Rivista della Sezione Ligure

 

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La Rivista della Sezione Ligure del CAI - nr. 2 del 2017

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Tariffa regime libero: Poste Italiane SpA - Spedizione in abbonamento postale - 70% - DCB Genova - Tassa pagata Rivista della Sezione Ligure del CAI - Quota Zero - Numero 2 del 2017 ClubRIAlpino VIItaliano STA della SEZIONE LIGURE

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RIVISTA DELLA SEZIONE LIGURE Club Alpino Italiano Aprile 2017 Sommario www.cailiguregenova.it redazione@cailiguregenova.it DIRETTORE EDITORIALE Paolo Ceccarelli DIRETTORE RESPONSABILE Paolo Gardino CAPOREDATTORE Roberto Schenone REDAZIONE Matteo Graziani Stefania Martini Marina Moranduzzo Caterina Mordeglia Gian Carlo Nardi IMPAGINAZIONE e GRAFICA Marta Tosco CTP e STAMPA Arti Grafiche Litoprint Via Geirato, 112 16138 Genova Tiratura 3000 copie Numero chiuso in data 20 marzo 2017 In copertina Lupo tra faggi e praterie in Val D'Aveto - Appennino Ligure (Primavera 2012) Foto P. Rossi Autorizzazione del Tribunale di Genova numero 7/1969 Abbonamento annuale Cinque Euro Editoriale 3 Nel segno della continuità Paolo Ceccarelli la grande montagna 4 La Gran Becca fra Storia e Luna Park Luca Gibello IL VIAGGIO, LA SCOPERTA 10 Sierra Nevada, trekking di mezza estate Domenico Guerrera sacco in spalla 16 Con gli occhi rivolti alle montagne Nico Gallo scuole E gruppi 22 Meglio fisso e dinamico Alessandro Raso Dentro al ghiacciaio Giuliano Rimassa I primi 30 anni della Scuola di Scialpinismo Lorenzo Bonacini AMBIENTE E TERRITORIO 36 Io, luparo senza fucile Paolo Rossi Ricordi di Campomolino Serena Cantamessa Riva personaggi 46 Un Nobel al Corno Stella Salvatore Gabbe Gargioni Intervista a Pietro Biagini Roberto Schenone In biblioteca 54 Riflessioni di un bibliofilo dilettante Matteo Graziani Due libri per Langtang recensioni a cura della Redazione QUOTAZERO 58 Notiziario della Sezione Ligure a cura di Stefania Martini

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Verso il Gias Lagarot, Alpi Marittime. Foto G. C. Nardi

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Nel segno della continuità Paolo Ceccarelli editoriale “Ogni cosa ha il suo tempo sotto le stelle” (anonimo) Q uattro anni per un’indimenticabile esperienza. Sono tanti? Sono pochi? Nel corso di un Consiglio Direttivo ho proposto un dibattito su questo argomento con l’invito a valutare se sarebbe stato opportuno prolungare il mandato del Presidente a 3 anni più 3. La discussione è stata vivace con argomenti a favore dell’una e dell’altra ipotesi e la conclusione è stata di conferma dell’attuale ordinamento, che prevede mandati biennali. Il mandato breve, se correttamente interpretato, induce il Presidente a varare progetti rapidamenete realizzabili e questo assicura concretezza al suo operato. Per i progetti a lungo termine, quando necessari, bisogna contare sulla continuità da una presidenza all’altra. Non è mia abitudine soffermarmi sulle attività affrontate e risolte, preferisco tenerle come riferimento per guardare al futuro che, peraltro, in questo caso non mi appartiene. Sono però certo che, in nome di quella continuità sopra accennata, il mio successore porterà a termine con immutato impegno le iniziative rimaste da concludere. Mentre, come sempre in ritardo, scrivo queste poche righe mi giunge la e-mail del Gruppo Regionale con la tabella dell’andamento del corpo sociale. Lascio la Sezione esattamente come l’ho presa, 2278 soci nel 2013 e 2278 soci nel 2017. Con la presidenza lascio anche la direzione editoriale della Rivista della Sezione Ligure arricchita dal terzo numero, lo Speciale Attività, che ha raccolto ampi consensi ed al quale auguro lunga vita. La redazione, con il capo redattore Roberto Schenone ed i suoi fantastici collaboratori, è solida ed equilibrata; ha sempre goduto della massima fiducia della presidenza operando in completa autonomia senza mai abusarne. Chi mi conosce sa quante volte ho citato l’aforisma “non il riposo è riposo ma mutar fatica alla fatica, questo è riposo”. La nuova, piacevole, fatica che mi aspetta è, ancora una volta, l’Alpinismo Giovanile che nel 2017 compie la ragguardevole età di 30 anni, un traguardo che deve essere celebrato degnamente. Mi piace ricordare che l’Alpinismo Giovanile nella Sezione Ligure è nato nel 1987 per volere di Gino Dellacasa all’inizio della sua presidenza e che quattro anni dopo ha concluso il suo editoriale di commiato con questa frase: “Se per tutte le attività della Sezione Ligure il problema era soprattutto quello di mantenerle al livello del prestigio acquisito da quanti ci hanno preceduto, il settore dell’Alpinismo Giovanile è nato con questo consiglio e rappresenta il 'testimone' più bello che ci apprestiamo a consegnare al nuovo Presidente.” Un grazie sincero a quanti mi hanno aiutato in questi anni ed un abbraccio a tutti i lettori della Rivista.  Gino Dellacasa e Paolo Ceccarelli durante una delle prime gite AG Il primo gruppo di Accompagnatori AG 3

