ALI - numero 24

 

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Luglio 2017

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DAC–BILANCIO 2016 IntervistaalPresidente LuigiCarrino

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L’interobilancio,connotaintegrativa,èvisualizzabile sulsitodiALIall’indirizzo http://www.aliscarl.it/dac-approvato-il-bilancio-2016/

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DAC – Distretto Aerospaziale della Campania Il DAC – Distretto Tecnologico Aerospaziale della Campania S.c.a.r.l. è stato costituito il 30 maggio 2012 nell’ambito del Programma Operativo Nazionale “Ricerca e Competitività”. Mette assieme soggetti che operano nei settori della Ricerca, Sviluppo e Formazione per l’Aerospazio. Nel DAC sono coinvolti oltre 170 attori tra grandi imprese, centri di ricerca e PMI. Il capitale sociale del DAC è costituito per il 66,44% da capitale privato e 33,56% da capitale pubblico. Il distretto ha definito uno studio di fattibilità da sviluppare nell’arco di un triennio fondato su dieci programmi strategici di Ricerca e Sviluppo altamente innovativi. Lo studio è stato approvato dal Ministero della Ricerca con il massimo punteggio. Nel complesso i dieci programmi prevedono un investimento di 100 milioni di euro. Per meglio comprendere quello che è stato fatto e quali sono le prospettive future del Distretto, abbiamo rivolto alcune domande al Prof. Luigi Carrino, Presidente del DAC e noto studioso di tecnologie innovative per il settore aerospaziale nonché docente presso il Dipartimento di Ingegneria Chimica, dei Materiali e della Produzione Industriale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. La costituzione del Distretto Aerospaziale della Campania (DAC) ha rappresentato per la nostra regione uno storico risultato, consentendoci di avere finalmente un efficace e stabile sistema di cooperazione in grado di valorizzare le eccellenze presenti sul territorio. Lei è stato il Presidente del DAC fin dalla sua costituzione, a distanza di cinque anni, anche alla luce dell’ultimo bilancio approvato, potrebbe fare una valutazione sull’operato del Distretto e dirci quali sono, a suo avviso, le prospettive presenti e future? Un modello cooperativo tra Grandi Imprese e PMI e tra queste e il settore della Ricerca è fondamentale per rendere competitivo ogni singolo nodo della rete e il sistema regionale nel suo complesso. In Europa e nel mondo i territori che eccellono nel settore aerospaziale sono quelli che meglio hanno saputo organizzarsi in forme distrettuali. Il percorso che ha portato alla costituzione del Distretto Aerospaziale della Campania è stato lungo e faticoso. Luigi Carrino (a sinistra) durante la cerimonia in cui è stato insignito dell’alta onorificenza di Commendatore al Merito della Repubblica Italiana

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Basti pensare che la Campania non era riuscita a candidare il settore aerospaziale, che pure era già da tempo un’eccellenza scientifica e industriale nazionale, al primo bando sui Distretti ad Alta Tecnologia. Individualismi e gelosie avevano rappresentato il principale ostacolo al raggiungimento di un risultato, la costituzione del Distretto, che in altri territori, in Europa e in Italia, era stato già conseguito da tempo. Il rilancio del Campania Aerospace Research Network e successivamente la costituzione da parte della Regione Campania del Comitato per il Distretto Aerospaziale sono stati passaggi fondamentali per superare le divisioni e trovare le ragioni della condivisione strategica e operativa. Il lavoro di analisi, sintesi e condivisione ci ha consentito di candidare il DAC tra i progetti di costituzione di Distretti ad Alta Tecnologia nel precedente periodo di programmazione, con il risultato che il nostro documento strategico si classificò primo tra 192 proposte provenienti da tutte le regioni della convergenza. A valle dell’approvazione del progetto DAC è stata velocemente costituita la Società Consortile che ha visto l’adesione di circa 30 soggetti tra imprese e università e enti di ricerca. Tra questi le principali GI (l’allora Alenia, MBDA, Telespazio, solo per fare qualche nome), importanti PMI (DEMA, Geven, Magnaghi, Tecnam, ad esempio), consorzi di PMI (ALI, Chain, SAM, ecc), cinque atenei della Campania (Federico II, Luigi Vanvitelli, Parthenope, Università di Salerno e del Sannio) CIRA, CNR, INAF, ENEA, ecc. Dunque, un’ottima base di partenza che ha consentito al DAC di candidare e vedersi approvati 10 progetti di sviluppo di tecnologie abilitanti portati avanti da partenariati che hanno integrato le migliori competenze e capacità specifiche tra imprese e ricerca. Ogni progetto è stato strategicamente affidato al coordinamento di un leader industriale. L’anno scorso, sulla base delle numerose richieste di adesione pervenute, abbiamo operato un aumento di capitale registrando candidature superiori alla disponibilità. Ora i nostri Soci sono all’incirca raddoppiati, da 30 a 59, con importanti entrate (Atitech, ALA, OHB, solo per fare qualche nome). Abbiamo visti approvati anche progetti candidati a livello europeo, abbiamo partecipato alla costituzione del Centro di Competenza per la Formazione Aertonautica e poi alla Fondazione FACA, abbiamo ottenuto la la Bronze LAbel europea quale riconoscimento della buona qualità gestionale e di visione del DAC. Credo che questo fatto da solo dimostri la validità del modello e della sua gestione, al di là di qualche strumentale posizione giornalistica o di bassa politica locale. Sulle prospettive è difficile rispondere; il modello funziona e ha una grande potenzialità, ma la vera domanda è se i decisori politici vogliono davvero utilizzare positivamente un interlocutore organizzato e capace di esprimere con chiarezza i suoi bisogni di innovazione o non preferisca, piuttosto, dividere e favorire un ritorno all’individualismo più spinto. Altro fattore determinante per mantenere vivo il Distretto è avere importanti programmi industriali di sviluppo aeronautico e spaziale. In questo senso, un via libero al nuovo aereo regionale sarebbe fondamentale.

