levante 2017

 

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illevante ISTITUTO DELLE CIVILTÀ DEL MARE Periodico di cultura, ambiente e informazione NON ABBANDONARMI Lo spunto per queste mie abituali esternazioni mi viene offerto, questa volta, da un incontro.Un breve, comunissimo incontro con un piccolo meticcio, un cagnetto nemmeno particolarmente bello che sul parcheggio davanti ad un negozio di alimentari dove saltuariamente mi reco per la spesa mi accoglie con uno sguardo intenso e indagatore. Mi avvicino e vengo ricevuto con un batter di coda. Il commesso del negozio mi informa che il cagnolino è lì da un paio di giorni ,che rifiuta il cibo che il negoziante gli offre, che accetta due dita d'acqua e che si anima solo quando sull'antistante piazzale si ferma una vettura di colore blu. Forse scambiata per quella del padrone che l'ha abbandonato, stanco della sua presenza,della sua inutile fedeltà, del suo amore divenuto abitudine... Alle mie carezze, il piccolo meticcio mi rivolge uno sguardo intenso, due occhi che, muti, mi rivolgono una preghiera che non raccolgo, preso dal quotidiano impegno di routine. È solo quando rientro a casa che quegli occhi mi ritornano alla mente, che quell'implorazione diviene rimpianto, che quella preghiera di riparare all'abbandono si fa sempre più presente. Il giorno appresso ritorno sul luogo di quell'incontro ma il piccolo cane non c'è più. Felice per lui che immagino abbia ritrovato il suo pentito padrone tornato a riprenderselo interrogo il commesso con il quale,il giorno prima, avevo scambiato due parole. "No - mi dice il ragazzo - il cagnetto si è alzato da terra solo quando, sul lato opposto del negozio, al di là della strada, s' è fermata un 'auto blu. Ha attraversato di corsa lo spazio che lo separava da chi credeva fosse tornato a raccattarlo...." Una inutile frenata,un botto e quel piccolo mucchio di peli è rimasto per sempre sulla strada... Io, quegli occhi marrone, profondamente tristi ed ignorati, non li scorderò mai più. Mario Stratta NOTA: Ogni anno vengono in media abbandonati cinquantamila cani che all'ottanta per cento rischiano di morire per incidenti,di stenti o per maltrattamenti. L'abbandono raggiunge le punte massime nei mesi estivi quando il padrone,in procinto di andare in vacanza,non sa più che farsene del suo amico a quattro zampe. L'abbandono di un animale è previsto e punito dall'articolo 727 del codice penale con l'arresto sino ad un anno o l'ammenda da mille a diecimila euro. Le pene dell'arresto e dell'ammenda vengono comminate alternativamente a discrezione del giudice. SOMMARIO: Non abbandonarmi; Bilinguismo e induli macciunini; San Teodoro onora Madre Teresa di Calcutta; Una “caccia grossa” di cent’anni fà; Frammenti di vita; Di notte sotto le stelle; In difesa di noi; Sportello lavoro a San Teodoro; Per non dimenticare le proprie radici; Eventi culturali sul territorio a luglio; La mia esperienza di alternanza scuola/lavoro; Se una notte d’inverno un viaggiatore; Posidonie, spiagge, ombrelloni e dintorni; I peccati veniali del nostro Comune;Sarà colpa della tecnica del decoupage?; Come eravamo; Sport in Gallura; Ricette al volo: insalata di alette di razza. In memoria Ci ha lasciato da due anni ma il suo ricordo, la sua presenza fisica ed intellettuale, il suo modo di intender la vita ed i rapporti con gli altri ce li portiamo appresso e non li dimenticheremo mai. Orari Museo e Biblioteca Gallura Gli orari attuali restano invariati anche nei prossimi mesi: Lunedì, Mercoledì e Venerdì dalle ore 9.00 alle ore 13.00. Martedì, Giovedì dalle 15.00 alle 19.00 I prestiti dei volumi vengono concessi, dopo l’iscrizione gratuita, a residenti e turisti per la normale durata di lettura. Le richieste per l’affitto della sala per riunioni o conferenze deve essere richiesta tramite mail: segreteria@icimar.it San Teodoro - LUGLIO 2017 distribuzione gratuita Bilinguismo e induli macciunini Poni esse rui o fiuriti sigundu lu tempu soiu, manni o minori, pronti a fugghj’o a fassi masedi e puru a dassi a moltu, sigundu di comu s’agattani e à cà imbiccani. Vinn'à mente curiosi e ghjucattoni, chi ani imparatu a magnà da la manu e facini la sghinta di la risa, ma si sà, chi sò mastri di ingotti e di lisinghi e tentani la chindata di la cara pa pudè fà lu soiu… palchì da lu soiu nò lì bochi. A volti lu sbreulu è arrughitu, come candu si oni timuti e si facini più manni di lu chi sò, o schiddhiulu a usu cionca, candu ani di svià lu chè tintatu e punendi lu piottu o fendi la cudieddha l’escini da daretu, non pà nuddha..... a macciuninu. Lu maccioni ha di fà onori a l’alti chi Deu l’a datu, e com'è naturali, campa da tuttu lu chè cudiatu o da chissu chi li fidani, e dà la bundanzia di scuntiviciati chi, solu in Gaddhura, n'aemu di puninni pà tutti. Li chi ani presu da lu maccioni si cunnoscini mancari chi siani senza coda, palchì sò palt'e più studiati, e ani l'ingeniu di dispunì e cumandà in casa angena. Primma guasi a fultu e poi a la scarata, appillendisi a legghj fatti da alti maccioni o sistendini di noi; e dunca cu la prattesa di fassi la tana e mezu puddagghju o illu pastrucciali, a manera chi avanzendini a iddhi appoglini puru a chissi chi s’acchjarani da fora, basta chi siani di la mattessi scera. Illu Consiglio Regionale è turrendi a cumenciu lu filichestu di la linga salda, anzi di “sa limba sarda comuna”, par’istantu solu in cummissioni cund'una propposta scritta di trenta alticuli, cu un’italianu chi si ulìa meddhu, e chi palti da una legghj nazionali, la 482 di lu 1999. Pà la legghj romana in Saldigna si faeddha solu lu saldu e lu catalanu di Alghero. No è mancu di prattindì chi in Roma agghjni cunsideriu a li cosi di cussì pocu impoltu, ma nisciunu mi svolta chi calche maccioni ecchju e più d'un cani drummitu sapiani lu ch’erani fendi, e sapiani chi siddhu catalanu vò dì calche cosa, saldu no vò dì nuddha, chi dugn'unu faeddha lu soiu. La cosa, cant’à brincatu lu mari, l’ani data in bucca a li chi si oni cusgiti illa bandera a dispettu di li mori e a chissi chi, pa lu bisognu, tentani dugna aia calata. Accapitendi e annattendi n'ani bucatu un ziminu chi no arà di silvì mai a cal’è viu e è un’affrontu pà cal’è moltu; una linga chi smarranigghja sia a scrilla che a ligghjlla e pegghju ancora a faiddhalla, francu chi no sia indimuniatu. Gian Piero Meloni (segue a pag.8)

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il levante San Teodoro onora Madre Teresa di Calcutta La domanda di un vescovo polacco a Papa Francesco nel suo viaggio in Polonia, ha dato l’occasione al Papa di rispondere «a braccio» con un vero e proprio «elogio della parrocchia», pieno di applicazioni concrete, destinato a spiazzare le fanta-teologie sulla rottamazione dell’istituto parrocchiale. Per l’attuale Successore di Pietro, il «corpo a corpo» della vita parrocchiale rimane l’ambito più favorevole dove far fiorire l’opera apostolica affidata alla Chiesa. Con questa esperienza e con le parole di Papa Francesco, desidero segnalare che a breve la nostra parrocchia di San Teodoro si troverà a vivere momenti importanti. Il 15 agosto, verrà infatti, posizionata simbolicamente la prima pietra, la Croce e la statua della Madonna presso il luogo dove, a Dio piacendo, sorgerà un santuario mariano. Il 5 settembre, ci sarà invece la dedicazione della “Chiesa grande” in San Teodoro alla “madre” Santa Teresa di Calcutta. I santuari mariani nella storia della Chiesa, si presentano come segni di una speciale benevolenza di Dio che, a partire dall’evento di fondazione, si prolunga nel tempo, come dimostrano le grazie concesse e le conversioni che vi si verificano per intercessione di Maria. La loro forza di attrazione promana dall’evento di fondazione, dalla collocazione ambientale, dal richiamo spirituale che agisce come anticipazione della «patria vera, ossia quella celeste» a cui tutti siamo chiamati e tendiamo. Ogni santuario ha, per così dire, un suo carisma, un suo messaggio, che perdura nei secoli. Anche per l’uomo disincantato di questo nostro tempo, i santuari veicolano il passaggio dal mondo visibile al mondo invisibile, comunicano i valori eterni che stanno alla base dell’esperienza spirituale. Infatti, uno dei tratti qualificanti del nostro tempo è certamente il cambiamento sociale, nel nostro caso molto negativo, caratterizzato dalla velocità, dalla complessità, dallo stress del lavoro e delle troppe attività, dal poco tempo per