ALI - Numero 22

 

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giugno 2017 n22

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L’Industria 4.0: un’opportunità per le imprese campane Intervista all’Ing. Giovanni Manco, Esperto in Digital Business Trasformation La quarta rivoluzione industriale è ormai in atto: Industria 4.0. È caratterizzata dallo sviluppo di fabbriche e processi produttivi intelligenti, nei quali gli operatori, le macchine e i sistemi di controllo sono in grado di comunicare e interagire in tempo reale grazie ad una rete distribuita di intelligenza. L’ambiente della fabbrica diventa un network di elementi intelligenti e interattivi, integrato a monte e a valle con la catena di fornitura e con quella di distribuzione. Per meglio comprendere le possibilità offerte da questa rivoluzione abbiamo rivolto alcune domande all’ing. Giovanni Manco (in foto), che ringraziamo per la sua disponibilità. Ingegnere ma cos’è l’Industria 4.0? L’Industria 4.0 rappresenta una vera rivoluzione industriale basata su un insieme di tecnologie abilitanti, tra cui quelle dell’ICT (Information&Communications Technology). Non si tratta di creare nuovi oggetti ma di un processo attraverso il quale le imprese ripensano e digitalizzano i loro processi e i loro prodotti/servizi. In pratica consiste nel rendere da un lato intelligenti e interconnessi i sistemi aziendali di produzione e gestione, e dall’altro di includere una componente intelligente nei beni/servizi prodotti. Ma quali sono le principali tecnologie abilitanti? L’elenco delle tecnologie abilitanti comprende la robotica, la manifattura additiva (stampanti 3D), l’IoT (Internet of Things), i Big Data&Analitycs, il Cloud Computing, la Realtà aumentata, la Simulazione, l’Intelligenza Artificiale e la Cybersecurity. E i vantaggi? Premesso che il passaggio al paradigma Industria 4.0 è da considerarsi un fatto obbligato, sia pure graduale, per tutte le imprese, i vantaggi sono molti e riguardano anche l’utente o cliente. In particolare evidenzierei i seguenti: maggiore flessibilità e mass customisation, tempi ridotti per passare dal prototipo al prodotto, maggiore produttività e qualità, maggiore competitività del prodotto grazie anche alla possibilità di arricchire e personalizzare le funzioni del prodotto. Direi che la caratteristica di personalizzare i prodotti e di fornire nuovi servizi post vendita, è quella che deve essere maggiormente sfruttata dalle imprese campane, che sono tipicamente delle PMI che operano in settori di nicchia di alta qualità. Il tutto senza trascurare il fatto che questo nuovo scenario industriale agevola, e in un certo senso impone, la creazione di veri ecosistemi industriali con accesso al mercato globale.

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Messa così sembra tutto bello e facile. Non c’è dubbio che lo scenario Industria 4.0 apre le porte al futuro è per questo non può che essere benvenuto. Ma come sempre accade con le rivoluzioni industriali, e quindi sociali ed economiche, il tutto deve essere ben compreso e gestito. Bisogna capire e vincere le sfide poste all’imprenditore e alla società, in modo da cogliere possibilmente tutte e sole le implicazioni socioeconomiche positive. In questo senso penso che le vere sfide siano quella della cultura dell’innovazione, la creazione delle nuove figure professionali e della formazione permanente, e non ultima quella della responsabilità sociale delle imprese. Ma in Italia e in Campania cosa si sta facendo? In Italia abbiamo le misure previste dalle legge di stabilità 2017 (il cosiddetto Piano Calenda), che proprio per l’Industria 4.0 prevede molte agevolazioni fiscali. In particolare prevede: l’ipermammortamento al 250% e il superammortamento al 140%, la creazione di Centri di Competenza e di Innovation Hub, il sostegno ai dottorati dottori di ricerca e più in generale alla formazione di nuove figure professionali. A queste misure si accompagnano quelle relative alle infrastrutture abilitanti, come le reti a banda larga. In Campania abbiamo la L.R. N.22/2016: Legge annuale di semplificazione 2016- Manifattura@ Campania: Industria 4.0. (Tit. III), oltre poi alle altre misure della strategia RIS3. In generale l’auspicio è che sia a livello nazionale che regionale, le politiche e le misure di supporto allo sviluppo di Industria 4.0 siano di medio e lungo periodo, perché siamo in presenza di un processo di trasformazione lungo e complesso. Ma le aziende di ALI come possono cogliere tutte le opportunità di Industria 4.0? Come ho avuto modo di dire nel mio intervento all’incontro in ALI del 28 aprile scorso, le aziende di questo consorzio non possono non cogliere le opportunità di Industria 4.0. Per far questo è necessario in primis comprendere pienamente la natura e le sfide del nuovo scenario industriale e avviare, con il necessario supporto consulenziale, il proprio processo di trasformazione sfruttando le misure del piano Calenda e quelle della Regione Campania. Molte aziende di ALI non producono beni ma offrono servizi di progettazione, formazione, ecc. ai loro clienti. Bene, anche in questo caso l’approccio Industria 4.0 è da perseguire, in modo da meglio inserirsi nell’evoluzione dell’ecosistema dei loro clienti. Si deve sempre tener conto che Industria 4.0 pur dando risalto all’aspetto manifatturiero, in realtà è qualcosa che si inserisce nella più ampia rivoluzione della Digital Business Trasformation (DBT). In conclusione ALI fa bene a pensare di aprire un proprio Sportello Impresa Digitale (SID) a servizio delle sue aziende e del territorio.

