Il Regno di Napoli e la sua società

 

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Il lavoro è tratto da un antico documento redatto tra le "Università" di Monteleone e Stefanaconi, che aveva appena assorbito il territorio di Motta San Demetrio

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Debora Pandolfini Il Regno di Napoli la sua società e le sue istituzioni. ________________ Convenzione tra l’università di Monteleone e casali con l’università di Stefanaconi e Motta San Demetrio Franza il portale di Stefanaconi

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Il Regno di Napoli: società e istituzioni Premessa Il seguente lavoro è parte di un progetto realizzato da chi scrive durante il Corso di Storia del Mezzogiorno, presso l’Università della Calabria. Questo lavoro non ha la pretesa di essere esaustivo, ma semplicemente di far conoscere a chi legge il contesto sociale, ed in particolare quello istituzionale, del Regno di Napoli. Il documento in originale esaminato è un instrumenta, ossia un atto notarile dell’epoca emesso dal Parlamento per redimere le controversie legate alla gestione del bestiame, della raccolta della legna, sulla bonatenenza e sulla dogana baronale, redatto nel 1705 da G. Monterosso, recuperato da Giovanni Battista Bartalotta e letto col prezioso aiuto di Corrado Romano. Ad entrambi va la mia più sincera gratitudine. Calabria dove solo Cosenza, nel XIV secolo riuscì a conseguire una certa autonomia. Alla decadenza economica della regione contribuì anche lo spostamento dell'asse geopolitico dell'Europa, dal Mediterraneo all'Atlantico2. Malgrado tutto, lo spirito d'intraprendenza dei calabresi diede vita nel '400 a una notevole importazione di prodotti agricoli, in particolare quelli vinicoli. 1. La società. Il malgoverno Angioino1 e le prepotenze baronali arrecarono notevoli danni alla 1 Il Regno di Napoli era parte integrante del Regno di Sicilia durante l'età normanna e sveva. Divenne entità a sé solo nel 1282 con Carlo I d'Angiò, quando, dopo la rivolta dei Vespri, l'isola passò agli Aragonesi. Nel 1443, Alfonso V d'Aragona, riunificò i due possessi, conservandone il nome. L'avvento degli Aragonesi segnò, almeno inizialmente, un periodo di potenza, sebbene il Regno fosse minato dalle ribellioni dei feudatari locali, a cui si aggiunse la minaccia espansionistica del re di Francia Carlo VIII, che conquistò Napoli nel 1494. Da allora il Regno di Napoli fu conteso da Francia e Spagna, finché, nel 1503, quest'ultima ebbe la meglio. Da quel momento visse di riflesso alla corona spagnola, dalle cui crisi, oltre che da problemi di ordine interno, ebbe origine nel 1647 La decadenza della Calabria, tuttavia la cd. rivolta di Masaniello. http://www.treccani.it/enciclopedia/regno-di-napoli/ 2 Tra i primi a rendersi conto delle situazioni in cui versava il Regno di Napoli fu Antonio Serra che nella sua opera, Breve Trattato delle cause che possono far abbondare li regni d’oro e d’argento dove non sono miniere, edito a Napoli nel 1613, cercò di individuare le cause che investirono la società dell’epoca. Serra affermò che le cause della crisi erano da ricercarsi nei fattori che investirono il sistema produttivo della società, in modo particolare la posizione geografica del Regno di Napoli non aiutava affatto gli scambi commerciali, incentrati prevalentemente sull’agricoltura a dispetto di quella industriale, molto più produttiva ed in contesti ben collegati come Venezia. Dalla crisi del Seicento emergono nuove realtà politiche ed economiche e si acuiscono i caratteri di marginalità di quelle aree più periferiche e con forti elementi di arretratezza G. Pistoia, Momenti di storia nella Calabria del XVI secolo, Tricase, 2016

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continuò con il dominio spagnolo. Subì l’isolamento dalle correnti di traffico, il banditismo, le prepotenze baronali e le aggressioni turche che l’afflissero profondamente. L'espulsione degli ebrei, che sotto gli Svevi trovarono asilo in Calabria, rappresentò un ulteriore motivo d'inaridimento delle attività commerciali. Le avversità naturali3, le pestilenze e le 3 In particolare i sismi del 1658 e del 1659, di cui si ha testimonianza nella corrispondenza di Filippo Visconti, Vescovo di Catanzaro. Egli così descriveva la situazione che la popolazione stava vivendo: “Successo del terremoto di Calabria Ultra, seguito nel mese di novembre 1659. La notte delli sei novembre circa le sei hore di notte fu sentita sì grande scossa, che da più vecchi fu stimata magiore di quella successa nel1638, ò qualche altra à nostra memoria, la quale durò forse un credo, e poco di poi seguì un'altra, che se niente più durava, profonda va tutta la Provincia, onde necessitò tutti à fuggire dalle case, emettersi in luoghi aperti, esposti ad ingiuria de' venti, freddi, e pioggia, qual seguì per due giorni molto grande. Li 7 pure di notte circa le sei hore si sentirono due scosse più leggere. Così lì 10 circa 10 hore di notte due volte fu rinnovato, e frequentemente si sentono alcune scosse leggiere, piene però di terrore, che non lasciano riposare, e cagiona un tremore inesplicabile di tutte le viscere. Onde tutti hanno lasciate le case. La notte dormendo in baracche, tavolati, e capanne fatte alli larghi de' luoghi ne gli orti e campagne, con molti patimenti, si sono posti ne' luoghi inferiori delle case, nelle cantine e stalle, sì per timore de' luoghi più alti feriti, e taperti con varie fissure; sì per dubio, che non per severi come quello del 1638 quale durando per alcuni mesi, terminò in maggior rovina. I luoghi dunque, che più hanno patito, per quelle relationi, che al giorno di hoggi sono è potuto venire, sono gl'infrascritti. In Catanzaro sono cadute quattro case, tutte le altre aperte in qualche parte, e talcune con pericolo di cascare, perché in più parti divise non si possono risarcire. Il Vescovato ha patito nella parte anteriore, con apertura quasi un palmo, dove nell'altro terremoto del 1638 cadè tutta la facciata; similmente un pezzo di muraglia, e tetto sopra il coro, che sfondò una sagrestia, et i tetti sono tutti universalmente maltrattati. Il palazzo del Vescovo per la vecchiaia, e scosse de' passati terremoti pericoloso ha patito in quattro parti, cadendo il tetto, et allargate le antiche fissure: onde si è reso in habitabile, et al presente il Vescovo con la sua famiglia habita nella stalla, per dove può uscire più facilmente allargo in evento di nuova scossa. […] Mileto è caduto il vescovato, palazzo con l'abbadia pur fatta da Ruggiero, e la città disfatta il gran parte, onde il vescovo è fuggito à Monteleone, dove sono state minori scosse. Nella città di Squillace, essendo il monsignor