PRUDENZANO MAGAZINE 2017

 

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Giornale Scolastico dell'I.C. "F. Prudenzano"

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VIOLENZA DI GENERE MAGGIO 2017 - ANNO III n.3 GIORNALE SCOLASTICO DELLA SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO DELL’ISTITUTO F. PRUDENZANO DI MANDURIA Ancora un salto di qualità U na nuova veste grafica, un inserto (il “Prudenzano Science”, che lo arricchisce ulteriormente) e i tanti riconoscimenti ottenuti negli ultimi mesi. Il “Prudenzano Magazine” continua a crescere. Cresce in qualità, potendo contare sul rinnovato entusiasmo dei nostri ragazzi e su una nuova impaginazione grafica. Cresce nella foliazione, essendosi arricchito dell’inserto “Prudenzano Science”, la cui redazione è stata guidata dalla dott.ssa Giulia Merico, altra brillante risorsa della nostra scuola. Crescono anche i consensi attorno ai risultati di questo laboratorio: il gruppo che ha realizzato il secondo numero del “Prudenzano Magazine”, guidato dalle docenti Stefania Maiorano, Alessia Mazza e Alessandra Urbano, è stato insignito del prestigioso riconoscimento “Premio San Gregorio Magno”, che viene attribuito nella nostra città a coloro che si distinguono per impegno e meriti. Altri premi sono stati ottenuti nei concorsi a carattere nazionale “Fare il giornale nelle scuole”, promosso dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti (con premiazione a Cesena), “Penne Sconosciute” (con premiazione a Piancastagnaio, in Toscana), “Il miglior giornalino scolastico” (con premiazione a Manocalzati - Avellino), “Il giornale nella scuola” (con premiazione a Mirabella Eclano - Avellino). Con rinnovato entusiasmo, dunque, vi porgo il mio invito a leggere il terzo numero del “Prudenzano Magazine”, anche quest’anno ricco di interviste e riflessioni su numerose tematiche di grande attualità. Anche quest’anno abbiamo voluto avvicinare i nostri ragazzi alle problematiche contemporanee, alle realtà della società e del mondo che ci circonda. Senza mai dimenticare la “dignità umana”: tenerne a mente l’essenza è fondamentale in tutti i mestieri, ma in modo particolare nel giornalismo, perché “anche dietro il semplice racconto di un avvenimento ci sono sentimenti, emozioni e in definitiva la vita delle persone”. Anna Laguardia Dirigente scolastico La triste storia di Federica e del piccolo Andrea. Femminicidio, di genere si muore «Mia figlia massacrata, mio nipote freddato con un colpo di pistola» È stata definita la strage silenziosa: centinaia di donne muoiono ogni anno vittime della follia dei loro mariti o dei loro compagni. La lista della vergogna si allunga ogni giorno di più con casi che registrano un’escalation di violenza inaudita. Non è solo il fenomeno in sé ad indignare, ma è anche l’efferatezza del crimine che aumenta a dismisura. È ciò che accaduto a 35 km dalla nostra città, poco meno di un anno fa: Luigi Alfarano ha prima massacrato di botte la moglie Federica e, poi, ha portato il figlioletto Andrea nella casa di campagna per ucciderlo con un colpo di pistola alla testa. Una storia terribile, che ci è stata raccontata dalla signora Rita Lanzon, mamma di Federica e nonna di Andrea. pagine 2 e 3 Andrea con la mamma Federica «Io, adolescente musulmana in una città cattolica» Integrazione e rispetto del prossimo, anche se di cultura o di religione differente. Tema sempre molto attuale, che abbiamo approfondito anche quest’anno con un’intervista a Zineb, ragazza musulmana oggetto di discriminazioni, all’Imam di Lecce, Saifeddine Maaroufi, e a sua figlia Maram. pagine 10 e 11 Migranti, i drammi, le violenze, le speranze Perché si parte? Perché si affronta il mare in condizioni disumane rischiando una morte atroce? A queste domande abbiamo tentato di dare una risposta ascoltando le storie di chi sceglie il mare come ultima speranza. Cosa si lascia alle spalle chi spende quel poco che ha per rifarsi una vita in Europa? Domande che abbiamo rivolto ad alcuni migranti del centro Sprar di Manduria. pagina 16 L’incontro con gli studenti e con il prof. Manni Se sei bullo non sei bello “MABASTA”: da scuola parte la lotta al bullismo Nella lotta al bullismo “MABASTA” è forse il primo movimento che nasce dal basso, ovvero da giovani studenti del primo e del secondo anno dell’istituto “GalileiCosta” di Lecce. Hanno creato un’associazione che coinvolge tutte quelle classi delle scuole italiane (e non solo, visto che recentemente ha aderito anche una scuola albanese), che non sopportano questo odioso fenomeno. Con grande creatività, utilizzano ogni mezzo di comunicazione per arrivare in ogni scuola d’Italia: hanno aperto una pagina web e attivato un portale. I principali mass media italiani hanno dedicato attenzione al loro movimento. Due di questi ragazzi hanno avuto la possibilità di lanciare il loro messaggio dal palco del festival di Sanremo. pagine 8 e 9 Morti bianche, di lavoro si continua a morire Sei vittime in un anno solo nella nostra provincia. Decine di altre vittime in Italia e centinaia di feriti, molti dei quali sa- ranno costretti a invalidità permanenti. Abbiamo approfondito l’argomento con la si- gnora Nadia Ferrarese, vedova di Ciro Moccia (operaio che ha perso la vita mentre lavorava all’Ilva) e con Emidio Deandri, presidente provinciale dell’Anmil. pagina 12 Rapporto genitori/figli L’incontro con Giampietro, fondatore dell’associazione “Pesciolino Rosso” Lasciami volare, la storia di Emanuele Droga dello stupro l’allarme per una sostanza che stordisce e annienta la memoria, favorendo gli abusi. Èun fenomeno inquietante, di cui si parla troppo poco: la droga dello stupro. Incolore e inodore, viene sciolta nelle bevande all’insaputa della vittima. La so- stanza crea eccitazione e cancella la memoria, favorendo l’abuso, anche di tipo sessuale. Ne abbiamo parlato con le operatrici dell’Ecole Universitaire Internationale. pagine 6 e 7 Sedici anni, l’LSD e una vita volata via troppo presto pagina 5

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2 VIOLENZA DI GENERE Violenza di genere - Quando la presunzione di superiorità e di possesso sfocia nella più bieca violenza Femminicidio e amore malato: la triste storia di Federica e del piccolo Andrea Sono stati uccisi, lo scorso anno, a Taranto da Luigi, marito di Federica nonchè padre di Andrea Il commovente incontro con Rita Lanzon, madre e nonna delle vittime, e con la sua amica Anna Pulpito Il tarlo della società È stato un caso che ha scosso le coscienze dell’intera provincia. Un caso che abbiamo trattato anche noi della redazione del “Prudenzano Magazine” per riflettere su un fenomeno odioso della società contemporanea: il femminicidio. Un uomo, Luigi Alfarano, ha dapprima ucciso la moglie, Federica De Luca, massacrandola di botte e, poi, strangolandola. Quindi ha portato nella villetta estiva il figlio Andrea, di appena tre anni e mezzo: a lui ha riservato un colpo di pistola alla testa. Poi si è suicidato. Un episodio di violenza sconvolgente, frutto di quella mentalità che riserva onori e rispetto al “più forte”, al “più furbo”, ovvero, in sostanza, al “più violento”. Oscar Pisello È stata una tragedia che ci ha colpito e sconvolto perché ha privato della vita due vittime innocenti: Federica De Luca, giovane donna di appena trenta anni, e il suo figlioletto Andrea, di tre anni e mezzo. In una società che sembra vivere nell’incertezza della propria identità, che ha perso la capacità di cogliere la ricchezza della differenza, l’uomo non tollera i confini sempre più ampi di espressione conquistati dalla donna, si sente minacciato in quella che è stata la sua supremazia. E reagisce con la violenza. Nella nostra scuola abbiamo ospitato Rita Lanzon (madre di Federica e nonna di Andrea), che è stata accompagnata da Anna Pulpito, presidente dell’Associazione Volontari Ospedalieri di Taranto. Anche se con non poca emozione, la signora Rita ci ha descritto la figlia, soffermandosi sulle sue passioni (in particolare quella della pallavolo: è stata prima giocatrice e poi arbitro) e rimarcando la sua preparazione culturale (era laureata e conosceva cinque lingue: rumeno, spagnolo, polacco, inglese e francese). «Ha conosciuto Luigi quando aveva 13 anni» ci ha raccontato. «Lui aveva 21 anni più di lei. Federica lo aveva idealizzato come il grande amore. Il loro rapporto non mi ha mai entusiasmato. Forse anche altra gente, dall’esterno, aveva compreso che c’era qualcosa che non andava. Il parroco che ha celebrato la funzione religiosa del trigesimo della scomparsa era anche quello che unì Federica e Luigi in matrimonio. Al termine della Messa mi ha confidato che non aveva visto bene «Magari fosse successo: Anna Pulpito e Rita Lanzon nella nostra scuola avremmo sicuramente adottato tutte le precau- zioni. Però c’era sicura- mente qualcosa che non andava. Il testimone di nozze, dopo il funerale, ci ha mandato un biglietto che recava questa scritta: “Perdonatemi se non sono riuscito a fermarlo”». Il 7 giugno dello scorso anno, quando Federica aveva finalmente deciso di separarsi (quella sera doveva recarsi dall’avvocato), il dramma. «La mia vita e quella di mio marito si è fermata quel giorno. L’egoismo e la brutalità di Luigi ci hanno portato via Federica e An- drea. Inizialmente pensi di non farcela. Pensi al peg- quell’unione e che era stato sul punto di gio. Poi ci sono degli amici non celebrare il matrimonio». (come Anna), che ci danno forza. Conti- Per lungo tempo Federica e Luigi sono nuiamo a vivere stando fra la gente: siete andati d’accordo. Due anni dopo il ma- voi, che ci avete accolto così bene, e gli trimonio un primo campanello d’allarme. altri che ci ascoltano a darci la forza per «Nel 2014 ha saputo che Luigi era stato andare avanti». denunciato per un presunto tentativo di violenza da parte di una donna. Me lo ha confidato fra le lacrime, ma poi si era convinta che non poteva essere vero». Prima dell’omicidio non si era verificato nessun caso di violenza fisica. Francesca Elefante Anita Ferrara Alessandra Marino Una storia che ha suscitato numerose riflessioni Quando la donna diventa oggetto Il 7 giugno del 2016 la scintilla fra Luigi e Federica si accese di nuovo. Ma questa volta non era amore.... F ederica e Luigi si conoscevano da molti anni. Lei se ne inna- vinta. Ma, purtroppo, non poteva decidere lei per il cuore della propria figlia. morò subito. Si sposarono. Niente violenze, Aveva 13 anni quando lo né verbali, né psicologiche, né fi- vide per la prima volta: av- siche. In quel periodo Federica venne mentre faceva volon- era felice, ma la sua felicità non tariato per l’Associazione era destinata a durare a lungo. Nazionale Tumori. Scoprì, infatti, che il marito era Tornò a casa, sorridente, e stato denunciato per un tenta- disse alla madre: «Mamma, tivo di violenza su un’altra com’è bello Luigi». donna. Questo fatto la scon- Lui aveva oltre vent’anni volse. Piangeva tutto il giorno. più di lei e in quella fase Poi arrivò Andrea. Tre anni e l’amore di Federica non era mezzo di vita insieme, ma, poi, corrisposto. ecco i primi episodi di violenza Dovendo frequentare l’Uni- verbale, mai fisiche. versità, lei rimase via per qual- «Magari ci fossero state» ci ha che anno e, dunque, le loro confidato la madre, «almeno lo strade non si incrociarono più avremmo denunciato». per un po’ di tempo. Non lo pensava più. Proprio per donare la giusta Federica DeLuca serenità ad Andrea, Federica Ma il destino ha voluto che decise di separarsi e, con lei, si incontrassero nuovamente, ora entrambi più maturi anche Luigi. Ma, evidentemente, non era del tutto e autonomi: fu lì che scattò la scintilla. convinto di “perdere” Federica. La madre di Federica era sempre stata del parere Un’altra scintilla si accese, ma questa volta non che quell’uomo non fosse adatto alla figlia e, pro- era amore… babilmente, non fosse adatto a nessuna. Qualcosa del suo comportamento non lo aveva mai con- Valentina Attanasio Federica De Luca, la storia di un amore tradito Il marito? Come il vento che cambia: da brezza fresca che ti accarezza a vento gelido che ti ghiaccia fino al midollo « Federica era una ragazza solare e sempre allegra»: questa è la definizione che usa mamma Rita per ricordarla. Era una brava pallavolista. Aveva la pallavolo nel sangue. Era un suo sogno e, si sa, tutti vorrebbero trasformare il proprio sogno in realtà. Lei era poi diventata anche arbitro di pallavolo e, per la sua bravura, stava scalando i vari campionati, sino ad arrivare ad arbitrare partite dei tornei interregionali. Ma, un giorno, questo sogno le è stato strappato via dalle mani. Il vento glielo ha portato via. Questo vento era il marito che tanto amava. Un marito che, poi, si è trasformato in un orco. Il suo nome era Luigi Alfarano. Vi chiederete, perché vento? Perché il vento cambia, da brezza fresca che ti accarezza a vento gelido, che ti ghiaccia, fin dentro il midollo. Così era Luigi. All’inizio era un marito dolce e premuroso, che faceva sentire Federica amata. Ma, poi, con il passare degli anni si è rivelato per ciò che era veramente: un mostro. Luigi non era il dolce uomo che cercava di apparire. A quanto pare lui faceva in modo che Federica si allontanasse da tutti. Non voleva che facesse viaggi troppo lunghi o si recasse in mete turistiche troppo lontane. Non voleva che uscisse con le amiche… Lui diceva che era geloso. Ma geloso non si sa di cosa. Forse avrebbe avuto più ragione Federica ad ingelosirsi, considerato che una donna lo denunciò per tentata violenza. Esasperata da tutta questa situazione, Federica era decisa a chiedere la separazione. Ma fu questa la scintilla che ha fatto scoppiare la follia di questo assassino, che, non riuscendo ad accettare la decisione di Federica, ha pensato di ucciderla. Ma non ha messo fine solo alla vita di sua moglie, ma anche a quella del piccolo e innocente Andrea, di soli tre anni e mezzo. Una vita, un’anima, che non aveva nessuna colpa. Poco dopo aver ucciso il figlio si è suicidato. Questa è una storia che mi ha fatto venire i brividi. Come può una persona mettere fine alla vita di un’altra persona, che per lo più ha amato con tutto il cuore? E, peggio ancora, uccidere un bambino così piccolo e indifeso? Lui non sapeva nemmeno il perché, anche se, sicuramente, non c’era nemmeno un perché! Qualcuno potrà commentare: «Queste sono cose che accadono tutti i giorni». Beh, è proprio questo il punto: è possibile che ci siano così tante persone spietate in questo mondo? Ginevra Prudenzano

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VIOLENZA DI GENERE 3 Proviamo a immaginare cosa avrà pensato Andrea in quei minuti «Quel giorno papà era arrabbiato...» «All’improvviso, boom... La fine. Una luce. La mia mamma» T ra le storie di femminicidio, a volte è presente un elemento non comune: il bruto che ammazza anche il proprio figlio. Non è facile descrivere a parole l’orrore che vive un bambino indifeso che assiste ad una violenza e alla fine viene anche ucciso dal suo carnefice. Provo ad immaginare e a dare voce, dal mio punto di vista, a ciò che ha provato il piccolo Andrea Alfarano, un bimbo di tre anni e mezzo, nel giorno in cui è stato ucciso dal padre a causa di un raptus di follia e forse costretto anche ad assistere all’aggressione e all’uccisione della madre, Federica De Luca, una ragazza di 29 anni. «Quel giorno papà era arrabbiato. Buttava tutto per terra. Alzava la voce con mamma e le dava tante botte, pugni, calci, perché lei voleva lasciarlo. Mamma gridava e cercava di difendersi. Io piangevo perché volevo fare smettere papà. Mi tappavo le orecchie perché non volevo sentire le sue urla. Guardavo impotente, ero spaventato da quello che stava accadendo e provavo paura nel vedere quella assurda atrocità. Non sapevo cosa fare per aiutare la mia mamma. Avrei voluto far smettere mio padre, ma come potevo? Poi, ad un certo punto, non ho sentito più nulla. Ho visto mamma ferma e immobile con un cuscino in faccia. Mentre io piangevo disperatamente, papà mi prese e mi mise in macchina per portarmi nella casa di campagna. Tutto ciò mi sembra strano. Non riuscivo a capire perché aveva massacrato la mia mamma. Cosa lei avesse fatto di male per meritarsi tutta quella violenza. Quando arrivammo in quella casa grande, avevo tanta paura, ma nello stesso tempo pensavo che lui, in fondo, era il mio papà, che mi voleva bene e perciò non mi avrebbe fatto nulla di male. Quando, all’improvviso, ...boom. La fine. Una luce. La mia mamma…». Sara Attanasio Rita Lanzon Chi uccide la propria donna e il proprio figlio merita il Paradiso? La reazione della famiglia di Federica a un’affermazione di un sacerdote R accontandoci questa triste vicenda che ha sconvolto la vita della sua famiglia, Rita Lanzon rante l’omelia, ha immaginato che l’assassino stesse volando in Paradiso insieme alla moglie e ad Andrea. Una frase ha fatto riferimento ad un altro episodio che ha indispettito la famiglia di Fede- che ci ha lasciati perplessi: nel corso del rica. funerale di Luigi, che si è suicidato dopo Non si può credere, infatti, che una aver ucciso il figlioletto, il sacerdote, du- persona che ha tolto la vita a due vittime innocenti possa volare in Para- diso. È pur sem- pre un “orco”, che non ha per- messo alla moglie e al figlio di essere felici anche senza di lui: non merita niente. Rita Lanzon e Anna Pulpito con la redazione del Prudenzano Magazine Un uomo che ha ucciso senza pietà quello che era il suo grande amore (Federica) e suo figlio di soli tre anni e mezzo (Andrea), secondo noi non può aspirare al Paradiso. È stata insomma una frase fuori luogo: chi priva della vita due persone non può essere ammesso in Paradiso. Quando la famiglia di Federica è venuta a sapere di questa frase, peraltro seguita in chiesa da un applauso, non ha esitato un attimo: ha deciso di organizzare una fiaccolata per le vie principali di Taranto. In apertura del corteo vi erano la madre e il padre di Federica, che portavano una grande foto del volto tumefatto della loro figlia. Un modo per dimostrare il livello di crudeltà cui si può spingere un uomo. Chiara Dimagli Evelyn Petrachi Lorenzo Prudenzano Il prezioso ruolo dell’Associazione Volontari Ospedalieri: il tempo libero dei soci al servizio degli ammalati Nel corso dell’incontro con le signore Rita Lanzon e Anna Pulpito abbiamo avuto modo di Opera sul territorio nazionale da oltre 40 anni e fu fondata da Erminio Longhini. La signora Anna Pulpito ci ha anche raccontato un conoscere anche l’A.V.O. (Associazione simpatico aneddoto. Volontari Ospedalieri) Si tratta di un’as- «Longhini, negli ultimi anni ’60, era un ricercatore sociazione di volontari che mettono parte universitario e lavorava anche come Primario in un re- del loro tempo al servizio dei malati. parto di Medicina. Un giorno si rese conto che, nel Anna Pulpito è la coordinatrice per Ta- trambusto della gestione quotidiana, una donna rico- ranto, mentre Rita Lanzon è una delle verata che chiedeva un bicchiere d’acqua era rimasta tante volontarie che si impegnano nelle inascoltata. Un episodio emblematico che segnò l’inizio corsie degli ospedali di Taranto e non Anna Pulpito del cammino profondamente umano dei volontari in solo. corsia, dediti alle persone, al loro ascolto, a gesti sem- Abbiamo appreso che la missione del volontari A.V.O è quella plici ma necessari, come porgere un bicchiere d’acqua, donare di portare assistenza di tipo psicologico (oltre a piccoli aiuti di un sorriso, offrire una presenza». ordine pratico) alle persone ricoverate in ospedali o ospitate Giulia Barbieri presso case di riposo, residenze sanitarie assistite, hospice. Stefano Giorgino - Maria Francesca Perrucci Un omicidio è sempre da condannare. Ma se un papà uccide il proprio figlio non si può che provare sconcerto e un certo disgusto I femminicidi (fenomeno già inaccettabile) sono ormai all’ordine del giorno. Raramente, però, ci sono anche i figli fra le vittime di questa follia tipicamente maschile. In questo episodio, che si è verificato a Taranto meno di un anno fa, Andrea, un bambino di tre anni e mezzo, dopo aver assistito alla crudele uccisione della madre, ha subito la stessa sorte. Ma, a pensarci bene, come si sarà sentito Andrea quando ha assistito all’orrida scena? Secondo me ha odiato, come non ha mai fatto, il padre, che lo stava privando di colei che lo aveva messo al mondo e che amava più di tutti. Senza sapere che, pochi minuti dopo, la stessa fine sarebbe toccata anche a lui. La signora Rita Lanzon, madre di Federica e nonna di Andrea, ci ha raccontato che l’assassino, prima di uccidere il piccolo Andrea, ha cercato di fargli dimenticare il brutale episodio al quale è stato costretto ad assistere: in una stazione di servizio, gli ha comprato una macchinina, che il bambino ha ovviamente rifiutato. Lo ha portato via dalla casa in cui ha assassinato la mamma, come a fargli dimenticare l’accaduto, e lo ha portato nella casa che, a quanto pare, era quella delle vacanze, in cui Andrea aveva sicuramente trascorso giorni lieti e felici. Ma sarà bastato tutto ciò a rasserenare l’animo del piccolo? Non credo proprio. Cerco di mettermi nei suoi panni e mi chiedo quali sensazioni avrei provato… Al solo pensiero, mi assale una grande angoscia! Avrei avuto paura, terrore, sgomento e un profondo senso di inquietudine, anche per quello che stava vivendo la mamma e, probabilmente, l’avrei aiutata. Considerando che Andrea aveva solo tre anni e mezzo, immagino che avrà iniziato a piangere e urlare disperatamente. Oppure che avrà assistito alla scena immobile e atterrito dalla follia incontrollabile di suo padre, temendo il peggio anche per sé… Un trauma profondo che avrebbe segnato per sempre il piccolo Andrea se anche fosse rimasto illeso. Per concludere, vorrei dire che questi comportamenti da parte di un genitore nei confronti di un figlio sono spregevoli, perché un figlio si dovrebbe proteggere e difendere da ogni insidia, sempre e a qualsiasi costo. Un omicidio è sempre da condannare, ma quando si tratta di un genitore che uccide la propria moglie e il proprio figlio, non si può che provare sconcerto e disgusto. Giacomo Perrucci “Vittime secondarie” e perdono: alcune riflessioni su questi temi E cco alcune riflessioni della nostra redazione sull’episodio che ha visto coinvolti Federica e Andrea. Quando parliamo di femminicidio, il più delle volte la nostra attenzione si focalizza sulla donna uccisa per mano del marito, oppure su un ex che non si rassegna. Poche volte l’interesse si volge dalla parte dei figli, spesso anche minorenni (come è successo al piccolo Andrea) di queste donne uccise. Le chiamano “vittime secondarie” e purtroppo in Italia non esiste una legge che le tuteli. Spesso dimenticati, i bambini e gli adolescenti sono i testimoni che sopravvivono a un disastro familiare (questo non è stato però il caso di Andrea, che ha perso la vita insieme alla madre) e che il più delle volte portano dentro di sé ferite e cicatrici difficili da ricucire. Storie diverse che hanno sempre in comune la perdita della madre, del padre e di quello che è definito nucleo familiare. Il più delle volte questi ragazzi vivono nelle “case famiglia” e i più fortunati sono affidati ai nonni o zii. Comunque parenti stretti. È impensabile, secondo me, il dramma di questi bambini, cui è stata rubata l’infanzia, periodo fondamentale, da dove siamo passati tutti noi e non capisco il perché questi bambini (vittime), debbano assumersi colpe e soprattutto il perché debbano essere coinvolti. Grazia Maria Biasco Dinanzi a vicende di questo tipo, sopraffatti dal senso di giustizia e dalla morale, è sempre difficile stabilire se, religiosamente, sia giusto che, nonostante tutto, chiunque possa giungere ad ottenere la salvezza accedendo al Paradiso. Penso che durante la celebrazione del funerale, il parroco don Emanuele abbia cercato un concetto apparentemente difficile da modulare: dal punto di vista religioso, si crede fedelmente che, pur essendo un concetto apparentemente difficile da comprendere, anche un uomo che ha compiuto una simile azione può essere perdonato. Io infatti, su questa cosa ci credo perché si può perdonare una persona che ha compiuto tali gesti, solo se costui è veramente pentito di ciò che ha fatto. Ester Coluccia

