PRUDENZANO MAGAZINE 2016

 

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Giornale scolastico dell'I.C. "F. Prudenzano"

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Maggio 2016 - Anno II Numero 2 1 vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv Giornale scolastico della scuola secondaria di primo grado dell’istituto comprensivo “F. Prudenzano” di Manduria Formazione e informazione Apriamo la scuola al mondo dell’informazione: mettiamo insieme due componenti della società che svolgono una funzione sostanzialmente complementare. L’auspicio espresso recentemente dal Ministro Stefania Giannini sta diventando una realtà nella nostra scuola. Assumendo quale presupposto fondamentale il compito di far sì che ogni bambino, diventando adulto, sappia orientarsi in una società sempre più complessa, ricca di fonti spesso in contraddizione tra loro, abbiamo avviato una sfida quanto mai attuale: promuovere l’educazione all’uso dei media e la formazione all’informazione, favorendo nei nostri ragazzi l’acquisiìzione di competenze essenziali nella ricerca delle informazioni. Educare all’uso consapevole dei media significa stimolare il pensiero critico, l’unico in grado di declinare i media non solo come strumenti, ma come linguaggio e cultura. Inoltre, se i ragazzi si informano ormai quasi esclusivamente in rete, scuola e giornalisti si alleano per cercare di far riscoprire “il vizio della lettura”. Una sfida che, considerati i numerosi successi già ottenuti in tutta Italia col primo numero del nostro Prudenzano Magazine, potremmo definire vincente. I prestigiosi riconoscimenti a livello nazionale ci motivano inoltre a proseguire con entusiasmo l’esperienza. In quest’anno scolastico abbiamo voluto costruire insieme percorsi di approfondimento su tematiche legate alla legalità e ai diritti, spesso violati, dei cittadini e, in particolare, dei minori. Una nuova prova che ha visto impegnati oltre trenta nostri giornalisti in erba. Il risultato è sotto i vostri occhi. Anna Laguardia Dirigente scolastico Dall’elicottero nella Bosnia bombardata alla bici sulla rotta di Rio Il col. Carlo Calcagni, vittima del dovere Una storia commovente di coraggio e di straordinaria ingiustizia D alla missione di “pace” di Sarajevo, dalla quale è ritornato con gli organi contaminati dall’uranio impoverito, alla sua straordinaria passione per il ciclismo. La bici è il suo miglior antidoto contro la depressione per il col. Calcagni e, nonostante le precarie condizioni di salute, sogna di partecipare alle Paralimpiadi in programma a Rio de Janeiro, in Brasile, la prossima estate. Vola Carlo! PAGINE 6 e 7 Paola, morire lavorando nei campi StefanoArcuri, il marito della signora Paola, morta lavorando nei campi nell’estate del 2015, ci ha rilasciato un’intervista esclusiva. Una morte assurda, che ha richiamato l’attenzione sul fenomeno del caporalato: Paola lavorava sotto il sole cocente per pochi euro ogni ora. PAGINA8 La piaga delle estorsioni e le “mozzarelle antiracket” Proprietario di un caseificio a Taranto, il signor Mario Lucaselli ci ha raccontato la sua vicenda: per tre volte è stato oggetto di atti di intimidazione da parte del racket delle estorsioni. Ma la gente per bene ha preferito “pagare chi ha deciso di non pagare”. PAGINA 9 Le storie di una terra ricattata, mortificata e disperata La decadenza di una città intossicata da una fabbrica di acciaio nel sud Italia Nando Popu (Sud Sound System) e la Xylella Un batterio, la Xylella Fastidiosa, mette a repentaglio, da qualche anno, i maestosi ulivi secolari del Salento, patrimonio dell’Unesco e parte integrante non solo del paesaggio ma della società salentina nel suo complesso. Ma dietro alla diffusione del batterio ci sono delle speculazioni? L’atto d’amore verso gli ulivi e verso il patrimonio ambientale di un bravo artista salentino: Nandu Popu. PAGINA 16 A Taranto le strade sono sporcate di rosso dall’Ilva. L’aria, respiro dopo respiro, ti avvelena. Nelle corsie degli ospedali ci sono bambini, uomini e donne senza capelli, dai volti ingialliti e rigonfi. Poi il dramma delle morti precoci, nelle piccole bare bianche che, accompagnate da rabbia e rassegnazione, vanno ad affollare il cimitero che giace sotto le ciminiere. Ma, in questa città in cui “la vita vale meno di una bramma di acciaio”, la gente ora si ribella. PAGINE 12, 13 e 14 Cattolici e musulmani, la convivenza è possibile? L’incontro con l’Imam di Lecce, Saifeddine Maaroufi Dopo i tragici fatti di Parigi, ci siamo chiesti se potrà mai esserci una convivenza pacifica fra religioni diverse e, soprattutto, se all’origine dei tanti attentanti vi sia una matrice religiosa. Abbiamo invitato nella nostra scuola l’Imam di Lecce, Saifeddine Maaroufi, il quale ci ha spiegato che i veri musulmani non condividono le azioni terroristiche, ma ripudiano e condannano la violenza. PAGINA 18 La ragazza di Mesagne vittima dell’attentato di un folle mentre si accingeva ad entrare nella propria scuola L’assurda morte di Melissa Bassi “Melissa rimanga un emblema dello sdegno contro ogni forma di violenza” PAGINE 2 e 3 La nostra Banca è differente!

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2 La storia vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv Sono trascorsi 4 anni dalla maledetta giornata A Brindisi un folle fece esplodere un ordigno di straordinaria follia del 19 maggio del 2012 davanti ad una scuola provocando morti e feriti Melissa Bassi, la storia di una morte assurda a 16 anni Un’occasione per ricordare il valore della vita e per stigmatizzare l’assurda capacità dell’uomo di odiare la propria razza Sono trascorsi quattro anni da quel maledetto 19 maggio del 2012. Fu una giornata di straordinaria follia, che rimarrà scolpita per sempre nella memoria di tutti noi. In quella giornata fu strappata la vita ad una ragazza, Melissa Bassi, quasi nostra coetanea, che si accingeva ad entrare nella propria aula di una scuola di Brindisi per partecipare alle lezioni. Vogliamo ricordare la cronaca di quei minuti terribili affinchè questo gesto rimanga scolpito, come monito, nelle menti di tutti noi. Ore 7.10: il pullman delle Ferrovie della Sud Est passa da Mesagne, da via Torre Santa Susanna, per prendere a bordo gli studenti. Alle ore 7.40: Melissa si trova a Brindisi, in viale Aldo Moro: si ferma nei pressi dell’edicola che si trova proprio tra l’istituto femminile Morvillo-Falcone e il tribunale e fa scendere i pendolari. Tre bombole di gas davanti all’istituto professionale femminile “Morvillo - Falcone” di Brindisi per uccidere, per ammazzare. Un tic tac che non si sentiva nello scorrere dei secondi ma sui passi e sui sorrisi delle ragazze che sotto il sole stavano arrivando nella loro scuola per una giornata come tutte le altre. Un passo accanto all’altro, perché loro non si staccavano mai. Compagne di scuola e di vita. Erano le 7.42 di quel giorno, il 19 maggio del 2012, scelto da un assassino per quell’azione dimostrativa di protesta contro una presunta ingiustizia ai propri danni. Trasformò dei contenitori stradali di rifiuti differenziati in bombe che azionò a distanza ravvicinata, dall’altra parte della strada. La deflagrazione colpì in pieno un gruppo di studentesse di Mesagne che erano da poco scese dall’autobus che le aveva condotte a scuola e che stavano per fare il loro ingresso dal cancello. Melissa fu investita in pieno e morì al momento, senza possibilità di essere salvata. Altre nove ragazze tra i sedici e i diciannove anni, tra cui amiche di classe di Melissa, rimasero ferite o ustionate. Melissa è morta e delle ragazze innocenti, che tranquillamente andavano a scuola in una mattina che sembrava come tante, sono rimaste vittime di un piano assurdo, messo in atto per una questione di avidità, scelte come bersaglio per lanciare un segnale inizialmente indecifrabile. Tutti i beni dell’assassino sono stati confiscati per risarcire le parti civili, ma nessuna somma potrà mai restituire il sorriso di Melissa ai suoi genitori e a tutti i suoi amici. Nessun risarcimento potrà mai colmare il dolore della sua famiglia. Nessun risarcimento potrà consentire alle altre ragazze vittime dell’attentato di superare le fragilità fisiche e psicologiche che il trauma e le ferite hanno lasciato. Federico Pichierri, Ginevra Prudenzano, Lorenzo Prudenzano Quest’anno abbiamo scelto come tema portante del nostro giornale quello della legalità, nella sua accezione più ampia. Abbiamo ritenuto giusto dedicare alcuni incontri del nostro laboratorio a Melissa, 16 anni, studentessa con una vita intera da vivere, felice, con la sua famiglia e i suoi amici. Ma la vita e i suoi sogni le sono stati strappati da un folle, che ha utilizzato sciaguratamente una bomba con l’obiettivo di destabilizzare gli operatori della giustizia del vicino Tribunale. Quasi una forma folle di ritorsione perché esattamente un mese prima il tribunale di Brindisi, secondo il suo pensiero, non gli aveva reso giustizia per una presunta truffa subita. Abbiamo potuto ricordare Melissa ospitando nella nostra scuola Rita e Massimo Bassi, i due genitori della ragazza di Mesagne, che sono stati accompagnati dall’avv. Fernando Orsini, il quale si è amorevolmente prestato a guidare, gratuitamente, i due coniugi, affranti nel dolore, nel percorso del procedimento giudiziario a carico del colpevole, che è stato condannato all’ergastolo. Perdere una figlia a 16 anni è stato sicuramente un trauma, indescrivibile e incomprensibile. Ci sono tante domande che ognuno di noi si è posto: perché una bomba davanti ad una scuola? Perché farla esplodere al momento della presenza di decine di studenti che si accingevano a varcare la soglia del proprio istituto scolastico? Che male avrebbero fatto questi innocenti ragazzi? E’ impossibile trovare delle risposte, se non ricorrendo alla follia che a volte sembra accecare gli uomini. «Melissa era una ragazza esemplare» hanno raccontato i due genitori. «Studiava e amava la giustizia. Era sempre prodiga di consigli per il prossimo e disponibile ad aiutare chiunque. Sosteneva che ogni uomo dovrebbe essere prima buono dentro e, poi, buono anche con gli altri». Poche ma significative parole quelle di Rita e Massimo Bassi, ancora sconvolti per aver perso l’unica figlia. E’ stato l’avv. Orsini che ha rivelato qualche particolare in più sui sogni e sulle passioni di Melissa. «Lei scriveva molto bene. Dedicava molti dei suoi temi ad argomenti come la vita e l’amore» ci ha svelato l’avv. Orsini. «Sognava di fare la pediatra o, comunque, un lavoro che le potesse consentire di stare ac- canto ai bambini. Dopo la sua morte, è arriva- ta la solidarietà di tantissima gente, sia dall’Italia che dall’estero. La sua stanzetta è diventata un piccolo museo, in cui sono raccolte le migliaia di lettere che sono giunte ai genitori di Melissa. A Scampia è stata intitolata a Melissa una parte di una scuola. A lei sono state intitolate piazze e strade in centri di diverse regioni italiane. Papà Massimo e mamma Rita nella nostra scuola Rita e Massimo si sono chiusi in un dolore con grande dignità. Non hanno mai partecipato ad alcuna trasmissione televisiva, ma accettano di stare fra i giovani. Vivono nel ricordo di Melissa, consapevoli, come ha scritto in un suo libro Isabel Allende, che “non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo”. Melissa rimanga un emblema dello sdegno e dell’impe- gno civile contro ogni forma di violenza e che il tutto sia sempre monito per le giovani generazioni. Melissa, che il tuo sorriso possa accompagnare sempre i tuoi genitori e asciugare le loro lacrime. Francesca Caforio Francesco Capogrosso Simone Perchio Valentina Polimeno Dylan Pulieri L’area antistante la scuola in cui esplose l’ordigno I libri e i vestiti bruciati dopo l’attentato in cui morì Melissa Bassi

