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Il premio Morante a Napoli arriva nel carcere minorile di Nisida La cultura supera tutti i confini, entra tra le sbarre del carcere o nelle denunce di un giovane cronista assassinato perché voleva che il mondo cambiasse e che anche i ragazzini di Napoli avessero una speranza. E poi va oltre. Immagina un mondo salvato dai bambini o nella bella scrittura di un diario che racconta un sogno. Le essenze del premio Elsa Morante sono riecheggiate nell'auditorium del centro di produzione Rai di Napoli quando i vincitori dell'edizione 2017 sono stati chiamati a ritirare un riconoscimento che ha saputo ritagliarsi, grazie al l'autorevolezza della giuria presieduta da Dacia Maraini un ruolo di primissimo piano. E sul palco sono sfilati il super vincitore, il giornalista Giovanni Floris con Quella notte sono io, un affascinante giallo sul bullismo edito da Rizzoli, Simona Dolce con il suo La mia vita all'ombra del mare edito da Raffaello. Un racconto del prete italiano don Pino Puglisi, ucciso da Cosa Nostra nel 1993. E poi la giuria ha premiato Philip Schultz per il lavoro La mia dislessia, ricordi di un premio Puoitzer che non sapeva né leggere né scrivere edito da Donzelli (ha ritirato il premio la traduttrice italiana del libro). Nel corso della manifestazione sono stati anche consegnati i premi speciali a cominciare da quello assegnato dai ragazzi di Nisida che hanno voluto premiare l'attore di Gomorra Salvatore Esposito per il suo Non volevo diventare un boss edito da Rizzoli. Il premio Morante dei ragazzi contro le mafie ha scelto invece, il libro che raccoglie gli articoli di Giancarlo Siani Fatti di Camorra. Dagli scritti giornalistici edito da Iod e, infine, il premio il mondo salvato dai ragazzini è andato dal docufilm Almeno credo di Gualtiero Peirce e prodotto da Beppe Attene. Si tratta di una produzione dedicata ai più piccoli documentato le risposte di bimbi di prima elementare su temi delicati come la religione. Non è mancato per questa edizione il riconoscimento per questa edizione agli amici del premio Elsa Morante che è andato ad Anton Emilio Krogh con Come me non c'è nessuno, diario di un sogno edito da Mursia.

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Cina guarda a Europa per base lunare, trampolino per Marte Ma per l'Esa il 'Moon Village' è ancora un'ipotesi Una base sulla Luna da realizzare con partner internazionali, compresa l'Agenzia Spaziale Europea (Esa) e da utilizzare in futuro come 'trampolino di lancio' per missioni su Marte: è questo l'ambizioso programma dell'agenzia spaziale cinese, la China National Space Administration (Cnsa), presentato alla stampa a Pechino dal suo segretario generale, Tian Yulong, in occasione della Giornata dello spazio. Riportato da quotidiani cinesi e internazionali, l'annuncio è stato accolto dall'Esa con una certa cautela: al momento non sembrano infatti esserci intese concretizzate. "La Cina ha un programma di missioni lunare decisamente ambizioso, con missioni molto concrete. Stimo guardando al futuro, a potenziali missioni cinesi, in vista di una potenziale collaborazioni", hanno commentato fonti dell'Esa. Lo stesso direttore generale dell'Agenzia Spaziale Europea, Johann-Dietrich Worner, ha detto più volte che costruire una base lunare, il cosiddetto 'Moon Village', è ancora un sogno, anche se un sogno molto concreto e animato dalla stessa passione che negli anni '60 ha portato il primo uomo sulla Luna. L'idea di un villaggio scientifico internazionale sulla Luna come base di ricerca e trampolino per Marte è un'idea condivisa da molte nazioni, compresa l'Italia. E' vero però che "In questa fase tutti discutono con tutti, ma sul progetto della base lunare Moon Village non c'è ancora un progetto concreto", ha rilevato il presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana (Asi), Roberto Battiston. Il punto, ha rilevato, è che "si sta semplicemente discutendo sul da farsi nel momento in cui si concluderà la l'esperienza della Stazione Spaziale Internazionale". Nel novembre 2016 la conferenza ministeriale dell'Esa aveva deciso di continuare a sostenere la Stazione Spaziale Internazionale fino al 2021, con la possibilità di arrivare al 2024, sulla scia delle decisioni prese dagli altri quattro partner della Stazione Spaziale, ossia Stati Uniti, Russia, Canada e Giappone. La Cina ha invece una sua stazione spaziale, chiamata Tiangong 2 (Palazzo celeste 2), la cui costruzione potrebbe essere completata nel 2020. Nel frattempo le relazioni fra Europa e Cina sono aperte su molti fronti, a partire da quello scientifico. Un esempio è la missione Smile (Solar wind Magnetosphere Ionosphere Link Explorer), che potrebbe vedere la luce nel 2021 con una collaborazione. Particolarmente interessante, infine, potrebbe essere il volo umano: è interessa dell'Esa avere un europeo a bordo della Stazione Spaziale cinese, anche se non è stato ancora discusso un accordo in questo senso.