se stessi e per gli altri, fattori che si riversano sugli stili di vita e sui modelli culturali. Questo cambiamento coinvolge anche il fatto religioso e determina in varia misura il vissuto dei credenti. In tale contesto emerge un nuovo significato e collocazione delle manifestazioni religiose, compreso il pellegrinaggio verso i santuari mariani. Ogni chiesa ci ricorda che è casa di Dio e casa nostra, e quel santo cui dedichiamo la chiesa ci fa pensare che non siamo soli nel cammino, che tutti siamo uniti dal vincolo d’amore. Madre Teresa ci ricorda ancora oggi il bisogno di Dio che ha l’uomo poiché senza Dio l’uomo diventa un animale irragionevole e senza pietà. Ella ha dato la vita a Cristo attraverso la vicinanza al povero, non solo il povero materiale ma anche spirituale. Madre Teresa, nome di battesimo Agnes Gonxhe Bojaxhiu, è nata nell’attuale Macedonia da una famiglia albanese, a 18 anni concretizzò il suo desiderio di diventare suora missionaria ed entrò nella Congregazione delle Suore Missionarie di Nostra Signora di Loreto. Partita nel 1928 per l’Irlanda, un anno dopo giunse in India. Nel 1931 emise i primi voti, prendendo il nuovo nome di suor Maria Teresa del Bambin Gesù (scelto per la sua devozione alla santa di Lisieux), e per circa vent’anni insegnò storia e geografia alle allieve del collegio di Entally, nella zona orientale di Calcutta. Il 10 settembre 1946, mentre era in treno diretta a Darjeeling per gli esercizi spirituali, avvertì la “seconda chiamata”: Dio voleva che fondasse una nuova congregazione. Il 16 agosto 1948 uscì quindi dal collegio per condividere la vita dei più poveri tra i poveri. Il suo nome è diventato sinonimo di una carità sincera e disinteressata, vissuta direttamente e insegnata a tutti. Dal primo gruppo di giovani che la seguirono sorse la congregazione delle Missionarie della Carità, poi espanse in quasi tutto il mondo. Morì a Calcutta il 5 settembre 1997. È stata beatificata da san Giovanni Paolo II il 19 ottobre 2003 ed infine canonizzata da Papa Francesco domenica 4 settembre 2016. Questa grande donna ci deve ricorda chi siamo e dove stiamo andando.Vorrei ricordare che la Liturgia della “dedicazione di una chiesa”, è molto suggestiva e raramente si ha l’occasione di celebrarla e viverla. La chiesa non è semplicemente un luogo per la preghiera, ma è l’immagine della Chiesa che è corpo di Cristo, della comunità che lì si riunisce per pregare, della Chiesa terrena e di quella che è in cielo. Il rito della dedicazione comincia con una processione verso l’edificio da dedicare, che sulla porta d’ingresso è consegnato al vescovo dai rappresentanti della comunità, dai progettisti e dalle maestranze. Una volta entrati, il vescovo asperge il popolo e le pareti del nuovo edificio in memoria del Battesimo. La liturgia della parola si svolge come al solito durante la messa. Il centro di questi riti è l’ambone, luogo specifico della proclamazione parola di Dio, che il vescovo inaugura quando prima delle letture mostra il lezionario e annuncia solennemente: «Risuoni sempre in questo luogo la parola di Dio». Segue un insieme di riti propri della dedicazione. Dopo il canto delle litanie dei santi sono deposte sotto l’altare le reliquie di martiri o di altri santi, poiché dal sacrificio di Cristo sgorga ogni martirio e santità. Quindi il vescovo canta la solenne preghiera di dedicazione, che esalta il mistero della Chiesa con le immagini della sposa vergine e madre, della vigna, del tempio e della città. Seguono altri tre riti: l’unzione dell’altare e delle pareti, a ricordare che, LUGLIO 2017 - pag. 2 come Cristo, anche i cristiani sono un popolo consacrato a Dio, l’incensazione dell’altare, del popolo e delle pareti, perché la chiesa è luogo della preghiera che sale al Padre come l’incenso profumato, e perché l’assemblea liturgica è il tempio santo di Dio e quindi è avvolta dalla nuvola d’incenso in segno di onore, l’illuminazione a festa dell’altare e della chiesa, perché Cristo è la luce che risplende sul suo popolo e sul mondo intero. L’ultima parte della dedicazione è costituita dalla liturgia eucaristica. È questo il culmine dell’intera celebrazione, perché è l’Eucaristia che propriamente dedica la nuova chiesa, così come è l’Eucaristia che di domenica in domenica edifica e fa crescere il popolo cristiano. Dedicando la chiesa di mattoni si ha una viva manifestazione della Chiesa di pietre vive e di Cristo pietra angolare, nel quale «tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore» Don Alessandro Cossu UNA "CACCIA GROSSA" DI CENT'ANNI FA. Sul fenomeno del banditismo in Sadegna, ed in particolare nella Gallura di cento e passa anni orsono,si sono sprecati i classici fiumi di inchiostro. Indagini, inchieste, réportages, resoconti giudiziari, hanno per anni alimentato le cronache giudiziarie di tutti i quotidiani d'Italia. L'efferatezza di alcuni episodi, quasi sempre conclusi in un bagno di sangue,sono stati stimolo per racconti e romanzi vergati da scrittori noti e da sconosciuti cronisti. Una pagina di storia dell'Isola ancor oggi per molti versi poco conosciuta e soprattutto non sempre correttamente interpretata. Ed allora rifacciamoci ad un esempio di cronaca cruda e sconvolgente, dal titolo quanto mai evocativo di "Caccia grossa ", contenuta in un libro edito nel 1900 e scritto da uno sconosciuto Giulio Bechi, tenente dell'Arma dei carabinieri, inviato in Sardegna da Luigi Gerolamo Pelloux,presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia sotto Umberto I di Savoia dal 29 giugno 1898 al 24 giugno 1900. Compito specifico per il giovane militare di carriera: organizzare un'efficace lotta al banditismo sardo che sul finire dell'Ottocento insanguinava le campagne dell'intera isola. Di Giulio Bechi si sarebbero certamente perse le tracce,anche se, dopo il suo bestiame bestseller che lo ha reso famoso (Caccia grossa, appunto)scrisse altri romanzi ,sempre di intonazione militaresca, certamente meno fortunati e conosciuti (La gaia brigata; Racconti di un fantaccino;I racconti del bivacco ) sino alla sua morte avvenuta sul fronte di Gorizia nel 1917. Tornando a " Caccia grossa ", titolo quanto mai azzeccato per un lungo e documentato racconto sul banditismo sardo, val la pena di riportarne un breve frammento scritto dal Bechi nella sua prefazione alla prima edizione del suo libro, dedicata al marchese Giovanni Cassis, già prefetto di Sassari e senatore del Regno d'Italia, in cui l'autore descrive mirabilmente l'ambiente isolano."Io non so quale altra terra sul globo concentri in più piccolo spazio più maraviglie quanto a natura,più varietà quanto all'uomo. In una stessa giornata si cambia di popolo,di lingua,di vesti, di razza, come si cambia di contrada: l'aspro e il ridente ,il selvaggio e il grottesco si succedono in bruschi contrasti...." Queste, le vivide pennellate con cui il giovane Bechi dalla natia Firenze si trova proiettato in un mondo nuovo,del tutto sconosciuto e mai immaginato. "È c'è chi va nella Cina - prosegue il nostro - nel Congo,nelle Pampas,sfidando stenti e pericoli,per veder nuove genti e nuove cose , e non si sogna neppure che a poche ore da noi, in questo nostro Tirreno,vi è un mondo tanto diverso da quello in cui viviamo...". A confronto di quel che scrisse Honoré de Balzac nel suo indimenticabile " Voyage en Sardaigne " le immagini dell'Isola, evocate dal nostro tenente dell'Arma, ci sembrano piccoli acquerelli di un tenero ed attento pennello. Ma il Bechi il suo compito, spesso crudele e cruento, lo interpreta appieno combattendo nell'isola una feroce battaglia contro il banditismo che culmina con il conflitto di Morgolias (10 luglio 1899) in cui vengono uccisi militari e banditi in una descrizione di inferno dantesco. Ed è a questo punto che si conclude l'esperienza militare e romanzesca di Giulio Bechi in un crescendo di vivide immagini di un'isola affascinante e ammaliatrice. Mario Stratta IL LEVANTE Periodico di cultura, ambiente e informazione dell’ICIMAR. Anno VI - N°38, LUGLIO 2017. Registro stampa n. 3/2011 Tribunale di Nuoro. Redazione e Amministrazione: Istituto delle Civiltà del Mare, Via Niuloni,1 - 08020 San Teodoro (OT) Tel./Fax. 0784/866180 E-mail.segreteria@icimar.it - www. icimar. it Tipolitografia: Ovidio Sotgiu - via Corea, 48 Olbia. Direttore Responsabile: Mario Stratta In Redazione: Sandro Brandano, GianPiero Meloni, Pierangelo Sanna. Segretaria di Redazione: Angela Bacciu.