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4 VIOLENZA DI GENERE Ogni anno l’evidenza dei numeri rischia di annientare la capacità di reagire razionalmente e di indignarci Alla base del femminicidio l’onore legato alla proprietà del corpo femminile e all’affermazione della potestà maschile Il nodo per salvare le donne L ’associazione Alzaia è stata fondata, a Taranto, nel 2007. La scelta del nome è particolare: “alzaia”, infatti, è anche un nodo delle funi che venivano usate dai marinari nelle operazioni di salvataggio. Con questo nodo, insomma, si vogliono idealmente salvare anche le donne vittime di violenza. Il percorso si avvia attraverso un colloquio con le donne che si rivolgono all’associazione. Se la vittima è in pericolo, può trovare accoglienza in casa-rifugio. Naturalmente il marito o il compagno non devono conoscere il luogo. In queste strutture possono portare anche i figli. Alle donne viene offerta ogni tipo di assistenza. Gabriella Ricci Con la violenza, gli uomini dimostrano di essere “piccoli” Dalle donne la forza delle donne: l’incontro con le operatrici di Alzaia O gni anno, attorno al 25 novembre (Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne) o prima dell’8 marzo (Festa della Donna), ci troviamo a denunciare l’aumento esponenziale dei femminicidi, della violenza domestica, delle aggressioni fisiche e psicologiche subite dalle donne. Sono occasioni in più per riflettere su questo fenomeno, che è diventato una vera emergenza. Per discutere e per conoscere più da vicino la situazione nella nostra zona, abbiamo invitato a scuola due operatrici dell’associazione “Alzaia”: Monica Grassi e Sabrina Callea. Rispondendo alle nostre tante domande, le due operatrici ci hanno guidato alla scoperta di un mondo fatto di violenza e di umiliazioni, a volte anche di morte. Non sempre i casi vengono alla luce. O a volte vengono alla luce troppo tardi. «La nostra associazione dispone di tutte le figure (avvocati, assistenti sociali, psicologi, educatrici sociali) per accogliere e fornire ogni tipo di supporto alle donne vittime di violenza» ci hanno riferito le due rappresentanti di Alzaia. «Come trovarci? Attraverso internet o attraverso i servizi sociali dei Comuni, o, ancora, chiamando il centralino nazionale 1522. Siamo anche su facebook. Abbiamo diversi sportelli d’ascolto. Nella zona anche a Lizzano e a Manduria». Ci è venuto spontaneo chiedere qual è la situazione nella nostra zona. «Nel corso dell’ultimo anno sono state 18 le donne che si sono rivolte al nostro sportello di Manduria. Però» violenza del proprio padre sulla Monica Grassi e Sabrina Callea propria madre. Di solito, co- munque, chi si macchia di questi reati ha un’indole violenta. Sono uomini possessivi, che sono con- vinti di amare le proprie donne anche se le picchiano. C’è in loro la voglia di controllare e sotto- mettere la donna. Frequente è anche la dipendenza da alcool». Tanti i tipi di violenza cui sono sottoposte le donne: quella fisica, quella sessuale e quella, a volte ancora più devastante, psicolo- gica. Esiste poi la persecuzione, ovvero lo stalking. «Per ogni caso, noi consigliamo sempre di denunciare, sin dal- l’inizio, per evitare che la situa- zione degeneri. Vi sono delle hanno aggiunto le dott.sse Grassi e strutture che aiutano le donne a Callea, «di solito la gente del posto pre- lasciare la casa e a essere sostenute nella ferisce, per discrezione, rivolgersi in difficile fase di ripresa». sportelli di altre città. I casi, quindi, sa- ranno sicuramente di più». Martina Caraglia Spontanea la domanda sulle cause di Giorgio Comes questa ingiustificabile violenza. Gregorio Distratis «Le cause possono essere diverse. Francesco Erario Non c’è un elemento comune a scate- Stefano Giorgino nare la violenza. A volte può essere che Carlotta Giulio l’uomo abbia assistito da bambino alla Francesca Mero P er sconfiggere queste forme di violenza, si dovrebbero attuare delle iniziative a tutela delle cambiare la cultura secondo donne, facendo loro capire che c’è tanta cui l’uomo deve avere il pre- gente che le può aiutare. Non devono dominio sulla donna. Biso- avere paura di denunciare, perché un gna sensibilizzare le nuove piccolo gesto fa la differenza. Chiara generazioni. Kuka Falcone Dimagli. Mia madre mi ha sempre Nella zona di Manduria 18 donne si insegnato di non giudicare sono rivolte allo sportello Alzaia, ma un libro dalla copertina. A chissà quante altre subiscono violenza e volte, infatti, sono proprio gli non hanno il coraggio di denunciare. uomini all’apparenza più Di solito le violenze avvengono proprio gentili che si rivelano i più nelle famiglie che sembrano perfette, crudeli. Non bisogna fidarsi perché non si macchiano di violenza mai troppo: prima di dire un solo le persone meno colte. Camilla “ti amo”, bisogna conoscere Cavallone bene, anzi benissimo, l’uo- Al giorno d’oggi le donne dovrebbero mo. Ilaria Piccione avere gli stessi diritti di un uomo, invece Gli uomini che maltrattano continuano a subire violenza. Io credo la propria donna sono dav- che non è la diversità fisica ma è la cul- vero degli idioti, perché, ci tura a fare la differenza. Bisognerebbe scommetto, se succedesse alla propria figlia anche loro starebbero male. Paula Dobrea. Un uomo che picchia una donna non dimostra virilità, ma il contrario: solo stupidità e un modo di pensare primitivo e idiota. Molti di questi “uomini piccoli” hanno addirittura il coraggio di sostenere che amano la propria donna e sono gelosi. Chi ama, non picchia. Valentina Guiderdone Io sono un ragazzo e molto presto diventerò un uomo. Un uomo che capisce che le donne sono un anello molto importante della nostra vita: sono preziose e vanno rispettate. Federico Pichierri La violenza sulle donne: dall’omicidio d’onore alle nuove leggi L a violenza sulle donne è un problema che affligge la nostra società sin dai tempi più remoti. Secondo le tradizioni più antiche, era normale che l’uomo, sia che fosse il padre, il fratello, il fidanzato o il marito, controllasse, fin nei minimi dettagli, la vita della donna e che la guidasse secondo il proprio volere. Se la donna si fosse sottratta per qualsiasi motivo alla sua autorità, allora l’uomo sarebbe stato autorizzato e giustificato ad “alzare le mani” per riportarla all’obbedienza. I maltrattamenti che avvenivano all’interno delle mura domestiche erano considerati fatti privati e personali, che si preferiva nascondere e che non riguardavano in nessun modo la società. Ma la cosa peggiore è che la stessa donna maltrat- tata, umiliata, violentata e privata di ogni libertà, arrivava e tuttora arriva a sentirsi colpevole e ad accettare questi comportamenti come fossero e siano indiscutibili e assolutamente normali. Anche la legge, sino a qualche decennio fa, non considerava reati questi comportamenti e neanche i cosiddetti “omicidi d’onore” erano considerati dei veri e propri omicidi, per cui non venivano puniti in maniera adeguata. Fortunatamente la condizione della donna nella società moderna sta migliorando e anche la legge ha fatto grossi passi in avanti. Inoltre sono nate tante associazioni che aiutano e tutelano le donne che subiscono violenze di ogni genere. Giacomo Perrucci LA TESTIMONIANZA «Ho detto basta alla umiliazione! Da quel giorno sono diversa, sicura e bella» Q uattro anni, quattro anni di ogni tipo di violenza, senza la minima preoccupazione di quanto potesse influire questo suo agire davanti agli occhi di mio figlio, di nostro figlio. Non puoi immaginare cosa significhi scappare via dalla tua casa, quella casa di ricordi, belli e brutti, fatta di sacrifici, di amore, di odio. E in quel momento non sai nemmeno se la rivedrai, se rivedrai le tue cose. E poi portare con te un bambino così piccolo, in silenzio, prendendo giusto il suo peluche preferito, e la sua copertina di Spiderman… Portarlo via ancora assonnato e un po’ impaurito dalla sua cameretta, dai suoi giochi, dal suo mondo. Ecco, è successo che una sera, mentre lui faceva la doccia, ho detto addio a tutto questo… Poco prima mi aveva ribadito che non sono capace neanche di fargli una fetta di carne… E mi aveva tirato i capelli con tutta la sua forza… Quante volte ho desiderato tagliarmi a zero quei capelli, ma poi sarebbe stato anche peggio… Mi sono detta: ora basta! E’ stato difficile, ma quel giorno ho smesso di avere paura e mi sono riappropriata di me stessa. Quattro anni di botte, insulti, umiliazioni. Quel giorno mi sono guardata e non ero più io. Invece lui era sempre uguale… “Scusami”, mi diceva, “è il lavoro che non va … Poi tu a volte le cerchi proprio”. E si faceva una risata. Quel giorno davanti a me non vedevo altra soluzione se non quella di andarmene. Ho guardato di sfuggita il mondo che stavo lasciando e con mio figlio in braccio sono andata via. Mi ero fermata un sacco di volte a leggere il cartello sulla porta della Asl. Ho scritto gli orari su un foglio… Sino a prima di recarmi al centro di ascolto, mi avevano risposto nei modi più assurdi. “Assurdi” lo dico ora. Ora che ho capito cos’è il bene e cos’è il male. Quando tempo fa mi rivolsi ad una vicina, dicendole un decimo di quello che mi succedeva e chiedendole di aiutarmi ad andar via e lasciarlo, mi rispose: “Ma ci hai pensato bene? Non si scappa da un matrimonio.. Ti sei fatta anche tu un esame di coscienza?”. Invece un’altra amica, diciamo amica, mi disse: “Francesca, viviamo in un paese, renditi conto che cominceranno ad isolarti e additarti… Comunque valuta tu”. Ah ecco, a questo non ci avevo pensato… Allora mi tengo le botte… Ma alla fine non sono state le botte, forse a quelle mi ci ero anche abituata. Io ho detto basta quando mi trascinava davanti allo specchio per capelli (sempre quei maledetti capelli), e mi urlava: “Guardati, fai schifo, tu non sei nessuno senza me, una nullità”. Ecco, è quello che mi ha fatto decidere… Ho detto basta all’umiliazione! Da quel giorno sono una donna diversa, sicura e soprattutto bella. Anche con il mio nuovo taglio di capelli. Francesca