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Rivista CAI Ligure 2/2017 Cervino La Gran Becca fra Storia e Luna Park Luca Gibello * A ccolgo con piacere l'invito degli amici del CAI Ligure a raccontare la traversata del Cervino, con salita dalla Cresta del Leone e discesa da quella dell'Hörnli. Tranquilli, nessuna descrizione o cronaca, in quanto non si tratta di exploit alpinistico, di apertura di nuove vie o altro d'inedito ed estremo. L'impresa, semmai, è a livello prettamente personale quella di due 'alpinisti della domenica' - e anche del lunedì, mi ricorda sempre il fido compagno di corda Federico, in quanto spesso ricorriamo al giorno supplementare perché ritardatari nel rientro. Inoltre, il percorso è dei più noti da non necessitare d'essere illustrato e poi, diciamocelo onestamente, le relazioni descrittive nude e crude, se non accompagnate da altro, sono sempre così noiose... Proverò invece a riportarvi alcune impressioni, emozioni, considerazioni. Astanza Nella dotta introduzione al bel libro di Luisa/Beat H. Perren (Cervino. La gran becca. Ascensioni lungo le vie classiche, Fondazione Enrico Monti 2009), Luigi Zanzi sviscera il concetto della presenza 'individuale' del Cervino, che “è là”, dovunque lo si osservi: una personalità forte, quasi ipnotica, cui pochi, alpinisti o turisti che siano, sanno sottrarsi. Del Cervino pressoché tutti conoscono quanto meno il nome e ne riconoscono le sembianze. Non è così per nessuno degli altri giganti alpini; neppure per il Monte Bianco, per quanto esso detenga il primato in altezza (e i primati contano...). Il sottoscritto fa parte della categoria degli 'stregati dal Cervino' e, fin da quando ha frequentato alpinisticamente i monti - ormai 30 anni -, la salita è stata il suo sogno proibito. Molto meno lo considerava il mio socio Federico, per il quale il Cervino non era che un grande Philippe Génin giunge, con la pianola nello zaino, sulla vetta italiana 4

