PRUDENZANO MAGAZINE 2015

 

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Giornale scolastico dell'I.C. "F. Prudenzano"

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Maggio 2015 - Anno I Numero 1 1 vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv Giornale scolastico della scuola secondaria di primo grado dell’istituto comprensivo “F. Prudenzano” di Manduria Un viaggio di scoperta Da “Prudenzarte” al “Prudenzano News” sino al “Prudenzano Magazine”. In meno di due anni, il nostro Istituto ha avviato una serie di iniziative sperimentali che abbracciano ogni forma di espressività. Lo scorso “Prudenzarte”, contenitore di laboratori musicali, sportivi, manipolativi e di recitazione, oggi ulteriormente articolato. Quest’anno i laboratori comunicativo-multimediali del “Prudenzano News”, che hanno già ottenuto riconoscimenti in vari concorsi nazionali. Il passo verso il “Prudenzano Magazine” è il naturale sbocco di questo percorso. In una società che si evolve ed in cui la comunicazione è parte fondamentale della vita dei ragazzi sotto forma di sms, chat e forum, in cui la rete racconta loro il resto del mondo, la scuola “monomediale” è monotona ed antiquata. E’ stata questa la considerazione che ci ha indotto a cimentarci in un laboratorio di giornalismo, che ha visto i nostri ragazzi impegnarsi su argomenti importanti, traendo spunto da notizie di cronaca o approfondendo storie di vita. Dal lavoro costante sono nate inchieste di attualità di grande interesse, con testimonianze esclusive su fenomeni che connotano la nostra società. I ragazzi sono stati protagonisti entusiasti di un’esperienza che li ha fatti crescere e ma-turare. Insieme, hanno riempito pagine di emozioni e di commenti, raccontando criticamente la vita circostante. La scrittura, infatti, è un viaggio di scoperta, che permette di staccarsi dall’esperienza per esaminarla. Ci induce ad esplorare le situazioni da altri punti di vista, a crearci delle opinioni, a comunicare intuizioni, a mettere a confronto idee, in una parola a crescere. Il prodotto di questo viaggio è il giornale che vi proponiamo, colorato e vivace, pieno di immagini, storie e pensieri, espressi con la serietà di chi, forse, un giorno sarà un cronista davvero. Anna Laguardia Dirigente scolastica VIZI DEL SABATO SERA - Intervista esclusiva ad un ragazzo di 14 anni «Superalcolici e droghe leggere per il nostro divertimento da … sballo» Una nostra inchiesta sull’uso dell’alcool nell’età adolescenziale ci ha fatto scoprire come il fenomeno sia molto preoccupante anche nella nostra città. Non solo binge drinking, ma anche consumo di droghe leggere. L’incontro con la fondatrice del Club Alcologico di Martina Franca e con quattro pazienti in trattamento di disintossicazione. PAGINE 8 e 9 Il ricordo e il messaggio di Elisa Springer a 10 anni dalla sua scomparsa La nostra città ha voluto rendere un tributo alla concittadina che era sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti: ha intitolato una piazza e ha organizzato un convegno in cui è intervenuto anche don Luigi Ciotti. La nostra intervista a Francesca Lopane, presidente dell’associazione “Elisa Springer –A24020”. PAGINE 6 e 7 Ludopatia, quando il gioco diventa una malattia L’incontro con l’associazione “Giocatori Anonimi” di Taranto e la triste testimonianza di Angelo, che racconta il suo calvario. Oggi, però, Angelo è riuscito a vincere questa sua dipendenza, che gli aveva provocato non pochi problemi. PAGINA 14 Violenza sulle donne: la barbarie silenziosa La testimonianza di una donna vittima di stalking La storia di un padre coraggio: Mauro Zaratta Ha portato la foto di suo figlio Lorenzo, affetto sin dalla nascita da un tumore al cervello, in un corteo contro l’inquinamento della città di Taranto. Sul cartellone aveva scritto: “Mio figlio, tre anni, un cancro. A quanti ancora?”. Il piccolo Lollo l’estate scorsa è volato in cielo. PAGINA 2 La gravità del fenomeno della violenza sulle donne ha spinto la nostra redazione ad approfondire questo problema. Abbiamo ospitato le rappresentanti dell’associazione “Io Donna” di Brindisi e abbiamo raccolto la testimonianza di una donna maltrattata dal marito. Per fortuna, questa storia è a lieto fine. PAGINE 10, 11 e 12 La storia di Michela diventata Miki Il suo dramma interiore nel libro “Resto umano” Nascere in un corpo di donna, ma avvertire, sin da bambina, un disagio ad accettare un fisico che stride con la propria psiche. Miki ci ha raccontato la sua vita in un incontro che ci ha colpito. Dopo una giovinezza travagliata, la sua metamorfosi è ora completa: Miki è felice insieme alla sua compagna Marilena. PAGINA 3 L’incontro con Francesco Canale, artista poliedrico con una particolarità: è nato senza arti superiori e inferiori Quando l’arte rende liberi Il suo motto: “Vivere sempre, sopravvivere mai” PAGINA4

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2 Ambiente e Salute vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv La storia di Lorenzo, un bambino di Taranto nato con un tumore in testa Morire di inquinamento La storia di un padre coraggio Il suo cartellone e la foto di Lollo: «Mio figlio, tre anni, un cancro. A quanti ancora?» Abbiamo incontrato Mauro, padre del piccolo che fece commuovere tutta l’Italia Ci ha raccontato il suo calvario, con la speranza che il suo sacrificio non sia vano Tumori e inquinamento. E’ un tema, purtroppo, molto attuale nella nostra provincia e, in particolare, nella città di Taranto. Tante, troppe morti a causa di questo male. Ogni famiglia ha uno o più lutti causati da tumore. Un male che non risparmia nessuno: uomini, donne e sinanche i bambini. Una storia, in particolare, è davvero emblematica: quella del piccolo Lorenzo, per tutti Lollo, morto a cinque anni la scorsa estate. Per parlarci di questa tragedia, abbiamo invitato nella nostra scuola Mauro Zaratta, che, pur vivendo ora nella lontana Firenze, ha ugualmente accettato di incontrarci. Mauro ci ha parlato inizialmente della sua vita. «Sono nato a Grottaglie e, da giovane, ho intrapreso la carriera della Marina» ci ha riferito. Poi ha conosciuto la sua attuale compagna e nacquero prima Claudio e, dopo poco, anche Lorenzo. «Appena è nato era brutti- no» ci ha detto sorridendo. «Poi è diventato bello. E’ stata una gioia indescrivibile, che però è durata poco». Già all’età di due mesi sono iniziati i primi problemi. «Ha iniziato a perdere peso e, poi, aveva dei piccoli episodi di vomito» ha ricordato Mauro. «Credevano che fosse tutto normale, anche perché non riusciamo a distinguere il vomito dal rigurgito, tipico dei bambini». Poi un controllo e il tristissimo responso. «A tre mesi e mezzo gli è stata diagnosticata la presenza di un tumore: era grande già 4 centimetri (quanto una palla da golf) e, molto probabilmen- ficile affrontare la vita con un dram- ma così devastan- te. «La forza per andare avanti ce la dava lui» ci ha det- to Mauro. «Nono- stante tutti i pro- blemi, era vivace, rideva e voleva camminare sempre. Il piccolo Lorenzo e Mauro Zaratta La nostra sofferenza svaniva quando sul suo viso spun- te, si è formato quando Loren- tava un sorriso». zo era nella pancia della mam- L’estate scorsa Lorenzo, do- ma. Non ebbi tempo di prova- po aver compiuto cinque anni, re sensazioni. Ho avvertito una è volato in cielo. doccia gelata, un senso di fred- «Ho portato in piazza il mio do che dal collo è sceso sulla dolore e quello della mia fami- schiena». glia per richiamare l’attenzio- Consigliato da un medico di ne dell’opinione pubblica sul- Bari, Mauro e sua moglie por- la gente che soffre. Lorenzo tarono Lorenzo in cura in una non me lo restituisce più nes- clinica di Firenze, città in cui suno, ma io l’ho fatto nella spe- poi si sono trasferiti. ranza che episodi di questo ge- «Mi dissero che una perso- nere non si verifichino più. na adulta può subire al massi- Nei giorni scorsi ho sogna- mo 2 interventi al cervello in to Lorenzo. Era in braccio a me un anno. Lorenzo ne ha subiti e mi baciava felice. Mi sono 7 in 4 mesi e, in totale, è andato svegliato all’improvviso, ma 27 volte sotto i ferri (per 3 vol- poi mi sono riaddormentato te gli interventi sono durati 12 serenamente. Lui è ancora con ore). A Lorenzo abbiamo som- noi». ministrato degli antidolorifici Gabriele Giuliano per non farlo soffrire». Francesco Capogrosso Sarà stato estremamente dif- Simone Perchio Mauro e la sua straordinaria forza interiore. Un solo rammarico «Sinora nessuno è riuscito a dimostrare l’esistenza di una correlazione fra l’inquinamento e i tumori» Incontrare il padre del piccolo Lorenzo, un bambino morto a 5 anni per un tumore alla testa, ci ha provocato un senso di angoscia e tanta tristezza. Eppure lui è arrivato nella nostra scuola con un sorriso smagliante e soprattutto con una forza d’animo indescrivibile. Ha avuto tanto coraggio (perché di coraggio si tratta) per compiere un viaggio da Firenze sino a Manduria per raccon- tarci la sua storia nei minimi particolari, rispondendo ad ogni domanda con sincerità, anche se qualche volta è stato sul punto di versare qualche lacrima. Abbiamo intuito che a dargli tutta questa forza è, dall’alto, Lorenzo. Mauro non vuole essere un personaggio, ma crediamo che abbia una missione da compiere: fare in modo, con la sua testimonianza, che si prendano dei provvedimenti affinchè non acca- Lollo in braccio al papà con i calciatori: Montolivo e Gilardino La nostra redazione insieme a Mauro Zaratta dano più altre simili tragedie. Ci ha parlato dell’importan- za di vivere in un ambiente pulito e incontaminato e non sarà un caso se Mauro e la sua famiglia oggi vivono a più di mille chilometri da Taranto, città in cui il numero di morti per tumore è molto più alto del resto d’Italia. Qui si inquina l’aria, la campagna e l’acqua senza che nessuno faccia niente. «Ma per la nostra legge non è sufficiente trovare una per- sona con la pistola fumante davanti al cadavere per condannarlo» ci ha detto Mauro. «Servono altre prove. Sinora nessuno è riuscito a dimostrare scientificamente l’esistenza di una correlazione diretta fra l’inquinamento e le morti da tumore». Martina Camassa Vanessa Caraccio Milena Cascarano Milena Dinoi Andreea Dobrea Giulia Guiderdone Mauro Zaratta alla manifestazione contro l’inquinamento a Taranto Un padre coraggio. Così è stato definito Mauro Zaratta, il padre del piccolo Lorenzo, che partecipò, qualche anno fa, ad una manifestazione contro l’inquinamento della città di Taranto portando con sé un cartellone sul quale attaccò la foto di suo figlio ammalato di cancro. Su quel cartellone anche una scritta: “Mio figlio, tre anni, un cancro. A quanti ancora?”. Un’immagine choc che colpì l’intera Italia. «L’ho fatto per tutti i bambini di questa città, che sono il futuro di Taranto» ci ha detto Mauro Zaratta. Il male di Lorenzo generato dalle emissioni di diossina delle grandi industrie? «Nessuno è in grado di dimostrare il nesso di causalità tra il tumore di Lorenzo e i fumi dell’Ilva, ma la mia famiglia lavorava lì e i miei nonni, mia mamma sono morti di tumore» ci ha fatto presente Mauro. «Anche mio suocero era all’Ilva e mia moglie, durante la gravidanza, lavorava nel quartiere Tamburi, quello a ridosso dello stabilimento. E tutti sappiamo che da quei camini non esce acqua di colonia. Ma gas in grado di modificare il Dna e provocare errori genetici come quello di mio figlio». In un’intervista Mauro Zaratta sollecitò, già alcuni anni fa, una svolta per Taranto, la città dell’inquinamento. «È arrivato il momento che qualcuno si occupi di Taranto. Io mi aspetto che qualcuno mi dica che cosa è accaduto a Lorenzo, se si è ammalato per una fatalità oppure se lo hanno fatto ammalare per geografia. E poi mi devono promettere, e quando dicono mi devono, mi riferisco a chi ha il compito di occuparsi delle nostre vite, che non accadrà a nessun altro bambino. Non si può avere pietà di qualsiasi cosa che non sia il destino». In realtà ancora nulla, o quasi, è cambiato. «Se si continua così, qui andiamo allo sterminio: mi sembra evidente che qui c’era qualcosa da fare. E invece non è stata fatta. Ora tutti abbiamo il diritto che qualcuno abbassi la testa e in silenzio faccia quello che avrebbe dovuto fare da troppo tempo» Graziano Capogrosso Annalisa Elefante Mattia Tarentini A Mauro la nostra scuola ha donato uno splendido disegno realizzato dal vignettista Paolo Piccione A Mauro, la nostra scuola ha voluto donare uno splendido disegno realizzato dal vignettista manduriano Paolo Piccione. Viene raffigurato Lorenzo, finalmente sorridente, nel Para- diso, che si libera idealmente dalla maschera antigas che biso- gnerebbe utilizzare a Taranto per evitare di respirare la diossi- na. Dal Paradiso si intravede la città pugliese: tante ciminiere che sprigionano gas velenosi. E’ il ricordo che Mauro porterà con sé a Firenze di questo incon- tro. Noi porteremo nel cuore la testimonianza coraggiosa di Mauro e il volto, che immaginia- mo non più sofferente, di Lollo. A Mauro, in dono lo splendido disegno di Paolo Piccione

