Theofilos Anno III - N. 2

 

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Rivista Scuola Teologica di Base Arcidiocesi di Palermo Giugno 2017

Popular Pages


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Rivista della Scuola Teologica di Base “San Luca Evangelista” ANNO III N.2 GIUGNO 2017

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FEBBRAIO 2017 OTTOBRE MAGGIO FEBBRAIO 2016 OTTOBRE MAGGIO FEBBRAIO 2015

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GRAPHIC & PRIntInG web I n f o ReDAZIone & DIReZIone Scuola Teologica di Base “S. Luca EvangELiSTa” ANNOIII NumErO 2 GIUGNO 2017Copie 2.500 Quadrimestrale registrato presso il tribunale di palermo il 22.09.2014, n. 11/14 aSSociazionE SociocuLTuraLE “KK onLuS” via Tenente arrigo, 21 | villabate (Pa) cF: 97211280827 dIrettore responsabIle: Michelangelo Nasca capo redattore: Giuseppe Tuzzolino redazIone: Don Salvatore Priola, Maria Lo Presti, Maria Catena, Silvana Morello, Andrea Sannasardo. hanno collaborato: Don Salvatore Priola, Francesco Bommarito, Melania Giacalone, Giuseppe Tuzzolino, Maria Catena, Giuseppe Martines, Mario Sedia, Maria Lo Presti, Fabio Mirino. Per le libere contribuzioni Cod. IBAN IT93Y0335901600100000140870 INTESTATO A: Associazione Socio Culturale “KK Onlus” Via Tenente Arrigo, 21 - 90039 Villabate (PA) Tutti i numeri sono online sul sito della Scuola Teologica di Base www.stb.arcidiocesi.palermo.it e-mail:theofilos2000@gmail.com progetto grafIco: Gianluca Meschis stampa: Wide snc Corso dei Mille, 1339 - Palermo Tel. 091 7835321 - www.widesnc.com concessionaria esclusiva di pubblicità: Wide snc In copertIna: “Madonna del Libro” Sandro Botticelli, 1480-1481 - Uffizi Firenze Alcune immagini utilizzate negli articoli sono state scelte a scopo puramente divulgativo. Se riconosci la proprietà di una foto e non intendi concederne l'utilizzo o vuoi firmarla invia una segnalazione alla mail: theofilos2000@gmail.com 2 6 10 14 18 22 32 38 EditorialE 2 Unum presbyterium cum Episcopo di Don Salvatore Priola 5 arEa BiBlica 6 dio giusto e misericordioso di Francesco Bommarito e Melania Giacalone 9 arEa dogmatica 10 Eros Philia Agape di Giuseppe Tuzzolino 13 arEa liturgica 14 la Traditio Apostolica di ippolito di roma di Maria Catena 17 arEa moralE 18 una possibile ecologia integrale per la nostra comunità locale di Giuseppe Martines e Mario Sedia 21 approfondimEnto 22 apparve maria... di Maria Lo Presti 25 r presbiteri rubrIcA 31 spiritualità 32 don luigi monza, sacerdote secondo il cuore di dio di Maria Catena r34 lessico spirituale rubrIcA 35 Vita dElla scuola 36 Quando la liturgia diventa musica di Fabio Mirino 40 r Theofilos risponde rubrIcA 1

