L'Avv.Luigi Bellazzi di Verona scrive al Procuratore Generale di Venezia

 

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Denuncia sulla malafinaza nel Veneto

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Denuncia sulla malafinaza nel Veneto: l'Avv.Luigi Bellazzi di Verona scrive al Procuratore Generale di Venezia.

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Racc. A/R Anticipata per POSTA ELETTRONICA Verona,15 giugno 2017 Egregio Signor PROCURATORE GENERALE della Repubblica Presso la Corte d’Appello di VENEZIA e p.c. A quel popolo di Santi, Eroi e Navigatori nella rete informatica Oggetto: Criminalità organizzata e malafinanza (alla c.a. del Dr. Antonino Condorelli) Mi rivolgo con questo esposto alla Funzione e non alla persona. Ho atteso fosse terminata la campagna elettorale amministrativa, per evitare l’accusa a questa lettera - esposto di strumentalità partitica. Sig. “Generale i nostri rispettivi Colleghi scommettono che anche la presente lettera finirà nel “cestino dei pavidi”, come tutto quello che abbia riguardato sino ad oggi la criminalità della grande finanza nel Veneto. Io pure scommetto dalla parte dei “Colleghi”, ma non voglio privarmi dell’illusione di incontrare un Giudice a “Berlino”. Ribadisco quello che ho già scritto pubblicamente (come ad es. al Direttore de L’Arena, al Prefetto di Verona, all’allora A.D. della “Popolare” Pierfrancesco Saviotti) che la gravissima crisi del sistema bancario nel Veneto (e non solo) evidenziatasi con i “fallimenti”: delle Banche popolari di Vicenza (Bpvi), di Montebelluna (Veneto Banca) e in pratica del dissesto del Banco Popolare di Vr., abbia confermato che la causa principale per il naufragio del mondo creditizio non sia imputabile all’ “economia” né ai marziani, né alla crisi dei mercati. Il naufragio del sistema creditizio in Italia, e nel Veneto in particolare, è principalmente dovuto alla pratica quotidiana della illegalità (sostenuta dalla convinzione dell’impunità) da parte dei banchieri e dei dirigenti loro reggi bordone. Malfattori che delinquono impunemente sotto gli occhi di tutti. Bilanci falsi, assemblee manipolate, liste civetta, sindaci compiacenti, società di revisione colluse, dirigenti complici. Stampa locale comprata con inserzioni pubblicitarie e finanziamenti anomali alle Società editrici (come ad es. la Società Athesis editrice de L’Arena e de Il Giornale di Vicenza) articoli di giornali “indipendenti”, in realtà fotocopie di false comunicazioni sociali.

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La pratica della illegalità, la violazione delle regole è una metastasi che parte dal Banchiere (Presidente e/o A.D.) e giù giù, si diffonde fino all’ultimo dei fattorini .Tutti “rubano” (nel senso che non fanno il proprio dovere) sulla base della considerazione: “perché non devo profittarne anch’io?” Questi fatti criminosi nel sistema della finanza veneta (perché non può non esserci un sistema, organizzato da “menti raffinatissime”) sono tutt’ora la regola e non l’eccezione. É la regola (non l’eccezione) nel sistema della finanza (veneta e non solo veneta) che le migliori professionalità siano normalmente al servizio della peggiore criminalità economico finanziaria. Tutti i dissesti, in particolare quelli delle banche, non nascono dalla sera alla mattina, ma affondano le radici in decenni di malagestio (aggravandosi nel tempo in misura esponenziale). Questo accade grazie a Controllori che non controllano, Revisori che non revisionano, Ispettori che non ispezionano, Amministratori che non amministrano con le dovute regole di: correttezza, trasparenza, onestà. La giustificazione è sempre la stessa, ovvero che l’”uno” si sarebbe fidato ciecamente delle carte degli “altri”. Le scuse del “son mona”, o “no podo mia far el polisioto”, invocate da Professoroni e Avvocatoni, oni oni,diventa la via facile e ridicola quanto assolutamente inverosimile per scamparsela dalle manette. Difficile credere alla scusa del “son mona”, quando si vantano curricula stellari che giustificavano altrettanti stellari compensi. Altrettanto incredibile la scusa di “ non posso fare il poliziotto. Quando Controllori, Revisori hanno poteri illimitati di accertamento e a disposizione in Banca mezzi informatici con programmi spaziali. Ma per i “Professionisti delle scuse”, quanto all’esercizio dei loro poteri-doveri, oltre ai mezzi a disposizione, sembra siano tutti improvvisamente ritornati alla carta penna e calamaio di ottocentesca memoria. In realtà nell’era della rete informatica basterebbe una tavoletta (c.d.“tablet”) per accedere istantaneamente tra milioni di dati così da scoprire all’istante tutto quello che interessa per verifiche, riscontri etc.. Questa situazione (eh diciamola tutta una buona volta), vede la responsabilità principale in una magistratura inquirente che in questi ultimi anni ha dato la peggiore immagine di sé, come non la si vedeva dal dopoguerra quando i pubblici ministeri facevano a gara nell’ ignorare i crimini dei partigiani nei confronti dei Fascisti, oppure nelle non indagini di mafia in Sicilia degli anni ’50 e ‘60. Non aver colto da parte della magistratura inquirente, in questo ultimo decennio, quegli innumerevoli segnali per dare seguito ad indagini basate su fondati sospetti di gravi reati come i falsi in bilancio e le ancora più false comunicazioni sociali, truffe, concussioni, appropriazioni indebite, beh tutto

