Da Casa Madre - Luglio/Agosto 2017

 

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Rivista della famiglia dei Missionari della Consolata

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Istituto Missioni Consolata da Casa Madre Anno 99 - N. 07-08/ Luglio- Agosto - 2017 Perstiterunt in Amore Fraternitatis Sorin Dumitrescu, I santi martiri Brâncoveanu, Romania

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BUONA ESTATE A TUTTI Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi schiocchi di merli, frusci di serpi. E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com' è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. (EUGENIO MONTALE - Meriggiare pallido e assorto)

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FRAMMENTI DI LUCE “LENTAMENTE MUORE CHI NON TROVA GRAZIA IN SE STESSO” (PABLO NERUDA) P. Giuseppe Ronco, IMC Nulla di ciò che appartiene all’esperienza umana merita disprezzo, perché tutto può essere trasformato in grazia. Persino le nostre ferite, le zone d’ombra, le fragilità di ogni tipo, le relazioni spezzate o imperfette, possono diventare occasione di salvezza: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). Kolodiejchuk, Mother Teresa: Come Be My Light: The Private Writings of the Saint of Calcutta, 2009). Prenderne coscienza “ Sento forte il desiderio di svelare la mia fragilità, di mostrarla a tutti coloro che mi incontrano, Chi del resto non conosce ferite? La vita ce ne riserva di ogni tipo, colpendoci nella salute fisica, psichica, affettiva e nell’attività missionaria. Alcune abbiamo sapute elaborarle, neutralizzandole e integrandole, altre continuano a sopravvivere nel nostro inconscio influenzando il nostro comportamento e frantumando la nostra serenità. Ciò avviene quando non si vuole ammettere che in noi qualcosa si è rotto, rimovendo o reprimendo ciò che ci crea dolore. Una cosa è certa: con le ferite aperte non si vive bene! La testimonianza di Madre Teresa quasi spaventa: “Mi hai respinto, mi hai gettato via, non voluta e non amata. Io chiamo, io mi aggrappo, io vo­glio, ma non c’è Alcuno che ri­ sponda. Nessuno, nessuno. Sol­a... null’altro che vuoto e oscurità . Un’oscurità terribile in me, come se ogni cosa fosse morta” (Brian che mi vedono, come fosse la mia principale identificazione di uomo, di uomo in questo mondo. Un tempo mi insegnavano a nascondere le debolezze, a non far emergere i difetti, che avrebbero impedito di far risaltare i miei pregi e di farmi stimare. Adesso voglio parlare della mia fragilità, non mascherarla, convinto che sia una forza che aiuta a vivere” (V. Andreoli, L’uomo di vetro). Prendere coscienza delle nostre ferite, guardarle in faccia senza paura e senza vergogna, è il primo passo del cammino di guarigione. E’ una verità semplice, ma difficile da praticare. Se dalle nostre ferite nasce una nuova consapevolezza  di ciò che abbiamo vissuto, allora saremo vicini alla risurrezione. Mi impressiona molto la testimonianza di don Luigi Verdi, fondatore della fraternità di Romena, 4 da Casa Madre 07-08/ Luglio-Agosto 2017