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EDITORIALE Unum presbyterium cum Episcopo di Don Salvatore Priola Sant’Ignazio d’Antiochia († 107) scrivendo la lettera alla Chiesa di Efeso esortava i presbiteri, collaboratori del Vescovo, a restare attaccati a lui «come le corde alla cetra» (4,1). Questo affermava per indicare l’intimo e inscindibile legame con il quale sono uniti, nell’unico presbiterio, vescovo e presbiteri. Essi, con ruoli e funzioni diverse, esercitano l’unico sacerdozio di Cristo partecipato in pienezza al vescovo, membro del collegio apostolico, e in forma ministeriale ai presbiteri che sono inseriti nel presbiterio della porzione di Chiesa universale cui egli presiede, come successore degli Apostoli. A tal proposito, così si esprime la Lumen Gentium al n. 28: «I presbiteri, saggi collaboratori dell’ordine episcopale e suo aiuto e strumento, chiamati al servizio del popolo di Dio, costituiscono col loro vescovo un unico presbiterio, sebbene destinato a diversi uffici». è significativo costatare che nel Decreto conciliare Presbyterorum ordinis il termine presbyteri compare in forma plurale per ben 111 volte, mentre presbyter al singolare solo 7 volte, come a voler indicare il necessario superamento di una visione individualistica del ministero presbiterale, in favore di una ricomprensione ed un suo esercizio comunitario. In questa direzione si è mosso il magistero post conciliare (si pensi, ad esempio, alla Pastores dabo vobis e al Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri), sempre insistendo e richiamando sulla necessità di dare forma e contenuto comunitario alla formazione dei nuovi presbiteri, perché siano avviati alla comprensione e all’esercizio del loro ministero in modo collegiale, sotto la guida del vescovo e in comunione con lui, espressione dell’unico presbiterio nel quale sono inseriti dopo l’ordinazione. Uno degli aspetti al quanto rischiosi, spesse volte evidenziato, è relativo al marcato individualismo presbiterale che, come un “cancro”, potrebbe essere esiziale non solo per il presbitero, altresì per il presbiterio stesso. 2 | Editoriale

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Esso, infatti, contraddice essenzialmente la natura del presbiterio, quale luogo di comunione, di condivisione fraterna, di mutuo sostegno, di carità apostolica, di progettualità pastorale, di cura spirituale, come chiaramente indica il Presbyterorum ordinis al n. 8. Occorre riconoscere, con rammarico, che allo stato attuale non si riescono ad intravvedere segni di un cambiamento di rotta, rispetto al passato, nemmeno tra le nuove generazioni di presbiteri che, pur “nutriti a pane e concilio”, avrebbero dovuto far registrare, quanto meno, un’inversione di tendenza e una rinnovata aspirazione alla comunione presbiterale scaturente dall’appartenenza all’unico presbiterio, generatore di comunione. Purtroppo, non possiamo negare che i presbiteri, tante volte, non sentono viva la loro appartenenza al presbiterio, se non in maniera ideale, ma quasi sempre subordinata a priorità che rispondono ad una personalissima scala di valori, a percorsi ecclesiali, esperienze spirituali e appartenenze movimentistiche che distraggono e allontanano dalla partecipazione attiva alla vita del presbiterio piuttosto che arricchirla, mettendo in circolo tali diversificate risorse che, di per sé, potrebbero contribuire non poco alla bellezza e alla qualità della vita presbiterale. La consapevolezza di essere unum presbyterium cum Episcopo fa appello alla responsabilità di ciascun presbitero e del vescovo, perché si proceda alla messa in opera di iniziative mirate alla riqualificazione dei luoghi e degli organismi che si occupano della vita presbiterale: il presbiterio, il consiglio presbiterale, il seminario, la facoltà teologica e la commissione per la formazione permanente del clero. A motivo della congiuntura culturale e delle dinamiche ecclesiali del nostro tempo, attraverso un sano discernimento, non è difficile comprendere che giova ai presbiteri sentire uma- Editoriale | 3