Dolcino in visita à Santa Caterina, al primo crollo fuggì la campagna, e la casa, dove stava, oppresse dodeci persone, e dismise quasi tutto quel luogo, con molta mortalità, perché fu tanto vehemente, che in quel luogo subbito non vi è luogo di scappare. Lochi più disfatti, e distrutti sono gli infrascritti: Stefanaconi, Piscopio, Panaia, Baronia di Vallelonga, Triparni, Filogasi, Mileto con l'Abazia, Isca e S. Andrea, otto casali di Arena, carestie immiserirono sempre più la popolazione alla quale venne meno lo spirito di partecipare al tentativo insurrezionale di Campanella4 prima ed alla c.d. Rivolta di Masaniello5 dopo. Satriano, S. Stefano del Bosco, Davoli, La Serra, Santo Sossi, Soriano e Sorianello con perdita di nove frati, Soverato, Brognature, Chiaravalle, Castel Monardo, S. Anna, Briatico, Borgia, Spatola, S. Floro, Polia, Centracchi, S. Pietro di Mileto, Francica e sua Baronia, S. Caterina, Girifalco, Badolato, Guardavalle, Grancia di Ristavoli con morte di un monaco. Questa è la notizia, che in questi pochi giorni si è potuto haver, temendo sì che non siano molto più i luoghi, e le persone, quali sono perite. In questa Calabria Ultra non è arrivato verso l'oriente del mare Jonio, solo sino a Cutro, dove ha atterrato il campanile. Di Cotrone non si è inteso niente, verso ponente del mare Tirreno sino a Paola si è sentito, ma senza offesa; né si sa, si proceduto alla Calabria Ultra, la quale in simili eventi suole havere magiori scosse. La parte, che riguarda l'Isola di Stromboli, Lipari et altre, dove di continovo fumano, et ardono la montagna, ha patito sino all'esterminio de' luoghi, crede sì per la corrispondenza di quei fuochi sotterranei, che per le profonde la tebresiano traggittate sotto il mare le sottorranee essalazioni”. F. Accetta, Il terremoto del 1659 nella corrispondenza di Filippo Visconti vescovo di Catanzaro (1657-1664), in Rogerius, XIII, n. 1, gennaio/giugno, 2010 4 Nell’opera Storia civile del Regno di Napoli del 1723, Giannone parla del tentativo di Campanella di liberare la Calabria dal giogo della Spagna. In Calabria, Campanella, seminò idee nuove e progetti di libertà repubblicana. Contava sull’appoggio del visir Assan Cicala comandante della flotta turca ormeggiata a Guardavalle. Alcune circostanze come la presenza di diversi condannati al bando e i tributi eccessivi e reiterati, avrebbero favorito l’insorgere della rivolta. Padre Dionisio Ponzio di Nicastro cercò di alimentare la rivolta, in provincia di Catanzaro, descrivendo Campanella come l’inviato di Dio per stabilire la libertà e liberare il popolo dalle vessazioni dei ministri dei Re di Spagna. Al momento dell’azione 200 predicatori dovevano diffondersi nelle campagne per alimentare la sedizione, mentre 1800 esuli erano pronti a combattere appoggiati dai nobili. Al complotto parteciparono i vescovi di Nicastro, Gerace, Melito e Oppido. La sollevazione sarebbe dovuta avvenire nel 1559 quando, due traditori, rivelarono la cospirazione al conte di Lemos, Vicerè di Napoli che con il pretesto di contrastare i turchi dalle coste inviò delle truppe, che colsero di sorpresa gli insorti e li catturarono. Padre Dionisio Ponzio fu arrestato e poi ucciso, mentre Campanella venne arrestato e rinchiuso a Castel dell’Ovo, a Napoli, nel 1600. P. Lafargue, Campanella, Studio critico sulla sua vita e su La città del sole, Edizioni Immanenza, 2016 5 Nel Regno di Napoli la forte pressione fiscale e militare aveva spinto il popolo contro l’aristocrazia, la borghesia e di conseguenza contro il dominio spagnolo. Masaniello è il nome con cui è noto il capopopolo napoletano Tomaso Aniello. Allo scoppio della rivolta napoletana del 7 luglio 1647 Masaniello era a capo di un gruppo di ragazzi, appartenenti alla compagnia degli Alabardi, riuniti in piazza Mercato per festeggiare, in una battaglia simbolica,

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Dal punto di vista amministrativo, gli Spagnoli, confermando i precedenti ordinamenti, mantennero la divisione della Calabria in due province:  Calabria Citeriore6, con capoluogo Cosenza;  Calabria Ulteriore7 con capoluogo, prima Reggio e dopo un trasferimento a Seminara, Catanzaro. la vittoria contro i Turchi. Quel giorno i bottegai si rifiutarono di pagare la gabella sui frutti imposta dagli Spagnoli e ne nacque un tafferuglio che sollevò tutti i quartieri popolari adiacenti al mercato. I rivoltosi invasero la reggia, forzarono le carceri, distrussero gli uffici daziari. Masaniello restò padrone del campo, pronunciò sentenze e organizzò la milizia popolare. Un attentato contro di lui fallì accrescendone il prestigio. Il giorno seguente il viceré, dopo avere invano tentato di corromperlo, dovette riconoscerlo "capitan generale del fedelissimo popolo napoletano". Fu ucciso nel corso di un secondo attentato, il 16 luglio, dieci giorni dopo l'inizio della rivolta. http://www.treccani.it/enciclopedia/masaniello/ 6 Calabria Citeriore o Calabria Latina. La legge n. 132 dell'8 agosto 1806, attraverso la riorganizzazione sotto il profilo amministrativo del Regno di Napoli, divise la Calabria in due provincie: la Calabria Citeriore, con capoluogo Cosenza; la Calabria Ultra, con capoluogo Monteleone, l'attuale Vibo Valentia. Questa a sua volta fu suddivisa nei quattro distretti di Monteleone, Catanzaro, Gerace e Reggio. Questa scelta modificava l'assetto storico della provincia di Calabria Ultra che vedeva Catanzaro, precedente capoluogo, declassata a sede di Distretto ma ripagata con l'istituzione della Corte d'Appello. La legge n. 272 dell'8 dicembre 1806 aggregò al Distretto di Reggio i Circondari di Catona, Villa San Giovanni, Scilla, S. Eufemia di Sinopoli, Oppido, Palmi, Polistena, Rosarno, Melito e Sant'Agata; mentre in quello di Gerace furono conglobati Serra di Santo Stefano, Satriano, Badolato, Stilo, Roccella, Grotteria, Ardore, Bova e Bianco. http://www.fondazionemediterranea.eu/pubblicazioni/a rchivio/archivio-diario-reggino/item/438-la-nascita- della-provincia-calabria-ulteriore-prima.html 7 Calabria Ulteriore o Calabria greca. Con la legge del 1° maggio 1816, entrata in vigore dal 1° gennaio del 1817, nasce la Provincia della Calabria Ulteriore Prima, così organizzata: 3 Distretti (Reggio, Gerace, Palmi); 22 Circondari (7 per Reggio, 8 per Gerace, 7 per Palmi); 104 Comuni (31 per Reggio, 38 per Gerace, 35 per Palmi).Si dà così una scossa a una Reggio che non ha ancora rimarginato le ferite del sisma del 1783 e che è stata mortificata nelle sue potenzialità dall'essere stata città di frontiera negli eventi bellici di quegli anni. http://www.fondazionemediterranea.eu/pubblicazioni/a rchivio/archivio-diario-reggino/item/438-la-nascita- della-provincia-calabria-ulteriore-prima.html