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Nanosatelliti in cerca di una nuova Terra Un satellite, o meglio uno sciame di satelliti, da mezzo grammo o poco più che sbarcheranno su Alpha Centauri in caccia di un pianeta simile alla Terra. A lanciare il progetto è stato Yuri Milner, miliardario internet russo, che ha imbarcato anche Hawking e Zuckerberg. Ora i satelliti sarebbero pronti a partire Un anno fa, quando fu presentato il progetto Foundation, anche se sponsorizzato da scienziati come Stephen Hawking e imprenditori come Mark Zuckerberg, sembrava la solita uscita del mega miliardario, russo in questo caso, in cerca di passare alla storia. Oggi invece il progetto viene illustrato in molte sedi in tutto il mondo, compreso il nostro Paese dove si studia anche una possibile collaborazione con la nostra Agenzia spaziale, l’Asi, e sembra, più che irrealizzabile, non ancora realizzabile. Non è un gioco di parole, ma la sensazione che si ha parlando con gli addetti ai lavori che hanno seguito, anche in Italia, l’evolvere di Starshot. Per riassumere questa Fondazione, praticamente proprietà di Yuri Milner, miliardario russo che ha fatto fortuna con internet in quel Paese e nominato fra i cento grandi imprenditori al mondo da Fortunelo, ha lanciato una sfida al confronto della quale la “conquista della Luna” del secolo scorso sembra il gioco dell’oca dei nostri nonni o bisnonni. Si tratta, entro pochi decenni, di spedire su Alpha Centauri un satellite che fotografi un pianeta simile alla nostra Terra che orbitasse eventualmente attorno a quella stella, la più vicina a noi, a soli quattro anni luce circa. Ora siccome la luce corre nel vuoto a 300.000 chilometri al secondo la distanza fra noi e questa, ripetiamo vicinissima, stella è perfino inimmaginabile per una civiltà che, bene che vada, riesce al massimo a far andare un satellite verso le stelle, come il vecchio Pioneer 10 di Nasa, sui 10 chilometri al secondo. Però, e questo è il punto, se vogliamo andare a fotografare un’eventuale altra Terra nel sistema di stelle più vicino a noi, dobbiamo metterci un tempo decente, per dire vent’anni, in modo tale che Milner, che mette fiches da 100 milioni sul piatto, possa nella sua quarta età vedere finalmente la fotografia tanto desiderata e tanto costosa, del nostro eventuale gemello vicino di casa. Per arrivare lì in vent’anni bisogna quindi spedire un satellite verso la stella con una velocità pari al 20% di quella della luce, 60.000 chilometri al secondo. Problema non da poco e attualmente non risolubile. Ma scienziati e tecnici che lavorano con la Fondazione di Milner non si pongono limiti, e qui sta il rischio ma anche il bello e il sospetto che abbiano già qualche prova in mente. C’è gente, assunta per questo, del calibro di Pete Klupar, capo dell’Engineering, che per anni è stato direttore del leggendario Ames Center di Nasa, si dice di lui che è l’uomo che ha fatto volare più satelliti di tutti, oltre 100. Non dilettanti e sognatori insomma. “Il cambio di paradigma operato è completo – dice Roberto Ragazzoni, uno dei maggiori specialisti di ottica spaziale europei -: ora il grosso resta sulla Terra, anche come quantità di denaro, e nello spazio va poco o nulla in termini di massa”. In effetti è così: un