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Con un accordo Ministero/Regione si sono sbloccati i finanziamenti per i rimanenti progetti del DAC. Tempo ne è passato e sappiamo che per le aziende la variabile tempo non è indifferente. Sarà quindi necessario recuperare una maggiore fiducia nell’operato delle stesse istituzioni pubbliche. Lei che ha maturato una notevole esperienza sul campo cosa pensa si possa ancora fare per accelerare la spesa delle risorse pubbliche e consentire alle aziende di operare nei tempi giusti senza che i progetti siano poi considerati superati e/o obsoleti. Nel settore aerospaziale l’innovazione è all’ordine del giorno e i ritardi rischiano di penalizzare molto le aziende del Sud nel mercato globale. Come si esce da questa condizione penalizzante? Le aziende che operano al SUD sopportano costi esterni dovuti alle disfunzioni territoriali molto alti, normalmente penalizzanti rispetto alla concorrenza localizzata altrove e insopportabili in tempi difficili come questi. Tra i costi principali due mi sembrano particolarmente gravi: il costo dell’illegalità diffusa e quello legato alla lentezza della macchina burocratica, che pur avendo tra le sue fila persone eccellenti è penalizzata da processi del tutto superati e talvolta da un’ingerenza non positiva da parte della politica. Ben vengano alcuni interventi per sburocratizzare la macchina burocratica e per rendere certi i tempi delle risposte, ma troppo spesso questi interventi restano solo sulla carta. Come fare? Ognuno ha la sua ricetta; per me andrebbero seriamente riformati i processi burocratici, dare certezze all’interno e all’esterno del sistema in termini di tempi e di modalità di valutazione spostando l’attenzione dal ex ante all’ itinere e all’ex post. La guida di ogni progetto in corso è affidata ad un’impresa leader nel settore, e questa scelta si è rilevata opportuna e vincente. Purtuttavia, Lei ha sempre spronato le aziende, soprattutto le medio/piccole a stare insieme, a collaborare o attraverso la costituzione di società consortili o anche la formazione di reti, Dopo cinque anni alla guida del DAC, pensa che tale spinta allo stare insieme si sia esaurita? è ancora utile o sia necessario pensare a nuove aggregazioni. Siamo nel Mezzogiorno dove tutto sembra più difficile e complicato. Quale strategia il DAC intende perseguire in modo specifico per la valorizzazione delle eccellenze locali che spesso si annidano nelle PMI, il vero valore aggiunto della nostra industria. Il DAC, sotto la mia presidenza e con questo CdA, ha sempre valorizzato l’integrazione e segnalato il pericolo dell’isolamento. Le posizioni individualiste mal si sposano con la dimensione media delle nostre imprese e con le loro possibilità di sviluppare da sole forte innovazione e affermarsi sui mercati globali. La dimensione media molto piccola delle nostre imprese rispetto alle aziende concorrenti straniere rende necessario un cambiamento: fondersi o aggregarsi in forma consortile. La prima soluzione non è nella cultura del nostro sistema imprenditoriale, mentre la seconda può funzionare se è guidata da scelte strategiche e non opportunistiche. Su questa linea noi continueremo e spero che anche il prossimo CdA condivida questa scelta.