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LA STORIA 5 Emanuele e il pesciolino rosso L a sera del 24 novembre del 2103, Emanuele, un ragazzino di appena 16 anni, salutò i suoi genitori e le sue sorelle e andò a una cena con degli amici più grandi. Con la leggerezza della sua età accettò di provare un “francobollo”, un acido, che qualcuno di questi amici più grandi gli offrì: “Cosa vuoi mai che succeda, lo fanno tutti”, avrà pensato mentre se lo appoggiava sulla lingua. Successe la fine del mondo, il suo mondo. Perché, come a volte succede, quell’acido gli “salì” male, lo traghettò nell’angoscia più nera: erano le due di notte quando Emanuele guardando il Chiese, un fiume che passa vicino a casa sua a Gavardo (nel Bresciano), si buttò in acqua, esattamente nello stesso punto dove una decina di anni prima, accompagnato dal suo papà, aveva liberato un pesciolino rosso. Il corpo di Emanuele fu trovato alcune ore dopo a duecento metri da dove lui e il suo pesciolino si erano tuffati, trovando entrambi lo stesso destino di morte (il pesciolino fu infatti inghiottito da un’anatra sotto gli occhi sgomenti del bambino e quelli più divertiti del suo papà). E proprio questo papà, Giampietro Ghidini, che la notte della morte di suo figlio era pronto a seguirlo incapace di immaginare la sua vita senza di lui, ha trovato in quella fine senza senso il senso della sua vita. A pochi giorni di distanza dalla morte di Emanuele ha infatti creato una fondazione che si impegna a tenere i ragazzi a rischio lontani dalla droga. Giorgio Comes Anita Ferrara Con messaggi forti, papà Giampietro parla del suo dramma ed entra nel cuore di tutti G iampietro è un papà che, purtroppo, ha subito il più grande dolore che possa esistente in questo mondo: la perdita di un Dalla triste storia di Emanuele al dialogo tra genitori e figli Papà Giampietro si racconta a ragazzi e genitori: una testimonianza commovente U no degli incontri più emozionanti del nostro laboratorio di giornalismo è stato quello con papà Giampietro, è tuffato in un fiume ed è morto. Per me è stato uno degli incontri Non sempre solo “si”, né sempre solo “no”: noi ragazzi abbiamo un padre coraggioso che ha perso il più commoventi in bisogno di genitori pronti a darci figlio tanto amato quando aveva quanto la storia solo sedici anni. raccontata da papà una mano quando “cadiamo” Il papà ci ha raccontato che Ema- Giampietro, molto nuele (questo il suo nome) era un triste e suggestiva, ragazzo pieno di energia e di entu- ha suscitato in me una serie di emo- siasmo. Aveva tanti progetti e con il zioni che ora non saprei descrivere. padre aveva un rapporto di grande Papà Giampietro, per me, è un complicità. eroe e dovrebbe rappresentare un Avevano sempre fatto tutto in- modello per tutti noi, ragazzi e sieme, dalle cose più banali a quelle adulti, che spesso non sappiamo ac- Emanuele e papà Giampietro più importanti, a volte anche pic- cettare le disgrazie che ci colpicole stupidate all’insaputa della scono, ma piuttosto ci isoliamo dagli altri o ci deprimiamo; Da un profondo dolore ad un un’illuminazione. Capii che, seppure il dolore egli, invece, ha insegnato a impegno totale della perdita di Ema mi avrebbe accompagnato tutti noi come trovare il Come Giampietro è riuscito a dare un senso alla propria vita N ell’incontro con gli studenti e i genitori della nostra scuola, papà Giampietro ha raccontato quei giorni, per sempre, sarei riuscito a dare un senso a quello che era successo a lui impegnandomi a fare in modo che non succedesse ad altri ragazzi. Così ho creato la fondazione per Emanuele, così ho scritto il libro “Lasciami Volare” pensato per padri e figli che fanno fatica a parlarsi. Così sono coraggio per affrontare le tragedie anche più assurde con forza e determinazione. Papà Giampietro è riuscito a superare il dolore dolorosissimi, della perdita del proprio figlio andato in televisione a parlare di Emanuele e di per la morte del figlio, si- Emanuele. Da quel dolore, che ha sconvolto la quella sciocchezza che gli è costata la vita, così tuazioni tra le più difficili sua vita, è iniziato un lungo e fecondo cammino vado nelle scuole, ovunque mi chiamino a par- che ci siano. Ha fondato che lo ha portato a incontrare studenti e genitori lare della storia di mio figlio. Così ho coinvolto l’associazione “Ema Pescio- di oltre 700 scuole italiane. due ragazzi a fare il giro d’Italia in bici, con me. lino Rosso” e ora gira per «Pochi giorni dopo la morte di mio figlio - ha Perché pedalando, faticando, guardando la me- l’Italia per offrire la propria raccontato Giampietro mentre si asciugava una raviglia della natura, non ci si pensa alla droga, testimonianza e per aiutare lacrima - sognai di trovarlo nudo in fondo al ci si salva la vita». i giovani. mare e di salvarlo riportandolo in superficie: fu Così, infine, oggi a un anno dalla morte di suo Provo una profonda am- figlio Giampietro fa tutto quello che può per mirazione per lui. Se devo i figli degli altri. confidarlo, prima di cono- Grazia Maria Biasco scerlo avevo una certa cu- Stefano Giorgino riosità, ma mi aspettavo di vedere un uomo profonda- mamma. Crescendo, naturalmente, mente rammaricato per quello che Emanuele si era un po’ staccato dal gli era successo. Mai avrei pensato padre e papà Giampietro glielo di trovare un padre che ha perso un aveva lasciato fare, perché era giusto figlio così determinato ad affrontare che facesse le sue esperienze. E forse la propria vita, con tutti i suoi pro e Emanuele aveva cominciato a fre- i suoi contro. Chiaramente la tri- quentare cattive compagnie che, stezza si leggeva negli occhi di pian piano, lo avevano avvicinato Giampietro, ma lui riusciva a na- alla droga. Purtroppo non si era sconderla e devo dire che il suo è lo confidato con il padre per paura di spirito giusto per affrontare la vita. deluderlo. Un brutto giorno, dopo All’incontro hanno partecipato Papà Giampietro a scuola aver assunto Lsd, il gesto estremo: si anche i docenti e molti genitori: a ciascuno di noi ha insegnato qualcosa. Noi ragazzi abbiamo capito quanto sia importante parlare e cercare di risolvere un problema insieme ad un caro o ad un adulto in generale, per non trovarci in una situazione come quella di Emanuele. Chissà quante volte Emanuele avrà avuto paura, chissà quante volte si è sentito solo, chissà quante volte avrà avuto bisogno del conforto o dell’abbraccio dei suoi genitori… Se solo avesse trovato il coraggio di chiederlo! Non esiste alcun problema che i genitori non possano risolvere perché sono coloro che ti conoscono per quello che sei e farebbero qualunque cosa per essere d’aiuto ai propri figli. Questo incontro non è servito solo a noi ragazzi; ho visto le lacrime agli occhi di molti genitori e docenti durante e alla fine dell’incontro. Avranno riflettuto su come ritrovare il vero ruolo nella famiglia, sull’importanza di essere sempre vicini ai propri figli, non solo nelle necessità materiali, ma anche e soprattutto con la loro semplice presenza amorevole. Non sempre e solo “si”, né sempre e solo “no”: noi ragazzi non abbiamo bisogno di genitori che ci fanno fare tutto quello che vogliamo, che accontentano ogni capriccio, ma neanche di genitori che ci terrorizzano e ci impediscono di esprimerci in libertà. Abbiamo bisogno di sapere che ci sono in ogni momento, anche quelli più difficili, e che nel caso di una brutta caduta sono lì, pronti ad aiutarci per farci rialzare e ritornare a camminare. Giacomo Perrucci figlio. Così grande che il papà, per il do- lore, la rabbia e il senso di colpa, ha più volte pensato di buttarsi nel fiume per raggiungerlo. Quello che poi Giampietro ha ideato è un progetto per raccontare la propria storia a genitori e figli, non per insegnare qualcosa a qualcuno, ma semplicemente per far riflettere, per evitare, insomma, che altri giovani possano commettere lo stesso errore e per indurre i genitori ad avere un dialogo sempre aperto con i propri figli, che hanno bisogno di sentirsi accolti, non giudicati anche quando sbagliano. L’incontro con papà Giampietro è stato ricco di emozioni per noi ragazzi: il racconto del suo dramma ci ha portato a riflettere su quanto sia preziosa la vita. Dalla sua esperienza ha volto evidenziare degli errori che a volte un genitore non vede. Ad esempio, di essere condizionato dal proprio ego, dal proprio successo, dal lavoro, e di non essere in in grado di lasciare i propri problemi dalla sfera familiare. È importante, invece, avere sempre un dialogo con i figli, di “saper accendere un semaforo rosso”, ovvero di sapersi controllare e non affrontare i problemi istintivamente, brontolando e recriminando, o discutendo animatamente, imponendo ai figli i punti di vista dei genitori. Il dialogo consiste nel comunicare ogni giorno ai figli i valori, le regole, la strada da seguire, affinchè i ragazzi siano in grado di compiere le scelte e decidere in maniera responsabile. Ancora, nel dare il buon esempio essendo coerenti, nel gratificare i figli di più, cercando di non umiliarli e mortificarli quando sbagliano. Quello dei genitori non è un “mestiere” facile perchè a volte si utilizzano modi e atteggiamenti che fanno danno, come pressioni psicologiche che condizionano i ragazzi (come dire: “io da te questo non me lo aspettavo” oppure “non fare mai quella cosa, mi deluderesti”), e che non portano i ragazzi a chiedere aiuto ai genitori quando incontrano dei problemi. I genitori devono essere dei “guerrieri” e non dei “carabinieri” nei confronti dei figli, devono rappresentare un porto sicuro in cui, quando il mare è in tempesta, possono ormeggiare. Ai ragazzi papà Giampietro ha voluto lasciare un messaggio di speranza. Nonostante gli sbagli legati all’età e alla società in cui viviamo, ha incoraggiato i ragazzi a superare le paure e a chiedere aiuto ai genitori. Loro, anche se a volte prestano poche attenzioni, darebbero la vita per i figli. Poi ha stimolato gli studenti presenti a non buttar la vira e a non “perderci per poco”. Sara Attanasio Come superare le incomprensioni? Ognuno si deve mettere nei panni dell’altro L ’incontro con papà Giampietro è stato davvero utile per far capire a noi ragazzi com’è semplice buttare via la propria vita: anche con una semplice pastiglia, un oggetto che può sembrare piccolo e insignificante, si può mettere fine alla propria vita. Ognuno di noi dovrebbe restare con i piedi piantati per terra e con la testa sulle spalle, non lasciandosi condizionare dagli altri. Ovviamente è più facile a dirsi che a farsi, però dobbiamo ricordare che non siamo soli, perché abbiamo i nostri genitori che ci aiutano e ci supportano, sempre pronti a darci una mano, anche se combiniamo il guaio peggiore del mondo. Dobbiamo ricordarlo sempre, soprattutto quando abbiamo dei problemi. Il dialogo fra genitori e figli è importante perché i ge- nitori sono le persone che ci amano, nonostante tutto! Anche se a volte anche loro fanno degli errori, ma, d’altronde, chi non li fa? L’importante è non perdere la calma ed evitare di urlare. Anche noi dovremmo cercare di non farli arrabbiare, anche se a volte sembra impossibile: ognuno si dovrebbe mettere nei panni dell’altro! Quest’incontro è stato davvero utile per farmi riflettere sul rapporto che ho io con i miei genitori. Fortunatamente non c’è mai stato motivo di nascondere niente, ma è servito come una prevenzione futura. Inoltre quest’incontro ha alimentato sempre di più la mia idea: in un rapporto di qualsiasi tipo ci deve essere la fiducia! Ginevra Prudenzano

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6 IL NUOVO PERICOLO Start by believing L ’Ecole Universitaire Internationale è un istituto di ricerca che, fondato nel 2012, promuove e organizza corsi di formazione ad alto livello riservati a operatori già attivi nel campo della sicurezza e della pace, nonché a coloro che intendono diventarlo. Tali corsi sono dedicati a tematiche di strettissima attualità, come, ad esempio, antiterrorismo, antiterrorismo urbano, intelligence, negoziazione degli ostaggi, psicologia investigativa, comunicazione strategica. I corsisti vengono formati con tecniche molto avanzate. Fra le varie attività svolte, ne segnaliamo una che ci ha molto incuriosito: l’Ecole Universitaire Internationale è l’istituto che rappresenta l’Italia nella campagna di sensibilizzazione e ricerca internazionale “Start by believing”, istituita dal governo degli Stati Uniti in tema di violenze sessuali, abusi all’infanzia, violenza di genere e violenza domestica. Nella nostra scuola abbiamo ospitato le operatrici Sabrina Magris (presidente dell’Ecole), Francesca Fanti, Martina Grassi e Monica Zanzarella, nonché l’avvocato Antonietta Saracino, che collabora con questo istituto. Francesca Elefante Sofia Valente Come proteggersi dalla droga dello stupro: ecco alcuni consigli da tenere sempre a mente L a droga dello stupro è una polverina bianca, inodore e insapore. Se finisce dentro una qualunque bevanda, pertanto, è impossibile capirlo: il gusto della bevanda non viene minimamente alterato. È stato appurato che basta una minima dose diluita in una bevanda per poter causare la perdita di controllo dei freni inibitori delle vittime. Gli effetti però possono essere davvero drammatici visto che la droga dello stupro, se somministrata più volte alle vittime, può causare aritmie cardiache, degenerazioni del cervello, danni al fegato e ai reni, sonno improvviso, perdita di memoria, in alcuni casi anche la morte. Versata nel bicchiere delle vittime, annulla qualsiasi tentativo di opporre resistenza Una nuova minaccia per le donne: la droga dello stupro L’interessante incontro con le operatrici dell’Ecole Universitaire Internationale N egli Stati Uniti, dove si contano circa 100.000 aggressioni sessuali all’anno, l’Istituto Nazionale di Giustizia americano ha voluto valutare la percentuale dei crimini facilitati dall’impiego di sostanze chimiche. L’indagine ha fornito una risposta davvero sorprendente: è interessato il 62% delle aggressioni. Invitando a scuola le operatrici dell’Ecole Universitaire Internationale, abbiamo voluto approfondire questo sempre più preoccupante fenomeno, purtroppo “importato” anche in Italia. Ci parlate di questa sostanza? «La cosiddetta droga da stupro è incolore e insapore. Se aggiunta a ciò che si sta bevendo, annulla ogni difesa lasciando la vittima in balia del proprio aggressore. Questa droga annulla anche la memoria, per cui la vittima non ricorderà nulla e non potrà mai avere la consapevolezza di ciò che è realmente accaduto». Da quanto tempo è sul mercato questa sostanza e quanto costa? «Questa droga è in circolazione dagli anni ’70 del secolo scorso. E’ stata prodotta negli Stati Uniti e, poi, è arrivata anche in Europa e in Italia. Solo negli ultimi tempi si sta avendo contezza della reale portata di questo fenomeno. La perdita della memoria non consentiva, sino a non molto tempo fa, di avere un quadro preciso della diffusione di questa sostanza» Per quella che è la vostra esperienza, questa droga viene somministrata essenzialmente in discoteca fra ragazzi che si sono appena conosciuti? O ci sono casi che si sono verificati fra amici? «L’uso della sostanza non è legata tanto al posto, quanto all’intenzione e alla finalità di chi la somministra. Viene dunque somministrata sia a chi si è conosciuto casualmente nel corso di quella serata, sia a gente amica da tanti anni o addirittura, in alcuni casi, a componenti della stessa famiglia». Questa sostanza provoca dei danni fisici? «Se viene somministrata solo una volta non provoca danni fisici. Se invece l’individuo la ingerisce più volte, vi possono essere anche danni fisici e, quindi, non solo psicologici». Quali segnali dobbiamo cogliere per capire che ci è stata somministrata questa droga? «Inizialmente la vittima può essere scambiata per un individuo che ha bevuto qualche bicchiere in più… Di solito, vi sono delle sudorazioni eccessive e si dilatano le pupille. Si avverte, poi, una grande fame d’aria. Ma proprio attraverso i respiri più profondi, la sostanza entra in circolo più velocemente. Al risveglio, invece, la vittima può cadere in depressione o avvertire rabbia» Cosa succede al risveglio dopo l’uso della droga? «La vittima non ricorda nulla e, pertanto, è facile che si ponga una serie di interrogativi su cosa sia successo nelle ore precedenti» Quanti casi si segnalano in Italia di ragazze o comunque individui rapinati o abusati dopo aver ingerito inconsapevolmente la droga dello stupro? «Le vittime sono tantissime, ma non tutte scoprono di aver ingerito, a loro insaputa, la droga dello stupro. Non ricordando, poi, una grande percentuale di vittime non presenta denuncia. Negli ultimi tempi i sequestri sono ingenti: a Milano, ad esempio, sono state sequestrate 57mila dosi. Se ci sono, significa che vengono usate». Vi è un identikit del potenziale criminale che aggredisce le donne uti- lizzando queste sostanze? «No, è impossibile. Il potenziale cri- minale può essere chiunque, anche gente che non sospetteremmo mai. Ci sono stati casi di uomini che hanno somministrato la droga dello stupro alla guardo tempistiche, durata e tipologia di sostanza, fermo restando che la lunghezza del capello può portare alla luce fatti avvenuti anche in tempi molto distanti dall’abuso» In Italia ci sono già state delle con- Le ricercatrici dell’Ecole Universitaire Internationale propria compagna o alla propria moglie o, viceversa, donne che hanno versato la droga nelle bevande di uomini o di amiche, magari per vendicarsi di qualcosa». Di solito chi somministra questa droga agisce individualmente? Oppure in gruppo? «Di solito individualmente, ma può accadere che si agisca in gruppo» Dopo una denuncia, gli investigatori come si muovono per cercare di provare che l’aggressore ha usato questa sostanza, qualora non vi siano altre prove, come ad esempio dei filmati o delle foto? «Sono necessarie delle analisi tossicologiche: analisi del sangue o delle urine. Si risale alla sostanza anche attraverso l’esame del capello. L’esame delle parti pilifere invece è preferibile quando l’arco di tempo da analizzare è più ampio, ma allo stesso tempo è l’esame che fornisce indicazioni più precise ri- danne a individui senza scrupoli che hanno somministrato questa droga? «Per fortuna si. Due giovani, di circa 25 anni, sono stati condannati in To- scana. Avevano versato la droga dello stupro ad una loro amica durante una festa. La ragazza, al risveglio, non ricor- dava, chiaramente, cosa fosse successo durante la notte. Si recò in ospedale, fu- rono eseguite delle analisi e, grazie alle investigazioni, si sono riuscite a racco- gliere delle prove per incastrare i colpe- voli». Cosa fa lo Stato per tutelare i citta- dini da questi pericoli? «Si cerca di prevenire attraverso il se- questro delle dosi di droga dello stupro. Poi vi è la fase della repressione, non fa- cile proprio per gli effetti di questa so- stanza». Grazia Maria Biasco Ester Coluccia Stefano Giorgino Alessandra Marino Federico Pichierri Come difendersi, allora, da questo pericolo? Per evitare di ingerire involontariamente la droga dello stupro ecco alcuni consigli: 1) non accettare bevande e drinks da sconosciuti; 2) non lasciare il proprio bicchiere incustodito; 3) non condividere bevande; 4) non bere da bottiglie già aperte; 5) prediligere bibite servite in confezioni chiuse; 6) se, dopo aver bevuto una dose modesta di bevanda, ci si sente euforici oppure ubriachi, allontanarsi dal posto in cui si è ingerita la bevanda solo con persone di estrema fiducia; 7) se ci si sente mancare l’aria, farsi accompagnare in un giardino o comunque all’esterno del locale solo da persone di estrema fiducia. Carlotta Giulio Evelyn Petrachi Oscar Pisello Il rischio non è circoscritto solo in pub o in discoteca: meglio vigilare ovunque È in errore chi è convinto che la droga dello stupro circoli solo in discoteca o, comunque, nel mondo notturno. I luoghi e le situazioni in cui una persona (donna, uomo o addirittura bambino che sia) può rimanere vittima di malintenzionati che, in un momento di distrazione, versano la pasticca o la polverina nella bevanda rimasta incustodita sono molteplici: può essere un semplice bar, ma anche un contesto più propriamente familiare, qual è la casa. Sono infatti accaduti episodi in cui il marito o il compagno ha versato la polverina nella bevanda della moglie o della compagna, o viceversa. Ci è stato riferito che «la tipologia del criminale che somministra la droga dello stupro è molto variabile, ma le statistiche confermano che molto spesso chi agisce è una persona insospettabile, tranquilla, apparentemente equilibrata, che non fa uso di altre sostanze, che frequenta o lavora nei luoghi in cui sceglie le vittime in modo da agire quasi indisturbato». La sostanza ha effetto quasi immediato, entra in circolo e raggiunge il pieno effetto in 6-8 minuti; la copertura può du- rare fino a 6-8 ore, ma in molti casi è stata riscontrata una somministrazione multipla al fine di prolungare l’effetto. Per evitare qualunque tipo di rischio, bisogna essere sempre attenti e vigili in qualsiasi luogo: occorre avere la capacità di osservare e di comprendere l’amico o il conoscente che è troppo vicino alla nostra bevanda con fini, evidentemente, non proprio amichevoli. C’è anche un’altra precauzione: è opportuno restare sempre in compagnia di una persona estremamente fidata, pronta, ovvero, ad aiutarci in caso di bisogno. È fondamentale quindi rispettare l’amico o l’amica ed essere sempre pronti ad aiutarli. Se dovessimo notare qualcosa di strano nell’amica o nell’amico (malore, sudorazione eccessiva, pupille dilatate), meglio far intervenire subito il 118. I medici, attraverso le opportune analisi, potranno capire cosa è successo, salvando la vittima da abusi. Kuka Falcone