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Ecco Varion, l’algoritmo di un ricercatore italiano che "capta" gli tsunami in tempo reale L’idea di Giorgio Savastano, dottorando alla Sapienza, è stata sviluppata in collaborazione con il Jet Propulsion Laboratory della Nasa. La nuova tecnica affiancherà i sistemi di allerta già in uso, e potrà allungare il tempo a disposizione per dare l’allarme UN ALGORITMO in grado di "avvertire" la presenza di uno tsunami, ben prima che raggiunga la costa. Lo ha sviluppato un ricercatore italiano 27enne, Giorgio Savastano, dottorando in geodesia e geomatica all'Università "Sapienza" di Roma, in collaborazione con Augusto Mazzoni e Mattia Crespi (sempre della Sapienza) e alcuni ricercatori del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa. La scoperta, pubblicata sulla rivista Scientific Reports, potrà essere molto utile in sede di prevenzione, potenziando i sistemi di rivelazione già in uso.L'algoritmo Varion (acronimo di "variometric approach for real-time ionosphere observation") sfrutta osservazioni provenienti da sistemi di navigazione satellitare, come Gps e Gnss, per misurare perturbazioni indotte dagli tsunami a livello della ionosfera (lo strato dell'atmosfera che si estende da circa 80 a 1000 chilometri sopra la superficie terreste). Il movimento di uno tsunami nell'oceano ha infatti l'effetto di spostare l'aria sovrastante, generando perturbazioni dell'atmosfera dette "onde di gravità". L'ampiezza di queste onde si amplifica all'aumentare della quota, e al di sopra dei 350 chilometri l'amplificazione è tale da causare variazioni apprezzabili nella densità di elettroni della ionosfera. "Sono proprio queste perturbazioni ciò che riusciamo a misurare con il segnale Gps", sottolinea Savastano direttamente dal Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, che lo ospiterà fino al termine del suo dottorato. "La cosa veramente interessante è che riusciamo a 'vedere' queste onde di tsunami anche quando sono ancora in oceano aperto, alte solo pochi centimetri. E la rivelazione avviene in tempo reale". Di conseguenza l'uso di questo algoritmo potrebbe contribuire ad allungare i tempi tra la rivelazione di un possibile allarme e l'arrivo dello tsunami sulla costa, un aspetto fondamentale in termini di prevenzione. "Specialmente quando l'epicentro è distante dalla linea di costa, il sistema potrebbe consentire di incrementare il tempo a disposizione per dare l'allarme, arrivando anche al di sopra dei 30 minuti".La nuova tecnica, in fase di implementazione all'interno della rete del Jpl (che fornisce dati in tempo reale provenienti da circa 230 stazioni in tutto il mondo), non è comunque pensata per sostituire i sistemi classici di prevenzione, ma per affiancarli, offrendo livelli di precisione più alti. "Esistono altre tecniche di allerta usate comunamente, come ad esempio le boe e i sismometri. L'idea è quella di integrare il nuovo algoritmo con gli altri sistemi, in modo da avere misure indipendenti che rendano la rivelazione affidabile ed eliminare i falsi positivi."I risultati ottenuti rappresentano il coronamento di un lavoro durato circa due anni. "Ho iniziato a lavorare a questa idea nel 2015, insieme al mio gruppo di ricerca della Sapienza. Poi all'inizio del 2016, dopo aver vinto una borsa di studio del Consiglio nazionale degli ingegneri per trascorrere un periodo al Jpl, ho avuto l'opportunità di portare all'attenzione dei ricercatori americani l'idea di questo algoritmo, allora

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ancora in fase embrionale". Gli scienziati californiani hanno capito subito le potenzialità della tecnica, portando avanti lo studio con il giovane dottorando e il suo gruppo di ricerca romano, fino alla recente pubblicazione. "Qui a Pasadena ho trovato un ambiente molto stimolante e informale, e mi è stata data fiducia nonostante la mia giovane età. La speranza è ora di continuare a lavorare al Jpl anche dopo il dottorato".

