levante giugno 2017

 

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il levante Museo Etnografico MEOC ad Aggius Il Museo Etnografico Oliva Cannas, in breve MEOC, tenta di dare al turista che giunge in paese attirato dal suo bel panorama e dalla sua storia turbolenta, un quadro preciso dello spirito che aleggia illi carreri con tutte le difficoltà del caso in quanto la vita vissuta non può essere inscatolata. È comunque bellissimo e di notevole interesse in quanto vengono trasferite lì dentro, come splendida sintesi, le tracce di una cultura "antica quanto l'alba" (D'Annunzio) ancora viva e palpabile per il visitatore un poco attento. È nato da una donazione della famiglia Cannas e da una felice intuizione dell'amministrazione comunale che lo ha realizzato dove il prof. Giovanni Andrea Cannas negli anni cinquanta aveva ubicato la scuola tessile, la prima scuola per tessitrici che aveva l'intento di codificare e tramandare un'arte artigiana ancora viva nel paese e che forse è stata la causa dell'emancipazione delle donne di Aggius rispetto ad altri paesi della Gallura. Con "La Tessile" per la prima volta si diede corso a lavorazioni atipiche rispetto alla tradizione della lavorazione domestica e furono introdotti i grandi telai dove le tessitrici operavano in coppia e davano corpo ed immagine ai disegni dei grandi artisti della Sardegna di allora: Tavolara, Manca ed altri ancora. Sul perimetro della vecchia scuola tessile sono state ricostruite quattro stanze di vita quotidiana che descrivono abbastanza compiutamente la vita domestica quotidiana nel paese di circa cento anni fa. Lasciando queste stanze, si accede alla parte del museo realizzata dove c’era il giardino-frutteto della vecchia casa. Vi si entra attraverso una corte interna che ospita un carro a buoi che fino al secondo dopoguerra è stato il principale mezzo di trasporto nel paese. Si entra quindi in un piccolo bookshop ed attraverso questo si passa in una prima saletta arredata con grandi pannelli fotografici delle campagne circostanti e che raccoglie tutte le erbe usate come colorante naturale per le lane destinate alla tessitura dei tappeti. Dalla saletta delle erbe si passa nell'ambiente più ampio del museo, posto su due livelli dove le trame dei tappeti si intrecciano con quelle della vita. Nei vasti spazi espositivi insieme ad opere di Maria Lai, la grande artista isolana a cui era stata conferita la cittadinanza onoraria, vi sono esposte foto d'epoca di scene di vita paesana e bei ritratti dei nostri antenati, poi gli abiti tradizionali e le trame di tessitura; tutto racconta momenti di vita comunitaria che Una scultura di Maria Lai sui muri di Aggius si coglie proseguendo nella sala e scendendo di un livello, nell'esposizione degli attrezzi delle arti e mestieri dei nostri progenitori e di una cantina per la lavorazione del vino. L'ultima sala ospita i telai del vecchio laboratorio tessile organizzato da Prof. Cannas e se siete fortunati, potrete trovare qualche lavorante che nel ritaglio di tempo va ancora lì a lavorare di tessitura con movimenti ritmici accompagnati dal rumore del telaio che è quasi una musica armoniosa che traccia le sue note con i colori naturali nelle trame del tessuto che si sviluppa. Si giunge in fine in una saletta riunioni trapezoidale che ospita gli incontri, le presentazioni, i dibattiti. A tutto questo ora si sono aggiunti due nuovi corpi realizzati acquisendo da parte dell'amministrazione comunale la vecchia casa d'abitazione di Oliva Cannas con annesso il vecchio ufficio postale e quella che fu la casa di abitazione di uno dei cantori di uno dei cori che hanno reso famoso il nome di Aggius nel mondo: Nanni Peru, figlio di Giuseppe Andrea, il Gallo di Gallura. Qui è stato realizzato il Museo della Tasgia ossia del canto popolare del nostro paese, curato con capacità e competenza da Marco Lutzu, etnomusicologo dell'Università di Cagliari ma di salde origini aggesi. E una parte del museo di sicuro interesse che non lascerà delusi i cultori della musica popolare per il materiale davvero notevole raccolto e per il modo in cui viene proposto. Si accede anche qui per una corte interna con un grande albero di albicocche al centro. La casa per ora si limita ad offrire due sale attrezzate entrambe dedicate al canto popolare di Aggius con gigantografie dei ritratti dei componenti del coro che fu ricevuto dal D'Annunzio al Vittoriale e la lettera che il Vate inviò ai cinque invitandoli a portarlo ad Aggius: rapitemi stanotte e portatemi ad Aggius, scriveva nella lettera che si può leggere nella saletta della nuova ala del museo che GIUGNO 2017 - pag. 2 raccoglie anche la documentazione fotografica. Tutto è proposto in forma multimediale e vi dà la possibilità di sentire i due cori attualmente presenti ad Aggius su un grande schermo, con possibilità di interagire selezionando le voci che si vogliono ascoltare. Davvero notevole per chi intende entrare nello spirito del canto. Quando andrete via dal museo, sarete sicuramente soddisfatti di quanto avrete visto. Magari incontrerete qualche persona del luogo con cui vi fermerete a parlare nel contesto granitico del paese e comincerete allora a pensare che forse il museo è più ampio di quello che fino a quel momento avevate creduto, che continuate a viverlo in giro per le vie del paese e che il MEOC ne è solo uno splendido compendio. Pierangelo Sanna Al via il Festival di Tavolara Dall’Ufficio turistico del Comune di San Teodoro riceviamo il comunicato che segue. Dal 1991 il festival cinematografico di Tavolara illumina la stagione e i luoghi del nord est della Sardegna portando con sé il suo seguito di attori, addetti ai lavori e pubblico. Anche quest’anno la manifestazione darà lustro al nostro territorio con un programma articolato di eventi che coprono diverse località sino a fine luglio. Il festival, giunto alla sua ventisettesima edizione, presenta lo schema consueto: tanto cinema, mostre fotografiche, incontri con gli autori, appuntamenti enogastronomici che evidenziano i prodotti del territorio, una scuola di cinema per ragazzi, seminari e presentazione di libri. L’evento ha avuto inizio a giugno con una serie di eventi nei territori di Olbia e Loiri Porto San Paolo, si concluderà a Tavolara il 23 luglio. A fine giugno saranno inaugurate le mostre fotografiche, tra le quali Clicciak, premio nazionale di fotografi di scena che sarà una mostra celebrativa dedicata a Totò in occasione dei 50 anni dalla sua scomparsa, una dedicata a un grande talento della fotografia di scena come Angelo Turetta. Dopo le proiezioni di Loiri e Olbia l’evento si sposterà a Porto Rotondo il 5 luglio con la proiezione del film “Chi salverà le rose” il 5 luglio, alla presenza del cast del film. Quindi il 18 luglio alla Peschiera di San Teodoro inizierà il percorso di avvicinamento a Tavolara con la proiezione del film “Indivisibili” di Edoardo De Angelis, vera e propria rivelazione dell’anno, preceduto da una proiezione naturalistica dei più grandi fotografi che si sono occupati di queste tematiche in Sardegna per la presentazione di un volume edito da Carlo Delfino e curato da Egidio Trainito. Nella stessa location, il giorno successivo saranno proiettati due film, Becoming Cary Grant di Mark Kidel e Mexico! Un cinema alla riscossa, di Michele Rho. Per tutto il periodo del festival sarà allestita a San Teodoro in Piazza Mediterraneo la mostra Totò, “risate ma non solo”, in collaborazione col centro cinema di Cesena. Altre mostre previste Cliciak, premio nazionale per fotografi di scena e Fantasmi urbani, acquarelli di Severino Salvemini, sui cinema dismessi nel mondo. Il 20 il festival si sposterà a Porto San Paolo dove sarà allestita un’arena nella piazza di fianco alla spiaggia; verrà proiettato il film di Walter Veltroni “Indizi di felicità”. Contestualmente in piazza Gramsci si aprirà l’arena degli incontri che rappresentano uno dei momenti qualificanti l’evento. Dal 21 al 23 luglio la carovana si sposterà a Tavolara in quello che è stato definito il cinema più bello del mondo. Attesi a Tavolara Michele Rho, Walter Veltroni, Jasmine Trinca, Isabella Ragonese, Pierfrancesco Favino, Lino Guanciale e tanti altri, per quello che si conferma come il più importante evento cinematografico in Sardegna. IL LEVANTE Periodico di cultura, ambiente e informazione dell’ICIMAR. Anno VI - N°37, GIUGNO 2017. Registro stampa n. 3/2011 Tribunale di Nuoro. Redazione e Amministrazione: Istituto delle Civiltà del Mare, Via Niuloni,1 - 08020 San Teodoro (OT) Tel./Fax. 0784/866180 E-mail.segreteria@icimar.it - www. icimar. it Tipolitografia: Ovidio Sotgiu - via Corea, 48 Olbia. Direttore Responsabile: Mario Stratta In Redazione: Sandro Brandano, GianPiero Meloni, Pierangelo Sanna. Segretaria di Redazione: Angela Bacciu.