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La storia vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv 3 Quella di Miki Formisano è la storia vera di una bambina, Michela, che non si è mai sentita tale E’ la storia di un uomo, Miki, nato per sbaglio nel corpo di una donna Miki per sempre: in una vocale il dramma di una persona “La vita è un dono di Dio e su questo nessuno, oggi, potrebbe mai farmi cambiare idea; ma non riesco a credere che quel Padre buono e onnipotente, tra il bianco e il nero, non abbia previsto sfumature”. Una storia riassunta in una frase. E’ la storia di una bambina, Michela, che non si è mai sentita tale. E’ la storia di un uomo, Miki, nato per sbaglio nel corpo di una donna. Una storia che ci ha colpito tantissimo e che ci ha fatto capire come bisogna sempre accettare, comprendere e aiutare il prossimo, senza mai giudicarlo. Così come abbiamo compreso che ognuno, chi più chi meno, nella vita può commettere degli errori, salvo poi capire di aver sbagliato, maturando così la scelta di impegnarsi nel riscatto. Quella di Miki Formisano è stata una lezione di vita. Una vita speciale, straordinaria, alla base della quale vi è una storia, sicuramente tormentata e travagliata, ma che è fortunatamente a lieto fine. Ospitandolo nella nostra scuola, Miki ci ha raccontato che Michela ha vissuto un dramma interiore difficile da comprendere, soprattutto se si pensa che la sua giovinezza risale ad oltre trent’anni fa, quando la società era molto meno aperta e con più pregiudizi. Da piccola, Miki ci ha raccontato, che pur essendo una bambina, non ha mai amato le solite treccine e i fiocchetti rosa tipici delle femminucce e che ha sempre preferito un ruolo maschile (Zorro, lo sceriffo, il principe azzurro), nei giochi con le sue compagne. E’ sempre stata una bambina vivace. Vivacità che si è trasformata in rabbia, mai compresa: in questa maniera lei esprimeva il proprio disagio. Michela era sempre al centro di ogni marachella, sia in classe sia fuori dalla scuola, tanto da essere considerata una sorta di “Giamburrasca”. Con il passar degli anni, è cresciuto sempre di più il disagio e, nello stesso tempo, il rifiuto del suo corpo. Ma non avendo nessuno con cui confidarsi (neppure la sua famiglia aveva le conoscenze giuste per aiutarla), ben presto, iniziò a frequentare amicizie sbagliate. Conobbe la droga e con questo passo la sua vita cambiò completamente: per procurarsi i soldi necessari per comprarsi l’eroina e la cocaina, Michela iniziò a spacciare e a rubare. La sua vita, insomma, iniziò a precipitare in un burrone. Già da minorenne conobbe il carcere. «E’ stata un’altra bruttissima esperienza» ci ha confidato Miki. «Non si possono mettere dei ragazzi che hanno commesso il primo reato nelle stesse celle con i malavitosi. Così i ragazzi non si recuperano. Anzi, la loro vita diventa sempre più segnata, perché si fanno altre amicizie cattive». Nel carcere Michela ha ulteriormente compreso di non essere una donna, ma, sentendosi più uomo, ha avvertito ancora di più l’attrazione per le donne. E’ stato un periodo bruttissimo della sua vita: ha tentato anche il suicidio. «Forse l’ho fatto per richiamare l’attenzione su di me: avevo bisogno di aiuto per superare il mio disagio» ci ha detto. L’uso di siringhe infette risultò fatale anche per la sua salute: a venti anni Michela ha contratto l’Aids. Michela fu sull’orlo del precipizio. «Ho temuto di morire, anche se ho continuato ad af- frontare la vita in modo spericolato» ci ha raccontato. «Sono ancora vivo solo perché, in quegli anni, si iniziò la sperimentazione di un farmaco che tiene sotto controllo il virus. Ma tanti miei amici di quel tempo sono morti». La sorte sembrò accanirsi con Michela. Le fu diagnosticato anche un tumore all’utero, che richiese l’asportazione dell’organo. «A me sembrò quasi un segno del destino: finalmente potevo liberarmi di una parte del corpo che non riconoscevo come mia». Anche questa volta Michela riuscì a sconfiggere la malattia. «Forse Gesù aveva un altro disegno per me: non dovevo morire in quel modo». Già, nel disegno per Miche- Da Michela a Miki Miki Formisano la, Gesù aveva previsto anche l’incontro con Marilena, la cugina di una sua amica carissima. La conobbe mentre era ricoverata in ospedale, insieme alla sua amica. Scoccò subito la scintilla dell’amore e per Michela fu quello il primo atto verso il cambiamento della sua vita e l’inizio del percorso che l’ha portata ad essere ora Miki. Per amore di Marilena, Miki ha abbandonato la droga e si è sottoposto alle cure e agli interventi che lo hanno fatto diventare un uomo a tutti gli effetti. «Cosa faccio ora? Cerco di riscattarmi per il mio passato turbolento» ci ha raccontato ancora Miki. «Sono il presidente per la Puglia del Network Persone Sieropositive e cerco di fornire tutte le informazioni necessarie affinchè si possano prevenire altri contagi di Aids. Inoltre, sempre come volontariato, metto a disposizione la mia esperienza di vita per coloro che, oggi, vivono il mio stesso disagio, aiutandoli e consigliandoli». Alessia Barbieri Francesca Caforio Antonello Calò Martina Camassa Francesco Capogrosso Graziano Capogrosso Vanessa Caraccio Denise D’Amato Mattia Dell’Anna Milena Dinoi Andrea Moscogiuri Simone Perchio Emanuele Perrucci Valentina Polimeno Giulia Sammarco Fabiana Scorrano Mattia Tarentini La dirigente scolastica Anna Laguardia con Miki Formisano La sua vita in un libro intitolato “Resto umano”. Pregiudizio e fobia l’hanno costretto a vivere situazioni di una indicibile sofferenza Si intitola “Resto umano”, è stato scritto dalla sociologa Anna Paola Lacatena: racconta la vita di Michela-Miki Formisano. Abbiamo tratto alcuni passaggi, che ci sono sembrati particolarmente significativi. TRANSESSUALE - Una persona non sceglie di essere un transessuale, lo è. E tutto ciò non riguarda un comportamento esterno ma un profondo modo di essere interno. La possibilità di modificare il proprio corpo allora si fa esigenza fisica e psicologica. Ogni giorno è una nuova scoperta e finalmente sono chi ho sempre sentito e pensato di essere. Il che significa potermi permettere di essere una persona migliore, autenticamente più io. IL PROSSIMO - Leggere lo sconcerto negli occhi di chi mi aveva conosciuta donna non è stato semplice. La spinta interiore, la verità profonda che mi ero portato dentro, adesso, dovevano fare i conti con un mondo esterno che nel migliore dei casi muoveva la sua curiosità, nel peggiore, la morbosità di uno sguardo indagatore. Per un certo periodo rimani sorpreso tra la F e la M. Sei un’entità astratta. Un essere, se possibile, ancora più diverso. LE PAROLE DI MARILENA– Mi sono innamorata. Ho deciso di espormi, assumendomene la responsabilità. Ho cercato di non prendere in giro nessuno, meno che meno me stessa. Per questa ragione ho apprezzato Michela quando, con un velo di apprensione, ha chiesto la mia opinione alla sua transizione. “Se è questo quello che vuoi…”. “Cambia qualcosa, per te Marilena?”. Al di là dell’essere donna o uomo, ti amo per la persona che sei…”. Passeggiare mano nella mano con Miki è, indubbiamente, più semplice che non Michela. Mi ha regalato una nuova vita, un nuovo modo di guardare le cose, una nuova Marilena; sono convinta di aver fatto altrettanto con lui. MIKI OGGI - Cuore, anima e sentimenti Miki ora li impegna in un’associazione che si occupa di prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili, tutela dei pazienti e diritti civili. Svolge volontariato come se fosse una missione. Per lui è un dovere. Il dovere di chi sa di aver fatto del male alla società e ora vuole recuperare. Al suo fianco c’è sempre Marilena. Marilena, Miki e la redazione del Prudenzano Magazine

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4 L’arte “Diversa” vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv E’ nato senza arti superiori e senza quelli inferiori, ma affronta la vita con ironia e con buon umoree «La diversità è insita nella natura. Siamo tutti diversi, unici e irripetibili. Questa diversità è una risorsa» Francesco Canale, quando l’arte rende liberi “Vivere sempre, sopravvivere mai”: in un motto il senso della vita di una persona straordinaria Il suo è un inno alla vita Francesco Canale Parlandoci con grande saggezza sul senso della vita, Francesco Canale ci ha fatto comprendere come egli riesca a vivere da protagonista questa vita per un senso tanto diversa, ma per un altro senso così uguale a quella di tutti gli altri. Abbiamo trovato molto significativa la motivazione di un riconoscimento assegnato, alcuni anni fa, a Francesco Canale. «Per aver trovato dentro di sé tutte le energie e la forza per non essere vittima della sua condizione fisica, da una parte, e – dall’altra – di una società che è abituata a inserire le persone in categorie a seconda delle diversità. Per aver trasformato quella che poteva essere considerata una “vita persa in partenza” in un’esistenza unica e meravigliosa. Per tutto il coraggio che – con la sua arte e la sua stessa vita – trasmette alle persone che lo incontrano sul loro cammino». Con poche parole sono riusciti a riassumere il senso della vita di Francesco. Da lui abbiamo ricevuto una vera e propria lezione. «Non buttate via la vita senza avergli dato un senso» il suo appello rivolto a noi studenti dell’istituto “Prudenzano”. Ci ha sollecitato a cogliere ogni piacere della vita e ad essere protagonisti, lasciando la nostra impronta. I suoi messaggi hanno colpito sia il nostro cuore, che la nostra mente. Ci ha fatto riflettere sulle barriere architettoniche e sull’importanza dell’accettazione del prossimo, diverso o uguale che sia, perché ogni essere umano ha tante risorse. Smettiamo, allora, di guardarli per quell’handicap fisico, ma iniziamo solo ad apprezzarli per quanto riescono a trasmettere in tanti modi. Vivere sempre, sopravvivere mai, Un motto che è un programma di vita di una persona unica, straordinaria, ricca di estro e di ironia. Nell’ambito del laboratorio di giornalismo, abbiamo avuto un graditissimo ospite: Francesco Canale, 26 anni, sin dalla nascita privo sia degli arti superiori, sia di quelli inferiori. Abbiamo atteso con ansia e curiosità questo incontro per riuscire a scoprire come una persona, sicuramente penalizzata per il suo handicap, riesca ad essere comunque così positivo e così poliedrico. E riesca a prendere tutto con filosofia e anche con un pizzico di buon umore, cogliendo tutto ciò che di buono la vita gli offre. «Mi chiedete se nella mia vita ho dei momenti di debolezza. Di certo, non posso dirvi che nascere senza braccia e senza gambe sia una figata pazzesca…» ha chiarito Francesco Canale. «Incontro tante difficoltà tutti i giorni. Vi sono tante cose che non posso fare, sia per la mia condizione fisica, sia per la stupidaggine dell’essere umano, che crea barriere architettoniche, non solo strutturali. Ma cerco di pensare positivo: non c’è nulla di insuperabile. Basta impegnarsi, Se proprio non ci riesco, cerco la soluzione grazie all’aiuto di mia moglie e della mia famiglia». Già, lui l’impegno lo ha profuso sin da quando era bambino. «Ho frequentato anche io la scuola e vi posso assicurare che, durante le ricreazioni, mi sono divertito come tutti voi» ci ha raccontato il nostro amico Francesco. «Inizialmente i maestri e i miei compagni di scuola non sapevano come comportarsi. I maestri temevano che io potessi farmi male e, quindi, erano estremamente apprensivi. Ma io non volevo assolutamente restare chiuso in una … campana. Io volevo divertirmi con gli altri e, allora, ho accettato di giocare a calcio con loro. Voi vi chiedete: come avrà fatto a giocare a calcio senza mani e senza piedi? Beh, io stavo in porta e con la mia carrozzina cercavo di parare il pallone. Chiaramente, se la traiettoria del tiro era più alta della mia testa, allora era da considerarsi fuori dalla porta. A volte bastano pochi accorgimenti per trovare soluzioni che consentano di integrarsi nelle attività ordinarie Poi abbiamo inventato un altro gioco. Alcuni compagni di scuola mi spingevano e gli altri dovevano evitare di farsi schiacciare i piedi. Qualcuno mi spingeva e anche io correvo come tutti gli altri». Una forza di volontà, insomma, incredibile. Altro che diversità… «La diversità è insita nella natura» è la tesi di Francesco. «Siamo tutti diversi, unici e irripetibili. Nessuno è uguale all’altro. Questa diversità è una risorsa, che ognuno di noi dovrebbe sfruttare. Siamo tutti diversi e io non sono più “diverso” degli altri. La mia convinzione è un’altra. Nascendo, abbiamo la possibilità di vivere o di sopravvivere. Io ho deciso di vivere la vita, cogliendo ogni attimo che mi riserva. La diversità, a mio avviso, è solo questa. Io ho impostato la mia vita su un’idea: quella di non essere vittima e prigioniero di me stesso o della mia condizione fisica». Sin da bambino, è sempre riuscito a scavalcare ogni ostacolo. «Inizialmente scrivevo facendomi inserire la penna fra la testa e la scapola: non era facile, ma ci riuscivo» ci ha detto Francesco Canale. «Poi ho scoperto un nuovo modo di scrivere: utilizzando la bocca. Mi si è aperto un mondo davanti. Non solo scrivo, ma posso anche dipingere». Il nostro amico ci ha poi parlato, senza alcun problema, di un altro aspetto della sua vita: lui è nato a Napoli, ma fu subito abbandonato dalla sua famiglia naturale, per poi essere adottato, una quarantina di giorni dopo, da un’altra famiglia piemontese. «Non ho rancore» ci ha detto Francesco, dimostrando anche un grandissimo cuore. «Li capisco. A loro avevano detto che sarei nato senza arti e, probabilmente, hanno avuto paura di non saper gestire la situazione. Chissà, forse anche io, al loro posto, mi sarei comportato nella stessa maniera. Io credo che oggi loro siano pentiti della scelta. Mi hanno conosciuto da adulto, ma hanno perso tutta la mia adolescenza e la mia gioventù. La famiglia adottiva? E’ stata intelligente ad accogliermi e a donarmi attenzioni e affetto, con un calore meraviglioso. Io sono stato fortunato e nella mia Francesco ci scrive una dedica vita ho trovato persone che hanno appoggiato la mia voglia di fare tutto come chiunque altro, tenendo conto della mia situazione, ma facendo in modo che questo non mi condizionasse oltre lo stretto ne- cessario». Francesco Capogrosso Graziano Capogrosso Pietro Locorotondo Mattia Tarentini Simone Perchio Francesco Canale dipinge, scrive poesie e testi per canzoni «La mia arte nasce per spingere le persone a vivere davvero» Accompagnato dalla moglie Cinzia, Francesco Canale ci ha parlato anche delle sue differenti espressioni artistiche. La pittura, fra le varie arti, è stato il suo primo amore. Sono opere realizzate con la bocca e con il pennello di eccezionale bellezza. Ricchi di colore, lanciano vari messaggi. «Ogni artista si descrive meglio attraverso ciò che crea» scrive Francesco Canale nel Il dipinto “in cammino” di Francesco Canale suo profilo facebook. «Con le parole posso solo esprimervi, a grandi linee, il filo che muove ciò che creo. La mia Arte è strettamente legata alla mia Vita, Vita che è molto particolare... Particolare per la condizione fisica che la contraddistingue, per le tappe che l’hanno segnata fino ad ora, per le modalità in cui è stata (e continua...) ad essere vissuta. Per spiegare tutto ciò, non basterebbe un libro intero... Ho capito che, per non essere vittima della mia condizione fisica e di una società che categorizza le persone in diversità inesistenti, bastava “soltanto” che mi guardassi dentro... Per comprendere chi fossi davvero, quali erano le mie potenzialità, e cosa avrei potuto dare al Mondo. La mia Arte, quindi, desidera spingere la gente a guardar- si dentro, affinché si giunga alla conoscenza di se stessi, all’avere degli Ideali che muovano lo Spirito, al riuscire ad osservare e riflettere con la propria Testa sul Tempo che si sta vivendo, all’elevarsi sopra questa società delle apparenze e delle idiozie. In poche parole, la mia Arte nasce per spingere le persone a Vivere davvero, ad occhi aperti (gustando così ogni più piccolo attimo della propria Vita...)». Francesco, che scrive poesie, testi per il teatro e per brani musicali, ha scelto come nome d’arte quello di “Anima Blu”. «Anima», ci ha spiegato, «perché è la parte dell’Uomo che preferisco e Blu perché mi ricorda l’Infinito».

