giornalino cerchio delle streghe numero 1 anno 2017

 

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Il Cerchio Delle Streghe n°1 Maggio 2017 Il giornalino del gruppo micologico Il cerchio delle streghe è anche ONLINE al sito www.cerchiodellestreghe.it

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Il cerchio delle streghe: una storia lunga 22 anni A cura di Marco Bruzzone Il Gruppo Micologico “Il Cerchio delle Streghe” nasce in una bella serata primaverile del lontano 1996 a Capriata D’Orba (AL) nel corso di una cena tra amici appena rientrati dal corso nazionale per Micologi di Trento. Il nome, nato dalla bellissima idea di Daniela Giovenale, descrive già da se il connubio tra micologia e voglia di creare un bel gruppo di amici. L’intento è quello di mantenere viva la passione per la micologia e divulgare il più possibile la conoscenza del mondo dei funghi anche al fine di evitare pericolose confusioni, a ciò si unisce il rispetto per il bosco e per la natura in genere. Lo spirito è quello giusto, tanta voglia di stare insieme ed iniziare la nuova avventura. La prima occasione è alle porte, la festa d’autunno a Carpeneto: il Gruppo Micologico, alle origini “Ligure – Piemontese” inizia il suo splendido percorso. Oggi dopo 22 anni di attività alcuni dei fondatori continuano a profondere impegno ed entusiasmo. Sono stati due decenni di collaborazioni con grandi Micologi e scrittori di testi di micologia, tra i quali si possono annoverare Mido Traverso, Rosso Michele, Riccardo Mazza ed il grande Ernesto Rebaudengo. Già nel 1996, l’incontro con il Consorzio per la tutela dei prodotti del sottobosco di Calizzano, sancisce l’inizio di un binomio vincente che ha permesso di raggiungere l’invidiabile traguardo di ben 21 allestimenti di Mostra micologica nella splendida cornice calizzanese. Tra le mostre di maggior rilievo impossibile non citare le seguenti: Busalla, Ovada, Barolo, Borzonasca, Bardineto, Cogoleto, Vobbia, Vezzi Portio, ecc. Con grande soddisfazione il Gruppo entra a far parte del CAMPAL, l’organismo che coinvolge le associazioni micologiche di Piemonte, Liguria e Valle D’Aosta. Il costante sviluppo delle attività del gruppo ha consentito di creare diversi eventi quali presentazioni di testi di micologia, conferenze, percorsi didattici, educazione ecoambientale, rivalutazione e promozione del territorio anche in collaborazione con gli Enti Parco del Beigua e dell’Antola. Fiore all’occhiello la creazione su progetto della Regione Liguria dell’area di studio “Orion” di Calizzano, tra le pochissime presenti sul territorio nazionale. Il Gruppo Micologico Il Cerchio delle Streghe si è sempre autogestito promuovendo le proprie iniziative anche con la realizzazione di opuscoli, gadgets, poster tematici, calendari micologici, abbigliamento con logo sociale. Negli anni, a seguito dell’avvicendarsi dei soci e dei collaboratori, si è reso necessario trasferire più volte la sede sociale del gruppo (Ovada, Genova Borzoli, Cogoleto) che ad oggi è individuata in Genova Pegli. Il Cerchio delle streghe dispone oggi di attrezzature e strumenti utili all’allestimento di mostre micologiche ed eventi formativi in totale autonomia. Oggi gli obbiettivi sono tanti. Primo fra tutti coinvolgere le nuove generazioni di Micologi e trasferire il testimone. Nel 2017, oltre alle consuete attività in programma, è in progetto la partecipazione al Festival della Scienza di Genova. Viene inoltre allestita per il secondo

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anno la mostra dei funghi primaverili a Calizzano. La vita associativa è fatta di grandi sacrifici ma è un bellissimo modo di utilizzare il proprio tempo ampliando e divulgando le proprie conoscenze. Grandi sono le soddisfazioni nell’osservare gli occhi curiosi dei bambini accompagnati nei boschi o quelli interessati dei visitatori delle mostre. Oggi, dopo tanti anni è bellissima la sensazione che si prova gettandosi nei ricordi ed enormemente gratificante il pensiero di aver offerto, per quanto possibile, il proprio sapere. L’entusiasmo dei nuovi iscritti è linfa vitale per il futuro che si auspica ricco di grandi soddisfazioni micologiche. La battaglia per il Regno A cura di Grazia Cecchi Pochi sanno che i funghi, nel corso delle epoche sono stati sempre organismi bistrattati, incompresi e sottomessi al regno vegetale. La loro storia in realtà è molto antica, almeno come quella delle piante. Basti pensare che esistono segnalazioni di funghi fossili risalenti al Devoniano (416,0 ± 2,8 e 359,2 ± 2,5 milioni di anni fa)! Per non parlare della notorietà che già possedevano in epoca Greca e poi Romana sia per le intossicazioni che potevano dare, che per le proprietà terapeutiche che possedevano. Ma allora, considerando che per alcuni popoli antichi, come i Maya e gli Aztechi, i funghi erano addirittura uno strumento “magico” che permetteva allo sciamano di entrare in contatto con le divinità, quando è iniziata la persecuzione e il tramonto di questo gruppo di organismi? Fino al Seicento gli scienziati non si erano preoccupati molto di micologia. Il progresso nello studio dei funghi, rispetto a quello della botanica vera e propria, era molto modesto, essendo questo settore naturalistico considerato trascurabile. Addirittura non sapevano con chiarezza come si riproducevano, anche se avevano intuito trattarsi di vegetali del tutto particolari, e si basavano ancora sulle teorie di Aristotele (generazione spontanea senza seme). Tuttavia, a cavallo tra Seicento e Settecento uno studioso fiorentino, Pier Antonio Micheli, fece una straordinaria scoperta. Dopo accuratissime indagini microscopiche si convinse che il segreto della riproduzione dei funghi stava nella faccia inferiore del cappello; qui scoprì "dei minutissimi semolini distribuiti … con ordine regolarissimo; e … ognuno di loro stava situato sopra una base, la quale mi fece dubitando dire: chi sa che non sia il fiore o il calice dei funghi"? Ecco scoperti basidi e spore. Purtroppo per i funghi, però, dopo questo apice di interesse e scoperte si tornò alla totale sottomissione alle scienze botaniche. La causa di questa irrimediabile sconfitta è da attribuirsi a uno scienziato molto conosciuto: Linneo. Egli è considerato il massimo botanico di tutti i tempi, in quanto ordinò in maniera definitiva, valida ancor oggi, tutti i vegetali sulla base di un principio-guida universalmente applicabile. Eccelso e insuperato nella botanica in genere, Linneo non fece fare passo alcuno alla micologia, anzi la danneggiò, perché non usava il microscopio e non era in grado di applicare ai funghi la ricerca basata sugli elementi sessuali come per le piante. Nell’Ottocento uno studioso svedese, Elias Fries, capì che bisognava trovare un nuovo sistema di classificazione micologica sulla base di caratteri univoci dei funghi. Egli è unanimemente riconosciuto come il padre e il massimo esponente della moderna micologia, e oltre a descrivere migliaia di specie nuove, raggruppò i funghi in quattro grandi classi su basi filogenetiche (ovvero sulla presenza o meno di caratteri evoluti). Solamente nel 1969 i Funghi vennero inseriti in un regno a parte. Le moderne tecniche avevano ormai permesso di evidenziare come