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il levante Gli antichi greci e la Sardegna I percorsi degli eroi del mito verso la Sardegna (da I. Didu, I Greci e la Sardegna. Il mito e la storia, Scuola Sarda Ed., Cagliari 2002) Un capitolo affascinante del mondo antico è quello dei rapporti tra i Greci e la Sardegna, un tema relativamente al quale, siamo oggi in grado, a seguito di recenti scoperte archeologiche, di individuare due fasi: la prima è quella protostorica in cui i protagonisti sono gli antenati dei Greci, i Micenei, all’incirca tra il 1300 e il 1200 a.C.; la seconda, a partire dal VII o fors’anche dalla fine dell’VIII a.C., quella che noi chiamiamo età arcaica. I Micenei approdarono nel Golfo di Cagliari, come attestano i reperti ceramici del nuraghe Antigori di Sarroch, oggetto d’indagine archeologica fin dagli ultimi decenni del secolo scorso. Sempre sulla scorta dei dati archeologici sono individuabili due direttrici a testimonianza degli ulteriori contatti tra i Nuragici e i Micenei, una verso il Sulcis-Iglesiente, l’altra verso le Barbagie. La prima può ben essere definita “via dell’argento” (è interessante a tal proposito un commento ad un’opera di Platone, il Timeo, in cui la Sardegna delle età remote è definita Arghyrophleps nesos, ossia Isola dalle vene d’argento), mentre alla seconda si addice la denominazione di “via del rame” (c’è un sito presso Gadoni, tra Seulo ed Aritzo, alle pendici meridionali del Gennargentu, detto significativamente Funtana raminosa): i Micenei dunque trafficavano con i Sardi anche delle zone più interne, scambiando i prodotti del loro artigianato con i metalli di cui l’isola era ricca, necessari alla loro economia. Dopo il 1200 si assiste al crollo del mondo miceneo; è l’età dei grandi sconvolgimenti, di epocali spostamenti di notevoli gruppi umani che investirono da più direzioni il Mediterraneo orientale: si tratta della cosiddetta migrazione egea, delle incursioni di quelli che i documenti dell’Antico Egitto individuarono col nome di “popoli del mare”, e per quanto attiene alla Grecia in senso stretto, della cosiddetta invasione dorica. Si entra nel Medio Evo ellenico, l’età di quelli che i libri di storia chiamano anche “secoli oscuri”: in quel contesto i rapporti con la Sardegna si interrompono. Verso l’VIII secolo un mondo nuovo affiora in Grecia, il mondo della polis, che si lancia nella colonizzazione a oriente e ad occidente del Mediterraneo nel cui quadro riprendono i rapporti con la Sardegna: l’isola viene riscoperta e circumnavigata dagli audaci e avventurosi marinai greci; le fonti elleniche la chiamano Ichnussa, dalla forma del piede umano o anche Sandaliotis, cioè a forma di sandalo come in quelle esplorazioni venne rilevato. È interessante ricordare qui la curiosa annotazione delle fonti, presente anche in Erodoto, che definisce la Sardegna come “l’isola più grande”. Noi sappiamo, in realtà, che l’isola più grande del Mediterraneo è la Sicilia, non la Sardegna. Ma i Greci calcolavano l’ampiezza territoriale in base ai tempi di percorrenza, e siccome per circumnavigare la Sardegna, dato l’andamento costiero, occorre più tempo di quello impiegato per circumnavigare la Sicilia, quell’errore finisce paradossalmente per rappresentare una conferma ulteriore della conoscenza che i Greci avevano della nostra isola. I Greci di queste generazioni scoprirono in Sardegna le straordinarie costruzioni nuragiche e specialmente restarono impressionati dalle torri – le tholoi – come essi le chiamavano, perché ricordavano loro le costruzioni, in Grecia, dei propri antenati micenei. Niente di più naturale, perciò, che ne attribuissero l’edificazione a questi ultimi, trasfigurati, aldilà di una memoria frammentaria e confusa, in mitici personaggi di un mondo perduto. Così la Sardegna entrò nell’immaginario mitografico greco: eroi greci come Aristeo e Iolao, nipote e compagno d’avventure di Eracle, arrivati in un’isola fertile ma selvaggia, avrebbero introdotto in essa l’agricoltura e la vita urbana, con templi, tribunali, ginnasi. Iolao, in particolare, a capo dei figli di Eracle da questi affidatigli, i Tespiadi, avrebbe colonizzato la Sardegna civilizzandola anche con l’aiuto di un altro ben noto eroe del mito, Dedalo. Aiutò i Greci in questo percorso di appropriazione probabilmente il nome di genti locali dalla radice -il -iol, cosicchè fu facile inventarsi gli Iolei, discendenti di Iolao e fare degli Iliesi i discendenti dai profughi da Troia, Ilio. I Greci rivendicarono come proprio lascito anche il culto della libertà di quelle popolazioni, che col tempo, anche in seguito GIUGNO 2017 - pag. 3 a continui arrivi di genti provenienti dall’Africa, s’imbarbarirono nuovamente. Questo assetto mitografico assumerà forma definitiva nel I sec. a.C. con Diodoro e nel II d.C. con Pausania grandi racco- glitori e divulgatori di informazioni delle antichità elleniche. Resta aperta la questione se, al di là del mito, i Greci siano vera- mente riusciti a fondare una colonia in Sardegna. Dati archeologici recenti sembrerebbero aprire la strada all’attendibilità di un tale evento, anche se si frappongono serie ragioni di ordine storico. In Sardegna i Greci si scontrarono infatti col grave ostacolo della pre- senza fenicia prima e punica poi: l’unica possibilità si avrebbe per un breve esperimento coloniale nel territorio di Olbia, prima della battaglia del mare sardonio alla metà del VI sec. a.C. nella quale la flotta punica ebbe la meglio sui coloni greci di Alalia in Corsica, raccontata da Erodoto, e mise fine per sempre alle velleità coloniali greche in area sardo-corsa. Nella Sardegna punicizzata ai Greci non restò che svolgere i loro traffici all’interno degli empori cartagi- nesi, a questi fini molto più tolleranti e interessati di quanto una certa vulgata pretenda. Per il resto ai Greci non resterà che cullare la memoria illusoria, ma consolatrice di un mondo perduto, nelle trame leggendarie del mito. È quanto accade periodicamente anche a noi Sardi quando ci ancoriamo allo scoop di qualche sensaziona- listica proposta di grande impatto mediatico relativamente ad un immaginario passato, che ci illudiamo possa conferirci un illustre retaggio, quasi a colmare la debolezza se non il vuoto di una iden- tità presente. Ignazio Didu Cerimonia borse di studio 2016/2017. Il consigliere delegato alla pubblica istruzione durante la premiazione svoltasi presso il teatro comunale, ha sottolineato che l'istituzione della borsa di studio intende premiare tutti quegli studenti che si sono distinti nel percorso di studio per impegno costante, capacità naturali, ma anche per una forte volontà di imparare. Ruolo fondamentale quello della scuola, che raggiunge i suoi obiettivi quando ci sono bravi studenti, che conseguono risultati eccellenti e che dimostrano interesse, curiosità, voglia di apprendere, competenza, ma anche quando studenti meno brillanti, applicano nella vita lavorativa, le conoscenze, il metodo, l’impegno, l’attenzione e il senso di responsabilità, appresi sui banchi di scuola. Questi i progetti in corso di attuazione: - stipulato il contratto definitivo esecutivo per un sistema di video sorveglianza (entro ottobre almeno 3 telecamere a scuola); - pubblicato il bando per i lavori di impermeabilizzazione del tetto a piano terra di tutto l'istituto con sostanziale intervento di manutenzione sulla palestra comunale; - 200 mila euro seconda tranche progetto “iscola”, realizzazione del nuovo centro di cottura presso l'istituto con cucine industriali che fanno fronte all'erogazione di almeno 300 pasti al giorno. Il che permette di istituire le mense in loco, evitando spostamenti . Chiusura con l'augurio di una buona estate. Davide Demuro