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La storia vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv 3 Una frase di Melissa per farci riflettere sul senso della vita I ragazzi riescono a fare pensieri profondi mentre gli adulti si comportano come i bambini, litigando. Con la differenza che, per farlo, non usano le “manine” ma le bombe: siamo seriamente preoccupati Nell’incontro con i genitori di Melissa abbiamo compreso quanto veramente fosse speciale quella ragazza. I genitori hanno pronunciato semplici parole, pochissime, ma che ci hanno fatto riflettere. Melissa amava il giusto, amava la vita. Quella vita che le è stata strappata via. Lei sosteneva che essere “persone pulite, senza rovinare se stessi e gli altri” è una delle soddisfazioni più grandi della vita. Arrivare alla fine e dire semplicemente: «Ho vissuto la mia vita com’era giusto farlo». E poi vivere una vita ricca di esperienze, perché ovviamente la vita è una sola e bisogna godersela, facendo nuove esperienze, provando nuove emozioni, trovando un lavoro che possa fruttare quei benefici per mantenere una famiglia sana e amorevole. E poi l’amicizia. Crediamo che l’amicizia sia una delle cose essenziali della vita. Senza amici, senza amore o senza la stima che gli amici veri possono darti, non capisci i tuoi errori, i tuoi sbagli, i tuoi successi. Ovviamente dipende dagli amici che scegli. Se sei circondato da persone che ti fanno credere di essere davvero amici, ma che in realtà cercano solo di sfruttarti, quest’amicizia non aiuta, anzi ti rende debole. Crediamo che Melissa volesse dire che bisogna vivere e non esistere. Sono due cose diverse: esistere è solo fare le cose essenziali in questo mondo, mentre vivere è fare quello che ti dice il cuore, aggiungere emozioni alla vita, esperienze, ridere ed essere pieni di felicità. Quella felicità giusta, senza sensi di colpa. Melissa si è raccontata in una frase: ha detto che è bello essere persone pulite. Pulite come lei, innocente, sincera e buona con tutti, aperta e amante dei bambini, come ci hanno raccontato i suoi genitori. Dimostrando una grande maturità nonostante la giovane età, Melissa ha detto che non è giusto danneggiare se stessi o gli altri: non si avrà mai una vita perfetta se non ci si sentirà in pace con il mondo e con l’“io” interiore che ognuno ha. Ma la cosa che ci stupisce di più è che i ragazzi riescono a fare pensieri profondi come questi, mentre gli adulti si comportano come i bambini, litigando, con l’unica differenza che per farlo non usano le “manine” ma le bombe. Se sono questi gli uomini che hanno le redini del mondo, allora siamo seriamente preoccupati. L’incontro con i genitori di Melissa è nato dall’esigenza di riportare all’attenzione il tema della violenza e della legalità. Crediamo inoltre fondamentale, partendo dalla riflessione, ricordare quella tragedia che ha lasciato in tutti noi una profonda cicatrice, che forse dovremmo osservare più spesso prima di volgere lo sguardo al futuro. E’ stato un modo per essere uniti nel dolore delle famiglie che quel giorno hanno visto violare il diritto all’esistenza dei propri figli, un giorno per urlare assieme che l’uomo non dovrà “Qualcuno pensa che a quindici anni ci si può sentire dei falliti, ma non è così perché dobbiamo essere ottimisti. Infatti la vita ci riserva tante cose belle e ognuno di noi può costruire la propria strada da percorrere, ognuno deve costruirsi il proprio cammino indipendentemente da quello degli altri. E’ così bello essere persone “pulite”, che vivono una vita ricca di esperienza, lavoro, amicizia, ma che non danneggiano se stessi e gli altri”. Melissa Bassi mai essere nemico dell’uomo e che solo un percorso di reciproco sostegno potrà portarci a superare l’amarezza che ci riserva la vita. Di sicuro Melissa starà continuando a sognare, in altre vesti, non per se stessa ma per tutte le persone che hanno sempre creduto in lei, che l’hanno vista crescere e diventare un’adolescente. Melissa continuerà a sognare perché il suo ricordo non finirà mai. Mattia Dell’Anna Milena Dinoi Uno splendido ritratto di Melissa per suggellare l’amicizia e il legame con la famiglia Bassi: lo ha realizzato la docente di Arte, Rina Fistetto Uno splendido ritratto di Melissa, realizzato dalla nostra professoressa di Arte, Rina Fistetto, affinchè i genitori possano ricordare per sempre l’affetto che ci unisce a questa ragazza, pur non avendola mai conosciuta personalmente. «Troverà un posto nella nostra casa» ci hanno promesso Rita e Massimo Bassi, non riuscendo a celare l’emozione. Il ritratto è stato consegnato nelle loro mani nel corso dell’incontro, al quale hanno parte- cipato anche il sindaco di Manduria, Roberto Massafra, e l’assessore alla Pubblica Istruzione, Massimiliano Rossano. Credo che Melissa avesse tantissima voglia di vivere e di divertirsi, nonché tanti sogni da realizzare. Questi suoi sogni le sono stati strappati da un folle. Lei adesso però potrà trasformare i suoi sogni in realtà, lassù, nel cielo, dove è adesso, restando nei nostri pensieri. Ci guiderà nelle scelte giuste da fare nella vita. Mattia Tarentini I genitori di Melissa con il ritratto artistico realizzato dalla docente di Arte, Rina Fistetto La redazione del Prudenzano Magazine con i genitori di Melissa La drammatica testimonianza di Veronica, una delle ragazze che riportarono gravi ferite: «Le mie gambe andavano a fuoco, alcune dita erano rotte e altre sembravano carne macinata» Il procuratore capo della DDA di Lecce, Cataldo Motta, con i genitori di Melissa durante il processo Altre nove ragazze, tra i sedici e i diciannove anni, tra cui amiche di classe di Melissa, rimasero ferite o ustionate nell’attentato di Brindisi in cui perse la vita Melissa Bassi. Tra loro, a riportare le più gravi conseguenze fu Veronica Capodieci, strappata alla morte, che ha lottato per mesi tra gli ospedali di Brindisi, Lecce e Pisa, prima di tornare alla vita di tutti i giorni, nonostante i segni provocati da quel tremendo attentato. Con grande cortesia, ha accettato di raccontare cosa accadde quel giorno. «Di quel drammatico giorno ricordo quasi tutto» sono le parole di Veronica, che quest’anno è attesa dagli esami di maturità. «Ricordo di aver preso il pullman quella mattina in super fretta: stavo quasi per perderlo, ma l’ho preso. Sono arrivata a Brindisi ansiosa perché era in programma il compito di Italiano nelle prime due ore. Come mio solito, avevo le cuffie all’orecchio e ascoltavo la mia musica preferita. Ad un tratto c’è stato un forte rumore. Mi sono ritrovata per terra e continuavo a ripetermi: è solo un brutto sogno, sono ancora nel letto, ora mi sveglio… Ma non riuscivo a svegliarmi. Cercai di alzarmi da terra, ma un’altra esplosione mi fece ricadere. Ci riprovai e ancora una volta non ci riuscii. Ci riprovai ancora e finalmente fui in grado di mettermi in piedi. Le mie gambe andavano a fuoco, ma io continuavo a camminare. Entrai nel piazzale della scuola, mi sdraiai per terra e cominciai ad agitarmi. Non respiravo bene: facevo fatica, non vedevo da un occhio. Continuavo a guardarmi la mano perché vedevo qualcosa di strano: alcune dita rotte e altre che sembravano carne macinata. Finalmente arrivarono i soccorsi: fui la prima ad essere trasportata via, insieme a mia sorella. Arrivai in ospedale a Brindisi, ma mi risvegliai a Lecce». Abbiamo ammirato la tua grande forza di reazione: chi ti è stato più vicino in quei giorni? «Sono stati dei giorni molto duri ma ero animata dalla voglia di vivere. Avevo solo 15 anni: ci ho messo tutta la forza, grazie anche a tutta la mia bellissima famiglia che ogni giorno ha combattuto con me. Devo ringraziare anche il mio ragazzo, che veniva sempre a trovarmi». Conoscevi Melissa? Cosa ricordi di lei? «Conoscevo Melissa solo di vista. Purtroppo non ci ho mai parlato, ma prendevamo lo stesso pullman. Quando entrava nel pullman era come se entrasse il sole» sono le parole di Veronica Capodieci. «Sempre con quel sorriso stampato sul suo viso, con quei capelli rossi per i quali ogni giorno aveva un’acconciatura diversa. Era bellissima e lo è ancora adesso, perché vive nel mio cuore». La risposta degli studenti al folle attentato di Brindisi

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4 Infanzia e diritti negati vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv La storia di una ragazzina che ha perso la vita nel corso di un conflitto a fuoco fra camorristi Annalisa Durante, morire a Forcella a 14 anni L’incontro con lo scrittore Paolo Miggiano: nel suo libro “Ali spezzate” non racconta solo il crudele assassinio di Annalisa, ma offre una lucida analisi dell’abbandono e del degrado sociale e culturale in cui sono relegati i quartieri popolari di Napoli I germogli recisi Erano nostri bambini: bambini italiani. Una candela può illuminare una stanza, il sorriso di un bambino illumina il mondo. E spegnere per sempre il sorriso di un bambino, significa spegnere il futuro del mondo. Sono centinaia i bambini e gli adolescenti innocenti vittime della mafia.Ammazzati dalle mafie o feriti, rapiti, traumatizzati in maniera più o meno grave a causa delle attività criminali. Una vera e propria strage. Delle circa 900 vittime innocenti della mafia rintracciabili finora nella banca dati dell’associazione “Libera”, 85 erano minorenni e fra questi 50 hanno perso la vita prima di compiere 14 anni. L’elenco è lungo. E’ ora di smetterla con la favola che una volta la mafia era buona e non uccideva donne e bambini: la mafia è crudele per genesi. Ed è per questo che mi vergogno al sol pensiero che l’Italia possa aver generato siffatti individui, senza dignità e senza cuore. Ma come si fanno a definirsi uomini d’onore coloro che hanno soffocato un bambino e poi lo hanno sciolto nell’acido? O che hanno prelevato quattro piccoli esseri, li hanno uccisi e buttati in un pozzo? Secondo il racconto di un testimone/carnefice, uno dei quattro ragazzini catanesi era ancora vivo quando fu lanciato in fondo al pozzo. Morire è tremendo, ma l’idea di morire senza avere nemmeno vissuto dovrebbe essere insopportabile. O no? Eppure i vivi dimenticano. Dimenticano tutto. Dimenticano che spesso i bambini, i ragazzi periti, uccisi, massacrati, erano solo innocenti che non temevano e vedevano pericoli perché non conoscevano peccati e malizia. Oggi, questa umanità recisa prematuramente da certe mani assassine avrebbe 35, 40, forse anche 50 anni. Ma cosa avrebbe potuto costruire nel corso di questa vita non vissuta? A quanta felicità, amore, dolore, a quanti patemi, soddisfazioni, desideri hanno dovuto rinunciare? A quante persone avrebbero potuto essere utili, da quante amate, coccolate, sognate? Chissà. Il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio, la gelosia o la vendetta, ma l’indifferenza. È questa l’essenza dell’inumanità. E noi non vogliamo esserne complici. I diritti dei minori: il diritto a vivere l’infanzia, il diritto a poter crescere serenamente, il diritto a crescere e ad essere educati nel rispetto delle regole. E’ scaturito da queste riflessioni il desiderio di dedicare la nostra attenzione a coloro (e sono davvero tanti), che sono stati privati tragicamente dell’infanzia e del diritto a vivere. Colpiti a morte, senza alcuna colpa, da mafia, camorra, sacra corona unita: da gente di malaffare, cioè, senza scrupoli. Ci siamo interessati, allora, di storie di adolescenti o di bambini che non ci sono più. In quest’ottica, abbiamo avuto il piacere e la fortuna di incontrare nella scuola uno scrittore di origini salentine, che vive in Campania: Paolo Miggiano, autore del libro “Ali spezzate”, con il quale racconta la storia di Annalisa, morta a 14 anni nel corso di un conflitto a fuoco fra camorristi a Forcella. Con grande professionalità, rispondendo, alle nostre domande, Miggiano, laureato in Scienze dell’Investigazione, giornalista pubblicista, per molti anni elicotterista della Polizia dello Stato, ora socio della Fondazione Pol.i.s., ci ha raccontato la storia, fornendoci tanti spunti per riflettere sulle contraddizioni del nostro mondo. «Sono nato in provincia di Lecce e, quando avevo più o meno la vostra età e dovevo scrivere i temi a scuola, avevo una grande paura di quel foglio bianco» ci ha detto, nella sua premessa, il dott. Paolo Miggiano. «Poi ho superato questa paura, che era poi la paura che i miei pensieri potessero non piacere agli altri. Sapete come l’ho superata? Studiando». Quando e perché ha deciso di scrivere un libro per raccontare la triste storia di Annalisa? «Prima di scrivere “Ali spezzate”, avevo già pubblicato altri su criminalità e modelli di sicurezza. Lavoro in una fondazione che aiuta, sia dal punto di vista economico che psicologico, le persone vittime della criminalità. Ho avuto pertanto modo di conoscere il papà di Annalisa, Giannino, il quale, un giorno, consegnandomi una busta piena di lettere che gli erano arrivate da tutto il mondo, in cui si esprimeva la solidarietà e l’incoraggiamento, mi chiese di scrivere un libro sulla storia della figlia. Ho scoperto che tante di quelle lettere sono state inviate da detenuti: sostengono che la morte di Annalisa è stato un colpo alla loro coscienza. Un episodio che li ha indotti a redimersi. Guardate, i criminali sono persone che accumulano illegalmente un sacco di soldi, che però non sanno come spendere perché costretti a vivere da ricercati, sempre nascosti. Non è una vita da invidiare». Quale idea si fece su questa vicenda? Purtroppo in Campania, ma non solo, muoiono tanti innocenti nel corso di sparatorie fra bande rivali. «Mi auguro che non sia una strage senza fine. In media muoiono ogni anno due bambini ammazzati dai criminali. E’ una strage insopportabile e intollerabile. Non è possibile che un delinquente decreti la morte di una persona innocente. Per fermare questa “mattanza” ci deve essere un impegno serio e comune da parte di tutte le persone per bene». Come mai tante zone della Campania, come ad esempio anche Scampia, sono così socialmente degradate? E’ proprio impossibile per lo Stato far avvertire la propria presenza? «Scampia nasce dopo il terremoto del 1980. I palazzi del centro storico vennero danneggiati e, così, si pensò di creare un quartiere periferico senza alcun tipo di servizio. Le istituzioni abbandonarono queste aree e la criminalità riuscì ad infiltrarsi facilmente. Se ci fosse una volontà politica, si potrebbe rivitalizzare questi quartieri-ghetto e ridare speranza e futuro alla gente. Faccio un esempio: entrando in questa scuola si nota ordine e pulizia. Oggi a voi vi viene data la possibilità di essere dei bravi studenti e, domani, sarete dei bravi cittadini. Nelle aree degradate questo non avviene». Quali sono gli strumenti messi a disposizione dallo Stato per combattere la camorra? «C’è un grande impegno da parte delle forze dell’ordine, ma non è sufficiente. Nei mesi scorsi sono state arrestate 60 persone nei quartieri periferici di Napoli. Ma sicuramente ora ve ne sono almeno altrettante pronte a prendere il loro posto. La repressione serve sino ad un certo punto. La criminalità si vince con la cultura, con i posti di lavoro, con gli asili nido. Bisogna intervenire nei primi periodi della vita». Chi era esattamenteAnnalisa? Abbiamo letto che la sua famiglia era umile, ma onesta. «Annalisa viveva in una famiglia modesta. Come tante altre famiglie, viveva di espedienti. Giannino vendeva i cd “pirati”, ma oltre non è mai andato. Lui aveva la consapevolezza di stare sulla soglia della illegalità. Ma in quelle aree c’è assuefazione. A riempire le tasche della camorra, ad esempio, sono anche quei cittadini che comprano articoli con griffe false. Annalisa è morta per quella pallottola sparata da un rampollo della famiglia criminale dei Giuliano, ma quel grilletto lo hanno premuto in molti» Una fatalità ha voluto che Annalisa fosse al momento sbagliato nel posto sbagliato. Lei però sostiene che in realtà lei fosse al posto giusto per una ragazza e che invece sia stato l’omicida a trovarsi nel posto sbagliato. E’ così? «Certo, erano i killer della famiglia Giuliano e della famiglia rivale Mazzarella che si trovavano nel posto sbagliato. Annalisa stava sotto casa». Nel suo libro ricorda, pure, come lo scrittore Corrado Alvaro negli anni Cinquanta diceva che “la disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile”. Un dubbio quanto mai reale non solo in Campania. Lei cosa ne pensa? «E’ vero, molta gente crede che vivere onestamente sia inutile. C’è chi pensa che la mafia e la camorra siano utili, perché la criminalità crea posti di lavoro… Io credo che la stragrande maggioranza di persone che vivono in Campania sono oneste. I camorristi sono un numero esiguo. Possiamo sconfiggere la criminalità, ma dobbiamo impegnarci tutti». All’indomani dell’omicidio diAnnalisa, arrivò una reazione ferma e decisa delle istituzioni. Anche la gente sembrò sollevarsi contro le famiglie criminali, offrendo la disponibilità a testimoniare e quindi sollevando la cappa di omertà. Col passar del tempo, però, forse perché minacciati, hanno ceduto alla paura. Dopo pochi giorni, quando dell’episodio non si parlava più in tv, Forcella e i suoi problemi sono caduti nuovamente nel dimenticatoio. Come mai? «Ci furono tante promesse: sembrava si dovesse fare una rivoluzione. Poi, però, i rappresentanti delle istituzioni, andate via le telecamere, si sono dimenticati degli impegni assunti. Il papà di Annalisa ricevette una proposta: l’omicida, Salvatore Giuliano, si sarebbe potuto assassinare prima che dell’arresto da parte dello Stato. Giannino rifiutò: doveva vivere perché doveva essere la Giustizia a decretare la pena. Rivolgendosi ai testimoni, affermò che chi non avrebbe riferito tutto alle forze dell’ordine avrebbe ucciso una seconda volta Annalisa. Inizialmente la gente collaborò. Poi arrivarono le minacce e le intimidazioni e molti ritrattarono. Nonostante ciò, Salvatore Giuliano fu condannato». Dal suo libro emergono tre personaggi. Il primo è il giornalista coraggioso Arnaldo Capezzuto. Gente come lui ve ne è davvero poca. Cosa ci può dire di lui? «E’ un giovane giornalista molto bravo: questo libro do- veva scriverlo lui. Decise di diventare giornalista quando fu ammazzato Giancarlo Siani. Scriveva per un piccolo giornale, “Napoli Più”. Raccontava ciò che vedeva, nonostante le intimidazioni e le minacce». E’ molto interessante anche la figura del sacerdote, don Luigi Merola. Una figura diversa di sacerdote: lui davvero dimostra di avere a cuore le anime e le sorti dei suoi fedeli. Quale fu, secondo lei, il vero motivo del trasferimento in un’altra parrocchia? «Fu detto che il trasferimento era legato alle minacce di morte che aveva subito. Io non credo che questa fu la verità. Non dimentichiamo che gran parte delle entrate delle parrocchie è legata ai battesimi, alle cresime, ai matrimoni. Forse, in quel periodo, questi soldi non entravano più». Forcella ricordaAnnalisa con una scuola che porta il suo nome e con la biblioteca creata dal padre. Non ritiene che sia troppo poco? «Certo, è troppo poco». E’ stato mai minacciato per i contenuti di questo libro? «Qualcosa è successo, anche recentemente, ma preferisco evitare di parlarne in questo contesto» Cosa potremmo fare, secondo lei, per onorare al meglio la memoria diAnnalisa? «Conoscere la storia, come state facendo voi. Fate bene ora lo studio e poi quello che sarà il vostro lavoro» conclude lo scrittore Paolo Miggiano. «Rispettando sempre le regole, che ci piacciano o meno. E’ un modo di onorare la sua memoria». Valentina Attanasio Milena Dinoi Valentina Polimeno