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questi organismi fossero totalmente differenti dai vegetali. La battaglia per il regno era vinta, ma ancora oggi la micologia come scienza ha tanta strada da fare. Non soltanto per riconquistare la posizione e l’indipendenza che merita, ma anche perché ancora troppo poco si sa sui funghi (dopo gli insetti sono il gruppo di organismi più diffuso al mondo e se ne conosce solo il 5%!), e sulle potenzialità che possono avere in moltissimi campi. I funghi di primavera A cura di Valeria Valentini Dal mese di marzo in avanti, le temperature si alzano e la neve, che durante i mesi più rigidi ha protetto il terreno dalle gelate invernali, inizia a sciogliersi contribuendo così a mantenere il suolo umido. Iniziano le prime fioriture, le prime gemme si sviluppano così come i primi funghi fanno la loro comparsa nelle pianure e nelle valli in bassa quota fino ai 1000 m di altitudine. Analizzeremo in questa sede i funghi tipicamente primaverili introvabili in altre stagioni. Una vera primizia, per il periodo di crescita tra il tardo inverno e l’inizio della primavera, è l’Hygrophorus marzuolus. A differenza della maggior parte degli altri funghi si può trovare al di sotto di strati di neve, seminascosto tra aghi di pino o fitti strati di fogliame di Faggio, tanto da poterlo considerare un fungo semi-ipogeo ovvero a crescita semi-sotterranea. Senza odore particolare ma con sapore gradevole ha carne bianca che tende a ingrigire con l’età. Lamelle bianche, larghe, di consistenza lardacea e decorrenti. Considerate le caratteristiche morfocromatiche generali, l'ecologia e il periodo di crescita le possibilità di confusione di questo fungo con altri sono abbastanza remote. Un altro fungo tipicamente primaverile è Entoloma clypeatum, associato sempre con Rosaceae, in particolare col Prugnolo selvatico. Il nome “clypeatum” deriva da clypeus per la forma umbonata del cappello che effettivamente ricorda il clipeo, antico scudo da combattimento dotato di umbone centrale. Fungo omogeneo, carnoso; nel giovane il cappello risulta campanulato, in seguito piano, ma sempre con umbone, con l’orlo lobato ed involuto. La cuticola di color bruno-grigiastro è liscia, molto igrofana. La carne leggermente fibrosa, di colore variabile dal beige al camoscio, emana un piacevole odore di farina fresca. Altri Entoloma con lo stesso portamento del fungo in questione sono tipicamente primaverili, in particolare quelli della Sez. Nolanidea, con specie abbastanza vicine che si possono distinguere per alcuni elementi. Associati con Rosaceae troviamo Entoloma sepium ha viraggio arancio-rosso soprattutto alla base, e non è igrofano e Entoloma niphoides ha cappello completamente bianco. Entoloma aprile e Entoloma saundersii si trovano sempre legati con Ulmus spp. Il primo ha carpofori più slanciati, gambo fistoloso e non ha giunti a fibbia nell'epicute, il secondo ha cappello micaceo, fibrilloso e spore decisamente più grandi che in queste altre specie. Il mese di aprile è il mese ideale per la Calocybe gambosa conosciuto infatti, anche come Fungo di San Giorgio. Cresce soprattutto nei prati, (ma anche in macchie e radure di boschi) spesso in gruppi disposti a formare dei cerchi. Il cappello carnoso, anche ai margini, di colore avorio, crema ocraceo, inizialmente convesso diventa pianeggiante irregolare da adulto; le lamelle, biancastre, crema pallido, sono fitte, adnate o smarginate; il gambo biancastro o crema, pruinoso, è