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questo è imperdonabile ed ha creato un baratro (irreversibile?) nel rapporto di fiducia tra il Popolo italiano con gli Ordinamenti Giudiziari e professionali. L’intreccio tra banche e finanza (Assicurativa ad es.) l’intersecarsi di rapporti tra tutte le diverse province della Regione Veneto, l’omertà reciproca tra i diversi personaggi (simul stabunt, simul cadent), il permanere nella gestione e il mantenere un potere finanziario che assume così carattere intimidatorio, il conseguente possibile concreto occultamento delle prove, il possibile condizionamento dei testimoni. Gettare magari fumo negli occhi degli azionisti derubati, con cause civili di responsabilità “miliardarie” che dureranno decenni. Guarda caso tutte cause civili promosse con i soliti difensori di Banche e Banchieri, accompagnate dalla dimenticata (?) richiesta preventiva dei sequestri sui patrimoni dei criminali della finanza e delle loro “teste di legno” (nemmeno un bottone è stato ad oggi sequestrato ai tantissimi “Zonin” della malafinanza veneta e ai loro cari, beneficiati dalle “ruberie” in banca). La misura è ormai colma, si rende indispensabile e indilazionabile non solo un Centro investigativo unico per tutto il Veneto (deputata attualmente per legge sarebbe già la Procura Generale presso la Corte d’Appello di Venezia), ma anche l’adozione di metodi investigativi che guardino i fatti nel loro complesso e non singolarmente, così come attualmente accade nelle indagini sulla mafia. Uno squillo di campanello alle due di notte, visto di per sé solo appare come un gesto di maleducazione. Inserito in un contesto più ampio come nei fenomeni mafiosi, quello squillo potrebbe essere un fatto importante a sostegno ad es. di una condotta estorsiva. Analogamente dovrebbero essere viste, nel complessivo contesto della malafinanza organizzata, le indagini volte ad individuare le responsabilità penali dei singoli coinvolti nel sistema criminale che hanno condotto le banche in dissesto, soci sul lastrico ed imprenditori conseguentemente impossibilitati a reperire risorse finanziarie a sostegno delle loro piccole imprese. Questo sistema va indagato con i metodi investigativi propri delle indagini sui fenomeni mafiosi e/o delle associazioni per delinquere (ovvero, leggere i particolari nell’ insieme degli accadimenti). Ricorrendone i presupposti, senza esitare ad impiegare anche la carcerazione preventiva degli indagati (sempre ricorrendone i rigorosi presupposti). Magari ammorbiditane l’arroganza con la sferza del carcere duro (c.d. “41 bis.”).”Mafia capitale” a Roma appare come uno scherzo rispetto al disastro finanziario accaduto in Veneto (il solo Zonin ha rovinato più di centomila risparmiatori che avevano creduto nella “Vicenza” etc.). Codesta Procura Generale non dovrebbe esitare nemmeno per un attimo, con la massa sterminata di elementi accusatori raccoglibili nelle indagini, a chiedere il sequestro, la messa in sicurezza nell’interesse delle vittime, degli ingenti patrimoni formalmente intestati ai prossimi congiunti (eh il riciclaggio in proprio e con i congiunti??) di banchieri e finanzieri, assieme ai loro più stretti collaboratori (Amministratori delegati, dirigenti e teste di legno nei C. di A. almeno nell’ultimo decennio).