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satellite per osservazione della Terra o dell’Universo pesa al lancio dai 500 ai mille chilogrammi, mentre il satellite di Starshot che andrà su Alpha Centauri al 20% della velocità della luce pesa mezzo grammo. Avete letto bene, non ci sono errori di battuta. Si tratta di un sistema completo di comunicazione con la Terra, direzionamento del satellite, camera fotografica, trasmissione dati, navigazione stellare racchiuso in un chip di quel peso che, attaccato a una vela stellare, verrà accelerato fino a raggiungere quella velocità, mai raggiunta, per andare a fotografare il nostro gemello a migliaia di miliardi di chilometri. Ovviamente questo satellite su chip dal peso lillipuziano non c’è, e non ci può essere, ma, e qui sta lo snodo concettuale, i tecnici della fondazione Breakthrough fanno un ragionamento molto semplice, che forse è una scommessa, azzardata o meno: per la velocità del satellite, per la miniaturizzazione, per il metodo di spinta del satellite vale la stessa legge di Moore, che tante soddisfazioni ha distribuito nel campo dell’informatica. La complessità, e quindi le prestazioni, di un sistema raddoppiano ogni 18 mesi e quadruplicano ogni 3 anni e quindi nell’ottimistica, ma pare possibile, prospettiva il tutto diventa pensabile, se non fattibile, e le date del veloce viaggio iniziano a fioccare: 2050, 2060, 2070. Che sia marketing di impresa o realtà, il primo chip è stato mostrato anche a una conferenza a Roma, all’Università la Sapienza, siamo ancora a diversi grammi, ma c’è. E per spedirlo? La risposta è stata semplice: sono stati esaminati una trentina di modi possibili, da un motore all’antimateria, vecchio sogno della fantascienza, allo sfruttamento di effetti fisici come quello di Kasimir, talmente complessi che anche molti fisici non di quel settore sottovoce confessano come non si possa proprio capire, ma pare esista. Poi motori tipo fissione nucleare, tipo fusione, che non sappiamo produrre e via ancora col libro dei sogni. “La battuta alla conferenza è stata che metà dei modi proposti è contro le leggi della fisica e l’altra metà contro quelle dell’economia” continua Ragazzoni. Ma come sempre, se ci si spreme il cervello, una possibile soluzione si trova, quanto meno una direzione non proibita. E questa è stata trovata. Il piccolo chip da mezzo grammo verrà attaccato a una vela spaziale, vecchissima e mai provata veramente idea dell’astronautica, delle dimensioni di 3.78 metri quadri e del peso di un altro mezzo grammo. In tutto 1 grammo. Siamo entrati in una zona in cui tutto è possibile insomma, almeno come ricerca. Possiamo poi specificare che il singolo spacecraft viene spinto in soli 4 minuti alla velocità di crociera da un impulso dato da un laser che spinge la vela sottilissima con attaccato il chipsatellite. Ovviamente per arrivare a quelle potenze si userà una batteria di potenti laser, che focalizzano sulla vela 100 gigawatt, facendo sopportare al micro vascello spaziale una accelerazione di 60.000 G, oggi come oggi gli astronauti sopportano molto meno di soli 10 G. L’ultimo trucco è che di questi microsatelliti ne verranno spediti contemporaneamente centinaia, a ricoprire un’area di volo di 1 chilometro quadrato, sperando ovviamente che almeno uno arrivi alla meta e, a quella velocità spaventosa, riesca a scattare delle immagini che arriveranno sulla Terra 4 anni dopo. Sono stati finanziati anche programmi paralleli per capire se questa seconda Terra a quattro anni luce da noi c’è e dove esattamente si trovi, le correzioni di rotta verranno fatte con dei led, quindi sfruttando il tenue