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cilindrico, clavato, ma a volte anche attenuato verso il basso, pieno da giovane poi farcito; la carne è bianca, con forte odore e sapore di farina fresca. I veri protagonisti primaverili sono gli ascomiceti e in particolare i funghi principi di questo periodo sono le Morchelle. Al Genere Morchella appartengono funghi che presentano un gambo e di un cappello (mitra) costituito da numerose cellette di forma più o meno regolare (alveoli) appressate l’una all’altra che complessivamente assomigliano ad un alveare. Il cappello e il gambo sono contigui e saldati l’uno all’altro, completamente o in parte. Il Genere di appartenenza annovera diverse specie come: Morchella conica (mitra conica più o meno affusolata con costolature regolari e parallele. Cresce a gruppi nei terreni rudimentali, su substrato ricco sostanze organiche), Morchella Esculenta (mitra ovoidale di colore grigio con costolature irregolari), Morchella semilibera (la caratteristica peculiare è che questa è “semilibera”, in quanto attaccata al gambo solamente per i ⅔. Per lungo tempo è stato inserito nel genere Mitrophora, ma non è stata sufficiente la sola caratteristica dell’attaccatura della mitria al gambo per farne un genere a sé stante rispetto alle morchelle). Sono considerate ottimi commestibili ma, per il loro corretto consumo, al fine di eliminare le tossine in esse contenute, devono essere sottoposte a precottura. Il consumo da crudo, o dopo cottura non corretta, è causa di sindrome emolitica. La somiglianza con le spugnole fa sì che i carpofori appartenenti al genere Gyromitra vengano chiamati “falsa spugnola” o “falsa morchella” e ogni anno causino intossicazioni, alcune delle quali addirittura mortali. Sono responsabili della sindrome gyromitrica dovuta alla giromitrina, una tossina presente in tutte le specie appartenenti al Genere. Il nome Gyromitra deriva dal greco guròs (γυρός) = rotondo e mitra (μίτρα) = mitra, cioè mitra rotonda. La mitra ha un aspetto “cerebriforme”, con variazioni di colore dal rosso ruggine al bruno. Gyromitra Esculenta ha pieghettatura evidente e gambo esile, mentre Gyromitra gigas differisce per le spore con decorazioni agli apici e il gambo molto irregolare. Nel periodo primaverile, con la ricerca delle prelibate Morchelle, non è certo cosa impossibile trovare negli stessi habitat altri ascomiceti. In particolare, è frequente il rinvenimento di carpofori del genere Verpa. Sono provvisti di gambo e cappello distinti. Il cappello è saldato al gambo solo alla sua sommità. Tutta la mitra appoggia sulla parte superiore del gambo. La Verpa conica presenta mitra liscia e di colore ocra- bruno chiaro. Cresce isolata o a gruppi in terreni sabbiosi in prossimità dei salici lungo i corsi d’acqua. Ha 8 spore per asco. La Ptychoverpa bohemica di dimensioni maggiori alla precedente, ma con la mitra più grande e con superficie pieghettata. Ha due spore per asco. Un altro fungo che cresce nel medesimo habitat delle morchelle è Disciotis venosa, confondibile solo con Discina perlata che però ha habitat distinto (conifere) e non possiede il forte odore di cloro della specie qui presentata. I colori e le venature fanno risaltare molto bene questo fungo tra l'erba al margine dei boschi o dei sentieri. Il forte odore di cloro scompare con la cottura e questo lo rende commestibile. Sono tossiche le “Spugnole”? A cura Andrea Macciocchi Il fatto che anche i funghi commestibili provochino intossicazioni è un fenomeno

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ormai assodato. Nonostante ciò, è importante considerare l'esiguo numero di casi di intossicazione rispetto al numero dei consumatori. Altrimenti anche i porcini ed i chiodini dovrebbero essere ritenuti tra le specie tossiche. Negli ultimi anni è stata osservata una specifica sindrome neurologica (definita anche “cerebellare”) da consumo di Morchelle. Tali disturbi sono già noti da molto tempo, ma in passato sono stati interpretati in diverso modo, riconducendoli spesso al consumo di funghi crudi o insufficientemente cotti. Nonostante sia molto antica la prima descrizione di un caso di sindrome neurologica dopo il consumo di Morchelle (1889), è corretto allora giudicare tossico il genere Morchella?? Nel 2008 in Germania, sei pazienti hanno riportato vertigini e segni di lieve disfunzione cerebellare (atassia= mancanza di equilibrio, tremore), in alcuni casi accompagnati da nausea e vomito. I sintomi si sono sviluppati tra le 6 e le 12 ore dopo l'ingestione di quantità piuttosto elevate di morchelle cotte e fresche. Gli effetti sono diminuiti spontaneamente fino a risolversi completamente nelle 24 ore successive. Gli studiosi tedeschi non furono in grado di spiegare quanto avvenuto. Quindi, come possiamo interpretare questi dati??? Gli autori francesi Saviuc et al. nel 2008 pubblicarono un articolo ““Existe-t-il un syndrome neurologique d’intoxication par les morilles?” (tradotto in italiano “Esiste una sindrome neurologica di avvenelamento da Morchelle?”), che venne nuovamente trattato nel 2010 “Can morels induce a toxic neurological syndrome?” e pubblicato sulla rivista Clinical Toxicology, redendo l'argomento di dominio pubblico. Il loro era uno studio retrospettivo di 30 anni (periodo 1976-2006) circa i casi relativi a morchelle basandosi sui dati raccolti dal centro di tossicologia dell'ospedale di Grenoble (Francia), dai quali risultava che 146 pazienti presentavano solamente la tipica sindrome gastrointestinale (con un insorgenza dei sintomi inferiore alle sei ore). Invece, 129 pazienti mostrarono manifestazioni neurologiche (intorno alle 12 ore) insieme alla presenza di sintomi gastrointestinali (67%) e altri sintomi neurologici (soprattutto disturbi oculari : 26%; parestesia: 7%; sonnolenza / confusione: 6%; disturbi muscolari 6%). In alcuni casi, questi disturbi sono stati associati all'assunzione di abbondanti quantità di morchelle apparentemente ben cotte. Tutti i pazienti recuperarono lo stato di salute entro un paio di giorni, di solito in 24 ore. L'interpretazione corretta di questi casi dimostrò l'esistenza di una nuova sindrome legata al consumo di grandi quantità di funghi, spesso in pasti consecutivi, appartenenti al genere Morchella. Si tratta di una sindrome caratterizzata da disturbi neurologici quali, tremori, vertigini/senso di ebbrezza, atassia ed instabilità posturale. Essa si manifesta dopo 10-12 ore e sembrerebbe esser dovuta a delle tossine non ancora identificate, che provocherebbero un effetto specifico sul cervelletto. I dati epidemiologici raccolti da Saviuc ed i suoi collaboratori, evidenziano però che l’incidenza di questi effetti tossici neurologici è molto bassa: in 30 anni in Francia sono stati segnalati nella letteratura medica e nelle riviste di micologia, solo 129 casi. Inoltre, più della metà di queste intossicazioni si è manifestata dopo il consumo di morchelle ben cotte. Quindi non sono da attribuire né al cattivo stato di conservazione dei funghi, né all'insufficiente cottura. La sindrome neurologica da consumo di Morchelle è un fenomeno assai conosciuto per i più esperti raccoglitori, ma non è ancora stato particolarmente divulgato. Probabilmente gli esigui dati statistici sono