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La gente, il popolo, in nome del quale dovrebbe essere amministrata la Giustizia, si domanda leggendo della apparente “fuffa” di Mafia Capitale (rispetto alle centinaia di migliaia di vittime colpite in Veneto dai dissesti bancari): perché “Er Cecato” sì, (ristretto in galera) e un “Zonin” no? (Forse che i “Zonin” della malafinanza veneta si sono auto imprigionati in un qualche esclusivissimo e lussuosissimo circolo del “Golf”?) Questi banchieri non possono continuare a vivere nell’oro (ville, Castelli, servitù e autisti a disposizione) quando le loro vittime sono ridotte alla fame, sentendosi oltretutto derise dai Responsabili della loro rovina. Chi ha dato fiducia ai banchieri ieri, oggi non ha più il pane per i figli, né ha più quel tesoretto accantonato privandosi negli anni persino del caffè con gli amici, per il “dopo di noi ”, da destinarsi un domani al prossimo congiunto con disabilità. I numeri sono impressionanti, l’allarme sociale che ne consegue spaventoso. Scrivono Andrea Greco e Franco Vanni (giornalisti di Repubblica) nel loro libro “banche impopolari” - inchiesta sul credito popolare e tradimento dei risparmiatori: “Non fosse per il finale tragico, la storia di Antonio Bedin (operaio comunista morto suicida per aver perso tutto investendo i risparmi di una vita nelle azioni della Popolare di Vicenza n.d.r.) sarebbe identica a quella di tanti dei 118.000 soci della banca vicentina (Bpvi, n.d.r.), che dall’oggi al domani si sono trovati in mano titoli privi di valore…”. Quel disgraziato di Bedin, operaio alla Ferroli, segretario di sezione del P.C.I., aveva investito tutti i risparmi di una vita di lavoro, 400 mila Euri, impiegandoli nell’ acquisto di azioni della “Vicenza”. Alla fine il Poveretto si è ritrovato in “tasca” 640 Euri!! Nel frattempo Giovanni Zonin, il “Gianni” per gli amici a Cortina, continuava a dividersi tra meravigliose tenute (intestate ai figli?) e ancor più meravigliose ville (intestate a Società di comodo?).Forse si potrebbe organizzare una colletta per pagare il biglietto del volo aereo al “Gianni”, destinazione Dubai. Lì “Elisabetto” Tulliani a sua volta, potrebbe organizzare il Comitato di ricevimento per la prima ospitalità. E quegli altri, le vittime di “Veneto Banca”: 87.502 soci. Nella primavera del 2016 (scrivono Greco e Vanni) le azioni valevano ciascuna 40.75 Euri, oggi valgono 10 centesimi (solo promessi, forse, chissà). “… chi è messo peggio sono i 207.000 vecchi soci della “Vicenza” e di “Veneto Banca. Le due banche hanno venduto azioni ai propri soci per 8.5 miliardi di Euri. Soldi che non esistono più…” (Banche impop., pag.150). Gli almeno 50 mila soci veronesi del Banco Popolare che hanno visto le azioni crollare da 38.7 Euri a venti centesimi. Scrivevano due Euri, perché i Furbi del Banco avevano accorpato 10 azioni in una. “Tu” vaglielo a spiegare

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”l’accorpamento” al “poro can” legato alla tradizione secolare dell’investimento sicuro nelle azioni della “Popolare” di Verona, come nelle azioni della “Vicenza”. Gli innumerevoli personaggi coinvolti nel disastro delle Popolari venete lanciano ombre sinistre persino su Giudici e Magistrati : Il presidente di Adusbef il parlamentare Lanutti dichiara:”… l’inerzia della Procura di Vicenza, che non ha impedito, seppur sollecitata, la più grande truffa dal dopoguerra mai realizzata in una sola regione, la cui inerzia collusiva (della Procura di Vicenza, n.d.r.) vecchia e nuova ha lasciato a piede libero tutti i protagonisti del più grande crac di sempre, di molto superiore a quello d Parmalat, nella Regione Veneto…” (Banche impop. pag.49). Ci aggiunge un carico da undici l’ex GIP Cecilia Carreri:”… Se la Procura (di Vicenza) mi avesse lasciato lavorare, oggi i risparmiatori della banca (Bpvi, ndr) non sarebbero in questa situazione…” Il Procuratore Capo di Vicenza, Antonio Foiadelli chiede l’archiviazione delle denunce contro Zonin (poi Foiadelli viene trasferito a Treviso ove aveva sede proprio “Veneto Banca”). Nel 2011 Foiadelli lascia la magistratura e tre anni dopo viene nominato nel C. di A. della Nordest Merchant di B.pvi (pag. 49). Anche l’allora Sostituto Angela Barbaglio, ora “premiata” come Procuratore Capo a Verona, chiedeva l’archiviazione delle denunce contro il Gianni Zonin. Nella banca di Zonin vi finisce a collaborare anche l’ex Presidente della Corte d’Appello di Venezia Manuela Romei Pasetti. Un magistrato non solo deve essere, ma anche apparire, libero da condizionamenti. Affidare (consentire che proseguano) indagini locali a magistrati marchiati dall’ombra del sospetto per una “inerzia collusiva” non appare proprio opportuno. A questo punto non si vede come non possa essere esercitato dalla Procura Generale il diritto dovere della avocazione di eventuali indagini nel frattempo intraprese dalle procure locali, promuovendone anche di proprie. Adesso basta con questo brodo di lacrime e passiamo ai fatti che ben potrebbero essere posti a fondamento di una seria quanto severa indagine penale sull’intero mondo della finanza nel Veneto. Sono tutte circostanze note e “stranote”. Questo è un esposto dove riferisco la scoperta dell’” acqua calda”. A meno che Qualche magistrato inquirente, per giustificare la propria inerzia, non voglia far credere di aver vissuto per tutti questi anni sulla luna, di non aver mai letto un giornale, un libro, ascoltato una radio o guardato una televisione, allora sì che quanto scrivo potrebbe destare meraviglia in quei magistrati “lunari”. Eh come tuonavano gli avvocatoni di un tempo: “Valga il vero!”. A) Partiamo dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Vr.Vi.Bl e An. .