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Integrazione sociale vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv 5 Un modo originale di reagire Vive su una sedia a rotelle da oltre vent’anni a causa di un incidente stradale Salvatore Sgura, un incontro memor…abile Quella di Salvatore Sgura, che vive da numerosi anni su una sedia a rotelle (vi è costretto a causa di un incidente stradale), è stata una testimonianza di grande coraggio e di profonda accettazione di se stesso e del proprio corpo. Salvatore è felice, sorridente, ottimista. Qualità che mancano a tanta gente che si definisce “normodotata” e che invece dimostra, giorno dopo giorno, non solo di guardare alla vita sempre con pessimismo, ma di essere indifferente e ignorante. Indifferente perché, magari, a volte si lamenta della difficoltà di trovare un parcheggio per la propria auto, ma poi ignora che, parcheggiando davanti ad uno scivolo e, peggio ancora, in uno spazio riservato ai diversamente abili, mette in seria difficoltà un’altra persona che ha maggiori problemi nel deambulare. Ignorante, invece, perché non riesce ad apprezzare la bellezza e la ricchezza del portatore di handicap, che non rappresenta affatto un problema per la nostra società, ma che va considerato una risorsa, da sfruttare. Salvatore Sgura ci ha parlato di temi delicati con grande semplicità e con grande positività. «Io dimentico spesso di essere disabile» ha detto mentre parlava con noi. «A volte sono gli altri che me lo ricordano». Queste parole ci hanno colpito molto perché, in effetti, potrebbe sembrare strano che, vivendo su una sedia a rotelle, ci si possa dimenticare delle difficoltà e degli ostacoli che si incontrano tutti i giorni e che verrebbe spontaneo legarli al proprio handicap. Ma Salvatore ci ha dimostrato, con i fatti, che non ci sono limiti. Gli unici che esi- «Io dimentico spesso di essere disabile. A volte sono gli altri che me lo ricordano» Una proposta: perché non prevedere per legge un disabile in ogni Amministrazione? stono sono mentali. «Ogni volta mi pongo un obiettivo e cerco di raggiungerlo» ci ha raccontato. «Subito dopo l’incidente, quando non mi potevo spostare dal letto, il mio obiettivo era quello di potermi muovere su una sedia a rotelle. Quando ci sono riuscito, mi sono posto l’obiettivo di poter guidare un’auto con gli opportuni ausili. Oggi riesco a girare l’Italia in auto. Poi mi sono posto l’obiettivo di andare in aereo o in treno e così via… A volte, però, è la società che ci pone gli ostacoli (le barriere architettoniche), alcuni dei quali diventano insormontabili». Grazie Salvatore per averci fatto riflettere e per averci insegnato a vedere l’handicap sotto un’altra luce. Graziano Capogrosso Giulia Mero Emanuele Perrucci Mattia Tarentini Alcuni anni fa, mentre era in auto, a causa di una buca, è stato vittima di un brutto incidente. Le conseguenze sono state gravi: ha perso l’uso delle gambe e, di conseguenza, per potersi muovere è costretto ad usare la sedia a rotelle. «Prima dell’incidente, praticavo tanti sport e, se devo essere sincero, trascuravo anche lo studio. Solo dopo mi sono reso conto di quanto sia importante studiare: senza le conoscenze, non si può affrontare la vita con successo» ci ha detto Salvatore Sgura, un nostro concittadino diversamente abile, presidente dell’associazione “Città per Tutti”. «Praticavo il calcio, l’atletica leggera (ero un velocista: sembra quasi un paradosso, visto che oggi la lentezza caratterizza la mia esistenza), e anche il pugilato. Avevo tanti interessi: studiavo per diventare infermiere professionale ed ero animato sempre dalla voglia di aiutare il prossimo». Poi l’incidente gli ha cambiato la vita. «La mia arma per affrontare la vita è l’ironia» ci ha confessato Salvatore. «Poi cerco di apprezzare sempre il bello di ogni cosa. C’è tanta gente che non sopporta la pioggia e i temporali. Io, invece, apprezzo i colori del cielo durante i temporali. Se vivi la vita in questo modo, apprezzi anche la carrozzina». Gli abbiamo chiesto se considera ingiusta la vita. «No, assolutamente. C’è tanta gente che si lamenta del- la vita, anche se ha tutto. Un esempio? Il campione di calcio Balotelli. Ha avuto tutto dalla vita: veniva da un Paese povero e ora ha ricchezza, notorietà e belle donne. Eppure è sempre triste. A me fa più tristezza lui di un disabile». Spesso a condizionare la vita di una persona che si muove in carrozzina sono le barriere architettoniche. «E’ chiaro che in alcune circostanze mi arrabbio» ammette Salvatore. «Molte volte le barriere che mi fanno innervosire di più sono quelle politiche, istituzionali e burocratiche». La vita di un essere umano in carrozzella dovrebbe essere agevolata dallo Stato. «Le leggi sono perfette. Però non si applicano» sostiene Salvatore Sgura. «Se fossero rispettate le leggi in vigo- re in Italia, la vita, per chi ha bisogno della carrozzella, sarebbe sicuramente differente. A volte succede che la legge prevede degli aiuti, che poi non vengono erogati perché lo Stato non ha soldi. Faccio un esempio. Per gli ausili che aiutano il diversamente abile a guidare, in Italia ti rimborsano solo il 20% della tua spesa. Ma non è facile neppure ottenere quell’aiuto. La burocrazia ti fa aspettare mesi e mesi. In Italia, insomma, solo chi ha soldi e può permettersi di comprare gli ausili, ha la possibilità di guidare l’auto. In Israele, invece, gli ausili vengono rimborsati al 100%». I disabili e i diritti. Spesso vengono calpestati. «Il primo diritto che non ci viene riconosciuto è quello del lavoro. Io sono su una sedia a rotelle da 21 anni, ma ancora Le barriere architettoniche e i “dieci comandamenti” del diversamente abile Tra i tanti diritti e doveri riservati ai cittadini italiani, ce n’è uno che talvolta viene ignorato, forse perché ritenuto scontato: è il diritto alla libertà di movimento. Il nostro riferimento è alla lotta contro le barriere architettoniche. Ma cosa sono le barriere architettoniche? Il riferimento è a tutte quelle costruzioni e strutture, pubbliche o private, che impediscono, limitano o rendono difficoltosi gli sposta- Le scale, la barriera architettonica per eccellenza menti o la fruizione di servizi, sia per cittadini normodotati, sia, soprattutto, per persone con limitata capacità motoria. «Le leggi ci sono, ma continuano a essere ignorate» ci ha detto Salvatore Sgura. «Ritengo che non meno del 90% delle attività commerciali dovrebbero essere chiuse perché la struttura presenta delle barriere architettoniche». A Manduria c’è anche un edificio pubblico privo di ascensore: il municipio. E’ vero che si tratta di una struttura antica (un ex convento), ma è possibile che Salvatore e tutti gli altri manduriani che vivono in carrozzina non possono assistere ad una seduta del Consiglio Comunale? L’aula delle riunioni è infatti al primo piano. E se Salvatore Sgura, che si è candidato più volte, fosse stato eletto consigliere comunale, non avrebbe potuto rico- prire la carica? «A mio avviso è necessario eliminare prima di tutto le barriere culturali, per poi agire su quelle architettoniche» si è sfogato il nostro amico Salvatore. «Poi bisogna vincere il pregiudizio, su cui si basa la discriminazione delle persone con disabilità e la loro esclusione». Utilizzando Internet per una ricerca sull’argomento, abbiamo trovato i “Dieci Comandamenti” che i disabili adottato. Ci sono sembrati interessanti e curiosi e ve li proponiamo. 1: Guarda me, non la mia disabilità. 2:Accettami. 3: Chiedi a me per sapere qualcosa su di me, non ad altri. 4: Non tenere i bambini lontani da me. La mia disabilità non è infettiva. 5: Prendimi sul serio, anche se pensi di avere una marcia in più. 6: Dammi tempo, ho tempi diversi dai tuoi. 7: Aiutami, ma non escludermi dalle decisioni. 8: Gioisci quando riesco da solo e non devi aiutarmi. 9: Rispetta la mia condizione, potrebbe diventare anche la tua. 10: Trattami come vorresti essere trattato. Flavia Brunetti Aurora Buccolieri Denise D’Amato Milena Dinoi Andreea Dobrea Annalisa Elefante Fabiana Scorrano Anche un’auto parcheggiata in maniera così selvaggia rappresenta una barriera architettonica invalicabile non ho un lavoro. Eppure vi sono delle leggi secondo le quali una percentuale dei posti deve essere assegnato ai diversamente abili. Ciò avviene raramente e soprattutto molto lentamente. E l’Italia a volte viene anche multata dall’Unione Europea perché non rispetta questa legge». Salvatore Sgura ha tantissimi interessi. «Ho conseguito la prima laurea e vorrei conseguirne una seconda in Psicologia» ci confida. «Sono il presidente di un’associazione che lotta per rendere consapevoli i diversamente abili dei diritti e lottiamo per esaltare le diversità di ognuno. Vorrei anche dirigere un film: cerco un produttore». Poi ci siamo soffermati sulle barriere architettoniche. Salvatore Sgura ci ha mostrato alcune slides, ma su questo argomento abbiamo scritto su un altro articolo di questa stessa pagina. Le nostre considerazioni? In Italia, chi non sta abitualmente accanto a persone con handicap, fisico o mentale, non conosce le difficoltà quotidiane che queste devono affrontare e non sa nulla neppure delle enormi fatiche di chi le aiuta e le sostiene. Probabilmente non è insensibilità, in alcuni casi è semplicemente ignoranza. Perché, proprio come è avvenuto con le quote rosa, non fare una legge per prevedere, in ogni Amministrazione, almeno un diversamente abile? Francesco Capogrosso Anna Greco Andrea Moscogiuri Simone Perchio Valentina Polimeno Chiara Rainò Giulia Sammarco

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6 Il dramma della Shoah e la figura di Elisa Springer vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv Il ricordo di Elisa Springer, sopravvissuta ai campi di concentramento, a dieci anni dalla sua morte La toccante testimonianza di Francesca Lopane, presidente della Fondazione “24020 Elisa Springer” “Non il rito del ricordo, ma il culto della memoria” A24020, un numero, una storia A24020: è un numero che è il simbolo di una storia di sofferenza. La sofferenza che è stata di un intero popolo, quello ebreo, perseguitato e quasi sterminato dal regime nazista. Quel numero fu marchiato sul polso di Elisa Springer, cittadina ebrea di origine ungherese, che trascorse l’infanzia a Vienna. Dopo l’arresto del padre e della madre, Elisa tentò di scampare alle persecuzioni dei nazisti: fuggì prima in Bulgaria e poi a Milano, dove, però, nel 1944, fu tradita da una sua amica, che si rivelò essere una spia fascista. All’età di 26 anni, fu arrestata e deportata nel campo di concentramento di Auschwitz con il convoglio che partì il 2 agosto del 1944. Poi fu trasferita prima a Bergen-Belsen dove incontrò personalmente Anna Frank (ha raccontato che parlava spesso con lei. Insieme cercavano dei pezzi di matita per scrivere quello che succedeva lì dentro), e poi a Theresinstadt. “Alzando lo sguardo sulla mia destra, al di là delle betulle, il cielo si illuminava a giorno” ha poi raccontato Elisa Springer di quella sua drammatica esperienza. “Alti bagliori di fiamma lambivano l’aria, mentre un odore acre si diffondeva penetrando dentro di me… E’ il profumo di libertà di chi a Birkenau, forse, non ha avuto Dio, ma lo ha raggiunto presto”. Elisa venne liberata il 5 maggio 1945 a Theresienstadt, ma quando arrivarono i Russi lei era malata di tifo pettecchiale: era stata in coma per un mese senza mangiare e senza avere medicine. In quel momento, Elisa Springer nasce per la seconda volta. Nonostante il suo corpo esile, riuscì miracolosamente a sopravvivere alle tremende umiliazioni e alle malattie dei campi di sterminio. Elisa Springer sposò poi un nostro concittadino e, quindi, ha vissuto a lungo nella nostra città. Graziano Capogrosso Elisa Springer, nostra sofferenza fisica, ma (lo perce- soprattutto, la testimonianza, concittadina so- pivo con chiarezza) dell’anima. la memoria di quello che aveva pravvissuta nei campi di Finalmente mi decisi ad avvi- vissuto nei campi di concen- sterminio nazisti, nei ri- cinarmi a Silvio, suo figlio. tramento e di sterminio, e poi cordi e nelle parole di Dopo, fu tutto più semplice: ri- nella sua difficile vita da stra- Francesca Lopane, pre- devamo e scherzavamo, tutti niera in terra ostile. Dopo la sidente della Fondazio- insieme ad Elisa, davanti a un morte improvvisa di suo figlio ne che porta il nome di buon caffè. Fu così che entrai Silvio, rimasi sconvolta dalla questa donna tanto esi- nelle loro vite». sua reazione: si rimise in piedi le, quanto coraggiosa. Cosa l’ha colpita maggior- e ricominciò da subito a cerca- Ricorda quando ha mente di questa donna, appa- re persone che volessero ascol- conosciuto Elisa Sprin- rentemente così esile, ma in tarla. ger? Conosceva già la realtà così forte e determina- Il bisogno di parlare nelle sua storia? ta nel diffondere i valori della scuole, con le istituzioni, con «Incontrai i suoi oc- pace, della solidarietà e del ri- qualunque platea di fronte alla chi tanto tempo fa, nel spetto? quale le capitasse di trovarsi, 1999» ricorda Francesca «Spiegare il significato che di spiegare quello che le era Lopane. «Fu subito Elisa Springer ha avuto nella successo e come aveva cerca- amore. Non avevo l’in- mia vita – per l’impegno che to di sopravvivere – e poi vi- traprendenza necessaria ne è scaturito nei riguardi di vere – dopo quelle vicende, per avvicinarmi a lei, quella che ormai considero superava la disperazione per la aveva da poco termina- un’autentica “missione” – è sua perdita. La memoria di to una conferenza e, molto difficile per me (e soprat- Auschwitz doveva continua- come una lunga canna, tutto commovente). Dico dif- re a vivere. Lei ne era consa- altera e mistica, si eleva- ficile, perché considero un pevole, e più la storia contiva al di sopra di tutti noi onore e un privilegio avere la nuava a scrivere pagine di or- La dottoressa Francesca Lopane in sala, mentre i suoi oc- possibilità di parlare di questa rore – per tutte le guerre com- nuove generazioni, affinché tuzione fondata da Elisa. chi buoni regalavano storia, una storia che non ho battute nel mondo – più lei vengano accompagnate nello Ciononostante, sebbene si- sorrisi e parole di spe- vissuto direttamente, ma che viaggiava, chiedendo di poter studio puntuale e attento del- ano trascorsi settant’anni, ranza. Provai diverse ha cambiato la mia vita. Mi parlare. Soprattutto, amava la storia, per celebrare la me- per tantissime persone l’ap- volte a sfiorarla, ma al- chiedo spesso se le mie parole parlare ai ragazzi delle scuole, moria e renderla parte inte- puntamento con la storia – e trettante volte indietreg- possano essere adatte, forti e perché i giovani le davano grante della propria vita (Elisa con la memoria della Secon- giai. Durante la confe- credibili quanto il messaggio l’esatta misura di quanto fos- diceva: “Non il rito del ricor- da Guerra Mondiale – è renza aveva parlato del- che cerco di trasmettere. se importante il futuro che ve- do, ma il Culto della memoria”). estremamente sentito. È per la sua esperienza nei più Un giorno di quindici anni deva specchiarsi nei loro oc- Il passato è quello che noi sia- questo che ancora in tanti nefasti campi di stermi- fa ho conosciuto Elisa e da chi». mo adesso e la consapevolez- hanno voglia di collaborare nio nazisti, aveva sco- quel giorno la mia vita non è Ritiene che Manduria stia za di questo fornisce degli stru- con noi. Bisogna acquisire la perto il braccio marchia- stata più la stessa. L’amicizia onorando degnamente la me- menti insospettabili per affron- consapevolezza che, per to da quelle belve. Co- che mi ha legata a quella don- moria di questa illustre con- tare la vita, giudicare gli even- mantenere viva la memoria noscevo già la sua sto- na straordinaria si è fortificata cittadina? ti, prendere parte agli ac- collettiva e individuale – e per ria (avevo letto il suo li- nel tempo, mentre assistevo, «A dieci anni dalla sua mor- cadimenti, cercando di stare dal combattere l’indifferenza e il bro, “Il Silenzio dei Vivi”, spettatrice inerme, alla morte te, avvenuta il 19 settembre lato giusto della “barricata”. revisionismo storico – è es- dopo aver visto un’in- di suo figlio Silvio, alla sua lun- 2004, Manduria ha dedicato ad Sempre con le parole di senziale coltivare una co- tervista in televisione ga e difficile malattia e, più tar- “Elisa Springer – Sopravvissu- Elisa: l’esigenza di conoscere, scienza responsabile, che mi aveva ta di Au- di sapere e di agire nel nome e riaffermare costantemente molto colpi- ta) ma averla In un recente convegno anche don Luigi Ciotti s c h w i t z ” , nel rispetto della memoria è che la memoria è ancora caun giardino l’unico vero strumento di cui pace di contribuire a formare lì, davanti a me, sarebbe ha ricordato l’impegno di Elisa Springer per i giochi disponiamo quando la Storia l’identità di una nazione». dei bambi- ci mette di fronte a situazioni Abbiamo scoperto che la stato impen- ni, con l’in- che “esigono” il nostro discer- casa di Elisa Springer è in sabile fino al giorno pri- di, alla sua morte. Quella di tento pedagogico di suscitare nimento, la nostra sete di giu- vendita: non si potrebbe ac- ma. Volevo vincere me esserle accanto era una posi- proprio in quei bambini la cu- stizia e il nostro amore per gli quistare (magari anche con stessa e avvicinarmi a lei, zione privilegiata, che mi per- riosità e la voglia di saperne di altri». una quota di soldi pubblici) abbracciarla e stringerla metteva di avere accesso al più su quel nome. Sperando Qual è l’opera della Fonda- per allestirvi un museo? a me, ma sentivo che av- suo modo di affrontare la vita sempre (è questo l’auspicio) zione intitolata a Elisa «Sarebbe meraviglioso. vicinandomi avrei potu- di tutti i giorni e, con il tempo, che quei bambini incontrino Springer? Mi permetto da anni di sug- to farle del male. Avevo ai suoi pensieri e infine alla sua persone e strumenti idonei a «Un grande dono di Elisa è gerire quest’idea alle Ammi- una voglia inspiegabile memoria. soddisfare la loro voglia di sa- la Fondazione stessa, nono- nistrazioni che si sono di accarezzare il suo ta- Noi tutti sappiamo che non pere, di studiare e prepararsi, il stante tutte le difficoltà che succedute a Manduria» af- tuaggio, A-24020, forse ha mai smesso, in nessuna cir- loro bisogno di memoria. questa incontra. Non è facile ferma la signora Lopane. per cercare di lenire quel- costanza, di portare il suo Quest’anno, poi, il 27 gen- mettere insieme delle persone «Tracciare un progetto al- la sofferenza, non una messaggio di pace e amore e, naio, giorno della l’avanguardia memoria e settantesimo anniversa- Una nostra proposta: trasformare la casa per accedere a fondi pubblici rio dell’apertura di Elisa in un museo sulla Shoah sarebbe un’otti- dei tristi cancelli di ma scelta per Auschwitz e della operare un gran- liberazione dei sopravvissuti, che, per un atto d’amore dedi- de investimento culturale de- Manduria – grazie all’azione dei cato ad Elisa, cercano di conti- dicato alle nuove generazio- suoi amministratori e con la nuare nel percorso tracciato da ni. collaborazione della Fondazio- lei (soprattutto dopo la sua Un museo sulla Shoah de- ne “Elisa Springer A-24020 – scomparsa). Spesso, purtrop- dicato alla memoria di Elisa si è svolto un incontro-studio po, il bisogno di memoria non Springer in questa città te- con le scuole sulla figura di va di pari passo con la gestio- stimonierebbe per sempre il Elisa e l’importanza della me- ne dei territori (e le opportuni- forte legame che Elisa ha moria. tà politiche). Ne deriva la diffi- avuto con Manduria e Ritengo quindi che coltà materiale di mantenere ef- Manduria con Elisa Sprin- Manduria abbia intrapreso un ficace – e operativa anche ger». Don Luigi Ciotti a Manduria percorso importante per le dopo dieci anni – questa isti- La redazione