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nel Casentino, per il sostegno delle persone che conoscono la crisi. Quando si prende coscienza delle proprie debolezze, non solo si diventa una persona nuova, ma si diventa anche capaci di aiutare gli altri. “Romena è cominciata da una mia crisi di prete, a 32 anni. Ero prete da sette anni. Ho chiesto un anno al vescovo, ho preso il mio zaino e sono andato in Bolivia dai campesinos per tre mesi, poi nel deserto in Algeria, sulla via di Charles de Foucauld, per altri tre mesi. Sono tornato e ho chiesto di poter venire qui, a un chilometro da dove ero prima, in questa pieve abbandonata che non voleva nessuno. Ho deciso di provare a dare una mano a chi era in crisi, visto che avevo passato anch’io quella crisi. Prima di tornare ho dovuto guardarmi dentro per capire perché ero andato in crisi. In fondo, i due motivi veri erano la timidezza arrabbiata che avevo dentro e questa malformazione alle mani e ai piedi dovuta a una medicina presa dalla mamma durante la gravidanza. Mi sono imbattuto nel salmo “la pietra scartata è diventata testata d’angolo” e mi sono detto: perché i miei punti deboli, gli occhi e le mani, non possono diventare il meglio che ho? Da lì ho cominciato a farmi coraggio. Per un anno mi sono obbligato a guardare le persone negli occhi mentre tutto in me gridava di andar via e scappare”. Nascono così le perle. Quando un’ostrica è ferita e un corpo estraneo la intacca, per difenderla le cellule del nàcar l’avvolgono di madreperla, matrice della perla che si produrrà. Sembra strano ma è vero: solo da un’ostrica ferita nasce una perla, trasformando la cicatrice in bellezza. Viene spontaneo cercare un messaggio, come si fa nella finale di ogni favola di Esopo: solo con l’amore, madreperla di ogni guarigione, le nostre impurità diventeranno perle. “Ama quella parte di te che non vorresti avere. Comincia ad avvolgerla con l’amore e alla fine constaterai di avere in te una perla preziosa, perché nella ferita riconosciuta, avvolta dall’amore, sperimenterai il tesoro che ti porti dentro” (P. Squizzato, Elogio della vita imperfetta, Effatà 2013). Anche l’esperienza di Kim Ki Duck è illuminante. In seguito ad un incidente sul set cinematografico di Dream, questo regista coreano mondialmente conosciuto per gli spaccati precisi e impietosi che descrivono la società coreana di oggi, cade in una profonda depressione che lo porta a isolarsi per tre anni dall’ambiente in cui viveva. Arirang, film dolce e amaro del 2011, è una video confessione del regista che sulle note della canzone folk popolare coreana dell’Arirang, racconta i suoi tormenti interiori, i tradimenti da Casa Madre 07-08 / Luglio-Agosto 2017 5

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degli amici che lo hanno abbandonato, le difficoltà a coniugare carne e spirito, il senso del fallimento totale. Alla fine, però, la liberazione gli arriva rivedendo una sequenza del suo film Primavera, estate, autunno, inverno e primavera ancora, in cui egli stesso interpreta un monaco buddista. Salendo su una ripida collina con una macina e la statua di Buddha, arriva a vedere in prospettiva nuova, dall’alto, il mondo in cui ha vissuto e a dirsi con convinzione “Solo chi cade può risorgere”. Verso la liberazione Nell’itinerario di santità è importante rendersi conto che contemporaneamente siamo soggetti alla fragilità e al peccato e nello stesso tempo siamo amati da Dio incondizionatamente. Santo non è colui che è perfetto, ma colui che percorrendo con Gesù la via della croce, sa trasformare i suoi limiti in punti di forza. Per Gesù la debolezza è stata il cammino che gli ha permesso di incontrare la pot­enza del Padre. ”Egli fu crocifisso per la sua debo­lezza, ma vive per la potenza di Dio” (2Cor 13,4). Gesù fu cro­cifisso ed è morto a causa della debolezza dell’uomo, debolezza che ha preso su di sé fino all’estremo. In questa debolezza, che è la nostra, Gesù ha incontrato la pot­enza di Dio, che lo ha risuscitato a nuova vita. La potenza di Dio è nascosta nel segreto di ogni debolezza umana, come un seme che si prepara a germinare grazie alla fede e all’abbandono. Fino a quando ci opporremo in mille modi alla nostra debolezza, la pot­enza di Dio non potrà agire in noi. Ma se sappiamo abbandonarci a lui con fiducia, tutto cambia. L’arte giapponese del kintsugi ci insegna che anche una tazza rotta può diventare opera d’arte. Basta mettere oro colato nelle crepe e nelle spaccature del vaso, e questo diverrà un capolavoro migliore dell’originale. Riconciliarsi con se stessi Per non morire lentamente bisogna imparare a “far grazia a se stessi”, riconciliandoci nel profondo. E’ un compito arduo per l’individuo, perché implica la rappacificazione con la storia della propria vita, l’accettazione del proprio corpo così com’è, anche se devastato, senza vergognarsi per un’eventuale mancanza di bellezza. S. Hildegarde von Bingen soleva dire che “sovente Dio non abita i corpi in piena salute”. Riconciliarsi con se stessi esige il riconoscimento dei nostri lati oscuri, delle nostre ombre, di ciò che abbiamo escluso dalla sfera conscia, rimovendolo per interessi. Già S. Benedetto aveva insegnato ai suoi monaci che la vera humilitas consiste nel discendere nel regno delle nostre ombre, nell’accettare la condizione di esseri mortali con inevitabili lati oscuri e nel perdonarci le colpe. Ciò che Dio 6 da Casa Madre 07-08/ Luglio-Agosto 2017