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Il vertiginoso inizio della discesa sul versante svizzero la grande montagna cumulo di sfasciumi (quando non lo catalogava con epiteti assai meno eleganti...). Adeguatezza In precedenza, per la Gran Becca non mi sono mai sentito adeguato: tecnicamente e forse anche 'moralmente'. Ho sempre ritenuto che, più ancora di altre cime, il Cervino meritasse rispetto. Andasse cioè avvicinato non solo con la giusta preparazione fisica ma anche mentale: sia a livello psicologico (ovvero saper reggere la stanchezza e soprattutto le possibili difficoltà e l'esposizione 'd'ambiente'), sia a livello intellettivo (ovvero conoscerlo a fondo, ancor prima di calcarne il suolo). E di testa, o carattere che dir si voglia, anche Federico (che alla fine ha ceduto alle lusinghe mie e del forte amico avellinese Massimo, il quale è salito legato all'altrettanto forte Roberto), ha dimostrato di averne tanta quando, alla partenza dalla capanna Carrel, dopo una nottata insonne con forti nausee ed emicranie per l'ipossia d'un ambiente in cui eravamo stipati oltre misura in un caldo asfissiante, ha stretto i denti ingurgitando un cocktail di farmaci (è medico, bontà sua...) e provando comunque a seguirmi; poi, man mano che saliva, la sua condizione di stordimento è andata fortunatamente svanendo. Presentarsi adeguatamente di fronte al Cervino per me significava non solo conoscerlo preventivamente: attraverso le letture, gli scambi con chi vi era stato, le osservazioni da basso e da lontano (compresa una prima salita esclusivamente di 'assaggio' fino alla capanna Carrel, nel lontano 1988, non ancora maggiorenne). Per me significava anche presentarsi all'altezza, ovvero con un curriculum minimamente degno: così ho atteso 30 anni e 56 quattromila precedentemente saliti. Per me, il Cervino non merita di essere violato neppure da un fuoriclasse se questi è alle sue prime uscite; per non parlare dei record di velocità (come la strabiliante quanto assurda impresa di Kilian Jornet Burgada, in vetta da Cervinia e ritorno in 2 ore e 52 minuti...). Circa l'essere degni, deve averla pensata similmente anche Philippe Génin, francese, cosiddetto “Pianista delle cime”, capace di portarsi in spalla una pianola con due cavalletti per inscenare un concerto “per la Pace, l'Amore, la Fraternità e la Protezione del 5