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IL NUOVO PERICOLO 7 I consigli dell’esperta Monica Zanzarella, ricercatrice sulla droga dello stupro Adolescenza, quando i pericoli arrivano dalla rete: le precauzioni «L’amore non è in quella pastiglia. L’amore è nelle parole, negli sguardi, nel cercarsi» I nternet, anche se rappresenta una grande risorsa perché ci aiuta molto per le ricerche o per reperire video e informazioni di ogni tipo, è molto pe- T utti voi ragazzi, sapete cos’è il suicidio, giusto? Suicidio vuol dire avere la capacità di mettere fine alla propria vita con le proprie mani. I motivi che spingono una persona al suicidio possono essere veramente tanti. Una vittima di violenza sessuale o vittima di droga dello stupro non è da meno a questo fenomeno. Pensate che l’80% delle persone a cui viene data questa droga dello stupro si suicida. Si uccide da sola. Uno degli effetti collaterali di questa sostanza è la perdita di memoria: la vittima, il giorno dopo, si sentirà completamente stordita e incapace di ricordare. Difficilmente ricorderà anche il volto di quella persona che era con lei in quel momento e che molto probabilmente sarà stata la causa principale della situazione in cui si ritrova. Sin da piccoli i vostri genitori vi hanno detto di non accettare nulla dagli sconosciuti. Giustissimo! Ma molto spesso la vittima della droga dello stupro ha ingerito la sostanza perché è stato il fidanzato o l’amico a somministrargliela. Magari perché voleva provare un brivido diverso o perché quella ragazzina l’aveva rifiutato o perché ad una determinata età non si comprende quanto è importante la vita tanto da distruggere non solo la propria, ma anche quella degli altri. Già, perché le conseguenze di un tale atto ci saranno, ma anche la vittima della violenza sessuale, dopo averla scoperta, avrà una serie di difficoltà che difficilmente riuscirà a superare. Avrà difficoltà a vivere normalmente la propria vita e a relazionarsi con gli altri, avrà problemi sul piano fisico e mentale. Avrà sempre timore di uscire da casa per paura di essere additata come colei che è “stata stuprata”, come colei che ha “provocato il ragazzo che ha abusato di lei”. La vittima di droga da stupro assumerà atteggiamenti di au- Monica Zanzarelli che te l’ha data è quella con cui avresti sognato anche tu. Cosa possiamo fare noi? Noi possiamo cercare di aiutare al momento se ci accorgiamo di qualcosa. Dobbiamo immediatamente avvisare qualcuno e non fare nulla da soli. A volte non si sa come comportarsi quando vediamo queste cose e nessuno pretende che voi sappiate gestirle, ma basta telefonare, basta anche solo urlare per attirare l’attenzione di qualcuno. Ma come può invece la vittima di droga dello stupro ritornare a vivere se le sue immagini o i video di chi era presente in quel momento con lei sono state condivise tramite whatsapp proprio dalle persone che riteneva amiche o amici? Se ricoloso se non lo si sa usare bene, perché è proprio attraverso la rete e, più nel dettaglio, attraverso i social network che le persone malintenzionate possono nascondersi, fornendo informazioni false per creare amicizie di cui approfittare. Queste persone, di solito adulti, cercano di adescare bambini e adolescenti sulla rete (soprattutto i soggetti un po’ ingenui), mettendoli a proprio agio, fingendosi anch’essi ragazzi con gli stessi interessi per creare un rapporto di fiducia e di amicizia. Quando il malcapitato arriva a fidarsi, l’adescatore può approfittare di lui. Naturalmente, chi di noi ha al proprio fianco genitori molto attenti che controllano l’accesso del proprio figlio a Internet, sicuramente è molto più critico nei confronti della rete e sa come la si deve utilizzare. Ci sono però molti ragazzi che possono accedere a Internet senza il controllo da parte di un adulto e che, passando molto tempo da soli, possono diventare facilmente preda dei malintenzionati. Per prevenire ogni tipo di insidia che arriva dal mondo esterno, così come dalla rete, innanzitutto bisogna essere sempre molto attenti a tutto ciò che ci circonda e non fidarsi di nessuno, se non conosciamo davvero bene le persone che fre- quentiamo; è importante ascoltare i consigli degli adulti e, in particolare, dei genitori. Questi ultimi dovrebbero sorvegliare i loro figli quando utilizzano Internet. Non si deve credere a tutto quello che circola in rete, perché in questo mondo virtuale è facile mentire e per questo non bisogna fornire mai informazioni private a nessuno, neanche a chi crediamo amico, anche perché, secondo me, è meglio coltivare amicizie reali, piuttosto che virtuali. Se poi si dovesse incappare in qualche situazione spiacevole, la prima cosa da fare è parlarne subito con i genitori. Un’altra cosa che potrebbe aiutare noi giovanissimi nel fare scelte sagge è l’informazione corretta che potrebbe arrivare nelle scuole dagli insegnanti o da altri educatori. Nei casi in cui le famiglie sono assenti, per i ragazzi è fondamentale avere altre guide. Giacomo Perrucci tosvalutazione, avrà paura di parlare e di chiedere aiuto agli poi la vittima non vuole condividere il proprio dolore, come altri perché potrebbe essere possono i genitori comprendere che emarginata dalla società, avrà difficoltà a denunciare l’acca- «La vittima ha bisogno di essere dietro quegli strani atteggiamenti ci sia qualcosa che non va? La vittima Droga dello stupro: quando le vittime duto. ascoltata, compresa e aiutata a di droga da stupro è consapevole di sono degli innocenti bambini Sappiate, ragazzi, che la violenza sessuale non è cosa da poco: devasta completamente ristabilire il proprio equilibrio» essere stata stuprata, ma non ricorda neanche come. Proprio per questo motivo, avendo difficoltà a raccon- Anche il mondo dei pedofili usa queste sostanze, a volte per realizzare filmati la persona nell’animo, soprattutto se viene commessa dalla persona di cui ti fidi maggiormente. Né bisogna pensare, poi, “forse la colpa è stata mia”: è una giustificazione che non deve minimamente esistere. Se una ragazza decide di voler stare con voi, vuol dire che ha piena fiducia di chi ha accanto; non penserebbe mai che proprio quella persona possa farle del male. L’amore, infatti, non è in quella pastiglia, non è in quel minuto di atto sessuale. L’amore è nelle parole, negli sguardi, nel cercare e cercarsi. Alla vostra età si scoprono cose che rimarranno per sempre, perché l’amore è quel brivido che non torna più, perché quegli anni ti cambiano. Alla vostra età ci sono i sogni e i sogni si possono costruire, ma anche distruggere per sempre, perché non si comprendono i valori o si comprendono in maniera superficiale. La famosa pastiglia che voi, magari nell’impeto, pensate di dare a quella persona o ragazza perché non avete il coraggio di parlare, perché il vostro desiderio è grande, è la pastiglia che rovina la vita e ne basta una Ma, ancora di più, quella pastiglia potrà portarla a morire. E per cosa? Per la nostra stupidità? Perché magari abbiamo paura che se parliamo con lui o con lei ridano di noi? Non è così e non è mai stato così. Le parole d’amore fanno ridere perché riempiono il cuore, ci fanno sorridere e, state tranquilli, se mandate un sms o un pezzo di carta, quel messaggio o quel pezzo di carta lei o lui, singolarmente, li leggeranno anche 1.000 volte e, magari, se non oggi, ma domani, l’amore potete costruirlo, trovarlo, i sogni realizzarli, ma non con quella pastiglia, perché quella pastiglia ti fa morire. Ti fa morire perché potresti essere allergico e non lo sai, ti fa mo- LrmdldtafrfpsessccqpsrpcscqtsiaiatiaueueciaoohouerrueebPLmsiacrrbtnriceoipnrrmlsriéialreevotroeaclncdbcosazsgepaflirisosoumtocooaop,rioaatétffoaaqaloiahoinni.nao.rrl,salibcLidgruepmsemaetSanoterhtpailapiseLsueahpoepoiillcsiaassilrsoriiscpacqalatreipoocticgrroiovdnsrhheeaodreeuaouplloopoeidbspoerioveeeesetdlsriimgialreelltetiistseldirlailninggstiubhllaii.oetragicopleoabtocmdeioettàtpniaCilecatiorasanrvsuagdnlamrinsfnacrdooiasag,eibvlinoaiuicsehdtoitiapgrosvolqatiictoptloorpciadlepsugantor.ieaaurhrrpègoipmpi.riiurtomndotisoèLeecicaeegioioièoòoop,cosomldaorailrand,besrtuahlàtrpdnrauotoemqopienièspiteovcivipioiadntcaueenonotdthiegsrouddcestafedrsteifrniprooeaaaeoer-----ntiiii,lnteelgausanrdsmlraunàtdioiettanttaitr.oaeoeoàmpinrF.gpiomdasagnLcaettdcoirenocaorailhetaltdmeenoombariviuaelbpieidedecdtnerdeinaciaeitirudstrmreogeqieasmvegiaudptpiinurteuzeiorialivnsczeluafrreteiisaieotocrtrsdadeàsgaidvfnoonreheeiitenzteneilldmtalrenoc«’icee.EmshamPhplitcneopreeuaoeuirnrtcfnrodtldee’ieiooè---i,leUnnzaivnfltapsSsdaQeorioctlboiaSPnilurirucabssonaoruiMritesiieplmbo.irtasctedsagateoaaNatmozerelcatitvngioirlnnreiiealooeicoop’oaltgeEncètèpalcecczIshilecnaphpnhooomeio.qnintpie,rlteelbùuoQeesesce,rioeorneeh»cagUnuvdicsgneobndloaqaoeelinomiuencslumitadiltloisdvegaleoedpbia’lpeseslioulnnaisutnrdv.eleormsleoaintcarteirttaotiolgtbiabe.aaigundesmrimimlerauntzetersriezietieonsoditn.I,lnunionsatsucGqtaairetsoa?slpoubLpltssbpsdgoshesiimoolmrnitttroàaodisoaarmIeoauripunnrpo,tnmcrdacmieoolspmpropasdeeigeihnnnpsiertttre,rbniaviimdiiuidotorqon,odbcobitoteovaroapundeooesosnoriiibtpicnnorpeeielsgtefonnagdhcadriritsinnloinllrcndltilaratetiaceileieiiiinoooaaàaeeee-----iiiii..,,., va anche oltre: realizza dei filmati che hanno per protagonisti inconsapevoli questi poveri bambini. Bene, sapete quanto possono valere dei filmati nel mercato sommerso della pedofilia? Sino a 4050mila euro. Con una compressa che può costare non più di 10 euro, insomma, guadagnano tantissimi soldi, senza alcun tipo di rimorso e senza considerare i gravissimi traumi che provocano in queste povere vittime innocenti. Abbiamo appreso attraverso internet che in soli 7 mesi, a Milano, si sono registrati 45 casi di minori vittime di violenze a sfondo sessuale. Tra questi, in particolare, 14 sono di età compresa tra gli 0 e i 10 anni, 16 tra 10 e 14 anni e 25 dai 14 ai 18 anni. Proviamo ad immaginare quanti casi ci saranno in Italia, moltissimi dei quali non verranno mai alla luce: se, dopo aver subito la violenza, non riesce a ricordare niente un adulto, immaginiamo un ragazzino che ha meno di dieci anni. Questi particolari che riguardano i bambini ci hanno fatto ulteriormente riflettere sulla malvagità dell’uomo, che inventa ogni cosa pur di far del male al prossimo, anche se il prossimo è un innocente bambino. rire perché va a toccare delle parti del cervello che ti portano mentalmente (perché è proprio assurdo Sara Attanasio - Chiara Dimagli alla depressione, ti fa morire perché non ricordi più nulla e quando gli altri ti raccontano ti senti vuoto perché non è la Monica Zanzarella vita che hai vissuto. Ti fa morire perché magari la persona Ricercatrice in droga dello stupro che si possa solo immaginare di fare sesso con una povera vittima di 5, 6 o 7 anni), Paula Dobrea - Anita Ferrara Oscar Pisello

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8 Quando la scuola va oltre... La lezione dei ragazzi del “Galilei-Costa” BULLISMO Un fenomeno che può trasformare in un inferno la vita di grandi o adulti Tutti insieme diciamo “MABASTA” al bullismo il successo di un movimento per “debullizzare le classi fondato in una scuola di Lecce I quattro studenti dell’istituto “Galilei-Costa” ospiti della nostra scuola Giorgio Armillis premiato dal Presidente Mattarella P er tante, troppe vittime, la vita viene trasformata in un vero e proprio inferno dal bullismo, un comportamento vigliacco che cerca di distruggere la personalità di chi viene considerato differente o più debole. Tante ragioni, insomma, per dire “MABASTA” ai bulli e al bullismo. Un’azione concreta è arrivata dall’istituto “Galilei-Costa” di Lecce. Abbiamo ospitato, nella nostra scuola, il prof. Daniele Manni e gli studenti Giorgio Armillis, Mattia Carluccio, Patrick De Silla e Niki Greco, fra i promotori del movimento di cui riferiamo nell’articolo accanto. Giorgio Armillis (come vediamo nella foto) è stato recentemente insignito del titolo di «Alfiere della Repubblica» dal presidente Sergio Mattarella. Mentre il prof. Daniele Manni è stato, nel 2015, uno dei cinquanta finalisti nel mondo al Global Teacher Prize (meglio conosciuto come il Nobel dei Docenti), mentre per il 2016 è stato uno dei cinquanta finalisti alla prima edizione italiana del Premio Nazionale Insegnanti (Italian Teacher Prize), gemellato con il Global Teacher Prize. D a circa un anno all’interno dell’istituto “GalileiCosta” di Lecce è stato fondato il movimento “MABASTA”, acronimo formato dalle iniziali di Movimento Anti Bullismo Animato da Studenti Adolescenti. È nato come una start-up promossa all’interno della scuola dagli studenti di una classe, che sono guidati dal professor Daniele Manni. Il caso della ragazzina di Pordenone che ha tentato il suicidio a seguito delle continue vessazioni dei compagni ha talmente sensibilizzato il gruppo dei ragazzi fondatori che, scossi dalla disperazione di quella coetanea, hanno deciso di … metterci la faccia! Così hanno deciso di dar vita a que- bullo per paura o per indifferenza. Forniscono utili consigli su come affrontare il problema. Invitano sempre la vittima a parlare, a non tenersi tutto dentro, altrimenti si vive male, con rabbia, dolore e anche inutili sensi di colpa o vergogna, che possono sfociare in qualcosa di grave. Bisogna, poi, cercare di isolare il bullo, ovvero bisogna allontanare da lui gli “spettatori” che assistono senza intervenire. Si deve, insomma, intervenire su più fronti. Gli educatori, gli insegnanti e i genitori dovrebbero far illustrare ai ragazzi i valori della vita e spiegare che la prepotenza e l’insensibilità verso i compagni e, soprattutto, i più deboli, non è degna delle persone civili. Secondo noi bisogna intervenire subito Giorgio Comes - Lorenzo Prudenzano sto movimento, utilizzando come forma di comunicazione e con fermezza per stroncare sul nascere tutte le situazioni per raggiungere gli studenti di tutta Italia (e non solo), so- di bullismo. Altrimenti questi ragazzi crescono credendo prattutto facebook e internet. Purtroppo nelle scuole e nella solo al mito della superiorità fisica e della prepotenza, con- società più in generale si ve- vinti di poter fare quello che vogliono. Una volta diventati L’altra forma di bullismo: il cyberbullismo Prof. Daniele Manni Ancor più ossessivo e devastante negli effetti sulle vittime la possibilità di far circolare, in pochi se- ria di tanti altri computer o tablet. rificano spesso episodi di accanimento fisico e morale verso un determinato ragazzo per vari motivi. Il bullo di solito prende di adulti, inevitabilmente trasgrediranno le leggi, così come non rispettano le regole quando sono ragazzi. Allora sarà troppo tardi per tornare indietro. LE CLASSI DEBULLIZZATE - La finalità del movimento “MABASTA” è quella di “debullizzare” le classi, ov- condi, fra centinaia o migliaia di utenti, Anche per il cyberbullismo vi è un solo mira i ragazzi più deboli e vero di far sradicare questo fenomeno dalle scuole. I ragazzi insulti o altre forme di derisione perpe- consiglio: è importante parlarne. Non im- più introversi, che non dell’istituto “Galilei-Costa”, guidati dal loro docente Da- trate nei confronti della vittima. porta se c’è il timore di essere giudicati, hanno la capacità di ribel- niele Manni, hanno pensato e creato una serie di strumenti Un tipo di prepotenza che è molto più dif- perché ognuno ha il diritto di difendere la larsi. nuovi ed efficaci. ficile da controllare e da cancellare, perché propria dignità, mentre nessuno può per- Loro si rivolgono non Chiedono alle classi italiane di autocertificare l’assenza di quando un video, una foto o anche un mes- mettersi di insultarti o di farti sentire sba- solo ai bulli, ma anche alle bulli: ogni studente, firmando un documento, dichiara che saggio entrano in rete diventano ovviamente gliato. Nessuno è sbagliato e tutti abbiamo vittime, ai genitori, agli in- nella propria classe non esistono bulli e si impegna, per il pubblici e chiunque può salvarli o condivi- il diritto di essere noi stessi! segnanti e agli “spettatori”, futuro, a segnalare eventuali episodi. In tal caso la classe ri- N derli. Quindi, anche se il file viene rimosso da qualcuno, può essere ancora nella memoon c’è solo il bullismo della Miriam Bianco - Carlotta Giulio Ginevra Prudenzano a coloro, cioè, che assistono a casi di bullismo ma non fanno nulla per fermare il vita reale. C’è anche un’altra forma di bullismo, che ha Quando la violenza psicologica e verbale corre nella rete ceve il “bollino” di classe “debullizzata”. In queste classi è istituita la figura della “bulliziotta” e del “bulliziotto”: sono studenti rispettati per i loro meriti, la loro lealtà e il loro coraggio, che hanno il compito di vigilare e di intervenire in casi di bullismo. Se non rie- luogo in una dimensione virtuale: il cyberbullismo. Si tratta di atti di bullismo che avvengono attraverso strumenti telematici come cellulari, pc, tablet, utilizzando sms, chat, e-mail, blog, siti web, immagini e video messi in rete. Le caratteristiche sono l’anonimato del molestatore (la vittima ha più difficoltà a risalire al proprio molestatore), la mancanza di luogo fisico e di un momento specifico in cui avviene la molestia o il collegamento elettronico. Le forme più comuni di cyberbullismo sono le telefonate (mute o sgradevoli), messaggi online violenti o volgari, insulti gratuiti e cattivi, e-mail offensive e minacciose, profili fasulli per adescare i minori, la circolazione di foto spiacevoli o video contenenti materiale offensivo. Il bullismo virtuale può essere molto più ossessivo di quello reale perché c’è Tante le insidie e i pericoli celati nei social-network L a violenza psicologica e verbale corre anche attraverso facebook e gli altri social network. Tante sono le insidie della rete, in cui cascano anche gli adulti: bullismo, stalking, persecuzioni e violenze. Dopo l’incontro con il prof. Manni e i quattro studenti dell’istituto secondario di secondo grado di Lecce abbiamo voluto approfondire anche questo aspetto. Sino a qualche decina di anni fa, i ragazzi di quei tempi avevano meno rischi e pericoli da cui difendersi. Oggi, con la rete, sono aumentati a dismisura, poiché il pericolo è in agguato anche si è all’interno della propria casa, teoricamente il luogo più sicuro per ogni ragazzo. Un po’ di responsabilità vanno ascritte anche a noi ragazzi. In tanti, pur di essere presenti su facebook, indicano, ad esempio, un’età sbagliata. Poiché facebook non consente l’iscrizione ai minori di 13 anni, molti ragazzi inseriscono un’età superiore. In questa maniera si commette un grosso errore, soprattutto se si naviga senza il controllo da parte dei genitori. E’ facile imbattersi in gente senza scrupoli, che inizialmente si dimostra amica, per conquistare la nostra fiducia, e, poi, è pronta ad abusare in qualunque modo anche dei ragazzi più piccoli. Non è raro, ad esempio, che gente adulta si comporti in maniera opposta: si presenti con un falso profilo, magari inserendo foto di ragazzi o ragazze molti belli, con un’età di gran lunga inferiore a quella reale. In questo modo, indossando una vera e propria maschera, non si svela la propria identità e si può aggredire psicologicamente, ma non sempre impunemente, un’altra persona. Poiché si tratta di contatti in un mondo virtuale, spesso si dà fiducia a coloro che sono dall’altra parte del video, con il rischio di incappare in brutte disavventure. Anche nel caso del cyberbullismo, come in quello del bullismo della vita reale, è fondamentale chiedere immediatamente l’aiuto dei genitori o, comunque degli adulti, in modo che sia possibile intervenire e risolvere il problema prima che sia diventato troppo tardi. Mai tacere le proprie difficoltà a chi ci vuole bene. Anche se, a volte, commettiamo qualche guaio. Francesca Elefante - Daniele Lecce Maria Francesca Perrucci - Ginevra Prudenzano scono a risolvere il problema, hanno il compito di far intervenire i docenti. Per coloro che, infine, sono più timidi e non hanno il coraggio di venire allo scoperto, è stata creata la “bullibox”, una scatola in cui le vittime o i testimoni di episodi di bullismo possono segnalare i casi in maniera anonima. Ci ha molto colpito il coraggio di questi ragazzi nell’affrontare un tema così delicato e difficile come questo. Si parla, infatti, tanto e spesso di bullismo, ma si fa davvero poco o niente per cercare di annientarlo. Invece questi studenti, insieme al loro docente, hanno voluto fare qualcosa di speciale: cioè essere concretamente vicini alle vittime. In pochissimi mesi hanno già avuto un feedback più che positivo e l’attenzione dei maggiori media nazionali, oltre al privilegio di poter parlare della loro iniziativa a milioni di italiani dal prestigioso palco del festival della canzone italiana che ha luogo a Sanremo. Manila Andrisano - Sara Attanasio - Valentina Attanasio - Ester Coluccia - Valentina Guiderdone - Francesca Mero - Evelyn Petrachi - Giacomo Perrucci Gabriella Ricci