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Infanzia e diritti negati 5 vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv Il giudizio del premio Nobel Roberto Benigni sul padre di Annalisa «Giannino è riuscito a tirare fuori il miele dalla morte» Il padre decise di far espiantare e donare tutti gli organi di Annalisa Poi ha fondato una biblioteca: alla violenza oppone l’arma della cultura Il giudizio che il regista premio Nobel Roberto Benigni ha espresso su Giannino Durante, padre di Annalisa, è emblematica sul suo grande cuore: “Giannino è riuscito a tirare fuori il miele dalla morte”. I riferimenti di Benigni sono sicuramente per la decisione di Giannino di donare tutti gli organi di Annalisa e, poi, di rispondere con la cultura a chi le ha privato con la violenza la propria figlia: ha fondato nei locali di un ex cinema, a pochi metri dell’area in cui morì la figlia, una biblioteca intitolata ad Annalisa. E’ uno spazio di rigenerazione urbano. Attraverso il contatto che abbiamo creato con facebook e attraverso le dichiarazioni rilasciate ai vari media, abbiamo ricostruito il pensiero di Giannino Durante, che, con l’aiuto dei vo- lontari della zona, ha iniziato a raccogliere libri, che arrivano da tutto il mondo: ora sono oltre 6.000 volumi. «Non spetta a me parlare di quanto sta accadendo a Forcella, io sto cercando soltanto di salvare i ragazzi del quartiere. I ragazzi di Forcella stanno “prendendo coraggio”, iniziano ad avvicinarsi alla lettura e alla cultura prendendo libri e frequentando corsi di teatro, di informatica e varie attività organizzate dalla biblioteca». La biblioteca “Annalisa Durante” nasce e si sviluppa come luogo di aggregazione e incubatore di iniziative culturali, progetti che fanno bene al quartiere e “snobbano” l’inerzia lacerante. «La mia biblioteca ospita i ragazzi che cercano un luogo sereno dove studiare e leggere un libro al di là dei testi scolastici. Ogni giorno mi arriva- Lo scrittore Paolo Miggiano con, alla sua sinistra, Giannino Durante nella biblioteca creata per il ricordare Annalisa no scatole di libri, controllo uno ad uno i volumi e li colloco nella mia “biblioteca a porte aperte”». Giovanni nota qualche piccolissimo cambiamento. «I ragazzi con un po’ di coraggio hanno iniziato a bussare alla porta della biblioteca per chiedere libri e hanno imparato anche a dire “grazie” e “buongiorno”, per me è una grande conquista e mi dà la forza di andare avanti e di crederci fino in fondo». La redazione del Prudenzano Magazine Ma la Puglia non è terra franca da simili atrocità I casi di Angelica, uccisa a Matino, e di Domenico, ucciso a Palagiano La Puglia non è una terra franca da atrocità. E’ quanto abbiamo scoperto partendo dalla Campania e dall’episodio che è costato la morte ad Annalisa e, poi, verificando il quadro delle morti bianche nelle altre regioni. Ci vogliamo soffermare su due esempi che si sono verificati a pochi chilometri dalla nostra città e che ci fanno capire come i tentacoli della criminalità avvolgano tutte le terre. Il primo episodio è quella della piccolaAngelica Pirtoli, due anni, rapita e poi uccisa insieme alla madre, Paola Rizzello, il 20 marzo 1991 a Matino, in provincia di Lecce. La madre aveva avuto una storia con un uomo della mafia locale. In questa storia, insomma, si intrecciano vicende passionali e malavitose. Fatale fu la gelosia della moglie del boss, che, dopo aver scoperto il tradimento, diede l’ordine di eliminare la rivale. Nessuno voleva che Paola Rizzello continuasse a vivere. E che ci fosse di mezzo una bambina contava meno di zero, per il boss, per sua moglie e per l’uomo che dall’uno e dall’altra ebbe l’incarico di fare quel “lavoro”. Secondo gli investigatori, la madre venne uccisa subito, a colpi di pistola. Ad Angelica non fu “riservata neppure la pietà che si usa per gli ovini”. Fu ferita, lasciata agonizzante sul corpo della madre e, dopo alcune ore, afferrata per un piedino e sbattuta contro un muretto… La bara di Angelica fu un sacco di juta, un fagotto in cui mani feroci avvolsero il corpo di questa bambina. Corpo che venne poi ritrovato dopo sei anni, grazie alla confessione di un pentito. Nella nostra provincia, invece, è morto, pochi anni fa, Domenico, due anni e mezzo, trucidato a Palagiano, mentre era in auto, con la madre Maria Carla e con il suo compagno Mimmo. Miracolosamente si salvarono i due fratellini di Domenico, che erano sdraiati sul sedile posteriore dell’auto. Questi episodi si sono verificati nel nostro Salento, non in Campania o in Sicilia. Due episodi agghiaccianti: ci chie- Angelica Pirtoli, uccisa a Matino diamo con quale coraggio si possano ammazzare bambini di due anni? Mattia Dilorenzo Chiara Dimagli Il piccolo Domenico ucciso a Palagiano Annalisa Elefante Giulia Mero Ginevra Prudenzano Lorenzo Prudenzano Giulia Resta Sofia Valente La premonizione di Annalisa nelle pagine del suo diario: «Le strade mi fanno paura. I quartieri sono a rischio: vorrei fuggire» Affari, camorra, criminalità organizzata, malavitosi che vivono in ville stile Hollywood e una popolazione che, a volte, non solo è connivente, ma addirittura protegge e approva l’operato di coloro che violano le regole civili. Questa è Napoli, questa è l’omertà che ha ucciso la giovane Annalisa Durante, ragazza di 14 anni morta il 27 marzo del 2004 a Forcella, zona malfamata nel cuore antico di Napoli. Riportate anche nel dia- rio di Annalisa, si trovano le considerazioni sul degrado di quella lunga via a forma di “y”. “Le strade mi fanno paura” scriveva Annalisa. “Sono piene di scippi e rapine. Quartieri come i nostri sono a rischio. Vorrei fuggire. A Napoli ho paura”. La sua fu una drammatica premonizione. Ora Annalisa è “fuggita”, ma non farà mai più ritorno. I killer volevano uccidere “’o rosso”, il 19enne Salvatore Giuliano, nipote dei fratelli Giuliano, da anni in continua com- petizione con un’altra famiglia criminale emergente, i Mazzarella, per il controllo degli affari illeciti. Erano le 23 e la giovane ragazza si intratteneva sotto casa con un’amica. Annalisa non poteva mai immaginare che a casa non sarebbe più risalita. Il giovane preso di mira rispose al fuoco, ma prima utilizzò il corpo di Annalisa come “scudo”, per difendersi… Emanuele Perrucci L’intervista all’ex parroco di Forcella don Luigi Merola: «La gente vive nell’omertà perchè il boss compra il silenzio» Don Luigi Merola Da questa storia emerge un’altra figura. La figura di un giovane parroco, don Luigi Merola, uno dei pochi che a Forcella hanno dimostrato di non avere paura, benché più volte minacciato. Contattato telefonicamente, don Luigi si è gentilmente offerto di rispondere alle nostre domande. Aveva avuto modo di conoscereAnnalisa prima che lei perdesse la vita? «Annalisa era una bambina del mio oratorio a Forcella» è la risposta di don Luigi Merola. «La conoscevo bene. Amava la musica e amava stare insieme a me fino a quando non chiudevo la parrocchia, alle 22». Quando è arrivato nella parrocchia di Forcella cosa ha trovato e come l’hanno accolta? «Ho trovato una parrocchia senza “pecore”: era un recinto dove le “pecore” erano fuggite. Ho cominciato ad uscire dalla sacrestia e mi sono messo a cercarle. Ho iniziato dai bambini». Sapeva a cosa andava incontro impegnandosi nel sociale e nel mondo della cultura per “sottrarre” giovani al reclutamento della camorra? «Non lo sapevo, ma lo immaginavo. Mi è costato molto. La libertà è un dono grande che Dio ci ha dato». E’ stata la Fede a darle il coraggio di affrontare, seppur a distanza, gente senza scrupoli? «Senza la Fede non sarei il prete dei bambini. E’ Dio che mi dà la forza ogni giorno». Quali sono stati i risultati più importanti da lei ottenuti nel periodo in cui è stato parroco a Forcella? «E’ nato un oratorio, una scuola, una ludoteca col nome di Annalisa Durante. E poi un laboratorio di recitazione e di teatro». Abbiamo letto nelle pagine del libro di Paolo Miggiano che lei ha ricevuto diverse minacce: ha mai avuto paura? «La paura è umana, bisogna solo controllarla e gestirla. Altrimenti non si fa nulla. E poi i miei educatori mi hanno dato tanta forza» Come ha vissuto la decisione del trasferimento dalla parrocchia di Forcella? Perché togliere la “persona” giusta dal “posto” giusto? «Ancora oggi non l’ho capito. I superiori così hanno deciso e io ho obbedito. Peccato che il riscatto a Forcella sia stato interrotto». Abbiamo letto che il suo impegno, in prima fila, continua: ha trasformato l’area destinata ad una gabbia con un leone di una struttura sottratta alla camorra in campo di calcetto. Però la gente, che prima tollerava la presenza del camorrista, ora si lamenta per il chiasso dei ragazzi. Ha provato a parlare con questa gente? «La gente ha vissuto per anni nell’omertà perchè il boss “comprava” il silenzio pagando le bollette e facendo la spesa per i poveri. Noi siamo subentrati nella villa togliendo il loro referente. Non tutti ci hanno voluto bene. I ragazzi devono fare chiasso. Devono correre e giocare. A Napoli anche questi diritti erano negati. Noi ci siamo battuti per i bimbi affinché abbiano un futuro diverso dai loro padri che sono in carcere». Lei ritiene che la camorra si potrà vincere? In che modo? «La camorra, essendo organizzazione umana, finirà. Ma lo Stato» conclude don Luigi Merola, «lo deve volere, con la stessa intensità utilizzata in Puglia nella lotta contro il contrabbando». Irene Greco, Daniele Lecce