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dovuti ai rari casi di ricoveri ospedalieri, in quanto la sintomatologia può esser confusa con malesseri di vario tipo, inclusi i sintomi da ubriachezza. Regola aurea da seguire con tutti i funghi commestibili: Continua pure a raccogliere a mangiare le Spugnole ma... NON ABBUFFARTI!!! Boleti di primavera nelle Valli del Monviso (Alpi Cozie) A cura di Mauro Manavella Scrivo questo breve articolo perché c’è poca consapevolezza che i Boleti possano crescere fin dalla primavera; nell’immaginario collettivo (soprattutto dei raccoglitori) i boleti (e tutti i funghi in genere) spuntano e quindi si cercano a “fine ferie”, da fine agosto a tutto ottobre. Molti pensano che a inizio stagione crescano solo pochi funghi e molto verminati… C’è un fondo di verità in tutto ciò, ma anche molto pressapochismo perché in certe annate a inizio giugno “porcini estivi e gallinacci” fanno la loro comparsa in modo abbondante e tale intensa comparsa talvolta non si replica più nel resto della stagione micologica. Valli del Monviso, questa definizione in geografia non ha una vera e propria corrispondenza; in rete trovate infatti come denominazione “Valli del Monviso” la comunità Montana nata dalla fusione tra le ex Valle Varaita e Valli Po, Bronda e Infernotto. Geograficamente esiste però il Gruppo del Monviso (Catena Aiguillette-MonvisoGranero, fonte Wikipedia), che corrisponde perfettamente a quanto da me inteso con questa definizione e che raggruppa monti e valli racchiuse tra il Colle dell'Agnello (Valle Varaita in provincia di Cuneo) e il Colle della Croce (Val Pellice in provincia di Torino). Queste sono le mie abituali zone di ricerca, un’area di per sé abbastanza ampia, ma comunque localizzata vicina al luogo dove abito; ciò mi permette quindi di avere una buona conoscenza di luoghi e habitat e quindi dei funghi che vi crescono. In primavera, per ovvii motivi climatici, i primi Boleti nascono nei boschi di collina e bassa montagna (fino a circa 800-900 metri s.l.m.), per poi salire gradatamente in montagna in estate e comparire infine un po’ dappertutto in autunno. Altrettanto ovviamente essi nascono in preferenza sui versanti soleggiati, sul bordo dei boschi o nelle radure, dove il terreno si è già riscaldato a sufficienza. In questa fascia altimetrica gli habitat più diffusi sono essenzialmente castagneti cedui, qualche zona a betulla e pioppo tremulo, qualche bosco di quercia sui versanti soleggiati e alle quote minori. I veri castagneti da frutto sono ormai pochi, essendo stati tagliati in abbondanza nel secondo dopoguerra. Esistono poi alcuni rimboschimenti di conifere (abete rosso e pino strobo) mentre il pino silvestre è poco comune e localizzato. Zone calcaree e/o termofile (con i relativi habitat e boleti simbionti) sono poco presenti nella zona descritta e sono invece più frequenti scendendo a sud verso Cuneo città, a partire dalla Valle Maira. Preciso infine che la mia non vuol essere una “crociata” per portare precocemente i raccoglitori nel bosco… intendo semplicemente aprire gli occhi a chi conosce poco queste crescite primaverili.

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Descrizione delle specie Passo ora a una breve descrizione di alcuni boleti che possono spuntare addirittura già da fine aprile-inizio maggio, quindi molto precocemente. Ricordando che per i raccoglitori “funghi” è uguale a “porcini” (una equivalenza valida un po’ dappertutto ed entrambi in piemontese “bulè”), tra le quattro specie che documenterò abbiamo due specie di funghi porcini, che per la micologia appartengono al gruppo di Boletus edulis. Boletus aestivalis (Paulet) Fr. (foto n. 1) Sinonimi: Boletus reticulatus Schaeffer Etimologia: Boleto della stagione estiva Nomi dialettali locali: Bulè, Bulè dl'istà, Bulè dl'erba, Russ dl'erba, Bulè di rui (querce). Cappello diametro da 10 a 30 cm, convesso, sovente spianato a maturità, colorazione molto variabile dal bruno chiaro allo scuro, cuticola asciutta e finemente vellutata; tendenza a screpolare con tempo asciutto. Gambo lungo da 10 a 30 cm, slanciato (diametro fino a 8-10 cm); colore ocra con reticolo concolore sovente in rilievo, “inde nomen” reticulatus. Imenio pori e tubuli che dal bianco iniziale passano al giallino per finire verdastri a maturità; entrambi ovviamente immutabili al tocco e al taglio. Carne soda nei giovani esemplari, cedevole nei vecchi (si riconosce dagli altri porcini con la prova dell’impronta del dito sul cappello), bianca e immutabile, con tipico gradevole odore e sapore di porcino ed un gusto più dolciastro che nelle altre specie; tra le quattro specie è quella a peso specifico minore ed è la migliore dal punto di vista organolettico, anche se la carne è sovente invasa da larve. Periodo di crescita: da fine aprile a ottobre; in raccolte personali primaverili: 27 aprile, presso castagno ceduo a 540 metri s.l.m.; raccolta documentata (foto n. 1) del 22/04/2012 presso quercia rossa a 380 metri s.l.m. Habitat: è un porcino comune soprattutto in zona collinare presso latifoglie; arriva in montagna, al limite della vegetazione arborea con faggi, betulle o più raramente abeti. Esistono raccolte documentate in zona alpina presso uva ursina (Manavella, 2007) a quote fino a 2350 metri s.l.m. Note: porcino primaverile per eccellenza, difficilmente posticipa le prime crescite primaverili oltre metà maggio; in certe annate nei boschi collinari è abbondante a fine maggio-inizio giugno. Boletus pinophilus Pilat et Dermek (foto n. 2) Sinonimi: Boletus pinicola Vittadini Etimologia: pini Boleto amico dei