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nostro Pianeta” alla capanna Carrel la sera Cretier, Giordano, Battesta, Tyndall, Jordan, al tramonto e poi l'indomani in vetta, dove Thioly, Mosley). E ancora, affacciandosi abbiamo mancato la performance per poco, per la prima volta sull'impressionante bara- in quanto mentre lui raggiungeva la cima tro della parete nord al cui bordo si delinea italiana noi stavamo iniziando la discesa da l'insidiosa e ghiacciata traccia di discesa, quella svizzera (non perdetevi i suoi video su sembra di percepire dal fondo del ghiaccia- Youtube). io, oltre mille metri più giù, il grido terrorizza- Infine, al Cervino ci sarei dovuto andare to delle anime dei quattro sventurati (Croz, con le mie forze. Pur con il rispetto che nu- Douglas, Hadow, Hudson) che, appena dopo tro per le guide alpine (dei cui servigi inten- la trionfale ascesa del 14 luglio 1865, scivo- do avvalermi in altre circostanze), lì dovevo larono inesorabilmente spezzando la corda cavarmela da solo, visto che una forma di e lasciando salva la vita (ma non la serenità) azzeramento già c'è, ovvero la presenza dei a Whymper e ai due Taugwalder. canaponi. Ecco perché non ho mai cercato Poi, narrano la storia le pietre e i legni che, la grande montagna di aggregarmi neppure a qualcuno di più for- in forma di manufatti, son diventati ricoveri. te; bisognava provare a salire, pur con tutti Le testimonianze esistenti o reperibili sotto i nostri limiti, con il compagno dilettante, a traccia lungo le due creste ci raccontano, da- me circa equipollente, di dieci anni d'indi- gli anni '60 dell'Ottocento a oggi, l'evoluzione menticabili avventure sulle Occidentali. dell'idea di rifugio alpino e di confort. Dagli strapiombi o dalle cavità naturali che offri- Storia E bisognava salirlo in traversata, senza ridiscendere dalla stessa parte (come hanno invece fatto, per ragioni logistiche, gli amici Massimo e Roberto). Perché evitare di ritornare sui propri passi significa, come nella più elementare delle escursioni ad anello, raddoppiare la scoperta, l'emozione, le trepidazioni e la gioia della meraviglia. Poi, per il Cervino, significava compendiare le epiche vicende del suo raggiungimento (non mi piace parlare di conquista e altri termini militareschi; le montagne salite non sono di nostra proprietà, non le vinciamo e noi siamo, per dirla con Lionel Terray, I conquistatori dell'inutile). Significava unire e omaggiare i due versanti più approcciati da generazioni di alpinisti, guide e dilettanti (talvolta allo sbaraglio): Whymper vs Carrel, Italia vs Svizzera, nazionalismo vs turismo. E la storia si respira a pieni polmoni, lungo quelle pendici. Dalla croce laddove è spirato (non è caduto, perché - come scrive Paolo Paci in Nel vento e nel ghiaccio. Cervino, un viaggio nel mito - una leggenda non può cadere) il 'bersagliere' Jean-Antoine Carrel, al Rocher des écritures (con le iniziali incise da Carrel e Whymper, in quel momento alleati nel tentativo del 1861 che segnava il punto più alto raggiunto allora), fino ai tanti nomi che segnano, soprattutto dal lato valdostano, i passaggi chiave del percorso (Seiler, vano ripari primordi (la Balma della Cravatta di qua, la nicchia della vecchia capanna Hörnli di là), passando per le tracce dei siti di costruzione delle capanne della Gran Torre e Luigi Amedeo di Savoia (quest'ultima dal 2003 'traslata' a valle, a Cervinia, come museo di se stessa); dal modello prefabbricato in legno della Solvay (dono dell'industriale belga del bicarbonato), a quello del rifugioalbergo d'inizio Novecento incarnato dal Duca degli Abruzzi all'Oriondé, fino all'extra lusso fuori misura - quanto meno nel prezzo - del recente ampliamento della Hörnlihütte. Luna Park Leslie Stephen, tra i fondatori dell'Alpine Club nel 1857, parlava delle montagne, allora appena 'scoperte', come del Playground of Europe. Qui, così come salendo il Monte Bianco dalla via normale francese, tale lettura è palpabile. La stessa attrezzatura delle vie lo dimostra: canaponi, corde, catene, fili metallici, fittoni. Con la conseguente processione di alpinisti in coda nei passaggi chiave (a noi per la verità è andata bene, con 'traffico regolare' e solo qualche 'ingorgo' alla scala Jordan; fu molto peggio al Dente del Gigante) e i soliti superman maleducati che ti sorpassano di sopra, di sotto, di lato. Infatti, soprattutto nei confronti dei canaponi si possono instaurare vari tipi di rapporto: c'è chi li usa proprio come attrezzi in una pale- 6

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la grande montagna Foto di rito alla partenza da Cervinia (da sinistra, Luca, Federico, Massimo e Roberto) Philippe Génin si esibisce alla capanna Carrel 7

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la grande montagna Il passaggio della Cheminée 8

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stra di fitness. In questo, sul lato italiano, la Cheminée rappresenta la selezione all'entrata: poco sotto la capanna Carrel, è tra le prime corde che s'incontrano e, dopo il crollo di una sezione di roccia nella torrida estate del 2003 (la stessa che scaricò una pietra sul tetto della citata capanna Luigi Amedeo, da allora dismessa), si è fatta molto più ardua. Passato quello - per noi non senza patemi -, gli altri punti chiave son sembrati più agevoli, comprese le famigerate Corda della sveglia, Gran Corda e Scala Jordan. Poi, i tipi umani. Se ne vedono di tutti i colori, soprattutto dal più abbordabile lato svizzero: abili o improbabili; iperaccessoriati o sprovveduti. Alla capanna Solvay, dove abbiamo pernottato, sebbene non fossimo in emergenza ma decidendo di fermarci per precauzione alle 17,30 (confermando la nostra regola del rientro al lunedì), dopo di noi sono ancora transitate alcune cordate verso valle, mentre altre sono sopraggiunte fermandosi alle 20, alle 22 e alle 2,30 di notte: tutti avevano semplicemente percorso la via normale svizzera, impiegando quasi però 24 ore per giungere lì... Fantastico poi, la mattina, veder salire la colonna di guide con cliente al seguito. Salvo poche eccezioni, li riconoscevi subito: il primo come se passeggiasse in piazza Caricamento, il secondo come un predestinato al patibolo. Noi stessi ci siamo sentiti attori dello show quando, sotto la Hörnlihütte, qualche escursionista italiano vedendoci bardati ci chiedeva meravigliato della traversata; oppure clienti paganti del luna park raggiungendo in jeep l'Oriondé o risalendo con gli impianti al Piccolo Cervino per rientrare in Italia. Comunque, per un'apoteosi del kitsch sempre connaturato ai fenomeni di massa, suggeriamo - a vostro rischio per la violazione delle regole dell'ordine pubblico - la salita del Cervino in miniatura al centro della rotonda stradale di Chatillon, all'imbocco della Valtournenche: forse di minor soddisfazione, ma senza faticare sbriciolerete il record di Burgada.  Il sito dove sorgeva la capanna Luigi Amedeo di Savoia e, in secondo piano, la capanna Carrel la grande montagna * L' autore è storico dell'architettura e giornalista, fondatore di “Cantieri d'alta quota” cantieridaltaquota.eu La statua di San Bernardo di Mentone, patrono degli alpinisti, veglia all'uscita in vetta della cresta dell'Hörnli 9