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il levante Frammenti di vita Recentemente, ho visto un film il cui protagonista è uno scrittore. A un certo punto della storia al protagonista viene posta una domanda: perché scrivi? La risposta semplice ma chiara come la domanda è stata: è un modo per tener vive le cose. Questa risposta mi ha provocato una riflessione sulla necessità del raccontare. Con la generazione degli anziani che ci ha preceduto sta scomparendo una genia di narratori che, raccontandoci le loro storie, ci raccontano frammenti di vita che si innestano inevitabilmente nella grande storia di cui tutti più o meno consapevolmente facciamo parte. Salvatore Brandanu è uno di questi ed è uno di quelli che prematuramente ci ha lasciato ormai due anni fa. Recentemente sono stato invitato a presentare un libro curato da un mio amico, Andrea Muzzeddu, che è appunto una antologia di frammenti di vita. Una serie di racconti reali di vita vissuta di personaggi di paese e di Gallura scritti da amici, parenti o conoscenti che il personaggio descritto avevano conosciuto bene. Una sorta di "Vite di uomini non illustri" di Pontiggia ma che rispetto a questo tratta di persone reali e non immaginarie. Il libro ha voluto raccontare infatti, o far raccontare da chi li aveva conosciuti meglio, le storie biografiche di personaggi non illustri che hanno caratterizzato la vita della comunità gallurese nel secolo passato. Vite vissute sotto traccia raccontate in un diario minimo in cui è facile trovare paralleli con parenti, amici o semplicemente con se stessi. Il fine ultimo è un recupero culturale della nostra storia ricostruita attraverso le storie personali delle persone narrate perché hanno avuto un qualche rilievo in quella più complessa della nostra comunità. Non sempre un puntiglioso resoconto di vita corredato di documenti ma un semplice racconto emotivo, quasi sentimentale così come spesso è la vita narrata, ma che dà il senso dei rapporti sociali passati. È un lavoro straordinario a mio parere perché ci restituisce i fondamenti della nostra cultura e delle nostre storie personali e ci aiuta ad essere cittadini migliori in quanto più consapevoli. Questo lavoro ci ricorda che ogni vita è eccezionale, e pertanto merita non solo un racconto o un romanzo, ma una vera e propria biografia, come quelle abitualmente riservate nei libri di storia ai personaggi illustri. In sostanza ci ricorda che non esistono vite ordinarie e persone ordinarie, ma ci mostra come in ogni esistenza (anche la più apparentemente banale e priva di eventi significativi) vi sia in realtà la stessa grandezza e eccezionalità dei grandi uomini.Tutti noi abbiamo storie da raccontare, basta solo che ci diano lo spunto. Negli anni '90 si pubblicava a San Teodoro una rivista, Civiltà del Mare, ideata e curata da Salvatore Brandanu. Questi, affascinato dai racconti sul mio paese durante le nostre conversazioni, mi chiese di scrivere qualcosa su Aggius per la rivista. Scrissi da aggese che torna in paese saltuariamente e rivive momenti della sua infanzia attraverso i ricordi suscitati da spazi trasformati, case abbandonate, vie ormai deserte. Gli piacque così tanto che il mio pezzo di ricordi diventò una rubrica fissa e col passare dei numeri mi resi conto che stavo scrivendo un pezzo di storia di paese che era ormai sepolta nel cassetto della memoria e che li sarebbe rimasta se Salvatore non mi avesse sollecitato ad aprire quel cassetto. La parte finale del libro tratta della memoria legata ai luoghi, il divenire del tempo. Aggius non è un paese moderno, nel senso temporale del termine, è un paese strutturato fin dai tempi remoti e non ha perso mai questa caratteristica struttura del borgo che si sviluppa in un certo contesto ambientale. In quel contesto cresce in sovrapposizione anche la nostra storia. Che altro non è che quel complesso di elementi che Emiliano Deiana ha racchiuso nel bel termine di paesitudine. In quel pozzo senza fondo che è internet, recentemente ho colto al volo questa frase “Cinquant'anni fa si sentiva la gente cantare. Cantava il falegname, il contadino, l'operaio, quello che va in bicicletta, il panettiere. Oggi hanno smesso. La gente non canta e non racconta più.” Ecco, questo libro ci aiuta a recuperare questa forma di espressione che dovremmo coltivare di più. Dovremmo cantare di più e raccontare di più, e non importa se, come dice Garcia Marquez in un suo racconto: "i ricordi veri sembrano fantasmi, mentre i falsi sembrano tanto veri da sostituire la realtà", staremo comunque tutti meglio. Pierangelo Sanna “Frammenti di Vita - Uomini e donne della Gallura del ‘900” di Andrea Muzzeddu LUGLIO 2017 - pag. 3 Di notte sotto le stelle Nel cuore di una notte senza luna,volgere lo sguardo al cielo sgombro da nuvole e foschia propizia un sicuro spettacolo naturale. Nel vasto territorio di San Teodoro occorrerà situarsi in un punto che consenta la visione più ampia e meno disturbata dal profilo degli edifici e dalle sorgenti di luce artificiale, insomma in un luogo che aumenti la suggestione dello scenario, come un rilievo collinare o la riva del mare. Il nostro emisfero boreale con le sue costellazioni ci ripaga dell’attenzione che vogliamo dedicargli, sia con lo splendore degli astri, sia con i richiami poetici, storico-letterari e mitici che suggerisce. Ma andiamo a fare una scelta necessariamente limitata: richiamano innanzi tutto la nostra attenzione, per primi e tra loro accostati, i due Carri dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore; quest’ultima con la stella polare a dare l’orientamento per qualunque meta fisica con la sua stabile prossimità al nord, ma anche, a connotarla simbolicamente, punto fisso ideale, guida sicura per chi tenga saldamente la barra tra i flutti e le tempeste della vita; e l’altra, come non percepirne, a guardarla, l’evocazione leopardiana ne Le ricordanze, con quell’attacco che è stato definito “uno dei più grandi della poesia italiana”: Vaghe stelle dell’Orsa… dove in quel vaghe c’è una sintesi di bellezza, tremolio e inattingibilità che arreca al poeta e quindi a noi un forte struggimento interiore. Non lontano brillano le stelle di Cassiopea con quella forma a W così nettamente disegnata: e qui entriamo nel mondo del mito greco, un mito così frequentemente alla base della definizione di stelle e costellazioni. La superba Cassiopea aveva sfidato come in un concorso di bellezza le Nereidi; queste, vendicative, ne fecero devastare il paese dal dio del mare, placandosi solo dopo aver ottenuto la figlia di lei, Andromeda, in ostaggio di un mostro marino e, infine, trasformarono l’audace donna in costellazione: così fu appagata per sempre la vanità di quell’incauta,nell’offrirsi perennemente ai nostri occhi nella sua trasfigurata bellezza. Anche Andromeda divenne costellazione, prossima alla madre, nel cielo, non lontana da Pegaso, il cavallo alato. Ed ecco, volgendo lo sguardo verso la linea equatoriale, Orione. Costellazione assai appariscente, questa di Orione, congiunzione di due trapezi uniti da un caratteristico cinto di tre stelle. Orione era un gigante tanto bello quanto brutale; la sua passione incontrollata per le donne lo tentava fino alla violenza; ci provò anche con una dea, la vergine Artemide e la cosa gli costò la puntura di uno scorpione cui seguì la trasformazione sua e dello stesso scorpione in costellazioni. A Orione s’ispirò Lewis Wallace nel romanzo Ben Hur quando assegnò il nome al cavallo Rigel, dalla stella più luminosa della costellazione, il quale, insieme agli altri splendidi quadrupedi con altrettanti nomi