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PROGETTO MEDIOEVO Anno scolastico 2016-17 1

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ABBAZIE NEL NOVARESE Nella zona del Novarese furono erette numerose abbazie, di cui le più importanti e quelle meglio conservate al giorno d'oggi sono tre: San Nazzaro della Costa a Novara, l’abbazia di San Nazzaro Sesia e la Cantina dei Santi a Romagnano Sesia. L’abbazia di San Nazzaro Sesia ( situata per l'appunto a San Nazzaro) fu fondata nell'XI secolo. Dato che l'abbazia fu costruita in terra di confine tra Vercelli e Novara, vicino a importanti guadi sul fiume Sesia, vennero edificate strutture difensive a protezione del complesso monastico in tempi di guerra. Nel Duecento all'abbazia furono aggiunte diverse fortificazioni, rendendola più adatta a scopi militari. Nel 1243 Manfredo II Lancia, marchese di Busca, in guerra con Federico II, si rese conto dell'importanza difensiva e strategica di questa struttura ordinandone la distruzione. I monaci furono costretti a pagare un’ingente somma di denaro per evitare la cancellazione del monastero e dell'ordine monastico. San Nazzaro divenne una zona cuscinetto tra il Novarese e il Vercellese (dotata inoltre di immunità), dove i monaci svolgevano attività giurisdizionali, fregiandosi spesso del titolo di conti. Tra gli ultimi decenni del Trecento e i primi anni del Quattrocento, gli attacchi alle immunità dell’ente ecclesiastico da una parte e il trovarsi al centro delle contese in un periodo particolarmente turbolento dall’altra, indussero gli abati a tutelarsi facendo edificare le strutture difensive che ancora oggi possiamo osservare. La costruzione di un castello con ricetto fu iniziata durante gli ultimi anni di Nicolino Scazzosi, ma l’abbazia fortificata assunse l’aspetto attuale soltanto al tempo dell’abate Antonio Barbavara: è in quel periodo che essa prese le caratteristiche di vera e propria fortezza. L'abbazia continuò ad essere fortificata fino al 1801, quando dopo la soppressione dell'ente ecclesiastico a causa delle leggi napoleoniche fu venduta come edificio rurale. 2

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L'abbazia è circondata da mura, con merli a coda di rondine, e circondata da un fossato; la pianta è trapezoidale con torri rotonde agli angoli. L’ingresso originario è collocato sul lato occidentale della cinta muraria, protetto da una torre a base rettangolare entro la quale si apriva il portone sotto un arco a sesto acuto. All’interno del recinto sorgono la chiesa abbaziale quattrocentesca, a tre navate, preceduta dai resti di un portico di epoca romanica; la torre campanaria, a nord della chiesa, utilizzata come fortificazione nel XIII secolo; a sud il chiostro, sul quale si affacciano la sala capitolare e il refettorio, contornato dagli altri edifici abbaziali. La cinta muraria quattrocentesca si è in gran parte conservata, così come le due torri angolari poste verso settentrione. L’antico ingresso al complesso abbaziale, posto all’interno di una torre a base quadrata che sorge al centro del lato occidentale delle mura, non è più utilizzato ed è stato inglobato in costruzioni più recenti; un nuovo varco d’ingresso è stato aperto nella muratura sul lato nord. Le mura conservano la merlatura ghibellina a coda di rondine e all’interno, lungo il perimetro, sono in parte conservati i cammini di ronda originali. La Cantina dei Santi a Romagnano Sesia costituisce la sola testimonianza dell'abbazia benedettina di San Silano, interessante dalla presenza di un ciclo di affreschi databili verso la metà del XV secolo. Un documento risalente al 1008 testimonia la presenza a Romagnano di un'abbazia benedettina dedicata a San Silano, che ebbe un ruolo importante per lo sviluppo economico del paese. L'abbazia fu soppressa in età napoleonica. Da allora cambiò molte volte proprietà e le sue strutture vennero progressivamente smantellate per far posto a nuove abitazioni. Quello che rimane oggi dell'abbazia è solo un fabbricato seminterrato, composto da un ampio atrio colonnato in cotto e da due aule: le mura sono edificate con ciottoli di fiume disposti a "spina di pesce". Una dei queste aule si presenta con una volta a botte e costruisce la cosiddetta Cantina dei Santi. La denominazione deriva dal fatto che dal 1777 il locale fu effettivamente impiegato come cantina. 3