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Nomi dialettali locali: Bulè moru, Moru gelà, Moru dl'autogn, Muscatel (Valle Po e Varaita), Vermalin o Valmulin (Valle Varaita). Cappello diametro da 10 a 35 cm, convesso e talvolta spianato, complessivamente robusto; colore rosso vinoso con tipica pruina biancastra asportabile al contatto, cuticola viscida a tempo umido. Gambo lungo da 10 a 30 cm, robusto con diametro fino a 10 -12 cm, a maturità mediamente poco slanciato; biancastro, talvolta di colore bruno rossastro simulante il cappello; reticolo concolore. Imenio pori e tubuli che dal bianco iniziale, passano al giallino per finire verdastri a maturità; entrambi ovviamente immutabili al tocco e al taglio. Carne di norma molto soda, bianca e immutabile, con tipico gradevole odore di porcino; tipica e sottile zona rosato vinosa sotto la cuticola del cappello. Periodo di crescita: da fine aprile a novembre inoltrato; in raccolte personali primaverili: 7 maggio, presso castagno ceduo a 740 metri s.l.m; raccolta documentata (foto n. 2) del 28/05/1998 presso castagni a 750 metri s.l.m. Habitat: porcino decisamente meno comune del precedente sia come quantità che come distribuzione, ha però zone preferenziali in cui cresce abbondante, talvolta con castagni cedui, altre con pino silvestre e più comunemente con faggi. In annate favorevoli può nascere già a fine aprile-inizio maggio nei castagneti esposti di collina, meglio se misti a pino silvestre, addirittura prima di aestivalis. Il vicino Pinerolese pedemontano, zona con molti pini silvestri, fornisce costantemente negli anni “le prime nascite” di stagione, talvolta anche nella prima metà di aprile! Note: è probabilmente il meno saporito dei quattro porcini, ma compensa ciò con una ottima consistenza e conservato sott’olio mantiene i propri magnifici colori. I dintorni di Calizzano sono una zona famosa per le nascite di questo fungo; in un settembre fortunato, proprio sul Colle dei Giovetti, trovai un esemplare di oltre 800 grammi ancora giovane, a imenio appena giallino! Boletus erythropus Pers. (foto n. 4) Sinonimi: Neoboletus luridiformis (Rostk.) Gelardi, Simonini & Vizzini Etimologia: Boleto dal piede rosso Nomi dialettale locale: Bulè frè, frè scur (a cappello scuro) Cappello diametro da 10 a 25 cm, convesso (talvolta completamente spianato a maturità), complessivamente robusto; colore bruno, bruno scuro, molto variabile alcune volte con zone giallastre o decolorate; cuticola vellutata, ma vischiosa a tempo umido, che difficilmente screpola. Gambo lungo da 10 a 20 cm, tendenzialmente robusto (diametro fino a 8-10 cm), talvolta slanciato; colore di fondo giallo, ma ricoperto di una fine e coprente punteggiatura rossa. Imenio pori rossastri, giallo aranciati verso il bordo del cappello; tubuli giallo verdastri. Tutto l’imenio al tocco e al taglio ha un deciso viraggio all'azzurro bluastro.

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Carne di norma molto soda, di un bel giallo con un intenso viraggio all'azzurro bluastro; poco invaso da larve. Odore gradevole, ma non caratteristico; sapore dolciastro e gradevole. Boleto da considerare commestibile dopo cottura, di discreta qualità (la carne ritorna giallastra in cottura), da crudo o poco cotto ha creato talvolta dei disturbi. I raccoglitori della zona lo evitano accuratamente. Periodo di crescita: da inizio maggio a novembre inoltrato, praticamente presente per tutta la stagione di crescita dei boleti; in raccolte personali primaverili: 23/04/2012, presso castagno ceduo a 800 metri (foto d’ambiente n. 3); 28/05/2016 presso querce a 450 metri s.l.m. (foto n. 4). Habitat: colonizza la zona collinare dai suoi limiti inferiori (400-500 metri) risalendola e proseguendo fino alla montagna; cresce tipicamente in presenza di castagni (talvolta molto abbondante), abeti, faggi e più raramente con quercia e betulle. Boletus luridus Schaeff. (foto n. 5) Simonimi: Suillellus luridus (Schaeff.) Murrill Etimologia: Boleto dal colore lurido, livido, sporco Nomi dialettale locale: Bulè frè Cappello diametro da 10 a 20 (25) cm, convesso (talvolta spianato a maturità), complessivamente non robusto; colore bruno chiaro ma variabilissimo, in certi casi tendente addirittura al verdastro, assolutamente camaleontico; cuticola finemente vellutata, “camosciata”. tipicamente Gambo lungo da 10 a 15 cm, tendenzialmente slanciato (diametro fino a 6 cm); colore di fondo giallastro (rosso alla base) ricoperto di un bel reticolo rosso a maglie larghe e allungate. Imenio pori giallo aranciati, talvolta rossi; tubuli giallo verdastri. Tutto l’imenio al tocco e al taglio ha un deciso viraggio all'azzurro bluastro. Carne di norma non molto soda, giallina, rossastra alla base del gambo e con un intenso viraggio all'azzurro bluastro; sovente invasa da larve. La carne al contatto con i tubuli assume normalmente una colorazione rossastra, la famosa “linea di Bataille”; odore gradevole ma non caratteristico, sapore dolciastro e gradevole. Da considerare commestibile dopo cottura di buona qualità, probabilmente il migliore dei frè in senso stretto. Come per tutti i cambia colore non viene consumato da nessun raccoglitore. Periodo di crescita: da fine aprile a ottobre; in raccolte personali primaverili: 17/04/2012, presso viale urbano a tigli a Bagnolo Piemonte a 370 metri s.l.m, due giovani esemplari; raccolta documentata del 09/05/2011 nel medesimo sito (foto d’ambiente n. 5). Recentissimamente (18/04/2017) un mio cugino mi ha portato un B. luridus del peso di 450 grammi raccolto a Riva di Chieri sulla collina di Torino, sul viale del cimitero e sempre sotto tigli a 260 metri s.l.m. Considerato che il boleto ragionevolmente aveva impiegato circa una settimana per il suo sviluppo, questa diventa la più precoce raccolta di Boletus che abbia avuto modo di