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6 Il caso vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv LA STORIA - La denuncia del colonnello pilota dell’Esercito, Carlo Calcagni «Io, vittima del dovere, ora combatto la mia guerra personale» L’ufficiale salentino deve fare i conti con una serie di gravi patologie, frutto di una massiccia contaminazione di metalli pesanti, tra cui uranio impoverito Si tratta di una triste eredità della missione di “pace” in Bosnia nel 1996: perché lo Stato Italiano non equipaggiò correttamente i suoi “figli”? «Il mio corpo è diventato una discarica di metalli pesanti» Il suo antidepressivo più efficace non sono i farmaci ma il ciclismo La grande passione del col. Carlo Calcagni Carlo Calcagni, colonnello del Ruolo d’Onore e pilota istruttore di elicottero dell’Esercito Italiano, da anni combatte contro una grave malattia contratta per cause di servizio. Il principale responsabile della sua malattia è l’uranio impoverito utilizzato nelle bombe che venivano lanciate dagli americani sulla ex Jugoslavia. L’organismo del colonnello Calcagni è contaminato da metalli pesanti. Nel 2002 la scoperta della malattia. Il referto dell’ospedale militare di Bari, nel 2005, certifica per la prima volta la patologia, ma lo Stato Italiano, quello che considera “figli” i soldati che tornano dalle missioni in una bara, ha sempre tentato di negare la realtà per nascondere le responsabilità di coloro che erano ai vertici dell’Esercito. L’uranio impoverito è un materiale radioattivo ottenuto dagli scarti della raffinazione dell’uranio arricchito 235. Tale materiale, essendo altamente piroforico e dall’alto peso specifico, era molto efficace contro carri armati: questi erano impenetrabili ai normali proiettili blindati, che superavano al massimo 2 dei 3 strati-corazza del carro, mentre proiettili all’uranio superavano l’intero corpo, lasciando integro il veicolo all’esterno ma sublimando qualsiasi cosa all’interno. È stato proprio questo fumo metallico generato dalla sublimazione che ha segnato Carlo: gli ha trasmesso una patologia che riescono a tenere a bada solo i medici inglesi. E pensare che lo Stato non gli riconosce questo disagio: una situazione che fa rabbia! Ma lui non si arrende, continua a combattere e a coltivare la sua passione, il ciclismo. Nonostante tutti i suoi organi siano stati contaminati dall’uranio impoverito e nonostante debba costantemente far ricorso a cure in un centro specializzato dell’Inghilterra, Carlo Calcagni, quando sale sul sellino della sua bici, mette le ali. Il ciclismo è il suo antidepressivo più efficace. Sulle sue due ruote lui vola verso un sogno: partecipare e e vincere le Paralimpiadi del 2016. Una medaglia gli consentirebbe di riferire al mondo la sua situazione quello che ha passato, quella che lo Stato rifiuta di ammettere. Potrebbe spiegare al mondo il proprio dramma e quello che ha ucciso molti suoi compagni: a loro e alle rispettive famiglie vorrebbe continuare a dare voce. Proprio per questa sua meritoria opera, Carlo Calcagni è stato insignito, nel 2012, del premio internazionale “Don Pino Puglisi”, un riconoscimento simbolico per chi, facendo il proprio dovere, promuove la dignità degli uomini che si sono contraddistinti nel loro lavoro, promuovendo positivamente l’impegno sociale. Mattia Dell’Anna,Annalisa Elefante, Simone Perchio, Emanuele Perrucci « Sopravvivo grazie alle terapie, vivo grazie allo sport». Il colonnello Carlo Calcagni usa frasi forti, come forte è la storia di questo pilota di eli- cotteri, che ama(va) volare. Carlo nel 1996 fu inviato in Bosnia, a Sarajevo, teatro di guerra in cui recuperava feriti per trasportarli in luoghi di cura. «Ero l’unico pilota di elicot- teri dell’Esercito del primo con- tingente italiano e dovevo re- cuperare feriti, in situazioni spesso estremamente perico- lose, attività per le quali sono stato encomiato per aver dato lustro all’Italia in un contesto internazionale» rende noto il col. Calcagni. «Le operazioni Il col. Calcagni mentre si cura in ospedale di recupero riguardavano so- riconoscere la causa di servi- riconoscenti per aver io esple- dovere di cittadino italiano, prattutto aree interessate dal- zio per la mia malattia derivan- tato il mio dovere». di uomo e di soldato nei con- le esplosioni di mine, che rila- te dall’uranio...». Le istituzioni, invece, han- fronti dei militari che non ci sciavano polveri con le quali Carlo è costretto ad assu- no sempre ignorato questo sono più, anche per questo sono entrato costantemente in mere tantissimi medicinali: cir- dramma. motivo mi onoro di far parte contatto e che si sono subito ca 300 compresse e 7 iniezioni Nessun rimborso durante il della Commissione Parlamen- diffuse nel sangue, intaccan- al giorno per continuare a fron- lungo calvario per medici e tare d’inchiesta sull’uranio do poi tutto il mio organismo». teggiare questo “nemico” in- ospedali, mentre la sua richie- impoverito del Senato della Egli era infatti ignaro sul visibile che non intende indie- sta di ottenere un indennizzo Repubblica, offrendo il mio tipo di bombe che i nostri “al- treggiare. Anche il suo regime per “giusta causa di servizio” contributo e la mia esperien- leati” a stelle e strisce stavano dietetico è particolare: può in- è rimasta per due anni su uno za personale». utilizzando: contenevano l’ura- gerire solo cibo che non sia di dei tavoli del Ministero della Carlo è una persona con nio impoverito. origine animale, senza glutine, Difesa. E pensare che in due un cuore nobile, una perso- Qualche anno dopo, pro- senza zucchero. La notte deve anni e mezzo ha speso per le na che si può definire “eroe” prio la bici gli lancia un segna- dormire con il respiratore, al- cure ben 30mila euro! Tra l’al- per ciò che ha fatto, per ciò le. trimenti il cervello non riceve- tro in Italia non sono possibili che ha subito dallo Stato Ita- «Non riesco più ad allenar- rebbe l’ossigenazione neces- le cure di “alta specializzazio- liano, per aver avuto la forza mi. Sto male. Anche volare di- saria. ne” a cui è costretto per un me- di rialzarsi sempre davanti a venta un peso». Molti soldati presenti in se, ogni quattro mesi, quando tutta la sofferenza che la vita Queste le sue parole per de- quella missione si sono amma- appunto si reca in Inghilterra. gli ha messo davanti. scriverci i primi momenti in cui lati. Questo tipo di malattia ha Tutto questo non solo com- «Chi ha subito una muti- ha scoperto che le cose non portato sofferenza e in tanti porta dispendio in termini eco- lazione si trova suo malgra- andavano. Decide di fare dei casi anche la morte. Al dolore nomici ma anche disagio, do- do a dover gestire una per- controlli, ma i risultati non fu- fisico si è aggiunta la posizio- lore ansia per sé e per la pro- dita; ma una perdita, per rono positivi: il suo fegato era ne “negazionista” di chi ha di- pria famiglia; soprattutto per i quanto invalidante, può es- infarcito di metalli e detriti chi- retto quella missione (che non suoi bambini. sere colmata, sostituita, rim- mici ad “alto rischio di neopla- ha fornito ai nostri soldati i Quest’uomo coraggioso, piazzata» ci ha fatto notare il sia intraepatica”. dispositivi di protezione indi- quindi, oltre che combattere col. Calcagni. «Il vissuto di «Il mio organismo soffre di viduale, invece in equipaggia- contro la sua malattia, deve perdita è pesante ma elabo- una serie di problematiche do- mento ai militari statunitensi) contrastare ogni giorno un al- rabile con minori difficoltà vute alla massiccia contamina- e di parte della politica. tro “mostro”, quello della bu- rispetto all’altra “mutilazio- zione di metalli pesanti che «Ci sono state tante perso- rocrazia che gli rende ancora ne” che perdita non è, ma è hanno colpito il midollo osseo, ne che mi hanno ringraziato e più difficili le cure. piuttosto essere “invasi” da l’ipofisi, la tiroide, nonché im- mi hanno chiamato eroe» ci ha «Se avessi aspettato sarei un nemico invisibile, che pedito l’ossigenazione dei tes- detto il col. Calcagni quando è già morto» afferma amaramen- giorno dopo giorno, ineso- suti» ci ha raccontato nel cor- stato ospite della nostra scuo- te il col. Calcagni. «Al ritorno rabilmente, inspiegabilmente so dell’incontro nella nostra la (è arrivato con una piccola da Sarajevo, nel giugno ‘96, mi e silenziosamente, prende scuola. bombola di ossigeno, che deve ritenevo fortunato per essere spazio e potere nel tuo cor- Ma la malattia non è l’uni- utilizzare per 18 ore su 24). «Ma sopravvissuto. Fin quando re- po e nella tua mente: è per- co problema. l’hanno fatto persone comuni, spiro e sono in grado di parla- cezione di sentirsi progres- «Ci ho messo anni a farmi che non mi dovevano essere re io racconterò la verità: è mio sivamente “occupati” da mi- nuscole particelle che imper- cettibilmente minano l’orga- «Un filo mi tiene legato alla vita. Sono un uomo, un soldato, un ufficiale, che in una missione internazionale di “pace” ha incon- nismo dal proprio interno. Ho scritto più volte alle isti- trato un nemico terribile. Un nemico invisibile, un nemico sub- tuzioni senza mai avere alcu- dolo ed efficiente: l’uranio impoverito! na risposta: indifferenza to- Ora lotto per vivere. Mi alzo ogni mattina, spesso dopo notti insonni per i grandi dolori, con un unico scopo: essere di esempio e trovare le energie per salire sulla mia bici. E questa la mia macchina di salvezza. Concentro cuore, testa e gambe e inizio a pedalare. Il dolore si attenua e io vado più forte. tale. Questo è più doloroso della stessa sofferenza della malattia». La vita mi prende, la vita rientra in me attraverso l’aria che pizzica, le gambe che si induriscono e il cuore che batte forte! Ogni volta è sempre più difficile, ma io non mollo perché è proprio quando il gioco si fa duro che i duri iniziano a giocare!». Sara Attanasio Aurora Buccolieri Ruben Elia Diletta Lacalamita Col. Carlo Calcagni Matteo Micelli Dylan Pulieri

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Il caso vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv 7 Il ciclismo, una passione che diventa medicina, per il corpo, ma anche per la mente L’obiettivo del col. Calcagni è ora quello di partecipare alle Paralimpiadi di Rio de Janiero in programma a settembre «Senza un obiettivo non potrei sopportare tanto dolore. E’ una sfida importante per rimettermi in gioco e per fungere da stimolo per i ragazzi disabili» «Anche nella peggiore situazione, c’è sempre una luce» Tutti abbiamo problemi nella vita. Chi più gravi, chi invece passeggeri, che si risolvono. Non tutti, però, li affrontano con lo stesso spirito e con la stessa determinazione che dimostra, ogni giorno della propria vita, il col. Carlo Calcagni. Nonostante i seri problemi di salute, lui è sempre in prima fila, da solo contro tutti. Ci ha molto colpito il suo ottimismo e il suo modo di vedere e interpretare la vita. Ecco alcune sue significative riflessioni. Si intitolano: “Lasciali parlare”. «Cosa possono sapere di te, di come vivi, del mondo di emozioni che ti porti dentro, della sofferenza che affronti e che sei costretto a superare? Per forza, perchè tu non hai alternativa. Cosa possono sapere delle fasi alterne che vivi nella stessa giornata, della gioia di una vittoria sofferta, della disperazione di una sconfitta da riparare? Che ne sanno del tuo dolore, della tua rabbia, del tuo passato e del tuo presente? Lasciali paralre, resteranno sterili parole. Lasciali parlare e vai dritto per la tua strada. Ho superato momenti che non credo di poter superare. Ho vissuto situazioni che pensavo potessero uccidermi. Ho ricevuto delusioni da chi mai avrei immaginato potesse ferirmi e proprio da coloro ai quali ho voluto bene e ho dato tanto. Ma quello che conta è che sono ancora qui e ancora più forte di prima. Nessuno potrà abbattermi, perchè ogni volta che mi faranno cadere, mi rialzerò sempre più forte e più determinato di prima». E’ questa la tempra del col. Carlo Calcagni. Già, lui si piega, ma non si spezza. Perche per lui,«anche nella peggiore situazione, c’è sempre una luce». La redazione Più forte della malattia. La tempra del col. Calcagni emerge quando salta su una bici. Il ciclismo, per lui, non è solo una passione, ma anche una medicina. «La mia missione non è più soccorrere feriti con l’elicottero; oggi la mia missione è portare un messaggio di speranza a tutte le persone in difficoltà, voglio essere d’esempio e far vedere che lo sport può regalare una nuova possibilità a tutti coloro che si sentono “diversi”» sono le sue parole. «Sappiate che non siete soli». Carlo Calcagni fa parte della Nazionale di ciclismo paralimpico. Lo sport, come si fa notare in uno spot pubblicitario televisivo, è per tutti. Anche per coloro che, a seguito di ma-lattie o incidenti o per causa di servizio, ora convivono con delle disabilità. «Ho iniziato a svolgere attività nell’ambito del ciclismo paralimpico: questa è una sfida importante per rimettermi in gioco, condurre un nuovo stile di vita con nuovi obiettivi e riuscire a staccare dai problemi quotidiani a cui la malattia mi costringe. Spero di essere uno stimolo per tanti ragazzi disabili che ancora non hanno avuto il coraggio di uscire allo scoperto, restando chiusi all’interno delle mura domestiche. Noi siamo persone normali, ma dalla grinta e dal carattere eccezionali». Ad aprile Carlo Calcagni ha vinto la prima tappa del Giro d’Italia paralimpico, indossando la maglia rosa. Ma il sogno è un altro. «Ora ho un sogno, come tutti immagino, ma io non voglio lasciarlo nel cassetto: sono determinato a partecipare e vincere le Paralimpiadi di Rio 2016». Prima della “disavventura” nella ex Jugoslavia, il col. Cal- Calcagni in maglia rosa Il col. Calcagni mi ha fatto capire che la vita non finisce quando inizia una malattia Penso che Carlo Calcagni sia un esempio per tutti noi. Non solo per il suo passato da miliare e il suo grande talento nel mondo del ciclismo, ma soprattutto per la forza con cui affronta la vita e la sua malattia. Mi ha fatto capire che non ci si deve mai arrendere, che si deve sempre andare avanti, che la vita non finisce quando inizia una malattia, quando si perde il lavoro o qualcuno di importante. La vita continua lo stesso e tu devi adattarti per viverla al meglio. In molte occasioni mi ha dato la forza di andare avanti, di non arrendermi al primo ostacolo. Ogni volta che mi arrendevo, pensavo: Carlo Calcagni ha vissuto situazioni peggiori e le ha superate; Carlo Calcagni non si è mai arreso e ha continuato a lottare; Carlo Cal- cagni è forte, devo esserlo anch’io: non devo arrendermi, devo lottare per ciò che voglio, anche per qualcosa di banale, ma devo farlo. Mi ha fatto capire che non saremo mai soli, che ci sarà sempre qualcuno pronto ad aiutarci, che ci vuole bene e che, per quanto può, ci difenderà. Vorrei essere come lui: un eroe. Dal giorno dell’incontro con Carlo Calcagni, anche io sono ottimista, perché so che ci sono tante altre persone che vivono situazioni particolari, ma hanno sempre il sorriso stampato in faccia. Così anch’io, da oggi in poi, potrò dire che anche nelle peggiori situazioni, c’è sempre una luce. Valentina Polimeno cagni stravinceva ogni gara riservata ai militari. «In una gara, a Rieti, andai in fuga solitaria per 180 chilometri. Una fuga di cinque ore. Scalai il Terminillo (montagna alta 2.100 metri) e vinsi con un distacco di 19 minuti». E’ stato campione del mondo e per ben 21 volte campione nazionale. «Spero di essere uno stimolo per i ragazzi con disabilità che ancora non hanno avuto il coraggio di uscire allo scoperto. Noi siamo persone normali, ma dalla grinta e dal carattere eccezionali». Uno dei suoi amici più stretti, con il quale è venuto all’incontro con la nostra scuola, è proprio un altro atleta di paraciclismo: il nostro compaesano Leonardo Melle. Entrambi fanno parte della società siciliana “Nolè”. «La grande forza morale di chi come noi combatte, nel quotidiano, avversità psichi- che e fisiche notevoli, potrebbe essere as- sunta come modello di ri- ferimento per affronta- re più sere- namente la vita. L’attivi- tà paralim- pica contri- buisce a far prendere coscienza al Paese che la dimensione sportiva è uno stru- mento di inclusione, di Il col. Calcagni con i suoi trofei cultura, di comunicazione. Mai desistere zio di una bella storia». alle prime difficoltà» conclude il col. Calcagni, «perché la di- Graziano Capogrosso mensione sportiva potrà rega- Daniele Lecce lare qualcosa di straordinario Maria Francesca Perrucci e irripetibile, come per me: l’ini- Ginevra Prudenzano «Questo “nemico invisibile” mi ha attaccato con la complicità di chi avrebbe dovuto proteggermi» L a “guerra” personale contro gli effetti deva- stanti di un nemico invisibile è un susseguirsi quotidiano di battaglie alla continua ri- cerca di un sempre precario equilibrio fra la cronicità del- la malattia e la salute psico- fisica necessaria per soppor- tarne le conseguenze. «Anche a nome degli altri colleghi, che da anni porta- no su di sé e sulle proprie famiglie il carico di “veleni” dai quali non siamo stati protetti Il col. Calcagni con la redazione del “Prudenzano Magazine” nell’esercizio del nostro dovere, voglio esprimere il mio rammarico quanto la rabbia rispetto al non essere stato sostenuto proprio dalle istituzioni che ho sempre servito, nei momenti in cui la malattia è divenuta progressivamente più debilitante» sono le dure e toccanti parole del col. Carlo Calcagni. «In più occasioni noi Vittime ci siamo sentite “abbandonate” e ancora oggi spesso avvertiamo la distanza delle istituzioni». Il riferimento è al gran numero di militari colpiti da gravi patologie che sono stati costretti a curarsi a proprie spese, non essendo stata riconosciuta la causa di servizio. «Nella tradizionale retorica le Forze Armate si considerano come “una grande famiglia militare”. E’ triste constatare come in realtà tanti militari siano orfani» si lamenta Calcagni. «E mi ritengo assolutamente fortunato, perché un numero notevole di colleghi non può oggi essere con noi a rendere testi- monianza della propria storia di Vittima; il dolore della malattia e poi della perdita resta nella vita di chi rimane, di chi era a loro legato, di madri, mogli, figli che prematuramente hanno dovuto lasciare, purtroppo spesso abbandonati dalle istituzioni responsabili di questo dolore. Ad un malato e alla sua famiglia andrebbero garantiti sostegno, sollievo, conforto; un paziente ha già un terribile “nemico” con cui combattere, non gli si può chiedere di lottare anche contro le istituzioni, tanto più quando queste stesse si sono rese responsabili del suo male». Un male subdolo. «Già, perché questo nemico non mi è venuto incontro su un campo di battaglia, non ne ho potuto intravedere il volto, né le armi, né tanto meno ho avuto immediata contezza della sua potenza distruttrice se non quando era già dentro di me, nel mio sangue, negli organi, nelle cellule, nel mio DNA, quando era giunto ad invadermi nella più completa e devastante delle maniere, in modo assolutamente inarrestabile». Il col. Calcagni si affida dunque alle cure. «Cure che non mi guariscono. Tamponano il male: aiutano a vivere una vita quasi normale. Ma sono distrutto anche a livello psicologico: a volte avrei voglia di non curarmi più. Sono stanco. Faccio tutto da me, incluse le iniezioni, e non passa giorno senza prendere medicine. Ho la febbre quasi tutte le sere. Nel mio corpo c’è una bomba a orologeria e mi auguro che la sveglia non suoni mai. Mi convinco di essere forte, perché sono un atleta, e l’atleta è forte innanzitutto nella testa. Ma fino a quando può reggere la mia testa?». Valentina Attanasio Francesca Caforio Maria Francesca Perrucci Lorenzo Prudenzano Giulia Resta