La fugace dominazione Austriaca che si sostituì a quella Spagnola, dopo la Guerra di Successione di Spagna8, non incise in 8 La Successione spagnola fu un conflitto provocato dalla morte senza discendenti di Carlo II, re di Spagna. Già prima della morte del sovrano, i candidati più diretti alla S.s., Luigi XIV di Francia e l’imperatore Leopoldo I, in seguito ai rispettivi matrimoni con Maria Teresa e Margherita Maria, due sorelle di Carlo, non nascosero il loro desiderio di subentrare, quali eredi, nel possesso del vastissimo impero spagnolo. Le speranze di ambedue i pretendenti furono tuttavia deluse dallo stesso Carlo, che nel 1698 designò a proprio erede Giuseppe Ferdinando di Wittelsbach, elettore di Baviera. L’improvvisa morte di questi riaccese la contesa tra le corti di Parigi e Vienna, e Luigi XIV, desideroso di regolare in anticipo, con accordi segreti, le sorti dell’eredità, concluse con Inghilterra e le Province Unite un trattato di spartizione della monarchia spagnola nel 1700. Il re francese, morto Carlo II, venne a conoscenza delle sue ultime volontà, per cui Filippo d’Angiò, secondogenito del Delfino, venne nominato erede universale della monarchia, con il vincolo di far sì che la Corona di Spagna non venisse mai unita a quella di Francia. Dopo qualche esitazione, Luigi XIV accettò il testamento e il nuovo re fu riconosciuto senza contrasti a Madrid. L’Inghilterra inizialmente accettò la successione di Filippo V, ma l’ingerenza della Francia negli affari politici e militari spagnoli, spinse ben presto le potenze marittime all’alleanza con l’imperatore, irremovibile nel mantenere la candidatura del suo secondogenito Carlo alla Corona di Spagna. Prima che Leopoldo e Guglielmo III d’Orange stipulassero la Grande Alleanza dell’Aia nel 1701, gli imperiali, al comando di Eugenio di Savoia, erano penetrati in Lombardia, con il pretesto che si trattava di un feudo dell’impero da considerarsi vacante. La fortuna delle armi, dapprima favorevole a Eugenio, si capovolse successivamente fino a ridurre le comunicazioni con l’Austria alla sola via dell’Adige e a costringerlo all’inattività per la scarsezza delle sue forze. Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, già alleato della Francia, deluso nelle sue aspirazioni sul Milanese, nel 1703 passò alla coalizione antiborbonica. L’esercito francese volle operare nel 1704 lo sfondamento verso Vienna, ma la manovra si concluse con un disastro: nella battaglia di Höchstädt nell’agosto del 1704 e le forze franco-bavaresi furono disfatte dagli anglo-olandesi e dagli imperiali diretti dal duca di Marlborough e dal principe Eugenio. Nello stesso anno, in seguito all’adesione del Portogallo alla Grande alleanza, la guerra fu portata anche in Spagna, dove gli inglesi si impadronirono di Gibilterra, mentre l’arciduca Carlo, entrato facilmente in Catalogna, occupò Barcellona nel 1705 e costrinse Filippo V ad abbandonare temporaneamente Madrid. Luigi XIV aveva nel frattempo concentrato ogni suo sforzo contro il duca di Savoia, ma Torino, stretta d’assedio fin dal settembre del 1705, oppose una strenua resistenza, che si protrasse fino all’arrivo dell’esercito liberatore di Eugenio di Savoia il 7 settembre 1706. L’Italia aveva cessato di essere campo di battaglia: la Lombardia cadde nelle mani degli imperiali e Luigi XIV concordò con l’imperatore Giuseppe I, succeduto a Leopoldo nel 1705, la neutralità della penisola. La guerra intanto si avvicinava sempre di più al cuore della Francia. Questa era ridotta ormai agli estremi

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alcun modo sul tenore di vita. Lo stato di arretratezza, della Calabria e di tutto il Regno di Napoli, era troppo profondo perché le riforme borboniche9 potessero e Luigi XIV iniziò nel maggio 1709 trattative di pace all’Aia, che fallirono soprattutto per la richiesta dell’impegno da parte del Re Sole di imporre al nipote, Filippo, la rinuncia alla corona spagnola. Le nuove trattative di pace, svoltesi a Gertruydenberg, risultarono vane anch’esse e nell’agosto del 1710 l’arciduca Carlo, che aveva assunto fin dal 1705 il nome di Carlo III, entrò a Saragozza. La disfatta totale, diplomatica e militare, della Francia e della Spagna sembrava ormai solo questione di tempo, quando si verificarono alcuni avvenimenti che sfaldarono la compattezza della coalizione avversaria. In Inghilterra, l’avvento al governo dei tories, che erano contrari alla guerra, portò all’inizio di trattative di pace con la Francia (1710-11). Nel corso di tali trattative morì l’imperatore Giuseppe I che doveva succedere, in virtù del pactum mutuae successionis del 12 sett. 1703, all’arciduca Carlo, pretendente alla corona di Filippo V. La riunione dei possedimenti della casa d’Austria a quelli della Corona di Spagna in una sola persona avrebbe alterato sostanzialmente l’equilibrio politico europeo. L’11 apr. 1713, a Utrecht, la Francia firmò la pace con le potenze marittime, con il duca di Savoia, con il Portogallo e con la Prussia. L’Austria e l’impero continuarono nella lotta ancora per diversi mesi, ma, costretti a fronteggiare da soli la Francia, finirono anch’essi per acconsentire alla pace, conclusa infine a Rastatt il 7 marzo 1714 e a Baden il 7 sett. 1714. Filippo V conservò pertanto la Corona spagnola, ma cedette all’imperatore Carlo VI il regno di Napoli, la Sardegna, i Presidi toscani, il Milanese, i Paesi Bassi; al duca di Savoia la Sicilia, con il titolo regio; all’Inghilterra Gibilterra e Minorca. All’Inghilterra furono inoltre riconosciuti privilegi commerciali ed economici in territori soggetti alla sovranità spagnola. http://www.treccani.it/enciclopedia/successionespagnola-guerra-di_%28Dizionario-di-Storia%29/ 9Ferdinando IV può essere senz’altro considerato il Sovrano che per eccellenza in Italia apportò delle profonde riforme, iniziate precedentemente dal padre. Le più importanti riforme ed opere attuate per sua volontà o ispirazione interessarono: l’edilizia civile: il 4/IX/1762 iniziò la costruzione in Napoli del primo cimitero in Italia; poi ne costruì uno a Palermo; fece costruire e ampliare le strade di Napoli; restaurò il Palazzo Reale di Napoli; nel 1779 innalzò la Fabbrica de’ Granili; nel 1780 iniziò la Villa Reale; costruì tre teatri: de’ Fiorentini, del Fondo e di San Ferdinando, fece edificare: l’Orto botanico a Palermo, la Villa inglese di Caserta, il Cantiere di Castellammare, il piccolo porto di Napoli, i lavori dell’Emissario di Claudio, Palazzo Reale di Cardito; costruì più di mille miglia di strade per congiungere Napoli con le province; restaurò ponti, ne costruì di nuovi, prosciugò maremme, arginò fiumi; nel 1790 bonificò la Baia di Napoli; terminò le