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osservare di persona, relativamente alle mie latitudini. Habitat: frè poco diffuso in zona perché predilige suoli neutri o basici (è assente nei comuni castagneti acidi); lo trovo poco frequentemente, le mie raccolte si limitano ad alcuni castagneti della Val Pellice e ai viali urbani a tigli (a Bagnolo Piemonte e a Piasco in bassa Val Varaita). E' l'unico frè che cresce anche in zona alpina, sia in Val Varaita che in Val Po, sia presso uva ursina che in zone a ginepri o praterie a eliantemi. Quota massima da me conosciuta 2400 m s.l.m. (Manavella, 2007). Conclusioni Questi quattro boleti ovviamente non sono gli unici che possono crescere in primavera, sono però i più comuni e rappresentativi nelle mie zone. Per completezza segnalo inoltre raccolte personali primaverili di: Leccinum scabrum in betulla, già da fine aprile; Leccinum carpini presso noccioli, da fine maggio; Suillus placidus presso pino strobo, da fine maggio; Boletus edulis in castagneti o rimboschimenti di abete rosso, da fine maggio; Boletus aereus in castagneti, da fine maggio; Tylopilus felleus in castagneti, da fine maggio; Xerocomus subtomentosus in castagneti e querceti, da fine maggio. Nella prima metà di giugno, a fine primavera, tutti questi boleti possono crescere ovviamente più frequentemente e più abbondantemente ... ma ormai l’estate incombe e la cosa è naturale. Ringrazio infine gli amici di Calizzano e de “Il Cerchio delle Streghe” per avermi dato modo di scrivere nuovamente qualcosa sulla mia principale passione micologica … i Boleti! Tartufi in primavera A cura di Selene Spinosa Con l'arrivo della primavera, nei nostri boschi compaiono i primi funghi, dall' Hygrophorus marzuolus, (Marzuolo), alle Morchelle (Spugnole), alla Calocybe gambosa (Prugnolo). Ma questi sono quelli che noi, esseri umani riusciamo a raccogliere, semplicemente con l'aiuto della nostra vista. In questo periodo nel sottosuolo della nostra macchia mediterranea, in Pinete e Leccete, crescono altri tipi di funghi: i Tartufi, funghi ipogei. Abbiamo il Tuber borchii (Bianchetto) che possibile trovare sino a fine aprile; da primo maggio fino a novembre è possibile trovare il Tuber aestivum (Scorzone). Naturalmente questi periodi possono variare a causa degli eventi metereologici. Per cimentarsi nella “caccia” di queste prelibatezze è indispensabile l'aiuto del cane, addestrato nella ricerca del Tartufo per ottime ragioni. In primis sarebbe difficoltoso, trovare un fungo che non si vede, dato che cresce sotto terra: solo in alcuni casi è possibile vedere affiorare il “T. aestivum” (Tartufo estivo). In questo caso però non significa che possiamo raccoglierlo, perché solo il cane, col suo fiuto, può stabilire la maturazione del