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La “Cassa” prima di “entrare” in Unicredit (1997) valeva all’incirca 1.500 miliardi di lire del tempo. Dopo l’ingresso in Unicredit ne pesava circa il 6.7% del Capitale sociale (la “Fondazione” era allora il socio di maggioranza relativa di Unicredit). Adesso la Fondazione Cassa di Risparmio è precipitata a solo l’1,8% del Capitale sociale di Unicredit. Paolo Biasi Presidente della “Fondazione” (incaricato di pubblico servizio?? confermerebbe la Cassazione 2016) socia di maggioranza relativa in Unicredit, operava (Paolo Biasi) con uno spaventoso conflitto di interessi (coperto dalle sue “teste di legno”- facilmente individuabili nei vari C. di A. di Unicredit e delle partecipate). Le aziende del Gruppo Biasi, nonostante fossero decotte da anni e anni, venivano abusivamente finanziate (oltretutto si trattava di parti correlate) da Unicredit, senza alcun rispetto del presupposto “merito creditizio”, elemento rinvenibile dai criteri interni per il rischio di credito, c.d. “rating”. Coincidente e presumibilmente conseguente al conflitto di interessi del Socio di maggioranza relativa, l’allora Amministratore Delegato di Unicredit, il compagno Alessandro Profumo, si faceva riconoscere un compenso giornaliero pari a 700 giorni lavorativi di un dipendente allo sportello . Tanto per dare una unità di misura per il buon senso: il Primo Presidente della Corte di Cassazione (alla carica ve ne arriva uno solo, su novemila giudici in Italia) guadagna otto volte lo stipendio di un Giudice di prima nomina. Poi dopo aver portato Unicredit sull’orlo del fallimento, con un crollo del valore del titolo azionario in borsa del 90%, Profumo riceveva una liquidazione di 42 milioni di euri (nonostante Banca d’Italia avesse accertato che la liquidazione fosse esagerata). Il gruppo Biasi poi finiva praticamente in fallimento, lasciando un buco nella sola Unicredit di oltre 18 milioni di euri (15 milioni di scoperti molto probabilmente su anticipi fatture e 3 milioni per un finanziamento ponte, quei finanziamenti “ponte” che non vengono mai in pratica concessi ai piccoli imprenditori). Su fatturati complessivamente modesti del Gruppo Biasi, 15 milioni di “buco” su anticipi fatture, anche al più sprovveduto bancario fanno sorgere il dubbio che sia stato richiesto alla Banca di anticipare del “foglio” fasullo (consueto “giro di fumo” con crediti inesistenti, artifici che differiscono il dissesto, aggravandolo in misura esponenziale). 18 milioni di “buco” in Unicredit vogliono dire almeno trenta milioni di minor credito disponibile sulla piazza di Verona (per via dell’accantonamento prudenziale reso obbligatorio da “Basilea”). Quando un cliente porta il c.d. “foglio” in banca per l’anticipazione, al minimo dubbio parte almeno una telefonata o la raccomandata per la conferma del credito. Vi sarebbero state almeno 15 milioni di ottime ragioni per chiedere la conferma dei crediti indicati sul “foglio” portato in Banca per l’anticipazione. Molto probabilmente tutto ciò non è accaduto. Perché? Perché con tutti si (controlli, verifiche) e con Biasi no? Sarebbe stato preferibile per rialzare le sorti dell’economia veronese, sorteggiare mille tra artigiani e piccoli imprenditori, erogando 30 mila Euri ciascuno per investimenti strutturali, aggiornamenti professionali, studi dei figli etc. etc. Certamente quelle persone umili e modeste si sarebbero dannate l’anima, ma avrebbero restituito fino all’ultimo centesimo il finanziamento ricevuto.

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Il “povero” Ing. Paolo Biasi, nel frattempo si consola nel suo castello nel Paese più bello del mondo (Torri del Benaco). Ci vuol niente a sospettare fondatamente che l’enormità dei compensi ad Alessandro Profumo in realtà non fossero stipendi ma che, con ogni probabilità nascondessero un “prezzo”. Il prezzo corrisposto a Profumo per aver spacciato attraverso Unicredit, nell’intera Europa quella droga finanziaria che si chiama “derivati ”, rastrellando i risparmi di cittadini italiani e della Comunità Europea. Non aggiungo nulla di nuovo, la trasmissione Report, il libro di Luca Piana, “La voragine” ne sono la conferma. “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”. La trasmissione della Gabbanelli riferiva anche della raffineria per la realizzazione della droga finanziaria (derivati), la famosa UBM (Unicredit banca mobiliare) trasferita a Monaco di Baviera da Milano. In Ubm vi lavoravano Ingegneri finanziari, matematici . Tutti al lavoro per creare raffinatissimi “pacchi” per i clienti abbagliati da falsi ricchi guadagni e comunque minacciati condizionando l’erogazione di mutui alla sottoscrizione di contratti “derivati”. I gravissimi rischi per l’economia connessi alla diffusione dei derivati erano già stati preannunciati ancora nei primi mesi del 1996 dalla rivista “Antibancor” pubblicata da Franco “ Giorgio” Freda. “ Ma era un Fascista…” . Eh allora se un fascista scrive che all’alba sorge il sole e all’imbrunire tramonta, perché è un fascista mica bisognerebbe credergli? “Ma i derivati sono strumenti finanziari utili se impiegati correttamente “. Anche la droga se impiegata correttamente può avere una funzione terapeutica. É l’abuso, praticato dalla quasi totalità dei consumatori, che ne fa rendere vietato il consumo. Lo stesso abuso che vi è stato nell’impiego di questi strumenti finanziari chiamati derivati. B proseguiamo con la Banca popolare di Vicenza. Qui la vicenda si intreccia con la Cattolica Assicurazioni di Verona . Il Presidente di Cattolica (Paolo Bedoni) era Vicepresidente della “ Vicenza”, ”Vicenza” era socia di Cattolica”. Quando si sospetta che le migliori professionalità siano al servizio della peggiore criminalità, elementi a conforto del sospetto ve ne sono a iosa. Un tempo Zonin gridava ai quattro venti: “ Fuori c’è la crisi ma le nostre azioni salgono” (www.linkiesta.it 1/3/16). “…serviva in effetti qualche m a g h e g g i o per fare comprare un titolo che nel giro di un paio d’anni è passato da un valore di 62.5 Euri a 0,1 E…” aggiunge Repubblica:” La Vicenza è una banca non quotata e dal 2011 il C. di A. ha pagato professionisti definiti indipendenti per assegnare un valore alle azioni…”E chi sarà mai stato il Mago del m a g h e g g i o? Chi era questo mago Zurlì della finanza ? Rivela sempre Repubblica (17/6/2016): “ se ne è quasi sempre occupato Mauro Bini, professore alla Bocconi esperto in valutazioni (??) d’impresa. Scrivono gli ispettori della