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8 L’intervista in esclusiva vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv Il caporalato: i “moderni schiavi” che vengono sfruttati nei lavori agricoli L’intervista esclusiva – Stefano Arcuri parla per la prima volta della tragedia di Paola Quando il lavoro nero nei campi dà solo pessimi frutti La morte di una donna di San Giorgio Jonico ha scosso le coscienze degli italiani Si svegliano alle 2 del mattino, ritornano a casa dopo 15 ore: vengono pagati 27 euro al giorno Si vive e si lavora in condizioni spaventose, cioè insane e fuori da ogni regola, con tempi di lavoro che non scendono sotto le dieci ore quotidiane e paghe che gridano vendetta. I lavoratori non parlano: chi denuncia, perde l’occupazione e rischia di non lavorare mai più. E’ questo il caporalato, un fenomeno, a mio avviso, criminale, che va allargandosi a macchia d’olio, soprattutto in questi periodi di crisi: pur di portare a casa qualche euro, ormai si accetta qualunque lavoro. Questa è una situazione che non coinvolge solo gli extracomunitari (forse i più sfruttati nella raccolta dei pomodori), ma anche gli italiani. Non è un caso se la scorsa estate sono state ben due le morti di braccianti agricoli nei campi della Puglia. Per una coincidenza, entrambe le vittime (un uomo e la signora Paola), erano entrambi di San Giorgio Jonico, un paese non molto lontano dal nostro. Ma cos’è il caporalato? Chi è il caporale? Il caporale è colui che recluta, giorno per giorno, la manodopera che viene utilizzata nei campi. A lui il compito di trasportarla nelle aziende agricole, che a volte distano oltre 100 chilometri. Si parte prima dell’alba con furgoncini di fortuna e si ritorna nel tardo pomeriggio, dopo oltre 13 ore trascorse lontano da casa. Il proprietario terriero paga il caporale, che a sua volta retribuisce i braccianti con somme ben lontane da quanto previsto dal contratto. Abbiamo appreso che per gli extracomunitari, quando lavorano sotto il sole cocente dell’estate pugliese, si è arrivati a riconoscere solo un euro ogni ora. Per far rispettare modalità e orari di lavoro, si arriva anche a minacce, violenze e intimidazioni. Tutto questo perché si approfitta dello stato di bisogno o di necessità del lavoratore, soprattutto in questo periodo di crisi. Sono questi i nuovi “schiavi”. Già, perché il lavoro delle campagne è realizzato dagli “invisibili”. Solo in Puglia si calcola la presenza di circa 50mila invisibili. Emanuele Perrucci Prima di iniziare a rispondere alle nostre domande, il signor Stefano Arcuri, marito della signora Paola (morta l’estate scorsa a 49 anni mentre lavorava nei campi ad Andria), ha tenuto a farci sapere che era la prima volta, in assoluto, che rilasciava un’intervista. «Mi hanno ripetutamente contattato i giornalisti della Rai e di Mediaset, oltre ai cronisti dei quotidiani pugliesi. In un’occasione mi chiamò anche il corrispondente in Italia del “New York Times”, che l’estate scorsa intendeva scrivere un reportage sul fenomeno del caporalato. Io ho sempre cortesemente declinato l’invito» ha rimarcato il signor Arcuri. «Ho accettato di rispondere alle vostre domande solo perché apprezzo la valenza educativa di questa iniziativa». Poi il nostro ospite si è soffermato su un altro concetto: il rispetto per l’essere umano. «Chi sfrutta le persone, non potrà mai avere pace». Ci ha quindi parlato, con un filo di emozione, di sua moglie Paola. «Non aveva hobby. Lei viveva per la sua famiglia. Amava i nostri tre figli e ha sempre praticato il lavoro stagionale nelle campagne». Stefano ha poi raccontato come si svolgeva la giornata lavorativa di Paola. «Si svegliava poco prima delle 2 del mattino. Alle 3 usciva di casa: ad un paio di isolati di distanza passava il furgoncino che la portava al lavoro insieme alle altre colleghe. Il luogo del lavoro era sempre un’incognita: la località la si apprendeva solo quando si era in viaggio. Si giungeva a destinazione verso le 5 e inizia- La nuova legge anti-caporalato basterà? O si ritornerà a raccontare di nuove tragedie? vano così le 7 ore di lavoro. Non sempre si staccava però dopo 7 ore. Quando bisognava spedire il raccolto, si andava avanti sino a quando i tir erano carichi. In queste circostanze si arriva a casa intorno alle 18-18,30». Sette ore di lavoro durissime. «Il compito di Paola era quello dell’acinellatura: cercando di non rovinare il grappolo dell’uva, bisognava togliere gli acini più piccoli o quelli guasti, per curare l’estetica del prodotto. Lei era molto brava in questo. Significa stare con le braccia tese e con la testa alzata per tutta la giornata. Un lavoro insomma molto duro. Naturalmente veniva impiegata anche nella raccolta: l’uva da tavola veniva posizionata nelle cassette, che poi venivano confezionate e spedite nei mercati del nord o in altri Paesi europei». Il ritmo di lavoro era estenuante. «In alcune aziende i vigneti avevano una copertura in plastica per proteggere il prodotto. Si creava quindi l’effettoserra, che costringeva i lavoratori a operare ad una temperatura altissima: a volte anche di 50 gradi. Questa protezione faceva rimanere nell’aria gli anticrittogamici o i pesticidi, che poi venivano inalati. In bagno si poteva andare una volta o la massimo due. Una condizione che costrinse Paola a non assumere più i diuretici (necessari per tenere sotto controllo la pressione), al mattino, bensì al pomeriggio, quando rientrava a casa». La stagione lavorativa iniziava intorno ad aprile e terminava a novembre. «Se ci si ammala, si rischia di perdere il lavoro. I braccianti vengono sostituiti e restano senza lavoro anche per un paio di settimane. Per ogni lavora- Il signor Stefano Arcuri con la moglie Paola tore era importante raggiungere almeno le 101 giornate lavorative, perché, in tal modo, scattavano i benefici previdenziali». La paga per Paola era di 27 euro al giorno: poco meno di 4 euro all’ora se si considerano solo le 7 ore lavorative; poco più di 2 euro all’ora se si considera anche il viaggio. Non sono mancate le domande su quel giorno maledetto: il 13 luglio del 2015. «Nel corso della mattinata mi arrivò una telefonata in cui mi si diceva che Paola non si era sentita bene e che era necessario che io andassi ad Andria» racconta Stefano Arcuri. «Siamo partiti immediatamente in auto. Provai a richiamare dopo una mezzoretta per sapere ulteriori notizie sul suo stato di salute. Dopo un pò di silenzi, ho intuito la cruda realtà. Ritrovammo Paola già nella camera mortuaria dell’ospedale di Andria». Su ciò che accadde quel giorno, Stefano preferisce non entrare nei particolari. «E’ ancora in corso una inchiesta da parte della Magistratura. Posso dire molto poco. Paola dovrebbe essere morta per un infarto, ma lei non aveva mai avuto problemi cardiaci. Io credo che non sia stata soccorsa in tempo: avranno sottovalutato il problema e chiamato il 118 solo quando era ormai tardi. Lasciamo però ai giudici stabilire se ci sono delle responsabilità e, in tal caso, a chi andrebbero ascritte». L’allora procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, che stava conducendo l’inchiesta sulla morte di Paola,, affermò: «La gente non collabora, preferisce guadagnare pochi spiccioli anziché collaborare alle nostre indagini, finalizzare a debellare il fenomeno». «Si, è vero. Anche il ministro Martina parlò di un “muro di gomma”. Ho ascoltato interviste televisive in cui i braccianti hanno affermato di guadagnare 60 euro al giorno. E’ naturalmente falso, ma non potevano dire la verità: avrebbero perso il posto di lavoro». Dopo Paola, un altro bracciante di San Giorgio Jonico ha perso la vita mentre lavorava in Basilicata. E poi è toccato ad un sudanese di nome Mohamed: è morto di stenti, fatica, caldo, cattiveria. Cosa si aspetta a riportare la civiltà nelle campagne? Milena Dinoi Ruben Elia Irene Greco Dopo le tre morti di braccianti agricoli dell’estate del 2015 il mondo politico si è reso conto che non poteva più far finta di non sapere cosa accade nei campi: furono avviati controlli a tappeto e fu introdotta una nuova legge. «Non è possibile morire di lavoro nei campi in questo modo» affermò il procuratore capo del Tribunale di Trani, Carlo Maria Capristo. «Serve, come contro la criminalità organizzata, un salto di qualità che rompa il muro di gomma, l’omertà e la paura. Contrastare lavoro nero e sfruttamento nei campi deve essere un dovere di tutti, delle istituzioni in primis, che devono, prima di tutto, intensificare i controlli sul campo». A fine agosto, spinto forse dall’emozione nazionale per la morte della signora Paola e di altri due braccianti, il ministero delle Politiche agricole rese velocemente operativa la «Rete lavoro agricolo di qualità», già varata oltre un anno prima. Ma basterà? «Ho qualche dubbio» è stata la risposta di Stefano Arcuri. «Attendiamo la nuova estate per capire se i braccianti lavoreranno in condizioni migliori». C’è scetticismo, insomma. Anche nella stagione 2016, con il montare del caldo, si tornerà a raccontare di altre signore Paola, magari non italiane, magari con il volto di immigrati appena sbarcati? Francesco Capogrosso, Matteo Micelli, Dylan Pulieri Il signor Stefano con la redazione del “Prudenzano Magazine”