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La struttura venne acquistata nel 1971 dalla locale Pro Loco e poi donata al Comune che si fece carico del finanziamento dei lavori di sistemazione dei locali e dei due successivi interventi di restauro degli affreschi. L'aula era interamente affrescata sia sulle pareti che sulla volta a botte, formando un ciclo pittorico di ventotto riquadri finalizzato a narrare la storia biblica di Re David. La gran parte degli affreschi che decoravano le pareti è andata irrimediabilmente perduta, mentre la quasi totalità di quelli posti sulla volta e sulla controfacciata appaiono, dopo i restauri, ancora perfettamente leggibili. Sono state recuperate anche le didascalie in caratteri gotici poste sotto ciascun riquadro (esse rappresentano citazioni bibliche). Il ciclo di affreschi presenta non poche incognite, essendo difficile comprendere quali ragioni abbiano portato ad una raffigurazione del ciclo biblico della vita del Re David. I personaggi che popolano le varie scene vestono infatti panni e rmature dell'epoca medioevale ed i loro gesti paiono tratti da un romanzo cavalleresco. Sull'ignoto autore degli affreschi non si hanno notizie documentate. Ragioni cronologiche e di affinità stilistica hanno portato ad ipotizzare che si tratti di Bartulonus da Novara, un pittore attivo nell'area novarese. L'abbazia di San Nazzaro della Costa a Novara (denominazione ufficiale: Chiesa dei S.S. Nazzaro e Celso), congiunta ad un convento di frati cappuccini, è situata vicino al cimitero cittadino. Chiamata così perché situata su una lieve altura o costa, dalla quale si ha un'ampia visione dello spazio circostante. L'interno della Chiesa si presenta come un'ampia aula divisa in tre campate formate da grandi archi a sesto acuto, struttura portante del soffitto che consiste in travi a vista; segue poi il presbiterio, introdotto da un grande arco a tutto sesto, e l'abside quadrata. Sui due fianchi si aprono le cappelle, tre a destra e tre a sinistra. Durante il periodo napoleonico subì diversi vandalismi e saccheggi. I lavori di restauro fatti finora hanno portato alla luce diversi cicli di affreschi di diverse scuole: dall'iconografia francescana fino ad arrivare a pitture rinascimentali. Ai piedi del colle è situata una statua di San Francesco, dello scultore Giuseppe Lentini, e posta lì nel 1958. 4

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GLI ANACORETI Anacoreta: monaco che si ritira a vivere in un posto isolato e dedica la sua vita alla preghiera e alla meditazione. Anacoretismo: modo di vivere di un Anacoreta cioè austerità della vita Coloro che abbandonarono le città per vivere nei deserti d'Egitto, di Palestina e Siria venivano chiamati padri del deserto, qui cercavano la pace interiore per elevarsi a Dio. I più grandi maestri spirituali furono Evagrio Pontico e San Giovanni Climaco , tutt’oggi sono presenti anacoreti sul Monte Athos e in altri monasteri ortodossi. Gli anacoreti non vivevano completamente soli ma spesso si riunivano in feste, preghiere e pasti comuni. La loro vita era composta da: preghiere, lavoro manuale, aspra penitenza, la mancanza di un superiore e di una regola. L’Anacoretismo acqua in Egitto nella seconda metà del III secolo, secondo San Girolamo il suo fondatore fu San Paolo di Tebe nel 250. In Egitto si diffuse nel deserto della Tebaide grazie a San Antonio, nella valle della Nitria grazie a Ammonio, nella solitudine dello Scete grazie a Macario il Grande. L’Anacoretismo si diffuse in Palestina con Ilarione di Gaza San Nilo. In Siria si sviluppò nelle forme dei reclusi e degli stilisti. In Occidente l’Anacoretismo compare nel IV secolo con un grande sviluppo. Gli anacoreti si dividono in due gruppi: stilisti e dendriti Stiliti: furono poi indicati anche quei monaci cristiani anacoreti che vissero nel Vicino Oriente a partire dal V secolo. Avevano la particolarità di trascorrere la propria vita di preghiera e penitenza su una piattaforma posta in cima ad una colonna, rimanendoci per molti anni, spesso sino alla morte. Questa pratica voleva essere anche una testimonianza, una pubblica dimostrazione di fede. Lo stilita, con la sua posizione "onnisciente", voleva simboleggiare se stesso come monito "vivente" per chiunque conoscesse o vedesse la sua condizione di vita. Pratica propria dell'Oriente, soprattutto dei dintorni di Antiochia e della Siria, nella Chiesa greca durò anche dopo lo scisma e presso i Russi fino al secolo XV; è, tra l'altro, attribuita a due santi: Simeone Stilita il Vecchio (secolo V), ritenuto il padre di questa forma di ascetismo, e Simeone Stilita il Giovane (secolo VI). Gli stiliti erano assistiti dai loro confratelli che, una volta al giorno, provvedevano a rifornirli di cibo, sempre molto frugale, e di acqua. Dendriti: (dal greco Dendron, albero) erano dei monaci eremiti che avevano la particolarità di trascorrere la propria vita di preghiera e penitenza su un albero, rimanendoci per molti anni e spesso sino alla morte. Questa pratica nacque nel V secolo d.C. 5