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namente e spiritualmente vicino il proprio vescovo, sperimentare di essere nei suoi pensieri, di essere tenuti in considerazione nell’esercizio del suo ministero episcopale, di essere coinvolti nelle decisioni e nel governo della Chiesa, di essere accompagnati nei bisogni e nelle sfide pastorali, di essere accolti e ascoltati amabilmente, per la condivisione delle gioie ed anche delle fatiche e delle sofferenze prodotte dall’esercizio del ministero loro affidato. Ed è altrettanto evidente che giova al vescovo sentire il proprio presbiterio unito fedelmente a lui, nel servizio al popolo santo di Dio, e in comunione con lui nell’affrontare, con fervente zelo e spirito di sacrificio, le sfide pastorali derivanti dall’ineludibile opera d’inculturazione della fede, cui nessuno può sottrarsi, per il rinnovato annuncio del kerigma cristiano. Perciò, vescovo e presbiteri, nella comunione di grazia e di vita, devono far crescere quella familiarità e confidenza che con nessun’altra persona è possibile attuare allo stesso modo e che ha effetti benefici su tutta la Comunità ecclesiale. La dedizione amorevole al presbiterio, da parte dei presbiteri e del vescovo, può essere giustamente considerata una chiara manifestazione di evangelica cura pastorale della Chiesa. In considerazione di ciò, penso che come Chiesa dovremmo riflettere attentamente su alcune questioni urgenti. Se vogliamo comunità ecclesiali e servizi pastorali all’altezza delle situazioni concrete attuali, dobbiamo considerarci tutti corresponsabili della qualità della vita del nostro presbiterio: vescovo, presbiteri, diaconi, fedeli laici e religiosi, ognuno per parte propria. Il tempo, le risorse, i mezzi, le persone dedite alla cura del presbiterio dovrebbero essere tra le priorità del nostro impegno ecclesiale. I presbiteri, dal canto loro, dovrebbero chiedersi quali strategie adottare per rendere più interessanti e piacevoli gli incontri di formazione teologico-pastorale, i ritiri spirituali e i momenti di fraternità del clero. Al vescovo fa dovere valorizzare a pieno gli organismi collegiali, il consiglio presbiterale in particolare, perché si proceda ad una 4 | Editoriale programmazione qualificata e ben coordinata delle attività finalizzate alla formazione e alla cura del presbiterio e della vita di ciascun presbitero. Al seminario (anche se non solo ad esso) è affidato il compito di preparare i futuri presbiteri ad inserirsi nel presbiterio, maturando la coscienza che essi saranno ordinati al presbiterio per una Chiesa in uscita, come ci ricorda il titolo del volume che raccoglie gli atti del IV convegno regionale dei presbiteri di Sicilia, che i vescovi hanno donato a tutti i presbiteri lo scorso giovedì santo, al termine della Messa crismale. A coloro che hanno la re- sponsabilità di animare il presbiterio corre l’obbligo di predisporre il necessario per accogliere i nuovi presbiteri, mostrare attenzione e disponibilità nell’accompagnamento dei loro “primi passi”, delle loro prime esperienze ministeriali, affiancando loro figure presbiterali sagge e fratelli e sorelle nella fede di provata esperienza ecclesiale. Avere un “occhio di riguardo” nei confronti dei presbiteri più anziani e ammalati, spesso consegnati alle sole cure della loro famiglia d’origine nei momenti della sofferenza, attivando ogni mezzo per far sperimentare loro la vici- nanza e l’amorevole cura della Chiesa madre, che hanno servito con fedele dedizione e sacrificio. E, infine, forse la nota più dolorosa di questo elenco, dovremmo tutti domandarci se e quale tipo di accompagnamento, discreto e delicato, abbiamo posto in essere nei riguardi dei presbiteri che vivono situazioni di crisi o hanno sperimentato il fallimento personale, a motivo di debolezze e fragilità che li hanno indotti in errori gravi, persino quelli penalmente perseguibili. Perché tutto ciò possa entrare nella progettazione del cammino della nostra Chiesa, il Beato sacerdote Giuseppe Puglisi ci indica una via da seguire: l’imitazione di Gesù maestro, attraverso il recupero di un orizzonte martiriale, entro il quale ricomprendere ruoli e funzioni di ciascun grado del ministero ordinato. Perciò, ebbe a dire un giorno uno dei vescovi della nostra isola, Mons. Luigi Bommarito: «l’unica scelta pastorale possibile è il martirio».