costruzioni iniziate dal padre (Reggia di Caserta e Portici); ne iniziò di nuove: Favorita di Palermo, Chiesa di S. Francesco di Paola in Napoli. Nel 1768 stabilì una scuola gratuita per ogni Comune del Regno e per ambo i sessi, ordinando che nelle case religiose si facesse altrettanto; stabilì un collegio per educare la gioventù in ogni provincia, il tutto senza tasse supplementari; nel essere efficaci. Ferdinando IV10, sotto la pressione dell'Impero Napoleonico, 1779 trasformò la Casa dei Gesuiti di Napoli in un Collegio per nobili giovanetti e istituì un Conservatorio per l’istruzione delle orfane povere. Nel 1778 fu creata l’Università di Cattaneo, l’anno seguente quella di Palermo con il teatro, il laboratorio chimico e il gabinetto fisico, istituì una sezione astronomica nel Palazzo Reale di Palermo e un altro osservatorio sulla Torre di San Gaudioso a Napoli. Fondò a Palermo un seminario nautico per l’istruzione di marinai e nel 1778 istituì l’Accademia delle Scienze e delle Belle Arti a Napoli, aprì una biblioteca a Palermo, riordinò le tre Università del Regno, creando nuove cattedre, come quella di ostetricia negli ospedali, inoltre diede i mezzi a molti giovani artisti per perfezionarsi a Roma; arricchì il Museo di Napoli e la Biblioteca; continuò gli scavi di Ercolano e Pompei. Fondò parecchi collegi militari, un’accademia per le armi dotte, riordinò l’esercito, riordinò la marina, e quando nel 1790 andò a fuoco il vascello Ruggiero in costruzione a Castellammare, i sudditi spontaneamente offrirono al Sovrano una colletta di un milione di ducati per la ricostruzione del vascello, pubblicò il Codice Penale militare. Fondò la Borsa di Cambio, ed avviò molti nuovi commerci, come la pesca del corallo, face sorgere molte colonie, esentando per 40 anni da molte tasse gli agricoltori che avessero popolato, coltivato e incrementato quelle zone sino ad allora abbandonate; diminuì notevolmente le tasse ai cittadini, specie quelle da versare ai baroni, dirette e indirette, come quelle di grascina, degli allogati, del tabacco, de’ pedaggi, ed in alcune province quella della seta. Fondò la Cassa per gli orfani militari provvedendola di una rendita di 30.000 ducati annui, per educare i figli dei militari defunti e per la dote delle figlie; gli albanesi e i greci del Regno furono riuniti in colonie, e fondò seminari e scuole per loro, dando loro anche un luogo per il commercio a Brindisi ed istituì un vescovado di rito greco cattolico. Quando vi fu una colletta popolare a Napoli per il matrimonio del Principe ereditario egli ne accettò solo una piccola parte (70.000 ducati) che versò interamente ai poveri della città; fece la colonia di San Leucio per la lavorazione della seta seguendo criteri di uguaglianza sociale; prima della Rivoluzione Francese fu fermo nella difesa delle prerogative statali contro la Chiesa; dopo il 1815 fu più generoso, anche se mantenne sempre la scelta dei vescovi con il Concordato del 1818; nel 1818 salpò da Napoli la prima nave a vapore italiana, che attraversò il Mediterraneo, introdusse per magistrati l’obbligo di motivare le sentenze. http://www.ordinecostantiniano.it/hm-ferdinando-iv-redi-napoli-e-sicilia-ferdinando-i-come-re-delle-due-sicilie/ 10 Carlo di Borbone nel 1759 lascia il Trono di Napoli per quello di Madrid e pone come suo come erede il terzo figlio, Ferdinando, allora bambino di otto anni, affidandolo ad un Consiglio di Reggenza di otto membri, fra cui emersero le figure del Primo Ministro, Tanucci e dello zio di Ferdinando, il Principe di San Nicandro. Il primo ebbe il compito preciso di guidare politicamente il Regno, il secondo quello di educare il fanciullo. Nato a Napoli il 12 gennaio 1751 dal Re Carlo di Borbone e da Maria Amalia Walburga di Sassonia, morirà sempre a Napoli il 4 gennaio 1825. Il suo è uno dei più lunghi regni della storia. Dal principe di San Nicandro ricevette un’educazione mirata soprattutto alla cura della

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robustezza del corpo e di marca abbastanza popolare (i suoi tratti e il suo parlare in dialetto gli valsero il soprannome di “Re Lazzarone”, con il nome “Lazzari” o “Lazzaroni” erano indicati i popolani di Napoli che si batterono strenuamente ed eroicamente contro i soldati napoleonici e i giacobini repubblicani nel 1799 in difesa e a nome di Ferdinando, della monarchia e della Chiesa. Il Regno fu retto da Tanucci, per il periodo della sua fanciullezza, che proseguì senza indugi la politica riformista di Carlo di Borbone, di stretta intesa con il Trono di Madrid. Sono questi i decenni del celebre riformismo borbonico, poi proseguito anche da Ferdinando fino agli anni della tempesta rivoluzionaria. Nel 1768 sposò Maria Carolina d’Austria, figlia dell’Imperatrice del Sacro Romano Impero Maria Teresa d’Asburgo, sorella quindi degli Imperatori Giuseppe II e Leopoldo II e della Regina di Francia Maria Antonietta. Nel 1775 Maria Carolina entrò a far parte ufficialmente del Consiglio di Stato e Tanucci dovette acconsentire a vedersi molto ridotto il suo raggio d’azione, quindi dovette rassegnarsi ad uscire di scena nel 1777. Maria Carolina, giunta a Napoli, acquistò subito un grande peso per le scelte politiche di Ferdinando, specie dopo la nascita del suo primogenito. Lo scontro con il Tanucci era inevitabile, ed inevitabile fu pertanto la progressiva rottura con Madrid, in cui la Regina riuscì a coinvolgere anche Ferdinando. L’uscita di scena del Tanucci non interruppe affatto il processo riformistico. Del resto, i genitori di entrambi i monarchi (Carlo di Borbone e Maria Teresa d’Asburgo) erano stati entrambi sovrani riformatori. La politica di riforme dovette però essere interrotta per il gravare della tempesta rivoluzionaria negli anni Novanta. Gli eventi di Francia, dapprima preoccupanti ma poi tragicamente sconvolgenti come la caduta della Monarchia, la Repubblica giacobina, l’assassinio del Re e poi della Regina e del loro figlioletto, la guerra civile, il Terrore, la dittatura robespierriana, centinaia di migliaia di morti, fecero naturalmente mutare le scelte politiche dei due sovrani, specie dopo il 1794, sia per i fatti francesi, sia per la scoperta di una congiura repubblicana a Napoli. Ferdinando e Maria Carolina iniziarono a intuire il vero volto che si nascondeva dietro i riformatori specie dietro gli intellettuali illuministi e massoni. Come è noto, a partire dal 1796, il giovane Napoleone Buonaparte invade e conquista gradualmente la gran parte dei territori degli Stati italiani preunitari, incontrando ovunque, come unica e feroce resistenza, la spontanea rivolta armata delle popolazioni italiane insorte in difesa della Chiesa e della religione cattolica e dei legittimi