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Pizzo e mozzarelle vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv 9 Una piaga del nostro sistema economico: l’estorsione, l’odiosa “tassa” mafiosa L’incontro con Mario Lucaselli: quando la libertà non ha … pizzo Un fenomeno che spesso rimane sommerso per il timore di ritorsioni N el nostro viaggio nel mondo dell’illegalità abbiamo scelto di soffermarci su uno dei fenomeni più odiosi sentato dal sottoscritto per chiedere soldi». Il primo atto intimidatorio fu l’incendio della sua autovet- che affliggono il mondo del tura personale. Dove avvenne commercio: l’estorsione. Ab- e cosa pensò dopo in seguito a biamo invitato nella nostra quell’episodio? scuola il signor Mario Luca- «Avvenne nei pressi del selli, titolare di un caseificio a caseificio. Non me ne ero ac- Taranto, preso di mira ben tre corto. Mi citofonarono i cara- volte: ignoti, infatti, hanno binieri intorno alle 22,30 per sparato cinque colpi di pistola avvisarmi. Credevo fosse uno all’indirizzo della serranda del- scherzo. Di certo quell’auto la sua attività, poi hanno bru- non prese fuoco da sola: qual- ciato un’auto personale e un cuno aveva rotto il vetro e ave- furgoncino dell’azienda in suo va gettato una tanica piena di uso. Ma il signor Lucaselli non benzina dentro. Ma non pen- si è mai fatto intimidire. sai ad un episodio di tipo Poi ci furono i colpi di pi- cket potessero decidere di Prima dei tre avvertimenti estorsivo. Ho provato a far stola sparati contro la serran- colpire lei o i suoi familia- Racket è un termine in- merso, a causa della paura a glese che indica at- denunciare, del timore di di stampo estorsivo, aveva mai sentito parlare di racket nella zona del suo caseificio? mente locale su possibili altre motivazioni, ma francamente non ne trovai nessuna valida». da del suo negozio.Aquel punto crediamo che non ci siano stati più dubbi sulla natura di ri? «Certo, la paura c’è sta- ta. Io avevo intuito anche tività criminali finalizzate a ritorsioni e spesso anche «Purtroppo si» la sua rispo- Dopo l’incendio della sua quei gesti. chi poteva aver organizzato controllare determinati della difficoltà nel capire sta. «Non me ne ero preoccu- autovettura personale, qualcu- «Prima ci fu l’incendio del quegli attentati. La Polizia, settori delle attività econo- dove e a chi sporgere denun- pato perché, sino a quel mo- no le ha chiesto dei soldi in furgoncino che usavo per le seguendo altri strumenti, ci miche e commerciali. Essa cia o a chi affidarsi. mento, mai nessuno si era pre- cambio della protezione? consegne. L’episodio avven- è arrivata dopo. Al momen- viene generalmente svol- C’è fiducia sicuramente «No, tutti ne due mesi dopo il primo in- to, però, le indagini non so- ta attraverso minacce e in- nelle forze dell’ordine, ma se si dimostra- cendio. Poi seguirono i colpi no ancora chiuse, quindi timidazioni varie al fine di questo fenomeno tende a rono amici, di pistola. Quella sera si era di- megli attendere». estorcere denaro, punen- crescere, probabilmente non esprimendo- sputata una partita di calcio e Secondo lei, quanta gen- do materialmente chi si rifiuta di sottostare alle richieste. L’estorsione vede il commerciante costretto a pagare il criminale per essere “protetto” da rischi e pericoli che esso stesso può dunque creare. Pagare il “pizzo” (come si chiama in genere questa specie di tangente mafiosa) vuol dire pagare alla criminalità una vera e propria tassa sulle proprie attività economiche. Si viene a creare un rapporto di sottomissione fra il cittadino onesto e il criminale. Questa “tassa mafiosa” ci sono leggi adeguate per reprimerlo. Un fenomeno che è presente anche nella nostra regione e nella nostra provincia. La presenza della violenza esercitata dalla criminalità, con il rischio del fallimento per le attività produttive e commerciali, contribuisce a frenare lo sviluppo e la crescita del nostro territorio. Ci siamo allora chiesti: cosa possiamo fare noi giovani studenti per contribuire a frenare questo fenomeno? Abbiamo deciso di parlarne in questo nostro giornale, confrontandoci con un operatore commerciale, il signor Il signor Mario Lucaselli durante l’incontro con la nostra redazione mi la solidarietà. Anche gente che incassa le estorsioni in quella zona. Come le incassa? Vendendo biglietti di una pseudo lotteria, il cui costo varia secondo il fatturato dell’attività…». io collegai quei botti ai petardi che di solito si fanno esplodere per festeggiare un successo sportivo». Ha mai visto qualche faccia sospetta nei pressi della sua attività? Nessuno le ha fatto capire che voleva dei soldi? «Le facce sospette possono essere tutte o nessuna. Si sono guardate bene di chiedere i soldi, visto che la Polizia voleva mettermi una scorta, che io rifiutai. Ma attivarono delle misure per tenermi sotto osservazione e, quindi, per proteggermi». Ha mai avuto paura? Ha temuto che i malviventi del ra- te preferisce subire senza denunciare? Quanto, cioè, l’omertà e la paura influiscono nella diffusione di questo fenomeno? «L’omertà c’è. A mio avviso, però, bisogna parlarne e denunciare» conclude il signor Mario Lucaselli. «Questa gente incute terrore in quel momento, però non è gente pericolosa». Graziano Capogrosso Mattia Dilorenzo Chiara Dimagli Milena Dinoi Emanuele Perrucci Giulia Resta rappresenta non solo una Mario Lucaselli, che non si è perdita economica per l’azienda, ma anche una penalizzazione per il terri- fatto intimidire dal racket delle estorsioni. L’impegno per la legalità Le “mozzarelle antiracket”: quando la gente per bene si mobilita «Le mozzarelle di Mario sono speciali per coloro che non ci stanno a piegare la testa» torio, perché altra gente deve rappresentare una prio- viene indotta a non investire. Secondo alcune stime, ogni anno in Italia vengono pagate estorsioni per circa 10 miliardi di euro ogni anno e sono circa 160.000 le attività coinvolte. Purtroppo questo fenomeno spesso rimane som- rità. Non possiamo delegare ad altri quello che ciascuno di noi deve fare come atto di responsabilità e di libertà. Ciascun cittadino deve fare la propria parte. Aurora Buccolieri Francesca Caforio Vanessa Caraccio Federico Pichierri La storia del signor Lucaselli ha un aspetto che ci ha molto colpito: la solidarietà della gente perbene. Per dimostrare la vicinanza a chi non si è fatto intimidire dal racket, mettendo in pratica un’idea lanciata da una giornalista, tanta gente ha deciso di aderire all’iniziativa “Pago chi non paga”. In un giorno stabilito, la gente onesta ha acquistato le mozzarelle dal signor Lucaselli per aiutare la sua azienda a superare quel momento difficile. Dopo questa iniziativa, quelle del caseificio di Mario Lucaselli sono state definite “mozzarelle antiracket” «L’iniziativa sul consumo critico» fu scritto in un giorna- le, «è riuscita a richiamare intorno al commerciante coraggioso, vittima di diversi attentanti, tanti cittadini». Questa la dichiarazione di uno di loro: «Sono qui perché questa storia deve finire. Dobbiamo essere noi a cambiare, magari smettendo di dare soldi ai parcheggiatori abusivi, oppure riprendendoci questa un Pirro che venga a salvarla e poi si ritrova sette decreti salva Ilva». Un’altra signora, ai tanti curiosi che chiedevano cosa stesse accadendo, ha risposto: «Le mozzarelle di Mario sono più buone. Sono speciali perché nascono dal suo coraggio e vengono condivise con tanti cuori, quelli via Temenide, dove ha sede il sani dei tarantini che non ci Un’esperienza di una tentata estorsione caseificio. Questa città, narcotizzata dalla diossina, sem- stanno a piegare la testa». Accadde alcuni anni fa in una città del nord dell’Italia bra perennemente in attesa di La redazione Tanti anni fa, un lontano parente di mia madre possedeva una gioielleria in una città del nord dell’Itala. Un giorno il mio prozio era seduto, comodo, sulla sedia che si trovava dietro al bancone, quando un signore con gli abiti griffati arrivò in gioielleria. Il mio prozio, pensando che fosse una persona per bene, lo fece accomodare. Questo signore inizialmente chiese come andava l’attività. Il prozio cambiò discorso, chiedendo se fosse interessato ai prodotti della gioielleria. In quel momento questo signore rivelò le sue vere intenzioni: non era un cliente ma un mafioso. Chiese allo zio 2.000 euro entro 24 ore. Se il denaro non fosse arrivato, avrebbe dato fuoco alla gioielleria. Impaurito per quella minaccia, non sapendo come comportar- si, in quel momento mio zio accettò. Non appena però il mafioso andò via, mio zio decise di denunciare tutto alla Polizia. L’unico modo per non piegarsi era la denuncia. Ma questa denuncia gli costò tanto: dovette chiudere l’attività e “rifugiarsi” con la famiglia in un piccolo paesino sperduto, perché temeva delle ritorsioni. Inoltre dovette rimboccarsi le maniche e ricominciare una nuova vita. Come sostenne il giudice Falcone, io sono convinta che la mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e una fine. Tutti noi, uniti, possiamo sconfiggerla. Annalisa Elefante La gente acquista le mozzarelle “antiracket”

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10 Prevenzione e ben-essere vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv Salute e ben-essere: l’incontro con L’incontro a scuola con la nutrizionista Merico, gli operatori dell’ass. “Emma Bandelli” l’oncologo Brunetti e la psicologa Battaglia Le linee guida per un corretto stile di vita I consigli per difenderci da tumori, dipendenze e dai rischi della cattiva alimentazione Le finalità dell’ass. “Emma Bandelli” L’associazione “Emma Bandelli” è nata alcuni mesi fa per iniziativa di pazienti e di operatori sanitari del servizio di “Oncologia” dell’ospedale “Marianna Giannuzzi” di Manduria. Opera esclusivamente nel campo del volontariato e si prefigge di offrire un sostegno sociale e sociosanitario per agevolare la vita dei malati affetti dalle patologie oncologiche. Questi gli obiettivi specifici dell’associazione: sostenere l’assistenza al malato oncologico e la sua famiglia nelle diverse fasi della malattia, dalla diagnosi alla presa in carico al domicilio, in integrazione con i servizi dell’ospedale e del territorio; supportare i bisogni espressi dei pazienti/familiari che vertono essenzialmente su tre aree: psicologico, fisico-energetico, psico-corporeo e creativo; costruire attorno al malato oncologico una rete di solidarietà, di sicurezza e di informazione; organizzare dibattiti e seminari informativi sulla prevenzione e cura dei tumori; organizzare incontri di sensibilizzazione e prevenzione nelle scuole. Uno di questi incontri si è svolto proprio nella nostra scuola. Aurora Buccolieri Matteo Micelli La salute, così intesa, assume un significato ben più ampio che investe tutti gli aspetti, fisici e psichici, della persona e indica, al di là dell’assenza di patologie, uno stato di ben-essere “globale”. La promozione della salute viene perciò, in tal modo, ad identificarsi con la promozione del benessere. Negli ultimi tempi i temi della salute e dell’alimentazione hanno acquistato una ben più incisiva evidenza. L’inserimento dell’educazione alla salute e dell’educazione alimentare, nel più ampio quadro dell’educazione alla convivenza civile, che comprende anche l’educazione alla cittadinanza, l’educazione stradale, l’educazione ambientale, è diventata sempre più una priorità. In quest’ottica, di buon grado abbiamo accolto l’invito dell’associazione di volontariato “Emma Bandelli” ad un incontro su tre tematiche di grande interesse: la prevenzione dei tumori con un corretto stile di vita (trattato dal dirigente del servizio di Oncologia dell’ospedale “Giannuzzi” di Manduria, dott. Cosimo Brunetti); l’importanza di una sana alimentazione (tema trattato dalla nutrizionista, dott.ssa Giulia Merico); le conseguenze, anche psichiche, delle dipendenze (tema, sempre più attuale nella nostra generazione, trattato dalla psicologa, dott.ssa Daniela Battaglia). E’ intervenuto dapprima il dott. Brunetti, che ci ha spiegato che per “cancro” si definisce un gruppo di malattie che hanno in comune il fatto che il processo di riproduzione cellulare impazzisce. Si può insomma manifestare in tanti modi, con la possibilità di colpire uno dei nostri organi. Può essere provocato da fattori ambientali, ma anche dallo stress. All’interno del corpo provoca una vera e propria rivoluzione e la sua manifestazione può essere colta da diversi sintomi, come, ad esempio, da un dimagrimento improvviso o dall’inappetenza. In realtà, generalmente il nostro corpo produce una notevole quantità di cellule cancerogene, che vengono distrutte dal nostro sistema immunitario. Allora perché, a volte, non succede e le persone si ammalano e muoiono? Questa è la risposta che abbiamo appreso nel corso dell’incontro: le cellule cancerogene possono attivare meccanismi di escape, che le nascondono alle cellule del sistema immunitario. Perciò continuano a ostacolare, indisturbate, il funzionamento del nostro organismo. Per poter attivare questi meccanismi, hanno bisogno di due sostanze: un iniziante e un promovente. Quando la dipendenza diventa patologica Viviamo la vita senza cadere nella … rete delle dipendenze Molto interessante è stata anche la relazione della psicologa, dott.ssa Daniela Battaglia, sulle dipendenze. Un tema che tocca molto noi ragazzi (ma non solo), soprattutto nella dipendenza dal telefonino: in tanti non riescono più a rinunciarvi, essendo divenuti schiavi di questo “strumento”. Le dipendenze possono essere tante. Alcune le abbiamo già trattate nel numero del “Prudenzano Magazine” dello scorso anno: quella dall’alcool e quella dal gioco. Poi ve ne sono altre: le più conosciute sono le dipendenze dal fumo e dalla droga. Come accorgersi se siamo dipendenti dal nostro cellulare? La dipendenza si manifesta se abbiamo paura che si rompa; se c’è il timore che vada in tilt; se andiamo in panico quando sta per scaricarsi la batteria. Come svincolarsi dalle dipendenze? Ecco alcuni consigli: imporsi un tempo per restare connessi ai social network o al cellulare; stare più frequentemente con gli amici al parco senza la tecnologia; affrontare ogni paura e timore, evitando di chiudersi in se stessi; bere alcolici il meno possibile (meglio se non si beve proprio); stare lontani dalle sigarette, dalla droga e dai vari tipi di giochi in cui si puntano soldi. Queste tematiche, molto attuali, le abbiamo approfondite nella pagina successiva. Mattia Dilorenzo, Annalisa Elefante, Dylan Pulieri Da sinistra, la dottoressa Giulia Merico, il dott. Cosimo Brunetti e la dottoressa Daniela Battaglia Un potente promovente è la diossina, prodotta da combustioni con ossidazione incompleta. Ecco perché le patologie neoplastiche sono molto dif- fuse nelle zone industrializzate e, quindi, anche nella nostra provincia per la diossina prodotta dall’Ilva. Fortunatamente la Medicina ha fatto molti passi in avanti e, oggi, molti tumori si riescono a curare. Quelli che si possono sconfiggere con più facilità sono le leucemie e i linfomi. Ma in tante altre circostanze è il tumore a vincere questa battaglia e le conseguenze sono devastanti. Conseguenze che noi della scuola “Prudenzano” abbiamo purtroppo conosciuto attraverso la triste esperienza del nostro compagno Angelo. Possiamo entrare a contatto con la diossina inalandola, in quanto il vento la disperde nell’aria. Ma non solo. La diossina si posa anche sui terreni e può entrare nel ciclo alimentare o attraverso i prodotti agricoli che vengono contaminati, oppure attraverso i bovini. Avete mai sentito parlare di latte alla diossina? La diossina si posa sull’erba, che poi viene brucata dagli animali da latte. Di conseguenza finisce nel latte, che poi viene bevuto, o nelle carni di questi animali e, quindi, sempre nel nostro organismo. Per cercare di prevenire i tumori è fondamentale lo stile di vita. Dovremmo stare lontani dalle zone altamente inquinate e, poi, evitare il fumo e il cibo spazzatura. Due aspetti, questi ultimi, che poi si sono legati alle relazioni che sono seguite: quella della nutrizionista Giulia Merico e quella della psicologa Daniela Battaglia. Mattia Dell’Anna Emanuele Perrucci Mattia Tarentini Sana alimentazione, elisir di lunga vita Si possono evitare le malattie cardiovascolari e i tumori Per le giovani genera- tre agenzie educative prepo- sto ci soffermiamo nella zioni è necessaria una ste. pagina seguente). Quan- corretta educazione alimen- Molti ragazzi vengono in- do, poi, si è in sovrap- tare, in grado di indirizzarle fluenzati dalle pubblicità mar- peso, mai azzardare delle verso un consumo “consa- tellanti del “cibo spazzatura” diete senza consultare dei pevole ed equilibrato”. quando assistono ai program- professionisti; in ogni E’ questo il messaggio mi televisivi. Proprio guardan- caso, le diete non devo- che la nutrizionista, dot- do la tv si finisce per commet- no essere mai drastiche, t.ssa Giulia Merico, ha vo- tere un altro errore: non si ha perché il peso bisogna luto lanciare nel corso del la percezione di quanto si man- perderlo gradualmente e, suo intervento. gi e quindi della sazietà. all’alimentazione corretta, Partendo dal concetto L’obesità, poi, provoca di- va aggiunta l’attività fisi- che uno dei problemi più verse patologie, in particolare ca. diffusi della cosiddetta “so- quelle cardiovascolari, poiché Abbiamo ricavato l’im- cietà del benessere” è fa crescere il colesterolo. pressione che la maggior l’obesità, la dott.ssa Merico Riguardo i consigli sull’ali- parte dei giovani conosca ci ha fornito tanti consigli mentazione corretta, la dott.ssa i comportamenti connes- per mangiare sano, per ali- Merico ha definito importante si ad uno stile di vita cor- mentarsi correttamente e, la colazione: è il primo pasto retto, ma la complessità e quindi, per evitare proble- che serve per iniziare nel mi- i ritmi della quotidianità mi di salute. gliore dei modi la giornata; poi pongono degli ostacoli Alla base del problema si dovrebbe proseguire con all’adozione di buone dell’obesità, che si manife- uno spuntino di metà mattina- pratiche, soprattutto per sta già in molti bambini che ta; si prosegue con il pranzo; quanto riguarda il movi- frequentano la scuola del- nel pomeriggio si dovrebbe mento. l’infanzia, vi sono due fat- fare merenda mangiando frut- tori: si mangia troppo e si ta o uno yogurt; infine la cena, Francesco Capogrosso mangia male. Se questo ac- che non deve essere abbon- Vanessa Caraccio cade, però, probabilmente dante (sono preferibili i secon- Ruben Elia non c’è stata alla base una di piatti). Diletta Lacalamita incisiva educazione da par- Naturalmente l’alimentazio- Daniele Lecce te della famiglia o delle al- ne deve essere varia (su que- Sofia Valente