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GIUGNO 2017 area BIBLICa So che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore. Giona 4,2

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Dio giusto e misericordioso di Francesco Bommarito e Melania Giacalone Nelle Scritture la «giustizia», in ebraico sedaqàh, si relaziona profondamente all’Alleanza e alla misericordia. In- fatti il termine ebraico significa, da una parte, accettare pienamente la volontà del Dio d’Israele, dall’altra la solidarietà nei confronti del prossimo (cf. Es 20,12-17), in particolar modo dei più indifesi: «rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito» (Dt 10,18). Secondo la visione veterotestamentaria, la giustizia esprime anche un equilibrio e un’armonia voluti da Dio, usciti da Lui, e che devono reggere l’intero universo. Per questo motivo, Dio castiga i nemici d’Israele come castiga Israele stesso quando pecca (cf. Dt 33,21; Sal 50,6): interviene per ristabilire ciò che è giusto, la giustizia che è stata infranta. Nella Bibbia, comunque, il termine giustizia appare in contesti differenti, e con diverse sfumature anche quanto al significato. Nell’antico testamento troviamo precetti che regolano i rapporti di equità tra il popolo. La letteratura sapienziale è ricca di esortazioni sulla giustizia: «Beati coloro che osservano il diritto e agiscono con giustizia in ogni tempo» (Sal 106,3), e ancora: «Chi pratica la giustizia si procura la vita, chi persegue il male va verso la morte» (Prv 11,19). Questa giustizia si manifesta sia nel castigare i superbi: «Alzati, giudice della Terra, rendi ai superbi quello che si meritano!» (Sal 94,1-2); sia nel liberare l’oppresso in quanto Dio è attento al grido del misero e richiede giustizia verso il povero (cf. Sir 4,4-5.8-9; Ger 11,20). L’implorazione a Dio «giudice giusto» (Sal 7,12) esprime il desiderio che venga inflitta una pena al colpevole secondo il principio che a ciascuno deve essere dato ciò che è dovuto. Nella predicazione profetica la giustizia esprime in maniera significativa gli atteggiamenti dell’uomo chiamato ad una compassionevole condivisione fraterna verso il più debole, emarginato, indifeso e straniero. Profeti come Isaia, Amos e Michea pongono l’attenzione sulla condizione di ingiustizia in cui si trovano gli emarginati della società. Violenza, ingiustizie dei tribunali, oppressione dei poveri, eccesso di ricchezze e frode sono temi ricorrenti delle loro denunce: «Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri e per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro preda e per defraudare gli orfani» (Is 10, 1-2; cf. Am 4,1). Pertanto il giusto deve prendersi cura dei miseri, deve liberare l’oppresso dal suo oppressore, e deve essere come un padre per gli indifesi (cf. Prv 29,7). La giustizia di Dio è una giustizia salvifica, infatti, non si esaurisce nel riconoscere il diritto dell’innocente e nel punire il colpevole, ma è piuttosto il dono che genera una condizione antropologica nuova voluta e sostenuta da 6 | Area Biblica

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Dio stesso. Alla giustizia di Dio fa eco la giustizia dell’uomo, quando egli riesce a vivere in accordo con il patto di alleanza (cf. Ez 18,5-28). Però, a causa della condizione umana, l’uomo ha difficoltà a compiere i propri doveri e l’ingiustizia che nasce dal peccato deve essere risanata da un Dio paziente e ricco di misericordia. La giustizia di Dio diventa così fonte di salvezza, una salvezza che supera ogni sforzo umano: sfocia nel perdono dei peccati cosicché, liberati dai loro peccati, gli uomini riescano a percepire l’amore di un Dio che è infinita misericordia ed, allo stesso tempo, perfetta giustizia. Ciò potrebbe sembrare contraddittorio; in realtà è proprio la misericordia di Dio che porta a compimento la vera giustizia. il Nuovo testamento si trova in una posizione di continuitàdiscontinuità con l’Antico. I profeti sono considerati giusti agli occhi di Dio perché osservanti della Legge (cf. Mt 23,29). Però Gesù va oltre quando afferma: «Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20). Bisogna ricercare, pertanto, la giustizia del Regno, umile, interiore, mai del tutto acquisita (cf. Mt 6,33), e per questa giustizia bisogna accettare di essere perseguitati; anzi questa stessa è fonte di felicità (cf. Mt 5, 6.10). Guardando poi a Cristo Gesù, che si fa solidale con il misero e l’uomo che soffre, fino ad identificarsi con i più bisognosi, giustizia è dividere il pane con l’affamato, aiutare i miseri e gli stranieri, innalzare i giusti (cf. Mt 25,31-46). Nella Lettera ai Romani, Paolo considera l’ingiustizia come una delle prime manifestazioni della condizione dell’uomo peccatore che ha rifiutato la conoscenza di Dio (cf. Rm 1,28-30), e in termini perentori afferma che l’ingiustizia esclude dalla patria celeste: «Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il Regno di Dio» (1 Cor 6, 9-10). è sempre l’apostolo Paolo che sottolinea la risposta positiva dell’annuncio cristiano alla sete di giustizia dell’uomo. Infatti, ribadisce come Dio non giudica e non annienta il peccatore ma lo salva rendendolo giusto per grazia e amore: «Ora invece, indipendentemente dalla Legge e dai Profeti: giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù» (Rm 3,21-24). Secondo Paolo la giustificazione del peccatore avviene attraverso l’accettazione della giustizia misericordiosa di Dio che si rivela in Cristo crocifisso-risorto. Pertanto, non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe ma il gesto dell’amore misericordioso di Dio che giunge fino all’estremo, fino a far passare in sé la «maledizione» che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la «benedizione» che spetta a Dio (cf. Gal 3,13-14). Dal dono della vita nuova in Cristo, che ha offerto se stesso per tutti, si manifesta l’amore di Dio e dell’altro fino ad amare i nemici e a porgere l’altra guancia (cf. Mt 5,39). Il dovere di perdonare e di porgere l’altra guancia, però, Area Biblica | 7