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I PADRI DEL MONACHESIMO OCCIDENTALE San Benedetto Da Norcia Il padre del monachesimo occidentale è San Benedetto Da Norcia che dopo aver fatto anche lui un’esperienza di vita eremitica, fondò il monastero dei Frati Benedettini a Montecassino. Nacque a Norcia da una nobile famiglia. Quest’ultima pensò di fargli apprendere studi più approfonditi, così venne mandato a Roma, dove trovò solo giovani incapaci, così decise di abbandonare gli studi e ritirarsi in una grotta a Subiaco. Successivamente fu chiamato a costruire una serie di monasteri. Il primo di questi monasteri fu appunto quello di Montecassino. Qui scrisse la regola, un capolavoro di chiarezza e di equilibrio, che tratta dei bisogni di chi è giovane o malato, di chi è più fragile e di chi più forte. Questo libro ebbe successo e fu adottato in tutta l’Europa medioevale. Tale opera proponeva di unire lavoro e preghiera, infatti nel libro esiste un motto “Ora et Labora”, ovvero prega e lavora. San Benedetto, fondò il Movimento dei Benedettini, ovvero quei monaci che professano la regola di San Benedetto. Egli accolse elementi vitali e fondò una famiglia basata sui consigli evangelici. San Gregorio Magno, diffuse e propagò la regola di San Benedetto in molti luoghi, come per esempio l’Inghilterra. San Francesco d’Assisi La figura di San Francesco d’Assisi in Italia fu fondamentale nel tema del rinnovamento religioso del ‘200. Nella cristianità fu uno dei santi più venerati e fondò l’ordine mendicante che lasciò un segno nella storia della Chiesa. Nacque ad Assisi figlio di un ricco mercante dopo la sua gioventù partecipò alla battaglia contro Perugia, ma fu fatto prigioniero, e fu vittima di una crisi interiore. Manifestata la propria volontà di rinuncia del mondo fu portato dal padre davanti al tribunale vescovile di Assisi, e Francesco in quell’occasione rinunciò all’ereditarietà paterna votandosi alla povertà. Successivamente raccolse intorno a sé un numero alto di seguaci e formulò la sua regola basata sulla predicazione e sulla povertà. I suoi ultimi anni furono di sofferenze fisiche; morì dopo due anni e affidò l’ordine ai suoi fratelli. Dopo la morte, la storia della sua vita venne arricchita da elementi fantastici e leggendari. Nel XIV secolo venne creata la letteratura francescana e i fioretti di S. Francesco. Il suo messaggio venne espresso con la predicazione e con diversi testi letterari, tra cui due regole e diversi scritti 6