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impulso che la luce può dare. La posizione in cui si troverà questo pianeta è importante: sarebbe comico arrivare lì e non trovare nessuno. Partecipano alla caccia alcuni fra i maggiori osservatori al mondo, fra cui quello europeo in Cile. Siamo di fronte a una rivoluzione? La nostra Agenzia spaziale, interpellata da Milner e soci si è mostrata interessata, la tecnologia da sviluppare è tanta e importante, forse il dialogo continuerà su basi concrete. Certo si può sorridere! D’altronde se nel 1836 Pulcinella andava sulla Luna in questo modo “Si prendono due robuste catene e si attaccano da una parte al Molo Beverello di Napoli e dall’altra alla Luna. Basta poi una barca a vela, con delle ruote dentate che si infilano come ingranaggi negli anelli delle catene e se manca il vento c’è sempre un soffietto”, che ci vorrà mai ad andare su Alpha Centauri, dato che poi, salvo catene e navi coi denti Apollo ci è sbarcato su Selene? “Si ha l’impressione che forse il viaggio sarà tutto diverso, alla fine, ma che oggi siamo in uno di quei momenti in cui è meglio starci, in cui si passa, lentamente, dalla fantascienza alla scienza” conclude Ragazzoni. Della tecnologia del Moon Race di 60 anni fa viviamo ancora oggi, meglio inventare altro insomma.

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Solar Probe Plus, la missione che vuole “toccare” il Sole La Nasa ha appena annunciato la prima missione che ci porterà alla scoperta dell’atmosfera della nostra stella Altro che missioni sulla Luna e su Marte: la Nasa punta ancora più in alto, preparandosi a toccare il Sole. È questa l’intenzione annunciata ufficialmente dall’agenzia spaziale americana durante la conferenza svolta al William Eckhardt Research Center Auditorium della University of Chicago, che ha svelato i primi dettagli della prima missione che punta al Sole: uno speciale veicolo spaziale sarà pronto a immergersi direttamente nel torrido caldo dell’atmosfera solare, permettendo così agli scienziati di comprendere meglio la composizione dell’atmosfera della nostra stella e alcuni fenomeni, come il vento solare. “Tante questioni fondamentali sul vento solare rimangono ancora senza risposta”, Rocky Kolb, della Division of the Physical Sciences alla University of Chicago. La missione, chiamata Solar Probe Plus, partirà la prossima estate, nel 2018, con il lancio di una speciale sonda, la Parker Solar Probe, in onore dell’astrofisico Eugene Parker, che negli anni ’50 sviluppò la teoria sul vento solare. “Questa è la prima volta che la Nasa nomina un veicolo spaziale in onore di una persona ancora in vita”, spiega Thomas Zurbuchen, della direzione scientifica della Nasa di Washington. “È un testamento dell’importanza del suo lavoro, fondando un nuovo campo della scienza e che ha ispirato la mia ricerca e molte altre questione scientifiche che la Nasa continua a studiare e prova a comprendere ogni giorno. Sono molto eccitato di essere personalmente coinvolto per onorare un grande uomo e la sua eredità senza precedenti”. Orbitando a 6,2 milioni di chilometri dalla superficie del Sole, la Parker Solar Probe dovrà far fronte alle elevatissime temperature e alle potenti radiazioni dell’atmosfera solare esterna, molto differenti da quelle incontrate da qualsiasi altro veicolo spaziale della storia. Lo scopo è quello di rispondere a decenni di domande sulla fisica solare e sul funzionamento di questi corpi celesti. Inoltre, i dati saranno utili anche per migliorare le previsioni degli eventi spaziali e climatici che influenzano la Terra, i satelliti e gli astronauti nello spazio. “La sonda solare andrà in una regione dello spazio che non è mai stata esplorata prima”, afferma Eugene Parker. “È molto emozionante sapere che finalmente potremo osservarla. Vogliamo avere delle misure più dettagliate su quello che succede nel vento solare e sono sicuro che ci saranno alcune sorprese. Ci sono sempre”. La sonda dovrà tentare di sopportare temperature fino a 1.400 gradi, a cui nessun altro veicolo è riuscito a resistere finora: il grande salto tecnologico di questa missione sarà uno scudo termico. Questo scudo contro le altissime temperature è realizzato con un composto del carbonio di 11,5 centimetri di spessore e sarà capace di sopportare temperature di poco meno di 1.400 gradi. Oltre allo scudo termico, il Solar Probe Plus (che costerà circa 1,5 miliardi di dollari) utilizzerà un sistema di circolazione attiva per proteggere gli strumenti che avranno il compito di misurare i campi elettrici e magnetici della corona, le temperature degli elettroni e la densità del plasma. “È una sonda spaziale carica di innovazioni tecnologiche che risolveranno molti dei più grandi misteri della nostra stella, tra cui scoprire perché la corona del sole è molto più calda della sua superficie”, riferisce Nicola Fox, scienziato del progetto Solar Probe di Parker.