di stelle, Aldebaran, Antares, Altair trainò fino alla vittoria il carro dell’eroe giudeo in un’epica corsa nel circo (chi non ricorda la trasposizione cinematografica di William Wyler con l’interpretazione di quel mito di Hollywood che fu Charlton Heston?). Chiudiamo la nostra rassegna, che potrebbe continuare a lungo, con le Pleiadi, piccola costellazione tra Cassiopea e il Toro; figlie di Atlante, secondo il mito, furono fissate alla volta celeste da Zeus per salvarle dalla bramosa concupiscenza del solito Orione. Qui però è il caso di lasciare il mito per entrare in ambiti letterari moderni; dalle Pleiadi infatti trasse il nome una scuola poetica in Francia nel XVI secolo. Ma soprattutto qui mi piace riprendere due versi di una lirica del Pascoli, Il gelsomino notturno, dove quel gruppo di stelle, una grande e le altre piccole sono così descritte: la Chioccetta per l’aia azzurra / và col suo pigolio di stelle, una nota di semplicità popolare che si inserisce in un contesto di tenero intimismo. Il cielo notturno ispira dunque anche delicate e familiari visioni come questa, oltre che sentimenti grandi e profondi. È quanto in sintesi sembra volerci comunicare il padre Dante, quando, emerso dall’ultimo tratto dell’Inferno, si apre insieme a Virgilio a quella vista che lo fa esclamare: e quindi uscimmo a riveder le stelle. È la fine delle angosce, dei risentimenti, dell’ira dell’umanità dannata, un librarsi dell’anima rivolta al cielo; a quel punto sarà forse risuonata nell’uomo di fede la voce del salmista «I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani» (Salmo 19,2). Anche il grande filosofo Kant avrebbe, a sua volta, avvertito, con spirito laico, una simile meraviglia mista a timore per «il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me ». Ignazio Didu

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il levante In difesa di noi Di noi che, per la prima volta, siamo arrivati in Sardegna, portati dal fresco vento di levante, esattamente cinquanta anni fa , nel 1967. Era stato un collega della Clinica Pediatrica di Firenze, originario di Sassari, a metterci in testa il pensiero di questa Isola, antica e affascinante e accettammo con gioia l’invito a trascorrere le vacanze in un paesino dal nome strano. Stintino, posto sull’estremo nord dell’Isola. Il solo viaggio rappresentò un’avventura. Gli unici porti da cui partivano le navi per raggiungere il punto più vicino alla nostra destinazione, Porto Torres, erano Genova o Civitavecchia e gli orari di imbarco esigevano da noi un notevole sacrificio. Scegliemmo la tratta Genova - Porto Torres e il viaggio fu lungo e noioso. Dopo l’arrivo, ci attendeva un lungo tratto di strada male asfaltata o polverosa che ci condusse ad un agglomerato di case, tutte poste, una dietro l’altra, ad un solo piano, su una breve lingua di terra, circondata su tre lati dal mare. Non era stato possibile prenotare l’albergo, perché a Stintino non esisteva un’Agenzia Turistica, e grande fu la nostra sorpresa quando venimmo a sapere che, a Stintino non esisteva neanche un albergo. Con l’aiuto di qualche anima buona, fummo indirizzati ad una famiglia che ci affittò una camera con l’uso, in comune, di un modesto gabinetto. Intanto si era fatto tardi e, ricacciato lo sconforto, ci mettemmo alla ricerca di un ristorante. Dio volle che ci imbattessimo in un giovane gentile, anche lui in villeggiatura in quel luogo, che ci spiegò che l’unico modo per risolvere la questione dei pasti era quello di rivolgersi ad una certa Maria Grazia che abitava nella via principale e che dava ospitalità già ad una dozzina di persone. Il colloquio con la ragazza fu positivo e la sera stessa fummo introdotti nella sala da pranzo. Che era rappresentata da una grande camera da letto con due mastodontici letti da una parte e con l’ ampio spazio restante occupato da una lunga tavola, a cui andarono a sedersi i nostri improvvisati commensali, che ci accolsero con simpatia. Questo incontro fu, per noi, la fine della disperazione in cui eravamo caduti. La disperazione si trasformò in vera gioia quando il giorno dopo, fummo condotti ad una spiaggia, chiamata “la Pelosa”, posta a tre o quattro chilometri dal paese.Per arrivarci bisognava attraversare un tratto di campagna brulla e desolata priva di abitazioni e in cui, ogni tanto, ci imbattevamo in una mucca stenta e con le ossa che sporgevano attraverso la pelle polverosa. Dopo un po’ la strada saliva fino alla cima di una collinetta e, da lì, ci apparve lo spettacolo più mozzafiato che si potesse sperare: davanti a noi si stendeva il mare più bello, più limpido, più turchese che avessi mai visto. E in questo mare stupendo si gettava una grande spiaggia deserta e bianca come neve. Come, i soldati greci dell’Anabasi, che dopo il lungo peregrinare per le montagne videro il mare e la salvezza, anche noi ci gettammo giù, a rotta di collo, urlando mare, mare! Eravamo felici di essere padroni assoluti di un luogo così bello, eppure ci rimaneva addosso quasi il rimorso che fossimo noi soli a godere di quelle meraviglie. Finalmente, come se il nostro rimorso si fosse trasformato in desiderio e quel desiderio andasse realizzandosi, arrivò il principe azzurro, l’Aga Kahn e cominciò a bonificare un pezzo di costa, sulla parte settentrionale dell’Isola, per quella che sarebbe diventata la Costa Smeralda. Sulla scia di questo primo intervento, fu come se si fosse mosso il mondo: le Compagnie di navigazione aumentarono il numero delle loro navi e delle rispettive corse; sull’Isola sorsero o furono potenziati gli aeroporti; fu messa a punto una notevole attività di propaganda turistica; i sardi impararono a realizzare villaggi lungo tutta la costa e a bonificare gli arenili più importanti. Se era vera la leggenda, alla sua morte il capofamiglia lasciava ai figli maggiori, o migliori,i pascoli e gli appezzamenti di terra fertile LUGLIO 2017 - pag. 4 verso le montagne, mentre i figli minori, o peggiori, ricevevano le terre in riva al mare con le coste scoscese e rocciose, minacciate dalla ma- laria. I nuovi fatti arrovesciarono questa realtà, e chi aveva ricevuto le zone malsane e dirupate si ritrovò padrone di terreni pieni di un av- venire fruttuoso. I villaggi si moltiplicavano, le case sorgevano dap- pertutto, lungo la costa. A lungo andare, però,la quantità andò a scapito della qualità e quelle che erano state zone ospitali e favolose diven- nero accavallamenti di tetti e le spiagge furono rovinate dalle folle di turisti che la propaganda vi riversava: E, insieme ai turisti è arrivata anche l’incuria delle Amministrazioni locali che hanno badato più al loro tornaconto che al benessere dei villeggianti. Sono sorti ovunque totem per il pagamento del parcheggio in pros- simità delle spiagge; sono stati inventati autobus, fra l’altro troppo grossi e troppo brutti per le nostre zone, adibiti al trasporto verso le spiagge dei turisti privi di mezzi di locomozione; non si bada alla pu- lizia delle spiagge dalle alghe che il mare vi riversa e che sono sotto la tutela delle associazioni dei Verdi; sulle spiagge, già così ridotte,ven- gono installati anche stabilimenti balneari che tolgono spazio alla già esigua porzione libera; non esiste alcun presidio igienico, dove poter la- sciare le intrattenibili esigenze organiche, per cui siamo costretti a nuo- tare nelle limpide acque del più bel mare del mondo mescolate alla pipì dei bambini, e speriamo solo dei bambini. Per quel che riguarda l’en- troterra, le vie cittadine sono dissestate con i marciapiedi pieni di buche, esistono ovunque, uno dietro l’altro ristoranti, pizzerie, gelate- rie, bar