secolari sovrani e governi. Nel febbraio del 1798 gli eserciti rivoluzionari invasero lo Stato Pontificio, provocando la fuga di Pio VI e instaurando la giacobina Repubblica Romana. Ferdinando, consapevole che ormai ai napoleonici mancava solo il Regno di Napoli per completare la conquista d’Italia, decise di dichiarare guerra ai francesi, anche allo scopo di liberare Roma e permettere il ritorno del Pontefice nel proprio Stato. Il comando viene affidato al generale austriaco Mack, ma la scelta si rivela subito errata. Egli dapprima entra a Roma senza attaccare in quanto i napoletani furono accolti in modo trionfante dai romani, ma poi, di fronte al contrattacco del generale napoleonico Championnet, il Mack fuggì miserevolmente, e l’esercito borbonico si scioglie alla rinfusa. Naturalmente Championnet ebbe il pretesto per marciare su Napoli e Ferdinando si vide costretto l’8 dicembre 1798 ad emanare un proclama a dovette rifugiarsi per la seconda volta in Sicilia, lasciando la parte continentale del Regno a Giuseppe Bonaparte11. A Bonaparte si deve l'abolizione del feudalesimo, che pose le premesse per tutti i suoi sudditi, esortandoli a resistere all’invasore. Migliaia, decine di migliaia di uomini, di ogni età e ceto, comprese donne ed anziani, presero le armi contro i francesi, combattendo per sei mesi strenuamente fino alla riconquista del Regno. I francesi a costo di gravi perdite riuscirono il 22 gennaio 1799 a conquistare Napoli, qui uccisero, prima di prendere l’effettivo possesso della città e di proclamare la “Repubblica Napoletana”, 10.000 “lazzari” insorti in nome di Ferdinando. Nel frattempo, già dal 22 dicembre 1798 la Corte si era spostata a Palermo, e Ferdinando aveva lasciato Napoli in mano ad un consiglio di aristocratici e al Vicario regio Pignatelli. Instaurata a Napoli la Repubblica era evidente il malcontento popolare e i sentimenti di fedeltà alla dinastia si palesavano ogni giorno in maniera sempre più evidente. Verso la fine di gennaio, il Cardinale Fabrizio Ruffo dei Principi di Scilla si presentò a Corte a Palermo con un audacissimo progetto: chiese al Re navi, uomini e soldi per attuare una spedizione militare di riconquista del Regno di Napoli con l’appoggio delle popolazioni. Il progetto era talmente audace da lasciare perplessi i Reali; alla fine, date le insistenze del Ruffo Ferdinando acconsentì e concesse al Cardinale una sola nave con sette uomini e il titolo ufficiale di Vicario del Re per il Regno di Napoli. Il Ruffo si accontentò, sicuro che le popolazioni continentali lo avrebbero seguito. Sbarcato nei suoi feudi in Calabria, bastò far girare la voce delle intenzioni e del suo nuovo potere effettivo, che in poche settimane si ritrovò un esercito di decine di migliaia di volontari giunti da ogni parte del Regno per la causa borbonica, pronti a morire per cacciare i repubblicani giacobini. Il Ruffo fondò così la “Armata Cristiana e Reale” in nome di Ferdinando IV e nel giro di tre mesi giunse in trionfo a Napoli restaurando la monarchia borbonica il 13 giugno 1799. Ferdinando e Maria Carolina nel mentre giunsero a Napoli via mare, preceduti dal Nelson, che aveva ordini di fare giustizia dei giacobini traditori rinchiusi in Castel S. Elmo. Il Cardinale Ruffo, consapevole che Nelson li avrebbe massacrati tutti, offrì loro la possibilità della fuga via terra; ma costoro credettero opportuno fidarsi più di un protestante che di un cattolico, e si consegnarono all’ammiraglio inglese, il quale li fece impiccare. Si tratta dei famosi giacobini della Repubblica Partenopea, “vittime dei Borboni”. http://www.ordinecostantiniano.it/hm-ferdinando-iv-redi-napoli-e-sicilia-ferdinando-i-come-re-delle-due-sicilie/ 11Ferdinando e Carolina tornarono sul Trono di Napoli con il pieno e completo consenso delle popolazioni che si erano battute spontaneamente per loro. Fino al 1805 regnarono, ma in seguito l’invasione napoleonica si abbatté nuovamente su di loro. Agli inizi del 1806 l’Imperatore dei Francesi conquistò il Regno di Napoli e pose sul Trono il fratello Giuseppe. I Reali e la corte si spostarono a Palermo e ricominciò la spontanea guerriglia, che durò fino al 1810, mentre in Calabria fino alla Restaurazione.http://www.ordinecostantiniano.it/hmferdinando-iv-re-di-napoli-e-sicilia-ferdinando-i-come-redelle-due-sicilie/

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l'affermazione di una vera e propria borghesia. Sotto il Regno di Gioacchino Murat12, la Calabria progredì notevolmente sia dal punto di vista sociale, ma anche giuridico, con particolare riferimento all’ordinamento civile. Murat spostò il capoluogo della provincia Calabria Ulteriore a Monteleone13, ma con la caduta Napoleonica, i Borboni, ritornarono nuovamente a Napoli instaurando un regime di reazione chiuso ad ogni prospettiva di libertà. 12 Nel 1808 Napoleone ordinò a Giuseppe di andare a Madrid, per porre sul Trono di Napoli suo cognato Gioacchino Murat, che vi rimarrà fino al 1815, anno della Restaurazione europea. Murat nel 1815, disperato per la definitiva vittoria delle forze restauratrici, sbarcò in Calabria, invitando i contadini all’insurrezione armata contro i Borboni: sarà preso a fucilate dai contadini, arrestato e quindi fucilato. Con la sconfitta definitiva di Napoleone e il Congresso di Vienna, l’intera Europa si stava avviando ad una nuova fase della sua storia, quella conosciuta con il nome di Restaurazione. Ferdinando I preferì stavolta assumere ufficialmente il titolo di “Re delle Due Sicilie”, durante il suo regno a Palermo, gli inglesi a Corte avevano favorito l’autonomismo siciliano, costringendolo a concedere la Costituzione del 1812 e a esiliare Maria Carolina dall’isola. Volle attuare una politica di pacificazione nazionale, molto generosa in quanto non solo lasciò sostanzialmente impuniti i collaboratori del Murat, ma spesso confermò loro le cariche, i ruoli e i privilegi acquisiti sotto il regime napoleonico. A Corte si svolgeva lo scontro fra il Ministro de’ Medici, filoliberale e massone, e il Ministro della Polizia Antonio Capece Minotolo, Principe di Canosa, cattolico intransigente, controrivoluzionario e fedelissimo dei Borbone, acerrimo nemico delle sette massoniche e di ogni tendenza rivoluzionaria. Ferdinando fece prevalere il de’ Medici, e ciò comportò nel 1820 un’altra rivoluzione, di stampo costituzionalista, organizzata ed attuata dalla setta massonica della Carboneria. Ferdinando dapprima accettò di concedere la costituzione; ma i tempi ormai erano cambiati, e ben sapeva che, per il principio di legittimità stabilito al Congresso di Vienna e per i patti della Santa Alleanza, Metternich sarebbe presto intervenuto contro i rivoluzionari. Vi fu un Congresso della Santa Alleanza a Lubiana, in cui si stabilì l’intervento contro Napoli. Il Parlamento napoletano inviò proprio Ferdinando a Lubiana per perorare la causa costituzionalista, ma Ferdinando giunto lì chiese a Metternich l’intervento contro i rivoluzionari napoletani, che avvenne. Ferdinando poté così restaurare l’assolutismo e vivere in tranquillità gli ultimi anni del suo lungo e travagliato regno. http://www.ordinecostantiniano.it/hm-ferdinando-iv-redi-napoli-e-sicilia-ferdinando-i-come-re-delle-due-sicilie/ 13 Oggi Vibo Valentia. 