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non deve essere frainteso, con una sottovalutazione della negatività dell’ingiustizia: rimane la condanna dell’ingiustizia. L’attenzione però è posta sulla carità cristiana, sull’amore, comandamento supremo e vincolo della perfezione; quindi, la giustizia nel nuovo Testamento è vista come presupposto indispensabile per la carità. Laddove la giustizia non ha per fondamento l’amore per l’uomo, non è una giustizia che può essere collocata nell’ottica neotestamentaria. Visto che amore e giustizia non stanno in parallelo, ma l’uno è il prosieguo ed espressione dell’altra, l’attenzione va posta sulla persona e non sulle norme: «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la legge […] La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della legge infatti è la carità» (Rm 13,8.10). La giustizia ispirata al Vangelo ha al suo centro la persona, e opera per la sua piena liberazione attraverso il perdono. Dio non agisce secondo i criteri umani, va oltre, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri (cf. Is 55,8): «io sono buono» (Mt 20,15), risponde il padrone della vigna a coloro che guardano ad una misura diversa di giustizia-retribuzione. La giustizia da sola non basta, e Dio va oltre con il perdono e la misericordia. Lo stesso papa Francesco afferma, nella bolla pontificia del 2015 Misericordiae vultus 21: «La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo ad essa rischia di distruggerla. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono. Ciò non significa svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la pena. Solo che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza e il perdono. Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera, in un evento superiore dove si sperimenta l’amore che è a fondamento di una vera giustizia [...] Questa giustizia di Dio è la misericordia concessa a tutti come grazia in forza della morte e risurrezione di Gesù Cristo. La Croce di Cristo, dunque, è il giudizio di Dio su tutti noi e sul mondo perché ci offre la certezza dell’amore e della vita nuova». Ricercare e accettare la giustizia di Dio significa porre le condizioni per la riconciliazione e la pace; guardare gli altri con gli occhi ricolmi di misericordia è la via per costruire vere opere di giustizia, che si innalza al livello di Dio nella misura in cui vengono privilegiati i poveri e gli oppressi, soccorsi gli umili e gli indifesi. è soltanto ponendosi di fronte alla croce di Cristo che si può comprendere l’amore che dà la vita; è solo per la potenza dell’evento pasquale che ci si può aprire a una dimensione della vita nuova. Alla luce di questo amore, si può riconoscere in se stessi l’umanità corrotta dal peccato, si può scoprire la grandezza dell’amore di Cristo (cf. Ef 3,17-19), e si può comprendere la bellezza della vocazione cristiana: essere destinati al dono della redenzione, figli nel Figlio, chiamati a testimoniare la salvezza del Padre, essendo misericordiosi (cf. Col 3,15; Mt 5,48). 8 | Area Biblica