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Contaminazione di altri pianeti: è davvero possibile evitarla? Per quanta attenzione si possa prestare, esplorare il Sistema Solare comporta comunque un rischio di "esportazione" di microbi. E le regole vigenti sembrano troppo restrittive. Il 15 settembre, dopo una serie di orbite sempre più ravvicinate, la sonda Cassini porrà fine alla sua ventennale missione spaziale tuffandosi nell'atmosfera di Saturno. Oltre alla raccolta di informazioni altrimenti impossibili da avere, forse vi sorprenderà sapere che questo "suicidio programmato" risponde ai protocolli di protezione planetaria, che vogliono ridurre al minimo il rischio di depositare microbi terrestri su mondi alieni dove potrebbero esserci condizioni adatte alla vita (primo tra tutti, il satellite di Saturno, Encelado). La stessa sorte attende la sonda di Giove, Juno, nel febbraio 2018, ed è toccata ad altri celebri esploratori robotici della Nasa come Galileo, che nel 2003 bruciò nell'atmosfera di Giove (anche) per preservare la sua luna Europa. LA GIUSTA PRUDENZA. Questa cautela ha senso almeno per due ragioni. Quella più pratica è che non vogliamo che un giorno, quando troveremo tracce di vita "extraterrestre" su un satellite o un pianeta, si scopra che invece ce l'abbiamo portata noi. La seconda è di natura etica: che diritto abbiamo di contaminare con microbi terrestri gli ecosistemi alieni? UTOPIA. Tuttavia, quella di riuscire a inviare su altri pianeti sonde completamente sterili è una pura illusione. Che si usino calore, radiazioni o plasma per sterilizzare le componenti dei veicoli spaziali, alcune resistenti forme batteriche vi rimangono comunque attaccate, sopportando poi il vuoto, il freddo e tutte le altre difficoltà di un viaggio nello Spazio. DURI A MORIRE. Tutto questo perché gli studi sulla ISS dimostrano che alcuni batteri terrestri che formano spore possono sopravvivere all'esterno delle sonde per il tempo necessario ad arrivare su Marte. Una volta lì, le cose si complicherebbero ulteriormente. Le regole del COSPAR, il comitato per la ricerca spaziale che stabilisce i paletti della contaminazione, dicono che un lander non deve portare, su Marte, più di 300 mila spore batteriche (cioè forme cellulari di origine batterica capaci di sopravvivere in condizioni avverse). Per le aree più delicate del Pianeta Rosso, quelle più favorevoli alla vita, il numero scende a 30. Al di là delle difficoltà nel contarle, il limite appare irrealistico, per un futuro in cui l'uomo metterà piede su Marte. CIRCOSTANZE INEVITABILI. Se riusciremo ad arrivare là sopra, vi porteremo i miliardi di batteri che colonizzano la nostra pelle; vi depositeremo, per forza di cose, urina e feci; cercheremo di innestarvi coltivazioni agricole e vi lasceremo, anche se con tutte le cautele del caso, rifiuti solidi (riportarli sulla Terra Il COSPAR riconosce che in caso di missione umana su Marte dovremo infrangere le regole, e per ora si limita a richiedere il non accesso alle "zone speciali" del Pianeta Rosso. Ma se vogliamo dare una svolta all'esplorazione extraterrestre, bisognerà correre il rischio. Anche perché Marte e la Terra sono sufficientemente vicini da contaminarsi a vicenda anche "da soli", per esempio attraverso le meteoriti.