ma non esiste uno spiazzo ombreggiato dove andare a fare due chiacchiere; non esistono panchine lungo le vie cittadine; le vie pe- riferiche mancano in parte o del tutto dell’illuminazione notturna. Insomma, abbiamo ricevuto dalla Sardegna tante cose meravigliose ma, come diceva Steinbeck, siamo come le mosche che hanno con- quistato la carta moschicida. Siamo arrivati qui animati da entusiasmo e felici di poter vivere in questa Isola meravigliosa, ma ci accorgiamo che, non soltanto la realtà non corrisponde al sogno, ma anche che ci viene imputato il disastro edile e paesaggistico, legato all’eccessivo ri- corso alle costruzioni e all’eccessivo afflusso turistico. E questo ci rende tristi. Noi non ci sentiamo conquistatori venuti a derubare o invasori venuti a distruggere. Ci sentiamo e siamo soltanto amici venuti a cercare ami- cizia. Alessandro Testaferrata Sportello Lavoro a San Teodoro Mercoledì 24 maggio 2017 si è svolta la presentazione del nuovo servizio comunale “Sportello Lavoro San Teodoro”. Lo sportello, offerto dal Comune di San Teodoro grazie all’apporto della Fondazione Consulenti per il Lavoro, ha l’obiettivo di promuovere, favorire e formalizzare il processo di incontro tra domanda e offerta di lavoro nel Comune. Durante la conferenza stampa di presentazione dello Sportello Lavoro sono intervenuti il Sindaco di San Teodoro, Domenico Mannironi, l'Assessore comunale alle Politiche Sociali, Monica Sanna, i Presidenti degli Ordine i dei Consulenti del Lavoro di Sassari e Nuoro oltre a rappresentanti ed alcuni delegati della Fondazione Consulenti per il Lavoro che avranno il compito di gestire il nuovo servizio. L' obiettivo dell'amministrazione comunale è quello di offrire a cittadini (occupati, disoccupati, inoccupati siano essi autonomi, dipendenti o aspiranti ad una delle due categorie) un servizio di informazione ma anche di ascolto e accompagnamento. È risaputo infatti che anche nel nostro paese le maggiori criticità del mondo del lavoro derivano da una scarsa informazione, da un'abitudine a cercare il lavoro solo tramite i conoscenti dal senso di rassegnazione che spesso accompagna chi ha perso un lavoro in età avanzata. Lo sportello è già operativo ogni martedì e giovedì mattina dalle 9 alle 12, si trova al primo piano del palazzo comunale. Chiunque può chiedere un appuntamento, personalmente allo sportello oppure tramite il seguente indirizzo email info@sportellolavoro- santeodoro.it. Da settembre sarà operativo anche il sito web dedicato e sono previsti numerosi incontri durante i quali vari specialisti (consulenti, esperti di organizzazione aziendale, di ricerca e selezione, di internet e social network) illustreranno novità e comportamenti virtuosi finalizzati a raggiungere i risultati che ciascun utente vorrà programmare utilizzando i servizi dello Sportello Lavoro. Giovanni Degortes

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il levante Per non dimenticare le proprie radici Sul nostro mensile inauguriamo una rubrica che si prefigge di rac- contare le esperienze di ragazzi teodorini che hanno scelto per varie ragioni di andare via dalla Sardegna. Ma anche le speranze, le amare considerazioni, il desiderio di tornare di tantissimi giovani in possesso di titoli di studio prestigiosi, costretti a lasciar l’Isola alla ricerca di un lavoro o comunque di un’attività che compensi i loro anni di studi. Vi è comunque la fondata speranza che molti di questi giovani ritor- nino a vivere e a lavorare in Gallura convinti che le loro radici pos- sano avere il sopravvento sulle rigide leggi di mercato. Qui di seguito riportiamo l’intervista fatta di recente a Sara Sergenti di San Teodoro. Angela Bacciu I. A quale età hai scelto di trasferirti fuori dalla Sardegna; LUGLIO 2017 - pag. 5 dire che sono diventata più orgogliosa della mia terra e delle sue tradizioni. Stando lontana ho riscoperto un certo orgoglio nel mio essere Sarda, anche se, purtroppo, quando parlo Gallurese mia nonna mi prende sempre in giro dandomi della continentale! IV. Se dovessi fare un pronostico, pensi di ritornare a vivere a San Teodoro? Si. Sinceramente, lavoro permettendo, spero di riuscire a ristabilirmi in Sardegna in futuro. Un futuro non ancora vicinissimo ma un futuro che riesco già ad immaginare. Diciamo che se un giorno decidessi di avere una famiglia e dei figli vorrei fare loro l'immenso regalo che é stato fatto a me, crescere in Sardegna, crescere a due passi dal mare circondati dalla natura e crescere insieme ad una calorosa famiglia Sarda. EVENTI CULTURALI SUL TERRITORIO A LUGLIO Ho lasciato la Sardegna quando avevo 16 anni 25 luglio ore 21.30 Piazza Gallura, Associazione Culturale Kindà presenta Concert Reading. Gli Emigranti. 27 luglio ore 21.30 Piazza Mediterraneo, Assessorato alla Cul- tura del Comune. Concerto Doc Sound. (Sara nell’aula del Parlamento Europeo) II. Quale è stata la motivazione che ha spinto la tua scelta? La motivazione che ha spinto la mia scelta è stata principalmente la curiosità e la voglia di cambiare. In qualche modo desideravo mettermi alla prova. Sognavo di imparare l'Inglese e di vivere in prima persona la cultura di un altro paese. Mi innamorai dell'Inghilterra durante una vacanza studio a 14 anni e decisi di voler studiare li. Grazie al supporto della mia famiglia e in particolare di mia madre, che mi sostiene in ogni mia scelta, andai a vivere in Somerset per due anni e presi li il diploma di scuola superiore. In seguito sono tornata per alcuni anni in Italia, in Toscana, ma confrontarmi con culture diverse dalla mia si è trasformata quasi in una necessità ed ho deciso di studiare Relazioni Internazionali e ripartire. Negli ultimi tre anni ho vissuto in Germania ed in Belgio ma penso già ad una prossima meta. 30 luglio ore 20.30, Chiesa di San Teodoro, Musiklab Academy. Concerto pianoforte 4 mani di Roberto Piana e Oleysa Romanko. 31 luglio ore 22.00, Piazza Mediterraneo, Musiklab Academy. Spettacolo comico musicale “Meglio tarde che mai”, Duo le Tarde. III. Che differenze (positive o negative) hai riscontrato nelle varie realtà ad oggi? Le differenze che ho riscontrato tra i vari paesi sono tante ma ho im- parato ad adattarmi a realtà diverse. Me ne vengono in mente due al momento.Sicuramente in Sardegna, rispetto al nord Europa esiste un tessuto sociale diverso. Le interazioni tra i vari elementi della società sono più intense e più personali. A volte anche il semplice relazionarsi con i vicini di casa non è da dare per scontato nei paesi nordici - se cosi posso chiamarli per essere breve. Non sempre il fatto di essere riservati è un difetto comunque. Diciamo che dal mio punto di vista, se da un lato in Sardegna la società è più calorosa e generosa dall'altro è più facile che si crei il pettegolezzo. Ci sono ovviamente pro e contro in ogni situazione. Comunque non intendo dire che gli Inglesi o i Tedeschi siano meno affettuosi, ci vuole solo un po' più di tempo per avvicinarsi. Sono stata fortunata, ho trovato degli splendidi amici e delle persone dal cuore grande ovunque abbia abitato, sia all'estero che in Toscana. Un'altra differenza riguarda lo spazio e le possibilità che si danno ai giovani. In Italia mi sono sempre sentita limitata o costretta a conformarmi ed accontentarmi. In Inghilterra, in Belgio ed in Germania mi sono sentita più libera sotto tanti aspetti. In oltre, per un fatto di gusto personale, immagino, preferisco studiare all'estero, la mia esperienza alle superiori e all'università in Italia è stata piuttosto statica e monotona mentre in Inghilterra e in Germania ho riscontrato più dinamismo