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siamo, con la nostra storia, fatta di cadute e di riprese. Essere accolti così come si è, con amore e misericordia: ecco lo stimolo per la nostra guarigione. Il missionario: un guaritore ferito In un bellissimo libro, dal titolo Il guaritore ferito. Il ministero nella società contemporanea, Queriniana 1982), Henri J. M. Nouwen ci suggerisce la dimensione missionaria del problema, sottolineando non tanto il compito di predicare, ma il potere di scacciare i demoni (cfr Mc 3, 15). Liberare le persone dal male, infatti, è un potere e un compito missionario a cui pensiamo poco. Nouwen presenta la figura del ministro come un guaritore ferito. Suo primo compito, in un mondo frammentato, alle prese con una ha già perdonato in noi, anche noi dobbiamo perdonarcelo. Spesso però il nostro Super-io, giudice implacabile quando non obbediamo agli imperativi appresi dai genitori o da chi aveva autorità nella nostra vita, sbarra la strada al perdono, soffocandoci in una terribile angoscia, difficile da allontanare. “La riconciliazione non avviene mai una volta per sempre. Richiede una grande umiltà per guardare i propri lati oscuri nella luce di Dio, accettandomi come sono. Ma sarà la verità che ci farà liberi, come Gesù aveva promesso” (cfr A. Grun, Guarigione come riconciliazione). Quando le difficoltà diventano poi insormontabili, è utile farsi accompagnare nel cammino da una persona di fiducia che ci aiuti a capire come il messaggio dell’amore misericordioso di Dio possa colmare le nostre spaccature interiori. “Non si diventa uomini completi da soli, ma unicamente assieme agli altri” (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, 1990). Facendosi uomo, Dio ci ha accettati come generazione senza radici e con esseri umani soli e senza speranza, è di riconoscere che anche nel suo cuore sono vive le stesse sofferenze delle persone del suo tempo. Da questo atto di umiltà e di verità prende inizio il suo servizio agli altri. Sa che “Il primo prossimo da ascoltare siamo noi stessi. Capire cosa succede dentro di noi, scoprire il tipico dialogo interiore che abbiamo, come funzioniamo, che cosa ci disturba, cosa ci mette a disagio e cosa ci procura uno stile di benessere”  (G. Cervellera, Dal sentire all’ascoltare, pro manuscripto, Torino 2005). da Casa Madre 07-08 / Luglio-Agosto 2017 7

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Pur essendo anch’egli ferito, ogni missionario diventa però un guaritore, quando dopo aver esplorato la sua sofferenza e integrato le proprie ferite fino a farle diventare feritoie di luce, condivide la sua esperienza con altri, perché ne trovino beneficio. Fa così della sua sofferenza e delle sue debolezze un dono da offrire gli altri. Come Gesù, che da risorto offrì a Tommaso le sue piaghe da contemplare. “Non abbiate paura delle vostre ferite, dei vostri limiti, della vostra impotenza. Perché è con quel bagaglio che siete al servizio dei malati e non con le vostre presunte forze, con il vostro presunto sapere” (Frank Ostaseski). 8 da Casa Madre 07-08/ Luglio-Agosto 2017