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latini. Una sua importante opera è il Cantico delle creature, il primo esempio di opera letteraria volgare italiana scritta nel 1224 in cui veniva lodato Dio attraverso gli elementi del creato. San Francesco d’Assisi fondò tre ordini, ognuno di essi con la propria organizzazione e struttura legale, la prima è quello dei frati minori ispirati alla regola bollata. Si divide in tre rami principali: frati minori, frati minori conventuali e frati minori cappuccini. Il secondo ordine è quello delle clarisse che approvò una regola propria, esercitata da Santa Chiara. Il terzo ordine nacque per i laici, chiamato ordine francescano secolare. Si ha anche il terzo ordine regolare. San Domenico di Guzmàn San Domenico nacque a Calervuega nel 1172, studiò teologia e divenne sacerdote. Negli anni successivi fondò una comunità e diversi conventi morì a Bologna nel 1221. Fondò nel dodicesimo secolo l’ordine dei domenicani, detti predicatori, raccogliendo intorno a se un gruppo di preti poveri pronti a spostarsi da una città all’altra predicando il messaggio cristiano Approfondì lo studio della teologia, diventando sacerdote. Arrivando a convertire gran parte dei francesi. Successivamente fondò una comunità di preti, seguendo la regola di Sant’Agostino. Ottenne l’approvazione del papa riguardo alla fondazione di essa; così Domenico si recò molte volte in Spagna e a Bologna, fondando diversi conventi. L’ordine dei domenicani comprendeva tutti i rappresentanti dei conventi. Questi ultimi erano raggruppati in province. Tale ordine influì molto nella chiesa, tanto che i frati insegnarono la teologia nelle università. 7

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LA VITA QUOTIDIANA DEL MONACO I vari momenti della vita di un monaco, dal lavoro, al riposo, alla preghiera, hanno un significato particolare e sono organizzati e regolati in modo preciso. A guidare la vita di un monaco sono le indicazioni della Regola, dettata da san Benedetto nel 534 d.C. La regola nel monastero La regola benedettina rappresenta una novità assoluta per il tempo in cui è stata scritta: l'idea di dividere la giornata secondo un ordine preciso, di mangiare e di riposare in ore determinate, di stabilire e rispettare regole per un’ordinata convivenza, costituisce una novità per quel tempo. Naturalmente le ore canoniche, cioè le ore stabilite nella regola, hanno poco a che vedere con le ore come le intendiamo noi oggi. La giornata nel medioevo era scandita dagli orari dell'alba e del tramonto: era perciò più lunga in estate e più breve in inverno. Come illustra l'immagine, la giornata alternava - e per i monaci alterna ancora oggi - momenti di preghiera ad altri di lavoro e non mancavano gli intervalli di riposo. La preghiera comune si svolgeva in precisi momenti della giornata, le cosiddette "ore canoniche". Si cominciava prima dell'alba con il mattutino o vigilie, poi si faceva colazione, quindi c'erano le lodi, che coincidevano con l'alba. Altri momenti di preghiera erano a metà mattina (sesta - attorno alle 9:00 del mattino), verso il mezzogiorno, prima del pranzo (sesta), a metà del pomeriggio (nona - attorno alle 15:00) e al tramonto (compieta). Dopo la cena c'era un ultimo momento di preghiera (compieta) prima del riposo notturno. Le Campane Il suono delle campane convocava i religiosi a celebrare le ore canoniche scandiva anche le giornate dei contadini che vivevano nei pressi dei monasteri. I monaci sono uomini che vivono del proprio lavoro e perciò le loro giornate sono differenziate secondo le stagioni: la primavera è il tempo delle semine, l’estate quello del raccolto, l’autunno quello della vendemmia e l’inverno quello durante il quale ci si può dedicare per più tempo alla lettura e alle attività interne al monastero. 8