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Il primo aereo completamente in 3D Una nuova tecnica permette di abbattere notevolmente i costi legati alle materie prime La Boing realizzerà il primo aereo completamente stampato in 3D: si tratta del 787, i cui costi di produzione si aggireranno tra i 2 e i 3 milioni di dollari. L’azienda ha collaborato con la norvegese Norsk Titanium, per creare i componenti in titanio stampati in 3D. L’unica azienda che finora si era avvicinata a una simile impresa è stata la General Electric, che stampa in 3D gli ugelli per i motori degli aerei La Boeing è però la prima azienda in assoluto a utilizzare componenti stampati in 3D per quelle parti dell’aeromobile che sopportano lo stress del telaio durante il volo. Un notevole risparmio La scelta della Boeing ha una ratio precisa: la produzione del modello 787 richiede una quantità maggiore di metallo rispetto ad altri aerei e la lavorazione di questo materiale risulta essere molto costosa. Un passo importante per l’azienda, che fino allo scorso anno risultava essere in perdita su ogni singolo 787 prodotto (ne vengono prodotti in media 144 all’anno). Solo dal 2016, dopo aver investito importanti capitali in ricerca e sviluppo e aver registrato perdite per circa 29 miliardi di dollari, il modello 787 ha iniziato a registrare un bilancio in attivo. La nuova tecnologia di stampa Dall’inizio del 2016 al febbraio 2017, la Boeing ha lavorato fianco a fianco dell’azienda norvegese per poter passare i rigorosi test della Federal Aviation Administration. L’approvazione del materiale e del processo produttivo – che dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno- permetterà di non dover sottoporre ai test ogni singolo pezzo stampato. Per stampare i nuovi pezzi in titanio, la Norsk ha sviluppato una nuova tecnica di stampa 3D, chiamata Rapid Plasma Deposition, che permette di abbattere notevolmente i costi legati alle materie prime e all’energia utilizzata nelle fasi di forgiatura e lavorazione.

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Nati primi topi da spermatozoi "spaziali" Sono sani i piccoli roditori generati con liquido seminale che è stato a bordo della Stazione Spaziale Internazionale per nove mesi. L'esperimento dell'Università di Yamanashi, in Giappone, dimostrerebbe che radiazioni cosmiche e assenza di gravità non compromettono la fertilità. Aprendo nuove possibilità per la colonizzazione umana dello spazio La fecondazione artificiale potrebbe diventare una pratica "extraterrestre", per popolare di persone e animali domestici le future colonie nello spazio garantendo un'ampia variabilità genetica: gli spermatozoi, infatti, possono essere liofilizzati e conservati nello spazio senza perdere la capacità di generare una prole sana e a sua volta fertile. Lo dimostra la nascita dei primi topi "figli" di spermatozoi conservati per nove mesi sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), dove sono stati bombardati da radiazioni 100 volte più potenti di quelle che colpiscono i terrestri. Il risultato è pubblicato dai ricercatori giapponesi dell'Università di Yamanashi sulla rivista dell'Accademia americana delle scienze, Pnas. Gli spermatozoi di topo liofilizzati sono stati lanciati nello spazio il 4 agosto 2013: una volta approdati sulla Iss, sono stati conservati a 95 gradi sotto lo zero per 288 giorni, per poi tornare sulla Terra il 19 maggio 2014. I primi test di laboratorio hanno subito dimostrato che gli spermatozoi avevano accumulato dei danni nel Dna rispetto ad altri campioni conservati per lo stesso periodo sulla Terra. Una volta utilizzati per la fecondazione in provetta, però, gli spermatozoi "spaziali" sono riusciti a dare vita ad una prole sana e normale, con lo stesso tasso di natalità e con la stessa proporzione tra maschi e femmine. L'analisi del genoma dei topi "figli dello spazio" ha rivelato differenze minime rispetto ai roditori terrestri: ciò potrebbe significare che i danni osservati negli spermatozoi sono stati in gran parte riparati nell'embrione subito dopo la fecondazione.