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Rivista CAI Ligure 2/2017 Andalusia Sierra Nevada, trekking di mezza estate Domenico Guerrera A sud di Granada oltre le torri rosse dell'Alhambra si vede una catena montuosa chiamata Sierra Nevada, ricoperta di neve tutto l'anno. è questo il famoso panorama, riprodotto in infinite cartoline,che conduce i turisti in Andalusia a primavera. Ma dimenticatevi dell'Alhambra e degli usignoli e considerate solo le montagne. Sono abbastanza alte da potersi fregiare di piccoli ghiacciai e se li si attraversa si arriverà a una landa vasta e vuota, molto frastagliata e separata dal mare da una catena costiera (Gerald Brenan, A sud di Granada, p.19, Neri Pozza editore). Confesso che le parole con le quali lo scrittore inglese descrisse la Sierra Nevada hanno accresciuto in me col passare degli anni il desiderio di visitarla e, a forza di parlare ai compagni Vincenzo Marino e Ilario Ceccaroni delle peculiarità e bellezze di queste montagne, é nata l'idea di organizzare un trekking in quella parte della Sierra che vanta la più alta cima della penisola iberica, il Mulhacén, 3479 m. Il nome della vetta deriva probabilmente dalla ispanizzazione del nome di Mulay Hasan, il vecchio re del regno di Granada, strappato agli arabi da Ferdinando e Isabella nel 1492, dopo quasi otto secoli di dominazione. Il re, secondo la leggenda, sarebbe sepolto qui. Questa é la catena in cui le montagne raggiungono le maggiori altezze della penisola, anche se chi raggiunge le cime non prova affatto l'impressione di trovarsi su di una autentica vetta, dato che i rilievi non hanno forme molto spiccate, a causa della debole impronta che i ghiacciai hanno impresso in queste zone del sud della Spagna e dei quali ormai non vi é più traccia. Solo un piccolo Gli infiniti sfasciumi che portano al Puntal de la Cornisa 10