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il levante L’importanza del camminare GIUGNO 2017 - pag. 4 Ampliare e diversificare l’offerta turistica Siamo tempestati continuamente da spots pubblicitari da consigli medici sulla necessità di seguire determinate regole comportamentali per raggiungere e mantenere un giusto equilibrio psicofisico. Il camminare può assumere il ruolo di uno dei più validi antidoti contro l’invecchiamento. La passeggiata, viene ad assumere il ruolo di antidoto contro l’apatia e un ravvivatore d’idee e di meditazione che, secondo i Neurofisiologi, può essere dovuto alla stimolazione dell’attività elettrica Alfa dei neuroni, indice di tranquillità. Il movimento è stato individuato dalla Medicina come mezzo di contrasto a varie patologie (cardiache, respiratorie, metaboliche). Si preferirà parlare di cammino ed attività fisica piuttosto che di passeg- giata, attribuendo al cammino una funzione di farmaco si è cercato di definirne la somministrazione. La Rivista Jama nel 2011 pubblicò uno studio (Gait speed and survival in older adults) effettuato su un cam- pione di 34.000 persone over 65 anni per un periodo variabile fra i 6 e i 21 anni evidenziando che la velocità del cammino rappresentava il miglior indice correlabile alla sopravvivenza: secondo questa ricerca, ogni incremento della velocità di cammino di 0,1 m/s determina un au- mento dell’aspettativa di sopravvivenza dai 5 ai 10 anni. Il cammino rappresenta l’attività fisica più popolare, diffusa nella popolazione in- dipendentemente dal livello socio-economico, al contrario di altre at- tività che tendono ad interessare maggiormente le fasce di reddito più elevato. I luoghi prediletti per camminare sono le strade dei sobbor- ghi o gli spazi pubblici, come i parchi e sentieri. Le ragioni della po- polarità delle proprie strade come luogo ideale per svolgere attività fisica sono diverse: esse sono facilmente accessibili e si prestano a molteplici scopi come il poter raggiungere una destinazione, rilassarsi, allenarsi. Gli ostacoli più diffusi al camminare sono Ostacoli fisico- ambientali: le distanze eccessive, l’insicurezza, l’impossibilità di sva- garsi, il traffico, l’assenza di spazi destinati ai pedoni, la mancanza di limitatori della velocità al traffico automobilistico e di attraversamenti pedonali, la presenza di criminalità, la presenza di cani, la frequenza di incidenti, la mancanza di manutenzione delle strade sono tutti fat- tori che scoraggiano la gente dall’uscire a piedi; Ostacoli personali: la mancanza di tempo è il fattore principale che scoraggia dal praticare attività fisica. Altri fattori sono lo stato di salute, la responsabilità per la cura dei figli e la mancanza di energie; Ostacoli sociali: la man- canza di compagnia e il non vedere altre persone che fanno attività fi- sica nella zona tolgono al soggetto parte del piacere, della sicurezza e del fattore imitativo. Esistono anche dei bisogni connessi con il camminare. La fattibi- lità: include degli elementi collegati alla mobilità (come l’età, il peso reale e quello percepito, le condizioni fisiche), al tempo disponibile e alle responsabilità del soggetto (soprattutto per i figli o per gli anziani). L’accessibilità: include fattori quali la prossimità alla propria abita- zione, la varietà, e la qualità del luogo prescelto e la presenza di in- frastrutture che favoriscano il camminare; La sicurezza: include fattori connessi alle caratteristiche urbane collegate alla “civiltà” o alla paura del crimine, i tipi di utilizzo del luogo e la presenza della gente. Il comfort: include gli accorgimenti tecnici che regolano il rapporto tra i pedoni e i veicoli a motore, le infrastrutture connesse alla viabi- lità dei pedoni (attraversamenti pedonali, marciapiedi) e le comodità urbane (panchine, fontanelle con acqua potabile, portici e cammina- menti protetti). Il piacere: è connesso con il livello di attrazione che un territorio esercita per indurre il soggetto a camminare. Dipende dalla diversità e dalla complessità del paesaggio, dalla vi- vacità dell’ambiente, dalla coerenza architettonica e dall’attrazione estetica della zona. Alessandro Testaferrata Quest’anno, complici il bel tempo e alcuni ponti festivi ben po- sizionati, la stagione turistica a San Teodoro è iniziata con un certo an- ticipo rispetto al corrispondente pe- riodo degli anni scorsi. Nel senso che si è visto un apprezzabile mo- vimento di gente anche ad aprile e a maggio. Il che fa ben sperare in un’accresciuta propensione dei turisti a godere delle attrattive della nostra località anche nei periodi cosiddetti di spalla. Vero è che non sempre ci si fa trovare pronti a offrire servizi di accoglienza adeguati o a rendere fruibile al meglio il litorale, con particolare riferimento alla pulizia degli arenili. Una località marino-balneare che si propone come meta appetibile di vacanza in bassa-media stagione non può dare di sé un’immagine trasandata, ma deve anzi curare al meglio l’imma- gine e il decoro della “materia prima”. Il fatto che fin dalla primavera si sia vista più gente, non significa che il comparto turistico di San Teodoro abbia risolto il problema della stagionalità. I numeri di gran lunga più consistenti delle presenze si realizzano sempre nei mesi estivi centrali, mentre gli altri periodi evidenziano ancora dei vuoti, più o meno accentuati, che si dovrebbe fare in modo di colmare anche per dare impulso alle attività economiche locali. Non è purtroppo infre- quente che alcuni esercizi, affollatissimi a luglio e ad agosto, ai primi di giugno non siano ancora al lavoro. Se restano inattivi è anche per- ché ritengono svantaggioso aprire nei periodi meno remunerativi. Ciò non toglie però che si debba vigilare sulle licenze stagionali, proprio per evitare che se ne faccia un uso meramente speculativo a scapito degli obblighi di fornitura del servizio. A parte tali considerazioni, bi- sogna dire che se il turismo è svago, conoscenza, arricchimento inte- riore, benessere, è anche un sistema economico piuttosto articolato e complesso. In quanto tale dovrebbe funzionare al meglio per garantire a chi vi lavora una redditività adeguata, generare ricchezza e produrre un vasto indotto. Peraltro, un’industria che si rispetti - e il turismo, a ben vedere, è l’unica vera industria della Sardegna - non può permet- tersi di stare in funzione per soli pochi mesi e, nei rimanenti, bloccare la produzione, spegnere gli impianti e mettere forzatamente a riposo le risorse umane. E’ sotto gli occhi di tutti che l’eccessiva concentrazione delle pre- senze turistiche in determinati periodi comporta la congestione dei servizi di accoglienza e una pressione notevole sull'ambiente naturale, a fronte