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Il Tempo del monaco Ma il tempo del monaco è soprattutto un tempo ritmato dalle feste liturgiche, che rendono ogni giorno diverso dagli altri: la domenica e i giorni feriali, le grandi feste della Pasqua, della Pentecoste, del Natale con i relativi periodi di preparazione, le feste del Signore, della Madonna e dei Santi. I monaci non si sentono "prigionieri" della regola, che li aiuta ad organizzare le loro attività e seguire lo scopo della loro vita, manifestare cioè il proprio amore per Dio e Gesù in tutte le attività che svolgono. Il lavoro Nella scansione quotidiana del tempo, molta importanza rivestono i momenti del lavoro mattutino e pomeridiano. Per il monaco il lavoro, sia esso manuale o intellettuale, è partecipazione all’attività creatrice di Dio. Da questa consapevolezza nascono le opere e le innovazioni che, partendo dai monasteri, si diffondono in tutta Europa, contribuendo alla sua evoluzione. "L’ozio è nemico dell’anima e perciò i fratelli in determinate ore devono essere occupati in lavori manuali" dice la Regola di Benedetto. E ancora: "E’ proprio allora che essi sono veramente monaci, quando vivono del lavoro delle proprie mani, come fecero i nostri padri e gli apostoli". Il lavoro nel monastero ha, perciò, uno scopo ascetico e non economico, poiché è partecipazione alla missione che Dio ha dato all’uomo di essere creatore del mondo. Anche gli ambienti che ospitano il lavoro devono testimoniare la lode di Dio, per questo nello scriptorium, nell’officina del fabbro o nella grangia l’architettura è pensata con la stessa bellezza e dignità che si riscontrano nella chiesa; anche questa continuità stilistica aiuta a richiamare il senso unico della vita del monaco. La presenza e l'azione dei monaci, la necessità di lavorare e vivere del proprio lavoro, di provvedere alla propria sussistenza ha conseguenze importanti per l'evoluzione della civiltà europea: i monaci non costruiscono i propri monasteri nelle città, ma nelle campagne, lontano dall'abitato, e iniziano presto a dissodare, irrigare, prosciugare i terreni intorno ai monasteri per piantarvi ciò che occorre alla loro sopravvivenza. Diventano contadini e pastori, abbattono boschi e prosciugano paludi, scavano canali per annaffiare campi e vigneti (il vino è indispensabile per la celebrazione della messa); nei monasteri cominciano a copiare antichi scritti, creando bellissimi codici, salvandoli dalla scomparsa, e creano scuole dove si tramandano le conoscenze dell'antichità classica. Copiare libri è una necessità, perché nel Medioevo sono rari e costosi e ne occorre una certa quantità per assicurare la lettura a tutti i monaci; e questo lavoro richiede sicuramente molta fatica, quanto quello dei campi. Gli scriptoria dei monasteri diventano delle fucine di cultura e di bellezza, ma il 9

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lavoro di copiatura non ha come scopo la produzione di opere d’arte, ma di strumenti utili ai monaci per il proprio cammino spirituale. L’esigenza di accelerare il lavoro, per riservare tempo da dedicare alla preghiera, costringe i monaci ad imparare l’utilità dell’amministrazione e della tecnica. Si moltiplicano le innovazioni che alleggeriscono l'opera del monaco, facendogli risparmiare tempo e migliorando la qualità del lavoro, come i mulini ad acqua e le tecniche di regolazione delle acque. Dopo che il priore, successivamente alla riunione del capitolo, assegna il lavoro della giornata, i monaci indossano la tunica adatta, prendono gli attrezzi necessari e si avviano al loro posto di lavoro dove rimangono fino alla pausa del pranzo. Terminato il lavoro, gli strumenti vengono restituiti al responsabile. Per lavoro non si deve intendere, però, solo quello agricolo, ma tutto ciò che riguarda la vita della comunità: dall’allevamento e produzione agricola, alla costruzione, alla manutenzione e alla pulizia del monastero, dalla trascrizione dei codici allo studio. I CODICI E LE PERGAMENE Pergamena: chiamata anche cartapecora è ricavata dalle pelli di animali non conciate, composta di collagene è elastica e coriacea, resiste molto bene al degrado. Viene utilizzata come materiale scrittorio fino al XIV secolo quando poi viene sostituita da carta di canapa o fibre tessili. Codice: è un libro manoscritto, il suo nome deriva dal latino (caudex “tronco d’albero”) perché in antichità si usava scrivere su tavolette di legno ricoperte di cera, tenute insieme da metallo o cuoio. Dal II/III secolo d.C. i rotoli vengono sostituiti dai codici costituiti da papiro inizialmente e da pergamena poi; perché il papiro diventa sempre più raro. Per creare una pergamena si utilizzano pelli di animali (agnello, pecora) che vengono trattate, ammorbidire e rese utilizzabili per la scrittura. Per scrivere pochi codici sono necessarie pelli di un intero gregge. I codici sostituiscono i volumen (rotoli) perché sono più maneggevoli e più comodi alla lettura, permettono di essere appoggiati ad un leggio, di essere letti e di prendere appunti contemporaneamente. sono formati da pergamene e per questo non è possibile rilegare molte pagine 10