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La “firma” dell'acqua su Marte Lo sviluppo di un algoritmo innovativo ha consentito di calcolare il volume d'acqua che, in passato, ha modellato la superficie marziana formando intere vallate. Lo studio pubblicato su Nature La superficie di Marte, un tempo, ha ospitato molta più acqua di quanto si è pensato finora. In un nuovo studio, condotto da Wei Luo della Northern Illinois University, è stato sviluppato un algoritmo innovativo che ha consentito di calcolare il volume d'acqua che ha modellato la superficie marziana formando intere vallate. I risultati dello studio suggeriscono che in un lontano passato il Pianeta Rosso aveva un clima molto più caldo con proprio ciclo idrologico simile a quello terrestre, con oceani, laghi, fiumi e piogge. Numerosi studi hanno confermato la presenza di acqua su Marte ma l’ipotesi oceanica è stata fortemente discussa negli anni. Nel nuovo studio, pubblicato il 5 giugno sulla rivista Nature Communications, Luo e colleghi hanno utilizzato un algoritmo informatico - basato su quelli utilizzati nelle analisi dei dati terrestri - per calcolare più precisamente il volume delle antiche valli di Marte e dell’acqua che avrebbe eroso e scolpito il terreno fino a formare delle cavità nel tempo. La maggior parte delle valli ha più di 3 miliardi di anni e le nuove stime indicano che la quantità di acqua che è servita a modellare la superficie dovrebbe essere almeno dieci volte più grande rispetto alle stime precedenti. Ma, secondo il team, manca ancora un tassello importante allo studio, in quanto il clima di Marte, in passato, non era abbastanza caldo da favorire un ciclo idrologico attivo: “Marte è molto più lontano dal Sole rispetto alla Terra, e quando il Sole era più giovane non era luminoso come oggi. Quindi c’è ancora molto lavoro da fare per verificare se il clima di Marte in passato sarebbe stato sufficientemente caldo da favorire un ciclo di acqua”.