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La vita di Elisa trasformata in una missione Elisa Springer ha tenuto per quasi cinquanta anni nascosto il suo dramma. Copriva il numero marchiato sul polso con un cerotto, avendo chiuso nel suo cuore le sofferenze e le atrocità vissute nei campi di concentramento. Aveva il timore di non essere creduta e quasi si vergognava di gridare al mondo l’orrore visto con i suoi occhi. Sino a quando, aiutata dal figlio Silvio, non ha trovato la forza di raccontare e di testimoniare le brutture della Shoah: ha scritto due libri, “Il silenzio dei vivi” e “L’eco del silenzio” e, nonostante l’età, ha trovato le energie per incontrare gli studenti di tutta Italia e, finanche, per ritornare al campo di concentramento di Auschwitz. Elisa ha affidato i libri a tutti i ragazzi e ha fatto ricadere la loro attenzione sull’esigenza di libertà, sul rispetto per l’uomo, sulla necessità di non dimenticare quello che è successo al fine di creare un mondo migliore dove c’è libertà, serenità, convivenza tra i popoli. In questi libri è descritta la sofferenza di quel tempo, il disagio, il bisogno di riscatto di un’esistenza che, anche dopo lo sterminio, ha il dovere di continuare ad essere vissuta e raccontata alle giovani generazioni. La sua vita diventò una missione: lanciare un appello accorato ai giovani affinché essi non dimentichino di quali crimini orrendi si è macchiato l’uomo. Il mondo è percorso da malvagità, violenze, prepotenze, ingiustizie. Poi si incontrano persone che fanno sperare. Proprio come Elisa. Sono come l’alba che annunciano la possibilità di un mondo nuovo. Ma questo mondo nuovo non sono gli altri o gli eventi che ci circondano. Siamo noi. Elisa era una donna che ha vissuto tutta la malvagità che un cuore umano può scatenare contro altri esseri umani. Invece di accumulare odio e meditare propositi di vendetta, ha coltivato in sé sentimenti di umanità. Lei ne è uscita trasformata. E, con lei, anche tutti coloro che l’hanno ascoltata, provando gli stessi sentimenti. Oggi abbiamo bisogno di testimonianze simili, perché si sta diffondendo sempre più la mentalità dell’indifferenza e di un nuovo razzismo. Elisa è morta nel 2004, ma resterà viva per sempre nei nostri cuori. Aurora Buccolieri Flavia Brunetti Annalisa Elefante Il dramma della Shoah e la figura di Elisa Springer 7 vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv Il dramma vissuto nei campi di concentramento nei due libri di Elisa Springer Dalla sua testimonianza deve nascere l’impegno a costruire una società migliore Abbiamo voluto proporvi un collage di riflessioni sul tema della Shoah. Iniziamo con alcune frasi molto profonde di Elisa Springer, ELISA SPRINGER - «Io, Elisa Springer, ho conosciuto il tormento della mente, dell’anima, la solitudine della miseria umana, la negazione del sentimento della pietà, il dolore degli affetti più intimi e delle persone più care, la disperazione di essere sola in questo mondo. Io, Elisa Springer, ho visto Dio. Nel fumo di AuschwitzBirkenau, che alzava al cielo il dolore del mondo, e spargeva sulla terra l’odore acre della sofferenza. Ho visto Dio. Ho visto Dio, percosso e flagellato, sommerso dal fango, inginocchiato a scavare dei solchi profondi sulla terra, con le mani rivolte verso il cielo, che sorreggevano i pesanti mattoni dell’indifferenza. Ho visto Dio dare all’uomo forza per la sua disperazione, coraggio alle sue parole, pietà alle sue miserie, dignità al suo dolore. Poi…lo avevo smarrito, avvolto dal buio dell’odio e dell’indifferenza, della morte del mondo, dalla solitudine dell’uomo e dagli incubi della notte che scendeva su Auschwitz… Lo avevo smarrito, insieme al mio nome, diventato numero sulla carne bruciata, inciso nel cuore con l’inchiostro del male, e scolpito nella mente dal peso delle mie lacrime. Lo avevo smarrito, nella mia disperazione che cercava un pezzo di pane, coperta dagli insulti, dalle umiliazioni, dagli sputi, resa invisibile dall’indifferenza, mentre mi aggiravo fra schiene ricurve e vite di morti senza memoria. Ho trovato Dio, mentre spingeva le mie paure al di là dei confini del male e mi restituiva alla vita, con una nuova speranza: io ero viva in quel mondo di morti. Dio era lì, che raccoglieva le mie miserie e sollevava il velo della mia oscurità. Era lì, immenso e sconfitto, davanti alle mie lacrime». CLASSE V D SCUOLA PRIMARIA “PRUDENZANO” - «Dobbiamo impegnarci tutti quanti a costruire una società migliore, basata sull’uguaglianza, sulla solidarietà tra le persone (concreta e non solo a parole), sul rispetto dei diritti umani, sulla giustizia e sulla pace. La pace deve essere intesa come comprensione e rispetto di tutti i popoli, delle loro civiltà, dei loro valori, dei loro modelli di vita, delle loro etnie, nonché come azione che deve assicurare l’esercizio e il rispetto dei diritti umani nella comunità mondiale e all’interno della nostra comunità locale. La solidarietà va intesa come lotta contro l’analfabeti- smo, le malattie, la fame, per una migliore qualità della vita e per un livello di salute più elevato in tutti i paesi del mondo. Come aiuto concreto, insomma, a chi è in situazione di necessità. Crediamo sia necessario lavorare per un mondo più umano per tutti e dappertutto; un mondo fondato sul rispetto della persona, della coscienza, dei diritti di ogni essere umano, dei più poveri e degli oppressi, nella promozione della libertà, delle responsabilità politiche e sociali delle persone e delle comunità. Nessuno si può illudere che la semplice assenza di guerra, pur così auspicabile, sia sinonimo di pace duratura». DILETTALACALAMITA– «Ciò che è accaduto più di 70 anni fa è stato soltanto un capriccio, perché siamo tutti uguali e tutti abbiamo i nostri diritti (ovvero i diritti alla vita) e i nostri doveri. Infatti Dio non ci ha creati per ucciderci a vicenda, ma per poter vivere insieme in pace e armonia». MILENA DINOI- «Noi siamo testimoni di una testimone, Elisa. Dobbiamo essere fieri di tutto ciò perché siamo tutti figli di Elisa». ANNA GRECO - «Noi siamo il futuro e quindi toccherà a noi tramandare questa grande storia». GIULIA SAMMARCO «Essere riconosciuti con un numero è la cosa più brutta che si potesse mai fare ad un essere umano. Così facendo si perde la propria identità e non tutti, dopo quell’esperienza, sono riusciti a riconquistarla». MATTIA DELL’ANNA «Aprendosi al mondo, Elisa è diventata una donna più forte. Addirittura riuscì a tornare ad Auschwitz e disse che era felice di poterlo fare perché ci tornava da donna libera. Inoltre incontrò la figlia di un suo aguzzino del campo di concentramento e fece qualcosa che pochi avrebbero avuto la forza di fare: la abbracciò». CHIARA RAINO’ - «Mi ha colpito una frase di Elisa: “Lo strazio più grande, in questi ultimi cinquant’anni, è stato quello di dover subire l’indifferenza e la vigliaccheria di coloro che, ancora adesso, negano l’evidenza dello sterminio”». FABIANA SCORRANO «Elisa era molto attratta dai ragazzi. Lei diceva che i giovani saranno i veri giudici del nostro passato e del loro domani. Sapendo ciò che è accaduto nel passato, non dovremmo mai permettere che accada un’altra volta». MATTEO MICELLI - «Noi ragazzi dobbiamo assumere l’impegno di insegnare alle generazioni future l’importanza della pace e della cooperazio- ne fra i popoli, affinchè tutto quello che è successo non possa più ripetersi». RUBEN ELIA - «Conoscere il dramma della Shoah mi fa sentire un ragazzo fortunato in quanto so di essere libero di esprimere le mie emozioni e opinioni, al contrario di quella povera gente alla quale è stata tolta dapprima l’identità e poi la vita». DENISE D’AMATO «Deve crescere l’impegno e non deve mai venir meno la speranza: siamo noi giovani la colonna della democrazia». SIMONE PERCHIO e FRANCESCO CAPOGROSSO - «Abbiamo ammirato il coraggio e la forza di Elisa, che dopo 50 anni, è riuscita a togliersi il cerotto e a ritornare in quei luoghi in cui i soli recinti mettono paura». Riuscì ad essere più forte dell’odio dell’uomo e a dare un senso alla sua salvezza da quell’esperienza Elisa riuscì ad essere più forte dell’odio dell’uomo. Forse, aiutata da Dio (che pure spesso non riusciva a trovare in quei campi di concentramento) che, secondo me, l’aveva scelta per affidarle la missione di testimone della cattiveria umana. «Ho vissuto per non dimenticare. Ho vissuto per raccontare l’odore dei morti che bruciavano nei forni crematori. Ho vissuto per raccontare che le ferite del corpo si rimarginano col tempo, ma quelle dello spirito mai». Queste parole mi hanno molto colpito. In queste parole c’è tutto il senso degli anni che Elisa Springer ha dedicato alla testimonianza del suo dramma. Un messaggio che ha voluto affidare a noi ragazzi, che ci ha indicato come nuovi testimoni dell’Olocausto affinchè il mondo non dimentichi mai di quali cattiverie l’uomo sia capace. Eppure, per quasi cinquant’anni, Elisa è rimasta sempre in silenzio. In un’intervista televisiva ha raccontato che ebbe paura di non essere capita e creduta. Chissà come avrà sofferto per non essere riuscita a confidarsi neppure con la sua famiglia, almeno per ricevere un segno di comprensione. Il racconto dei giorni trascorsi nei campi di concentramento ha dato un senso alla sua salvezza da quell’esperienza. Da ogni pagina si coglie come l’uomo e le donne erano diventati peggio di animali o di cose: dovevano solo morire al più presto, perché, secondo i nazisti, non meritavano di vivere. Ho ammirato come Elisa, benché sia stata in silenzio per tutti quegli anni, sia riuscita a ricordare ogni particolare del suo dramma. Forse, proprio come voleva Dio, è riuscita a diventare testimone di un passato che non va dimenticato. Nonostante il dolore e le sofferenze, Elisa ha continuato a nutrire speranza per la vita. «Immagino la vita come una bella rosa. Le spine sono le difficoltà. Quelle spine si possono togliere, e io credo di essere un esempio vivente» ha detto ancora Elisa. «Dovremmo amarci e aiutarci; l’odio non dovrebbe esistere. Ma l’uomo ancora non ha capito nulla. Oggi conta la gran sete per il denaro e per il potere, e non si pensa che prima o poi bisogna lasciare tutto». Ma la grandezza di Elisa emerge quando parla di tedeschi e di perdono. «Vince chi perde e solo il perdono guarisce. Tutti mi chiedono se io odio i tedeschi» raccontava Elisa, «ma io non odio nessuno, non ho mai odiato nessuno. L’odio non fa altro che creare altro odio, che prosegue all’infinito. L’odio è un grande fiume che quando straripa trascina con se tutto ciò che incontra e porta soltanto disastro. Bisogna saper cambiare, bisogna cambiare l’odio in amore. Io che ho provato l’odio, che l’ho vissuto, ci sono riuscita. Solo con l’amore si può andare avanti: l’amore per Dio prima di tutto, l’amore per gli altri, l’amore per se stessi». Avessi potuto, avrei dato ad Elisa il Nobel della Pace. Perché nessuno ci ha pensato? Grazie Elisa. La prossima volta che mi recherò al cimitero, metterò un fiore sulla tua tomba. Mattia Tarentini La premiazione di Mattia Tarentini al concorso “A24020, un numero, una storia”

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8 Dipendenze vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv Non beviamoci la vita! L’alcooldipendenza fra i giovanissimi: i risultati di un questionario anonimo Alcooldipendenza, l’incontro con il Club Alcologico di Martina Franca Nessuno vuol essere alcolista, ma questo non impedisce a molti di diventarlo. Quello dell’alcooldipendenza è un problema molto grave, ma forse, proprio come un iceberg, è quasi del tutto sommerso e probabilmente anche sottovalutato. Un problema che sta diventando sempre più una piaga fra i giovani, molti dei quali, soprattutto in età adolescenziale, si abbandonano in sbornie selvagge (il binge drinkink), che provocano un grande danno alla salute. Abbiamo allora deciso di approfondire quest’argomento, incontrando una fra le fondatrici del Club Alcologico Territoriale di Martina Franca, Maria Teresa Palmisano, e quattro alcolisti in trattamento di disintossicazione, Luigi, Giuseppe, Biserka e Giovanni. «Il Club Alcologico Territoriale di Martina Franca è stato fondato nel 2004» ci ha detto Maria Teresa Palmisano. «E’ nato dall’esigenza di fornire un aiuto e un supporto alle persone che sviluppano la dipen- denza dall’alcool. Vi operano dei volontari, che si formano in corsi specifici che si tengono periodicamente in ogni regione. I risultati si ottengono anche con l’“auto-aiuto”: uomini e donne in trattamento si aiutano a vicenda, parlando delle loro esperienze e traendo reciprocamente coraggio nel cammino verso la sobrietà. Naturalmente, in questo settore operano anche i centri della Asl, con cui siamo in stretto contatto, anche se noi siamo contrari all’uso delle medicine». Molto toccanti sono state le storie personali che Luigi, Giuseppe, Biserka e Giovanni ci hanno raccontato. Luigi, come quasi tutti, inizia con la birra o, comunque, con qualcosa di leggero, per poi passare a bevande molto più alcoliche: il vino, i liquori, i superalcolici. Ha iniziato a strafare e, poiché beveva con regolarità (sino a 4-5 litri di vino al giorno), ha iniziato ad accusare i primi problemi di salute, oltre a quelli di natura sociale: la gente lo scansava. Sino a rischiare la vita. «A causa dell’abuso dell’alcool, anni fa sono entrato in coma: quando arrivai in ospedale, per i medici io avevo non più di due ore di vita. Per fortuna, dopo una settimana di delirio, sono riuscito a riprendermi» ha ricordato. Anche Giuseppe ha iniziato con la birra. «Si beve per cercare di dimenticare i problemi di famiglia o di lavoro» ha riferito. «Ma in realtà non solo quei problemi restano, ma ne subentrano degli altri: la dipendenza dall’alcool e i problemi di salute». Ci ha molto colpito anche la storia di Giovanni. Il suo percorso verso la dipendenza è stato simile. A convincerlo a chiedere aiuto è stato il figlio, anch’egli alle prese con una dipendenza: quella dalle sostanze stupefacenti. Chi credeva che la dipendenza fosse solo un problema degli uomini, si è dovuto ricredere. All’incontro ha par- tecipato anche Biserka, una giovane ragazza che proviene dalla Bulgaria, che da qualche anno vive in Puglia. «Ho iniziato a bere vodka a 11-12 anni e poi ho continuato a bere con gli amici» ha ricordato Biserka. «Crescendo ho iniziato a bere anche vino e Martini. Un paio di volte, mentre camminavo per strada ubriaca, sono crollata a terra e sono stata soccorsa dall’ambulanza. E’ una cosa bruttissima. Non sei più tu. Sotto l’effetto dell’alcool, ho anche alzato le mani a mia madre e di questo sono pentitissima». Vincere la dipendenza non è affatto facile. E’ un percorso lungo, che viene vissuto giorno per giorno, con il rischio sempre in agguato di ricascarci. Da tutti i nostri ospiti è arrivato, forte, un consiglio. «Non bevete mai alcolici. Neppure un bicchiere. Perché si inizia sempre con un bicchiere e poi si rischia la dipendenza». Alessia Barbieri Graziano Capogrosso Denise D’Amato Milena Dinoi Annalisa Elefante Diletta Lacalamita Andrea Moscogiuri Mattia Tarentini Ecco i risultati di un questionario anonimo sull’alcooldipendenza somministrato agli alunni della scuola secondaria di primo grado iscritti al “Prudenzano”. Hanno aderito 158 alunni, di cui 76 ragazzi e 82 ragazze. Molte risposte dovrebbero indurre alla riflessione. Se pensi “alcool”, qual è la prima parola che ti viene in mente? Queste le risposte degli alunni: birra 26 volte; vino 5; male, vodka, cocktail, liquore 3; droga, grappa, limoncello, “è bello” 2; ignoranza, spirito, pazzia, “rum e cola” 1. Queste le risposte delle alunne: birra 19; pericolo 10; vino 8; odore sgradevole 7; liquori 6; schifo, droga 5; libertà, brutto, discoteca, sostanze eccitanti, problemi, fegato distrutto, ebbrezza, divertimento, veleno 2; dipendenza 1. Hai mai bevuto una bevanda alcoolica? Alunni: Sì 53 (69,73%); No 23 (30,26%); Alunne: Sì 30 (36,58%); No 52 (63,42%) Se sì, a che età hai bevuto per la prima volta alcolici? Alunni; a 12 anni il 14,28%; a 11 anni 21,4%; a 10 anni 26,2%; a 9 anni 14,28%; a 8 anni 11,9%; 3 alunni dichiarano di aver bevuto alcolici la prima volta a 6 anni. Alunne: a 12 anni 31,06%; a 11 anni 27,58%; di chi bevi alcoolici? (è possibile la risposta multipla). Alunni: genitori 26 (45,61%); altri familiari e parenti 12 (21,05%); amici 12 (21,05%); di nessuno 3 (5,26%); altro: 4 (7,01%). Alunne: genitori 17 (58,62%); altri familiari e parenti 5 (17,24%); amici 4 (13,8%); di nessuno 3 (10,34%); altro: 0. Secondo te quali dei seguenti contesti si associa di più al consumo di alcool? (max tre risposte) Alunni: discoteca 55 (72,4%); quando si è soli 4 (5,26%); uscita del sabato sera 35 (46%); festa senza genitori 41 (53,9%); concerti 8 (10,52%); pub 29 (38,15%); durante i pasti 12 (15,79%); altro 7 (9,21%). Alunne: discoteca 76 (92,68%); quando si è soli 11 (13,41%); uscita del sabato sera 12 (14,63%); festa senza genitori 40 (48,78%); concerti 11 (13,41%); pub 49 (59,75%); durante i pasti 7 (8,53%); altro 3 (3,65%). Secondo te chi beve lo fa per (max 3 scelte): Alunni: evadere 8 (10,6%); trasgredire 9 (12%); divertirsi 42 (56%); estraniarsi 2 (2,6%); adeguarsi al gruppo 25 (33,33%); darsi delle arie 25 (33,33%); sentirsi più sicuro 2 (2,6%); noia 9 (12%); a 10 anni 17,24%; una ragazza sentirsi bene 13 (17,33%); L’alcolismo può distruggere il nostro futuro: meditiamo! “Beviamoci sopra”: è lo slogan che accetta, per filosofia, il futuro alcolista. Il Binge Drinking e i genitori Bere per ubriacarsi, o Binge Drinking, è un nuovo stile di consumo che sta diventando popolare fra i Cosa può fare un genitore? Favorire lo sviluppo della responsabilità personale. Proibire semplicemente ad un ado- dichiara di aver bevuto alcolici a 7 anni e una a 6 anni. Con che frequenza consumi alcool fuori pasto? Alunni: almeno una volta settimana 9 (17%); almeno una volta al sentirsi male 3 (4%); dimenticare i problemi 47 (62,66%). Alunne: evadere 8 (9,75%); trasgredire 5 (6,1%); divertirsi 41 (50%); estraniarsi 7 (8,53%); adeguarsi al grup- L’alcooldipendenza è un serio problema, in continua cresci- giovani. Consiste nel bere più lescente di assumere bevande mese 18 (34%); mai: 4 (7,01%). po 38 (46,34%); darsi delle ta. Innanzitutto perché provoca danni alla salute e, poi, perché bevande alcoliche in un’uni- alcoliche può avere un effetto Non risponde:9 (17%). Alun- arie 40 (48,78%); sentirsi più in tanti, soprattutto giovani, si mettono alla guida dopo aver ca occasione, lontano dai pa- contrario a quello voluto ne: almeno una volta settima- sicuro 4 (4,87%); noia 5 bevuto più del consentito, provocando incidenti e morti. sti e in genere nel fine setti- perchè a questa età tutto è na 7 (23,33%); almeno una vol- (6,1%); sentirsi bene 9 In passato il suo abuso era relazionato al suo potente con- mana, con lo scopo di sentir- soggetto a critica e interpreta- ta al mese: 7 (23,33%); mai 16 (10,97%); sentirsi male 8 centrato di ebbrezza, allegria, “scaccia pensieri”, poiché usato si più disinvolti e più sicuri to come un’esagerazione. Per (53,33%). (9,75%); dimenticare i pro- come forma di antidepressivo a breve durata. Infatti, passata di sé. Attualmente il Binge questo motivo è fondamenta- Ti sei mai ubriacato negli blemi 59 (71,95%). la “sbronza”, si ritorna al punto di partenza. Drinking è associato al bere le parlare con i propri figli e ultimi 12 mesi? Alunni: Sì 8 Secondo te bere troppo è Il risultato? Si entra in un circolo vizioso senza fine, deva- con il preciso proposito di spiegare loro, ad esempio, che (10,52%); No: 68 (89,47%). un comportamento rischio- stante dal punto di vista fisico e sociale. ubriacarsi e di solito si verifi- prima dei 15 anni di età il corpo Alunne: Sì: 4 (4,87%); No: 78 so? Alunni: Sì 67 Da alcuni anni a questa parte, però, anche i ragazzi iniziano ca in contesti di socialità, non è ancora in grado di smal- (95,12%) (93,05%);No: 5 (6,95%). ad abusare dell’alcool. Ragazzi della nostra età, fanno ricorso piuttosto che quando si è tire l’alcol, o che questo può Solitamente in compagnia Alunne: Sì 80 (97,56%);No: all’alcool sia perché è di moda farlo, sia perché tutti gli amici lo soli. creare seri danni all’organismo. 2 (2,44%) fanno, sia per passare un sabato sera da “sballo”, lasciando a Se sì, perché è rischio- casa preconcetti, regole, educazione, valori, “rispetto”. Annegare in un bicchiereMolte volte accade che si cominci a bere tra amici, non so? (max 3 risposte). Alunni: per la salute 63 (86,30%); rendendosi conto che si finisce per esagerare. Ciò può accadere anche perché i locali che vendono gli alcoolici non hanno alcun problema a farlo anche se si presentano dei ragazzini di 13-14 anni. Per loro è importante guadagnare. L’alcooldipendenza è una “malattia” molto difficile da combattere. I molteplici effetti distruttivi provocati dall’alcool (alterazione del metabolismo, intossicazioni, malattie del fegato, problemi cerebrali), non sono sufficienti per scoraggiare i giovani dall’alzare il “gomito”. Dopo quest’incontro abbiamo compreso molte cose. Chi beve alla nostra età lo fa perché crede che sia un divertimento (come magari lo è andando sulle montagne russe), senza pensare alle conseguenze del gesto. Però, dopo aver sviluppato la dipendenza, è davvero difficile disintossicarsi. Non bisogna, insomma, mai cominciare a bere! Alessia Barbieri, Flavia Brunetti, Martina Camassa, Mattia Dell’Anna,Anna Greco, Emanuele Perrucci e Chiara Pia Rainò La maggior parte dei giovani beve alcool per farsi notare dal gruppo di amici con cui si accompagna, specialmente quando gli amici in questione sono più grandi. In questi ultimi anni questo problema va acuendosi, anche perché, a differenza di altre sostanze che creano dipendenza, è possibile trovare e acquistare l’alcool ovunque, senza problemi. Come accade in molte cose, spesso si inizia per gioco, ma si finisce per scivolare nella dipendenza. Non si riesce più a vivere senza alcool e questa assuefazione porta alla rovina. Ormai l’alcool è diventato la gioia più grande per tutti gli adolescenti, nessuno escluso. E’ diventata quasi una moda avere in una mano un bicchiere di cocktail “Angelo azzurro” e nell’altra una sigaretta. Ovviamente ci sono quei ragazzi con un po’ più di intelligenza o di saggezza che non toccherebbero mai un bicchiere di alcool. Ma sono più che rari. Infatti, circa il 90% degli adolescenti, nelle sere del sabato e della domenica, ha una tappa fissa: il consumo di cocktail e di cicchetti. Mi rendo conto che sto dipingendo negativamente gli adolescenti. Con questo, non voglio far intendere di essere una “santa”. Anzi, forse sono peggio di tanti altri, ma mi rendo conto che l’alcool danneggia gravemente la salute. Di questo sono consapevoli tutti gli adolescenti, ma posso assicurare che, se ti trovi davanti ad un locale che vende alcool, magari di sera tardi, insieme ad altri amici, è impossibile resistere alla tentazione. Gli effetti collaterali non tardano ad arrivare: inizia a girarti la testa, ti viene la nausea, non riesci a mantenerti in piedi e non ci si rende conto degli atti incoscienti che si compiono. Giulia Guiderdone perché determina la perdita di autocontrollo 48 (65,75%); perché viola la legge 8 (10,95%); perché può diventare una dipendenza 44 (61,11%); perché è un comportamento condannato a livello sociale (famiglia/scuola/altri adulti/ amici) 20 (27,77%).Alunne: per la salute 72 (88,88%); perché determina la perdita di autocontrollo 56 (69,13%); perché viola la legge 3 (7,7%); perché può diventare una dipendenza 62 (76,54%); perché è un comportamento condannato a livello sociale 17 (20,98%).