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insieme. Libri sacri come la Bibbia vengono divisi in più volumi perché è impensabile di utilizzarne uno solo. I codici sono importanti anche nelle religioni, gli storici sostengono che lo sviluppo dei codici va di pari passo a quello del cristianesimo. Il codice permette di trasportare il messaggio di Cristo e di diffonderlo. In molti dipinti sacri il codice rappresenta la verità e il Vangelo. Nel medioevo se si commettevano errori durante la scrittura di una pergamena era possibile rimediare utilizzando polvere di pietra pomice per grattare via il testo. A volte capitava che le pergamene, essendo abbastanza costose, venissero riutilizzate e quindi era necessario cancellare il vecchio testo per scriverci il nuovo, nacquero così i palinsesti che sono appunto fogli di pergamena riutilizzati. Per preparare una pergamena si deve immergere la pelle di animale (agnello, capra, montone…) in un bagno di calce che consente di togliere tramite raschiatura la lana e i peli. Bisogna conservare solo il derma quindi è necessario rimuovere l’epidermide e la parte di grasso. Si mette la pelle sul telaio per tenderla e rendere il lato carne liscio come il lato pelle. Una volta asciutta si assottiglia e si sfrega con un coltello. Una volta secca per rendere il lato carne più bianco si spolvera con della polvere di pietra pomice e di gesso. La pergamena così ottenuta si taglia in fogli e si cuciono tra loro ottenendo rotoli, i quali riuniti in quaderni formano un codice. Le pelli migliori sono quelle di animali giovani come quella del vitello nato morto che da origine alla “velina” che è la pergamena di qualità molto elevata. Per scrivere su una pergamena si utilizzano: calami (canne all’estremità quadrata o appuntita spesso tagliata), penne d’oca stemperato per smussarle, raschietto, regolo per tracciare la rigatura, calamo da inchiostro, calamaio. La superficie liscia della pergamena implica l’uso di uno strumento sottile come la penna che adattandosi perfettamente permetterà ai copisti di sperimentare nuove grafie che faranno evolvere la scrittura. 11

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COME SI PREPARAVANO LE PERGAMENE La pelle era immersa nell'acqua di calce dai tre ai dieci giorni per togliere i peli dell’animale. Successivamente gli artigiani levigavano la pelle, togliendo i peli e la carne rimanente. La pelle veniva immersa nell’acqua fredda per togliere l'acqua di calce. Il lavorato veniva poi teso su un telaio e raschiato da un coltello speciale con la forma arrotondata, il raschiamento si usava anche per ottenere lo spessore desiderato. Questo processo durava molti giorni, per questo, nel frattempo gli artigiani cercavano di stringere sempre più la pelle; quando la pelle si seccava il risultato ottenuto era una pergamena liscia e un materiale durevole con il passare degli anni. Sulla pergamena veniva strofinata la polvere del pomice per irruvidire la superficie e subito dopo la pergamena veniva tagliata a seconda della grandezza del manoscritto desiderato. Le pagine del manoscritto, sono appunto le pergamene che piegate una dentro l’altra danno forma al testo. La penna con cui si scriveva sulla pergamena era la penna d’oca, che veniva prodotta attraverso lo spiumaggio degli uccelli; le penne venivano imbevute nell’aceto , asciugate e indurite nella sabbia calda. La cartilagine della penna, veniva incisa per dare allo scrittore migliore manualità. La colorazione degli inchiostri era definita dal tipo di materiale che veniva usato, ma i colori primari erano il nero, il rosso e il blu. Il manoscritto veniva decorato con disegni e decorazioni, applicate dallo scriba attraverso l’umidità del proprio respiro. Subito dopo aver applicato le decorazioni, lo scriba iniziava a colorare e quando il disegno era asciutto, il manoscritto era terminato. L’ultimo passaggio rimasto era quello di mettere insieme le pergamena e fare il fascicolo. 12