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B.C.E.”…i titoli sono stati sempre sovrastimati…” Il Prof. Mauro Bini è tra i massimi esperti mondiali per la valutazione di aziende, Presidente del blasonato Consiglio di gestione O.I.V. (Organismo Italiano di Valutazione), quell’Ente che ha varato i P.I.V. (Principi Italiani di Valutazione). Il Prof. Bini, pontifica: “i P.I.V. si ispirano a quattro principi generali (lo scrive proprio lui): 1)COMPLETEZZA (ovvero, valutazioni fondate su una adeguata base formativa) 2)NEUTRALITA’ (ovvero, valutazioni che non sopra/sottovalutino il risultato) 3)PRUDENZA (cautela nell’affrontare elementi di incertezza, evidenza di un giudizio ragionato ed autonomo) 4)TRASPARENZA (valutazioni ripercorribili nelle diverse scelte che conducono al giudizio finale di valore) Aggiunge il Prof. Bini, Sommo Pontefice delle valutazioni: nel caso di “limiti informativi, l’esperto non può rilasciare una valutazione, ma solo un parere valutativo o nei casi gravi non accettare l’incarico”. Se si scorrono i curricula spaziali del Mauro Bini (prima firma economica de “ Il Sole 24 Ore”) si scopre che si tratta del Professore “So tuto mi”, ordinario in Bocconi, Consigliere di Amministrazione in Mediobanca, tiene un corso (ovviamente in inglese) su “fair value accounting reporting and valuation”, due libri scritti assieme al Magnifico Rettore della Bocconi Luigi Guatri, di cui uno profetico “I moltiplicatori nelle valutazioni delle aziende”. Direttore del CAFRA (Centro ricerca amministrazione bla bla…), componente il Comitato di Redazione della rivista “la valutazione delle aziende”. Da notizie di stampa sembra che Bini si giustifichi sostenendo di aver creduto nei dati contabili che gli venivano sottoposti. Ignorava il Bini gli infiniti segnali di allarme che gli avrebbero dovuto far ritenere poco attendibili i bilanci trionfalistici della “Vicenza”. Uno per tutti, la Popolare di Verona, stesso bacino di clientela, quotata in borsa lì perdeva circa il 90% del valore delle azioni. La Popolare di Verona precipitava nel baratro, mentre quella di Vicenza sembrava ascendere nel Paradiso della finanza. Sarebbe interessante in una indagine acquisire non solo le relazioni di Bini attestanti il valore di 62.5 euri, ma anche le minute delle relazioni dei suoi collaboratori, compensi percepiti, trasferte, tempi impiegati, senza scordare mai compensi e rimborsi spese etc. etc. Era evidentemente cieco il prof. Bini nel non vedere a pag. 69 della “Nota informativa sugli strumenti finanziari” della stessa “Vicenza” dove risultava che il moltiplicatore medio delle azioni delle banche quotate era zero virgola (negativo). In parole povere a pagina 69 della nota risulta che il valore di borsa delle azioni del Banco Popolare di “Verona” (stesso territorio, analoga