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Il nuovo motore al plasma Test riuscito per una promettente evoluzione del motore al plasma, che ha un solo problema: è molto, molto piccolo... I motori a reazione potrebbero diventare obsoleti: non nell'immediato futuro, ma "presto", potremmo avere aerei capaci di portarci ai limiti dell'atmosfera terrestre - decollando e rientrando su pista solamente grazie all'elettricità. Non quella del Sole (il Solar Impulse, così come altri prototipi elettrici, sono al momento solo esercizi di tecnologia), ma grazie a nuovi propulsori al plasma, una tecnologia finora sperimentata solo per (future) applicazioni spaziali - mentre altre tecnologie che usano l'energia del plasma sono già ampiamente usate in molti settori industriali. DUE TECNOLOGIE. I motori a reazione trasformano l'energia chimica del combustibile in energia cinetica (il getto di reazione). Anche i motori al plasma sfruttano il principio di azione e reazione, ma non è la chimica a entrare in gioco: sono propulsori elettrici, che portano un gas allo stato di plasma (fortemente ionizzato, ossia con un numero significativo di elettroni strappato dai rispettivi atomi) per effetto di scariche elettriche di grande intensità, lo accelerano grazie a potenti campi elettromagnetici e ne sfruttano la spinta (equivalente al getto di reazione). NUOVE SOLUZIONI. I propulsori al plasma finora sperimentati sono stati progettati per funzionare nel vuoto o alle basse densità di gas dell'alta atmosfera (devono perciò attingere gas da un serbatoio). Gli ingegneri di un istituto di ricerca tedesco e dell'università di San Pietroburgo hanno invece progettato un propulsore teoricamente in gradi di operare a livello del suolo così come a oltre 30 km di altitudine, dove gli aerei convenzionali non arrivano. IL TEST. Utilizzando una serie di scariche elettriche molto rapide, dell'ordine di nanosecondi, il team ha eccitato un mix di gas creando per la prima volta mini getti di plasma a livello del suolo e alla pressione di 1 atmosfera: «getti che possono raggiungere velocità di 20 km al secondo - 72.000 km l'ora!» afferma Berkant Göksel, coordinatore del progetto. MINI-GETTI, MICRO-MOTORI... La strada per arrivare a un velivolo alimentato da questo propulsore è ancora lunga, inversamente proporzionale alle attuali dimensioni del propulsare sperimentale: 80 millimetri! Ne occorrerebbero 10 mila in fila per spingere un aereo commerciale (per un piccolo velivolo forse ne basterebbero un migliaio). Il problema delle dimensioni è reale e complesso: si tratta infatti di generare l'elettricità necessaria a produrre il plasma con batterie sufficientemente leggere da portare a bordo. In futuro si potrà forse provvedere con reattori a fusione compatti, ma anche in questo caso siamo molto, molto lontani dall'obiettivo.

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COSMO-SkyMed: una costellazione satellitare da primato Dieci anni dal lancio del primo di quattro satelliti italiani che hanno cambiato il modo di monitorare la Terra Esattamente dieci anni fa veniva lanciato dalla base spaziale di Vandenbergin California, il primo dei 4 satelliti della costellazione COSMO-SkyMed. A 10 anni da quel lancio i 4 satelliti, in piena operatività, rappresentano ancora oggi un fiore all’occhiello della tecnologia italiana nel mondo e costituiscono l’unica costellazione di tale tipologia oggi esistente a livello mondiale. Si tratta della più impegnativa impresa spaziale realizzata dal nostro Paese nel campo dell’Osservazione della Terra e del primo Sistema al mondo concepito per un utilizzo duale, sia di tipo civile sia militare, come in particolare il controllo di sicurezza del territorio, finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana in partnership con il Ministero della Difesa. Realizzato su commissione dell’Agenzia Spaziale Italiana da Thales Alenia Space Italia per il Segmento Spaziale e da Telespazio per il Segmento di Terra (entrambe Joint-venture Leonardo e Thales), COSMO-SkyMed è una costellazione satellitare equipaggiata con sensori Radar ad Apertura Sintetica operanti in Banda X che permettono di osservare il nostro Pianeta sia di giorno che di notte e in qualsiasi condizione meteorologica. COSMO-SkyMed è un sofisticato Sistema che ‘osserva’ l’intero globo terrestre, fornendo informazioni utilizzabili per diverse applicazioni, grazie all’elevata risoluzione delle immagini prodotte quotidianamente, circa 1800, ai ridottissimi tempi di "rivisitazione" dei luoghi rilevati e alla rapidità con cui i dati sono resi disponibili alle differenti tipologie di utenza. Il Sistema viene utilizzato soprattutto per l’osservazione del territorio e la gestione/prevenzione dei disastri ambientali sia naturali sia di origine antropica, il monitoraggio costiero, dei ghiacci, delle risorse agricole e forestali e il controllo urbano degli edifici. La distribuzione dei dati a livello istituzionale sia nazionale sia mondiale (centri di ricerca, università, amministrazioni pubbliche, Agenzie Spaziali, ecc.) è effettuata direttamente dall’Agenzia Spaziale Italiana, mentre la commercializzazione delle immagini è affidata alla società e-GEOS nata dalla collaborazione tra Telespazio e Agenzia Spaziale Italiana. Ad oggi più di1.000.000 i prodotti generati dalla analisi dei dati acquisiti sono stati distribuiti a livello mondiale. “Quello di Cosmo-SkyMed è un compleanno importante che dimostra l’eccellenza del settore spaziale italiano”, ha detto il presidente dell’ASI, Roberto Battiston. “Ad una settimana dal G7 dell’ambiente che si terrà a Bologna, i 10 anni di Cosmo-SkyMed ci ricordano che il climate change si contrasta anche con la ricerca spaziale, che è in grado di fornirci una visione complessiva dei dati rilevanti per il monitoraggio dello stato di salute della Terra: delle 50 variabili fondamentali per l’analisi del clima 26 sono infatti osservabili dai satelliti. Si tratta, quindi, di una infrastruttura strategica che grazie ai due satelliti di seconda generazione, attualmente in fase di costruzione, permetteranno di mantenere in condizioni ottimali la costellazione negli anni a venire, aumentando, con le osservazioni ad alta precisione, anche il potenziale commerciale e scientifico dei dati osservativi, dati per i quali vi è una richiesta crescente a livello mondiale.” Il Radar in Banda X permette la produzione di immagini con differente risoluzione e dimensione dell’area osservata, caratteristica questa che fa di COSMO-SkyMed un sistema “user-oriented” che risponde sia alle esigenze della comunità scientifica che alle necessità più generali della popolazione di monitorare l’ambiente e di migliorare la sicurezza sul territorio, soddisfacendo pienamente le varie finalità applicative, istituzionali e anche commerciali. La sua caratteristica duale ha richiesto, inoltre, l’adozione di misure e tecnologie capaci di tutelare la sicurezza e la riservatezza del Sistema e delle informazioni gestite. Una costellazione unica al