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Viaggio al “centro” della Terra Luca Parmitano esplora le caverne aiutandosi con un drone L'astronauta italiano dell'ESA Luca Parmitano, lo scorso fine settimana ha aiutato ad esplorare delle caverne della Sicilia utilizzando un drone che è stato deliberatamente fatto scontrare all'interno per realizzare una mappa. L'ESA sta testando equipaggiamenti, tecniche e metodi di lavoro per le missioni con gli astronauti nello spazio interno ormai da diversi anni. Scavare all'interno della Terra ed esplorando delle grotte offre spesso un parallelo con l'esplorazione dello spazio esterno, dalla mancanza di luce solare a lavorare in spazi ridotti e basandosi su attrezzature per la sicurezza. Un'estensione della Cooperative Adventure for Valuing and Exercising di ESA per valutare il comportamento e le prestazioni umane, questa spedizione CAVES-X1, ha visto Luca entrare a far pare di un'esplorazione scientifica in collaborazione fra La Venta Association e la Commissione Grotte Eugenio Bonegan nelle cave di La Cucchiara, vicino a Sciacca, Sicilia. Mentre tali attività sono organizzate specificatamente per la formazione degli astronauti, il curatore dei corsi Loredana Bessone afferma: "Ora vogliamo che gli astronauti partecipino alle esplorazioni scientifiche esistenti ed alle spedizioni geologiche. L'esplorazione scientifica non può essere più reale di questa." Il team è arrivato il 19 maggio ed ha trascorso due giorni ad esplorare l'area, che comprende un abisso profondo 100 metri. L'interno della caverna raggiunge i 37° Celsius e gli esploratori hanno provato a raffreddare l'abbigliamento - un’altra similarità con le tute spaziali degli astronauti. Luca ha raccolto dei campioni geologici e provato un nuovo modo per raggiungere spazi difficili da esplorare: un drone volante della Flyability deliberatamente fatto scontrare con le pareti della grotta in modo che imparasse a navigare e mappare le aree ristrette che sono troppo pericolose per gli esseri umani. Il coordinatore ESA del corso, Francesco Sauro, un esperto speleologo e geologo sul campo, sottolinea: "Il drone utilizza una fotocamera termica per mappare come la caverna continua nelle zone inesplorate che mostrano acqua, impossibili da raggiungere per gli esseri umani. Questi test ci aiuteranno a comprendere meglio quali tecnologie potranno essere utilizzate nelle future esplorazioni, ad esempio, dei tubi di lava su Marte." La strategia ESA prevede il lavoro di umani e robot assieme per esplorare e costruire avamposti sui corpi planetari, così come migliorare la nostra comprensione delle nostre origini, e le origini della vita nel nostro Sistema Solare. La breve spedizioni è terminata oggi con una conferenza sull'utilizzo delle nuove tecnologie nell'esplorazione sotterranea e nella ricerca scientifica negli ambienti estremi presso l'Università di Palermo, in Sicilia.

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Studenti della Sapienza in orbita con LedSat Il progetto, che vede coinvolti gli studenti della Sapienza, è stato selezionato come unico satellite universitario italiano per il Programma Fly Your Satellite! dell’Esa. Sarà realizzato e lanciato dalla Stazione spaziale internazionale Si chiama LedSat, è un cubesat proposto dal gruppo di ricerca dell’S5Lab della Sapienza – Università di Roma, ed è stato selezionato come unico satellite universitario italiano per la prima fase della seconda edizione del programma Fly Your Satellite! dell’Esa. Nell’arco dei prossimi due anni, LedSat verrà realizzato, provato e lanciato dalla Stazione spaziale internazionale, insieme ad altri cinque piccoli satelliti realizzati da gruppi provenienti da diverse università europee. Il progetto è nato nell’ambito di un accordo di collaborazione scientifica tra il Dipartimento di ingegneria meccanica e aerospaziale della Sapienza – Università di Roma e l’Astronomy Department della Universty of Michigan. Gli studenti coinvolti appartengono ai corsi di laurea magistrale di Ingegneria aeronautica, spaziale e astronautica della Sapienza – Università di Roma. La missione di LedSat unisce l’esperienza nella realizzazione di cubesats alle attività di sorveglianza spaziale, coinvolgendo numerosi osservatori astronomici, tra i quali quello del Centro di geodesia spaziale di Matera dell’Agenzia spaziale italiana e il Zimmerwald Observatory dell’Università di Berna (Svizzera). L’osservazione ottica di satelliti in orbita bassa richiede che questi siano illuminati dalla luce del Sole e che la stazione di terra osservante sia in ombra. Questa condizione limita il tempo in cui è possibile osservare un oggetto orbitante attorno alla Terra. Dotando il satellite di un sistema di illuminazione proprio, si riesce ad osservarlo anche in assenza di illuminazione da parte della luce solare. LedSat prevede l’installazione a bordo di led di colori differenti in grado di lampeggiare con diverse frequenze. La luce emessa dai led, misurata dalla rete di osservatori coinvolti nel progetto, permetterà di validare ed eventualmente aggiornare gli attuali metodi di determinazione orbitale e di assetto di satelliti e detriti spaziali. Inoltre, i led verranno utilizzati per provare un sistema di comunicazione ottica con il segmento di terra, che potrà essere usato da futuri satelliti come backup della tradizionale trasmissione in radio-frequenza. Il gruppo di studenti, selezionato per il programma Fly Your Satellite!, ha già iniziato a lavorare con il supporto di professionisti del settore spaziale per essere pronti ad affrontare questa unica ed entusiasmante avventura.

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