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clientela) era dello 0,43% rispetto valore di “libro”, da bilancio. Ovvero da bilancio le azioni del Banco Popolare di “Verona” avrebbero dovuto valere poniamo 100. In borsa valevano solo 43 (meno 57%). Al contrario nella “Vicenza”, le azioni da bilancio avrebbero dovuto valere poniamo sempre 100, ma il bocconiano Prof. Bini attestava che valessero 143 (il 43% in più). É credibile una improvvisa involontaria cecità del Prof. Mauro Bini? Appare verosimile una temporanea incapacità di intendere e volere sempre del Prof. Bini? Oppure non appare fondato il sospetto che il prof. Mauro Bini sia stato complice (consapevole, volenteroso e interessato) dello Zonin per attuare una tra le più gigantesche truffe che la storia d’italia ricordi? Sorprende che ad oggi non risultino azioni di responsabilità, precedute dalla richiesta di sequestro conservativo inaudita altera parte, contro Bini in concorso con Zonin. D’altra parte all’attuale Amministratore Delegato della “Vicenza” Fabrizio Viola, proveniente da quel troiaio del Monte dei Paschi di Siena, non gli si può chiedere di fare causa a sé stesso essendo stato in passato Vice Direttore Generale della “Vicenza”. L’esperienza insegna che il cancro della malagestio affonda le proprie origini nei decenni. Mauro Bini vuol dire Università Bocconi, la più prestigiosa università italiana di economia. Come si può consentire che il Prof. Bini possa continuare nell’insegnamento? Quando il Bini appare al mondo come il primo complice dello Zonin nel truffare centomila soci della “Vicenza”. Negli Stati Uniti così amati dai “bocconiani”, Zonin, Bini e compagnia cantante vestirebbero da tempo, nessuno escluso, le tute carcerarie portando schiavettoni ai polsi saltellando con le catene ai piedi. In Italia questo non accade non perché non ci siano le Leggi, ma perché sono pochi i Magistrati (dalla schiena diritta) che le applichino (le leggi) con sempre equilibrata severità (nessuna persecuzione), come le leggi severe su falsi truffe etc.. Riprendendo la requisitoria pronunciata a Verona nel gennaio 1944 dal Pubblico Ministero Fortunato nello storico processo a Castel Vecchio ”… serve un giudizio del Tribunale che ristabilisca l’ordine morale infranto…” nella gestione della Banca Popolare di Vicenza e di tutta la malafinanza veneta. C) Andiamo avanti con Cattolica Assicurazioni: è tra le Compagnie assicurative più importanti d’Italia. Per esserne soci occorre addirittura dichiarare di professare la religione cattolica. La Cattolica Assicurazioni dovrebbe essere quindi limpida come l’acqua di una fonte battesimale. In realtà la “Cattolica” appare come la strumentalizzazione affaristisca e beluina del Volto di Cristo (per chi crede). Anche qui la Compagnia assicurativa appare come un mezzo per fare affari sporchi (che non sarebbero di sola competenza del Tribunale Ecclesiastico) che puzzano da chilometri e da anni di distanza. Nel suo libro Sabbie mobili, a pag.267 l’ex Amministratore Delegato Fabio Innocenzi rivela che nel 2006 la fusione tra Banco Popolare e “Cattolica” non fu possibile realizzarla perché da un controllo dei dati contabili di bilancio di quest’ultima risultava mancassero “trecento milioni di Euro all’appello”. In pratica si trattava di un falso in bilancio di “Cattolica” (Società quotata) che occultava probabili futuri costi. Quel “bilancio” 2006 faceva apparire la “Cattolica” come

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scoppiasse di salute. Ora Sig. Procuratore Generale, quel falso in bilancio denunciato “nero su bianco” dall’allora A.D. della Popolare si è trascinato per la mancata rettifica in tutti i successivi esercizi, sino ai giorni nostri. Ogni bilancio parte da quello che lo precede e via a seguire riportando il falso del 2006. Eh si elementari regole di trasparenza e veridicità avrebbero imposto una scrittura di rettifica per una ulteriore voce di passività di almeno trecentomilioni di Euri. Questo avrebbe significato (avendone fornita la prova con la rettifica) l’inevitabile azione di responsabilità contro tutti gli amministratori, sindaci, società di revisione che si sono via via succeduti, per i dividendi illecitamente distribuiti. Senza scordare l’aggravante per “Cattolica” di essere una quotata, con quanto ne consegue per l’alterazione del libero mercato e la tutela degli azionisti. “Cattolica” appare gestita da una criminalità organizzata stile le obsolete tre scimiette del: non vedo, non sento, non parlo. Un esempio tra mille, qualche anno fa “Cattolica” acquistava dal socio Cassamarca il più grande latifondo del Nord d’Italia (“Cà Tron”, 1200 ettari c.ca, a Roncade – Tv-) . Cassamarca è la Fondazione di Treviso (un tempo Cassa di Risparmio della Marca Trevigiana), l’equivalente della veronese Fondazione Cassa di Risparmio. Cassamarca da sempre aveva il suo “Biasi” nella persona dell’ex deputato democristiano Dino De Poli. Questi come Presidente della Fondazione Cassamarca si vedeva deliberato un compenso di 40 mila (quarantamila euri!) mensili. L’enormità del compenso era inversamente proporzionale ai risultati della gestione. Tanto che notizie di stampa riferivano essere Cassamarca sull’orlo del fallimento. Interveniva in soccorso della “Marca” la “Cattolica”. L’operazione di salvataggio (“Cattolica compra Cà Tron e salva i conti di Cassamarca” Corriere del Veneto 13/03/2012) veniva mascherata attraverso l’acquisto di un immenso latifondo sito in Roncade in provincia di Treviso. Una proprietà immensa, circa 1.200 ettari chiamata “Cà Tron”. Da notare che Bedoni e De Poli sono culo e camicia, la “Marca” è socia di “Cattolica”, i due (da notizie di stampa, il Mattino di Padova, 26/01/17) si conoscono personalmente da anni e anni, hanno esperienze decennali di gestione, sono circondati da uno stuolo di collaboratori, ma guarda caso hanno entrambi la necessità di contattarsi reciprocamente attraverso un proprio mediatore (come due estranei intenzionati l’uno a vendere e l’altro ad acquistare una autorimessa). Ciascun mediatore riceve come provvigione 720 mila Euri più Iva. Su sei miliardi di abitanti sulla faccia della terra ce ne è forse uno solo al quale non sorga il sospetto che quelle provvigioni per una inutile mediazione in realtà non nascondano un mezzo per godere, da parte del duo Bedoni e De Poli di un ristorno in nero? L’indagine sarebbe semplicissima, i nomi gli indirizzi e il codice fiscale dei mediatori risultano dal rogito notarile (Alessandro Fiorotto da Pordenone e Paola Brentan da Agugliaro) . Basta farsi documentare dai due fortunati mediatori l’attività svolta: contatti, spese di pubblicità, posta elettronica, telefonate etc. etc. Per poi…il più a praticarsi. Attenzione la compravendita di Cà Tron è una