di uno scarso impiego delle attività economiche e delle ri- sorse umane nella bassa stagione. In più l’eccessiva stagionalità dà luogo a quel circolo vizioso che determina periodi di lavoro brevi, tali da non permettere alle imprese di diluire i costi fissi. Il che spinge verso l'incremento delle tariffe in alta stagione. Ma destagionalizzare vuol dire soprattutto ampliare e riqualificare l’offerta turistica. Con ciò non si vuole mettere in discussione la va- lenza dell’offerta legata al contesto marino-balneare, che rappresenta il principale elemento di attrazione su cui fa leva il nostro sistema di accoglienza. Si tratta quindi di integrare tale offerta, arricchirla di nuovi contenuti e fattori stimolanti. In tal modo è possibile anche di- versificarla e renderla immediatamente riconoscibile, cioè non con- fondibile o fungibile. Le strade da percorrere in tale direzione sono molteplici. Ma la bassa stagione, da intendere ormai come un arco temporale che abbraccia gran parte dell’anno, dev’essere vista come una opportunità per offrire una risposta coerente alle nuove aspettative dei turisti. I quali, è evidente, non vanno più soltanto in cerca di sole e mare. Certo non porta a niente limitarsi a fare accademia, pensare a ipo- tesi vaghe e a una comunicazione generica, ma è necessario strutturare un progetto imperniato sulla nuova offerta su cui si vuole puntare e che si intende proporre ai destinatari propensi a recepirla. Tempo fa, su queste pagine, abbiamo suggerito la formula del turismo sportivo o attivo che dir si voglia. Si calcola che siano circa 20 milioni gli italiani che praticano una o più attività sportive. Di questi oltre 12 milioni hanno effettuato almeno un trasferimento turistico, generando un vo- lume d’affari di 7/8 miliardi di euro e circa 75 milioni di pernotta- menti alberghieri. Numeri importanti, che crescono però a dismisura se si tiene conto dei dati relativi ai Paesi dell’Ue: secondo le statisti- che, infatti, oltre il 40% dei cittadini europei praticano abitualmente un’attività sportiva e si spostano dalla località di residenza generando milioni di presenze turistiche. E’ peraltro evidente che i flussi turistici indotti dalla pratica sportiva non hanno condizionamenti di natura sta- gionale, ma viaggiano volentieri anche in primavera e in autunno. Crediamo che il comparto turistico di San Teodoro, adeguatamente supportato dall’Amministrazione locale, debba iniziare a intrapren- dere questa strada. Altre località lo hanno fatto con successo o lo stanno facendo. Sarà però importante muoversi non con l’ottica del tentativo estemporaneo ma con l’ottica del progetto e della condivi- sione ai vari livelli. Salvatore Olia

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il levante Per non dimenticare le proprie radici Sul nostro mensile inauguriamo una rubrica che si prefigge di raccontare le esperienze di ragazzi/e teodorini che hanno scelto per varie ragioni di andare via dalla Sardegna. Ma anche speranze, le amare considerazioni, il desiderio di tor- nare di tantissimi giovani in possesso di titoli di studio prestigiosi, costretti a lasciar l’Isola alla ricerca di un lavoro o comunque di un’attività che compensi i loro anni di studi. Qualche eccezione può venerci da alcuni esempi di ritorni fortu- nosi di ragazzi di San Teodoro che dopo aver trascorso altri periodi di studi e di stages all’estero o in continente sono riusciti a trovare una loro collocazione professionale in Gallura. L’esempio che ri- portiamo qui di seguito ne è una convincente prova. A.B. I. Nome, cognome e l'età in cui hai scelto di trasferirti fuori dalla Sardegna; GIUGNO 2017 - pag. 5 - Elena Carente, 25 anni. Ho deciso di trasferirmi fuori dalla Sardegna all'età di 19 anni, dopo il Diploma. Prima a Londra per diversi mesi, poi a Gorizia e a Torino per l'Università. II. Quale è stata la motivazione che ha spinto la sua scelta? Ho deciso di trasferirmi, in tutti e tre i casi, per motivi di studio. A Londra, ho avuto la possibilità di approfondire la conoscenza della lingua inglese prima di iniziare il percorso universitario. A Gorizia ho conseguito la Laurea Triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche, un corso di studi che le Università sarde non offrono e che mi ha costretto a fare le valigie. Infine, nell'intento di dare un'impronta "giuridica" al mio percorso, mi sono trasferita a Torino dove la facoltà di Giurisprudenza offre un Corso di Laurea Specialistica in Studi Giuridici Europei. Una specialistica che, ancora una volta, purtroppo in Sardegna non potrei trovare. Infine tra i motivi che hanno spinto la mia scelta, anzi, che hanno permesso di realizzarla, c'è senz'altro la mia famiglia, che oltre all'incoraggiamento mi ha dato la possibilità, economicamente parlando, di studiare lontano da casa. Oggi sono tanti gli studenti che non hanno questa possibilità, e il contributo che la Regione Sardegna dà agli studenti fuori sede, purtroppo non basta. Il risultato è che molti studenti sono costretti a rinunciare a ciò che vorrebbero studiare o ad accontentarsi di ciò che le Università offrono in Sardegna. Ed è un vero peccato, perché se ci fossero più agevolazioni ci sarebbero più laureati e meno sogni infranti. III. Che differenze (positive o negative) ha riscontrato dalle varie realtà ad oggi? Gli aspetti positivi del trasferirsi si vedono nel tempo. Nell'immediato c'è tanta insicurezza, paura di aver fatto la scelta sbagliata. Poi man mano ci si rende conto delle possibilità che offrono le grandi città, sia dal punto di vista accademico-professionale, che dal punto di vista culturale e soprattutto umano. Il confronto con altre culture è la base della crescita, quella personale e quella collettiva; penso che se fossi rimasta in Sardegna oggi non sarei la stessa. Gli aspetti negativi del trasferirsi in altre realtà, qualunque esse siano, sono che il mare, i profumi della tua terra, le tradizioni (l'elenco potrebbe essere lunghissimo) ti mancheranno sempre, ovunque andrai. Non ci sarà nessuna università o evento culturale che ti faccia dimenticare le tue radici. A volte mi chiedo se valga la pena vivere lontano da ciò che più si ama per intraprendere una carriera che non farà che allontanarti sempre di più da quel mondo. IV. Se dovessi fare un pronostico, pensi di ritornare a vivere a San Teodoro? È la domanda che iniziano a farsi molti fuori sede come me, non lontani dal conseguimento della Laurea Specialistica. Penso che se ci fossero prospettive di lavoro, presto o tardi, torneremmo tutti. Personalmente, mi scontro tutti i giorni con il desiderio di rientrare e lavorare nella mia isola da un lato, e la consapevolezza che le prospettive di lavoro nel mio settore sono pressoché inesistenti. Credo che una Sardegna che non permette ai giovani di studiare ciò che desiderano non possa pretendere di offrir loro il lavoro che cercano. E questo dispiace, perché chi ha studiato tanto lo ha fatto per dare il suo contributo dove ce n'è più bisogno. E la Sardegna è una terra che ha bisogno di tanto ma che ha davvero poco per realizzarlo. CENTRO PER LA FAMIGLIA La Biblioteca Gallura è la sede del Servizio per la Famiglia indetto dal Comune di San Teodoro, Assessorato ai Servizi Sociali, gestito dalla Cooperativa Camminiamo Insieme, già attivo dal mese di marzo sino a tutto dicembre. I servizi offerti riguardano l’accoglienza, l’informazione, il sostegno alla genitorialità, sostegno psicologico, valutazione, monitoraggio e supporto alle famiglie affidatarie, raccordo con i servizi affido ed equipe adozioni per promuovere attività di informazione e sensibilizzazione. I destinatari sono tutti i residente, famiglie, giovani e adolescenti del Comune di San Teodoro. Si possono contattare telefonicamente gli operatori al numero 328 2586368 o recarsi direttamente presso l’ufficio il lunedi dalle 9 alle 13. 30 e dalle 14.00 alle 17. 30 e il giovedi dalle 14.00 alle 18.00 o inviare una mail all’indirizzo: centrofamiglia.santeodoro@gmail.com