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PAOLO E BARNABA BARNABA E LA TRADIZIONE MILANESE p. Giuseppe Ronco, IMC La presenza di cristiani a Milano è attestata archeologicamente fin dall’epoca apostolica. Nella basilica di S. Eustorgio si trova una lapide, che ricorda la presenza del primo fonte battesimale di Milano, costruito nei tempi apostolici lungo un fiumiciattolo chiamato Vettabbia, e utilizzato da Barnaba. Un’altra lapide con l’elenco dei vescovi è presente nella navata meridionale del Duomo. La nascita dell’Arcidiocesi di Milano viene indicata al  I secolo, proprio per il fatto che la presenza dei cristiani in questo periodo è archeologicamente accertata. La presenza di cristiani nell’epoca apostolica è accertata archeologicamente e la tradizione  fa risalire le prime predicazioni cristiane a Sant’Anatalone o addirittura a San Barnaba apostolo nel 53. di Ansperto (868-881). Ma la storia della diocesi di Milano rimarrà profondamente legata alla figura di  Sant’Ambrogio,  vescovo  della città dal  374  al  397, conosciuto sia in Oriente che in Occidente per la predicazione della  Parola di Dio, l’attenzione ai problemi della  giustizia sociale, l’accoglienza verso le persone provenienti da popoli lontani, e la denuncia degli errori nella vita civile e politica. Il rito ambrosiano prende l’avvio da Ambrogio e si stratifica nella liturgia milanese. La sua legittimazione definitiva si ebbe con il Concilio di Trento e che l’anima del Concilio fu il vescovo di Milano san Carlo Borromeo. La cronotassi dei primi vescovi è incerta per i primi secoli, ma accettando la veridicità dei nomi dei primi vescovi trasmessi dalla tradizione a partire da Anatalone, gli studiosi ipotizzano che Milano come Diocesi sia stata istituita all’inizio del III secolo. La Chiesa di Milano viene chiamata per la prima volta “Chiesa ambrosiana” durante l’episcopato La tradizione milanese Un’antichissima tradizione attestata da alcuni cataloghi bizantini sui Discepoli del Signore (VII-VIII secolo) e ripresa nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine (1260), narra dell’arrivo di Barnaba a Milano il 13 marzo dell’anno 53. Accompagnato da Paolo per da Casa Madre 07-08 / Luglio-Agosto 2017 9

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l’annuncio del Vangelo, non osò entrare epoca medievale, la tradizione della fondazione subito in città, ma si fermò nelle boscaglie di della Chiesa milanese a opera dell’apostolo di Porta Orientale. Cipro venne usata in chiave propagandistica per Al suo passaggio la neve si scioglieva, e miracolosamente, sbocciavano i primi fiori. Improvvisata una rudimentale croce di legno riaffermare un concetto di pretesa superiorità sulle altre grandi sedi arcivescovili dell’alta Italia, fino al punto d’equiparare la cattedra di Milano e fissatala in una pietra forata di origine celtica,  a quella di Roma. cominciò a predicare e fare proseliti. Barnaba  non osava entrare in Milano per non essere obbligato a sacrificare alla statue di dei pagani che troneggiavano agli ingressi della città. Diverso tempo dopo, in una bella giornata di quasi primavera, Barnaba, impugnando Cesare Alzati , ad esempio, ricordando come la tradizione relativa ai viaggi italiani di Barnaba non sia stata inventata in ambito milanese ma sia circolata inizialmente in Oriente, sottolinea come l’area greca guardasse alla metropoli la croce, decise di fare  una processione lombarda come a un vero e proprio punto di intorno alle mura durante la quale tutte le riferimento della cristianità, soprattutto dopo il statue caddero in pezzi. Barnaba entrò allora magistero ambrosiano. «Sicché, lungi dall’essere in città, fermandosi a Porta Ticinese per il frutto di un orgoglioso particolarismo celebrare i primi battesimi. ecclesiastico», spiega lo storico, «la tradizione Partito da Milano,  lasciò ai milanesi come pegno di fede, la sua croce di legno, infissa nella pietra rotonda; pietra che ancora oggi si può ammirare,  a metà della navata nella agiografica dell’episcopato milanese di Barnaba può essere considerata espressione singolarmente eloquente della percezione che l’Oriente greco, attorno agli inizi dell’VIII secolo, ebbe della Chiesa di Santa Maria del Paradiso, a porta realtà ecclesiastica latina». Vigentina, con le sue tredici scanalature radiali, indicanti il giorno in cui Barnaba giunse a Milano. La storia ha  da sempre considerato i fatti come leggendari, ma la tradizione  popolare meneghina ha continuato per secoli a festeggiare tale data con grande solennità e astensione dal lavoro. San Carlo Borromeo nel 1583 confermò come “dies festibus” il giorno 13 marzo che, oltre ai fiori di Barnaba, ormai ricordava l’inizio della primavera. San Barnaba, l’Apostolo Luca Frigerio, curatore della sezione culturale dei media della Diocesi di Milano, nel suo studio Come e perché nacque una tradizione che voleva fare di Milano la seconda Roma, dà queste interpretazioni. “Non è semplice cercare di scoprire come e perché sia nata e si sia diffusa la leggenda relativa alla presenza di san Barnaba a Milano. Soprattutto in 10 da Casa Madre 07-08/ Luglio-Agosto 2017