2. L’istituzione di rilievo: il Consiglio Collaterale e i suoi Uffici. In questo contesto sociale vanno inserite le istituzioni che avevano un ruolo di primissimo piano, in particolare il Consiglio Collaterale. Questo e i sette Uffici principali ricoprirono un ruolo centrale nella gestione della società dal punto di vista economico, amministrativo e giudiziario. Fu il più importante organo politico e giurisdizionale. La sua istituzione risale al 1516 quando, nel Regno di Napoli, si costituì un consiglio composto dal Viceré e da cinque giuristi, spagnoli e napoletani. Inizialmente era un organo composto sia da nobili che da giuristi, ma con Toledo14 le cose mutarono e la sua composizione definitiva vide l’affermarsi di quest’ultimi. Nel Collaterale erano cumulate funzioni legislative, amministrative e di cancelleria e nel caso di morte del Viceré, o in mancanza di esso, assumeva la reggenza. Venne abolito nel 1735 con Carlo III di Borbone e 14 Don Pedro de Toledo, marchese di Villafranca e viceré di Napoli, nacque ad Alba de Tormes, nel 1484, da Fadrique Álvarez de Toledo, secondo duca d'Alba. Dopo una brillante carriera militare, iniziata nel 1512 con Ferdinando il Cattolico e in seguito con Carlo V, nel 1532 fu nominato da quest’ultimo, viceré di Napoli, carica che tenne fino alla morte, nel 1553. Il lungo periodo del suo governo ebbe, come momento saliente l'insurrezione nel maggio 1547, quando, avendo egli voluto introdurre a Napoli l'inquisizione di Spagna, nobiltà e popolo si unirono contro di lui causando una rivolta aperta. Il viceré uscì tuttavia vincitore dal conflitto, in quanto l'inquisizione di Spagna fu rimossa, ma sostituita da quella romana. Toledo si occupò molto dell’edilizia cittadina, aprendo nuove strade, costruendo edifici pubblici, abbellendo la città ed i suoi provvedimenti furono il fondamento della legislazione urbanistica tanto nel regno di Napoli quanto in Sicilia. http://www.treccani.it/enciclopedia/toledo-pedro-demarchese-di-villafranca-vicere-dinapoli_%28Enciclopedia-Italiana%29/

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sostituito con la Real Camera di Santa Chiara, un organo del Regno di Napoli nel periodo borbonico, con funzioni giurisdizionali e consultive, incaricato altresì di conservare gli atti della Cancelleria del Regno. I Sovrani, nell’amministrare il Regno, si avvalsero di alti dignitari e a tal riguardo il Re nominò sette Uffici (vedi figura 1) così ripartiti: 1. Gran Conestabile15; 2. Gran Giustiziere16; 3. Grande Ammiraglio17; 4. Grande Camerlengo18; 5. Gran Protonotario19; 6. Gran Cancelliere20; 7. Gran Siniscalco21. Tra gli Uffici minori meritano di essere ricordati: la carica di Portolano, ovvero colui che svolgeva una funzione di sorveglianza sulle nuove costruzioni nella città, nonché si occupava della gestione dei permessi per edificare; il Montiero Maggiore che aveva la giurisdizione sui reati di caccia, l’Uditore Generale dell’Esercito, colui che aveva giurisdizione dei militari di terra; la Dogana che aveva poteri su chiunque possedesse animale e terreni; il Grassiere, un magistrato di nomina regia; i Maestri Razionali, ovvero magistrati che si occupavano di tutto ciò che era inerente i tributi fiscali. Quest’ultimi formavano 15Questo termine indicava il Comandate in capo dell’esercito il cui scopo era quello di difendere i confini del Regno e l’ordine interno, nonché di risolvere eventuali dispute sorte tra cavalieri o nobili. 16Fu il secondo Ufficio del Regno esercitava funzioni civili e penali ed era il capo di tutti i tribunali. 17Terzo ufficio del Regno, il cui compito era quello di difendere le coste dalle incursioni nemiche e garantire la libera navigazione della flotta mercantile. Esercitava, inoltre, la funzione giurisdizionale su tutte le genti del mare. 18 Era colui che riscuoteva le tasse, il Soprintendente delle Finanze, doveva tener conto di tutte le entrate ed uscite. 19 Faceva le veci del Sovrano, in sua assenza, nei Parlamenti. 20 Rappresentava il sesto Ufficio, il custode dei Regi sigilli, nonché Segretario del Re, con la funzione di sottoscrivere i negoziati, i decreti e gli atti emanati dal sovrano. 21 Provvedeva al vitto del Re e della Corte. una “curia22” preposta al controllo dei conti fiscali, alla direzione e sorveglianza della coniazione delle monete, delle locazioni e la gestione degli appalti sui dazi e le gabelle. Figura 1. Posizione uffici. 3. LE UNIVERSITAS E IL PARLAMENTO Durante il periodo Normanno-Svevo l’amministrazione comunale era affidata ai baiuli o baglivi,23, nominati dai Maestri Camerari24 o dalla Curia Regis, ma anche alle dipendenze dei signori locali. In 22 Termine utilizzato per indicare il luogo in cui si riuniva un organismo politico. 23 Dopo la nomina prestavano giuramento e dovevano amministrare l’ufficio in modo non personalistico. Erano divisi in due categorie: coloro che amministravano la giustizia e coloro che si occupavano dei contratti pubblici e privati. http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgibin/pagina.pl?TipoPag=profist&Chiave=194 24 Il concetto di Cameràrio si utilizzava nel Medioevo, in genere, era la persona addetta alla custodia del tesoro, all'amministrazione dei beni del sovrano, di una comunità civile o religiosa. Nella costituzione comunale era il tesoriere del comune. Nella monarchia Normanna e Sveva, il gran camerario era l'ufficiale preposto alla camera o fisco regio, riceveva il denaro che a questa si versava, aveva cura della persona del re, sopraintendeva a tutti i tesorieri del regno, presiedeva il tribunale supremo delle finanze, col tempo diventò ufficio onorifico. http://www.treccani.it/enciclopedia/camerario/