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BULLISMO 9 Una forma di bullismo più infida e pericolosa: quella psicologica il racconto di un caso che si è verificato in una scuola di Manduria I l bullismo: si parla tanto di questo fenomeno, ma sappiamo realmente cos’è? E, soprattutto, conosciamo realmente ciò che Da quel giorno iniziarono le minacce. Roberto ingiuriava in ogni una vittima prova? Siamo tutti bravi a parlarne, modo Antonio: lo defi- ma in fondo sono pochi gli essere umani che si niva maniaco, posses- preoccupano delle vittime dei bulli. sivo, ciccione manesco Le uniche domande che mi pongo sono que- (insinuava, infatti, che in ste. Ma chi ha il diritto di qualificare un atto piscina, sott’acqua, An- di bullismo? Una scuola è in grado di affrontare tonio lo picchiasse: ac- e mettere fine a questi episodi? cusa, questa, che poi Purtroppo in questa società, e mi spiace dirlo, cadde, perché Roberto si ha molta paura, tanto da tener nascosto non accettò mai un con- tutto. Si ha paura del giudizio della gente, della fronto con il capovasca; brutta pubblicità che questi episodi possano ge- evidentemente sapeva di nerare. Mi rammarica dover sostenere queste essere nel torto). tesi, ma questa purtroppo è la nostra società: ci Delle minacce e delle si preoccupa più di un giudizio negativo che ingiurie vi erano tracce Un giorno una docente assegna come com- delle povere vittime e della conseguenze che i su biglietti e su whatsapp. In questa fase en- pito di realizzare a casa un cartellone di gruppo. fenomeni di bullismo generano, che in alcuni trano in gioco i genitori di Antonio: quando In quel gruppo c’erano Antonio e Alessandra, casi hanno portato a gesti estremi. trovano i bigliettini ingiuriosi di Roberto, de- ma non Roberto. Così Antonio pensò di invi- Per fortuna nel caso di cui vi sto per parlare cidono di mettersi in contatto con la madre. tare a casa sua tutti i compagni di classe per l’aiuto dei genitori è stato davvero importante: Ma la situazione non fa altro che complicarsi tentare di ricucire i rapporti. è stata la famiglia a voler andare in fondo a que- ancora di più. La madre di Roberto sposa in- Invece la situazione precipitò ulteriormente. sta situazione e proprio grazie a loro i ragazzi fatti le tesi del figlio (sosteneva che piangesse Incautamente, un compagno di scuola fece in questione hanno potuto tornare a vivere se- spesso a casa) e accusa Antonio di raccontare il ascoltare i messaggi vocali inseriti da Roberto renamente la loro adolescenza. falso. nel gruppo di whatsapp mentre passava la Per poter comprendere meglio i contorni di I genitori di Antonio, avendo in mano i bi- madre di Antonio: contenevano la minaccia di questa storia forse è meglio partire dall’inizio. gliettini e potendo visionare i messaggi di what- essere esclusi dal gruppo rivolta a coloro che Antonio (nome di fantasia) frequenta una sapp, non credono alla versione dei genitori di avessero deciso di accettare inviti da Antonio e scuola della nostra città sin dall’asilo. E’ cre- Roberto e, quindi, chiedono un incontro affin- Alessandra, nonché un susseguirsi di insulti ri- sciuto in quelle mura e in quell’ambiente, chè potessero mostrare le loro prove. Incontro volti ai due poveri ragazzi e alle loro famiglie. ormai familiare. Alla scuola primaria conobbe che non c’è mai stato, perché i genitori di Ro- La mamma di Antonio collegò tutto: il ren- Roberto (nome di fantasia), con cui legò tan- berto hanno sempre declinato il loro invito. dimento calato a scuola e lo strano comporta- tissimo: pomeriggi trascorsi insieme, passeg- Ma la storia, purtroppo, non finisce qui. I ge- mento dei ragazzi. giate insieme e tutto ciò che due ottimi Così, armata di pazienza e animata di amici possono fare insieme. Erano tal- La storia di due amici del cuore. tanta speranza, raccolse tutte le prove (mes- mente legati che la loro maestra della Una ragazza li divide. saggi, telefonate e quant’altro) e decise di scuola primaria li definiva “colonne por- Scatta la gelosia e con essa la ritorsione chiedere aiuto ai professori. Chi, meglio di tanti della classe”, anche perché si aiuta- con offese e con l’isolamento della loro, poteva accogliere la richiesta di una vano l’un l’altro. La loro intesa li spinse nuova coppia. mamma che vede il proprio figlio soffrire? anche a praticare uno sport insieme: il nuoto nella piscina di Manduria. La sofferenza e il rischio di gesti estremi Purtroppo un secchio d’acqua gelido spense ogni speranza. Roberto era troppo furbo da Terminata la scuola primaria, entrambi non far trapelare niente in classe. Era stato avevano il timore di essere divisi nelle classi nitori di Antonio si convincono che l’amicizia troppo bravo Roberto? Oppure vi era stata una della scuola secondaria di primo grado. Invece era finita e, con essa, tutti i problemi. Ma, du- sottovalutazione degli episodi da parte dei do- il destino fu benevolo: furono inseriti nella rante i colloqui scolastici, apprendono dai do- centi? stessa classe. Erano contentissimi di poter pro- centi che il rendimento di Antonio era calato. La risposta fu, infatti, che non sarebbero po- seguire insieme il loro cammino nella scuola Per loro fu naturale legare il calo del profitto tuti intervenire perché gli episodi si verifica- dell’obbligo. del proprio figlio a quell’amicizia terminata, ma vano al di fuori del contesto scolastico e quindi Ma purtroppo, giunti alla scuola secondaria, non immaginavano il travaglio interiore di An- in ambiti in cui non avevano responsabilità. iniziarono i problemi. Antonio conobbe una tonio. Ecco, questa è la nostra società, questi siamo ragazza, Alessandra (nome di fantasia), e, si sa, I giorni passavano e Roberto continuava a fare noi. Mi chiedo: chi può classificare un atto di le prime cotte, a quell’età, arrivano e produ- dei dispetti di tutti i tipi ad Antonio, anche bullismo? Questo che Antonio e Alessandra cono effetti devastanti. Antonio stravedeva per gravi. Aveva creato un gruppo su whatsapp de- hanno subito, non era forse bullismo? Perché Alessandra. Trascorreva, quindi, più tempo con nominato “Antisocialista Antonio Alessandra”. Roberto non è stato punito come meritava? lei, mettendo un po’ in secondo piano l’amici- Chi chiedeva di entrarne a far parte, doveva ri- L’unica risposta che so darmi è che l’apparte- zia con Roberto, che pure continuava a stimare nunciare all’amicizia dei due ragazzi. Anzi, do- nenza al ceto sociale influisce ancora molto: un e a rispettare. vevano proprio evitarli. Chi preferiva restarne figlio di un semplice operaio può essere trattato Roberto non accettò questa situazione: non fuori, riceveva lo stesso trattamento riservato in quel modo, mentre un figlio di una famiglia sopportava che Antonio dedicasse i suoi mo- ad Antonio. benestante può fare ciò vuole, anche far star menti liberi ad Alessandra. Così tutti iniziarono ad aver paura di Ro- male persone. Viene preso anche come punto Iniziò a manifestare dei segnali di “possessi- berto. Antonio e Alessandra vennero messi in di riferimento dai professori perchè il suo ren- vità”: non gradiva che Antonio, durante la ri- disparte. Nessuno rivolgeva loro più parole. Se dimento è impeccabile. creazione o mentre, in fila, la classe si recava i due ragazzi si avvicinavano a qualche compa- Ma se andiamo a ricercare la descrizione di verso l’uscita della scuola, preferisse accompa- gno di classe, tutti si scansavano. Antonio e un bullo, secondo me coincide con quella di gnarsi con Alessandra. Iniziò ad inviare una Alessandra diventarono ben presto bersagli di Roberto. serie di bigliettini ad Antonio, attraverso i quali insulti. Per fortuna, Antonio e Alessandra hanno faceva presente che, se avesse continuato a de- Ormai i due ragazzi erano soli contro tutti: li avuto alle spalle famiglie che hanno compreso dicare così tanto tempo ad Alessandra, la loro definivano gli “asociali”. Anche i docenti si il loro stato d’animo e sono stati aiutati a supe- amicizia sarebbe finita per sempre. erano accorti del loro isolamento, ma sembra- rare questo momento critico. Per un po’ Antonio decise di accontentare Ro- vano non preoccuparsene. Da quel giorno i due ragazzi sono rinati e, con berto, dedicandogli più tempo. Ma, ogniqual- Antonio e Alessandra iniziarono a perdere la l’aiuto delle rispettive famiglie, si è riuscito ad volta si riavvicinava ad Alessandra, Roberto voglia di andare a scuola. Erano sempre tristis- evitare il peggio. ricominciava a far sentire il fiato sul collo ad simi e a casa non riuscivano a studiare. In al- Antonio. La loro amicizia, inevitabilmente, ter- cuni frangenti di quelle giornate hanno anche minò e questa volta per sempre. pensato a gesti estremi, da rabbrividire. Federico Pichierri «Io, picchiato e deriso per il mio aspetto fisico. I bulli? Singolarmente valgono meno di zero. La loro forza è il branco» La testimonianza di Carlo, vittima di bullismo A pprofondendo il tema del bullismo, siamo andati alla ricerca, nella nostra città, di casi che si sono realmente verificati. Ho contattato, allora, un ragazzo di Manduria di 23 anni. Quando frequentava la scuola è stato vittima di bullismo. Ha accettato volentieri di rilasciarci un’intervista. Per tutelarne la privacy lo indichiamo con un nome di fantasia: Carlo. Qual è la tua opinione sul bullismo? «È un fenomeno molto negativo per chi ne è vittima» la risposta di Carlo. «Chi lo subisce si sente solo e, molto spesso, non compreso. Non essendoci delle tutele concrete, poiché spesso la scuola, intesa come istituzione, non dispone strumenti efficienti, né li predispone, affinchè sia possibile salvare le giovani vittime». Sappiamo che, durante la tua adolescenza, sei stato vittima di bullismo. Raccontaci la tua storia. «Sono stato vittima di bullismo quando frequentavo la scuola media. Mi prendevano in giro perché ero troppo alto. Vivevo quel periodo con angoscia e spavento, ma avevo dentro di me una gran voglia di vendetta». Una gran voglia di vendetta? È insolito che una vittima di bullismo mediti la vendetta. Spiegaci le ragioni. «Io non ho mai risposto con la loro stessa moneta (ad esempio calci e pugni), ma avevo questa voglia immensa di vendicarmi. Purtroppo ero troppo debole». Come hai superato quella fase? «Ho parlato con i miei genitori, i quali, a loro volta, hanno chiesto e ottenuto un incontro con il preside della mia scuola. Sono stati adottati dei provvedimenti e il problema è stato risolto. Io sono “guarito”». Quali consigli daresti a ragazzi vittime di bullismo che leggeranno, eventualmente, questo articolo? «Di non chiudersi in se stessi. Di esporre il problema ai genitori oppure agli amici fidati». Oltre al bullo, in quasi tutti i casi, vi sono gli “spettatori”, che assistono e non aiutano la vittima. «Sono dei codardi e colpevoli quanto i bulli». Nel tuo caso vi erano degli spettatori quando tu eri vittima di questi gesti? «Si, vi erano ragazzi che assistevano. Credo che i bulli, isolati dal branco, valgono meno di zero. L’unico problema è che non agiscono mai da soli. Anche nel mio caso c’era il branco e, quindi, gli spettatori, che non facevano altro che incitare». Cosa pensi del cyber-bullismo? «Ritengo sia molto più pericoloso, in quanto» conclude Carlo, «basta un’immagine della vittima che finisce nelle mani sbagliate per diffondersi in pochissimo tempo. Una volta finite nella rete, queste immagini sono poi impossibili da eliminare. Ci sono state tante persone (per lo più donne) che hanno finito per suicidarsi per la vergogna». Ilaria Piccione L’identikit del bullo e i consigli su come arginare i suoi atti vessatori I l bullismo è una particolare manifestazione di aggressività commessa da un individuo, il bullo, che, con cattiveria, maltratta e bracca la vittima, sia a livello fisico, che a livello psicologico. È una persona con un atteggiamento prevaricatore, che sotto- mette e umilia qualcuno, per poi sentirsi acclamato dagli “spet- tatori”, colpevoli, a loro volta, non solo dell’incitamento al bullo, ma anche dell’omissione di soccorso alla vittima. Colui che commette questi atti di violenza è una persona con problemi psicologici, che va aiutata. Così come la vittima va aiutata a ritrovare la propria autostima. Il ruolo dei genitori è quello di seguire i propri figli, comuni- care con loro e capire se questi siano vittime di azioni di bulli- smo, per poi verificare se accadono all’interno o all’esterno della scuola e, nei casi più gravi, rivolgersi alle autorità preposte. Come fermare gli atti di bullismo? Cercando di isolare il bullo. Coalizzandosi, si può riuscire. Sofia Valente

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10 INTEGRAZIONE Cattolici e musulmani nel Salento: fra integrazione e qualche pregiudizio L’incontro con l’Imam di Lecce, Saifeddine Maaroufi, e sua figlia Maram L e differenze ci sono: nella cultura, nella religione e in alcuni valori. Ma le differenze non devono allontanare. Devono, bensì, integrare e avvicinare. È questo il messaggio che ci è stato dato dall’Imam di Lecce, Saifeddine Maaroufi, e dalla sua giovane figlia Maram, quasi nostra coetanea, ma che ha dimostrato tanta maturità. Abbiamo deciso di invitare l’autorità religiosa musulmana di Lecce e sua figlia per discutere di integrazione fra popoli. Integrazione che da qualche anno viene resa più complicata soprattutto per gli attentati compiuti da gente che si definisce musulmana e che «La comunità musulmana della provincia di Lecce (noi musulmani siamo circa 7.000) è ben integrata: c’è rispetto reciproco» ci ha riferito l’Imam Saifeddine. «Un risultato raggiunto anche grazie ai tanti incontri che si tengono per conoscerci meglio. La differenza è ricchezza. La maggior parte dei musulmani è di origine albanese (ne arrivarono tantissimi in Puglia negli anni ’90), marocchina e senegalese. Più ristrette sono le colonie di tunisini, indiani e pakistani. Scelgono la nostra religione anche tanti italiani». L’Imam Saifeddine ha rimarcato anche qualche differenza: i musulmani, ad esempio, non mangiano carne di maiale L’Imam Saifeddine Maaroufi con la figlia Maram asserisce di uccidere gente innocente in questa logica del terrore per rispettare il volere del loro Dio. «Così non è» ha chiarito Maram. «Questa gente è ignorante: non conosce cosa realmente vuole la nostra religione. Per me sono solo dei terroristi». Eppure nella vicina Lecce l’integrazione avviene senza problemi. Il razzismo non esiste. (possono mangiare carne di altri animali macellata con il metodo “Halal”, ovvero lecito), né altri alimenti che contengono lo strutto e non bevono alcolici e nessun prodotto contenente alcool. Molto interessanti si sono rivelate anche le risposte di Maram, che ci ha parlato della sua integrazione in Italia. Qui in Italia non ci sono scuole di formazione musulmana (come per i cattolici è il catechismo). I ragazzi imparano gli insegnamenti religiosi in famiglia: sono inizialmente i genitori le loro guide. «Come mi comporto quando nella mia scuola c’è l’ora di religione? Frequento lezioni di potenziamento di Italiano o di Diritto» è stata la risposta di Maram. «Rispetto la religione cristiana, così come comprendo sia giusto che nell’aula ci sia il crocifisso. A volte vi sono delle polemiche sulla realizzazione dei presepi nelle aule con classi miste (cattolici e musulmani). Nella stragrande maggioranza dei casi non sono però i musulmani a chiedere di non realizzarlo, ma sono i dirigenti a deciderlo spontaneamente». Maram ha tante amiche cattoliche: con loro spesso discute di religione. «Non ho alcun problema con loro». Nella nostra scuola Maram non portava il velo che copre il capo. «Per pregare o per andare in moschea, lo indosso» ci ha detto Maram. «Si tratta di un segno di rispetto. Così come anche le suore cattoliche indossano il copricapo. La donna musulmana lo indossa solo quando si sente pronta. Vi sono altri Paesi in cui le indicazioni in merito sono molto più rigide». Abbiamo molto apprezzato la capacità di ascoltare di Maram. Secondo noi, per scoprire e comprendere bisogna andare alla ricerca della conoscenza e soprattutto bisogna lottare contro le false idee. E comunque ognuno ha diritto di vivere in pace, indipendentemente dalla propria religione. Martina Caraglia Ester Coluccia Francesca Elefante Anita Ferrara Alessandra Marino Gabriella Ricci L’immigrazione di persone con culture, religioni e civiltà differenti deve essere un’occasione di arricchimento N ella nostra società italiana, come in quella di altri paesi occidentali, siamo abituati ad accogliere persone di altre nazioni che vengono nel nostro Paese in cerca di migliori condizioni di vita. Ci sembra normale vivere con queste persone che oramai sono parte integrante della nostra società. I loro figli vengono nelle nostre scuole e fanno amicizia con noi ragazzi, che li accettiamo e con loro conviviamo bene; soprattutto rispettano la nostra religione e, in alcuni casi, la approfondiscono nelle ore ad essa riservate. Tutto questo lo abbiamo ritrovato nella testimonianza che ci ha fornito Maram, una ragazza di religione musulmana proveniente dalla Tunisia, che abbiamo ospitato nella nostra scuola insieme al suo papà, l’Imam Saifeddine Maaroufi. E’ in Italia, e precisamente a Lecce, con la sua famiglia; vive e frequenta la scuola italiana come tutte le altre ragazze del nostro Paese. Lei non ha avuto molti problemi nell’integrarsi nel nuovo contesto scolastico e sociale; al contrario, ha fatto molto amicizie e conoscenze con ragazzi e ragazze della sua stessa età, che l’hanno accettata indipendentemente dalla sua cultura e dalla sua religione. Anche da parte sua c’è stata una serena accettazione dei segni che fanno parte della nostra tradizione religiosa. Ad esempio, ci ha raccontato di non aver nessun problema per la presenza del Crocifisso nell’aula della sua classe, proprio perché rispetta la nostra religione. Certo, in alcuni momenti ha vissuto con difficoltà l’essere musulmana perché purtroppo molte persone hanno dei pregiudizi nei confronti dei musulmani e vivono la loro presenza con paura e diffidenza. A questo proposito Maram ci ha raccontato che, il giorno dopo l’attentato del 13 novembre del 2016, avrebbe dovuto parlare della sua integrazione e di quella della sua famiglia proprio all’interno della sua scuola. Questo incontro fu annullato perché alcuni genitori vedevano in Maram e suo padre una minaccia, un qualcosa di pericoloso. Ma secondo voi è giusto tutto ciò? Secondo noi, no, perché non tutti i musulmani sono terroristi, non tutti hanno questi pensieri per la mente. Secondo Maram e anche secondo noi, quelle persone che compiono gli atti terroristici sono solo degli ignoranti senza scrupoli, che non pensano per niente alla religione. La jihad, che queste persone considerano come guerra santa, li autorizzerebbe a ricorrere alle armi e alla forza per diffondere la fede in Allah. Ma se ci pensiamo, di religioso questa cosa non ha proprio nulla. In realtà questi terroristi combattono solo per motivi economici e politici, scatenando una guerra che porta alla morte di centinaia e migliaia di persone innocenti. Ascoltando Maram, abbiamo capito che per fortuna i musulmani non sono questi e che l’immigrazione di persone con culture, religioni e civiltà differenti dovrebbe essere vissuta non come una minaccia, ma come un’occasione di crescita e di arricchimento culturale, e soprattutto che si può vivere e convivere senza difficoltà se si guarda all’altro con rispetto, tolleranza, comprensione e senza pregiudizi. Giacomo Perrucci Quando i pregiudizi offuscano la mente Sbagliato e improduttivo cadere nello scontro di civiltà S pesso i pregiudizi offuscano la mente. Maram, figlia dell’Imam di Lecce, può essere immaginata come una ragazza velata, taciturna e schiava, col Corano sempre in mano. Ma ciò che è diverso non deve per forza essere “opposto”. La verità è che, oltre al suo aspetto esteriore (per niente differente da quello di un comune italiano cattolico), ha delle idee molto corrette e dei pensieri tutt’altro che negativi. Tiene molto in considerazione il rispetto verso il prossimo e verso se stessa, ognuno con le proprie caratteristiche. Ci ha fatto capire come cattolici e musulmani, pur essendo diversi, hanno princìpi molto simili. Ad esempio il valore della pace: la parola “Islam” significa “pace”. Non discrimina assolutamente le altre cul- ture, anzi Maram è molto curiosa di sapere di più ed è aperta al confronto. Ha raccontato di come la sua scuola ha reagito dopo la strage di Parigi: molti la evitavano perché, come un po’ tutti all’inizio abbiamo pensato, credevano che tutti i musulmani fossero coinvolti. Ma ha avuto il coraggio di superare le offese e spiegare a chiunque che non è così. Per lei, infatti, l’Isis è solo un gruppo di terroristi che non ha niente in comune con questa religione Maram Maaroufi e che anzi usano la religione, strumentalizzandola, solo per giustificare i loro atti crudeli, che, comunque, sono condannati dal Corano stesso. Valentina Attanasio L’Italia e gli immigrati: l’integrazione non dovrebbe necessariamente avvenire attraverso l’ambito religioso L e comunità religiose degli immigrati costituiscono una presenza sempre più visibile e socialmente rilevante. Sembra che la maggior parte del processo d’integrazione degli immigrati debba passare necessariamente per l’ambito religioso. La religione e le sue tradizioni costituiscono dei beni preziosi che ogni migrante porta con sé ed è l’unica cosa che rimane loro del proprio Paese d’origine. Secondo me, quindi, la religione è un importante elemento dell’identità dei migranti, che loro proteggono con determinazione. Loro scappano dalla fame e dalla guerra, lasciando il loro Paese, e vanno incontro a tutto, anche alla morte. Perchè loro non possono sapere quello che potrà succedere durante il “viaggio”. Penso che non sia tanto facile lasciare il proprio Paese natale, arrivare in un Paese con lingua, cultura e religione diverse. Io penso che, in quanto italiani, dovremmo rispettare di più le loro religioni e le loro tradizioni, senza alcuna discriminazione. Noi italiani aiutiamo questi migranti ospitandoli in centri di accoglienza. Sono strutture destinate a garantire un primo soccorso agli immigrati. L’accoglienza nel centro è limitata al tempo strettamente necessario per stabilirsi. Infatti, la finalità di questi centri è proprio quella di aiutare i migranti (che sono in regola con le leggi), ad integrarsi e, magari, a trovare un lavoro e una casa. Maria Francesca Perrucci