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GLI AMANUENSI Gli amanuensi, dal latino servus a manu, sono coloro i quali erano nell'antichità addetti al lavoro di copiatura dei testi. A partire dal 313 d.C., data dell'emanazione dell' editto di Costantino che proclamava la libertà di culto per i cristiani, si assiste ad un rapido e consistente sviluppo del testo scritto e, di conseguenza, dello studio della scrittura. Per poter studiare, si rese quindi necessaria la riproduzione dei libri e , poiché a quel tempo non era ancora stata inventata la stampa, i libri potevano essere riprodotti solo copiandoli a mano: nasce così la figura degli amanuensi, umili ed anonimi monaci che avevano il compito di riprodurre pazientemente a mano le Sacre Scritture, opere greche e latine, testi di grandi storici, poeti e naturalisti e, grazie al romano Cassiodoro, consapevole di quanto fosse importante che la cultura e le tradizioni delle antiche civiltà non andassero perdute, anche testi profani. I libri ricopiati servivano ai monaci per la lettura e l'insegnamento. Era nei monasteri infatti che la cultura veniva custodita e tramandata ed alcuni di questi monasteri avevano biblioteche in cui erano custoditi i preziosi libri salvati dalla distruzione dei barbari. I monaci che si dedicavano a questa attività studiavano le arti liberali (grammatica, dialettica, retorica, aritmetica, geometria, musica, astronomia) e spesso, nel lavoro di esegesi e nelle traduzioni, assumevano l'arbitrio di apporre interpolazioni o estrapolazioni allo scopo di dare un senso cristiano alla quasi totalità dei concetti e a tale proposito aggiungevano , a volte, anche una breve preghiera alla fine del libro. Grazie all'opera degli Amanuensi, sono arrivati sino a noi tanti capolavori che altrimenti sarebbero andati perduti ed è per questo che i monasteri possono essere considerati dei veri e propri centri di promozione culturale oltre che di fede e spiritualità. Il lavoro di copiatura era molto lungo e faticoso tanto è vero che, per ricopiare la Bibbia, era necessario un intero anno di lavoro fatto da più persone e vi erano persino dei testi così estesi e complicati che spesso non bastava l' intera vita di un Amanuense per realizzarne una copia. 13

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Lo scriptorium era una sala spaziosa ed illuminata da numerose finestre. Nella posizione più idonea a ricevere la luce c' erano i tavoli dove lavoravano i monaci amanuensi. Non in tutti i monasteri c'era però lo scriptorium; in tal caso, i monaci svolgevano il lavoro di scrittura nel refettorio o nelle celle individuali. All'interno dello scriptorium vi era una specifica suddivisione dei compiti. l lavori di preparazione, come ad esempio lisciare i fogli di pergamena e tracciare le linee parallele che avrebbero guidato la mano del copista ,spettavano ad aiutanti comuni chiamati Scriptores, i quali utilizzavano piani d'appoggio, a volte con il piano inclinato: il manoscritto da copiare era poggiato su di un leggio fissato ad un supporto. Gli Amanuensi trascrivevano il testo, avendo cura della fedeltà dello scritto e della qualità del carattere, sui fogli di pergamena cioè pelle di agnello, pecora, montone o capra lavorata in modo da divenire liscia e chiamata pergamena in quanto entrata nell'uso comune per la prima volta a Pèrgamo, città dell' Asia Minore. La decorazione spettava invece ai miniaturisti i quali avevano un compito certamente secondario ma più appariscente, più artistico e di forte impatto visivo. Le loro meravigliose creazioni danno inizio, nei testi medievali, ai paragrafi e ai capitoli e molto spesso, nell'immaginario collettivo, s'identificano con lo stesso Medioevo. Si tramandano infatti pochi nomi di amanuensi, ma si citano molti nomi di artisti miniaturisti, alcuni dei quali erano anche talentuosi pittori. I miniaturisti realizzavano spesso autentiche opere d'arte miniate che volevano riflettere la grandezza e la gloria di Dio e venivano create con oro zecchino a 24 carati applicato su una base in gesso, per esaltarne la spazialità e poi lucidato con un brunitoio in pietra d'agata. Ai miniaturisti piaceva adornare la lettera iniziale di ogni capitolo o di ogni pagina con dorature o con vivaci colori come il rosso per le prime linee scritte, le lettere maiuscole ed i titoli, il verde e l' azzurro per le lettere iniziali e l' oro e l' argento per codici di lusso destinati al culto religioso. Essi inserivano nel testo delle piccole e bellissime raffigurazioni di angeli, di santi o di scene della vita di ogni giorno. In qualche libro, i margini di ciascuna pagina venivano decorati con ghirlande di fiori e di foglie e spesso, in mezzo a questi bordi infiorati venivano dipinti anche animaletti quali api, farfalle,scarabei e libellule. 14