ed ho vissuto lo studio in maniera più varia e pratica. Oltretutto è molto più semplice trovare lavori a misura di studente! Per il resto alcuni stereotipi sono proprio veri! La pizza è sempre più buona a casa! Di casa mi manca tanto il mare, l'affetto dei miei tanti familiari e ovviamente il cibo (sogno le seadas di nonna in questo momento). Ma credo che queste siano le cose che accomunano chiunque lasci la Sardegna. Per quanto riguarda la mia crescita personale sono sicuramente cambiata tanto grazie alle varie esperienze. Come già menzionato prima ho imparato ad adattarmi a realtà un po' diverse dalla mia, anche quando questo ha comportato imparare da capo cose che davo per scontate (come ad esempio pagare una bolletta o comprare il pane!). Vedo il mondo in maniera diversa, ho meno paura di ciò che è diverso da me e la mia curiosità è sempre più accesa. Frequentando un'università internazionale ho la possibilità di confrontarmi con persone che vengono da ogni angolo del mondo e forse è questa la cosa che preferisco di più della mia vita al momento. Si può imparare davvero tanto ascoltando persone con esperienze diverse dalle nostre. Allo stesso tempo devo La mia esperienza di alternanza scuola/lavoro Sono una studentessa che frequenta la classe quarta del Liceo Scientifico Calasanzio di Sanluri. Attraverso una delle mie professoresse ho deciso di intraprendere un percorso di alternanza scuola/lavoro a S. Teodoro, perchè adoro il mare e volevo approfondire alcuni aspetti legati a questo territorio. Ho presentato cosi il progetto all’Istituto delle Civiltà del Mare,(ICIMAR)trascorrendo ben quattro settimane. Mi sono trovata molto bene, la mia tutor (dottoressa Angela Bacciu) è stata molto gentile con me e sempre disponibile nello spiegarmi le attività che dovevo svolgere. Questa esperienza, molto bella e interessante, mi ha maturato nel corso dello stage e mi ha fatto scoprire quante altre iniziative vengano svolte all’interno di un Istituto come quello di S.Teo- doro. Ho appreso, per esempio, come accogliere gli ospiti che volevano visitare il Museo, informazioni storiche del territorio per poi riferire ai turisti durante la loro visita. Ho imparato a conoscere meglio il computer e ad utilizzare programmi che non avevo mai adoperato prima d’ora. Mi è piaciuta molto anche la sezione della Biblioteca Gallura nella quale vi è la registrazione dei frequentatori attraverso un programma apposito e il catalogo dei libri. Consiglio ai ragazzi della mia età e scolarità di intraprendere questa esperienza perché arricchisce, dà spunti per la scelta lavorativa e offre contatti con persone di lingue e culture diverse. Ringrazio la direzione e la mia simpatica tutor per l’accoglienza ricevuta. Susanna Mascia

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il levante Se una notte dʼinverno un viaggiatore LUGLIO 2017 - pag. 6 Posidonie,spiagge, ombrelloni e dintorni Terzo incontro con le novelle dei lettori. Questa volta il racconto che pubblichiamo ci giunge da molto lontano. L'autrice, Paola Faccioli, è scomparsa nel 2005, lasciando in eredità al marito,Vittorio Bovone, centinaia di novelle e di racconti inediti. Grazie a lui, nostro lettore, possiamo pubblicare "Il giar- dino sull'abisso" M.S. La donna era d'aspetto quieto e gentile, i capelli chiari raccolti in una treccia le davano un'apparenza infantile; i visitatori, che arrivavano alla sua casa da ogni angolo del paese, la trovavano sempre pronta a compiacere con un sorriso la loro curiosità,mentre camminavano tra gli splendori del giardino la storia rinasceva sulla sua bocca, nuova ogni volta,come se l'inventasse per ognuno di loro. Nel giardino crescevano con miracoloso rigoglio gelsomini e ibischi, oleandri e lillà, verbene e mughetti,tuberose e viole, rose bianche come neve si aprivano dal boccio di prima mattina e trascoloravano via via con lo scorrere del giorno per sfogliarsi al tramonto in una pioggia purpurea. Anche quando la neve imbiancava i monti al limite della pianura, la fioritura aveva la pienezza di una primavera perenne e gli uccelli migratori fuggendo dalla campagna brulla si radunavano sulle siepi verdi. Il trisavolo della donna, il primo artefice del giardino, aveva scoperto le qualità prodigiose di quella terra, dove persino le erbe e i cespugli selvatici avevano una ricchezza sfarzosa, ma in mezzo alla dolcezza del verde e dei fiori aveva trovato il segno inquietante del mistero: il suolo nel mezzo della spianata era squarciato da una fenditura tenebrosa, simile all'imboccatura di un pozzo, dove le pietre cadevano senza suono e gli scandagli non toccavano il fondo. Il giorno del suo cinquantesimo compleanno il padrone del giardino fissò una torcia al bordo del pozzo e si calò nella fenditura reggendosi alle asperità della roccia. Presto la sua voce si perse nell'abisso e invano la torcia ormai consumata fu rinnovata per rischiarargli la strada. L'uomo riapparve dopo un giorno è una notte,sordo ad ogni voce umana, cieco ad ogni immagine viva,bruciato da una febbre mortale che esaurì anche l'ultimo soffio vitale. Il bisavolo della donna soffocò con la frenesia dei commerci e il peso della ricchezza l'ossessione che abitava la sua casa,ma quando giunse alla maturità il mistero dell'abisso cominciò a tormentarlo e pensò di vincere con l'astuzia là dove aveva fallito l'audacia del padre. Dunque commissionò agli artigiani del luogo una corda di lunghezza mai vista la cui cima fu assicurata ad un macigno e poi calata con un verricello nella fenditura.Via via che i piombi che appesantivano la fune ogni cento piedi scivolavano nella cavità l'uomo provava una specie di cupa vertigine, finchè dopo un giorno di fatica insensata l'estremità della corda gli sfuggì di mano e si perse nell'abisso. Da allora il pozzo fu recintato con un parapetto e considerato luogo sacro; ogni anno i sacerdoti vennero a gettare nell'abisso le primizie dei frutti della terra come offerta alle divinità sotterranee. Il primo figlio del mercante e nonno paterno della donna fu il cantore del giardino sull'abisso: egli rinunciò ad esplorare il luogo proibito e l'ossessione che aveva perduto i suoi fu la ricchezza del suo cuore. La bellezza e il mistero convissero nei suoi versi come le due facce di una realtà sublime ed egli si considerò fortunato di averle possedute entrambe. Suo figlio, il padre della donna, fu uomo di religione e amò il mistero più che la bellezza, soltanto il dovere della continuità del sangue lo indusse a sposarsi, rimasto vedovo ottenne di ritirarsi in convento e lasciò l'unica figlia custode della casa e del giardino. Per suo volere un tempietto a colonne fu costruito sull'abisso e il cancello d'ingresso fu chiuso più per riguardo al luogo che per prudenza, perchè anche coloro che per disperazione cercavano la morte temevano meno il veleno e il pugnale che il pensiero di una caduta infinita. I visitatori guardando il chiaro viso della donna, ascoltando la sua voce serena pensavano che ella non avesse nulla in comune con il luogo affidato alla sua custodia, a differenza dei suoi antenati soltanto il diritto di eredità la rendeva degna del suo ruolo. Ma in verità congedati i visitatori la donna riceveva ogni notte un ospite segreto e l'amore aveva in lei radici non meno profonde dell'abisso. Il giorno in cui l'amante morì la donna misurò all'insaputa di tutti l'infinità della sua solitudine, poi mentre la madre e le sorelle del morto si sfrenavano in pianti e lamentazioni, indossò l'abito più ricco, intrecciò di fiori i capelli. Gli stranieri che l'ebbero per guida non trovarono ombre nel suo sorriso, ma quando