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il levante Se una notte dʼinverno un viaggiatore L'invito ai lettori di proporsi con un racconto è stato accolto. Questa è la volta di Paolo Montaldo, che ci invia una novella che sta a metà strada tra un racconto del terrore dello scrittore Edgar Allan Poe e l'enigmatico americano Ambrose Gwinnet Bierce, conosciuto per una novella dal titolo "Accadde al ponte di Owl Creek ". M.S. La testa La pioggia cadeva incessante e rumorosa sui vetri della sua finestra, costante, imperterrita rendendo la solitaria Villa Piercy ancora più desolata se possibile. Da due giorni pioveva senza sosta e non sembrava che il diluvio avesse intenzione di cessare a breve, enormi e pesanti nuvole nere cariche di tempesta e freddo e vento e pioggia non faceva altro che sferzare e battere quell’angolo di mondo in cui viveva da un po’ di tempo, da del resto, in quella zona dell’altipiano di Campeda erano normali quelle precipitazioni in quella parte dell’anno, e tutto sommato non gl’interessava più di tanto; era al caldo asciutto della sua stanza da letto, sotto due grosse e pesanti coperte che l’avrebbero tenuto bene al caldo. Era da poco passata l’ora delle streghe quando, sempre immerso nella lettura, il suo respiro si fece più pesante e iniziò a sentire uno strano sibilo. In principio non gli diede molto peso, pensando dovesse trattarsi di uno spiffero nelle consunte tubature della vecchia casa coloniale o forse dettato dal forte vento che imperversava fuori, ma, dopo qualche pagina, sentendo che il rantolo aumentava con il passare del tempo fu certo che fosse proprio ciò che temeva e ne ebbe la riprova quando smise per un attimo di respirare. Il rantolo smise anch’esso. Era così assorto nella lettura che non s’era accorto d’essere stato lui stesso a generare quello strano respiro. Con mestizia concluse che non doveva essere del tutto guarito dalla bronchite che l’aveva colpito qualche settimana prima e di sicuro, il tempo rigido di quegli ultimi giorni non l’aveva aiutato. Con un misto di mesta rassegnazione e triste fatalità riprese la sua lettura, deciso a concedersi ancora qualche pagina del suo buon giallo prima di un meritato sonno ristoratore. Il giorno dopo, bronchite o meno, sarebbe dovuto essere di nuovo in piedi, i lavori della Cagliari – Golfo Aranci erano quasi terminati, mancavano soltanto i collaudi finali e non se ne sarebbe stato di sicuro a letto mentre qualche inetto collaudatore del ministero andava a cercare errori e imperfezioni dove non ne avrebbe mai potuto trovare. Stava per riprendere la lettura quando, con la coda dell’occhio, colse un qualcosa in movimento, nascostogli alla vista dalla sommità del libro che stava tenendo appoggiato sul petto. Fu tentato di non dare alcun peso alla cosa, di sicuro era solo il frutto della sua stanca mente, vessata dalle mattutine ore di lavoro in una situazione, la sua, di ancora debole convalescenza. E stava per reimmergersi nel ciclo dei quattro giusti di R. H. E. Wallace quando notò ancora una volta quel leggero, labile e quasi inesistente movimento nelle pesanti tende di fronte alla sua finestra. Non vedendo bene da lontano ed essendosi deciso a risolvere la questione, prese gli occhiali dal comodino e li inforcò tenendo sempre il suo prezioso libro con la mano destra. Inforcati gli occhiali, appoggiò il libro. La testa che si librava a pochi pollici dal suo corpo era di un colorito verde smorto, gli occhi erano due pozze nere così come nera era la bocca tutta, che fu l’ultima cosa che vide prima che la testa gli balzasse contro sibilando. Il corpo di Benjamin Piercy venne ritrovato, il giorno dopo, con un’espressione di profondo terrore incisa sul volto. Per non destare sospetti o paure nei lavoranti, venne trasportato in gran segreto a Londra, e lì, indicarono che vi fosse deceduto. Ma gli operai sapevano. Gli operai avevano capito subito che era stato chi pace non poteva trovare nel mondo dei vivi a uccidere l’ingegnere. Perché glielo avevano detto più volte che quella casa era maledetta ma lui, da buon pratico gallese, non aveva creduto a quei racconti. Ma ora non aveva più alcuna importanza, perché la maledizione della Casa Cantoniera di Campeda era compiuta ancora una volta. Paolo Montaldo GIUGNO 2017 - pag. 6 Grifoni e Torri del silenzio Con i soli strumenti dell’archeologia è difficile e spesso impossibile ricostruire, sia le pratiche rituali sia, ancor più, il pensiero filosofico-religioso dei popoli antichi. Solo per individuare ipotesi plausibili (la verità è irraggiungibile) per la ricerca paletnologica, è bene rivolgersi alle fonti dell’Antropologia. La componente messianica della religione dei “Parsi” (Persi o Persiani) la cui religione era il culto di Mitra (Mitra = Sole e fuoco) ebbe anche marcate ascendenze in larga parte del popolo ebraico già dal suo rientro dalla Babilonia di Nabuchadrezzar (Nabucodonosor), (dal 586 al 538 a.C.), e ancora per la dominazione Assira (dal 538 al 332 a.C.). Quell’influsso assorbito dai messianici ebrei, appartenenti alla fucina mistica di Qumram, presso il Mar Morto, avrà sensibili conseguenze anche nella predicazione cristiana. Analogamente, alcuni contenuti della religione mitraica avranno sorprendenti spazi nella teologia cristiana delle origini. Il rito della scarnificazione Diffuso in antico, il rito della scarnificazione, nelle sue sfaccettature, potrebbe sembrare una “pazzia” lontanissima dalle pratiche del terzo millennio e, ove sopravvivesse ancora, sarebbe considerato un rito anacronistico e “disumano”, di gruppuscoli “ancora preistorici”. La potente etnia dei Parsi vive a Bombay, dove ha una florida condizione economica basata su industrie dalle tecnologie avanzate. Detiene un vasto bosco dove una dachmar o torre del silenzio accoglie la pratica funeraria della scarnificazione. Per i Parsi, fondamentale imperativo è il rispetto della purezza degli elementi divini: Terra, Fuoco, Aria e Acqua, quali fattori fondamentali per la Natura e per tutti i viventi. La dissoluzione dei cadaveri non deve contaminare alcuno dei detti componenti. La soluzione coerente (forse l’unica) è che i corpi dei defunti siano esposti alla diligente solerzia di numerosi avvoltoi, allevati di proposito, che per antichissima consuetudine sostano ai bordi delle dachmars: le torri circolari dalle alte mura, lontane da occhi profani. CGli ex viventi ritornano direttamente, in questo modo, a far parte del ciclo