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In realtà, le uniche rivendicazioni storiche pervenuteci circa l’origine apostolica della sede ambrosiana non poggiano né su Pietro né sul primo vescovo di Milano Anatalone, ma sul maestro di quest’ultimo e cioè proprio su san Barnaba. Costui pur non essendo uno dei dodici, fin dai primissimi secoli era universalmente venerato come apostolo, in virtù dello speciale mandato che aveva ricevuto assieme a Paolo. Ciò nonostante, il nome di Barnaba compare collegato a Milano per la prima volta solo in epoca già tarda, in alcuni opuscoli greci contenenti il catalogo dei discepoli di Cristo, comunemente designati, del nome del loro preteso autore, come Pseudo Epifanio e Pseudo Doroteo. La notizia venne poi ripresa e messa a frutto dell’anonimo autore del primo e più importante tra i testi milanesi a noi giunti sull’ apostolato di Barnaba nella città lombarda: il Libellus de ditu civitatis Mediolani composto tra la fine del X secolo e gli inizi dell’XI. È da qui che in seguito trasse ispirazione tutta la successiva tradizione sulla predicazione milanese del santo cipriota. Landolfo Senitore, nella sua Historia mediolanensis, scritta attorno al 1085, assocerà il nome di Barnaba a quello di Ambrogio, per ribadire come in virtù di quei due “giganti della fede”, tutte le Chiese del Nord d’Italia dovevano considerarsi spiritualmente soggette a quella di Milano”. Barnaba Apostolo, nel rito ambrosiano Tre secoli dopo questa tradizione agiografica era (Cfr Claudio Magnoli, San Barnaba) attestata in ambito milanese, dando sviluppo «San Barnaba, apostolo e primo vescovo milanese».  Con questo titolo il Calendario del Messale Ambrosiano edito dal cardinale Giuseppe Pozzobonelli nel 1751 riportava, nella data dell’11 giugno, la  festa di colui che gli Atti degli Apostoli descrivono come un «uomo virtuoso, pieno di Spirito santo e fede»(11,24). ad alcuni tratti della pietà religiosa come la peregrinatio al fonte battesimale utilizzato da san Barnaba, presso la basilica di Sant’Eustorgio o la festa del 13 marzo (popolarmente el tredesin de marz), nata per commemorare ingresso in città dell’apostolo e la sua prima predicazione alla popolazione milanese. I Cataloghi apocrifi del 70 discepoli, scritti tra il VII e l’VIII secolo, indicano Barnaba come primo vescovo di Milano, giunto in questa città dopo aver predicato per un certo tempo a Roma.  Nel Rito Ambrosiano, san Barnaba (11 giugno) è celebrato con il titolo di apostolo, e con il grado di festa rispetto alla semplice memoria romana. I testi della liturgia eucaristica e dell’ufficio divino risultano, per buona parte, comuni con da Casa Madre 07-08 / Luglio-Agosto 2017 11