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ghiacciaio, il Corral del Veleta, esisteva ancora ai primi del XX secolo nella parte alta del Barranco del Guarnòn come antico residuo di epoche lontane. La catena é solcata da tortuosi dirupi (barrancos) che rendono molto difficili le comunicazioni del fronte rivolto al Mar Mediterraneo, soprattutto per i villaggi dell'Alpujarra. Oltre all'altitudine, quasi sempre oltre i 1000 metri, si aggiunge la forte pendenza dei territori. L'aspetto decisamente più dolce dell'Alpujarra rispetto al massiccio montagnoso che lo domina ha permesso alla popolazione di potersi insediare sui punti più digradanti, di terrazzare e coltivarne i pendii, grazie anche ad un sistema d'irrigazione ereditato dall'antica presenza araba e formato dalle acequias, antichi canali d'irrigazione che consentivano di regolare il flusso delle acque provenienti dalla Sierra. 1 settembre: trasferimento da Malaga a Capileira Partiamo dunque alla volta di Malaga portando negli zaini il necessario per affrontare un'escursione in alta montagna, evitando però di portare materiale troppo pesante, dato che in questa stagione i monti sono sgombri da neve. Da Malaga puntiamo verso Capileira che costituirà il punto di partenza verso il rifugio Poqueira, dove alloggeremo per tre notti. L'autopista del Mediterraneo trascorre in un paesaggio assolato ma tuttavia coltivato a mandorli, ulivi, fichi... e avocadi. All'uscita dell'autostrada imbocchiamo le strade secondarie che ci condurranno a Capileira. Lanjaròn, famosa da secoli per la bontà delle sue acque e cure termali é vicina, siamo in piena Alpujarra e mentre saliamo la Sierra comincia ad apparire nella sua imponenza, anche se non é ancora possibile percepire le vette più elevate. Oltrepassata Òrgiva, Pampaneira e Bubiòn, giungiamo a Capileira, un paesino tipico della Sierra Nevada e di grande fascino: si allarga infatti in corrispondenza di un pianoro, in un intrico di casette bianche e vicoli. Il paese si trova a 1432 m di altezza ed é noto per le chimeneas , i camini che decorano i tetti delle sue bianche case. Qui, nella piazzetta, accanto ad una fonte, si trova il “Centro de interpretaciòn del Parque Sierra Nevada”. Le due persone che vi lavorano ci informano che dalla piazza del paese un autobus permette di raggiungere il pianoro di Alto del Chorrillo (2721 m) da cui poter poi proseguire comodamente in discesa verso il rifugio Poqueira (2500 m). 2 settembre: Puntal de Loma Pelà (6h) difficoltà E Alle 8.00 ci troviamo nella piazzetta, il bus che ci condurrà a l'Alto del Chorrillo è quasi pieno, siamo tutti escursionisti e molti sono ragazzi che provengono dalla provincia di Almeria che, insieme a Granada, condivide la gestione di questo enorme territorio. Dopo un tratto asfaltato, il pullman percorre uno sterrato che in molti tratti lascia intravvedere profondi burroni. Salendo il paesaggio rivela i segni del lavoro umano legato all'agricoltura e all'allevamento, come vecchie recinzioni in pietra o terreni coltivati a fasce, tracce di attività ormai già da tempo abbandonate. Una breve sosta a Puerto Molina ci permette di osservare uno splendido panorama e alcune delle vette più alte della Sierra come il Veleta e il Cerro de los Machos, mentre il Mulhacén rimane ancora nascosto dalla sua dorsale allungata. Riprendiamo a salire per giungere dopo un'altra mezz'ora di viaggio all'Alto del Chorrillo. Da qui uno sterrato ci conduce al rifugio Poqueira, situato su un pianoro con splendida vista sull'omonima vallata. Visto che sono le 11 passate, decidiamo di compiere un'escursione non troppo lunga. Il gestore del rifugio ci suggerisce, come primo approccio alla Sierra, il Loma Pelà (3183 m) che sembra presentare un percorso non troppo ripido. Lasciando il rifugio ci guardiamo un pò sorpresi di trovarci in un paesaggio così nudo, roccioso, privo di alberi. La vegetazione é bassa e scarna, i ginepri sono così bassi che strisciano al suolo. Le uniche tracce di verde intenso compaiono in corrispondenza dei punti dove l'acqua fluisce dalle numerose lagunas, che tuttavia, in questo periodo, sono al punto di livello più basso. Lo spettacolo é affascinante ma il tempo peggiora rapidamente e, dopo la discesa su un traverso di impressionante pendenza, raggiungiamo la Laguna de la Caldera, il viaggio, la scoperta 11