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molti casi l’Ufficio era preso in appalto e la loro funzione variava a seconda se fossero di nomina regia o signorile e se avevano competenze in campagna o in città. Le competenze si estendevano sul sistema giudiziario e finanziario25. Nel periodo aragonese le Universitas26 cittadine avvertirono l'esigenza di mettere per iscritto le norme che sino ad allora erano state di natura consuetudinaria. Possiamo scorgere tre tipologie di statuti:  quelli della bagliva, provvedimenti riguardanti gli approvvigionamenti e in genere, come l’igiene, la pulizia urbana e campestre;  quelli relativi al diritto;  quelli relativi agli ordinamenti comunali. All'interno delle Universitas meridionali gli organi deliberativi, esecutivi e giurisdizionali non possedevano una definizione netta. Il Parlamento può esserci, ma non sempre è attestato. Il Consiglio può essere variamente creato, a 25 Amministravano i beni del demanio, le saline, i mulini e le tintorie appartenenti allo Stato, il patrimonio ecclesiastico delle sedi vacanti e percepivano rendite particolari come il terraticum e la fida. Il primo è un termine di natura consuetudinaria, tipico di alcune zone dell’Italia meridionale, per l’affitto di un terreno a coltivazione diretta con canone in natura, determinato in misura fissa, indipendentemente dai risultati della produzione. Era un contratto in uso in territori a coltivazione estensiva, che consentiva la messa a coltura di appezzamenti a rendimento marginale, ed è normalmente limitato alla durata della coltura (in genere, cereali) e comunque non supera l’annata agraria. La fida invece era un contratto con cui il proprietario di un terreno concedeva a un terzo il diritto di pascolo dietro pagamento di un canone. http://www.treccani.it/vocabolario/terraggeria/http:// www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=fida 26 Tale termine viene utilizzato per indicare i Comuni dell’Italia meridionale. http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi- bin/pagina.pl?TipoPag=profist&Chiave=194 volte per elezione, altre per estrazione a sorte. Esso rappresentava gli interessi delle Universitas, adottava deliberazioni che regolavano la vita delle comunità e che venivano rendicontate al Capitano o Governatore, informato degli argomenti all'ordine del giorno e rappresentante del potere centrale nella periferia. Vi erano poi i Priori o Ordinati o Eletti, in carica per un periodo non ben definito, rappresentavano la città e ne curavano gli interessi. L’amministrazione della giustizia civile e criminale era affidata ad un Giudice, ma solo in riferimento a reati di minore entità. In merito all'organizzazione finanziaria le entrate delle Universitas venivano rimesse ai percettori o erari. Al Catapano, invece, era affidato il compito degli approvvigionamenti, del controllo dei pesi e delle misure, delle merci in commercio e dei prezzi. Durante il Viceregno spagnolo sia nelle terre feudali, che demaniali, le Universitas, erano rette dall'Assemblea o Parlamento che eleggeva i Sindaci in numero variabile ed in alcuni casi l'elezione era diretta o attraverso il Consiglio dei Decurioni27. Altre figure istituzionali deputate all'amministrazione dell'Universitas furono il Tesoriere o Erario e i Razionari, incaricati della revisione dei conti pubblici, l'Avvocato della città, il Giudice Civile e il Cancelliere. Diversi 27 Decurioni furono detti anche i membri del consiglio dei municipi e delle colonie romane. In molte città il loro numero era nominalmente 100 e la carica a vita, conferiva onori e privilegi. La funzione del consiglio, in origine solo consultiva, divenne presto deliberativa. Negli ultimi secoli dell’Impero i decurioni presero il nome di curiali. Il nome fu rinnovato dall’età comunale in poi per i membri di numerose amministrazioni locali italiane, in particolare dell’Italia meridionale, che sopravvissero fino alla proclamazione del Regno d’Italia, mentre altrove cessarono con la Rivoluzione francese. http://www.treccani.it/enciclopedia/decurione/

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furono gli statuti che regolavano la vita delle città e molte differenze possono individuarsi tra le diverse Universitas. L’affermarsi della monarchia borbonica settecentesca, comportò la scomparsa, in molte delle Universitas del meridione, del Parlamento e l’affermarsi del Decurionato28. Il governo ordinario e la gestione della vita quotidiana del Comune vennero affidato ad un organo, il Reggimento. Questo era composto dal Sindaco e dagli Eletti o Priori, quasi sempre in numero impari, in modo da determinare facilmente la maggioranza in caso di votazione. Le cariche di sindaco e di eletto, che avevano durata annuale, erano considerate onorarie e come tali non prevedevano retribuzione. Magistrature locali minori erano la bagliva, la catapania, la portolania29 e il 28 Consiglio dei municipi e delle colonie romane. Sul modello francese la normativa borbonica confermò la centralità del decurionato quale organo rappresentativo e deliberativo con estese attribuzioni nell'amministrazione cittadina, quali la nomina del sindaco, degli eletti, del cancelliere archivario, del cassiere e di ogni agente o impiegato comunale, salvo l'approvazione da parte dell'autorità sovraordinata. Ogni deliberazione del decurionato poteva divenire esecutiva solo dopo l'approvazione scritta dell'intendente, che esercitava dunque un significativo controllo sull'operato dell'organo collegiale. Il potere del decurionato poteva essere limitato dalla presenza, contemplata dalla legge, di commissari aggiunti, presieduti dal sotto-intendente o da un consigliere d'intendenza e incaricati di verificare i reclami dei contribuenti privati. L'intendente, su parere del sottointendente, aveva competenze in tema di nomina e di dichiarazione di decadenza dei decurioni, secondo criteri di opportunità orientati al benessere dell'amministrazione. La nomina del decurionato, che si rinnovava per un quarto ogni anno, era infatti effettuata direttamente dall'intendente per i comuni di terza classe, mentre nei centri di prima e seconda classe la scelta era riservata al re tra i tre proposti dall'intendente al ministro dell'Interno e con il parere del sotto-intendente. I cittadini eleggibili alla carica di decurione dovevano possedere requisiti di merito e di reddito tali da orientare la preferenza nei confronti delle classi economicamente più ragguardevoli. http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgibin/pagina.pl?TipoPag=profist&Chiave=264 29Detta di terra per distinguerla da quella di mare, esplicava i propri compiti sorvegliando e mantenendo in stato di nettezza ed agibilità i luoghi pubblici. maestrato di fiera30. Durante il decennio francese si ebbe abolizione della feudalità e si eliminarono i privilegi ecclesiastici, nonché l'emanazione di un complesso di norme volte a stabilire l'organizzazione dello Stato sia a livello centrale, con la creazione di nuovi ministeri, sia a livello periferico, con la definizione delle intendenze e delle amministrazioni locali. In questo contesto per la prima volta le Universitas vengono definite Comuni. I rappresentanti istituzionali delle città meridionali venivano scelti tra i capifamiglia iscritti nei ruoli della contribuzione fondiaria, chiamati Decurioni, i quali, a loro volta, eleggevano un sindaco e due eletti in merito. L'amministrazione periferica, attraverso le leggi del 181631, stabilirono che la 30 Giurisdizione straordinaria in vigore solo nei periodi di fiera. 