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quelli del rito romano e sono ispirati principalmente ai passi degli Atti degli Apostoli che hanno Barnaba e Paolo come protagonisti dell’evangelizzazione dei popoli. Unico testo proprio ambrosiano è il prefazio. Il tema principale rimane quello dell’annuncio della verità del Vangelo a tutti i popoli:  «Dalla comunità dei credenti nel Cristo la voce arcana del tuo Spirito elesse san Barnaba, associandolo a Paolo e al collegio apostolico, e lo inviò ad annunziare la verità del Vangelo perché la redenzione e la vita fossero predicate a tutte le genti». Nella Chiesa di Milano Barnaba sarà sempre venerato. Illuminandola con la forza della sua testimonianza, la Chiesa ambrosiana che vede in lui, seppure solo idealmente, le sue origini. 12 da Casa Madre 07-08/ Luglio-Agosto 2017

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L’ALLAMANO NELLE TESTIMONIANZE TESTIMONIANZE LE “SECCATURE” DEL FONDATORE P. Francesco Pavese, IMC Non sapevo come intitolare questo articoletto, che è un po’ particolare. Stavo per scrivere “Le arrabbiature del Fondatore”, però la parola mi pareva esagerata, perché da nessuna parte appare che il Fondatore si sia mai arrabbiato. Comunque una cosa è certa: in alcune occasioni, anche se rare, il Fondatore dimostrò di essere un po’ “alterato”. Vedendolo anche sotto questa luce, il nostro Padre appare più umano e ci piace di più. Un particolare vorrei sottolineare: la ricchezza interiore del Fondatore si è dimostrata molto bene anche in queste occasioni. Di alcune, purtroppo non si conosce la conclusione, ma di altre si sa che il Fondatore ha messo le cose a posto, per non lasciare l’amarezza nel cuore delle persone. Vediamo alcuni casi, come sono stati percepiti dai testimoni che li hanno riferiti. Carattere sensibile. Di questo particolare aspetto del carattere del Fondatore ha già detto qualche cosa, in passato, parlando della sua “sensibilità”. Tuttavia, per inquadrare meglio quanto sto proponendo è utile ricordarlo anche qui. Sappiamo che l’Allamano “sentiva” molto, come assicurano quanto lo conobbero. Per esempio, ecco quanto riferì il P. Enrico Pradotto, Lazzarista: «Il canonico non era un apatico ed insensibile; in certe circostanze forse scontento per qualche inconveniente si vedeva come un tuffo di sangue infuocargli il viso; ma padrone di se stesso si dominava perfettamente; mai gli usciva di bocca un motto marcato; e non si alterava il tono della sua parola». Sr. Ferdinanda Gatti, una delle prime missionarie, alla domanda se l’Allamano avesse un naturale mite rispose: «Non credo che avesse un naturale mite. A me apparve sempre vivace». Inoltre: «In occasione delle partenze soffriva nel vedere allontanarsi i suoi figli e le sue figlie e soleva ripetere che non ci si abitua ai distacchi. Diceva: “Il cuore non invecchia”». Ed ecco la dichiarazione entusiastica di una figlia che stravedeva per il Padre: «Carattere piemontese con tutte le perfezioni senza i difetti». Del resto, lo confidò l’Allamano stesso al P. Domenico Ferreto: «Non credere mica che sia male avere un cuore sensibile. Anch’io sono così e sento tanto». Non c’è quindi da meravigliarsi se, qualche volta, il Fondatore reagiva. Verrebbe da dire: meno male! Una sgridata fuori posto. P. Giovanni Battista Cavallera, sapendo che bisogna testimoniare anche “cose sfavorevoli” al Fondatore,riportò un episodio udito dell’ex convittore Teologo Giuseppe Boris, Cappellano Militare Capo e, in seguito, nominato da Casa Madre 07-08 / Luglio-Agosto 2017 13