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il viaggio, la scoperta situata in una conca accanto alla quale si trova un accogliente bivacco (3065 m). Visto il peggioramento decidiamo di rientrare al rifugio, percorrendo la via più diretta del Rio Mulhacén. L'improvvisa grandinata che si abbatte su di noi é così intensa da far dire ad Ilario che in trent'anni di escursioni nulla del genere gli era mai capitato! La discesa in queste condizioni si rivela lenta poiché occorre fare molta attenzione con il terreno estremamente scivoloso. L'arrivo al rifugio ci riconforta, rammentandoci tuttavia come queste montagne, sebbene alla portata di chiunque sia dotato di un buon allenamento, richiedano pur sempre prudenza ed equipaggiamento idoneo per ripararsi adeguatamente dagli improvvisi cambiamenti del tempo, dovuti alla vicinanza dei rilievi al mare: 30 km in linea d'aria dalla vetta del Mulhacén al mare di Salobreña! 3 settembre: Mulhacén per la Loma (6h30) difficoltà E Oggi ci dirigeremo verso la vetta più alta seguendo la via che dall'Alto del Chorrillo sale sulla Loma del Mulhacén, per ridiscen- dere poi dal versante più ripido che conduce alla Laguna de la Caldera. La giornata é magnifica, con una temperatura certamente inusuale considerata l'altitudine, ma ciò non ci sorprende vista la latitudine alla quale ci troviamo. Saliamo fino alla deviazione che a destra conduce a Las Siete Lagunas mentre noi prenderemo a sinistra verso il Mulhacén. Occorre seguire gli ometti poiché i sentieri sono privi di segnaletica ma il tracciato é ben visibile e molto battuto. A partire da una quota vicino ai 3000 la grandine caduta il giorno prima risulta compatta e la temperatura inizia a scendere rapidamente ma fortunatamente in assenza di vento. Dopo quasi tre ore giungiamo alla punta del Mulhacén II (3362 m), la cima secondaria della montagna. Proseguendo ancora per una buona mezz'ora raggiungiamo la vetta (3479 m). Da qui la vista spazia a 360° su un paesaggio che nei giorni invernali permette di scorgere l'Africa. Il Mulhacén si rivela in tutta la sua imponenza, i versanti nord e est presentano dei tagli enormi praticabili solo da esperti scalatori, mentre quelli ovest e sud sono alla portata di qualsiasi cammina- Un'inattesa ferrata rende piú interessante il percorso verso La Carihuela 12

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Sulla vetta del Mulhacén tore allenato, in periodi privi di neve e con bel tempo. Dopo esserci rifocillati ed aver risposto ad alcuni quesiti che una guida del parco ci aveva rivolto per valutare l'impatto umano in questi ambienti, scendiamo dal lato ovest più ripido. Giunti quasi alla fine della nostra discesa, compiamo una breve deviazione verso il Collado del Ciervo o de la Mosca, per poter vedere dal basso il fronte nord della parete del massiccio. Scesi alla conca della Caldera, ridiscendiamo al rifugio seguendo il Rio Mulhacén. 4 settembre: Veleta (3396 m) e discesa dalla valle del Rìo Seco (8h) difficoltà E/EE Dal rifugio, dopo aver seguito la sponda del Rio Mulhacén sino a quasi il bivacco de la Caldera, incontriamo la strada sterrata che ci condurrà dopo un lungo zigzag ai piedi del Veleta. Lo sterrato che percorriamo non é altro che la vecchia pista forestale che volge verso nord-ovest per giungere, passando dal Collado del Lobo e dal Passo de los Machos, al Collado de la Carihuela dove si trova un bivacco a quota 3200 m. Il lungo percorso é un pò monotono, ma ci immerge in una dimensione quasi lunare in cui le uniche presenze sono le cabras montesas che con curiosità ci osservano senza timore. La pista forestale é indubbiamente ardita per queste altezze e sino a non molti anni fa essa permetteva il passaggio di veicoli tra l'Alpujarra e Granada. Oggi é cosparsa di enormi massi e rocce ed é molto apprezzata dai biker ed in inverno é una pista meravigliosa per lo sci di fondo. Il tracciato non presenta nessuna difficoltà a parte la lunghezza. Dopo un buon tratto, un'inattesa ferrata ci offre la possibilità di risparmiarci alcune curve rendendo più interessante il percorso. Una volta giunti al rifugio La Carihuela volgiamo lo sguardo su entrambi i versanti e ci rendiamo conto di quanto sia vicina Granada! Il Veleta é infatti una meta molto frequentata poiché é raggiungibile comodamente da questo versante nord attraverso una strada, frutto del desiderio che si manifestò agli inizi del XX secolo in determinati circoli della borghesia granadina. Oggi raggiunge Pradollano, la stazione sciistica il viaggio, la scoperta 13

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