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Prevenzione e ben-essere 11 vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv I nativi digitali: più liberi, ma più fragili sulle dipendenze Le cattive mode che ci rendono Stanno attorno ad un tavolo ma non hanno più un dialogo perché rapiti dal cellulare vulnerabili alle dipendenze an mano che la tecno- che, l’orologio e internet) ai mo- società in cui viviamo, del be- sportive, culturali, sociali e ri- M Glogia si evolve sem- menti di svago (con i giochi, le nessere, dei rapporti personali creative. li adolescenti pre di più, i ragazzi manife- fotocamere, le videocamere). con i nostri coetanei. Può ave- FUMO EALCOOL – La di- sono a ri- stano delle vere e proprie di- Rappresenta un “ponte” che re effetti negativi nella costru- pendenza da queste sostanze schio dipen- pendenze verso di essa. Di- consente di avvicinarsi o al- zione della nostra identità, fino si sviluppa spesso quando si denze: alcol, pendenze che possono es- lontanarsi dagli altri. Permette a diventare patologico (ad frequenta un gruppo di amici droga, siga- sere sviluppate anche nei di gestire l’ansia da separazio- esempio, può generare ansia, sbagliato, che direttamente o rette, gioco. confronti del fumo di sigaretta, delle droghe leggere e dell’alcool. Per quanto riguarda la tecnologia, con la crescita e l’evoluzione dei cellulari, la dipendenza si sta trasformando in “malattia sociale”. Inizialmente il cellulare era uno strumento alla portata di pochi, il cui possesso significava rendersi costantemente rintracciabili in tempo reale ad un numero ristretto di utenti. Ben presto ha cominciato a rispondere al bisogno comune di essere vicini, superando i confini dello spazio e del tempo (e fin qui diremmo ottimo strumento tecnologico!). Purtroppo, come talvolta accade, la tecnologia prende il sopravvento sull’uomo ed è ciò che stiamo vivendo con il telefonino. E’ uno stru- ne e la distanza. Consente di affrontare le proprie insicurezze relazionali e nella comunicazione. Tutto ciò è naturalmente positivo, ma il rischio è che l’abuso di esso abbia ripercussioni psicologiche nella vita di ciascuno di noi. La comunicazione telefonica sta diventando un sostituto della comunicazione reale e personale, trasformando profondamente le relazioni quotidiane (a volte rovinandone i rapporti). Va perdendosi la voglia di giocare in maniera semplice, come facevano i nostri genitori o ancor di più i nostri nonni, che si divertivano con poco. Ci si ritrova tra ragazzi attorno ad uno stesso tavolo non avendo un dialogo perché rapiti dal cellulare e dai social network. Si è persa la voglia di una passeggiata all’aria aper- palpitazioni, panico e solitudine, oltre che sintomi di astinenza). Il risultato di questo uso eccessivo è quello di ritirarsi dal rapporto con il mondo e di rimanere sempre più soli. Per sopportare questa solitudine, si resta per ore con il telefonino in mano, giocando con giochi interattivi, inviando sms, navigando in internet e azzerando la comunicazione verbale e non solo. A lungo andare la dipendenza può portare dei danni, come il mal di testa o lo stordimento, dovuto all’uso eccessivo del cellulare, con la necessità di usarlo anche di notte: ci si sveglia nel cuore della notte, infatti, per controllare gli ultimi messaggi arrivati. Un rimedio per noi giovani potrebbe arrivare stabilendo delle regole. Potremmo usare indirettamente impone di fumare o bere. Altrimenti si viene derisi e considerati come “diversi”, bersagli da prendere in giro. A nostro avviso bisognerebbe frequentare ragazzi simili, con gli stessi valori. I ragazzi che ora fumano e che continueranno a fumare avranno più probabilità di sviluppare una malattia ai polmoni prematuramente. Una persona che non fuma e che non ha mai fumato ha una speranza di vita maggiore di 10 anni rispetto a chi fuma. Lo stesso discorso vale per l’alcool e le droghe. Queste ultime sostanze, però, potrebbero presentare dei danni anche a chi circonda chi beve o chi si droga. Basti pensare agli incidenti stradali provocati da un guidatore che ha … alzato il gomito, oppure ai furti e ai crimini Forse non vogliamo ammetterlo, ma ogni ragazzo ha sviluppato una dipendenza o potrebbe svilupparla col tempo. Quella più frequente, da un po’ di anni a questa parte, è la dipendenza dal cellulare. Attraverso di esso si possono mandare messaggi e restare in contatto con coetanei attraverso i social network. Forse lo utilizziamo come uno scudo o come una maschera: possiamo scrivere, parlare di noi, esprimere sentimenti senza che l’altra persona ci possa guardare negli occhi. Si ha la possibilità di costruirci identità false e possiamo esprimere ogni nostra frase con meno pudore, visto che l’interlocutore non è di fronte a noi. Noi crediamo che non lulare, assorbiamo anche delle onde elettromagnetiche, che possono essere estremamente nocive se stiamo al telefono per diverse ore al giorno: provocano malattie molto gravi. Nessuno, però, ci parla di questi rischi. Forse gli adulti, prima di regalare un cellulare, dovrebbero anche spiegare qual è il suo corretto uso e a cosa si va incontro se si eccede. Altre dipendenze comuni fra gli adolescenti sono quelle delle sigarette e dell’alcool. Fumando una sigaretta, si ha l’impressione di diventare adulti più precocemente e di essere più liberi. In realtà, niente di tutto ciò: la mento che, per le sue ridotte ta, di un giro in bici, di stare lo smartphone meno volte al vari commessi da chi ha biso- sia una cosa positiva perché sigaretta ci lascia il catrame dimensioni, accompagna con gli amici o praticare sport. giorno e in modo migliore, più gno di soldi per acquistare la attraverso i social network o i nei polmoni, che diventano ogni momento della nostra L’utilizzo sfrenato del per necessità che come passa- dose. cellulari non si possono comu- neri e sofferenti. Se si riflette giornata, aiuta a organizzare cellulare è maggiore in noi ra- tempo; potremmo trovare del- nicare sentimenti ed emozioni. bene, non si riesce a capire e gestire ogni momento del- gazzi a causa dell’età, dell’in- le alternative nell’impiegare il Sara Attanasio Avendo l’orecchio e quin- perché i ragazzi (e comunque la vita, dal lavoro (con le capacità di controllo degli im- nostro tempo, ad esempio con Vanessa Caraccio di l’intera testa vicino al cel- anche gli adulti) ricorrano agende, le sveglie, le rubri- pulsi e delle emozioni, della degli hobby, con le attività Milena Dinoi alle sigarette, dalle quali ri- Una dieta che ci protegga dal cancro? Questi i consigli degli esperti Un terzo dei tumori può essere prevenuto, la prima difesa è l’alimentazione cavano solo danni per il proprio organismo. L’alcool lo si usa perché ci libererebbe dai pensieri e dalle preoccupazioni. Ma L’alimentazione, fattore determinante per la salute del nostro organismo, viene spesso sottovalutata, ovvero non considerata importante per il benessere del nostro corpo. Se non si usano le dovute precauzioni, una scorretta alimentazione potrebbe provocare diverse disfunzioni, come la bulimia, l’anoressia e l’obesità. Ma anche tumori, problemi cardiocircolatori, diabete. L’incontro con la nutrizionista Giulia Merico ci ha permesso di comprendere meglio le accortezze da tenere presenti per evitare delle gravi ripercussioni sulla nostra salute. L’alimentazione gioca un ruolo importante nella nostra vita e, pertanto, è necessario che ci sia qualcuno che ci insegni cosa e quando mangiare sin da piccoli. Innanzitutto, prima di effettuare ogni acquisto, evitiamo di farci influenzare dalla pubblicità, che spesso ci “consiglia” di acquistare cibo-spazzatura. Leggiamo bene l’etichetta e, a scuola, invece delle merendine confezionate, preferiamo i prodotti genuini fatti in casa dalle nostre mamme. La migliore alimentazione è proprio quella che, da sempre, è stata seguita nelle nostre regioni: la dieta mediterranea. “Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità”: è il prestigioso riconoscimento assegnato dall’Unesco nel novembre 2010, perché la dieta mediterranea riunisce le abitudini a tavola dei Paesi che si affacciano sul nostro mare (non solo l’Italia, dunque). È uno stile di vita, che va ben oltre una semplice lista di cibi ma riguarda la cultura e le tradizioni sociali ed economiche. Proviamo a darvi qualche “consiglio”. FRUTTAE VERDURA - La verità ormai condivisa dalla comunità scientifica riguarda il ruolo protettivo della dieta mediterranea, caratterizzata dall’apporto di almeno cinque porzioni di frutta o verdura al giorno. Il segreto è variare gli ingredienti e garantirsi un apporto di almeno seicento grammi di vegetali al giorno (escluse le patate). POMODORO - Una dieta ricca di pomodori e derivati è stata associata a una diminuzione del rischio di sviluppare tumori: soprattutto dello stomaco e della prostata. SOIA - Molti studi hanno evidenziato un effetto protettivo della soia rispetto ai tumori dipendenti dagli ormoni: come quelli che colpiscono il seno e la prostata. Le sostanze presenti nella soia sono ef- ficaci sia nel prevenire lo sviluppo del cancro alla prostata sia nel bloccare la successiva crescita e la formazione di metastasi. OLIO DI OLIVA - È considerata una delle prime armi di difesa presenti sulla nostra tavola contro i tumori. L’olio di oliva, protagonista della dieta mediterranea, ha dimostrato di avere un effetto protettivo rispetto a diverse neoplasie (seno, stomaco, pancreas, colon-retto, vescica, prostata). Negli ultimi anni molti studi hanno confermato i meccanismi biologici con cui i vari elementi contenuti nell’olio extravergine di oliva sono in grado di realizzare un’azione protettiva antitumorale. ALCOOL - Il legame tra al- cool e cancro è molto stretto. Perentorio, a riguardo, è il messaggio lanciato dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. «Se si vuole prevenire i tumori, è meglio non bere». CARNE ROSSA - Si sa da quasi dieci anni che il consumo di carni rosse (ovine, bovine e suine) non dovrebbe superare i cinquecento grammi alla settimana. Da evitare invece le carni conservate: salumi, prosciutti, wurstel. Chiara Dimagli Giulia Mero Valentina Polimeno questo effetto dura solo per qualche ora. Passata la sbornia, i pensieri ritornano e, intanto, la salute prende il volo. L’alcool non regala, insomma, nessuna felicità. Lo si consuma senza un vero motivo e, per chi guida, rischia di generare anche degli incidenti mortali. Secondo noi il ben-essere si raggiunge solo restando se stessi, non pensando a ciò che fanno gli altri, affrontando le nostre paure ed esprimendo i nostri sentimenti di persona, senza nasconderci. Aurora Buccolieri Francesca Caforio L’inquinamento, una minaccia per la nostra salute A rischio anche il futuro del nostro pianeta L’inquinamento nella nostra terra è causa di molte malattie. Dagli ultimi anni a oggi nel Salento si sono registrati tantissimi casi di malattie causate dall’inquinamento. Le principali fonti di inquinamento sono le grandi industrie, come l’Ilva a Taranto e la centrale elettrica di Cerano, a Brindisi. Dai camini delle industrie fuoriesce, sottoforma di polvere, la diossina, che poi possiamo inalare respirando, o che finisce nel nostro organismo attraverso la carne e il latte degli animali che brucano l’erba sulla quale si deposita. Altri veleni che finiscono nel nostro corpo e che generano malattie molto gravi sono i pesticidi e i diserbanti che vengono utilizzati, a volte anche oltre la necessità, in agricoltura. Poi vi sono le discariche, sia quelle legali, sia, soprattutto, quelle illegali, che inquinano la falda: in tal modo i veleni entrano, dunque, nel ciclo alimentare dell’uomo. Sono inquinanti anche i gas di scarico delle auto e nuoce alla salute pure il fumo delle sigarette, che provoca tumori, malattie cardiovascolari e problemi al sistema nervoso. L’uomo, affamato di business, dovrebbe iniziare a rispettare di più i propri simili e l’ambiente, mettendo fine allo sfruttamento intensivo di ogni risorsa. Naturalmente l’inquinamento provoca danni irreparabili anche all’ambiente: sia alla flora, che alla fauna. Si va sempre di più verso l’estinzione di diverse specie animali, mentre l’effetto serra provoca l’aumento della temperatura e lo scioglimento dei ghiacciai, sconvolgendo il nostro pianeta. E’ un quadro drammatico di ciò che va accadendo da diversi anni a questa parte. Bisogna intervenire al più presto, prima che sia troppo tardi… Mattia Tarentini