furono sull'orlo del pozzo, prima che qualcuno riuscisse a trattenerla si gettò senza un grido nell'abisso. Andate su Google e digitate “San Teodoro”. Apparirà una sequela di immagini da cartolina: spiagge di sabbia candida a perdita d’occhio lambite da un mare cristallino. Niente male come biglietto da visita. Andate ora, fisicamente, in una di quelle spiagge che adornano il nostro litorale. Il mare è lo stesso. Ma, se date un’occhiata all’arenile, qualcosa non torna sotto il profilo estetico-cromatico (e olfattivo). Sarà perché al bianco della sabbia si è sovrapposto l’agglomerato opaco della posidonia oceanica spiaggiata. In aggiunta vi si trovano, sparsi qua e là, mucchi di "palle" marroni, formate da fibre di posidonia aggregate dal moto ondoso. Non certo un bel vedere. D’accordo, la posidonia non è una mucillagine malsana, ma una pianta marina (guai a chiamarla alga!) che rappresenta una specie chiave dell'ecosistema costiero. Gli ambientalisti sostengono che la sua presenza, oltre a proteggere la sabbia dall’erosione, è indice di salubrità del mare. Tutto vero. Però a nessuno, nemmeno agli ambientalisti, piace sostare sulle banquettes di posidonia, che, a parte ogni valutazione estetica, limita la fruibilità e gradevolezza della spiaggia. Auguriamoci che a qualche turista puntiglioso non venga in mente di ricorrere alle vie legali. In teoria, estremizzando, potrebbe chiedere un risarcimento, avendo acquistato una vacanza balneare che non corrisponde alle immagini divulgate e alla qualità promessa. Ma a parte gli scherzi, è risaputo che la delusione innesca un passa-parola negativo ancor più deleterio di un’improbabile richiesta di rimborso. Ora, fino a prova contraria, la spiaggia è componente fondamentale della “materia prima” su cui fa perno l’offerta turistica di San Teodoro. Vale come le Dolomiti a Cortina o come i monumenti a Firenze. Ne consegue che i litorali imbruttiti da accumuli di scorie incidono negativamente sull’immagine della nostra località. Teniamo conto inoltre che accogliere turisti è un po’ come ricevere ospiti in casa. Chi riceve un ospite vuole farlo sentire a proprio agio, e ci tiene a mostrare la propria casa pulita e in ordine anche per non dare un’impressione di trascuratezza. Tutto ciò dovrebbe indurre l’Amministrazione a dare priorità al problema, curando con assiduità la pulizia degli arenili fin dall’inizio della stagione turistica. Cosa che quest’anno, per motivi che ci sfuggono, non è purtroppo avvenuta. Sappiamo che la rimozione e lo smaltimento della posidonia comporta l’adozione di particolari accorgimenti per evitare di brutalizzare gli arenili e di rimuovere la sabbia insieme alle scorie. E’ giusto che tali precauzioni vengano messe in atto. Si tratta comunque di un adempimento basilare per una località costiera che vive di turismo. Abbiamo notato, in proposito, che i titolari delle attività balneari hanno diligentemente provveduto a liberare dalla posidonia i metri lineari di arenile in concessione (e su questo, forse, occorrerebbe vigilare, per far sì che il “raccolto” vada adeguatamente smaltito e non trasferito dietro le dune o nei tratti confinanti del litorale ad uso dei turisti fai-da-te). A maggior ragione trattandosi di un bene pubblico a tale incombenza, nei tratti di spiaggia libera, dovrebbe provvedere anche l’Amministrazione. La quale, riteniamo, non sia affatto priva di risorse adeguate. Altrimenti ci sarebbe da porsi degli interrogativi circa le scelte connesse all’utilizzo dei tributi che le imprese e i residenti (sia effettivi che proprietari di abitazioni) versano nelle casse comunali (per non parlare dei ricavi derivanti dai parcheggi a pagamento). Un’ultima annotazione per completare il quadro: malgrado ripetute segnalazioni, alcuni concessionari di autorizzazioni per il noleggio di lettini e ombrelloni continuano ad avvalersi dell’arenile come di un lascito feudale, occupandone ampie distese fin dalle prime ore del mattino. Così, alla riduzione della spiaggia fruibile per effetto della posidonia, si và ad aggiungere la suddetta occupazione abusiva, dovuta all’arbitrio di chi si ritiene immune da vincoli e controlli. Salvatore Olia Paola Faccioli

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il levante LUGLUO 2017 - pag. 7 I PECCATI " VENIALI" DEL NOSTRO COMUNE Sarà colpa della tecnica del decoupage? Si avvicina a grandi passi l'estate. Un'estate che si presenta "torrida", non Per chi è nato e vive in Sardegna solo dal punto di vista meteorologico, ma anche per il nostro Comune, chia- dove la bellezza della Natura è di mato a fronteggiare l'onda d'urto di vacanzieri (isolani e continentali), che casa fortunatamente, l'estate rap- quest'anno si preannuncia particolarmente nutrita. Parte integrante del tessuto presenta la stagione di massima sociale di San Teodoro, il Levante (che compie la bellezza di sei anni!) si presenza turistica in cui purtroppo rende interprete delle osservazioni, delle proteste, dei mugugni (sacrosanti o si assiste inermi a spettacoli di in- infondati, lo vedremo più avanti) di quanti vengono a trascorrer le vacanze civiltà e degrado. Mi riferisco in sulle spiagge del nostro territorio. particolare all'abbandono e al de- LE SPIAGGE. Biglietto da visita, cartolina illustrata di San Teodoro. posito incontrollato di rifiuti in Quest'anno si presentano come non mai invase da resti di posidonie essic- tutto il territorio o all’asportazione cate che limitano a poche isole sabbiose lo spazio per metter giù un telo o far sempre più numerosa di sabbia e quattro formine per i più piccoli...Che le posidonie siano intoccabili per la sal- conchiglie dalle spiagge. vaguardia delle dune e del litorale è cosa risaputa ma che gli spazi fruibili da Questo comportamento è san- chi s'aspetta la sabbia da " clessidra " (vedi la Cinta!) siano ridotti a pochi zionato e conosciuto a livello internazionale ma ciò non di meno la metri è ben tutt'altra! sottrazione di conchiglie e altri reperti spiaggiati dal mare sembra PARCHEGGI. Altro punto dolente. Chi viene nelle nostre spiagge da essere ignorata. una grande città del continente è abituato al balzello del parchimetro.Ma Poche persone si rendono conto che ripetere all’infinito queste portarselo anche in vacanza ad un euro e passa all'ora, se non di più, sembra azioni finisce per impoverire definitivamente e senza possibilità di proprio un po' troppo! recupero l’ambiente che si affaccia al mare. Ne soffrono le dune, i RACCOLTA RIFIUTI. Nulla da eccepire per la Derichebourg, la so- gigli di sabbia, gli anemoni e tutte quelle piante che sfruttando la cietà che gestisce sul territorio la raccolta differenziata. Funziona ed anche poca umidità garantita dal mare arricchiscono e salvaguardano la bene.Ma perchè, (come ci ha fatto notare un lettore in una lettera pubblicata battigia solo per soddisfare il proprio desiderio di ricoprire vasi, sullo scorso numero, indirizzata al sindaco e rimasta senza risposta) per specchi, quadri di una manciata di conchiglie o di ramoscelli di “gi- poche settimane di soggiorno a San Teodoro il proprietario di un' abitazione nepro sabine” con la tecnica del decoupage. paga la TARI per l'intero anno? E’ appena il caso di ricordare che spegnere una sigaretta sulla LAVORI STRADALI.Asfaltature, anche di lunghi tratti di vie di grande spiaggia lasciando il mozzicone a traffico e successiva segnaletica orizzontale. Perchè non spostare questi in- degradarsi in decine di anni non dispensabili ed utilissimi lavori in mesi non eccessivamente trafficati? solo è una manifestazione di ma- INQUINAMENTO. L'ordinanza emessa prudentemente