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operazione colossale che deve aver coinvolto tutti i componenti degli organi di gestione, amministrazione, controllo e revisione ivi compresi rispettivi dipendenti con qualifiche Dirigenziali. Ma non è finita lì, come è stato determinato il prezzo di uno tra i più grandi latifondi italiani? Con lo stesso criterio di come si dovesse vendere un campo di terra, tot ettari, stima per ettaro, una banale moltiplicazione ed eccoti pronta la stima del più grande latifondo del nord d’Italia. Consob congiuntamente a Banca d’Italia (Cattolica è una quotata) dispongono che le stime dei beni immobili debbano essere effettuate da “esperti indipendenti” “…volto a garantire l’oggettività e l’indipendenza della valutazione dei beni immobili, resa particolarmente delicata dall’assenza di parametri oggettivi di riferimento…”. Dispongono sempre Consob e Banchit di regolare e gestire situazioni di conflitto di interesse potenzialmente derivanti, in particolare dall’affidamento agli esperti indipendenti di incarichi ulteriori e non strettamente correlati a quello di valutazione…”. Con raccomandazione n. die /0061944 Consob stabilisce che per la valutazione degli investimenti occorra fare riferimento al “fair value”, ovvero “…al prezzo che si percepirebbe in una regolare operazione tra operatori di mercato…” Ora sorge il fondato sospetto che “Cattolica” abbia salvato Cassamarca dandole quel che le necessitava mediante un inutile acquisto di un latifondo sovrastimandone il valore, pagandolo ben 68 milioni di Euri. Chi è l’ indipendente autorevole Esperto in vendite di latifondi che ha stimato il valore di Cà Tron in 66.4 milioni di Euri? Il Gazzettino del 22 Luglio 2015 riferisce che al momento di un sinistro mortale era presente a Cà Tron il Presidente di Cattolica agricola srl, tale dr. Gino Benincà (e il Direttore ”…per un sopralluogo”). Cattolica agricola srl (Cattolica società agricola srl) era uno dei “veicoli societari” (testuale risultante dal rogito) col quale effettuare la compravendita del Fondo. Il Dr. Gino Benincà, uomo di “Cattolica” dunque è l’esperto indipendente da “Cattolica” che con “quattro “ moltiplicazioni stima il valore del più grande latifondo del nord Italia. Come poteva operare correttamente la stima, il dr. Gino Benincà (sembra anche Consulente per il comune di Roncade nella V.A.S., valutazione ambientale strategica) quando operava in previgente, perdurante e susseguente, conflitto di interessi? Allo Stimatore non era demandato di riferire quanto valesse un ettaro di terreno agricolo in zona di Roncade, ma quale sarebbe stato il prudente valore di mercato del latifondo. Avrebbero dovuto essere interpellati investitori a livello mondiale. Questo genere di investitori c.d “Fondi” operano sulla base del rendimento atteso. La precedente società di