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GIUGNO 2017 area DogmatICa La dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere. Gaudium et Spes 17

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Eros Philia Agape di Giuseppe Tuzzolino “Il termine ‘amore’ è oggi diventato una delle parole più usate ed anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti”, così Benedetto XVI apre la prima parte della sua enciclica Deus caritas est del 2005, in cui viene passata in rassegna accuratamente la realtà semplice e complessa dell’Amore e dell’amare. Ratzinger sin dalle prime pagine ci offre un meraviglioso ‘affresco’ dell’Amore, nel quale il divino e l’umano si intrecciano, nel dono sponsale che trasfigura l’uomo e gli rende manifesta la dignità e la ‘bellezza’ della sua origine. “L’amore comprende la totalità dell’esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo. Non potrebbe essere diversamente, perché la sua promessa mira al definitivo: l’amore mira all’eternità. Sì amore è ‘estasi’, ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio” (DCE 6). La secolarizzazione dell'amore consiste nello staccare l'amore umano in tutte le sue forme da Dio, riducendolo a qualcosa di puramente 'profano', in cui Dio è 'di troppo'. Permane ancora oggi una concezione antropologica dualistica e sessuofobica dell'amore che è responsabile della frammentazione e del suo fraintendimento; infatti, in una concezione antropologica ancora duale, molti mirano a disgiungere il corpo dallo spirito e ad erotizzare, oltre misura, la passione fino a farne la sede del male da cui l'uomo si deve affrancare. “La fede cristiana, al contrario, ha considerato l’uomo come un essere uni-duale, nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così una nuova nobiltà” (DCE 5). L’essere umano non è un angelo, cioè un puro spirito; è per natura una 'struttura' complessa di anima e corpo sostanzialmente uniti, per cui tutto quello che fa, compreso l'amare, riflette la dialettica triadica dell'amore come eros, philia e agape. “Non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l’uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono veramente in unità, l’uomo diventa pienamente se stesso” (DCE 5). Non è allora anacronistico centrare la nostra attenzione su questa importante dimensione che muove cuore, 10 | Area Dogmatica

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affetti, cultura, mondo. “Nel dibattito filosofico e teologico queste distinzioni (eros, philia e agape) spesso sono state radicalizzate fino al punto di porle tra loro in contraddizione” (DCE 7). Il risultato è stato quello di produrre e presentare un amore o troppo angelicato ed irraggiungibile, privo di ardore e sentimento, o un amore bramoso e possessivo che brucia e si consuma tra le vampe della passione. L’esigenza di un chiarimento a livello formale della terminologia e di un approfondimento teologico con cui si declina l’Amore, è stata ben avvertita dagli ultimi pontefici i quali, a livello magisteriale, hanno focalizzato l’attenzione su questa importante realtà che muove il mondo. Sulla centralità dell’amore si sofferma Benedetto XVI: il documento assume l’amore tra l’uomo e la donna come paradigma, archetipo per eccellenza, a cui tutti gli altri tipi di amore si ispirano (cf. DCE 2). è la prima volta che viene ribadita in un’enciclica papale la non opposizione bensì la potenziale armonia tra le varie caratterizzazioni dell’amore: EROS – PHILIA – AGAPE. Non è, infatti, scontato sapere amare: l'amore è un'arte che si impara via, via, con il rispetto, il sacrificio; l'amore non è il sentimento passeggero che coinvolge emotivamente il soggetto. Più si progredisce sulla via dell'amore meno si avverte la 'fatica del lavoro' e dell'impegno ad amare. Benedetto XVI nell’individuare l’intrinseca sinergia di interscambio fra le tre componenti dell'amore, aiuta a superare la schizofrenia della persona umana in quell’unità indissociabile di spirito e di corpo; eros, philia e agape, nella complementarietà dei ‘valori’ di cui sono portatori, avviano nella vita della persona un itinerario di impegno, di conversione, di trasfigurazione estatica che è condizione di armonica maturità e crescita del soggetto. Così la tenacia dell'eros che è zelo nel ricercare le sorgenti del piacere come desiderio di pienezza per sé e per gli altri, viene mitigata dalla philia che è amore di amicizia, di vicinanza, di prossimità, di condivisione di ideali e di progetti. L’agape, è ciò che trasfigura l’amore e conferisce all'eros la dimensione sponsale del corpo nella dialettica integrata di corpo e spirito ed introduce nel significato e dignità del ricevere e del donare. Un eros che non si apre alla dimensione agapica asseconda il ritmo di rivendicazioni soggettive, nella forma egoistica del sé. Posto nella natura dell’uomo dal Creatore, l'eros ha bisogno di disciplina, di purifica-