biologico della Natura, nel rispetto della regola e della “purezza divina”. La collocazione ultima delle ossa avanzate avverrà in cimiteri preposti, dove i componenti del gruppo umano, i vivi, “incontrano” i propri antenati e piangono i defunti. Questo è quanto si ritrova nelle sepolture antiche secondarie (la maggior parte), ad attestare gli avvenuti riti. Dall’antichissima religione di Zarathustra, dunque, discende un’intima convinzione religiosa e una filosofia di vita che ha come conseguenza la deposizione funeraria secondaria. In questo modo dobbiamo ineludibilmente intendere le tombe dell’altopiano di Sa Figu, ma anche di quelle della Sardegna preistorica. Dall’archeologia vengono testimonianze di scarnificazione fin dal più antico Neolitico, attinenti a molti continenti. Nel Neolitico, dalle città più antiche finora individuate (Jarmo nel Kurdistan, Gerico in Giordania, Hacilar e Chatal Hu-yuk in Turchia) si hanno testimonianze di pratiche della scarnificazione attuate a diverso titolo. A Gerico, Jarmo e Cha-tal Huyuk sono stati rinvenuti - sotto i pavimenti di diverse capanne o sotto i rilievi dei giacigli, volti di defunti ben rimodellati con terre plastiche e inserzioni di conchiglie a ricreare gli occhi, realizzati sui crani originali. Questa pratica presume la scarnificazione delle teste (in qualunque modo e tempo si attuasse), un accurato rinettamento del teschio e un preciso rifacimento dei tratti somatici dei parenti o antenati (grazie alla memoria “fresca”). Le modalità dei riti, al pari delle motivazioni profonde che li sottintendevano, sfuggono all’indagine paletnologica, ma resta l’evidenza della pratica della scarnificazione liturgica e della “definitiva” (forse) sepoltura secondaria. Sempre a Çhatal Hüyük, schematici affreschi in ocra rossa raffigurano grandi rapaci che divorano corpi di uomini, riprodotti senza testa e privi di qualche arto. Nei ventri degli avvoltoi, resi “trasparenti” per arte pittorica, si vedono degli schematismi di parti del corpo umano. Da Gobekli Tepe – Turchia, elementi rituali associabili alla scarnificazione riconducono addirittura al Neolitico Antico Preceramico (10.000 a.C.). Resta da approfondire il rapporto possibile tra scarnificazione dei cadaveri e l’antropofagia, ma questo è un altro capitolo. Giacobbe Manca

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il levante GIUGNO 2017 - pag. 7 Turismo socialmente accessibile a San Teodoro trasporto anche su fondi sabbiosi. Inoltre se prima chi presentava di- sturbi nell’alimentazione (esempio i celiaci) è possibile trovare oggi Quando alcuni anni fa mi occupai di turismo socialmente accessibile mi piacque talmente tanto che scelsi questo argomento come materia della mia tesi di laurea. Nell’affrontare questo tema ho cercato anzitutto di approfondire le varie facce di un’attività considerata a ragione un settore importante dell’economia mondiale, che si rivolge non solo agli aspetti ricreativi ma anche e soprattutto a quelli della socializzazione intesa nel senso piu ampio. Fra i vari tipi di turismo, il mio lavoro focalizzava l’attenzione su quello “sociale” o “accessibile”, inteso come quell’insieme di servizi, strutture e infrastrutture, che con- nei vari locali della zona, pizzerie o ristoranti, adeguatamente presdisposti a queste esigenze. Tanto ancora si può fare, l’accessibilità rappresenta un criterio innovativo del modo di pensare i luoghi in cui la gente vive la propria quotidianità ed il proprio tempo libero, sdoganando questo concetto da temi riguardanti solamente “categorie particolari”. Nei luoghi in cui una persona, con difficoltà di movimento vive bene, consente anche agli altri di viver ancor meglio. Angela Bacciu sentono alle persone con esigenze speciali (disabili, persone con problemi di allergie, anziani) la fruizione della vacanza e del tempo libero senza ostacoli o difficoltà. Dalla vostra parte Questo tipo di turismo ha assunto un’importanza crescente negli ultimi decenni, accompagnato da un mutamento della mentalità della so- La latitanza della Rai cietà civile preceduta e in parte seguita da una produzione normativa che appare ancora carente e lacunosa rispetto a quella di altri paesi occidentali. Avevo scelto di parlare di San Teodoro non solo perchè ci vivo ma soprattutto perchè rappresenta in Sardegna una realtà turistica di primo piano ma anche per la posizione geografica, la caratteristica delle sue spiagge, ampie, sabbiose e con acque basse, rappresenta l’optimum per i fruitori che appartengono alle fasce disagiate. San Teodoro su questo argomento presenta, come è naturale, luci ed ombre; alcune di queste ombre possono essere imputate a scarsa attenzione alle opere infrastrutturali ma in questi anni rispetto alla mia ricerca sul campo di qualche tempo fa molto è cambiato. La maggior parte delle spiagge sono accessibili con le pedane ed i parcheggi riservati nei pressi dell’entrata o possibilità di arrivare con l’auto nelle immediate vicinanze dell’ingresso vengono più spesso rispettati. Una buona attenzione è riservata a questa categoria di turisti non solo negli hotel, b&b o locali pubblici, tutti con stanze o bagni a norma, ma anche all’interno degli stabilimenti balneari. Tra alcuni esempi, l’Associazione Orizzonti di Gallura mette a disposizione due modelli di sedia job, l’unica carrozzina mare che permette di entrare in acqua rimanendo comodamente seduti, poichè è costruita con materiali in lega e speciali cuscinetti che non temono la salsedine, con gomme galleggianti ideate per il Si avvicina l'estate e come accade ormai regolarmente il segnale Rai sui nostri televisori si affievolisce,scompare, si trasforma in una serie di strisce multicolori. Il tutto ci ricorda una fortunata serie di generi di abbigliamento tipo " Missoni". I tecnici Rai, prontamente intervenuti da quel di Cagliari, ci hanno fatto sapere che il segnale è pressoché irricevibile non solo in San Teo- doro ma anche in quasi tutta la Gallura per la debolezza dei ripe- titori di Coda Cavallo e di San Lorenzo e, soprattutto, per l'in- fluenza delle interferenze di altre emittenti che dal continente - con mare quasi sempre piatto - con- fondono e coprono il segnale di mamma Rai. Infatti siamo gratificati dalle varie Tele Capri, Napoli 2, Marco Polo e via discorrendo ..... Cosa che, ovviamente,non avviene d'inverno grazie alle condizioni di un mare molto spesso agitato. E allora?Primo suggerimento propo- sto:dotare il proprio impianto di un sistema satellitare.Il che farebbe restar fuori dai nostri schermi Rai 3 che ci dà notizie di quel che accade nell'Isola,segnale non ricevibile con il " padellone " . La soluzione de- finitiva e radicale,sempre secondo i tecnici,sarebbe garantita dell'in- stallazione di un ripetitore sulle alture di Golfo Aranci che coprirebbe tutta l'area della Gallura e che ovviamente consentirebbe anche ai fu- ribondi utenti di San Teodoro di ricevere un segnale visibile, che una tassa ormai pagata da tutti gli utenti del piccolo schermo (anche dagli ex evasori ) dovrebbe garantire. Cosa aspetta dunque la Rai? Mario Stratta Come eravamo La fotografia che pubblichiamo riprende un angolo scomparso di San Teo- doro, Via dei Gerani, che oggi conserva lo stesso nome.