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Dipendenze vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv 9 Un documento esclusivo sul consumo di alcool e droghe leggere fra i giovanissimi Una sconvolgente testimonianza sui vizi del sabato sera dei ragazzi fra i 13 e i 16 anni «I miei 14 anni con sigarette, superalcolici ed “erba”» L’alcool e i giovani. Per comprendere il rapporto che c’è fra i miei coetanei e l’alcool, siamo stati stimolati a realizzare delle interviste all’esterno della scuola. Io ho trovato un ragazzo di 14 anni che ha accettato di rilasciarmi un’intervista a condizioni che gli garantissimo l’anonimato. Ecco le sue risposte alle mie domande. Qual è il primo posto in cui ti dirigi quando esci da casa la sera? «Passo dall’abitazione del mio migliore amico e ci rechiamo ad un tabaccaio per acquistare un pacco di sigarette da 20. Dopo incontriamo il resto del gruppo e ci rechiamo nelle stradine di Manduria per fumare senza essere visti». Ma fumate solo ed esclusivamente sigarette? «No, dipende. Se qualcuno riesce a procurarsi un po’ di “erba”, ovviamente non ci rinunciamo. Se invece nessuno riesce a trovare chi ce la vende, per quella serata ci accontentiamo delle sigarette». Siete consapevoli dei rischi che correte fumando l’“erba”? «Si, ma i dan- ni che può arrecarci non possono mai essere superiori alle bellissime sensazioni che ci crea». E quali sarebbero queste bellissime sensazioni? «Innanzitutto dimentichi tutti i problemi. Poi “l’erba” ti fa sentire, in un certo senso, grande». Grande? «Si, voglio dire come i ragazzi che hanno almeno 18 anni». Ah, capisco. E dopo aver fumato cosa fai? «Verso le 20,30 ci rechiamo a mangiare qualcosa in una pizzeria da asporto». Almeno questa è una cosa corretta… E dopo? «Alle 22 circa andiamo tutti nei bar per bere dei cocktail e dei cicchetti (ndr: i cicchetti sono dei piccoli bicchieri di al- cool, che vengono venduti a poco prezzo). Comunemente, fra i cocktail, io preferisco “L’angelo azzurro”». Chi va al posto vostro per acquistare questi super-alcoolici? «Noi» è la risposta di questo ragazzo quattordicenne, che poi scoppia in una risata. Questa violazione alla legge vale anche per le tabaccherie in cui vi recate? «Si». Ma questi super-alcoolici non vi creano nessun effetto? «Nessun effetto? Certo che ci creano dei danni: ci creano una nausea pazzesca, ci gira la testa, si compiono azioni del tutto involontarie». A te è mai capitato? «Si, tutte le sere in cui esco». Cosa ti accade esattamente. «Non mi reggo in piedi, esprimo frasi senza senso e se ci capita di incontrare qualche bambino, si spaventano per le condizioni in cui stiamo…». Ne sei fiero di tutto ciò? «No, per niente». E allora perché lo fai? «Perché mi piace. E’ un’esperienza da condividere con gli amici». Non direi proprio che è una bella esperienza… E dopo aver bevuto cosa fate? «Di solito, dopo aver bevuto, si fa tardi e quindi torniamo a casa». I tuoi genitori non si accorgono delle condizioni in cui sei? «No, perché vado subito a letto». Quando ti svegli al mattino come stai? «Ancora un po’ intontito, ma tutto sommato bene». Prima hai affermato che quando fumi “erba” dimentichi i tuoi problemi. Provi la stessa sensazione con l’alcool? «Si». Che problemi dovresti dimenticare? «Ehmm…». In famiglia? «No, no, proprio in famiglia va tutto benissimo». Quindi problemi con gli amici? «Si, specialmente con loro». Grazie per il tempo che mi hai dedicato. Un’ultima domanda prima di chiudere l’intervista: ma questo rituale che mi hai descritto lo compiono solo i ragazzi della tua età? «Gran parte dei ragazzi di età compresa fra i 13 e i 16 anni scelgono di bere e fumare nelle ore serali». Ok, ciao allora. «Ciao Giulia». Giulia Guiderdone Vi racconto la mia esperienza con un papà alcolista Per lui esisteva solo l’alcool: lo ha preferito alla vita in famiglia La tematica al centro dell’incontro con il Club Alcologico di Martina Franca non è per me nuova. La conosco molto da vicino, poiché nella mia abitazione ho maturato un’esperienza personale con un alcolista: mio padre. Quando si chiede ad un alcolista: «Crede di avere una dipendenza dall’alcool?», lui ti risponderà sempre che non ha problemi con questa sostanza, perché non si rende conto che l’alcool gli crea dei problemi. Mio padre beveva sia in casa che con gli amici. Sola- mente in casa arrivava a bere due litri di vino al giorno, più le birre. Lui era convinto che l’alcool non procurasse effetti negativi alla sua salute o comunque non più di qualsiasi altro alimento. Lui sosteneva che, bevendo alcool, riusciva a rilas- sarsi… Ma in realtà diventava sempre più nervoso e più scontroso. Si innervosiva anche quando mio fratello gli chiedeva di giocare. Molto spesso, infatti, ci mandava in cameretta. La vignetta realizzata da Andreea Dobrea Quando c’era lui in casa, non si poteva fare nemmeno un piccolo saltello per gioco: mio padre infatti aveva sempre mal di testa e si lamentava per ogni rumore. Ha iniziato a bere da ragazzino, assaggiando il vino a tavola mentre si pranzava. La sua dipendenza ha finito per provocare il suo allontanamento da noi. Dapprima mentalmente, perché diceva che eravamo noi (ovvero la sua famiglia), a farlo innervosire e, pertanto, si rifugiava ancora di più nell’alcool. Poi anche fisicamente, perché ha preferito andare via da casa anziché affrontare il suo problema. Tutti lo hanno giudicato e allontanato per il fatto che beveva. Ma prima di tutto io credo che sia stato lui ad allontanarsi da tutti, specialmente da chi provava a dargli un consiglio. Ora è rimasto da solo con l’alcool… Spero che le persone che leggeranno questa esperienza, capiscano che l’alcool fa male e può veramente causare gravi problemi a se stessi e alle persone che li circondano… Vorrei dare anche un consiglio a tutti i ragazzi che già alla mia età bevono: non esagerate con l’alcool, perché ho avuto modo di verificare con i miei occhi i cambiamenti che provoca l’alcool al corpo e alla mente. Vi consiglio seriamente di non iniziare a rovinare la vita già da adesso. L’alcool provoca cambiamenti mentali, che non vanno presi sotto gamba. Non immaginate come si diventa se si abusa dell’alcool: cambierete completamente il vostro carattere senza neppure accorgervene. E poi, infine, rimarrete soli, solo voi stessi insieme all’alcool.. Questo articolo è stato scritto da un allievo della nostra scuola. Omettiamo la firma per tutelare la privacy della sua famiglia. Le cause dell’alcooldipendenza: tante e tutte diverse. Ma non è che siano solo pretesti? Il primo incontro con l’alcol può avvenire in modo diverso da persona a persona. Per alcuni può essere il tentativo di trovare conforto in momenti difficili o in situazioni dolorose, per altri invece può essere una gradevole esperienza fatta in occasioni sociali (allegre compagnie, convivialità, stili di vita e situazioni sociali dove il bere è incoraggiato ecc.). In ogni caso, non dobbiamo dimenticarlo, l’alcol ha la capacità di indurre nel bevitore effetti gradevoli, che possono quindi essere percepiti nelle condizioni più disparate. Abbiamo provato allora a dare delle risposte ad una precisa domanda: “Perché i giovani bevono alcool?” Ne abbiamo trovate tantissime, che sottoponiamo ai nostri lettori: perché bere alcool è normale in certe occasioni, o in certe ricorrenze; perché piace; perché l’effetto è gradevole; perché credono di divertirsi di più visto che incide sull’umore; perché gli amici bevono; perché stimola o rilassa; perché l’alcol si trova dappertutto. Ma ci sono anche altri meccanismi che scattano fra i giovani: sono curiosi e vogliono fare esperienze diverse; vogliono sentirsi adulti; bere alcol è “figo”; i ragazzi vogliono appartenere al gruppo dei pari; i giovani sono attirati dal trasgredire regole e divieti, perché così possono prendere le distanze dai genitori e dagli adulti. Con l’alcol si pensa e si spera di rimuovere temporaneamente certi problemi, come le difficoltà a scuola, i conflitti in famiglia, le delusioni, le pene d’amore. L’alcol dà un momentaneo, apparente sollievo. L’alcol può compensare la noia, la solitudine, le carenze affettive. Può far sentire forti se si è insicuri e si ha poca autostima. Dunque ci si illude di poter superare, con l’alcool, la depressione, i problemi in famiglia, i problemi lavorativi, la crisi con il proprio partner. Molto spesso i giovani si ritrovano proprio per bere a volontà, sino a sentirsi male. E’ questo un atteggiamento da incoscienti, perché non ci si rende conto che l’alcool danneggia la nostra salute e il nostro sistema nervoso. Distrugge il fegato e, poi, l’apparato digerente e i vasi sanguigni. Perché, allora, bere alcool? Tutti questi problemi che un giovane o un adulto potrebbe avere si possono e si devono risolvere diversamente. Magari con il dialogo, magari con l’aiuto della famiglia, che dovrebbe stare più vicina ai ragazzi. Francesca Caforio, Francesco Capogrosso, Andreea Dobrea, Ruben Elia e Fabiana Scorrano