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zione e di maturazione per non perdere la sua dignità originaria e non degradare a puro ‘sesso’, facendo di esso una merce (cf. DCE 7). Fare sesso, saperlo fare non implica la capacità di amare. Così la philia, l'amore di amicizia, che aiuta a condividere gli ideali e le affinità, ha bisogno della carica dell'eros e della potenzialità dell'agape, per rimanere aperto alla dimensione e al ritorno dell'altro. Se l’eros senza agape è un amore passionale, un amore di conquista che riduce fatalmente l’altro a oggetto del proprio piacere e ignora ogni dimensione di sacrificio, di fedeltà e di donazione di sé, è altrettanto vero che un agape senza eros è un ‘amore freddo’, ‘anemico’, ‘disincarnato’, che rende l’amore un ‘fantasma’ privo di corpo. La tendenza a separare l'eros dall'agape, nel tentativo di una purificazione dell'amore dalle incrostazioni e 'sozzure' dell'eros, ha prodotto un notevole danno alla società del nostro tempo. Pensatori 'puritani' sono intenti a rimuovere l'eros dalla componente agapica e l'agape della 'forza' dell'eros. Lo stesso obiettivo è perseguito da quanti, e sono molti oggi, intendono vivere una sessualità nell'assoluta indipendenza da qualsiasi impegno di maturità e di crescita. Ma se l’agape non può essere depauperata della componente erotica di cui necessita per essere amore ‘applicato’, concretizzato, nel qui ed ora della realtà del soggetto, anche il piacere (l’eros), deve essere rivisto e riaccolto come componente essenziale nella 'casa' dell'amore aga- 12 | Area Dogmatica pico. Esso, infatti, è una delle più alte manifestazioni della presenza divina nella vita e costituisce il punto d'arrivo, il premio di un cammino di dono, che estingue l'ingannevole isolamento e divinizzazione dell'eros che debilita e fa ammalare lo stesso piacere. L’eros ha dunque bisogno di essere riaccolto e rievangelizzato; ha bisogno dell’agape, della carità, per imparare a dimenticare se stesso per donarsi all’altro. Il riscatto dell’eros aiuta anzitutto gli innamorati e gli sposi cristiani, a vivere profondamente la bellezza e la dignità dell’amore che li unisce. Aiuta i giovani a sperimentare il fascino dell’altro sesso non come qualcosa di torbido, da vivere al riparo da Dio, ma al contrario come un dono del Creatore per la loro gioia, se vissuto nell’ordine da lui voluto. L’amore dono, l'amore agapico, dunque, non come un opposto che annulla l'eros, ma come un diverso che lo integra, sapendo che l’amore dono ha bisogno dell’eros, della philia, per le specifiche accentuazioni di cui questi due aspetti, eros e philia, sono portatori e costituiscono il doppio registro di un orizzonte immanente di cui l'agape necessita per manifestarsi amore applicato e concreto nella tipologia delle diverse relazioni. La relazione, infatti, è pienamente soddisfacente se il dono di sé è accompagnato dalla gioia di ricevere l’amore dell’altro, e se quest'ultimo è soverchiato dalla gratuità del primo: “L’amore cresce attraverso l’amore” (DCE 18).

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GIUGNO 2017 area LIturgICa Possedendo... una simile sorgente, una fontana di vita, una mensa così carica di beni e così ridondante di favori spirituali, accostiamoci con cuore sincero e coscienza pura per ottenere grazia e perdono nel tempo opportuno. Giovanni Crisostomo 

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