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fungo. La legge vieta e sanziona la raccolta senza l'ausilio del cane; è altrettanto punibile il tentativo di scavare alla cieca nel terreno, sperando di avere fortuna. Così facendo si può di rovinare la tartufaia, provocando un danno irreversibile: questa tartufaia non produrrà più. Per la raccolta dei funghi è necessario possedere il tesserino del consorzio di zona nei giorni stabiliti. Il documento (tesserino) necessario per la ricerca del tartufo è rilasciato dalla Regione di residenza. L'abilitazione alla raccolta si ottiene dopo aver superato un esame, presso una commissione dell'assessorato all'agricoltura. Il Tartufo in generale, è un fungo di tipo simbiotico, cerca rapporto con un altro organismo vivente con cui collaborare per scambiare sostanze nutritive. Nello specifico, le cellule fungine del tartufo (chiamate ife), nel loro insieme costituiscono il micelio, un groviglio ramificato, che è il vero corpo vegetativo del fungo. Quando il micelio del tartufo incontra le cellule dell'apparato radicale di una pianta idonea si instaura un rapporto e si forma la micorriza (fungoradice); dopo questa “unione”, pianta e il fungo possono interagire fra loro, scambiando nutrienti. Il nostro T. aestivum è un tartufo ectomicorrizico: oltre ad essere un simbionte di molte specie di alberi è anche un parassita dell'erba che cresce sotto la pianta simbionte. Sotto le piante in simbiosi con T.aestivo si può osservare il “pianello”, cioè una tipica crescita irregolare dell'erba o la sua assenza, o ancora l'ingiallimento evidente nelle area sottostante la pianta. Vi sono diverse specie di piante con cui si lega il T. aestivum:il Leccio (Quercus ilex), il pino nero (Pinus nigra) e il pino laricio (Pinus nigra var. laricius); il nocciolo (Corylus avellana), la roverella (Quercus pubescens), la farnia (Quercus robur), il rovere (Quercus petraea), il carpino bianco (Carpinus betulus) e carpino nero (Ostrya carpinifolia), il faggio (Fagus silvatica); meno comune il Castagno (Castanea sativa). Le caratteristiche morfologiche d'identificazione del T. aestivum, macroscopiche e microscopiche, sono definite dalla Normativa Nazionale LEGGE n° 752 16 DICEMBRE 1985, all'Allegato: “Tuber aestivum Vitt., detto volgarmente tartufo d'estate o scorzone. Ha peridio o scorza grossolanamente verrucosa di colore nero, con verruche grandi piramidate, e gleba o polpa dal giallastro al bronzeo, con venature chiare e numerose, arborescenti, che scompaiono nella cottura. Ha spore ellittiche, irregolarmente alveolate, scure, riunite in 1-2 per asco presso a poco sferico. Emana debole profumo. Matura da giugno a novembre.” Appartenente alla specie del T. aestivum abbiamo T. aestivum varietà Tuber Uncinatum: per lungo tempo i tartufai, lo hanno considerato come una specie differente. I recenti studi sul DNA dimostrano che i due invece appartengono alla stessa specie. Viene classificato come una varietà del “T. aestivum” anche se esteticamente sono molto simili. Macroscopicamente hanno delle differenze: le verruche del peridio di T. uncinatum sono più alte rispetto al T. aestivum, il colore della gleba (la parte interna fertile del tartufo, dove sono presenti le spore) del primo è più scura rispetto al secondo, in cui invece a maturità è bruno chiaro. L'odore ed il gusto del T. unciatum sono molto più intensi del delicato T. aestivum. Punto fondamentale di distinzione tra i due è il periodo di raccolta: T. uncinatum cresce d'inverno. Dal punto di vista Normativo e commerciale per non creare confusione vengono ancora separati, infatti è presente un calendario di raccolta separato: - Tuber aestivum – Scorzone: 01 maggio - 30 novembre

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- Tuber uncinatum – Uncinato: 01 ottobre - 31 dicembre Due interessanti Phlegmacyum dal passo del Melogno (Liguria) A cura di Fabrizio Boccardo L’autore descrive Cortinarius fulvocitrinus e Cortinarius foetens, due interessanti specie di Cortinarius appartenenti al sottogenere Phlegmacium che sono stati reperiti presso le faggete del passo del Melogno (Calizzano-Sv) durante lo svolgimento della locale mostra micologica nell’ottobre 2010. Introduzione La Regione Liguria, per la particolare collocazione geografica (latitudine) e conformazione orografica, possiede una eccezionale variabilità di climi e di habitat. La possibilità di erborizzare in tale contesto permette spesso di reperire specie tipicamente mediterranee accanto ad altre diffuse normalmente a latitudini superiori. Per il cercatore appassionato, sarà a volte possibile effettuare confronti diretti tra specie che in condizioni normali potrebbero essere reperite solo a centinaia di chilometri di distanza. Godendo del privilegio di risiedere nel baricentrico capoluogo di questa Regione particolare (Genova), da anni mi reco spesso nelle località più disparate alla ricerca di specie fungine da studiare in un arco temporale che va dai primi giorni di marzo ai primi freddi di gennaio. La partecipazione alla mostra di Calizzano, che da anni si svolge in ottobre presso la piccola cittadina dell’Appennino savonese, è da sempre una eccellente occasione per esplorare ambienti nuovi ed interessanti. Negli ultimi anni, l’interesse per il difficile ed apparentemente amplissimo Genere Cortinarius, mi ha condotto a privilegiare le ricerche in tale ambito, i risultati, in termini di reperimento di specie rare ed interessanti, sono stati incoraggianti e superiori alle iniziali aspettative. Tanto che in pochi anni sono riuscito ad individuare più di 200 specie, alcune delle quali molto rare, e non ancora segnalate per la flora regionale e nazionale. La maggior parte dei Cortinarius possiede abitudini ecologiche particolari che ne impediscono una agevole osservazione. Nella nostra Regione, la loro comparsa risulta spesso molto fugace e coincide con un lasso di tempo piuttosto limitato realizzandosi per lo più, durante il solo periodo autunnale; è quindi evidente che condizioni meteorologiche siccitose o fredde che spesso si possono verificare in quel particolare periodo dell’anno possono facilmente determinare la mancata comparsa di molte specie per un’intera annata micologica. Per quanto riguarda i Phlegmacyum, che rappresentano solo una parte di questo vastissimo genere, la loro presenza è poi strettamente legata ai boschi di antica piantagione; sembra infatti che tali funghi si uniscano in simbiosi di preferenza con “vecchi” alberi la cui presenza, come noto, non è certamente ubiquitaria. La preferenza per i terreni calcarei è inoltre ulteriore limite alla comparsa di moltissime specie, i boschi acidi o acidificati risultano infatti molto più poveri della presenza di Phlegmacyum mentre in essi abbondano spesso le Telamonia. Per il loro aspetto appariscente e per i colori sgargianti i Cortinarius del sottogenere Plhegmacyum sono tra i macro-funghi più belli ed appariscenti che possano essere