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INTEGRAZIONE 11 È arrivata dal Marocco quando aveva 4 anni. Ha lasciato la sua terra con la sua famiglia per cercare una migliore condizione di vita La storia di Zineb, da 14 anni a Manduria: «Mi trovo bene, ma sono stata vittima di pregiudizi» «Dopo l’attentato di Parigi, sono stata discriminata da alcuni compagni di classe e guardata con disprezzo» A nche nella nostra città, Manduria, c’è una piccola comunità musulmana che è riuscita negli anni ad integrarsi sul nostro territorio. Durante l’ora di religione a scuola come ti comporti? «Fino a quando ho frequentato la scuola secondaria di primo grado, durante l’ora di religione uscivo dall’aula, oggi invece gli istituti offrono Personalmente conosco una ragazza di 18 anni, Zineb Bouatioui, di fede potenziamento in alcune materie, mentre da quando sono all’istituto musulmana e di origine marocchina, che è arrivata con la sua famiglia in superiore seguo le lezioni di religione perché si affrontano temi attuali Italia 14 anni fa e che come tante famiglie ha lasciato la propria terra per e con i miei compagni cerchiamo un confronto/paragone tra l’Islam e problemi economici alla ricerca di una migliore condizione di vita. la religione cattolica» A lei ho posto delle domande per capire qualcosa in più della sua cul- A te crea problemi la presenza del crocifisso in aula? tura. «Assolutamente no, in quanto anche la mia Fede riconosce la crocifis- Quanto è grande la comunità musulmana a Manduria e dove vi sione di Gesù ed è una forma di rispetto per gli usi, la cultura e i costumi riunite? locali della religione cattolica». «Siamo 20 famiglie di origine marocchina, tranne 3 di origine italiana. Frequenti amiche musulmane o anche cattoliche? Gli uomini si riuniscono per pregare a Sava, in una struttura comu- «Frequento soprattutto amiche cattoliche perché sono mie coetanee, nemente definita moschea, ma in realtà mentre quelli musulmani sono più piccoli di me». è un centro culturale; mentre le donne, nella religione islamica, non possono «Gli uomini si riuniscono La cultura islamica impone un copricapo alla donne: tu a che età lo hai indossato e che significato ha? pregare nella stessa stanza insieme agli per pregare a Sava, «Io ho messo il copricapo “hijab” a circa 15 anni ed ha uomini e perciò, dato che non c’è un’altra stanza nella moschea di Sava, noi preghiamo a casa, 5 volte al giorno». La vostra comunità si è ben integrata o ha avuto problemi? in una struttura comunemente definita moschea, ma che in realtà è un centro culturale. Le donne non un significato personale per me. Di solito si indossa per rispetto verso la propria cultura e la propria religione dalle donne sposate per non far vedere i capelli agli “estranei”; ma comunque è una propria scelta e non è obbligatorio metterlo». «La nostra comunità si è ben integrata possono pregare nella Hai mai subito torti o discriminazioni a causa della soprattutto grazie al supporto dell’Amministrazione comunale. L’Imam di Sava ha chiesto, poi, la col- stessa stanza insieme agli uomini» tua Fede? «Purtroppo si, non solo a scuola, ma anche fuori. In particolare, dopo l’attentato di Parigi sono stata discri- laborazione del comune di Sava per pre- minata da parte di alcuni compagni di scuola, ma anche gare in piazza durante le prossime occasioni musulmane, per dimostrare da parte degli stessi manduriani, che hanno avuto nei miei confronti a tutti che noi siamo qui in pace». atteggiamenti di disprezzo. Mi sono sentita profondamente umiliata: Quali sono le difficoltà che incontra uno straniero di fede musul- addirittura la gente comune, per strada, quando le passavo davanti, si mana che si trasferisce in Italia? allontanava da me come chissà quale malattia contagiosa avessi. «La principale difficoltà che uno straniero adulto incontra venendo Sono stata vittima di pregiudizi e commenti razziali a causa della mia nel nostro Paese è in particolare la mancanza di luoghi di culto, oltre a religione e per me è davvero offensivo essere associata a degli assassini quella della lingua diversa». che uccidono in nome di Allah, provo rabbia e sconcerto nell’essere chia- A che età i ragazzi musulmani si avvicinano alla religione? E ci sono mata “bastarda islamica” perché l’Islam è ben altro. Mi dà molto fastidio delle scuole di formazione come per noi cattolici c’è il catechismo? essere accomunata a gente con cui non condivido il pensiero e rabbri- «I ragazzi si avvicinano alla religione già da appena nati, ma io l’ho vidisco nel sentire la frase “per voi musulmani…”. Sono distante dai iniziata a praticare verso i 15 anni. Non ci sono scuole di formazione terroristi che predicano la conversione globale e la sottomissione alla re- né in Italia né nei Paesi musulmani, anche se si sta cercando di inserire ligione dell’Islam e da qualsiasi altro ignorante che si nasconde dietro il un corso per i bambini presso le scuole». nome di Allah per una guerra che sembra più economica che religiosa. Non bisogna generalizzare e con- dannare tutto il mondo islamico La capacità e la maturità di Maram, che è riuscita ad integrarsi e interagire in un altro Paese per gli attacchi terroristici, bisogna separare il terrorismo dalla religione perché i fanatici sono solo delle mine vaganti e non è giusto H o ammirato la capacità di Maram di integrarsi e di interagire con un nuovo popolo, mentre sono sicura che la maggior parte di noi cattolici non è sempre aperta e ben disposta ad accogliere persone che hanno una Fede diversa dalla nostra e che provengono da altri Paesi. Insomma, sono rimasta profondamente colpita da questa ragazza che, nonostante la giovane età, è riuscita a spiegarmi, con una chiarezza sorprendente, quanto sia importante la condivisione e la conoscenza di culture diverse, che ci arricchiscono e ci formano e ci fanno diventare migliori cittadini del domani. Ginevra Prudenzano L’Islam e il terrorismo, secondo me, sono due cose opposte: i terroristi non si possono nemmeno definire musulmani. Il terrorismo è una forma di lotta politica che si sviluppa con una serie di azioni clamorose, violente e premeditate, come attentati, omicidi, stragi, sequestri, sabotaggi. Generalmente i gruppi terroristici si considerano l’avanguardia di un costituendo esercito, dei guerriglieri che combattono per i diritti o i privilegi di un gruppo. Gli atti terroristici hanno per concreto scopo principale, spesso, non tanto gli effetti diretti derivanti dai danni a persone o cose, morti e feriti inclusi, quanto quello delle loro ricadute indirette (in particolare il terrore, che condiziona la vita di noi occidentali). Manila Andrisano Noi italiani siamo sempre molto diffidenti verso i musulmani e generalizziamo sull’Islam, facendo di tutta l’erba un fascio. Anche perché, come Maram ha sottolineato, quando i terroristi sostengono di agire in nome di Allah lo fanno in maniera impropria, in quanto Allah non vuole la violenza ma la pace e la convivenza fra tutti i popoli, perché i principi del Corano non sono diversi da quelli cattolici. Purtroppo noi italiani ci preoccupiamo di come fare per mandare via i migliaia di migranti che quotidianamente giungono sulle nostre coste, piuttosto che prodigarci per accoglierli e integrarli nella nostra comunità. Lorenzo Prudenzano associarli all’intera comunità; il vero orrore sta nel non saper distinguere il vero nemico». Pensi che alla base di quest’odio verso il mondo occidentale ci sia il fondamentalismo islamico o altre ragioni? Cosa pensi dell’ISIS? «Si, alla base di quest’odio verso l’occidente, secondo me, c’è il fondamentalismo islamico, ma l’ISIS non ha assolutamente nulla a che fare con l’ISLAM perché quest’ultimo significa pace, mentre coloro che si fanno esplodere in nome di Allah rappresentano un insulto per la mia religione. Non vi è nulla di islamico nello Stato Islamico, o Isis. In realtà è una massa di giovani asserviti, arrabbiati e assetati di sangue, apparsi dal nulla che dell’Islam capiscono poco, il cui scopo è terrorizzare il mondo attraverso il rito del suicidio religioso per raggiungere immediatamente il paradiso. In Occidente viene chiamato “kamikaze” ma egli si considera uno “shaid”, termine coranico che significa “martire-testimone”, che muore combattendo contro gli infedeli. Essi vedono l’Occidente come il nemico dell’Islam e tutti quelli che si alleano con esso come traditori, anche se essi stessi musulmani. Per chi non lo sapesse, i terroristi hanno fatto stragi in varie parti del mondo e le prime vittime sono state proprio i musulmani, ma chissà perché nessuno ne parla: oggi a Parigi, ieri e domani in Siria, Libia e Palestina... L’islam è ben altro! Purtroppo i media e i network distorcono talvolta le informazioni o non le diffondono o modificano il contenuto degli avvenimenti riguardo le stragi che stanno avvenendo dando più importanza alle stragi terroristiche e meno alle guerre che si continuano a combattere e che ogni vittima di qualsiasi nazionalità va rispettata e ricordata. Noi musulmani prendiamo assolute distanze da questi estremisti soprattutto perché la nostra religione non predica odio, crediamo nella risoluzione pacifica dei conflitti, non imponiamo le nostre idee; non ci si sporca le mani con la violenza, anche quando viene dal suo campo. L’estremista è tutto il contrario». Secondo te cosa divide veramente il mondo arabo da quello occidentale? «La lingua, i pregiudizi, la religione, l’ignoranza vera e propria». È possibile sconfiggere, almeno in parte, i pregiudizi di chi non conosce l’Islam? «È difficile per via dei diversi attentati, ma non dobbiamo dimenticare la storia che ci insegna che le civiltà orientali (islamiche) e quelle occidentali (cristiane) hanno vissuto insieme da secoli e nonostante momenti di tensione hanno superato le loro divergenze. Per secoli i popoli islamici hanno esportato a tutto il mondo progresso e conoscenza, arte e cultura. Tutto ciò quando ancora i paesi occidentali vivevano nell’arretratezza e nell’ignoranza». È possibile un dialogo interreligioso tra i popoli e in che modo? «Io credo di sì e voglio sperarlo. La storia è ricca di esempi di tolleranza da parte dei Musulmani nei confronti di altre religioni: ad esempio gli ebrei non sono mai stati perseguitati dagli arabi, vivevano liberi di professare il proprio credo e soprattutto liberi di lavorare». Cosa può o dovrebbe fare secondo te la comunità islamica italiana e internazionale per frenare i fondamentalismi? «Occorrerebbe aumentare la creazione di eventi a cui far partecipare cattolici e musulmani soprattutto per cominciare ad abbattere pregiudizi ed ignoranza che stanno portando all’islamofobia, e anche noi stessi musulmani dobbiamo assumere atteggiamenti diversi per farci conoscere meglio; poi non bisogna assolutamente sottovalutare dichiarazioni o atteggiamenti violenti per evitare di arrivare al peggio. Per realizzare ciò è importantissimo il dialogo e il rispetto della libertà di culto e di pensiero di ciascuno senza essere discriminati o insultati per poter raggiungere una pace e armonia sociale durature. Vorrei essere libera di essere me stessa senza essere disprezzata per chi sono e giudicata invece per chi non sono!». Sara Attanasio PROSSIMA APERTURA

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12 MORTI BIANCHE L’Italia è un paese fondato sul lavoro? Q uello delle “morti bianche” è un fenomeno inaccettabile in un Paese moderno e industrializzato, che nel primo articolo della Costituzione sostiene che «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» Dei lavoratori che perdono la vita si parla quando accade la tragedia: si ascoltano vibranti esortazioni a rispettare gli elementari principi di salute e sicurezza, ma la normativa nazionale rimane, in tantissimi casi, inapplicata. Quindi si continua a perdere la vita, così, in modo insensato: volando giù da una impalcatura sospesa nel cielo, inghiottiti da un macchinario oppure di fatica e disidratazione nei campi agricoli. La Puglia, il Salento, conoscono bene questi fenomeni. Ma il territorio spesso chiude gli occhi e si volta dall’altra parte, quasi che le morti bianche fossero un rischio da tenere in conto. Una questione di fatalità, di destino avverso. La morte viene intesa come punto percentuale in una statistica inevitabile. Falso. Perché gli infortuni sono prevedibili, si possono e si devono evitare: nelle industria, nei cantieri edili, nei campi di pomodori, dietro la vetrata di uno sportello pubblico. Ovunque. Valentina Andrisano - Giorgio Comes Evelyn Petrachi Disattenzione o scarsa applicazione delle leggi sulla sicurezza? Morti bianche, fra business e sicurezza Nadia Ferrarese: «Una tragedia assurda mi ha portato via mio marito Ciro» «Era un grande lavoratore, sempre disponibile con tutti. Lavorava al- l’Ilva da dieci anni. Ha perso la sua vita per guadagnare uno stipendio che consen- tisse alla sua famiglia una vita dignitosa». Nadia Ferrarese è la vedova di Ciro Moccia, uno dei tanti lavoratori (circa 550, 6 nel solo 2016) che hanno perso la vita lavorando nella più grande industria che produce l’acciaio di tutta Emidio Deandri, Nadia Ferrarese, Giada Moccia e Sonia Bonsignore l’Europa: l’Ilva. Le definiscono “morti bianche”, forse una forzatura per trasmettere un concetto: si tratta di morti inaccettabili e assurde. Non si può morire per lavorare. Eppure avviene. Si muore e in tantissimi altri casi si conserva la vita, ma si resta invalidi per sempre. Grazie alla disponibilità di Emidio Deandri, presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro, abbiamo avuto il piacere di conoscere Nadia Ferrarese. Pochi anni fa, esattamente il 28 febbraio del 2013, una tragedia sconvolgerà, per sempre, la serenità della sua famiglia. «Spesso commentavamo con lui gli incidenti che si verificavano nell’Ilva: era consapevole dei rischi, dovuti sia alla mancanza di sicurezza, sia ai turni stressanti. Ma mai avremmo immaginato che, un giorno, a perdere la vita sarebbe stato proprio lui». ore del mattino. Facendo parte della squadra di manutenzione, fu chiamato ad un intervento di saldatura. Si sganciò un ponteggio e cadde, insieme al suo compagno di lavoro, da 10 metri. Col suo corpo, attutì la caduta dell’altro operaio, che così si salvò». Alle 5 l’arrivo della telefonata. L’annuncio di un incidente sul lavoro e null’altro. Pochi minuti dopo la tragica verità: Ciro, 42 anni, era morto. «Se fosse stato messo in condizione di lavorare con tutte le precauzioni possibili, ora sarebbe in vita. Cosa mi aspetto dalla Legge? Certamente non mi restituirà mio marito. Mi aspetto solo giustizia e, magari, l’impegno ad uno più scrupoloso rispetto delle norme di sicurezza, affinchè non ci siano più altre tragedie simili». La signora Moccia scandisce le ore di quel giorno che non dimenticherà più. «Mancava un’ora alla fine del suo turno. Erano le primissime Grazia Maria Biasco - Martina Caraglia Sara Dostuni - Francesco Erario - Valentina Guiderdone Alessandra Marino - Sofia Valente «In 45 anni circa 550 infortuni mortali nell’Ilva» Emidio Deandri racconta anche il suo incidente I circa 45 anni di attività dell’Ilva hanno “prodotto”, oltre a tantissimo acciaio, anche circa 550 vittime di incidenti e 12mila invalidi del lavoro. Sono i dati che ci ha fornito, nel corso dell’incontro, Emidio Deandri, presidente provinciale dell’Anmil. Da anni egli si batte, insieme alla sua associazione, affinchè in ogni luogo di lavoro siano rispettate le misure di sicurezza previste dalla legge. «I dati che noi disponiamo sono parziali, perché in tantissimi casi, soprattutto quando l’incidente si è verificato in una piccola azienda privata, la vittima preferisce non denunciare: rischia, infatti, delle ritorsioni, come il licenziamento» ci ha riferito il signor Deandri. Le cause degli incidenti possono essere tante. «A volte l’operaio sbaglia per la troppa sicurezza, che lo porta ad essere superficiale. Ma nella maggior parte dei casi gli incidenti si sarebbero potuti evitare o, almeno, le conseguenze potevano essere più lievi se fossero state rispettate tutte le misure di sicurezza. In qualche caso, è il capo che ordina all’operaio di eseguire mansioni diverse da quelle previste dal contratto». L’Anmil è stata fondata nel 1933. E’ un’associazione non lucrativa di utilità sociale al servizio di tutti gli italiani. Emidio Deandri, che la rappresenta nella provincia di Taranto, è stato anch’egli vittima di un incidente sul lavoro. «Accadde nel novembre del 2001» ricorda Emidio Deandri. «Lavoravo in una sezione dell’Ilva. Avevamo il compito di realizzare le coperture per i rotoli di acciaio. Quell’intervento alla plissettatrice avrebbe dovuto eseguirlo un altro collega. Invece mi recai io. La mia gamba sinistra fu risucchiata nel macchinario. Ho temuto di morire. Sono stato sottoposto ad un intervento durato 10 ore e sono stato ricoverato a lungo in Rianimazione. Sono stato in ospedale per 6 mesi e ho impiegato 18 mesi prima di riprendere a camminare». Chiara Dimagli - Paula Dobrea - Anita Ferrara - Carlotta Giulio La commovente lettera di Nadia a Ciro, l’amore della sua vita Caro amore mio, sono passati quattro anni da quando non ci sei più. I l tempo sembra passato in fretta, ma il dolore è ancora tutto qui con me e il mio cuore non si è ancora rassegnato all’idea di non aver più accanto il mio amore grande, incrollabile, indimenticabile. Dicono che c’è un destino già scritto per ognuno di noi e, se ciò è vero, l’unica consolazione che mi dà la forza di andare avanti è la certezza che un giorno saremo nuovamente insieme in Paradiso. Mi accompagna ogni giorno il ricordo dei ventiquattro anni d’amore che mi hai dato, le nostre due figlie stupende e la forza dei tuoi insegnamenti, dei tuoi consigli e del tuo modo di fare famiglia con chiunque. È difficile andare avanti senza di te, hai lasciato un vuoto incolmabile e tutto in casa mantiene vivo il tuo ricordo: il tuo posto a tavola, il tuo bicchiere, il tuo pigiama, il tuo profumo... Tutto è rimasto lì. Ci accompagna nelle nostre giornate e ci dà la spinta ad andare avanti con la stessa energia che ci trasmettevi quando eri qui con noi. È solo il ricordo della tua tenacia e del grande amore che avevi per me e per le tue figlie che mi darà il coraggio e la forza di non mollare e di andare avanti, di continuare il progetto che avevamo cominciato insieme, di seguire e proteggere Giada e Dalila, segno concreto del nostro amore che durerà fino all’eternità. Ti amerò per sempre.Tua Nadia, amore mio! Nadia Ferrarese Non sempre il lavoro è fattore di benessere; a volte causa lutti Si può morire mentre lavori? Mentre cerchi di guadagnare per fornire i mezzi di sostentamento pendio, mettendo da parte la sicurezza, che dovrebbe essere la priorità. Si deve lavorare per vivere e non la- alla tua famiglia? vorare per morire, come nel caso di Il lavoro, sul quale si fonda lo Stato Ciro Moccia. italiano, invece di essere fattore di be- Sono passati quattro anni dalla sua nessere e di sviluppo, può rivelarsi morte, ma dal cuore di sua moglie e causa di sofferenze per i lavoratori e delle sue figlie non è mai andato via. per le loro famiglie. Maria Francesca Perrucci - Ilaria Spesso la vita si baratta per uno sti- Piccione - Federico Pichierri Il teatro della morte P urtroppo ancora oggi all’Ilva di Taranto si continua a morire. L’acciaieria, nata negli anni Sessanta del secolo scorso per regalare grandi speranze ai tarantini, è un luogo in cui si continuano a verificare disgrazie: ci riferiamo alle morti dei lavoratori per i numerosi incidenti che avvengono sul posto di lavoro. Senza dimenticare le malattie professionali che vengono generate dal forte inquinamento di questa industria. Accadono troppi incidenti, che portano dolore e lutti. Ciò che si chiede ai lavoratori è sicuramente una maggiore attenzione, poiché molti incidenti sono causati dalla disattenzione o dallo stress e dalla stanchezza per le tante ore di lavoro. Occorrerebbe tenere sempre alto il livello di attenzione. Ma, al tempo stesso, serve tanta prevenzione all’interno delle aziende e comunque in ogni luogo di lavoro, oltre al rispetto di ogni norma sulla sicurezza. Ci ha molto colpito l’incontro con la signora Nadia Ferrarese, che raccontiamo nell’articolo accanto. Con grande dignità e compostezza, la signora Nadia si augura che queste sciagure non si verifichino mai più e chiede con coraggio che lo Stato faccia giustizia. Inoltre, aggiunge, lo stabilimento siderurgico andrebbe ammodernato per tentare di bloccare il continuo inquinamento. Le cose, infatti, non vanno per niente bene neppure sul fronte ambientale. Oggi l’Ilva rilascia un mix di sostanze tossiche nell’ambiente circostante. Non solo gli operai dello stesso stabilimento, quindi, ma anche gli abitanti dell’attiguo rione Tamburi e di buona parte della provincia sono costretti a respirare polveri di minerali e idrocarburi cancerogene. Le conseguenze? Malattie cardiovascolari e respiratorie, nonché gravi forme di tumore con incidenza superiore ad altre zone della Puglia. È una brutta realtà che dovrebbe terminare. Ma come risolvere questa situazione? Molti chiedono con forza la chiusura della struttura, altri chiedono con disperazione di tenerla aperta perché comunque rappresenta una grande realtà lavorativa che consente a tante famiglie di poter contare su uno stipendio. Per me, la soluzione migliore potrebbe essere quella di tenere aperto lo stabilimento, tentando di risanarlo per ridurre al minimo le emissioni di sostanze nocive nell’ambiente. Ci vorrebbe un intervento deciso del governo e non la solita indifferenza… Giacomo Perrucci www.consorziotutelaprimitivo.com

