanti e Barnaba invece era l’uomo delle grandi amicizie con la Chiesa giudeo-cristiana e vedeva più opportuno non tirare troppo la corda, perché le conseguenze sarebbero state gravi. Barnaba già intravedeva la spaccatura con la Chiesa giudeocristiana, che poi è avvenuta, e avrebbe voluto a tutti i costi evitarla. Anche Paolo diceva a parole di volerla evitare, ma in realtà agiva in maniera da irritare ed esasperare gli avversari. Pensiamo ancora al fatto di Pietro ad Antiochia: Paolo scriverà che Barnaba si è lasciato attirare dalla ipocrisia dei Giudei (cf. Gal 2, 11-14). Ci è impossibile storicamente determinare cosa sia stato. Tuttavia, dobbiamo concludere che quella lacerazione è stata molto dolorosa e drammatica per entrambi. Con quali conseguenze? Una conseguenza paradossale, dal punto di vista dell’incontrotralepersone.Paolocheavevagoduto della fiducia di Barnaba e, grazie a questa fiducia, si era salvato ed era stato rimesso in circolazione, non riesce a dare fiducia a Barnaba per Marco. La sofferenza di Barnaba è assai dolorosa: si sente respinto forse anche come amico, non per una volontà cattiva di Paolo, ma come conseguenza delle cose che stavano accadendo. Barnaba, dopo questo episodio, scompare. Un gigante della Chiesa primitiva, ad un certo punto, non lascia quasi più traccia di sé. Lo ricorda ancora Paolo come una persona che si conosceva e che aveva buona reputazione (cf. 1 Cor 9,6), e un’altra volta, in modo indiretto che sembra riparatorio: “Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni; se verrà da voi, fategli buona accoglienza” (Col 4, 10). Paolo si è riconciliato con Marco e, menzionandolo come cugino di Barnaba, pare voler dire: “quello che io non avevo accolto un tempo”. Al di fuori di questi brevissimi ricordi, di Barnaba sappiamo solo quel poco che ci dice la tradizione. Rinchiusosi a Cipro, non ha più fatto grandi viaggi missionari, ma, ritornato in patria, vi è rimasto. Tutta la sua enorme capacità si è ridotta entro un limite ristretto. Chi aveva ragione? Il tempo ha dato ragione a Barnaba; tuttavia gli eventi si sono svolti così e, da un certo punto, ciascuno ha dovuto adattarsi alla nuova situazione. Come Paolo ha vissuto la rottura Paolo ha vissuto questa rottura certamente con sofferenza, sentendo il peso della solitudine. E anche questo evento gli ha fatto approfondire sempre meglio l’intuizione fondamentale della prima visione di Damasco. Il Signore è il solo amico perfetto, di sempre, il solo fedele, il solo che capisce fino in fondo, che non ci abbandona mai. Comprendendo l’animo affettuoso e vulcanico di Paolo, possiamo intuire come si sia chiarito in lui quell’amore personale per Cristo, amato fino in fondo, in maniera tenerissima, ardente, da Casa Madre 09 / Settembre 2017 13

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che lo caratterizzerà sempre più. Ancora oggi leggiamo con stupore le frasi meravigliose delle sue lettere che non possono essere nate se non da un travaglio di sofferenza, dall’aver capito che il Signore è davvero  tutto.  Lui ci ha fatto e ci conosce fino in fondo; le amicizie umane, per belle e grandi che siano, impallidiscono di fronte alla forza della “conoscenza di Cristo nostro Signore” . “Per me vivere è Cristo” (Fil 1, 21). Cristo è divenuto l’inseparabile e per questo potrà scrivere nella lettera ai Romani: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8, 35). Di fronte a qualunque possibile infedeltà egli mi amerà ancora e mi chiamerà a sé. Paolo ha capito che l’essenziale per lui è Cristo: tutto il resto che egli fa, opera, predica con tutto l’entusiasmo di cui è capace non è se non Cristo che vive in lui. La sua inseparabilità da Cristo è la radice di tutto. Egli è colui nel quale ogni altra amicizia acquista senso, significato, bellezza. L’Apostolo ritornerà spesso sul tema dell’amicizia con i suoi, con la comunità, con i collaboratori, perché certamente sapeva anche collaborare, pur avendo momenti così difficili. Ma ritroverà sempre meglio questa bontà profonda a partire dall’esperienza che non delude: l’amicizia piena col Cristo che è la sua vita. Chiediamo anche noi che, attraverso le vicende del cammino apostolico, la nostra esperienza pastorale ci si chiarisca sempre più come dipendente dall’amicizia con Cristo nostra vita. 14 da Casa Madre 09 / Settembre 2017

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L’ALLAMANO NELLE TESTIMONIANZE TESTIMONIANZE “PROPAGANDA” PER LE VOCAZIONI P. Francesco Pavese, IMC Oggi parliamo di “animazione missionaria” e “animazione vocazionale”, mentre al tempo del Fondatore e anche dopo, si usava comunemente il termine “propaganda”. La sostanza, però, non cambia, perché, ieri come oggi, l’Istituto sente di doversi impegnare per risvegliare nei cristiani la coscienza missionaria e proporre ai giovani la possibilità di lasciarsi coinvolgere personalmente. Ciò che cerco di proporre in questo breve scritto è il pensiero del Fondatore, cioè come lui immaginava e voleva che si facesse la “propaganda” (la promozione) per le vocazioni . a fare un po’ di propaganda presso le nostre amiche e conoscenze affinché si decidessero ad entrare nell’Istituto perché le Missioni avevano bisogno di Apostole… e così dicendo ci insegnava anche il modo e il discorsetto da fare… Noi eravamo tutte raggianti e piene di Questo non è il nostro spirito. Non c’è bisogno di ricordare qui ciò che ripeteva convinto il Fondatore, cioè che il bene bisognarla farlo “senza rumore”. Questo principio, applicato alla così detta “propaganda” diventa esigente. Attraverso le testimonianze siamo facilitati a conoscere il vero pensiero del Fondatore. Sr. Michelina Abbà, missionaria per tanti anni in Kenya, con una parentesi in Somalia, tramandò un simpatico aneddoto del 1916: «Ricordo la visita del Cardinal Cagliero (Salesiano) che era da poco giunto dalle Missioni d’America. Egli si intrattenne con la Comunità in salone e fra l’altro ci spronava da Casa Madre 09 / Settembre 2017 15

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