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Le miniature, col passare del tempo, divennero piccoli capolavori contenuti nello spazio di pochi centimetri quadrati all'interno degli Evangelari nei Salteri nelle Bibbie Il codice medioevale non aveva una pagina dedicata al titolo, ma iniziava con la frase scritta con l'inchiostro rosso e con le lettere ingrandite: era l'incipit (inizio) e finiva con la parola explicit ( fine), dopo la quale si poteva trovare la sottoscrizione in cui erano indicati il nome del monaco amanuense, la data in cui aveva finito di scrivere e le persone per le quali aveva scritto. Infine la rilegatura essenziale per l'uso e la conservazione dei testi spettava ai rilegatori. LA SCIENZA NEI MONASTERI Lo scopo di un monaco nel ritirarsi in un monastero fosse quello di coltivare una vita spirituale più disciplinata e, per meglio dire, di lavorare per la propria salvezza in un ambiente e sotto un regime che favorisse questo scopo, il suo ruolo nella civiltà occidentale si sarebbe dimostrato fondamentale. Nella vita monastica svolse un ruolo importante il lavoro manuale, al quale la Regola benedettina si richiamava espressamente. Sebbene la Regola fosse nota per la sua moderazione e la sua avversione per le punizioni eccessivamente severe, cogliamo spesso i monaci nell'atto di farsi carico di un lavoro difficile e poco attraente, dal momento che per loro tali opere erano canali di grazia e opportunità di mortificazione della carne. Ciò fu certamente vero riguardo all'opera da loro svolta nel disboscamento e nella bonifica delle terre. L'opinione prevalente sugli acquitrini era che fossero fonti di pestilenza di nessun valore. Ma i monaci prosperarono in tali luoghi e abbracciarono le sfide che essi presentavano. In breve tempo riuscirono a costruire argini e a prosciugare la zona paludosa e a trasformare in fertile terra agricola ciò che era stato fonte di malattia e sporcizia. Ovunque andassero, i monaci portavano raccolti, industrie o metodi di produzione che nessuno aveva mai visto prima. Introducevano qui l'allevamento del bestiame e dei cavalli, lì la fabbricazione della birra, o l'apicoltura, o la frutticoltura. Dovettero ai monaci la propria esistenza il commercio del grano in Svezia, la fabbricazione del formaggio a Parma, i vivai di salmone in Irlanda e, in moltissimi luoghi, le vigne più amene. I monaci facevano scorta di acque provenienti dalle sorgenti, al fine di distribuirle durante le siccità. i contadini appresero dai monaci l'arte dell'irrigazione, che contribuì in modo determinante a render celebre quella regione in tutta Europa per la sua fertilità e le sue ricchezze. Inoltre, i monaci furono i primi a lavorare per il miglioramento delle razze di bestiame, sottraendo quest'opera al caso.I monaci furono pionieri anche nella produzione del vino, che usavano sia per la celebrazione della Santa Messa sia per il loro consumo quotidiano, che la Regola di san Benedetto espressamente 15

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