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12 Ambiente e salute vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv Salento, quando il posto di lavoro viene pagato con la salute A Taranto e Brindisi i colossi industriali, ma a Lecce l’indice più alto delle morti per tumore La grande industria presenta il conto Brindisi-Taranto, l’asse del male Una cappa d’indifferenza avvolge come una tenaglia l’intero Salento Il dott. Giuseppe Serravezza Negli anni ’60 si pensò che, insediando una mega industria che producesse acciaio, si potessero risolvere tutti i problemi occupazionali della provincia di Taranto e, forse, anche delle province limitrofe. Il miraggio delle migliaia di assunzioni promesse fece perdere di vista un altro sviluppo che si sarebbe potuto basare sul patrimonio del territorio: mare, ambiente, cultura, storia, archeologia, agricoltura. A distanza di oltre mezzo secolo, la grande industria presenta il conto. L’incidenza dei tumori a causa dell’inquinamento è altissima. Si vorrebbe far chiudere l’Ilva, ma ci sono tanti interessi economici in gioco e c’è lo spauracchio dei licenziamenti degli operai dell’Ilva. I dati ci dicono che siamo arrivati ad un punto di non ritorno e, fortunatamente, la gente e la magistratura se ne stanno rendendo conto. Interveniamo per bonificare tutto, prima che sia troppo tardi. Chiara Dimagli Matteo Micelli Federico Pichierri E’ un tema che ci riguarda molto da vicino: a Taranto ci sono le ciminiere dell’Ilva, l’industria più grande e inquinante d’Europa; a Brindisi c’è la centrale elettrica a carbone; a Lecce, però, da qualche anno a questa parte si registra l’incidenza più alta di morti per tumori. A Taranto, nel quartiere Tamburi (quello proprio a ridosso dell’Ilva), si mangia … polvere e veleno. In troppi si sono ammalati e sono morti. Anche bambini, molti dei quali sviluppano il tumore già nella fase embrionale. Una situazione da paura, che ci ha indotto a invitare nella nostra scuola Giuseppe Serravezza, primario di Oncologia presso gli ospedali di Casarano e Gallipoli e presidente per la provincia di Lecce della Lilt. E’ sempre stato in prima fila, oltre che per curare i propri pazienti, Pesticidi e infanzia: il killer nascosto nelle campagne Attraverso una ricerca svolta dalla sezione Lilt di Lecce, si è accertato che lo stato di salute dei bambini, rispetto alla generazione precedente, registra considerevoli peggioramenti con dati crescenti di tumori, autismo, difetti alla nascita, disturbi cognitivi, asma, allergie, altre patologie. «La ricerca rintraccia nei pesticidi una correlazione allarmante» si legge in un articolo della Lilt di Lecce, diretta dal dott. Serravezza. «I risultati degli studi, i dati epidemiologici e le osservazioni dirette informano che le esposizioni a pesticidi comportano danni alla struttura e al funzionamento del cervello e del sistema nervoso, compromettono la normale formazione del feto, interferiscono negli sviluppi delle età successive (prima infanzia e pubertà), contribuiscono ai disordini endocrini. Bisognerebbe allora organizzare i luoghi, gli alimenti, i manufatti destinati all’infanzia e le condizioni di vita delle donne in gravidanza secondo i criteri di massima precauzione, salubrità e assenza di contaminanti. Ogni ambiente di crescita e di sviluppo, privato e pubblico, andrebbe allestito tenendo conto delle indicazioni scientifiche e, pertanto, dovrebbe essere esente da sostanze potenzialmente dannose». Manifestazione di protesta a Taranto contro l’inquinamento anche per difendere l’ambiente da ogni attacco. «Quanto sta avvenendo nel Sud Italia sul fronte dell’incidenza e della mortalità per cancro, era stato previsto da tutti gli osservatori e ricercatori più attenti» ci ha riferito il dott. Serravezza. «Il Nord del mondo ricco e industrializzato ha già pagato dagli anni ’60 agli anni ’90 del secolo scorso il prezzo di un modello di sviluppo insostenibile; un prezzo fatto di tanti malati e morti per cancro. Il Sud, povero e arretrato, con le sue abitudini alimentari e stili di vita, con la sua atavica cultura di rispetto ambientale, vantava in quegli anni un gap virtuoso del 20-25% in meno rispetto al Nord per quanto riguarda la mortalità per cancro. In un ventennio, però, i tassi di incidenza e mortalità si sono quasi livellati, con l’aggravante tuttavia di due tendenze nettamente divergenti: il Nord che scende e il Sud che sale». La situazione si ribalta. Ma come mai? «Nel Sud d’Italia, e possiamo aggiungere in tante altre parti del Sud del mondo, si sono “trasferite” quelle condizioni che erano state alla base dell’epidemia cancro 30-40 anni fa in Inghilterra, Germania, USA, ecc. Condizioni che si traducevano in un incontrollato assalto all’ambiente e al territorio, nella totale inconsapevolezza dei riflessi di tutto questo sulla salute» ci ha spiegato il dott. Serravezza. «Come ben sa chi si occupa di Oncologia ambientale, su questo fronte si è registrato sempre un colpevole silenzio da parte di tutti, istituzioni comprese, nel nome delle ragioni economiche e dello sviluppo. Tutto è cambiato nel Nord ricco e industrializzato degli anni ’90, quando è cresciuta la consapevolezza e la cultura della salvaguardia dell’ambiente. Per cui, dopo uno-due decenni, le curve di tante malattie, cancro compreso, hanno invertito la direzione verso il basso. A Londra, l’ex “big killer”, il cancro del polmone, decresce ormai di un 1,5% l’anno. Risultato non del miglioramento delle cure: semplicemente le perso- ne si ammalano di meno. Esattamente l’opposto di quanto avviene a Taranto, a Brindisi e in tanti Comuni del Sud, dove il territorio viene aggredito e violentato nelle forme più diverse (emissioni industriali tossiche, rifiuti “tombati”, discariche incontrollate, veleni chimici nelle falde. Per questo, per buona parte dei nostri territori si va configurando una situazione di emergenza sanitaria, ben più grave e diversa da quelle sin qui conosciute, proprio perché le condizioni ambientali che l’hanno prodotta sono del tutto nuove. Non si erano mai registrati né studiati, ad esempio, gli effetti sulla salute dell’interramento di rifiuti tossici o radioattivi, nonché quelli dell’immissione in falda di liquidi di lavorazioni industriali. Se ne erano, al massimo, rilevati gli aspetti criminosi. Le emergenze ambientali che interessano tanta parte del Sud sono sicuramente la causa del preoccupante incremento dell’incidenza e della mortalità per cancro. Alcune province della Campania, della Basilicata e della Puglia registrano purtroppo dati ormai allarmanti. E per ogni situazione statisticamente significativa vanno emergendo ragioni e cause di quei numeri tanto gravi». Il dott. Serravezza ci ha anche spiegato le ragioni alla base dell’aumento esponenziale di casi di tumori nella provincia di Lecce. «Attraverso il “gioco dei venti”, Lecce sta pagando un prezzo ben superiore rispetto alle popolazioni più vicine alle industrie. Certo, non dipende solo da Taranto e da Brindisi, che sono i grossi bubboni, ma anche da agenti inquinanti delle piccole realtà di provincia. Come la Copersalento di Maglie. E altri inceneritori e cementifici. Ci sono studi del Cnr che lo dimostrano». Francesco Capogrosso Mattia Dell’Anna Milena Dinoi Simone Perchio Valentina Polimeno Dylan Pulieri Sofia Valente Territori avvelenati, aria malata, terreni pieni di diossina. E popolazione che muore di tumori. Da quasi 20 anni ci sono dati incontrovertibili che documentano l’aumentata incidenza di malattie tumorali di origine ambientale nelle tre province del Salento. La loro incidenza è strettamente legata al grande inquinamento cui è sottoposta la nostra terra. Basti pensare a industrie come l’Ilva di Taranto o la centrale a carbone di Brindisi, i cui fumi giungono sino a Lecce, per poi spargersi in tutto il Salento. L’attuale problema dei tumori, della diossina e dell’inquinamento non ci sarebbe stato al Sud se si fosse imparato dagli errori commessi prima dal Nord oppure da Paesi altamente industrializzati, come l’Inghilterra, che sono intervenuti per migliorare le condizioni di vita. Così non è stato e questa che era un’oasi per l’Italia è costretta ora a vivere con dati spaventosi e sconcertanti, che documentano l’aumentata incidenza delle malattie tumorali di origine ambientale. La diossina si può trovare dappertutto. Viene spinta lontano dal vento e poi cade nei terreni, finendo in molti cibi che mangiamo. Con la pioggia, può poi finire anche nel corsi fluviali, dai quali si attinge l’acqua che esce dai rubinetti e che beviamo. Può accadere che i prodotti dell’agricoltura possano essere coltivati, anche all’insaputa dei proprietari delle aziende, in zone altamente inquinate. Questi prodotti sono poi acquistati dalle industrie: sono quindi trasformati e poi immessi nei mercati della grande distribuzione. Anche in questi casi, il consumatore, ignaro della provenienza delle materie prime, acquista l’alimento e introduce nel proprio organismo sostanze nocive. Quella del nostro territorio è davvero una situazione allarmante. Il camino più alto del complesso siderurgico di Taranto è considerato il principale responsabile dell’immissione in atmosfera della maggior parte degli inquinanti, ma dai diversi impianti dello stabilimento fuoriescono sostanze nocive. Da alcune analisi è emersa la presenza di piombo nel sangue dei bambini. Sono stati registrati dati di mortalità infantile superiore del 21% rispetto alla media della nostra nazione. Numerosi i casi di leucemia, tumori cerebrali e linfomi. Alcuni anni fa furono trovate sostanze tossiche nel bestiame della zona e il pascolo è stato proibito sino a 20 km entro il raggio dell’Ilva. Secondo gli ambientalisti, c’è contaminazione nella carne, nei vegetali e anche nel latte materno. Prima dell’arrivo della fabbrica, questa zona d’Italia era famosa per la qualità dei suoi frutti di mare. Adesso si continuano ad allevare le cozze nel mar Piccolo: l’Ilva estrae acqua da questo lembo di mare, raffredda gli impianti e poi la ributta nel mar Grande. Le prospettive turistiche di un luogo storico, situato in una zona privilegiata d’Europa, sono state sacrificate da una politica focalizzata solo nella produzione di acciaio, gas e combustibile. La redazione

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Ambiente e salute vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv 13 aTUnarnot,mmmmmmaADLEemmcCEmèopCgd…uunbbGmnaTaoo0ndù?mobnnvvo0adempcebzcneèheeuhcmbanDnaducdgLm1rdbaempC««CPgcòo2hssopasAazruvupùoSpFVosinofar’SvenèormCnecmaeSégAbecf0egroatilriftsoTellidapzptddtltèsab.nag.ui,npomrnBumdaelun,nsrfmislùgoa0naecctrlioezm,aetrarpatrcreblg”iithnoniòoligasd,asvuioeboullr.fzntpidnoiecttiraeionulel:ialdt,ntiaoit, Una donna che si batte per la salute. E non solo perché il suo lavoro è quello di medico. Ma perché lei crede che non è più possibile tollerare quanto sta accadendo a Taranto. Con grande piacere l’abbiamo ospitata nella nostra scuola: si chiama Mariagrazia Serra, è una dei membri più attivi dell’associazione “Isde - Medici per l’Ambiente”. Abbiamo apprezzato la sua passione nel raccontare il dramma dei suoi concittadini e abbiamo ammirato la sua tenacia nell’opera della prevenzione primaria e la sua inventiva. Oltre a curare le persone, cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica scrivendo testi teatrali (come ad esempio “Vi presento mio figlio”) ed eco-poesie, con le quali tenta di risvegliare una presa di coscienza collettiva sui limiti dell’uomo nei confronti della natura. I suoi messaggi ci sono giunti sino al cuore. Brava dottoressa, continui così. Magari ci fossero tanti altri adulti come lei! Graziano Capogrosso Ginevra Prudenzano Lorenzo Prudenzano Simone Perchio Polveri rosse che ricoprono i muri delle case, aria avvelenata, zone ad altissimo tasso di inquinamento. In ogni famiglia del rione Tamburi - il più vicino all’ILVA– c’è almeno un malato di carcinoma. Taranto è una città in pericolo. In pericolo per l’inquinamento, in pericolo per la disoccupazione. Polveri sottili e diossina sono presenti nell’aria tarantina in percentuali superiori a quelle nazionali. La situazione, in provincia, non è migliore. Nella nostra città, Manduria, si registra l’incidenza più alta dei tumori ai polmoni negli uomini rispetto all’intera provincia di Taranto: 81,3 malati ogni 100mila abitanti). Tasso che in Puglia è secon- «I bambini di Taranto vogliono vivere» E’ il messaggio lanciato da un gruppo di mamme con dei grandi manifesti fatti affiggere anche a Bari e Genova «Abbiamo mangiato per troppi anni polvere e veleno» Anche le mamme scendono in piazza per rivendicare il diritto dei propri figli a vivere. Un gruppo di loro ha fatto stampare dei maxi manifesti, che sono stati fatti affiggere, oltre che a Taranto, anche di fronte la sede della Regione. Oltre ad una foto in cui si vedono le ciminiere di Taranto, sul manifesto c’è scritto: “I bambini di Taranto vogliono vivere”. Alcune settimane fa, una di loro, Ada Le Noci, ha scritto una lettera aperta di protesta, di cui vi proponiamo alcuni passaggi. «Sono passati 5 anni, la Regione Puglia ha un nuovo governatore, ma le emissioni inquinanti non si sono mai fermate» scri- ve questa signora. «È per questo che da stamattina, e per i prossimi 15 giorni, abbiamo deciso di portare l’urlo dei bambini di Taranto a Bari, in via Capruzzi, nelle adiacenze del palazzo della Regione Puglia. Ma non è solo all’inquinamento dell’Ilva che ci opponiamo: auspichiamo l’immediata chiusura del siderurgico così come di tutte le altre fonti inquinanti persistenti sul territorio, come Eni, Cementir, le varie discariche e la liberazione delle vaste aree della città occupate dalla Marina Militare che, proprio negli ultimi giorni, si è resa responsabile di un ulteriore sversamento di carburante in mar Grande. Vogliamo inoltre ribadire che non siamo l’ennesimo comitato che si aggiunge alle tan- te altre associazioni presenti in città. Siamo semplicemente genitori preoccupati per la salute dei nostri bambini e – in modo assolutamente trasversale, oltre che scevro da legami politici – abbiamo deciso di scuotere l’opinione pubblica mostrando, anche oltre i confini cittadini, gli scenari devastanti che quotidianamente i nostri figli sono costretti a vivere. Ci auguriamo che Taranto possa finalmente avere una nuova economia, ecosostenibile, rispettosa della salute e dell’ambiente. Abbiamo mangiato per troppi anni polvere e veleno, in troppi si sono ammalati e sono morti. La nostra bella Taranto e i nostri bambini meritano molto di più». La parola ad un operario «Si continui a produrre, nel rispetto dell’ambiente» L’inquinamento e le malattie sono il prezzo da pagare per lo sviluppo della grande industria della nostra terra? Abbiamo rivolto questa domanda ad un dipendente dell’Ilva, che in questo articolo indicheremo con un nome di fantasia: Francesco. «Grazie all’industria siderurgica di Taranto, due generazioni, e quindi migliaia di famiglie, hanno potuto realizzare i loro sogni: grazie alla loro prestazione e alla loro professionalità, hanno potuto condurre un tenore di vita agiato» è la premessa del nostro amico Francesco. «Di contro, chi ha gestito questo complesso ha pensato al solo incremento della produzione e, quindi, ai continui aumenti di guadagno, tralasciando quelle che sono le buone regole per un atteggiamento rispettoso nei confronti dell’ambiente e di chi ci vive. Se tale atteggiamento è stato assunto da parte dei proprietari dell’Ilva, è soltanto perché qualcuno glielo ha concesso. Mi riferisco alle istituzioni locali e nazionali. Che lo stabilimento inquinasse lo si sapeva già, ma che lo facesse in quantità cosi importanti non lo si immaginava neanche. Oggi è facilissimo additare qualcuno per queste responsabilità. C’è chi propone la chiusura dell’Ilva e la bonifica. Secondo me si tratta di pura fantasia. Come potrebbe essere possibile bonificare i terreni compresi in un raggio di 30 km circa dallo stabilimento, scavando ad un metro di profondità. Potrebbe essere una soluzione fattibile, costosissima, ma fattibile. Ma dove portare tutta la terra estratta? Forse riempire qualche cava di proprietà di boss collegati con qualche politico? O in qualche Paese sottosviluppato? Secondo il mio modesto parere, bisognerebbe applicare le tecnologie più evolute che oggi il mercato ci offre per continuare a produrre acciaio, senza compromettere ulteriormente il nostro ecosistema. Ma al timone dell’azienda dovrebbe esserci una persona seria, onestà e competente. Non più, insomma, gente senza scrupoli che viene a Taranto solo per depauperare le casse dell’azienda, a scapito di migliaia di lavoratori. Sono stanco di questo andazzo, tanto che io sono fiero di vivere in Italia ma non di essere italiano». Ruben Elia La lettera di una donna malata di tumore scritta prima di morire Ci ha molto colpito una lettera che una donna di Taranto, che è ora volata in cielo, perché malata di tumore), ha scritto ad un ambientalista. Ve la proponiamo con l’obiettivo di indurre tutti alla riflessione. «Ciao Fabio, volevo salutarti, abbracciarti e ringraziarti per tutto quello che hai fatto e fai per questa città» ha scritto, prima di morire, Mariagrazia. «La mia vita è alla fine. La malattia, inflittami senza averne colpa, mi ha devastata e consumata, ma, nonostante tutto lo schifo che ho visto in questa città, voi siete stati capaci di ridarmi fiducia e speranza: la gente sana combattiva, che rischia tutto per gli altri, esiste. Avrei voluto espormi anch’io e denunciare tutto lo schifo sanitario che abbiamo. Ci abbandonano alla fine a marcire in un’agonia devastante. Volevo telefonarti, sentirti, dirti di insistere di più sui morti e sui malati, raccogliere testimonianze, foto, prove. Solo noi possiamo dire la verità, ma non possiamo muoverci! Andate voi, tutti, documentate il loro stato di disagio e abbandono! Scusami, ho parlato troppo, ancora vorrei combattere, ma.... Ti voglio bene e ti porterò nel mio cuore. Salutami tu tutti coloro che combattono con te. Siete stati la famiglia che ha fatto rivivere l’amore e il rispetto per la vita».

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