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LA STORIA 13 L’incontro con Francesco Canale: è riuscito a “trasformare una vita considerata persa in partenza in un’esistenza unica e meravigliosa” Francesco Canale con la redazione del Prudenzano Magazine F rancesco Canale (“Anima Blu” perché l’anima è la parte più vera e profonda dell’essere umano, blu perché è il suo colore preferito ed è il colore della guarigione universale) è un ragazzo davvero speciale: nato senza braccia e senza gambe, ha avuto una vita abbastanza difficile, ma non per questo si è mai arreso. Anzi, apprezza ogni momento che la vita offre. Quando è nato, i suoi genitori naturali hanno scelto di lasciarlo in ospedale, come consente la legge, per paura e perché, secondo i medici, non sarebbe riuscito a vivere a lungo. Per fortuna, dopo quaranta giorni ha trovato una famiglia disposta ad accoglierlo e a donargli attenzioni e affetto, con un calore meraviglioso. Ad oggi lui conosce i propri genitori biologici perché costoro, dopo averlo visto in tv, lo hanno cercato e gli hanno raccontato i motivi per i quali lo hanno abbandonato. Nei loro confronti non prova rabbia. Secondo Francesco, loro rivivono l’abbandono al termine di ogni loro incontro. È davvero ammirevole il coraggio e la forza con cui affronta la vita, la sua voglia di fare tutto come chiunque altro. Secondo Francesco, è sbagliato parlare di “diversità” fra un diversamente abile e un normodotato: ognuno di noi (indipendentemente se diversamente abile o normodotato) è diverso, unico e irripetibile. L’altra “diversità” esiste perché la società non è “educata”: basterebbero pochi accorgimenti (ad esempio scivoli adatti alle carrozzine o mezzi di trasporto con le pedane) per eliminare tante barriere e tro- vare soluzioni che consentirebbero a chi ha problemi di deambulazione di integrarsi nelle attività quotidiane. E’ una questione culturale e una battaglia di civiltà. Ben vengano incontri e iniziative di sensibilizzazione se servono a far crescere la consapevolezza della società sulla necessità di riprogettare i propri spazi e i propri servizi in favore di chi ha difficoltà, così da rendere tutto utilizzabile da tutti, affinchè emerga il concetto di pari opportunità e dignità sociale. Fondamentale è stato il suo interesse per l’arte, che lo ha portato ad essere l’artista di oggi: la svolta c’è stata quando ha imparato a scrivere tenendo la penna in bocca, ben ferma fra i denti. Con un po’ di pratica, ha affinato la tecnica, tanto che, ormai, scrive velocemente come chi lo fa con la mano. La stessa tecnica ha permesso a Francesco di arrivare a dipingere e l’amore per l’arte gli consente di comunicare ad altri dei messaggi in diversi modi, in quanto essa non ha limiti. Anche gli affetti e l’amore sono stati fondamentali nella sua vita: durante la fanciullezza voleva essere e comportarsi come i suoi coetanei. L’amore, dice, è qualcosa che brucia dentro così come l’arte, ed è presente in varie forme: c’è quello verso gli amici, per i genitori, per i figli e per la propria compagna… Sara Attanasio Le barriere architettoniche infrangono l’idea dell’uguaglianza dei diritti Purtoppo esistono ancora anche in alcuni edifici pubblici della nostra città L ’incontro con Francesco Canale ci ha portato a riflettere sulla presenza di barriere architettoniche nelle nostre città. Barriere, non dimentichiamolo, che non complicano la vita solo ai diversamente abili, ma anche agli anziani o alle mamme con un passeggino. Qualche esempio? La presenza di sentieri ciottolati o ghiaiosi nei parchi, gli ingressi troppo stretti degli edifici, la presenza di gradini per accedere in un’attività pubblica. Costituiscono una barriera architettonica tutte le scale presenti negli edifici pubblici (chiaramente se privi di scivolo o di ascensori), la mancanza di passerelle per arrivare in riva al mare o anche il degrado di queste ultime, Per chi è invece affetto da cecità, lo sono i semafori senza segnalazione acustica o la mancanza di sentieri tracciati. A volte gli enti pubblici cercano di facilitare la vita abbattendo qualche barriera: ad esempio creando gli scivoli ai marciapiedi. Poi, però, ci pensano gli automobilisti idioti a impedire il passaggio dei disabili in carrozzella parcheggiando la loro auto. Le barriere ci sono anche nella nostra città. Qualche esempio? Considerate le scale di Palazzo di Città, qualcuno ci può spiegare come un disabile possa assistere al Consiglio comunale o semplicemente rapportarsi con i dipendenti degli uffici del primo piano? E se una persona in carrozzella deve recarsi dai vigili urbani, come potrà fare? Il problema delle barriere architettoniche, se non si è coinvolti personalmente o per mezzo di parenti o amici, è trascurato e spesso sconosciuto, ritenuto come superficiale. Ma per i disabili sono insormontabili. Le barriere architettoniche infrangono, insomma, l’idea dell’uguaglianza dei diritti e dell’eliminazione delle discriminazioni. Valentina Attanasio - Carlotta Giulio - Ilaria Piccione «Ci ha trasmesso forza e coraggio, insegnandoci a non arrenderci mai» «La straordinaria filosofia di vita di Francesco: la diversità non esiste» C ome trasformare una vita considerata persa in partenza in un’esistenza unica e meravigliosa? A questa domanda purtroppo non c’è un’unica risposta. Bisogna, in realtà, guardare dentro di noi e cominciare a convivere con le proprie problematiche. A me è capitato di sognare di non avere, anch’io, braccia e gambe. Mi sono svegliato di colpo, realizzando di aver vissuto un “incubo”. Poi mi sono tranquillizzato. Io ho utilizzato il termine “incubo”, ma per Francesco questa situazione è semplicemente la normalità. Ecco, è lui la risposta più bella alla domanda. Daniele Lecce Raccontando la sua storia, mi ha trasmesso la sua forza e il suo coraggio con i quali affronta la vita. Francesco ci ha insegnato a non arrendersi mai e ad affrontare la vita cercando di superare ogni ostacolo. Mi ha poi colpito la sua visione della diversità: per lui, ognuno di noi ha delle potenzialità che caratterizzano la rispettiva personalità e che ci fanno essere speciali, ognuno a modo nostro. Chiara Dimagli Francesco è una persona positiva e, come tutti gli artisti, ha un’anima particolare. Lui è felice così com’è e non porta rancore verso la vita e, comunque, dopotutto la felicità si trova proprio nelle piccole cose che la vita ci offre. L’ho trovato una persona molto particolare: trasmette un gran senso di pace, ma non solo. Trasmette anche voglia di vivere e di non arrendersi davanti alle difficoltà. Ginevra Prudenzano Ascoltando Francesco Canale e riflettendo sulle barriere archi- tettoniche ancora presenti, ho rafforzato ancora di più la convinzione che la nostra società cade a pezzi come un iceberg che va sciogliendosi. Se non si interverrà subito, assisteremo al declino definitivo della società. Federico Pichierri Francesco Canale è un simbolo e un esempio per come va avanti e non si fermi mai. Giulia Barbieri. Quasi sempre sono gli uomini che creano ostacoli e rendono difficile la vita ai propri simili diversamente abili. Quante volte occupiamo i posti dei pullman riservati a loro? Quante volte si parcheggiano le auto in corrispondenza degli scivoli del marciapiedi? Lo facciamo senza riflettere alle conseguenze di questo nostro modo scorretto di agire. Francesca Mero Di Francesco mi ha colpito la sua filosofia di vita. Egli afferma che la sua vita è basata sull’idea di non essere vittima e prigioniero” di sé stesso e della sua condizione fisica. Oscar Pisello Sono rimasto stupito della sua forte personalità e dalla sua capacità di scrivere e dipingere con la bocca. Francesco Erario In tutte le sue opere, Francesco Canale cerca di esprimere il proprio motto: “La diversità non esiste”. In fondo siamo tutti diversi e ognuno può trasformare la propria particolarità in una peculiarità. L’importante è essere positivi e gioire delle piccole cose e dei piccoli progressi che con fatica si ottengono. Lorenzo Prudenzano L’esempio di Francesco e i limiti: forse sono solo nella nostra mente L a tenacia che ha contraddistinto la vita di Francesco Canale (che non si è mai dato per vinto, non si è mai arreso, trovando la forza di reagire e di lottare contro ogni avversità), lo ha portato a diventare ciò che è oggi, e, cioè, un grande artista, capace di creare delle meravigliose opere d’arte, che lasciano senza fiato, utilizzando solo la bocca e il pennello. Quando, a scuola, lo attendevamo, mi aspettavo di vedere una persona mortificata, un pò depressa e senza nessun entusiasmo. E proprio così mi è sembrato a prima vista. Ma poi, quando ha iniziato a parlare, ho scoperto una persona felice, piena d’animo e soprattutto molto sicura di sé. Non si piangeva addosso, non ci raccontava dei problemi e dei disagi, ma ci ha riferito episodi positivi, ha dimostrato di essere entusiasta della propria vita. Francesco dovrebbe rappresentare un esempio per tutti noi ragazzi, che spesso e volentieri ci arrendiamo alla prima difficoltà che incontriamo e che ci lamentiamo continuamente anche se alla nostra vita non manca nulla. Questo suo coraggio mi ha profondamente colpito e mi chiedo veramente come abbia fatto, perché, sono sicuro, che se al suo posto ci fossi stato io o molti di noi, ci saremmo ben presto arresi. L’incontro con lui mi ha suscitato una grande emozione, soprattutto quando l’ho visto scrivere con tanta naturalezza tenendo la penna fra le labbra. Mi ha trasmesso una grande gioia di vivere. Mi ha fatto altresì riflettere sui comportamenti di noi cosiddetti “normali”, che, nonostante abbiamo tutto e possiamo muoverci liberamente, troviamo o ci creiamo sempre ostacoli e limiti per non affrontare delle situazioni difficili che, rispetto a quelle di Francesco, sono sicuramente banali e insignificanti. A volte i limiti sono solo nella nostra mente… Giacomo Perrucci Canale: «I giovani? Non è vero che sono “vuoti” e disillusi. Hanno bisogno di modelli positivi» F ra le tante attività che svolgo (pittura/scrittura/musica eccetera), gli incontri nelle scuole occupano un posto unico e speciale. Incontrare i ragazzi è una delle esperienze più difficili e gratificanti che si possano fare. Con i giovani, bisogna stare sempre molto attenti. È essenziale il modo in cui ci si relaziona nei loro confronti… Ho imparato, negli anni che basta poco e ti alzano una barriera contro. I toni paternalistici, o le vuote “pseudo lezioni di vita”, non ottengono nulla. Anzi… Ciò che fa breccia è il porsi come uno di loro, renderli protagonisti dell’incontro e dar loro la possibilità di guidare la discussione attraverso il formidabile strumento del dialogo. Spesso sento parlare male delle nuove generazioni. La voce incessante che gira è che siano apatiche, vuote e disinteressate a tutto. Quando mi capita di udire questi discorsi, mi arrabbio molto. Innanzitutto, perché provengono da soggetti che hanno poco da insegnare agli altri… Molte volte, infatti, i primi ad essere insulsi sono proprio i genitori dei ragazzi stessi. Corrono tutto il giorno, non guardano mai in faccia i propri figli e pensano di compensare le loro mancanze con soldi e beni materiali (magari anche attraverso il massiccio uso di oggetti tecnologici… Salvo poi lamentarsi del fatto che gli adolescenti vivono troppo nella cosiddetta “realtà virtuale”). In secondo luogo, m’innervosisce il pregiudizio. Infatti, è vero che – ad uno sguardo superficiale – i giovani possano apparire freddi e distanti. In realtà, non è così. Sono semplicemente disillusi, ignorati e lasciati a vagare come tanti “vuoti a perdere”. Io dico sempre che è un po’ come se fos- sero ricoperti da un velo di cellophane e polvere. Basta grattare leggermente via il cellophane, per vedere esplodere tumultuoso il fiume che hanno dentro. Ecco perché parlo di pregiudizio. Non si possono “sparare sentenze” senza conoscere l’effettiva realtà della situazione (o, ancora peggio, far finta di non capirla per evitare così di mettersi in gioco). Mio padre, che è un “filosofo autodidatta”, dice sempre che il concetto di vuoto non esiste: qualunque cosa, o persona, se non viene riempita di “Bene”, si colma con il “Male”. È quello che sta accadendo alle nuove generazioni. Dopo essere state “colposamente educate al vuoto” da chi le ha precedute, rischiano di assumere abitudini e tendenze deleterie. Allo stesso tempo, però, se ai giovani vengono proposti modelli positivi (con le giuste modalità), sono assolutamente pronti e disponibili per riceverli. Sono come delle piantine fragili che, rimaste per troppo tempo senz’acqua, assorbono ogni piccola goccia che le viene donata. Francesco Canale