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mondo e di fondamentale importanza nel contesto dell’attuale scenario della Space Economy europea e nazionale e che, nel futuro prossimo, potrà contare sulla continuità dei suoi servizi grazie alla realizzazione della costellazione COSMO-SkyMed di Seconda Generazione che sarà composta da due nuove unità tecnologicamente migliorate ed in grado di fornire performance ancora superiori. Il primo dei due nuovi satelliti sarà lanciato nel corso del 2018e sarà seguito dal secondo a distanza di un anno ed entrambi si integreranno operativamente con i satelliti già in orbita.

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Ecco l’oggetto più freddo del cosmo Un flusso gelido sta portando la stella gigante della Nebulosa Boomerang alla morte. Di chi è la colpa? L’ha scoperto un gruppo di ricercatori utilizzando le potenti antenne cilene di Alma. La nebulosa è ancora nelle prime fasi del processo letale Mezzo grado Kelvin (cioè -272,65 gradi centigradi). Questa è la temperatura a cui è arrivato il gas in rapida espansione che avvolge la Nebulosa Boomerang, cioè il freezer dell’universo, il posto più freddo che possiate mai immaginare (più freddo dei 2,8 gradi Kelvin del fondo cosmico a microonde). Ne abbiamo parlato qualche anno fa (leggi qui): si tratta di una nebulosa protoplanetaria (cioè la stella centrale non è ancora diventata abbastanza calda da poter emettere sufficiente radiazione ultravioletta) a 5000 anni luce da noi – nella Via Lattea – dalla forma a clessidra, che si è formata da un’antica e gigantesca gigante rossa nelle ultime fasi di vita. Il processo che ha portato alla formazione della nebulosa è stato un mistero per due decenni. La risposta è arrivata grazie alle straordinarie antenne di Alma, l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array dell’Eso: una piccola stella immersa nel cuore della gigante rossa sta espellendo la maggior parte del materiale della stella più grande sotto forma di flusso ultrafreddo di gas e polvere. Questo flusso di materiale stellare, che dà la forma caratteristiche di questa nebulosa, si sta espandendo rapidamente e ha quasi raggiunto gli zero gradi Kelvin, cioè lo zero assoluto, la temperatura più bassa in natura: in teoria a zero gradi Kelvin è impossibile ogni tipo di movimento molecolare (insomma, tutto è letteralmente congelato). I dati raccolti da Alma e Hubble «mostrano che la maggior parte dell’involucro stellare è stato spazzato via a velocità ben al di là delle capacità di una gigante rossa», ha dichiarato Raghvendra Sahai, del Jet Propulsion Laboratory della Nasa. Cosa porta all’espulsione di una tale quantità di materiale stellare a velocità estreme? L’energia gravitazionale di due stelle compagne, il che spiegherebbe le proprietà misteriose del flusso super freddo che fuoriesce dalla gigante rossa a “due passi” dalla fine. Alma ha calcolato che la nebulosa a forma di clessidra si estende per più di 3mila miliardi di chilometri, o 21mila volte la distanza dal Sole alla Terra. Il flusso ultra freddo che fuoriesce dalla gigante rossa al centro è fino a 10 volte più grande e viaggia a ben 150 chilometri al secondo. Un ambiente gelido, che però non durerà a lungo. Quali le prossime fasi? La gigante rossa al centro della Nebulosa Boomerang dovrebbe restringersi e diventare più calda, ionizzando il gas che la circonda per produrre una nebulosa planetaria: le stelle come il nostro Sole quando sono molto vicine alla loro fine, espellono gli strati esterni fino ad arrivare al totale esaurimento del loro combustibile nucleare. La Nebulosa Boomerang è ancora in una fase iniziale di questo processo letale.