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il levante Cincinnato... ad esempio (Segue dalla prima) Costoro alternavano le arti della politica e della spada con la con- cretezza del campo coltivato; quindi la diligenza e la regola, senza le quali non è dato ottenere alcun ortaggio, frutto o cerale. E viene difficile pensare che l'esercizio del buon governo non tro- vasse ispirazione nelle virtù sociali, prima di tutto l'umiltà, necessarie alla buona agricoltura. Tutto questo ha naturalmente poco a che fare con l'estate teodorina, che però è fatta apposta per le audaci fantasie. E Infatti uno pensa alla Roma di oggi, alle moltitudini che si affan- nano al suo governo e quindi alla sua rovina, e conclude che forse è giunto il momento di lanciare un nuovo marchio di prodotti della terra, magari bio, che fa tanto chic. Sì, avete capito, proprio SPQR. Gian Piero Meloni Sport in gallura La notizia più bella per l'annata calcistica del settore giovanile è la conquista della Coppa disciplina per la squadra juniores del San Teodoro calcio. La squadra, guidata quest'anno da Stefano Medda, ha disputato il campionato regionale vincendo a man bassa il girone e qualificandosi per le finali contro Nuorese e Torres. Per la cronaca la squadra è stata eliminata dalla Torres che ha partecipato poi alla fase nazionale. Una bella soddisfazione per la dirigenza e per i ragazzi. S.B. Alternanza scuola/lavoro, si inizia a giugno L’Icimar, che dall’inizio della sua fondazione vanta il riconoscimento della personalità giuridica approvata dal MURST (Ministero dell’Università, Ricerca Scientifica e Tecnologica con D.M. del 19.05.1998), accoglierà nell’arco dell’anno studenti di istituti e licei della provincia e non. I primi ad essere inseriti inizieranno a giugno per tre settimane consecutive. Si tratta di ragazzi che stanno partecipando ai percorsi di alternanza scuola-lavoro. Dal corrente anno scolastico 2016/2017 l’alternanza è obbligatoria per gli studenti del terzo e del quarto anno. A regime, dall’anno scolastico 2017/2018, saranno coinvolti tutti gli studenti dell’ultimo triennio. Questa esperienza educativa, coprogettata dalla scuola con altri soggetti e istituzioni, è finalizzata ad offrire ai ragazzi occasioni formative di alto e qualificato profilo. Il percorso è un’opportunità per i ragazzi di inserirsi, in periodi determinati con la struttura ospitante, in contesti lavorativi adatti a stimolare la propria creatività. Ma non solo per loro, riteniamo che sia importante anche per noi come: esplicito coinvolgimento del “museo e istituti operanti nel settore del patrimonio e delle attività culturali”; come punto di forza per strutture, come la nostra, nel periodo di maggiore frequenza durante la stagione estiva perchè l’alternanza scuola-lavoro può essere svolta anche dopo la sospensione delle attività didattiche (in base a quanto stabilito dalla Legge.107/2015, art. 1 c.35). La comprensione delle attività e dei processi svolti all’interno di una organizzazione riteniamo sia fondamentale per poter fornire i propri servizi rendendoli sempre attuali e favorire lo sviluppo del “Senso di iniziativa ed imprenditorialità” che significa saper tradurre le idee in azione. Svolgere l’alternanza nei luoghi della cultura soprattutto in quelli dove si vive significa non soltanto perseguire gli obiettivi indicati dalla normativa (acquisizione di competenze spendibili nel mondo del lavoro, orientamento per le scelte future etc.), ma lavorare per la formazione di ‘cittadini attivi’ in grado di partecipare in modo più adeguato alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale. L’Icimar, da sempre ha sottolineato nei suoi interventi l’importanza di una formazione professionale al di fuori del rigido schema scolastico, per favorire l’inserimento consapevole e convinto nelle scelte di una futura attività lavorativa. Angela Bacciu GIUGNO 2017 - pag. 8 Come eravamo Un cantiere benedetto La strada provinciale San Teodoro/Agrustos appaltata dalla provincia di Nuoro alla ditta Crovetti di Rovigo inizia i lavori nel gennaio del 1958, anno di inaugurazione del primo tratto dell'autostrada del sole e, per la comunità di San Teodoro, prossimo a diventare comune autonomo in distacco da Posada l'inizio del cantiere era stata una fonte di respiro per le mae- stranze della zona in quanto nel dopoguerra l'economia locale non produceva altro che qualche giornata lavorativa come bracciante agricolo oppure l'affidamento a “mezzadria”. La serietà e la severità della ditta Crovetti era una garanzia per chi veniva chiamato da zio Paoleddhu Inzaina presso l'ufficio di collocamento per le selezioni di impiego. Tante furono le maestranze assunte e tutte di San Teo- doro. E venne il giorno della chiamata; in località “CALDOSA” nel vecchio stazzo di Stefano Parriciatu quartiere generale della ditta, “fummo presentati al capo cantiere sig. Romeo Cucchi che dopo le informative del caso ci consegnò un piccone ed un badile per l'inizio dei lavori”. Tutti gli operai raggiungevano il posto di lavoro a piedi o in bicicletta. La partenza dei lavori era di fronte alla casa di zio Si- mone Marongiu, attuale Via degli Asfodeli, anche lui assunto nel cantiere. Seguendo il vecchio tracciato (era poco più che una mulat- tiera) attraverso campi rigogliosi coltivati a “tricu” (a grano) e, dopo aver scollinato “Luccarì” e proseguito per la discesa verso Ottiolu, l'arrivo ad Agrustos nel territorio di Budoni. La partenza dei lavori era stata seguita con curiosità in quanto la mattina presto, un “mostro giallo” di 90 cavalli, la ruspa guidata da Giovanni Piccinnu di Nuchis affondò la pala per preparare la trincea della carreggiata e dare inizio ai lavori. Tutti gli operai avevano una loro mansione specifica a seconda dell'età e delle capacità. I giovani avevano il compito di cercare l'acqua per dissetare gli operai e per gli impasti. Lungo il tracciato vi erano delle piccole sorgenti ma anche dei pozzi oppure qualche bacino d'acqua piovana, “lu palau”. Gli altri lavoravano al costipamento della massicciata in trincea, al cu- nettone di contenimento sempre in pietra nei tratti in rilevato, alla realizzazione delle “opere d'arte” negli attraversamenti d'acqua (fosso lu calcinosu, torrente turrualè, rio di briglia di caddhu e li fon- nesi). Durante la realizzazione della gettata in calcestruzzo al ponte di Li Fonnesi, l'opera più importante del cantiere, eseguita in una giornata lavorativa di giugno, parteciparono quasi tutti: zio Saureddu Tola, zio Giovanni Punzeddu, zio Stefano Parriciatu, zio Leonardo Loi, zio Simone Marongiu, Salvatore e Baignu Ruoni addetti all'im- pasto mentre i carriolanti erano Tonino Brandanu, Salvatore Carta, Salvatore Cherchi (Curreddhu), Angelino Sanna, Bruno Fiorina, Ste- fano Amadori, Guido e Pauleddhu Mura. I lavori proseguivano di buona lena anche nel periodo di gran caldo e tra la posa della mas- sicciata ed il sabbione c'era il passaggio del “cilindro”, un rullo com- pressore che consolidava il piano stradale. Questo cantiere ha consacrato l'abilità di zio Antongiovanni Inzaina, per la finitura delle scarpate con il piccone, la professionalità di zio Antoneddhu Carta come scalpellino, la capacità di assestare la massicciata da parte di Simone Marongiu e Giovanni Antonio Pittorra, la perfezione del cu- nettone in pietra “a secco” eseguita da Leonardo Loi e l'esperienza maturata come provetto minatore da Salvatore Ruoni che poi ne ha fatto il proprio mestiere. Gli attrezzi del mestiere, punte, picconi ed altro venivano portati su una bicicletta “Torpado”(quella con due portabagagli) ai due fabbri di San Teodoro Ziu Ciccheddhu Cattini e ziu Salvadori Azara per es- sere forgiati e pronti per il giorno seguente. Un fatto curioso successe nel momento in cui la carovana di mezzi ed operai arrivò con i lavori al salto di “Luccarì” che delimitava i due territori galluresi. La mattina all'ora di cominciare i lavori le maestranze teodorine si imbatterono in un nutrito ed arrabbiato gruppo di operai di Agrustos che guidati da Simone Murrighili e Ciccheddhu Cocciu rivendica- vano il diritto, nel loro territorio, all'assunzione al cantiere stradale. L'astuzia dei rappresentanti della ditta Crovetti uniti al buonsenso dei teodorini sistemò le cose ed i lavori proseguirono sino alla loro ultimazione in località Agrustos nel mese di febbario del 1959. Un grazie particolare a Tonino Brandanu, che allora quindicenne lasciò il lavoro con il padre (“trasportavo tutto il santo giorno pietre a barella”) per essere assunto nel cantiere stradale e la cui testimo- nianza ci ha permesso di raccontare fatti accaduti sessant’anni or- sono, ma ancor vivi di molti teodorini. Sandro Brandano