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Fisica, lo spazio-tempo è una schiuma? È italiana la prima prova statistica dell'ipotesi che permetterebbe di conciliare relatività generale e teoria quantistica. Ma per una risposta definitiva potremmo dover attendere cinque anni Pensare lo spazio-tempo come una schiuma. È quanto hanno fatto i fisici per conciliare due teorie rivoluzionarie della fisica moderna: la relatività generale che spiega la gravitazione su larga scala e la teoria quantistica che disciplina il comportamento delle particelle microscopiche fondamentali. A confermare per la prima volta un'ipotesi avanzata da decenni è l'analisi statistica preliminare dei dati sperimentali ottenuti dall'osservatorio per neutrini 'IceCube' in Antartide e dal telescopio spaziale Fermi della Nasa. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista "Nature Astronomy" dal gruppo di Giovanni Amelino Camelia, fisico della Sapienza Università di Roma. Allo studio hanno partecipato Agenzia Spaziale Italiana (Asi), Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). La meccanica quantistica si occupa dei fenomeni del mondo subatomico e delle particelle elementari (che avvengono su scale di lunghezza più che microscopiche); la relatività generale ha invece ottenuto i suoi grandi successi nella descrizione di sistemi molto massivi, come le galassie e l'universo intero, che partecipano a fenomeni che avvengono su scale enormi. Ci sono però situazioni in cui sono necessarie entrambe, per esempio quando si è in presenza di fenomeni che coinvolgono oggetti molto massivi ma di dimensioni minuscole (come alcuni buchi neri, caratterizzati da una massa enorme e un volume estremamente piccolo). E qui sorgono i problemi: per come sono state concepite le due teorie, non sono infatti utilizzabili insieme. La teoria della relatività generale si basa sulla concezione di spazio-tempo continuo, ovvero con proprietà geometriche descrivibili in analogia a quelle di un fluido. Ma tutti i modelli che unificano relatività generale e meccanica quantistica, pur avendo cospicue differenze tra loro per quanto concerne altre predizioni, concordano nel predire che su scale miscroscopiche lo spaziotempo richiede una descrizione geometrica granulare, descritta in gergo come 'schiuma spaziotemporale'. Una condizione analoga a quella di un secchiello trasparente, riempito di sabbia per metà: guardandolo da lontano non si può capire se contenga un fluido o qualcosa di solido. Avvicinandosi, si riesce però a notare la natura granulare dell'inerte. Per decenni non si è riusciti a dimostrare sperimentalmente questa ipotesi, poiché gli effetti del fenomeno sono estremamente piccoli e difficili da rilevare. Lo studio condotto dalla Sapienza ha sfruttato un'impostazione statistica che considera tutti i dati ottenuti da Fermi e IceCube per stabilire quanto sono frequenti le osservazioni di particelle (fotoni o neutrini) con proprietà attribuibili alla schiuma spaziotemporale. Il campione statistico non è ancora sufficiente a trarre conclusioni definitive, tuttavia "con l'accumulo di dati che si avrà nei prossimi 4 o 5 anni — spiega Amelino Camelia — potremo sapere con certezza se lo specifico modello di schiuma spaziotemporale che abbiamo considerato è confermato; anche in caso negativo sarebbe un passo significativo, consentendoci di restringere la classe di modelli su cui concentrare gli sforzi".

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Il sottomarino giallo ritorna a casa Si è conclusa la prima missione del sottomarino robot Boaty McBoatface tra i fondali antartici, a quattro chilometri di profondità Il Boaty McBoatface, lo yellow submarine più amato dagli oceanografi, ha terminato il suo primo viaggio nelle gelide acque intorno al Polo Sud. Il robot sottomarino autonomo è stato usato per mappare le fredde correnti che dal continente antartico si spostano verso l'Atlantico: questi flussi avrebbero infatti un ruolo importante nell'influenzare il clima globale. LA MISSIONE. Il mezzo del Centro oceanografico nazionale di Southampton, nel Regno Unito, è stato calato in acqua in corrispondenza del Passaggio di Orkney, una stretta apertura nella dorsale oceanica che si estende a nordest della Penisola Antartica. In quest'area ha compiuto tre immersioni nell'arco di sette settimane, raggiungendo i 4.000 metri di profondità e raccogliendo dati preziosi per lo studio delle correnti che ridistribuiscono l'energia termica del Pianeta. IN TRASFORMAZIONE. Diversi studi sostengono che il sistema di circolazione delle acque in quell'area si stia riscaldando, forse per l'intensificazione dei venti che soffiano sull'Oceano meridionale. Quando questi cambiano velocità, le correnti oceaniche profonde fanno altrettanto, con conseguenze sui moti turbolenti che si formano tra le acque più fredde e pesanti e quelle più calde e superficiali. Ciò modifica il processo di cessione di calore agli strati più in superficie e in ultima analisi anche il livello dei mari (perché le acque più calde tendono ad espandersi). DATABASE. Boaty ha raccolto dati su temperatura, velocità e salinità di questo sistema di circolazione sottomarino. Le informazioni raccolte dal sottomarino giallo aiuteranno a delineare un quadro più completo della situazione degli oceani più freddi della Terra.