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Monsignore. Abitava a Snfrè e, alcune volte il P. G. B. Cavallero, assieme al parroco, andava a trovarlo. Riporto testualmente le parole del manoscritto che si trova in archivio, anche se non fa piacere leggerle: «Una volta fra le tante si parlava del C. G. Allarmano, delle sue virtù ecc. Una volta o due questo Teologo Boris disse: “Io non darei mai il mio voto per far canonizzare il C. Allarmano. Perché una volta mi ha fatto una sfuriata senza voler ammettere ragioni, che io ero innocente di quella cosa. Ero al Convitto ancora giovane sacerdote; una mattina dovetti celebrare più tardi del solito, fatto il mio ringraziamento andai a prendere un po’ di caffè e far un po’ di colazione come si faceva da tutti i convittori; nel mentre che stavo alla roda per aspettare che mi servissero, che poi la roda gira e c’è tutta la colazione preparata, oppure solamente il caffè, non mi ricordo più bene. Ecco il Sig. Rettore arriva proprio lì, tutto infuriato. Ecco, disse, ecco finalmente l’ho preso colui che viene più volte per mattina a prendere il caffè: No, Sig. Rettore, gli dissi, io non so; ma non sono mai venuto due volte, questa mattina sono qui perché ho dovuto celebrare più tardi; ma non mi ha dato ascolto, e se ne andato tutto infuriato. Mi ha fatto tanto dispiacere, che mai darei il mio voto per farlo canonizzare». No si ha notizia di come sia finita la questione, ma sta di fatto che a questo sacerdote non era passata la reazione interiore anche dopo tanti anni. Forse la questione è finita proprio come aveva immaginato P. G. B. Cavallero nella conclusione della testimonianza: «Ed ora anche lui Mons. Giuseppe Boris è pure già morto; e darà il suo voto direttamente al Canonico Allarmano; e si saranno tutti due incontrati bene in Paradiso». Che il teol. G. Boris abbia conservato il rancore è confermato da un’altra testimonianza, che riporta, con qualche particolare diverso, il medesimo episodio. P. Emilio Oggè riferì di una conversazione fatta a Sanfrè con questo sacerdote nel 1937, il quale gli assicurò che l’Allamano gli fece una «palese ingiustizia» quando era convittore. Se la prese anche con chi ne scrisse la biografia dicendo «tante cose non vere». P. E. Oggè rimase molto male udendo queste dure parole contro l’Allamano. Una specie di ribellione dei convittori. Don Giovanni Bsattista Ressia, nipote del Vescovo di Mondovì, convittore, nella sue memorie narrò di quando i convittori si lamentarono della scarsità del vitto, mentre l’Allamano non sapeva nulla e nessuno dei responsabili lo aveva avvisato. Finalmente, dopo una riunione tra i convittori, don G. B. Ressia ne parlò al Rettore, il quale si lamentò della specie di ribellione e di non essere stato avvisato, ma provvide subito. Purtroppo la cosa si seppe fuori e l’Allamano venne criticato perché pensava più ai missionari che ai convittori. Lo stesso Don G. B. Ressia riferì che, un mattino di Quaresima del 1911, siccome i convittori facevano più rumore del solito nello studio, l’Allamano entrò e, serio ma senza alterarsi o con parole forti o sconvenienti, li riprese, dicendo che è il disgusto più grande che ha avuto in tutti gli anni del suo rettorato in convitto. Disse anche che ha ricevuto osservazioni da fuori e che lo rimproverano di pensare più alle missioni che al Convitto, per cui la disciplina ne risente. Disse ancora che è colpa di pochi, che gli sono imposti di superiori e che lui non vorrebbe. Questo rimprovero fece effetto, tanto che, in seguito, ringraziò i convittori che avevano fatto frutto del suo rimprovero. 14 da Casa Madre 07-08/ Luglio-Agosto 2017