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10 Violenza di genere vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv Un fenomeno che diventa sempre più allarmante: le donne vittime della follia omicida degli uomini Abbiamo ospitato e intervistato Emanuela Coppola e Lia Caprera dell’associazione “Io Donna” di Brindisi Femminicidio, storie di ordinaria violenza Femminicidio, di genere si muore La gravità del fenomeno della violenza sulle donne ha spinto la nostra redazione ad approfondire questo problema. Non passa giorno che in televisione non riferiscono di donne picchiate, maltrattate e, nel più drammatico dei casi, uccise dagli uomini. Per poter meglio descrivere questo fenomeno è stato addirittura inventato un nuovo termine: femminicidio. E’ un brutto termine, ma è ancora più orribile il suo significato: è incomprensibile e ingiustificabile che gli uomini possano ammazzare tante donne, in tutte le parti del mondo. Ci siamo chiesti cosa c’è alla base di questa violenza e, per avere le idee più chiare, abbiamo deciso di invitare a scuola le rappresentanti dell’associazione “Io Donna” di Brindisi, che, con grande gentilezza, hanno accettato di venire sino a Manduria per rispondere alle nostre domande. A questo argomento abbiamo deciso di dedicare ben tre pagine del nostro giornale. Ci sembra doveroso aprire la prima pagina presentando l’associazione “Io Donna”. Gestisce su base volontaria un Centro Antiviolenza a Brindisi (riceve il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 18 alle 20). Offre ascolto telefonico, accoglienza e sostegno alle donne che subiscono violenza domestica, fisica, psicologica, sessuale, economica, stalking e ogni forma di discriminazione derivante dall’appartenenza di genere. L’associazione “Io Donna” è referente per la provincia di Brindisi del numero antiviolenza 1522. Aderisce alla rete nazionale D.I.Re dei Centri Antiviolenza e delle Case Rifugio. Realizza progetti e azioni allo scopo di sensibilizzare, prevenire e formare sulle problematiche della violenza di genere e sulle strategie di contrasto, dando priorità al contatto con le giovani generazioni. La metodologia d’aiuto riconosce valore alla relazione tra donne, assumendola come base per costruire un percorso d’uscita dalla violenza, tempi e le scelte della donna interessata. L’associazione “Io Donna” sostiene il diritto all’autodeterminazione femminile; si attiva affinchè il governo e le istituzioni pubbliche assicurino il rispetto dei diritti umani delle donne e attuino le politiche e le strategie previste dalle convenzioni internazionali. La linea telefonica risponde al numero 0831-522034 tramite una segreteria sempre attiva, dove si possono lasciare messaggi ed essere richiamate con riservatezza dalle operatrici. Denise D’Amato,Annalisa Elefante, Milena Dinoi e Giulia Sammarco Il tema della violenza sulle donne è stato trattato, nella nostra scuola, nel corso di un incontro con Lia Caprera, responsabile legale dell’associazione “Io Donna”, ed Emanuela Coppola, psicologa volontaria della stessa associazione. A loro abbiamo posto delle domande. Ecco il resoconto dell’intervista. Quando è nata la vostra associazione? «L’associazione è nata nel 1995. Inizialmente era un gruppo informale di donne. Poi si è costituita in associazione. E’ stato un lungo percorso, durante il quale ci siamo occupate anche di emarginazione giovanile, di tossicodipendenza e, poi, della condizione della donna. E’ anche un centro di documentazione. “Io Donna” è stato uno dei primi centri antiviolenza della nostra regione». Da quali figure professionali è composta? «Non sono importanti le figure professionali che operano nel centro. Indipendentemente dal titolo di studio, ogni nostra operatrice partecipa ad alcuni corsi di formazione affinchè sia in grado di gestire la relazione di aiuto ad una donna. E’ fondamentale l’approccio e, di conseguenza, il rapporto di fiducia che si crea. Disponiamo comunque di alcune figure professionali specifiche e siamo in grado di fornire il patrocinio legale gratuito alle donne che hanno un reddito basso». Una donna che si trova in uno stato di difficoltà, perché vittima di violenza o di stalking, come riesce a trovare la vostra associazione? «Si può risalire al nostro centro o attraverso il numero 1522 del Dipartimento delle Pari Opportunità (forniscono le indicazioni dei centri attivi più vicini all’utenza che si rivolge al centralino), oppure attraverso internet. Molte volte è utile anche il “passaparola” fra le donne». Come vi comportate quando una donna chiede aiuto a “Io Donna”? «Una volta che avviene il contatto, in base al problema che ci viene esposto, innanzitutto verifichiamo se noi siamo adeguate a fornire l’aiuto: vi sono, infatti, vari livelli di assistenza. Molte volte si rivolgono a noi donne in crisi emotiva, con le quali si avvia un dialogo fatto da molti colloqui. Altre volte ci vengono richiesti altri servizi, come quello di un avvocato che guida la donna nella denuncia, oppure di un medico che certifichi il maltrattamento, o, ancora, di uno psicologo che offra il supporto. In base alla situazione, se necessario, ci occupiamo di aiutare le donne a trovare ospitalità in strutture protette o in case famiglia». Grazie alla vostra attività, avete ricostruito un quadro di quanto accade alle donne nella provincia di Brindisi ? E’ in media con il resto della Puglia? «E’ conforme alle altre realtà pugliesi. Le violenze avvengono nell’ambito della vita coniugale, ma anche nelle convivenze o durante i fidanzamenti. Non sono solo fisiche, ma anche psicologiche, cioè con ricatti di tipo economico e anche sessuale». Quante donne, mediamente, si rivolgono alla vostra associazione ogni anno? «Circa cinquanta. Sino a qualche anno fa le donne erano più restie a chiedere aiuto, perché si provava vergogna a parlare con altri di ciò che accadeva nella propria famiglia: in fin dei conti si trattava di ammettere il fallimento della propria vita di coppia. Ora, invece, la donna si ribella prima». Che tipo di violenza denunciano le donne alla vostra associazione? Violenza fisica o anche violenza psicologica? «Accade di tutto. La violenza psicologica, a mio avviso, fa anche più male di uno schiaffo. Fa sentire la donna senza valore e, quando è frequente, la donna finisce per crederci, perdendo la propria autostima. A volte, per il ricatto l’uomo utilizza anche i figli». Si tratta sempre di violenze che si verificano nell’ambito domestico? Oppure anche nei luoghi di lavoro? «Ci sono anche casi che si verificano nei luoghi di lavoro, ma sono marginali». Di solito, le donne che subiscono violenze sono maggiorenni? Oppure vi è capita- La psicologa Emanuela Coppola e la responsabile legale Lia Caprera dell’associazione “Io Donna” di Brindisi to qualche caso di donne minorenni? «Non affrontiamo direttamente le violenze sulle minorenni. In quel caso servono procedure particolari». Dopo quanto tempo, mediamente, una donna decide di denunciare la sua situazione, dopo aver a lungo subito violenze e umiliazioni? C’è un momento particolare in cui decidono di chiedere aiuto? «Nella maggior parte dei casi la donna sopporta sino a quando non coglie che anche i propri figli sono a rischio. Scatta in questo caso il senso di protezione dei figli. In altri casi, si prende la distanza dal marito violento quando la donna accerta che è stata tradita e quindi prende atto che la vita di coppia è finita. Naturalmente, anche le aggressioni violente, se ripetute, inducono alla denuncia». Ricordate dei casi che vi sono rimasti impressi? «C’è un caso, in particolare, che ci ha colpito. Ha coinvolto una donna che era maltrattata e tradita. Il marito non le dava soldi, né le consentiva di comprare il necessario per le sue esigenze primarie. Riuscì ad andare via, ma il marito fece un annuncio ad una tv privata che la ricercava, facendo credere che avesse abbandonato la casa senza motivo. Pur avendo una paura tremenda del marito, accettò di denunciarlo. Ma, dopo un’udienza, il marito l’ha seguita, ha visto dove viveva e una mattina l’ha aspettata sotto casa: l’ha strattonata per costringerla a salire in auto. Fortunatamente l’episodio fu notato e ci fu una denuncia ai carabinieri per sequestro di persona. Quell’uomo fu denunciato». La donna che denuncia il proprio aguzzino è poi al sicuro dalla vendetta? «Le leggi ci sono, ma purtroppo bisogna fare i conti con due problemi: a volte non vengono applicate e altre volte vengono applicata tardivamente. Bisogna invece essere più tempestivi, altrimenti si rischia di non garantire la necessaria sicurezza alla donna e ai figli». Perché tante donne subiscono violenza dagli uomini? Cosa scatena negli uomini la violenza nei confronti della donna che dovrebbe amare? «La condizione femminile nella società è andata sempre progredendo, sia nel mondo lavorativo, sia nel sociale, sia nella crescita culturale. Questo progresso non sempre viene percepito positivamente dall’uomo, che lo prende come una insidia al potere maschile. Credo si tratti di un momento di cambiamento del rapporto fra uomo e donna». Credete che i femminicidi o gli episodi di stalking caratterizzano solo la società attuale? «Ci sono sempre stati, anche in passato. Faccio un esempio: sino a non molti anni fa, la legge italiana concedeva un’attenuante al marito che ammazzava la propria moglie in caso di tradimento. Era il cosiddetto delitto d’onore. Le violenze ci sono sempre state. Forse adesso se ne parla di più». Cosa si potrebbe fare per arginare tutta questa violenza? «Si deve informare la gente e bisogna offrire i servizi. Bisogna puntare sulla cultura e sulla formazione». Martina Camassa Graziano Capogrosso Diletta Lacalamita Emanuele Perrucci Mattia Tarentini

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Violenza di genere vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv 11 ESCLUSIVO – L’intervista ad Adriana, una donna vittima di stalking «Manifestava la sua aggressività verso i figli in proporzione all’intensità dei litigi e alla mia disponibilità sessuale» «Il mio inferno con un marito violento» Grazie alla disponibilità dell’associazione “Io Donna”, abbiamo ottenuto, in esclusiva, l’intervista ad una donna che ha subito violenza domestica. Pur tutelando la sua privacy, siamo riusciti a farci raccontare la sua triste storia di umiliazioni e di sopraffazioni anche fisiche, che coinvolgevano anche i suoi due figli. Crediamo si tratti di una importante testimonianza, che dovrebbe indurre tutti noi alla riflessione. La donna che abbiamo intervistato si chiama Adriana, ha 45 anni, vive in provincia di Brindisi. Ha una figlia, un figlio e una nipotina, svolge un’attività autonoma, attualmente è single. Ama gli animali, la lettura e la natura. Ha incontrato il problema della violenza domestica 12 anni fa, ma fortunatamente è completamente uscita. La sua è una storia a lieto fine. Ricorda quando ha conosciuto l’autore delle violenze nei suoi confronti? «Ho conosciuto l’autore delle violenze, mio marito, all’ultimo anno della scuola media superiore. Mi fu presentato da un’amica, allora mi parve molto allegro, tranquillo e simpatico. Mi si presentò come vittima della sua famiglia e manifestò un forte desiderio di creare/crearsi un proprio nucleo familiare per poter vivere tranquillo, dal momento che, per esigenze di lavoro, era lontano da casa per lungo tempo e al suo rientro non voleva vivere situazioni di conflitto. D’altro canto, poiché anch’io vivevo una difficile situazione, avevo maturato l’esigenza di uscire dalla mia famiglia d’origine e questa si presentava come la strada più semplice per venirne fuori». Cosa la colpì di quest’uomo? Inizialmente era dolce? «Di lui mi colpì il suo bisogno di comprensione e di intimità affettiva che mi faceva sentire importante e allo stesso tempo avvertivo che potevo essere utile all’altro. A causa della mia esperienza familiare non era così semplice per me avere esempi e parametri per riconoscere la dolcezza di un uomo». Prima di maturare la decisione di sposarlo, il suo ex marito le aveva mai usato violenza? Oppure si erano verificati episodi dai quali lei avrebbe potuto sospettare della sua tendenza alla violenza? «Prima del matrimonio le violenze che avvenivano io non le avvertivo come tali, anzi le interpretavo come attenzioni, senso di protezione nei miei confronti. Infatti si trattava di una serie di violenze psicologiche, sottili, apparentemente innocue. Per esempio la pretesa di rimanere in casa in attesa delle sue telefonate e di dover rendere conto dettagliatamente della vita quotidiana (orari, luoghi, frequentazioni). A questo aggiungo che durante il fidanzamento si verificarono da parte sua dei comportamenti di prevaricazioni dove non potevo esprimermi e venivo zittita con frasi svalorizzanti e toni alti della voce. Ciò accadeva soprattutto quando l’attenzione degli altri era focalizzata su di me e sulle mie opinioni». Ricorda qual è stato il primo episodio di violenza fisica? «Dopo circa tre anni dal matrimonio avvenne il primo epi- sodio di violenza fisica, durante una discussione su suoi comportamenti in relazione alla figlia di allora tre anni, lui mi prese per le spalle, strattonandomi. Reagii verbalmente e si bloccò sorpreso dalla mia reazione». Da quest’uomo ha avuto anche figli? «Si, ho avuto una figlia e un figlio». Se ha avuto dei figli, l’uomo è stato violento anche nei loro confronti? «Si, è stato violento anche nei loro confronti a livello fisico, psicologico ed economico. Mio marito era infastidito dalla presenza dei bambini quando giocavano, ridevano e parlavano; viveva i figli come un disturbo e li allontanava con modalità aggressive, sia fisiche che verbali. Non partecipava ai loro giochi, era quasi sempre assente alle loro feste di compleanno; era incapace di dare affetto. Ho educato i miei figli da sola, e a causa di questo suo atteggiamento, anche il mio lavoro educativo era compromesso dalle sue intrusioni distruttive. Peraltro, i bambini si ritrovavano ad avere un profitto scolastico oscillante, migliorava quando lui era assente, peggiorava quando era presente. Mia figlia, da adolescente, per lungo tempo si fece pipì addosso; ed ebbe persino difficoltà ad essere interrogata da insegnanti uomini. Aggiungo che lui, pur avendo un ottimo stipendio, centellinava il denaro al minimo, tanto che i miei figli erano privi di abbigliamento e giochi, una vera e propria violenza economica. Vivevo in una condizione di ricatto continuo perché lui manifestava la sua aggressività verso i figli in proporzione all’intensità dei litigi e alla mia disponibilità sessuale». Inizialmente, ha deciso di perdonare il suo ex marito? Sperava che potesse cambiare? «Io non ho mai deciso di perdonare, ho solo resistito mettendo in atto strategie per contenere la sua aggressività verbale, le minacce e i ricatti economici. Non sempre ho ottenuto i risultati sperati, molte volte ho ceduto ai ricatti e ho perso la speranza in un suo cambiamento». Ricorda quando ha iniziato ad avere paura? «Ho iniziato ad avere realmente paura quando lui mi disse che dovevo andare via da casa e quando mia figlia, all’età di sei anni, mi confidò che non voleva più rimanere da sola col padre, perché questi le aveva detto che sarebbe stata portata in un istituto a Mazara del Vallo. Quindi la bambina temeva di essere allontanata da me». Ha mai confidato a qualcuno gli episodi di violenza che ha subito? «No, non ho confidato a nessuno di questa situazione, perché volevo proteggere me stessa e la mia famiglia da commenti e giudizi. Infatti, conoscendo il pensiero dei parenti del mio ex marito, degli amici e dei conoscenti, sapevo che essi, invece di aiutarmi, mi avrebbero detto di sopportare. Riconosco che anch’io vivevo questa situazione con un senso di fallimento». Dove si è rivolta per chiedere aiuto? «La prima richiesta di aiuto l’ho rivolta ad un avvocato per avere assistenza legale nella separazione coniugale. Ho deciso di separarmi da mio marito perché non vedevo più via d’uscita e perché non volevo che i miei figli stessero fisicamente e psicologicamente male a causa di questa terribile situazione familiare. Non sopportavo più la sofferenza dei miei figli e le continue minacce da parte di mio marito di privarmi di loro e di qualsiasi sostentamento economico. In sostanza i miei figli sono stati sia motivo di resistenza alla violenza domestica, sia motivo di liberazione da essa. Nel corso della separazione sono emerse delle carenze a livello legale che mi hanno spinto a rivolgermi all’associazione “Io Donna”, su suggerimento di un’amica. Qui ho ricevuto una nuova assistenza legale tramite il gratuito patrocinio perché non avevo reddito. E cosa ancora più importante mi sono sentita compresa e riconosciuta nella mia sofferenza. Ho iniziato un percorso di aiuto, dove potevo finalmente parlare liberamente e senza paura. Ho trovato un luogo, un sostegno psicologico e l’ascolto di un’altra donna, un’operatrice del Centro Antiviolenza, che mi hanno ridato fiducia nelle mie capacità e nelle mie scelte. Man mano che procedevo in questo percorso ho provato la bella sensazione di ritrovare me stessa, fisicamente e psicologicamente, di guadagnare sintonia tra corpo e mente e prendere il controllo della mia vita». Le forze dell’ordine le hanno garantito la necessaria protezione? «Nel mio caso ci fu solo un intervento delle forze dell’ordine dopo un litigio con mio marito. Essi furono carenti perché non approfondirono le dinamiche del fatto e le ragioni, quindi la loro percezione fu errata e si limitarono ad un suggerimento di bonaria riconciliazione, assolutamente inutile ed inadeguato, soprattutto perché vi era la presenza dei miei due figli minori». Quali misure hanno adottato i giudici nei confronti del suo ex marito? «Il mio ex marito non ha mai rispettato i provvedimenti della separazione relativamente al versamento dell’assegno di mantenimento per me e per i figli, che mi furono affidati dal giudice. A causa di ciò sono stata costretta ad intraprendere diverse azioni legali affinché rispettasse la sentenza di separazione. Inoltre, per gravi carenze di carattere legale, ho dovuto rinunciare per un anno ad una parte dell’assegno di mantenimento per ottenere garanzie sulla disponibilità della casa familiare, che era stata acquistata insieme prima del matrimonio. In più ho dovuto lavorare in nero e sottopagata». Ora ha ancora paura del suo ex marito? «No, non ho più paura di lui da tempo. Vivo serenamente, mi sento libera e sono or- gogliosa di me e delle mie scelte». Cosa suggerirebbe ad una donna che vive la sua stessa esperienza? «Prima di ogni azione, la premessa è avere consapevolezza della violenza che si sta abbattendo nella propria vita. Accanto a questa occorre l’assunzione di responsabilità da parte della società, per non lasciare sole le vittime e non favorire gli autori delle violenze. Ogni donna deve avere la possibilità e la libertà di decidere della propria vita. L’aiuto esterno è fondamentale per prendere le decisioni e portarle avanti con tempi adeguati alle esigenze proprie e dei figli (quando ci sono). Infatti, la sola forza di volontà non basta ad uscire da una relazione violenta; la disperazione e l’angoscia prendono il sopravvento e non ti fanno vedere la realtà obiettivamente. Perciò credo che i Centri Antiviolenza siano indispensabili a sostenere le donne coinvolte in queste problematiche e a promuovere un cambiamento della società in termini di mentalità, comportamenti e pregiudizi». A cura della redazione del Prudenzano Magazine