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reperibili in natura; la loro identificazione certa, d'altronde, a causa di motivi molteplici, non ultima la relativa importanza tassonomica dei riferimenti microscopici utili allo studio di diverse specie, è spesso problematica. La letteratura specifica, ancora oggi (seppure negli ultimi anni si stiano facendo importanti progressi) risulta ancora dispersa ed incompleta e l’approccio di alcuni importanti specialisti che possiedono (o possedevano) un concetto di specie molto ristretto, hanno dato luogo alla creazione di una miriade di specie e varietà che, a volte, potrebbero forse essere ricondotte in sinonimia con altre. I risultati conseguiti tramite il recente utilizzo degli studi filogenetici basati sull’analisi del DNA, seppure confermino molte delle intuizioni degli studiosi attuali e del passato, determinano un quadro in continua evoluzione che risulta del resto ancora parziale e, spesso, inficiato dall’analisi di materiale d’erbario di difficile utilzzo perchè magari deteriorato e, talvolta, di identificazione viziata ab origine da determinazioni non corrette. Il presente contributo testimonia alcuni ritrovamenti interessanti corredando il materiale iconografico ed i dati riportati corredati da alcune considerazioni ed osservazioni di carattere personale. Cortinarius fulvocitrinus Brandrud Pileo: di dimensioni medio-piccole 3-6 cm., inizialmente convesso-emisferico, poi spianato, ma raramente depresso. Sono sempre presenti resti velari bruni che si dispongono al centro sotto forma di piccole maculazioni. Margine involuto, carnoso. Superficie notevolmente vischiosa a tempo umido, liscia al tatto, finemente fibrillosa, non igrofana. Colorazione verde giallastro, olivastra, con sfumature fulvastre, più scura al centro per la presenza delle macule velari brune. Reazione bruna a contatto con KOH. Lamelle: piuttosto fitte, smarginate, erose, brune, contrastanti con superficie pileica e stipite già nei giovani esemplari. Stipite: 0,8-1,2 x 3-7 cm, centrale, cilindrico, piuttosto robusto, non eccessivamente slanciato, con superficie fibrillosa, normalmente concolore al pileo. Bulbo nettamente marginato, a forma di vaschetta. Velo giallastro, visibile sul bordo del bulbo. Micelio di colore giallo-verdastro. Carne: giallastra, talvolta (ma non sempre) brunastra tra stipite e pileo, macchiata di ocra nel bulbo, con odore poco significativo. Reazione bruno-verdastro con KOH. Caratteri microscopici: spore 9,5-10,5 x 5,56,5 μm, da amigdaliformi a citriformi, con apice non sempre papillato, verrucose. Lamelle con filo più o meno fertile, con abbondante presenza di basidioli di forma cilindrico-claviformi. Cuticola costituita da ife gelificate, larghe 2-8 μm, più o meno parallele o un po’ intrecciate con terminali arrotondati. Presenza abbondate di pigmenti intra ed extra cellulari. Giunti a fibbia presenti. Habitat: L’habitat di questo relativamente raro Plegmacyum, di cui, fino ad ora, conosco solo due stazioni di crescita nell’Appennino savonese (Calizzano, Passo del Melogno), è rappresentato dalle faggete calcaree all’interno delle quali sembra sostituire l’affine C. citrinus. La specie qui esaminata cresce in gruppi numerosi, profondamente inserito nel substrato di foglie dove mostra di condividere le esigenze ecologiche con altri Phlegmacyum tipici del calcare.

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Note: insieme a C. natalis sembra trattarsi di una specie “ponte” tra la sezione Laeticolores e quella Calochroi, infatti l’analisi molecolare del DNA l’ha recentemente fatto inserire in quest’ultima, mentre le colorazioni uniformemente fulve, in passato, lo avevano fatto accostare alla prima. Fra le specie assimilabili C. citrinus appare certamente la specie più vicina, differenziandosi però abbastanza agevolmente già macroscopicamente per le colorazioni giallo-verdastro più vivaci che si ripetono identiche anche a livello delle lamelle. La preferenza per le faggete su terreno acido o neutro di quest’ultima specie sono altro elemento sicuro di distinzione rispetto alla specie di Brandrud. 1. pseudosulphureus (che ho reperito più volte nei boschi di latifoglie termofile presso il promontorio di Portofino) è specie di controversa interpretazione e non riconosciuta da tutti gli autori. Per taluni rappresenterebbe una forma di C. citrinus di quercia dall’aspetto più robusto e nel quale ai toni verde smeraldo si sostituirebbero quasi totalmente a quelli olivastri e rossastri. La maggiore dimensione e la diversa conformazione sporale sarebbe ulteriore elemento di distinzione per questa controversa specie. 2. splendens, infine, è una piccola specie di latifoglia, diffusa per lo più sotto faggio, che però si distingue immediatamente già alla vista per i colori dominanti giallo cromo che permeano tutto il basidioma. Raccolte inventariate e studiate: Passo del Melogno (Calizzano-Sv), Fagus sylvatica, exsiccatum depositato presso il Museo di Storia Naturale di Genova con il N: 2114 Cortinarius foetens (M.M.Moser) M.M.Moser = Cortinarius subalbescens Reumaux Pileo: di medie dimensioni 3-9 cm, inizialmente convesso, spesso con e largo umbone centrale ottuso, infine spianato. Margine più o meno regolare, comunque carnoso ed involuto, infine disteso e talvolta fessurato in vecchiaia. Superficie non o poco vischiosa perché percorsa da grossolane fibrille radiali e ricoperta da sottili resti velari biancastri che si concetrano al centro. Colorazione grigio-biancastro con labili sfumature lilacine, tendente a divenire ocracea con l’età; reazione subnulla a contatto con il KOH. Lamelle: mediamente fitte, smarginate, nettamente erose sul filo, di colore grigiovioletto pallido, quasi biancastre, divengono progressivamente ocraceo-fulvastro solo con la maturazione. Stipite: 1,5-1,8 x 3-10 cm, centrale, robusto slanciato nell’adulto, con superficie fibrillosa, concolore alle lamelle, poi tendente a macchiarsi di bruno, con resti velari mediamente abbondanti in gioventù. Bulbo basale nettamente marginato, spesso sfumato di giallastro al bordo per gli abbondanti resti del velo. Velo bianco giallastro, tendente a scurire. Carne: consistente, densa, bianco sporco nel pileo, appena violetta tra quest’ultimo e lo stipite, macchiata di giallastro nel bulbo, con odore forte, assai sgradevole. Reazione sub

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