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Un po’ eccitato. Un altro convittore, il Teol. Rossetti Michele, ha affermato: «Molto umile. Non si metteva mai in vista. Qualche volta qualche scatto. Venne a dare avvisi in studio un po’ eccitato. Parlava chiaro a tutti, alti e bassi, né aveva peli sulla lingua. […]. A trattare in camera il Can. Allamano era affabilissimo; pochi sono così affabili. […]. Esternamente, cioè in pubblico, invece, non appariva così affabile; era di solito serio». Scontento del testamento. Il teol. Matteo Martini assicurò che il Can. Gunetti, economo alla Consolata, non fu soddisfatto, anzi parecchio contrariato, per il testamento del Can. Allamano. «Dopo tanto servizio alla Consolata si attendeva maggior riconoscimento. Già si era lamentato quando l’Allamano aveva fatto Canonico al suo posto al Duomo Baravalle». Sono venuto a chiedere perdono. Ritengo che questo sia l’episodio più significativo. Era il pomeriggio del 26 giugno 1921 e l’Allamano entrò, non atteso, nel cortile delle missionarie, mentre mons. Filippo Perlo preparava le casse da spedire in Kenya con l’aiuto delle suore. Faceva caldo, e monsignore aveva fatto comperare il gelato. Il Fondatore si trovò di fronte allo spettacolo delle suore accaldate che mangiavano il gelato con mons. F. Perlo. Tutti lo salutarono, ma lui, senza salutare, andò diritto nella sala dove teneva gli incontri. Le suore accorsero accorte del suo disagio e lo seguirono subito. È in questa occasione che pronunciò quella frase molto forte: «Io voglio spirito di fede e che si faccia tutto con questo spirito. Il mio spirito l’è nen ‘d fé ‘1 faseul (non fare scherzi, né fare il folle). Sono io incaricato di darvi lo spirito; e nessuno può arrogarsi di modificare anche solo qualche cosa riguardo al vostro spirito. La superiorità delle suore è sempre mia, finora non l’ho ancora ceduta a nessuno. Io do il mio spirito a quelli che sono uniti a me». Il giorno dopo tornò. Ecco la testimonianza di Sr. Ambrosina Riccardi, una delle missionarie presento al fatto: «[Giunto in casa madre] chiese alla portinaia di radunare le professe in un’aula. Dopo cinque minuti entrò. Era pallido ed emozionato: “Siete qui, siete qui - Sia lodato Gesù Cristo”. -“Benvenuto, padre, Benvenuto”. Si inginocchiò, fece il segno di croce, guardò il quadro della Consolata. Poi disse: “Son venuto a chiedere perdono dell’atto di impazienza di ieri. Sono stato irascibile”. Continuò dicendo altre cose che non ricordo bene. Ci tenne comunque a sottolineare che era stato uno scatto non dovuto. Poi disse anche: “Mettiamo tutto davanti alla Consolata”. Di lì capii che non ne dovevamo parlare. Né mai lo facemmo tra di noi, né con altri. Questa è la prima volta che lo racconto. Prima di uscire ci ha chiesto perdono di nuovo: “Non prendete cattivo esempio da me, ad ora vi dò la mia benedizione”, noi tutte scopiammo a piangere». Chissà quale faticafecero queste suore a non parlare del fatto durante la vita del Fondatore, ma ci riuscirono! Conclusione. Ritengo questa conclusione più importante di tutto l’articolo. Ho raccolto in queste due paginette tutto ciò che ho trovato su questo aspetto della personalità del Fondatore. Nella sua vita, è vero, non ha accontentato tutti e, purtroppo, ha pure deluso qualcuno. Se, però, avessi voluto riportare le testimonianze sulla sua delicatezza, affabilità, accoglienza, cortesia e perfino tenerezza, avrei dovuto scrivere non due, ma venti pagine e anche molte di più. da Casa Madre 07-08 / Luglio-Agosto 2017 15

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