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''Io ritorno tra le stelle'' La terza volta dell'astronauta Paolo Nespoli A 60 anni parte per la stazione spaziale Il suo organismo sarà studiato in condizioni estreme Quando il 28 luglio, a 60 anni, volerà verso la Stazione Spaziale Internazionale per la sua terza missione nello spazio, Paolo Nespoli diverrà l’astronauta europeo più anziano ad andare in orbita. Ma non se ne vanta. «Non è un mio record. Sono la tecnologia, la scienza e la medicina che oggi permettono di superare certi limiti, anche di età», dice a Repubblica l’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea a margine di un ricevimento organizzato dall’ambasciatore italiano a Mosca Cesare Maria Ragaglini in onore suo e dei suoi colleghi d’equipaggio, l’americano Randy Bresnik e il russo Serghej Rjazanskij. Nespoli, di quali esperimenti si occuperà sulla Stazione? «L’Iss è una casa laboratorio nello spazio dove si lavora senza sosta dal 2011. Ha un suo programma scientifico, tecnologico, educativo e io ho il compito di portarlo avanti. La missione prevede oltre 200 attività. Per l’Agenzia spaziale italiana condurrò 13 esperimenti, altri ne effettuerò per quella europea, ma lavorerò anche ad attività americane o giapponesi. Non volo come italiano, ma come membro dell’Iss». Sarà l’astronauta europeo più anziano ad andare nello spazio, un nuovo record... «Si può parlare di record mondiale. John Glenn andò nello spazio a 77 anni, ma per un volo sullo Shuttle di pochi giorni. Io starò in orbita sei mesi. È come paragonare una corsettina di mezz’ora a una maratona. Ma non è un mio record. Oggi tecnologia, scienza e medicina permettono di lavorare al massimo anche alla mia età. Per le agenzie spaziali è importante mandare in orbita qualcuno con esperienza. L’esperienza non arriva gratis. Costa anni di lavoro. Poter continuare a farne tesoro e valorizzarla è importante». Qual è il suo personale obiettivo? Stavolta riuscirà a fare una passeggiata spaziale? «Il mio obiettivo principale è essere “il miglior astronauta possibile” che segue le istruzioni del centro di controllo senza fare errori. Non è facile. In orbita basta una minima disattenzione per creare complicazioni. Fare una passeggiata nello spazio non mi dispiacerebbe, finora non ci sono mai riuscito, ma non è l’obiettivo primario».

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Con il profilo @astro_paolo è stato il primo europeo a usare i social dallo spazio. «È uno dei miei obiettivi portare la gente con me nello spazio, far capire ai giovani che ci si può realizzare anche grazie alla scienza e alla tecnologia e non solo facendo l’attore o il calciatore. Vorrei riuscire a indirizzare le future generazioni verso strade che non pensavano di esplorare». In orbita che cosa le mancherà della Terra? «Stare nello spazio e sull’Iss è un’esperienza incredibile. Certo, sei in un posto isolato e artificiale dove se si ferma la pompa dell’ossigeno muori. E sei lì a lavorare, i centri di controllo sfruttano ogni secondo che stai lassù. Ma sai di fare cose importanti per l’umanità intera. Ti manca dormire bene, ti mancano i sapori, i colori, ma ci sono tante cose che sulla Terra non hai, come l’assenza di gravità e la possibilità di guardare il nostro pianeta da una prospettiva unica. Quando torni giù è bello rivedere la famiglia, risentire i sapori, parlare con la gente, ma nello spazio non mi mancava nulla perché lassù c’era tanto da scoprire». E sulla Terra cosa le manca dello spazio? «Vedere la Terra come la vedi da lassù. È incredibile quella vista, uno starebbe alla finestra tutto il giorno. Sulla Terra mi manca, ma so di esser stato fortunato e sarebbe stupido stare giù e rimpiangere di non essere su. Quando ho nostalgia guardo una foto, comincio a ripensare e sono di nuovo lì, in orbita». Ha scritto un libro sulle “lezioni di vita imparate nello spazio”, ce ne dica almeno una. «Spesso ci concentramo su quello che ci manca e perdiamo l’occasione di tornare bambini e scoprire quello che ci sta intorno. Lo spazio ti obbliga a farlo. Lì sei “diversamente abile”, non riesci a muoverti, finché non ti lasci andare e provi a fare le cose. All’inizio non ci riesci, ma quando ce la fai, provi quel senso di scoperta che avevi da bambino e poi perdi. E impari a fare lavoro di squadra. Un team, se gestito bene, è più forte del singolo. Dovrebbero impararlo anche aziende e governi: la squadra arriva dove il singolo non può». Ad esempio su Marte? «Marte è alla nostra portata. Se c’impegnassimo come specie umana e non come americani, russi o europei, tra 10 o 15 anni potremmo andarci. L’Iss si muove proprio in questa direzione, è un esempio di come le nazioni possano lavorare insieme per un obiettivo al di sopra di tutti». E torneremo sulla Luna? «Alcuni dicono che dovremmo focalizzarci su Marte perché sulla Luna ci siamo già stati, altri che sarebbe importante avere lassù un avamposto umano. Io penso che tra 500 anni sulla Luna avremo città intere, anche perché saremo così tanti sulla Terra che dovremo andarci per forza».

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