dal nostro sin- leducazione ma è anche un’azione daco (che, non dimentichiamocelo, è anche un medico) sul divieto di com- estremamente riprovevole. mercio e di consumo delle ostriche dello stagno di San Teodoro che, in Con l’aggravante che tutti i ten- quanto a bontà , superano quelle ben più famose della Bretagna ci fanno in- tativi di dar vita ad un ambiente direttamente capire che lo stagno è inquinato. Da chi e come? marino artificiale finiscono fatal- PROGRAMMI CULTURALI. Siamo in piena stagione "culturale" ed mente in soffitta. Per arricchire la i programmi definitivi sono stati varati. I concerti organizzati da Maria An- propria conoscenza delle conchi- tonietta Di Nardo, infaticabile Presidentessa di Musiklab, hanno dovuto tener glie, veri e propri gioielli del mare conto dell’indisponibilità del Cupolone. Uno dei primi (bravissimo il giovane è possibile visitare la sezione ma- pianista Riccardo Pinna) si è svolto nel foyer del Teatro Comunale. Grandiosa lacologica del Museo del Mare, la performance del Duo Alterno composto da Tiziana Scandaletti (soprano) Icimar, realizzata apposta in questi anni per favorire la conoscenza e Riccardo Piacentini (pianoforte), programma dedicato alle romanze di della varietà e importanza dell’ambiente che ci circonda. Francesco Paolo Tosti. Questo sì che è un vero “souvenir”delle spiagge teodorine! Mario Stratta Angela Bacciu C o m e e r a v a m o : Anni ‘90. La fotografia che pubblichiamo riprende una serata dedicata all’allestimento della Rassegna Internazionale dei documentari del mare, trofeo “I Delfini del Tirreno” organizzata dall’Icimar. Il nostro Istituto si prefigge lo scopo di riproporre al pubblico i filmati di questa edizione data la loro importanza scientifica e culturale

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il levante Sport in gallura LUGLIO 2017 - pag. 8 Conclusa la stagione calcistica con un fortunoso recupero in "zona Cesarini",che gli ha permesso di mantenere salda la Serie D ap- pena conquistato a scapito del Muravera condannato alla retrocessione, il San Teodoro calcio va in vacanza. Toccherà ora al Comune ricostituire la compagine dirigenziale dando gli opportuni suggerimenti e consigli. Detto per inciso:tutta la giunta Mannironi (Sindaco in testa) è “viola”. Chissà se qualche indiscrezione per la prossima stagione calcistica riuscirà a filtrare tra le maglie di un “irraggiungibile” Presidente. M.S. Correva l'anno 1985 e il San Teodoro partecipava per la prima volta nella sua storia al campionato regionale di promozione, il paese quindi si affacciava ai massimi livelli del dilettantismo grazie ad un gruppo consolidato di giocatori e dirigenti che quasi per un patto di amicizia fra loro decidono di far parte di questa squadra che ancora oggi viene ricordata come una delle formazioni più forti mai avute in città. Nel giro di pochi anni il San Teodoro vince due campionati consecutivi, gran parte dei giocatori era del posto e formava lo "zoccolo duro" della squadra, come Giuseppe Costaggiu, i fratelli Franco e Marco Doddo rientrati a casa dopo esperienze precedenti in campionati superiori, Marcello Fideli, Bruno Melinu, Vittorino Costaggiu, completata ed integrata da da altri validissimi giocatori del circondario come Sandro Mereu, Piero Ventroni, Giuseppe Bacciu, Gavino Lacana e dagli "stranieri" di Olbia Tore Cubeddu, Sergio Caocci, Sergio Manzoni, Gianni Farina, Soro e Moschini.I giocatori ripresi nella foto che pubblichiamo sono schierati in questo ordine: in alto da sinistra verso destra sono: Bacciu, Costaggiu G., Cubeddu, Doddo M., Fideli, Russu, Mereu. In basso da sinistra verso destra Melinu, Ventroni, Farina, Lacana, Soro, Manzoni, Caocci, Doddo F. G.D. Bilinguismo e induli macciunini (segue dalla prima pagina) A sustentu di chissu imbulcinatogghju di macchinu e di idea mala, à di nascì una “Agentzia sarda pro is Limbas”, la “rete degli sportelli linguistci”, un trappeddhu di mastri di saldu pà li scoli, una “obreria pro s’imparu de su sardu”; tani di maccioni in drentu a li scoli e in drentu a li cumuni e suprastanti in dugna locu. Solu ci po’ salvà, e sempri chi la Gaddhura voddhia esse salvata, chi a Cagliari li laccani pudemu ignjttavilli noi, e da noi stà lu esse mustanati a saldu o sighì di patroni, in casa nostra, a faiddhà lu ch’emu cunnottu. Illu 2006, anni primma chi ussini fattu a fugghjtura, li cunsiglieri di la Provincia di Olbia-Tempio ani scrittu e appruatu una delib- bera ch’è vinculanti e chi assenta li cumuni e li cussogghj chi faeddhani lu gaddhuresu e chissi chi faeddhani lu logudoresu. Dugnunu in casa soia abbri e chjudi la janna a ca ‘li pari, ma cu li maccioni tocca a tintassi mente balconi e fumaiolu. G.P.M Grazie a Salvatore Brandanu che con il suo “Vocabulariu” ha reso meno indegne queste righe. L’articolo in gallurese “doc” scritto dal Presidente dell’Icimar non sarà sicuramente compreso da tutti i nostri lettori. Una soluzione? Far ricorso ad un amico locale che certamente si presterà di buon grado a far da interprete. Ricette al volo: Insalata di alette di razza Grazie a quello che il mare offre con la sua flora e fauna marina, pur nel pieno rispetto delle leggi ambientali di tutela del territorio, possiamo prendere spunto per preparare dei semplici e gustosi piatti abbinando vini galluresi, i cui vitigni impiantati su un territorio fertile, a volte granitico consentono di ottenere un prodotto finale di eccellente qualità. Possiamo provare a cucinare con il Levante e con l’esperienza maturata da Ferdinando Ansaldo un pranzo a base di antipasti, primi e secondi piatti. Sui prossimi numeri del nostro mensile usciranno nuove ricette. Ecco una ricetta che facilmente si può attuare tra le mura domestiche. Si tratta di un’antica ricetta sarda (adesso rivisitata) per lo più messa in atto nei secoli scorsi dai pescatori del litorale gallurese . Si tratta di un piatto molto nutriente, proteico, e a basso costo. Ingredienti: Razza (pezzatura almeno di un Kg), carote, sedano, grani di pepe nero, cipolla, basilico, prezzemolo, sale fino, pepe bianco,aceto balsamico, peperone dolce, pomodorino ciliegia. Procedimento: Possibilmente far spellare la razza da un pescivendolo (essendo questa fase molto particolare richiede mano esperta), quindi pulirla ed eviscerare. 1) In una pentola contenente acqua salata introdurre cipolla, carote, sedano, grani di pepe nero, foglie di basilico e prezzemolo. Quando l’acqua raggiunge il grado di bollitura immergere la razza precedentemente pulita e far bollire per 15 minuti. Quindi pulire la razza da tutta la cartilagine e parti gelatinose. Dividere a filetti la polpa così ottenuta e mettere il tutto in una terrina di ceramica. 2) Preparare in una casseruola una catalana di verdura a crudo: sedano, carote, listarelle di peperone dolce crudo, pomodoro ciliegia a pezzetti. Un’ora prima di servire aggiungere olio, sale fino, una spolverata di pepe bianco e aceto balsamico. 3) Quindi mescolare la catalana di verdure ottenuta al punto 2) con i filetti di razza preparati al punto 1). Tenere il tutto in frigo per poco tempo e servire fredda come antipasto. VINO CONSIGLIATO: AGHILOIA 3 stelle oro vermentino di Gallura DOCG cantine DI MONTI (OT) Vermentino dal sapore morbido e vellutato si abbina perfettamente con il piatto sopracitato amalgamando sia le parti dolci della verdura nonché quelle sapide del pesce . Il sapore denota un bouquet di frutta bianca matura in particolare albicocca e pera , e un sentore di mandorla amara con un leggero trasporto olfattivo di fiori di biancospino.

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