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gestione di Cà Tron chiudeva con delle perdite milionarie (non risulta avesse altri latifondi o attività in gestione). Domanda elementare chi sborserebbe 68 milioni di Euri per acquistare un latifondo che costa di più a gestirlo di quel che si ricava dalle coltivazioni? Per trovare la risposta basterebbe che il Magistrato inquirente chiedesse gentilmente ai Fondi di investimento del mondo che hanno acquistato titoli di “Cattolica” (Consob li dovrebbe conoscere tutti) quanto abbiano al loro interno stimato il valore di “Cà Tron”. Basterebbe una semplicissima richiesta con posta elettronica. Non servono mezzi, non serve personale. Serve la volontà di indagare. “Cattolica” è una Assicurazione che dovrebbe “produrre” fiducia, quale fiducia possono avere assicurati e soci di fronte ad una gestione così fortemente sospetta di fraudolenza e di connivenze con gli organi di controllo? Altro grave e fondato sospetto che grava sull’organo di gestione ed in particolare sul Presidente Paolo Bedoni, è quello di creare una opposizione assembleare addomesticata. Ovvero creare le c.d. “liste civetta” nelle assemblee dei soci per avere oppositori compiacenti che così impediscono la nascita di oppositori veri.. Tutto parte da certo Don Adriano Vincenzi, braccio destro dell’allora Cardinale Nicora (da poco defunto, ex Vescovo di Verona). Don Vincenzi con il centro Toniolo ha sempre radunato attorno a sé la crema della finanza sedicente cattolica veronese, la crema della crema l’ha poi coltivata attraverso la Fondazione Comunità Veronese Onlus, una sorta di Super Fondazione che avrebbe dovuto utilizzare risorse già donate ad altre Fondazioni, Presidente della F.C.V. certo Rag. Motta (braccio destro del Presidente della Popolare Carlo Fratta Pasini, da questi incaricato temporibus di agganciare Fabio Innocenzi per farlo A.D. della Popolare), poi D.G. tale Tomba (pure lui targato Banco Popolare) poi Riello, Bedoni e revisore dei conti il Commercialista Dr. Michele Giangrande. É evidente che Giangrande al momento della nomina, doveva essere persona di totale e assoluta fiducia del Bedoni, tanto da esserne il Controllore di fiducia dello stesso Controllato. Talmente di fiducia di Bedoni, da esserne il Giangrande rinnovato nella carica di Revisore alla scadenza del primo triennio. Dopo 5 anni il Dr Michele Giangrande si dimette da “Controllore “ di fiducia di Bedoni e promuove tra i soci di Cattolica una lista “ferocemente “ avversa a Bedoni, perché di tutto si può far meglio rispetto a quel che fa Bedoni Presidente. Ma il Dr. Giangrande non muove mai né obiezioni né denunce contro Bedoni, sui 720 mila Euri pagati da Cattolica per una mediazione inutile e forse anche inesistente. Non risulta che il Dr. Giangrande abbia mai mosso obiezioni al clamoroso conflitto di interessi in cui operava lo Stimatore dr. Benincà. Insomma più che un oppositore di Bedoni, Giangrande ne appare come il Cicisbeo.

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Su “Malpelo 14 Aprile 2016” di tale Marco Milioni: “ Da un accertamento Consob fari accesi sul fratello di Bedoni (Avv. Marco). La moglie di Paolo (Sig. ra Ivana Bazzoni socia acc.te di Assiservice sas di Pinali Eros e c.”) e il figlio (Andrea Bedoni di Galatea srl) tutti intermediari della Compagnia Cattolica. Una quotata trasformata in impresa famigliare. Tutti lo sanno, però nessuno interviene . Altro grave elemento indiziario sulle irregolarità nella gestione e sulla inaffidabilità del bilancio, che apparentemente sprizza ricchezza da tutti i pori, è dato dal precipitare in borsa del valore del titolo di Cattolica. Salvo operazioni speculative al ribasso che sono una eccezione anche per la rischiosità delle operazioni “ribassiste”, normalmente la borsa è quel mercato c.d. perfetto per l’incontro tra domanda e offerta (banale). In Borsa la parte del Leone la fanno i Fondi. Comprano quando hanno prospettive di guadagno e vendono quando le prospettive vengono meno. Quando i Fondi comprano i valori dei titoli salgono, quando vendono i valori calano (banale). Se i fondi vendono nonostante i bilanci rosei, è molto probabile che quei bilanci siano falsi e meritino una verifica investigativa. Altro rapporto inquietante è quello tra il Bedoni e l’avv. Michele Croce candidato sindaco al Comune di Verona. Croce a suo tempo aveva costituito una Ass.ne tra i soci di Cattolica per opporsi al Bedoni. Da fiero, fierissimo antagonista del Bedoni, l’avv. Croce ne diventa il più fiero tra i paladini. Sarà un caso, ma Croce era diventato nel frattempo il difensore di Cattolica nelle cause civili. Sarà un secondo caso, ma Croce impianta (primo fra tutti i candidati, con una costosa rincorsa di sei mesi in anticipo) a Verona una onerosissima campagna elettorale con “vele” che girano su dei furgoni per la città (il noleggio è di circa 200 euri al giorno) un diluvio di manifesti affissi mesi e mesi prima dell’inizio della campagna elettorale; pieghevoli, volantini, messaggi pubblicitari su stampa e televisioni. Per una stima di spesa di almeno centomila Euri (Croce ne dichiarerebbe solo 33 mila, senza riferire le quantità e i numeri e le ore). Cifra enorme se si raffronta al modesto reddito di Michele Croce. Anche qui il fondato sospetto che Bedoni storni fondi neri a favore di Croce per crearsi la protezione politica a livello locale. Da notizie di stampa sembra che il Paolo Bedoni percepisca da Cattolica uno stipendio di centomila Euri mensili. Qui i casi sono due: o il Bedoni è uno stratosferico dirigente d’azienda, talmente capace e competente per cui appare inverosimile che non conosca le regole dettate da Consob per le stime, altrettanto inverosimile che non avverta il momento di crisi di una azienda come la Popolare di Vicenza. Oppure nel secondo caso, sono 100 mila Euri al mese di stipendio (come si suol dire volgarmente): “soldi rubati”. Non bisogna scordare infatti che Paolo Bedoni è stato vice Presidente della “Popolare di Vicenza” (remunerato anche qui?) per conto del socio “Cattolica”. Col risultato che a seguito del dissesto della “Vicenza”, la Cattolica ci ha rimesso 57 milioni di Euri, altra consistente perdita ha avuto la “Vicenza” quale socia di Cattolica . Poteva ignorare

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