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14 OLTRE LE BARRIERE Ecco cos’è la Malattia di Wilson L a Malattia di Wilson è una malattia genetica, le cui manifestazioni cliniche dipendono dall’accumulo di rame principalmente a livello del fegato e del cervello. L’alterazione genetica, nella Malattia di Wilson, consiste nella mutazione di un gene, che è localizzato sul cromosoma 13 ed è responsabile della codifica di una proteina che si lega al rame per il suo trasporto; ciò avviene soprattutto, ed in via primaria, nel fegato ed è indispensabile per la escrezione biliare del rame in eccesso introdotto con l’alimentazione. Nel caso della Malattia di Wilson il gene difettoso non contribuisce a produrre tale proteina, denominata ceruloplasmina, che svolge il compito di trasportare il rame, da tutti noi ingerito con il cibo insieme a calcio, ferro e altre vitamine, nella quantità necessaria ai tessuti. La quantità in eccesso dovrebbe essere, appunto, portata via dalla ceruloplasmina. Quando questa non c’è, avviene un accumulo tossico di rame nel fegato, nel cervello, nell’occhio e più raramente nel cuore e nei reni. L’età di insorgenza è molto varia e può andare dall’età pediatrica all’età adulta. In Italia la Malattia di Wilson è riconosciuta come malattia rara “MR”. L’incidenza viene calcolata tra un caso ogni 30mila abitanti e un caso ogni 100mila abitanti, anche se in Sardegna la frequenza della malattia raggiunge livelli più elevati, circa un caso ogni 8-9mila abitanti. Giorgio Comes Anna Rita Mellone si racconta: «L’essenziale è invisibile agli occhi umani ma non agli occhi di Dio» P urtroppo la malattia può pregiudicare molte cose nella vita, visibile o invisibile che sia, anche la stessa vita. Una volta dissi: la malattia mi ha tolto tutto, ma non mi ha tolto la vita, quindi.. Dopo quel quindi si srotola una vita vissuta in pieno, e quando dico pieno intendo proprio pieno! Ho fatto di tutto, nonostante tutto e a dispetto di tutto. Ho ripreso gli studi e terminati con ulteriori 2 diplomi. Ho rifiutato ben 3 volte il 100% d’invalidità, volevo lavorare. Mi son fatta conoscere prima facendo lavoro volontario presso strutture pubbliche, poi è arrivato il lavoro pagato, prima a tempo determinato poi indeterminato. Ho lavorato 15 anni e ora ho quantomeno una pensione dignitosa. Poetessa e scrittrice, 5 libri pubblicati. Ho viaggiato, tanto. Nel 1991 ho iniziato a studiare teatro e nel ’97 ho debuttato come attrice. Ho interpretato personaggi in una 15ina di spettacoli. Sono stata anche tutor in corsi teatrali per disabilità più gravi. Ho fatto il corso di subacquea e preso il brevetto. Insomma nessuno è riuscito a contenere la mia voglia di vivere e di imparare. Soprattutto la mia voglia di dimostrare che un ma- Anna Rita Mellone e la sua vita con... il signor Wilson Una donna speciale, che convive, sin da quando era ragazzina, con una malattia rara... C i vuole il coraggio di essere folli per sopportare la monotonia della normalità, perché ci vuole un po’ di follia per avere il coraggio di essere fuori dalla norma. È il motto di una donna speciale. Si chiama Anna Rita Mellone, vive a Brindisi ed è stata ospite della nostra scuola. Il motivo dell’incontro? Anna Rita è un fiume in piena: di entusiasmo, di vitalità, di creatività e di simpatia. Nonostante un piccolo problema che le ha condizionato la vita: la Malattia di Wilson. Com’era Anna Rita da bambina? «Ero l’esatto contrario di come sono ora: ero molto timida e, se fossi cresciuta così, forse, in questo momento, non sarei capace di parlare a tutti voi» è la risposta della nostra ospite. «Forse sarà stato il … signor Wilson a farmi diventare così espansiva?» Ricorda quando … il signor Wilson fece per la prima volta capolino nella sua vita? Come si presentò inizialmente la malattia? «Il primo sintomo fu il tremolio della mano destra: notavo che la mia grafia inizia a cambiare. Poi ci fu una leggera paresi della lingua: non riuscivo a muovere il cibo con la lingua. Ricordo che, da ragazza, mi recavo al cinema per assistere alla proiezione dei film di Bud Spencer. Una sera, mentre ridevo, dalla mia bocca fuoriuscì anche della saliva. Un disagio che mi faceva vergognare». Quale fu la prima diagnosi che le fecero? «Mi diagnosticarono un’epatite cirrotica e i medici fecero quasi a gara a commettere ogni errore possibile. Devo anche aggiungere che uno di loro ipotizzò la Malattia di Wilson. Avrei dovuto sottopormi ad un esame per verificarlo, ma il giorno del prelievo del sangue coincise con lo sciopero degli analisti e i medici, a quel punto, scartarono quella pista perché, essendo una malattia rara, pensarono che si trattasse di altro. Se la diagnosi fosse arrivata per tempo, forse avrei potuto evitare tanti problemi che sono insorti dopo. Io sono convinta che, ancor prima della nostra nascita, Dio aveva deciso come sarebbe stata la mia vita. Io sono stata scelta come testimonianza dell’amore di Cristo sulla terra». Lei aveva mai sentito parlare della Malattia di Wilson? Quale fu la sua prima reazione? «Non ne avevo sentito parlare, né la conoscevano molto bene i medici. Dissero a mia madre che avrebbero provato a curarmi leggendo i libri e le consigliarono anche di trovare qualche centro specializzato. Io non ebbi il tempo di riflettere, in quanto gli effetti della malattia mi costrinsero subito a stare al letto. Ricordo che ebbi una crisi di nervi». Quali problemi le ha creato questa malattia nel periodo della sua adolescenza? «Sicuramente ci sono stati dei problemi, alcuni dei quali creati dalla cattiveria della gente, che giudica e commenta senza neppure sapere. Commenti che a volte feriscono». Chi le è stata vicina quando ha dovuto confrontarsi con l’avanzare della malattia? «Mia madre e mio padre: sono stati dei grandi genitori. Io ho cercato di non trasmettere a loro le mie paure». Ha mai avuto momenti di sconforto? Se ci sono stati, ci può insegnare come ha fatto a vincerli e ad avere ora questa straordinaria esuberanza? «Ce ne sono stati e ce ne saranno altri. Sono fatta di carne e ho un cuore che batte e che piange. Mi sforzo di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno». Ci ha fatto molto male apprendere che, a causa della malattia, la famiglia d’appartenenza costrinse il suo fidanzato a lasciarla. Quale fu la sua reazione? «Rimasi molto male: in cuor mio, al contrario, speravo che lui mi sarebbe rimasto vicino nei momenti difficili. Lo incontro spesso anche ora, poiché lavora in un ufficio della Asl in cui io prenoto le mie visite. E’ rimasta una simpatia. In ogni caso, se le cose devono procedere in una certa direzione, le dobbiamo accettare». Qual è il suo giudizio sul livello di accettazione del prossimo nella società di adesso? Crede sia cresciuto? Oppure ci sono ancora gli stessi pregiudizi sul prossimo che viene considerato diverso? «Posso rispondere per quella che è la mia esperienza: io non mi sono mai nascosta. Sono sempre presente: ho scritto libri e ho preso parte a iniziative pubbliche. I pregiudizi, nei miei confronti, sono diminuiti». Lei ha detto: la malattia mi ha tolto tutto, ma non la vita. Indubbiamente la sua vita è una vera e propria va- Anna Rita Mellone al centro della foto langa: ha fatto tantissimo e tutto nel migliore dei modi. Ad esempio, come è nata la passione per il balletto e quando ha pensato di realizzare il cortometraggio che abbiamo visto? «Da piccolina studiavo danza classica e il mio sogno era quello di poter ballare. La malattia ha condizionato la mia vita. Ma, grazie ad una mia amica regista, abbiamo raccontato, danzando, la mia vita». Qual è stata la soddisfazione più grande che ha avuto? «Sono riuscita ad incontrare e ad abbracciare Papa Woytjla. Grazie ad un mio cugino che era Cardinale, nel 1998 mi recai in Vaticano. Ricordo che salutò prima i miei familiari e, poi, si avvicinò a me e, dopo aver preso la mia mano, mi tirò verso di lui. Io ero in imbarazzo: non sapevo cosa fare e opponevo resistenza. Poi mi lasciai andare e, dopo aver messo la mia testa sulla sua spalla, scoppiai in un pianto a dirotto. Fu un momento molto emozionante». Lei ci ha anche parlato della sua Fede: quanto l’ha aiutata? «I miei genitori mi hanno insegnato a credere. La mia Fede è sempre stata costante. Ho sempre riposto fiducia in Lui che è lassù». Ha mai pensato come sarebbe stata la sua vita senza la Malattia di Wilson? Sarebbe stata più monotona di quella che ha invece vissuto? «Ci penso ogni tanto. Alcune persone ammalate si rivolgono a Gesù per chiedere una grazia per non soffrire più. Io, invece, penso che la grazia sia la sofferenza: la vita senza sofferenza sarebbe vuota, senza valore…». Valentina Attanasio - Ester Coluccia - Paula Dobrea - Alessandra Marino- Ilaria Piccione lato, un handicappato, qualunque sia il suo handicap, ha la dignità dell’essere persona. Viene prima la persona, poi l’handicap. Solo coltivando la persona nella sua dignità, emergono tutte le capacità residue dell’individuo, che ci sono sempre! Era il 1977, ero poco più di una bambina quando ho incontrato Wilson e tutti gli errori medici che gli han fatto da cornice. 14 anni e, da un moAnna Rita Mellone mento all’altro, non ero più capace di portare il cibo dal piatto alla bocca. Degli atroci spasmi facciali mi spalancavano la bocca e non si chiudeva più. Mi tolse anche la facoltà di parlare. Lavarmi, vestirmi, camminare erano diventate azioni impossibili. Mi aveva schiacciato. Ma dopo il rifiuto iniziale arrivò l’accettazione, il mio abbraccio a Wilson. Solo amando la mia vita, la mia nuova condizione, avrei imposto la mia volontà a quella della malattia. Ho superato così la fase critica! Continuo a vivere dominando tutto, dolori e quant’altro, con un “io lo voglio”. Ho voluto vivere e l’ho fatto, supportata da una forte fede in Cristo. Lui mi ha scelto per testimoniare la vita e io vivo la Sua volontà. È l’unico modo di rendere possibile l’impossibile. Anna Rita Mellone Le nostre riflessioni dopo aver conosciuto Anna Rita Ci è piaciuta come donna, ma soprattutto come guerriera Sono rimasta colpita dalla vitalità della signora Anna Rita Mellone. Mi ha entusiasmato il suo cortometraggio “Danzando con mister Wilson”, nel quale, danzando insieme ad un ballerino professionista, racconta la sua vita. Questo cortometraggio ha ricevuto due importanti premi in un festival di Catania. Sofia Valente Anna Rita Mellone, così come Francesco Canale, sono due esempi che dovrebbero illuminare la vita di tutti noi. Federico Pichierri E’ una delle donne più forti che io abbia mai conosciuto: non si fa abbattere da niente e, nonostante i problemi e le avversità, lei va avanti e non si arrende. E’ proprio questo il consiglio che ci ha dato: non farci scoraggiare da niente, perché ci saranno sempre le persone o le vicende che mineranno la nostra sicurezza. Ma noi dobbiamo sempre assorbire ogni colpo, rialzarci e affrontare tutto con il sorriso. Ginevra Prudenzano Anna Rita, si, ha coraggio da vendere. Io non so cosa significhi vivere una vita vera. La sua è una vita vera, perché lei ha dovuto affrontare tante difficoltà. Grazie per avermi fatto capire come affrontare la vita. Daniele Lecce Abbiamo bisogno della diversità proprio per mettere in evidenza delle individualità di ognuno di noi e per far emergere le varie personalità. E, poi, che noia se nel mondo fossimo tutti uguali, con le stesse idee, gli stessi gusti, le stesse abitudini. Martina Caraglia Penso che Anna Rita debba essere fiera di tutto ciò che ha realizzato nella propria vita. Credo che altre persone si sarebbero lasciate andare, senza combattere contro le avversità. Lei, invece, è ottimista e trasmette questa sua energia a chiunque la conosca. Chiara Dimagli Da questo incontro abbiamo compreso il senso della vita: ogni giorno ci sono tanti problemi, più o meno gravi, ma guai ad arrendersi. Ogni avversità si può superare se c’è la determinazione e la forza mentale. Francesca Mero A me Anna Rita piace. Piace come donna, ma soprattutto come guerriera. La sua vita mi ha emozionato, il suo modo di affrontarla mi ha entusiasmato. Francesca Elefante Sono sempre più convinta che la disabilità non sia contagiosa, ma la stupidità si. Ogni diversamente abile è uguale a noi. Anzi, molti diversamente abili sono decisamente più intelligenti e capaci di tanta gente che si considera normodotata. Valentina Guiderdone

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VITA E FEDE 15 Viaggio nel mondo della clausura L’intervista alla madre badessa del monastero delle Benedettine A ll’interno del nostro laboratorio di giornalismo, abbiamo zione: quello è il segno. (Avvenire e l’Osservatore Romano). InterQuello che conta è la re- net lo utilizziamo per reperire, nella rete, altà: il senso di apparte- notizie che ci servono per la formazione e avuto un incontro straordinario, sicuramente fuori dal comune: ci siamo recati nenza e la scelta di lo studio». tagliare fuori ciò che non Oltre a pregare, svolgete dei lavori per avere deve esserci, ciò che di- delle entrate? presso il monastero delle Benedettine di Manduria per intervistare la madre ba- stoglie dall’amore». «Ci dedichiamo al ricamo e alla prepara- Perché la scelta della zione di dolci, che poi vendiamo. Alcuni clausura piuttosto che anni fa, quando papa Benedetto XVI fece dessa, suor Elisabetta Piccione. Insieme a lei abbiamo scoperto il senso di una vita l’impegno tra la gente o visita a Brindisi, il nostro monastero pre- missionaria? parò la mitra papale e la casula». «C’è differenza fra le due Quali sono i ruoli delle suore e la gerarchia consacrata alla clausura e le cose. Le monache di all’interno del convento? ragioni che portano ad una clausura vivono per la «La badessa è la coordinatrice spirituale e scelta così radicale. Madre Elisabetta Piccione preghiera e, con la pre- temporale. Poi esiste la figura della priora, A che età ha cominciato a sentire la chiamata alla vita religiosa? ghiera, si arriva a ogni ri- che è la vice. Quindi il Consiglio, i cui comsultato. Noi offriamo la nostra preghiera di ponenti si definiscono decani. Infine c’è la «Ho iniziato ad avvertire la “chiamata” in- tutta l’umanità a Dio» comunità». torno ai 17 anni» la risposta di madre Eli- Ricorda i primi giorni? Quali sensazioni Qual è il sacrificio più grande che comporta sabetta. «La scelta di dedicare tutta la mia provò? la clausura? vita al Signore è arrivata dopo aver soste- «Quando ho deciso di donarmi a Dio non «I sacrifici ci sono e non ci sono. Mi spiego nuto gli esami di maturità: frequentavo l’in- c’era la possibilità (introdotta successiva- meglio: se si è contenti, non ti manca dirizzo di Ragioniera dell’istituto tecnico mente) di sperimentare la vita di clausura niente. Qualche desiderio ci può essere (io “Einaudi” di Manduria”». per un mese. Ricordo che il primo giorno è ad esempio ero molto legata al mare), ma Quando ha scelto di diventare suora di stato quello dell’accoglienza. Fui circondata tutto è sempre effimero. Il Signore ci dona clausura? C’è stato un episodio che è stato dall’affetto di tanta gente che mi vuole la pace e non sentiamo particolari neces- determinante nella sua scelta? bene». sità». «La scelta è stata il frutto di un discerni- Pensa di aver fatto la scelta giusta? Cosa direbbe ai giovani che si perdono die- mento: aspiravo a vivere la vita nella totalità «Dopo 30 anni sono più che sicura che sia tro a tanti falsi miti? e in pienezza. Potrà sembrare strano, ma da stata la scelta giusta. Se il Signore chiama, «Io ho fiducia nei giovani. A loro vorrei suora di clausura sono più libera di dedi- non puoi dire di no». consigliare di sperimentare l’amore per il Si- carmi al Signore: non vi sono limiti al- Chi o cosa aiuta a portare avanti questo per- gnore: se c’è Lui, le altre cose vengono l’amore che poniamo per l’umanità. Forse corso? dopo. Al centro della propria vita mettete il non si coglierà dall’esterno. La nostra mis- «La nostra vita non è monotona, come po- Signore. Poi fate le altre scelte». sione non è quella di parlare agli uomini di trebbe sembrare dall’esterno. Ogni giorno Al giorno d’oggi in cui la società si sta scriDio, bensì di parlare a Dio degli uomini. è nuovo e ogni giorno, pur scandito sempre stianizzando, crede possibile che i giovani Portiamo, attraverso le nostre preghiere, la da un programma di impegni (preghiera, possano sentire il richiamo di Dio? sofferenza degli uomini a Dio» lavoro, studio, i salmi del Salterio), riserva «In fondo ad ogni giovane c’è sempre un Ricorda come reagì la sua famiglia quando delle novità». seme buono: il mio invito è quello di non comunicò la sua scelta? Voi incontrate altre persone? Quali contatti soffocarlo ma di farlo germogliare. Dio è «Inizialmente ci fu della sofferenza perché avete con il mondo esterno? amore». comunque in questa scelta si coglie un certo «Il monastero è aperto a chi ha bisogno di Sono molte le vocazioni alla vita claustrale strappo dalla famiglia d’origine. Ma non è aiuto: la gente viene o telefona. Abbiamo in generale e nel suo convento? così. Con il passare del tempo si riesce a contatti fra monasteri, usciamo per fre- «Indubbiamente si avverte un calo delle vo- comprendere che il legame si rafforza an- quentare corsi di formazione. Non è più la cazioni. Nel nostro convento siamo in sette: cora di più». clausura di una volta». quattro giovani, al di sotto dei 50 anni (la Cosa vuol dire essere monaca di clausura? Come apprendete le notizie dal mondo più giovane ha 47 anni) e tre over 50. La più «La grata non deve essere interpretata come esterno? Avete la possibilità di utilizzare in- anziana ha 92 anni, ma sono ben portati». una sorta di divisione dal mondo, bensì ternet? come un segno di appartenenza a Cristo. La «Abbiamo la tv, che seguiamo per ascoltare clausura non è la grata, non è la separa- i telegiornali e leggiamo anche i quotidiani Ester Coluccia - Francesca Elefante Carlotta Giulio - Anita Ferrara Alessandra Marino - Federico Pichierri La vita di clausura noiosa e senza sussulti? Vi sbagliate Si vive in felicità e in grazia di Dio, con tecnologie 2.0 D a circa trent’anni, madre Elisabetta ha deciso di dedicare tutta la propria vita a Dio, ritirandosi nel convento di clausura di Manduria con le sue consorelle, seguendo la regola di San Benedetto; “ora et labora”. Certo, non deve essere stato proprio facile lasciare la propria famiglia e tutti gli amici, abbandonare i propri sogni e i propri iniziali progetti di vita, ma dalle sue parole abbiamo capito che ora madre Elisabetta è davvero felice e conduce una vita di profonda religiosità e fede, una vita dedita totalmente alla preghiera e al Signore. E, contrariamente a quello che si pensa comunemente, anche queste nostre sorelle leggono i giornali e dispongono della televisione, che, a dire il vero, utilizzano con molta parsimonia per informarsi di ciò che accade nella nostra società ed hanno addirittura un computer e internet, che usano per studiare i testi sacri. Questo ci ha molto sorpreso, perché prima dell’intervista eravamo convinti che passassero la loro giornata solo tra Lodi, Messe e preghiere. Credevamo che trascorressero la maggior parte del tempo della giornata pregando. Avendo solo raramente contatti con il mondo esterno, avevamo ipotizzato che non fossero aggiornate sugli avvenimenti del mondo. Ci eravamo insomma convinti che sarebbe stato molto meglio aiutare gli altri vivendo fuori, nel mondo. Madre Elisabetta ci ha riferito che hanno una giornata molto piena, che comincia al mattino con la preghiera e che continua con varie attività, tra cui quella della pasticceria: si dedicano, infatti, alla produzione di biscotti e dolcetti di pasta di mandorla. Un altro loro lavoro è quello di realizzare abiti e paramenti sacri. Ora abbiamo compreso davvero il desiderio che hanno queste donne di dedicare la propria vita solo a Dio e di allontanarsi totalmente dalle cose del mondo, pur continuando a farne parte attraverso la preghiera. La ns redazione nel monastero Una frase ci ha molto colpito: “Noi non parliamo di Dio agli uomini, ma parliamo a Dio degli uomini”. Questo vuol dire che sono vicine a noi con le preghiere. Come ci ha detto madre Elisabetta, inoltre, se si accetta di seguire Dio rispondendo con fede alla Sua chiamata, non si sente la mancanza degli agi, delle comodità, dei beni materiali e neanche delle persone. Crediamo sia molto importante rispondere alla vocazione a cui si è chiamati, anche se la scelta costa sacrificio, perché solo in questo modo si potrà essere veramente felici e ci si potrà sentire in pace con Dio e con se stessi. Francesca Mero - Giacomo Perrucci Dal monastero delle Benedettine si diffonde l’armonia del vivere e la tranquillità dell’essere A bbiamo trovato molto interessante un intervento che l’allora vescovo di Oria, mons. Armando Franco, scrisse nel 1992 per essere pubblicato in un volume curato dal CRSEC e dedicato al monastero delle Benedettine. Ve ne proponiamo una parte perché riteniamo offra davvero il senso della presenza delle monache di clausura nella nostra città. «La missione delle monache è sempre unica: quella di lodare Dio, a nulla da posporre e di glorificarlo anche per chi non si ricorda mai di Lui» scriveva mons. Franco. «Quando diciamo che le monache sono i parafulmini di Dio, vogliamo ricordare che esse impetrano, supplicano, si offrono, si sacrificano anche per coloro che tali sentimenti mai hanno avuto. Manduria di queste persone ne ha avute nella sua storia e anche al presente. Perciò il monastero delle Benedettine svolge una funzione sociale, quasi un ministero di fatto, a vantaggio di tutta la popolazione, che per altro ad esso è grata. Dal monastero delle Benedettine si diffonde l’armonia del vivere e la tranquillità dell’essere. La città di Manduria ha da apprendere come oggi si possa gustare, pur nella mancanza di tante cose superflue, la bellezza di Dio e la Sua profonda ricchezza, che ripartisce agli uomini grazie e favori, anche ai manduriani. L’auspicio è che i manduriani guardino al monastero delle Benedettine, vetusto ormai di circa quattro secoli, sempre con rinnovato vigore, per attingere luce sul loro cammino, forza ai loro passi, come al suo interno le sorelle monache continuano nella loro oblazione sacrificale per essi». Armando Franco Vescovo di Oria Nacque nei primi anni del ‘600 per volontà di Alessandra Bonifacio I l monastero delle Benedettine fu edificato, nei primi anni del 1600, per volontà della nobildonna Alessandra Bonifacio, appartenente alla famiglia Bonifacio, feudataria del Marchesato di Oria. La Bonifacio, rimasta vedova di Aloisio Varrone e senza figli, morendo lasciò i propri beni al cognato Pirro Varrone, a condizione che alla sua morte fossero devoluti “ad pias causas”. Nel corso dell’incontro che abbiamo avuto all’interno del monastero, madre Elisabetta ha rimarcato quanto sia importante, per ognuno di noi, scoprire quale sia il progetto che il Signore ci vuole donare, perché solo così si può arrivare alla pace interiore. Ci ha stupiti scoprire come il monastero sia sempre “aperto”: nonostante la presenza delle grate, le suore possono interagire con il mondo esterno, tenendosi sempre informate su ciò accade nel mondo attraverso internet o la tv. Non corrisponde dunque a verità la convinzione, un po’ arcaica, secondo la quale la vita in convento sia noiosa e priva di tecnologie. Attraverso la parole di madre Elisabetta abbiamo compreso come all’interno del monastero si impara a conoscere la felicità, che si trova nelle semplici azioni quotidiane. Madre Elisabetta ci ha anche descritto l’organizzazione della giornata. La sveglia è fissata alle 5. Si inizia con le letture bibliche e il canto dei salmi. Alle 7,15 è fissata la celebrazione della Messa e, poi, si passa alla lectio divina. Alle ore 8,30 è prevista la colazione. Quindi inizia il lavoro: si preparano i dolci, si ricama, si pulisce. Alle 12 il pranzo, che è anche un momento di convivialità. Segue il riposo sino alle 15,30, quando viene recitato il Rosario. Dalle 16 alle 18 si ritorna al lavoro. Vi è un’ora di svago, quindi alle 19,30 si recitano i Vespri. Alle 20,30 è prevista la cena, quindi segue lo svago. Una vita monotona? Affatto. «Ieri non è mai come oggi» è stato il commento di madre Elisabetta. «Ogni giorno ci sono delle novità». Grazia Maria Biasco - Sara Dostuni - Stefano Giorgino Evelyn Petrachi - Oscar Pisello

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