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12 Violenza di genere vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv I tanti volti della violenza di genere Non c’è solo quella fisica. Ci sono anche quelle sessuali, psicologiche, economiche e lo stalking Alcune riflessioni La violenza contro le donne è forse la violazione dei le condizioni diritti umani più vergognosa. Essa non conosce con- per il protrar- su questo fenomeno fini né geografia, cultura o ricchezza. Finchè continuerà, si della vionon potremo pretendere di aver compiuto dei reali pro- lenza. Una volta, a causa dell’ignoranza e della sottomissione all’uomo, molto spesso le donne erano vittime di violenza da parte del proprio compagno. Ad aumentare questi episodi, contribuiva anche il fenomeno dei matrimoni combinati: le donne erano costrette a sposare uomini che non amavano. Per via della paura di essere giudicate dagli altri, spesso non denunciavano le violenze subìte, alimentando così la sottomissione. Oggi le donne hanno raggiunto la parità dei diritti rispetto all’uomo e queste le ha rese più coraggiose nel denunciare le violenze subìte. Riteniamo, comunque, che “solo un piccolo uomo usa la violenza per sentirsi grande”. Come può, infatti, un uomo definirsi tale se poi è così vile nei confronti della donna che dice di amare? Abbiamo sentito parlare di violenza fisica, psicologica talmente brutale che porta a volte la donna a pensare che sia colpa sua, che tutto ciò lo meriti, in un modo o nell’altro. Abbiamo sentito parlare di violenza su donne extracomunitarie così folli da pensare che Dio le abbia dimenticate. gressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace. La violenza di genere costituisce una delle piaghe più drammatiche della società contemporanea. Per violenza fisica si intende qualunque tipo di atto che determini un danno al corpo della donna. La gamma di azioni è molto vasta: dalle lesioni alle percosse, dalle ustioni alle fratture, alle lacerazioni, fino ai tentativi di strangolamento o di soffocamento. La maggiore o minore gravità è spesso contestuale, ma non di rado si assiste ad una escalation di manifestazioni violente, per frequenza e modalità. La violenza sessuale può andare dalla “semplice” molestia verbale, allo stupro, passando per qualunque forma di abuso corporeo. Tale tipologia di violenza può determinarsi sia esternamente alla relazione di coppia (si pensi, a tale proposito, ai casi di mobbing o di ricatti sessuali subìti dalle donne sul posto di lavoro, per arrivare agli stupri per opera di sconosciuti), sia internamente: non sono rari i casi di abuso o di obbligo da parte del partner, che può obbligare la propria compagna ad avere rapporti non graditi o non voluti, spesso sotto minaccia. La violenza psicologica rappresenta una tipologia di violenza che non lascia segni fisici, ma che, tuttavia, può mostrarsi fatale per la vita della donna al pari di altre forme di violenza, apparentemente più gravi. Per violenza psicologica si devono intendere tutti gli atti vessatori, denigratori, offensivi o punitivi, tra cui atteggiamenti di disistima e di rifiuto, volti ad annullare il soggetto e a distruggerne l’autostima secondo una logica di controllo e di sottomissione. Il clima di terrore che si crea, determina un processo di isolamento da parte della vittima, indebolendola ancora di più e impedendole la possibilità di confronto o di richiesta d’aiuto, perpetuando dunque Per violenza economica si intende quella specifica patologia relazionale in cui la donna dipende sul piano economico più o meno completamente dal proprio partner. Le manifestazioni che essa può assumere vanno dall’impedimento dell’accesso al mondo lavorativo, fino al sequestro vero e proprio dello stipendio, “gestito” unicamente dal partner. Il potere finanziario che l’uomo va ottenendo contribuisce a rinforzare la strategia di controllo che colloca la donna in una posizione di totale sottomissione. L’ultima frontiera della violenza contro le donne è rappresentata dallo stalking, termine con cui si indica un atteg- giamento persecutorio assunto da un partner o, più frequentemente da un ex-partner (ma anche semplicemente da un conoscente), perpetrato nel tempo e volto a ingenerare nella vittima stati di ansia, di paura e non di rado di timore per la propria incolumità fisica, che compromettono il normale svolgimento della quotidianità e della vita di relazione. Le attività dello stalker sono diversificate: si va dal reiterato tentativo di comunicazione con la vittima (telefonate, richieste di incontri, pedinamenti), al discredito e alla vessazione (scenate compiute sul luogo di lavoro, o di fronte ad un nuovo partner, o alla famiglia), per giungere fino alla distruzione di proprietà private e a minacce che possono coinvolgere la vittima come anche le persone ad essa affettivamente legate. La redazione Noi pensiamo che se ci fossero pene più dure e magari un intervento più tempestivo delle forze Quando la violenza psicologica fa più male di quella fisica: dell’ordine, l’uomo ci penserebbe due volte prima di far prevalere la offende e calpesta, infatti, la dignità della donna sua … “virilità del cavolo”! La violenza psi- pesta la dignità della donna e cologica e ver- in molti casi precede la violen- Mattia Dell’Anna, Ruben Elia, bale è una tipologia za fisica. Molto spesso per la Matteo Micelli e di maltrattamento in donna diventa un problema Emanuele Perrucci cui si offende e cal- secondario, quasi un atteggia- mento normale, al quale non si fa caso. Questo comportamen- Un brutto neologismo che to violento, inizia però ad es- fa paura: il femminicidio sere considerato quando si minaccia o viene utilizzato con- Il termine “femminicidio”, nato in occasione della strage tro i figli o i familiari della dondelle donne di Ciudad Juarez, in Messico, indica la vio- na stessa, in questo caso la lenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta con- maggior parte di esse decide tro la donna «in quanto donna». di chiedere aiuto. Il termine “femicide” (in italiano “femminicidio” o “femi- Alcuni atti persistenti che pos- cidio”) nacque per indicare gli omicidi della donna “in quan- sono ritenersi normali o sem- to donna”, ovvero gli omicidi basati sul genere, ovvero la plici richiami nascondono, in- maggior parte degli omicidi di donne e bambine. vece, delle vere e proprie vio- Non stiamo parlando soltanto degli omicidi di donne com- lenze piscologiche nei con- messi da parte di partner o ex partner, stiamo parlando anche fronti della donna; come ripor- delle ragazze uccise dai padri perché rifiutano il matrimonio tiamo a titolo puramente di non essere una buona mo- solo da combattere visto la sua Innanzitutto credo che bi- che viene loro imposto o il controllo ossessivo sulle loro esaustivo: glie; - minaccia di non farti ve- entità, ma è necessaria, a mio sogna insistere sull’idea vite, sulle loro scelte sessuali, e stiamo parlando pure delle - il tuo partner critica il tuo dere più i tuoi figli; - minaccia avviso, un’azione più profon- della parità tra i sessi, per- donne uccise dall’AIDS, contratto dai partner sieropositivi modo di parlare, di muoverti, di uccidersi se non acconsenti da che non può essere limitata ché fino a quando non si che per anni hanno intrattenuto con loro rapporti non protet- di vestire; - ti critica anche da- a fare ciò che vuole. al controllo del territorio o a raggiungerà una totale pa- ti tacendo la propria sieropositività, delle prostitute conta- vanti ai figli; - ti rimprovera da- Le donne che subiscono pene più severe. Questi stru- rità, le violenze, in partico- giate di AIDS o ammazzate dai clienti. vanti agli amici per quello che violenza psicologica sono cir- menti sono certamente utili ma lare quella domestica, sa- La violenza generalmente avviene su chi è più debole (e dici o per come ti comporti; - ti ca 7 milioni e 134 mila. non bastano. E’ necessaria ranno all’ordine del gior- quindi si infierisce sulle donne) e questa è una situazione chiede di cambiare il tuo aspet- Le forme più diffuse sono un’azione che contribuisca alla no. Poi bisogna mettere in sconvolgente. Ancor di più lo è ciò che ci hanno raccontato to fisico per compiacerlo; - non l’isolamento o il tentativo di crescita culturale della socie- atto azioni e progetti che le due rappresentanti dell’associazione “Io Donna”: in alcu- ti permette di telefonare e/o di isolamento (46,7%), il control- tà. diano maggiore fiducia e ne parti del mondo ci sono uomini che vengono addestrati vedere i tuoi familiari; - non ti lo (40,7%), la violenza econo- Accanto alla prevenzione sicurezza alla donna vitti- alla violenza esercitandosi con le donne o con le ragazze. permette di uscire da sola o con mica (30,7%), la svalorizzazione prima e alla protezione dopo la ma, favorendo in tal modo A noi pare semplicemente assurdo! le tue amiche; - ti segue; - con- (23,8%) e le intimidazioni violenza, bisogna cambiare la denuncia delle violenze trolla le tue telefonate e i tuoi (7,8%). due atteggiamenti che caratte- subite. Milena Dinoi sms; - ti accusa di non essere La violenza sulle donne, rizzano il fenomeno della vio- Annalisa Elefante una buona madre; - ti accusa dunque, non è un fenomeno lenza contro la donna. Giulia Mero

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L’eco-clown vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv 13 Svolgeva la professione di avvocato a San Paolo del Brasile: ora vive nella foresta La foresta amazzonica, Un eco-clown per salvare l’Amazzonia il polmone verde del mondo La storia di Magnolio, che ha deciso di dedicare la sua vita per difendere la natura Un clown per salvare l’Amazzonia. Fra i tanti personaggi che abbiamo incontrato a scuola nel corso del laboratorio di giornalismo, il più singolare è stato senza dubbio Magnolio, al secolo Paulo Roberto Sposito De Olivera. E’ un brasiliano che ha vissuto nella prima parte della propria vita a San Paolo, dove svolgeva la professione di avvocato. Ad un certo punto della propria vita ha deciso di svestire la toga per indossare i panni del clown. Non un clown normale, ma un ecoclown. Lui, infatti, oggi vive nell’Amazzonia e fa parte di una organizzazione non governativa, denominata “Saude e Alegria” (salute e allegria), che ha come finalità proprio quella di difendere la foresta amazzonica dalle speculazioni. Grazie alla disponibilità dell’on.Angelo Bonelli e della intermediazione di Gregorio Mariggiò, siamo riusciti a far venire nella nostra scuola Magnolio. E’ venuto fuori un incontro a tratti molto spassoso per la simpatia dell’eco-clown, che però, nello stesso tempo, ci ha fatto molto riflettere su come il nostro pianeta sia a rischio a causa degli interessi di tanta gente senza scrupoli. «Il nostro primo obiettivo è quello di insegnare alle popolazioni indigene i loro diritti» ha raccontato Magnolio in portoghese (ha tradotto le sue parole in italiano Angelo Bonelli). «I bambini, in particolare, hanno il diritto alla salute, allo studio e al gioco, ma loro non lo sanno. Molto spesso, però, già dalla tenerissima età vengono impiegati in duri lavori. Gli adulti hanno il diritto di vivere nella propria terra, all’interno della foresta, che invece è costantemente oggetto di ogni tipo di speculazione». In pochi mesi sono stati distrutti 1.700 kmq di foresta primaria: è come se fosse scomparsa una superficie maggiore della grande megalopoli di San Paolo e, secondo i dati do un ente che monitora da oltre 20 anni i processi di deforestazione in Amazzonia, la tendenza continuerà ad aumentare nei prossimi mesi. «Siamo attuando il progetto “Territorio di apprendimento”, che prevede il coinvolgimento delle popolazioni locali in diverse attività» ha fatto presente Magnolio. «Attraverso il gioco e le attività ludicosportive è più facile trasmettere i principi per i quali noi ci battiamo: tutti insieme dobbiamo difendere la foresta amazzonica. Diffondiamo i consigli per evitare malattie e per difendersi dai contagi, e insegniamo loro anche la pratica dell’economia forestale sostenibile». Ci ha anche spiegato le ragioni del nome dell’organizzazione non governativa di cui fa parte: “Saude e Alegria”. «Entrando nella vostra scuola, ho notato un manifestino in cui si parlava di un progetto di educazione alla salute attuato in questo istituto. Ho pensato: allora facciamo le stesse cose» ci ha detto sorridendo. «Anche io parlo di salute e lo faccio trasmettendo allegria. Ciò perché l’allegria è la salute dell’anima. Stampiamo delle pubblicazioni per raccontare l’attività che svolgiamo, ma anche per insegnare alle popolazioni del posto tante cose». Magnolio aiuta gli Indios a utilizzare anche le tecnologie avanzate. «All’interno della foresta amazzonica ora utilizzano internet. Vi sembra impossibile che ciò avvenga in un luogo in cui non ci sono l’energia elettrica e il collegamento alla rete? Eppure ci siamo riusciti. Per la mancanza di energia elettrica utilizziamo i pannelli solari; per la rete, siamo riusciti a collegarci attraverso il satellite. A cosa può servire internet all’interno dell’Amazzonia? Grazie a questo strumento le popolazioni indigene possono comunicare in tutto il mondo e, quindi, possono pubblicizzare e vendere i loro prodotti». Magnolio ci ha anche riferito che organizza una serie di competizioni sportive, come accade alle Olimpiadi, fra le varie tribù dell’Amazzonia. Si gioca a calcio, a pallavolo, a dama. Vi sono anche le gare di atletica leggera. Si danza e si fa teatro. Hanno partecipato circa 150 squadre. «Assegniamo l’Oscar della Foresta. Ma tutte queste competizioni servono anche a riunire la gente per discutere dei problemi della foresta.Alla fine ci sono delle feste grandissime, in cui ognuno porta da mangiare e tutti mangiano gratuitamente». Tanti i progressi che sono stati fatti. «Prima si beveva acqua non potabile e tanta gente moriva. Oggi la gente non muore più per questo motivo. La vita è il principale risultato che noi otteniamo». Francesco Capogrosso Ruben Elia Matteo Micelli Simone Perchio La foresta amazzonica è un fornitore indispensabile di servizi ecologici non solo per i 30 milioni di persone che la abitano, ma anche per il resto del mondo: contribuisce a stabilizzare il clima locale e globale, è ricchissima di biodiversità e risorse naturali ed è importante anche dal punto di vista socio-economico. Una superficie così estesa e continua di foresta come quella amazzonica influenza fortemente il clima in maniera diretta e indiretta e regola in modo determinante il ciclo globale del carbonio e quello delle acque. Le foreste amazzoniche dipendono da un clima che loro stesse contribuiscono a conservare. Nel momento in cui clima e foreste non sono più in grado di sostenersi a vicenda, si può innescare un altro circolo vizioso, in cui il clima locale cambia e un maggior numero di alberi muore; più alberi muoiono, più il clima cambia. “Il polmone verde del mondo”, come viene definita la foresta amazzonica, l’immensa distesa arborea e fluviale dell’Amazzonia costituiscono il principale mezzo naturale per il recupero di C02 e ogni albero produce 20-30 litri di ossigeno ogni giorno. La foresta amazzonica ha un’importanza vitale per l’intera umanità ma, nonostante ciò, la deforestazione selvaggia continua ad abbattere questo immenso patrimonio naturale: in un solo anno (luglio 2012-luglio 2013) sono spariti 5.843 chilometri-quadrati di foresta pluviale, un 28% in più rispetto al precedente anno. La deforestazione in Amazzonia viene eseguita col metodo “taglia e brucia”: prima si abbattono gli alberi e poi si incendia il sottobosco rimanente. Un sistema che arreca gravi danni al terreno in quanto la cenere fertilizza per poco tempo, mentre la distruzione del sottobosco devasta l’habitat della foresta pluviale accelerando fenomeni erosivi del terreno. Il disboscamento dell’Amazzonia, la più grande estensione al mondo di foresta primaria (13 volte la superficie dell’Italia), sta inoltre causando un aumento di anidride carbonica nell’atmosfera, conseguenza diretta del riscaldamento globale. Magnolio, un clown dal cuore d’oro Ha lasciato i comfort per difendere la natura Il messaggio di Magnolio è stato chiaro: è importante salvare la foresta, salvaguardare gli indios che la popolano, insegnare loro la pratica dell’economia forestale sostenibile. Al primo impatto, Magnolio, travestivo da clown, è davvero molto buffo. Ci si aspetta da lui giochi e scherzi, come ogni clown. Lui, in effetti, ci ha coinvolto in tanti modi simpatici, ma, nello stesso tempo, ci ha rivolto dei messaggi molto chiari ed eloquenti sulla sua opera in Amazzonia e sul suo amore nei confronti della natura e delle persone che in quei luoghi sono nati e vivono. Si nota subito il suo cuore grande. D’altronde, chi lascerebbe la propria professione, abbandonando la propria abitazione e i propri comfort, per trasferirsi in mezzo alla foresta amazzonica per difendere la popolazione che vi abita e, soprattutto, la natura? Vanessa Caraccio, Milena Dinoi, Annalisa Elefante e Mattia Tarentini