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Prima uscita per il gigantesco Stratolaunch Il 31 maggio scorso, per la prima volta, il velivolo Stratolaunch è uscito dall'hangar nel quale è stato costruito nel corso di questi ultimi anni La Stratolaunch si presenta come un nuovo sistema aviolanciato per l'immissione in orbita di carichi utili di massa media. Nel corso delle settimane passate, come indicato dal comunicato rilasciato dal capo ufficio esecutivo della Stratolaunch SystemCorporation, i tecnici della compagnia hanno rimosso le infrastrutture, comprese le impalcature che circondavano il velivolo ed hanno poggiato il pieno peso dell'aereo, per la prima volta, sulle sue 28 ruote. Si tratta di un passo cruciale nella preparazione dell'aereo per i test al suolo, accensione motori, rullaggio ed infine volo di prova. Il peso totale, poggiante per la prima volta sulle sue ruote, è di circa 226 tonnellate. Questo potrebbe sembrare molto ma vale ricordare che Stratolaunch è il più grande aereo al mondo, con un'apertura alare di 110 metri (oltre un campo di calcio!). Il velivolo è lungo 72 metri dal muso alla coda ed è alto 15 metri alla sommità della coda posteriore. Il progetto prevede che Stratolaunch sia in grado di alzarsi al decollo con un peso totale di 590 tonnellate, quindi capace di trasportare un carico utile di circa 250 tonnellate. Come annunciato lo scorso autunno, i lanci iniziali prevedono un solo veicolo Pegasus XL della Orbital ATK fino ad arrivare a tre veicoli simili nella stessa missione. La compagnia inoltre sta preparandosi per l'invio del veicolo di lancio presso la struttura di Mojave. Infine, sempre secondo il comunicato di Stratolaunch, vi sarebbero degli studi per ospitare una vasta serie di veicoli di lancio che potrebbero permettere di fornire una maggiore flessibilità ai clienti. Nelle prossime settimane e mesi, la Stratolaunch sarà impegnata nelle prove al suolo e nei test presso il Mojave Air and Space Port. Questo è il primo veicolo di questo tipo e quindi le prove ed i test saranno rigorosi per salvaguardare la sicurezza dei piloti, degli equipaggi e dello staff. La Stratolaunch si dice in linea per eseguire il primo lancio dimostrativo orbitale ai primi del 2019. Questo rollout (l'uscita dall'hanagar, ndr) segna un passo storico nel lavoro che ha, come obiettivo finale, la visione di Paul G. Allen (il fondatore della compagnia Stratolaunch, famoso perchè ha creato, assieme a Bill Gates, la Microsoft) di normalizzare l'accesso all'orbita bassa terrestre. Il velivolo viene realizzato in collaborazione fra la Stratolaunch Systems Corporation e la Scaled Composites del genio aeronautico Burt Rutan.

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