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illevante ISTITUTO DELLE CIVILTÀ DEL MARE Periodico di cultura, ambiente e informazione Invasi a secco in Sardegna Allarme rosso per la siccità in tutta l'isola. La Sardegna si appresta a ricevere l'ondata di turisti che scelgono di trascorrere le vacanze nelle località divenute meta privilegiata delle ferie di italiani e stranieri in una situazione di vero dramma, che non accenna a mutare senza le tanto attese piogge. Gli invasi di raccolta sono di fatto all'asciutto e basti pensare a quello di Cuga che forniva acqua a mezza Sardegna per toccar con mano quale situazione ci attende in Gallura per i prossimi mesi. Ed a farne le spese sono soprattutto allevatori ed agricoltori che attraverso i loro rappresentanti della Coldiretti hanno chiesto alla Regione di far dichiarare dal governo centrale lo stato di calamità naturale. Qualche primo preoccupante segnale c'è già stato. Drastiche riduzioni di forniture idriche alle colture, limitazioni nelle reti dirette alle abitazioni. A fronte di una siccità prolungata come quella a cui stiamo ormai assistendo dai primi mesi dell'anno si impone un uso responsabile dell'acqua a cominciare da quello nelle abitazioni. Ed a questo proposito diamo ai nostri lettori una chiave di lettura di quanto ci costa aprire i rubinetti per i più comuni e ricorrenti bisogni quotidiani. Auguriamoci dunque che prender coscienza di quel che se ne va persa nello scarico del lavandino o della doccia ci spinga a farne un uso più sobrio e controllato, spingendoci a ridurre i consumi inutili e gli sprechi da abbandonare. Per un bagno nella vasca di casa occorrono mediamente 130 litri d'acqua ed altrettanti per una doccia dopo un bagno di mare; 100 litri per un bucato in lavatrice; 40 litri se ne vanno in lavastoviglie per piatti, pentole e posate e addirittura 10 litri per lavarci i denti! È tutto ciò alla faccia della "Carta europea dell'acqua" promulgata a Strasburgo quasi cinquant'anni orsono nel 1968 che ammoniva i Paesi di far uso controllato delle risorse idriche. Senza contare che la stessa ONU con la " Giornata mondiale dell'acqua, istituita nel 1992, aveva evidenziato il rischio che "a breve" (sic!), e si parla di decenni fa, la somministrazione dell'acqua avrebbe potuto subire drastiche riduzioni e costi sempre più elevati. A buon intenditor... Mario Stratta SOMMARIO: Invasi a secco in Sardegna; Cincinnato... ad esempio; Museo Etnografico MEOC ad Aggius; Al via il Festival di Tavolara; Gli antichi greci e la Sardegna; Cerimonia borse di studio 2016/2017; L’importamza del camminare; Ampliare e diversificare l’offerta turistica; Se una notte d’inverno il viaggiatore; I Grifoni e la Torre del silenzio; Turismo socialmente accessibile a San Teodoro; Come eravamo; Un cantiere benedetto;Sport in Gallura; Alternanza scuola/lavoro, si inizia a giugno; Salvatore Brandanu, Turista alla Cinta, olio su tavola, 60x83, 2014 Orari Museo e Biblioteca Gallura Gli orari attuali restano invariati anche nei prossimi mesi: Lunedì, Mercoledì e Venerdì dalle ore 9.00 alle ore 13.00. Martedì, Giovedì dalle 15.00 alle 19.00 I prestiti dei volumi vengono concessi, dopo l’iscrizione gratuita, a residenti e turisti per la normale durata di lettura. Le richieste per l’affitto della sala per riunioni o conferenze deve essere richiesta tramite mail: segreteria@icimar.it Cjavani di piazza Negli anni sessanta durante un comizio del Movimento Sociale Italiano, in piazza Montecitorio a San Teodoro, mentre l'avvocato Bagedda di Nuoro da un poggiolo di una casa parlava ai sostenitori, veniva interrotto dall'improvviso suono delle campane della chiesa. Il comizio si interrompe bruscamente e dopo qualche minuto, un infastidito Bagedda cominciava a dare segni di insofferenza pronunciando “smettila campanaro” di continuo, in quanto si era accorto che le campane non suonavano di certo per la messa. Il buon Don Francesco Pala aveva mandato al campanile il giovane Giampiero che aveva improvvisato un ritmato suono di disturbo. Per la cronaca, dopo una decina di minuti, tornato il silenzio l'infuriato politico si affrettò a concludere il comizio. San Teodoro - GIUGNO 2017 distribuzione gratuita Cincinnato ... ad esempio Nel Nuovo Dizionario Universale di Agricoltura (Venezia,1840) del dotto Francesco Gera da Conegliano si legge che, dopo la caduta di Cartagine (146 a.C.), i conquistatori non seppero che farsene di quella che pure doveva essere una imponente biblioteca, tanto che ne fecero dono ai loro alleati Numidi. Pensarono bene però di tradurre in latino dalla lingua punica le istituzioni agrarie di Magone il cartaginese (III secolo aC.) e la cui fama doveva essere già nota ai romani. Ancora più incolti dovevano essere i loro predecessori e autori del saccheggio di Taranto (209 a.C.), eppure conservarono gli insegnamenti agrari del multiforme ingegno di Archita (428-360 a.C.); “Se vi si domanda come Taranto sia diventata grande, come si conservi tale, come si aumenti la sua ricchezza, voi potete con serena fronte e con gioia nel cuore rispondere: con la buona agricoltura, con la migliore agricoltura,...”. I vinti soccombevano ma i vincitori per pura utilità erano pronti a riconoscerne il più profondo sapere e quindi la loro maggior gloria, almeno nella “più necessaria delle arti”. Due esempi per poter affermare che molto devono aver appreso i romani dai Greci, dagli Egizi e dai Cartaginesi e determinanti devono essere stati i progressi dell’agricoltura alla grandezza di Roma. Se solo si pensa agli infiniti bisogni della metropoli del mondo si può immaginare quale concorso di azioni fossero necessarie per realizzare un sufficiente rifornimento di derrate; dalla certezza del diritto agrario alla manutenzione delle strade, dalla libertà di agire in concorrenza alla molteplicità dei mercati e delle fiere. La grandezza della repubblica si accompagnava dunque a istituzioni avvedute e ad una opinione pubblica che tributava ai prodotti della terra il significato di vera ricchezza. Il pubblico riconoscimento per i prodi e i condottieri era un pezzo di terra, non più di quanta un solo uomo potesse ararne in un giorno. Ma si sa bene come andò a finire. Le lusinghe del lusso e del potere condussero a delegare l'agricoltura a schiavi, liberti e fittavoli, da cui la pretesa delle rendite e delle tasse. Il risultato fu la decadenza della base produttiva e la crescente dipendenza da altre nazioni. Per i molti secoli della repubblica furono però visti i più illustri fra i romani, tra i quali il celeberrimo Lucio Quinzio Cincinnato, passare dalla campagna ai primi impieghi della repubblica, ma soprattutto ripassare dai primi impieghi della repubblica alle occupazioni campestri. Plinio, che già lamentava i segni della decadenza, racconta poeticamente come le zolle “andasser superbe” dall’essere lavorate da consoli, dittatori e tribuni della repubblica, che passavano dalla toga del senato alla umiltà del podere. Gian Piero Meloni segue a pag.8

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