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14 Dipendenze vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv Viaggio nel mondo della ludopatia Quando il gioco diventa un’ossessione L’incontro con le associazioni “Giocatori Anonimi” e “Gam Anon” La dura testimonianza di Angelo, oggi in cura dai “Giocatori Anonimi” Malati di gioco Un grave problema che affligge la nostra società è la ludopatia, o gioco compulsivo. Questa è una malattia progressiva, che non può essere curata, ma che può essere arrestata, e che costringe chi ne è affetto a continuare a scommettere, a giocare d’azzardo, perdendo tutto quello che ha. «Si fa presto a passare da giocatore sociale, persona senza dipendenze che gioca occasionalmente e sempre basse somme, a giocatore compulsivo, persona la cui stessa vita è basata sul gioco d’azzardo e che gioca somme sempre più alte, incoraggiato dalle vincite che lo esaltano e gli fanno spendere ciò che ha vinto e oltre» hanno detto i rappresentanti delle associazioni “Giocatori Anonimi” (che raggruppa giocatori in fase di cura) e “Gam Anon” (composta dai loro familiari). «Si rischia di incappare quindi in un vortice, in un tunnel da cui è molto difficile uscire. E la cosa peggiore è il fatto che, pur di continuare a giocare, il giocatore compulsivo è disposto anche a rubare, a commettere azioni illegali». Come se perdere denaro in quantità non bastasse, il giocatore compulsivo perde anche la fiducia degli amici e dei cari, che spesso lo portano anco- La dipendenza dal gioco è uguale a quella dalla droga L’evoluzione del giocatore nell’era multimediale Per comprendere il significato del termine “ludopatia” dobbiamo ricorrere al latino: ludo sta per gioco e patia per malattia. Letteralmente, sarebbe malattia del gioco. Qualsiasi persona potrebbe sottovalutarla e pensare che la ludopatia non danneggi, ma, al contrario di quanto si possa pensare, può portare alla perdita della famiglia, del lavoro e di conseguenza della casa. Può portare addirittura a commettere azioni illegali e alla perdita della vita del giocatore tramite il suicidio. Il vero problema di questa malattia è che il giocatore non ammette di soffrirne: lui nega sempre e, al limite, è convinto di poter porre rimedio da solo. Per questo sono sorte associazioni che aiutano i giocatori e le famiglie, perché anche i familiari svolgono un ruolo importante, come quelli che abbiamo avuto il piacere di intervistare. Il compito delle famiglie è quello di aiutare i giocatori a ritornare alla propria vita. Il giocatore riesce a venir fuori dall’incubo solo se ha una volontà molto spiccata. Ma è chiaramente meglio non iniziare mai a giocare. La dipendenza che svilup- pa è simile a quella che i tossicodipendenti sviluppano verso la droga. Il giocatore d’azzardo patologico mostra una crescente dipendenza nei confronti del gioco, aumentando di conseguenza la frequenza delle giocate, il tempo passato a giocare, la somma spesa (nell’apparente tentativo di recuperare le perdite), investendo più delle proprie possibilità economiche e trascurando gli impegni che la vita richiederebbe. Ciò che attrae di più di questi giochi è il miraggio di vin- cere dei soldi facilmente (c’è anche una pubblicità in tv in questo senso), invece le slot machine sono programmate perché il giocatore perda nella maggior parte dei casi. Nell’era “multimediale”, la figura del giocatore d’azzardo subisce una “evoluzione”: prima era facilmente individuabile, “segregato” nei luoghi a lui deputati. Ora chiunque sia in possesso di un computer collegato a internet e di una carta di credito può diventare un giocatore compulsivo. Il gioco on line è estremamente pericoloso da questo punto di vista, perché, nella solitudine della propria casa, il giocatore non ha freni, né inibitori, né pratici. Ha infatti la possibilità di accedere al gioco sempre, senza incorrere nello sguardo giudicante altrui. Viene così anche a mancare la funzione socializzante del gioco, che invece diviene solitario. Il soggetto rimane imprigionato in questa dipendenza, al punto da trascurare, nei casi patologici, i rapporti umani, sociali e familiari. Giulia Mero ra di più a chiudersi nel gioco d’azzardo. Quando un giocatore compulsivo comincia a rendersi conto della situazione, prova a smettere di giocare senza chiedere aiuto: questa arroganza lo porta spesso a fallire e il giocatore comincia a sentirsi sbagliato e moralmente debole. Ed è proprio per questi giocatori che è nata l’associazione “GiocatoriAnonimi”, che ha una sede anche a Taranto (cell.: 340/1214014), e che grazie ad un efficace programma, garantendo a tutti l’anonimato, è riuscita a liberare moltissimi giocatori da questa dipendenza. Accanto all’associazione “Giocatori Anonimi”, opera l’associazione “Gam Anon”, composta dai familiari dei giocatori, che si riuniscono per condividere esperienza, forza e speranza, allo scopo di risolvere il problema comune e affrontarlo con più serenità. Mattia Dell’Anna Emanuele Perrucci Nei vecchi giorni avevo esperienze talmente devastanti che mi inducevano a giurare che non le avrei mai più rivissute. Ero assolutamente sincero in quei momenti di … disperazione, ma, nonostante le mie intenzioni, il risultato era sempre lo stesso. Alla fine, il ricordo della mia sofferenza svaniva, come il ricordo della mia promessa, e quindi commettevo di nuovo l’errore che mi portava a stare peggio di prima. Questo è il risultato di 30 anni di gioco d’azzardo: conseguenze devastanti, un vero decadimento fisico, mentale e psicologico per me e le persone coinvolte. Poi la mia vita è cambiata quando sono arrivato in Giocatori Anonimi, portato e guidato (ne sono certo), da una Un dramma che finisce per essere esteso a tutta la famiglia Il dramma di chi è affetto da ludopatia finisce per essere inevitabilmente esteso anche ai familiari. La serenità viene meno sia al compagno o alla compagna del giocatore, sia ai figli. Questi ultimi possono reagire in differenti modi. Potrebbero seguire le orme del padre, diventando essi stessi dei giocatori; portare con sè una cicatrice psicologica per tutta la vita; i più forti e determinati, si trasformano nei veri “genitori” della famiglia, aiutando il padre o la madre a superare questa dipendenza. Tutti i giochi sono pericolosi, ma il più pericoloso di tutti, a nostro avviso, è la slot machine: le luci e i suoni riescono a calamitare l’attenzione e l’interesse del giocatore, che sviluppa la dipendenza, spende tutto quel che ha e, spesso, inizia a rubare in casa e a volta anche all’esterno della casa pur di poter soddisfare questo irrefrenabile desiderio. Le slot machine, poi, funzionano con un programma che dispensa in vincite solo una parte ridotta dei soldi che vengono giocati. Ci sono poi gestori disonesti, che manomettono il programma e, a quel punto, la slot machine dispen- sa in vincite solo poche briciole. Il gioco, insomma, provoca un disagio economico a tutta la famiglia, costretta a chiedere prestiti per cercare di far fronte ai debiti contratti dal giocatore. Una malattia che diventa una vera e propria ossessione. Ora si può giocare alle slot machine anche stando seduti a casa davanti al computer. Insomma, le occasioni per giocare sono sempre in agguato. Ma se il gioco provoca tanti danni, perché lo Stato non decide di eliminare le sale-giochi? La risposta è semplice: lo Stato ha degli introiti e, quindi, non eliminerà mai una fonte di entrata. Anche se poi è costretto a spendere parte di quei soldi per curare chi è affetto da ludopatia. C’è un’unica strada per fermare la malattia: la forza di volontà e un aiuto che deve arrivare dall’esterno. Francesca Caforio Francesco Capogrosso Graziano Capogrosso Vanessa Caraccio Milena Dinoi Simone Perchio Valentina Polimeno Mattia Tarentini forza superiore che mi ha parlato attraverso il mio sacerdote: padre Michele. Dopo vari colloqui, ho sentito da subito un sollievo incredibile, un senso di tranquillità che mi ha liberato dalla paura, dalla vergogna e dall’ossessione. In GiocatoriAnonimi ho conosciuto persone fantastiche che mi hanno messo subito a mio agio, con tanti suggerimenti utili che mi hanno consentito di iniziare ad applicare il programma con tanta speranza, che successivamente si è rivelata per me un atto di forza. Ho preso pian piano consapevolezza di quello che mi era accaduto, incominciando ad ammettere la mia impotenza di fronte al gioco d’azzardo, che la mia vita era diventata ingovernabile, riconoscendo la malattia. Questa atroce consapevolezza mi ha fatto stare male per lunghissimi, interminabili mesi, durante i quali ho sperimentato il mio squilibrio mentale, incontrando difficoltà che hanno fatto emergere i miei difetti di carattere, che io ho riconosciuto, definendoli una cesta di serpenti a sonagli pronti a colpire e a fare male in qualsiasi momento della mia giornata, con reazioni sconsiderate, atteggiamenti sbagliati, comportamenti privi di qualsiasi valore umano. Quindi, lo smettere di giocare, un giorno alla volta, sicuramente mi porta dei benefici di carattere economico finanziario, perché i miei debiti scendono e non aumentano come in passato. Ma il gioco mi ha presentato il colpo a livello morale. Un conto devastante da pagare. E il mio pensiero si proietta inevitabilmente verso le persone coinvolte e danneggiate seriamente dal mio problema. Sicuramente non mi basterà il resto della mia vita per ripagare il danno arrecato. Angelo

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Primo soccorso vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv 15 L’utilissimo incontro con gli operatori della Croce Rossa Italiana di Taranto Un aiuto e un soccorso adeguato potrebbe salvare la vita o quantomeno ridurre i danni Per salvare la vita metti le mani sul cuore Un intervento immediato ad una persona che ha bisogno di soccorso, in attesa dell’arrivo dei sanitari del 118, potrebbe salvare la vita alla vittima dell’incidente e comunque potrebbe ridurne gli effetti . Partendo dall’importanza delle conoscenze fondamentali delle tecniche di primo soccorso, all’interno del nostro laboratorio di giornalismo, abbiamo deciso di invitare a scuola gli operatori della Croce Rossa di Taranto. La folta delegazione ha innanzitutto parlato della storia della Croce Rossa e delle finalità dell’associazione. Si sono soffermati sulle tante attività della Croce Rossa, che non si limita a prestare soccorso nei luoghi di guerra o nei territori in cui si verificano delle calamità naturali. Gli operatori della Croce Rossa sono spesso in giro per le città di notte, ad aiutare e a dare conforto ai senza tetto. Poi gli operatori tecnici (Nicola Matichecchia, Cosimo Grottoli, Loredana Pollia, Lucrezia Ladogana, Antonella Rondinone, guidati con grandissima professionalità da Vincenzo Clemente, delegato tecnico provinciale della Croce Rossa), si sono soffermati sull’importanza di prestare soccorso a chi dovesse avere un malore, oppure a chi è vittima di un qualunque tipo di incidente.Fermo restando che, prima di prestare qualunque tipo di soccorso, occorre immediatamente chiedere l’intervento del 118, che sono più attrezzati e più qualificati di qualunque soccorritore casuale. In attesa del loro arrivo, si potrebbero applicare le prime manovre salva-vita. Il presupposto per intervenire ad aiutare e soccorrere ha una doppia importanza: per una questione di civiltà e di umanità. Non dimentichiamo che ognuno di noi può necessitare aiuto e un soccorso adeguato potrebbe salvarci la vita o quantomeno ridurre i danni. Il primo soccorso è l’insieme delle azioni che permettono di aiutare una o più persone in difficoltà a seguito di un infortunio o di un malore. Nel caso si effettuasse un intervento di primo soccorso i punti fondamentali da rispettare sono due: da un lato il fatto di non provocare pericolo a noi e ulteriori danni a chi soccorriamo, dall’altro le nostre conoscenze in materia di soc- corso e le possibilità che abbiamo per intervenire. Per agire in modo adeguato bisogna sempre valutare l’ambiente circostante, il tipo di incidente (comprese le possibili cause), le condizioni psico-fisiche della persona, le nostre capacità in materia, le nostre possibilità di intervento (mezzi e materiali di soccorso). La formazione per il primo soccorso dovrebbe essere generalizzata: ognuno può imparare il primo soccorso e ognuno potrebbe essere chiamato a metterlo in pratica. Tutti possiamo trovarci in una situazione che richieda conoscenze e capacità pratiche di primo soccorso Flavia Brunetti Ruben Elia Diletta Lacalamita Matteo Micelli La crocerossina Angela Sammarco: «Siamo ovunque, in difesa dei più deboli» La parte più entusiasmante dell’incontro: abbiamo imparato ad eseguire le manovre più importanti per salvare la vita La parte che più ci ha coinvolto nell’incontro con il personale della Croce Rossa è stata quella pratica. Tutti noi ragazzi abbiamo avuto la possibilità di imparare e di eseguire il massaggio cardiaco, la respirazione “bocca a bocca” e la disostruzione delle vie respiratorie. Soccorrere tempestivamente una persona in stato di arresto cardiocircolatorio, nell’attesa dell’arrivo di personale medico, è molto importante e può addirittura determinare le possibilità di sopravvivenza del soggetto. Noi, allora, abbiamo deciso di cimentarci con le tecniche di primo soccorso. Nella speranza che la loro conoscenza non debba mai servirci… Ci è stato detto che, prima di avvicinarci alla persona da soccorre, dobbiamo verificare se nella zona ci sono dei pericoli che possono mettere a rischio anche la nostra incolumità. Solo successivamente possiamo avvicinarci, non prima di aver comunicato al 118 il luogo da cui chiamiamo e tutto ciò che riusciamo a cogliere dall’osservazione della vittima del malore o dell’incidente. Dobbiamo verificare se è cosciente e, quindi, le condizioni del “Mo-To-Re”, ovvero del Movimento, della Tosse e del Respiro. Possiamo sentire i battiti cardiaci controllandoli dal polso o dalla carotide. Se non si riescono a sentire, vorrà dire che la pressione del sangue è bassa. Dobbiamo allora avviare le cosiddette manovre salva vita. Queste le indicazioni più importanti da non dimenticare quando occorre prestare soccorso. I sintomi di un arresto cardiocircolatorio sono: assenza del battito cardiaco; respiro assente; marcato pallore cutaneo; perdita di conoscenza. Dobbiamo allora far distende- re il soggetto colpito da infarto su un piano rigido e procedere con le manovre di primo soccorso per arresto cardiaco, ovvero la respirazione artificiale e il massaggio cardiaco. La respirazione artificiale Controllare che le vie respiratorie del soggetto soccorso siano libere e che nella bocca non siano presenti corpi estranei; porre la mano sotto il collo della vittima e, dopo aver inspirato profondamente, espirare l’aria nella bocca del soggetto tenendogli chiuse le narici con l’altra mano; ripetere la respirazione artificiale ogni 4 secondi circa. Il massaggio cardiaco Porre il palmo della mano destra sullo sterno della vittima e la mano sinistra subito sopra la destra tenendole unite incrociando le dita. Premere con forza lo sterno provocando un abbassamento di circa 5 cm (agire con più delicatezza sul corpo di donne e bambini) e rilasciare subito la pressione. Ripetere la manovra continuamente, scandendo i secondi. Nel caso il soccorritore sia solo uno, egli dovrà alternare un atto di respirazione artificiale a 5 compressioni del torace. Una volta iniziate queste manovre, si dovrà continuare ininterrottamente fino al ripristino delle funzioni vitali (respiro e battito cardiaco) o fino all’arrivo dei soccorsi. I volontari della Croce Rossa ci hanno anche fornito dei validissimi suggerimenti sulle tecniche da seguire in caso di ostruzione delle vie respiratorie, in caso di sanguinamento dal naso in caso di puntura da insetto o di ustioni. Francesco Capogrosso Graziano Capogrosso Mattia Dell’Anna Simone Perchio Emanuele Perrucci Mattia Tarentini L’operato della Croce Rossa è retto da sette principi fondamentali: umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontariato, unità, universalità. «La missione della Croce Rossa è quella di stare sempre dalla parte di tutti coloro che hanno bisogno di aiuto. Senza alcuna distinzione». La Croce Rossa non è solo soccorso di tipo sanitario. Si distingue, in modo particolare, anche per avere sempre la mano tesa verso gli “ultimi” o verso coloro che sono vittime di calamità naturali. «Siamo ovunque, in difesa dei più deboli» ha spiegato agli alunni del “Prudenzano” sorella Angela Sammarco, ispettrice e infermiera volontaria della Croce Rossa di Taranto. «Abbiamo partecipato alla missione “Mare Nostrum” per aiutare gli extracomunitari che sbarcano sulle nostre coste. Ma siamo sempre pronti a fornire una coperta o a porgere una bevanda calda a coloro che non hanno un tetto. Noi, come dice il nostro motto, siamo sempre i primi ad arrivare e gli ultimi a ripartire». Angela Sammarco, peraltro manduriana, si è soffermata sulla figura delle “crocerossine”. «Non siamo solo quelle che partecipano alla sfilata del 2 giugno» è stata la sua battuta. «Frequentiamo un corso di preparazione di due anni e siamo sempre pronte a donare la nostra presenza e la nostra opera al prossimo». Hanno incontrato gli studenti dell’istituto comprensivo “Prudenzano” anche alcuni rappresentanti del Gruppo Giovani della Croce Rossa: Giulio Prudenzano, delegato tecnico locale per l’Area Giovani, Teresa Agnusdei, Natalia Mariggiò, Sara Massari, Francesca Mariggiò e Luisa Anna Spadavecchia, tutti di Manduria. «Operiamo attivamente nell’area della Salute, della Pace, del Servizio alla Comunità e in tante altre attività formative» ha reso noto Giulio Prudenzano, coinvolgendo gli studenti in varie giochi e attività. «Siamo stati presenti anche a Taranto, al momento dello sbarco dei migranti, organizzando una ludoteca, per cercare di donare un sorriso a tanta gente che aveva rischiato la vita per abbandonare la miseria del suo Paese».

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