31Con la legge 12 dicembre 1816 n. 570, Ferdinando I, cercò di dare una sistemazione razionale alle amministrazioni locali, riprendendo le disposizioni già emanate nel 1806 da Giuseppe Bonaparte. La legge suddivise il Regno delle due Sicilie in province, distretti e comuni, affidandone la responsabilità governativa rispettivamente all'intendente, al sotto-intendente e al sindaco. L'intendente, di nomina regia e alle dipendenze del ministro dell'Interno, costituiva la prima autorità della provincia, organo territoriale dotato di personalità giuridica. In quanto rappresentante del governo centrale manteneva l'ordine pubblico servendosi delle forze di polizia e curava la pubblicazione ed esecuzione delle leggi nel territorio di sua pertinenza, mentre in qualità di capo dell'amministrazione locale esercitava uno stretto controllo sull'operato dei comuni e un ampio potere di vigilanza, ripartendo le imposte tra i vari centri, deliberando sulle loro istanze, autorizzando molteplici iniziative rientranti nelle attività dei comuni, provvedendo alle loro necessità e presiedendo tutti i consigli o commissioni istituiti nell'ambito della provincia per qualsiasi ramo dell'amministrazione. L'intendente era assistito da un consiglio di intendenza, i cui membri erano nominati dal re in numero variabile da tre a cinque, con compiti di consulenza tecnica e di giudice ordinario del contenzioso amministrativo. Il consiglio provinciale fungeva, da organo rappresentativo della provincia ed era formato da un presidente e da quindici o venti cittadini, la cui scelta era riservata al re direttamente o sulla base di liste compilate dai decurionati sotto il controllo dell'intendente. Il sotto-intendente, di nomina regia e alle immediate dipendenze dell'intendente, rappresentava la prima autorità del distretto, organo intermedio tra

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provincia e comune privo di personalità giuridica, nell'ambito del quale esercitava le stesse funzioni dell'intendente. Pur mantenendo in vita i consigli distrettuali, che coadiuvavano il sotto-intendente nelle sue mansioni, la legge definì in maniera approssimativa i loro compiti, riproducendo in tal modo l'effettiva marginalità del distretto nei processi decisionali e nell'organizzazione politica del Regno. L'art. 53 della legge prevedeva in ogni comune un sindaco, un primo e un secondo eletto, un cancelliere archivario "con un corrispondente uffizio", un cassiere e un consiglio comunale denominato "decurionato". A norma degli artt. 57 e 58, presso i comuni ove non esercitasse un giudice di pace le funzioni di polizia giudiziaria erano delegate al sindaco, la cui giurisdizione era tuttavia limitata alle sanzioni fino al valore di sei ducati per le azioni civili e a quelle non eccedenti le 24 ore di detenzione e sei ducati di multa per le contravvenzioni di polizia urbana e rurale; delle condanne ingiunte con tale procedura, solo quelle di natura pecuniaria erano inappellabili. All'amministrazione cittadina collaboravano due eletti posti alle dipendenze del sindaco, nominati con le sue stesse modalità e anch'essi rinnovati ogni tre anni. Il primo eletto svolgeva funzioni di pubblico ministero nei giudizi di competenza del giudice di circondario, e in maniera specifica sovrintendeva alla polizia municipale e rurale vigilando sulla corretta esecuzione delle leggi e dei regolamenti attinenti la materia, infliggendo multe ai trasgressori e curandone la riscossione: per la certificazione giuridica di tale attività, egli era tenuto a compilare e conservare presso la cancelleria comunale i registri delle contravvenzioni elevate. Il secondo eletto aveva funzioni di assistenza o di reggenza in caso di assenza o impedimento del sindaco o del primo eletto, e nelle grandi città era inoltre incaricato di amministrare la sezione o quartiere o di rappresentare il comune nella gestione degli enti pubblici. Il cancelliere archivario era un impiegato con nomina vitalizia e diritto alla pensione. A norma dell'art. 61, egli era incaricato della corretta gestione dell'archivio comunale, che comportava tra l'altro la tenuta dei registri la cui conservazione era prescritta dalla legge, la compilazione degli atti e della corrispondenza, il rilascio di copie conformi. A differenza del cancelliere, il cassiere non era un impiegato ma un concessionario del servizio, eletto per un triennio dietro pagamento di una cauzione con possibilità di riconferma al termine dell'incarico. La sua retribuzione consisteva in un premio proporzionale alle riscossioni effettuate e non dava diritto alla pensione. Il cancelliere archivario e il cassiere erano nominati su terne proposte dal decurionato e approvate dal sotto-intendente, mentre l'intervento del sovrano era limitato ai comuni di Napoli, Catania e Messina. A seguito delle insurrezioni carbonare del 1820-1821, il governo borbonico adottò alcuni provvedimenti che miravano ad incrementare le competenze degli organi provinciali e comunali nell'ambito della pubblica sicurezza. Con decreto del Governo provvisorio del Regno delle Due Sicilie datato 25 aprile 1821 fu istituita presso ogni comune una forza armata di genesi esclusivamente locale denominata "guardia civica", con il chiaro intento reazionario di irreggimentare la polizia urbana. A tal fine fu demandata ai sindaci, con l'assistenza dei decurioni, la scelta delle guardie civiche sulla base di alcuni requisiti atti a garantire il mantenimento dell'ordine. Il decreto del Regno delle Due Sicilie 7 aprile 1827 n. 1355 soppresse il costituzione dei Comuni doveva avvenire su tre classi, in base al numero della popolazione ivi residente. Tale suddivisione era rilevante ai fini della composizione del decurionato, dei requisiti d'eleggibilità dei cittadini, in special modo quello di natura censitaria, delle spese consentite e dei relativi limiti. Organi dell'amministrazione comunale erano: il Sindaco, che disponeva delle rendite comunali ed era responsabile dell'amministrazione di cui doveva rendere ogni anno un conto morale, presiedeva il decurionato ed inoltre in quanto rappresentante di governo esercitava la carica di ufficiale dello Stato civile; gli Eletti, normalmente in numero di due, il Decurionato32 , il Cancelliere archivario, potremmo paragonarlo al segretario comunale dei nostri giorni ed corpo sostituendolo con quello meno militarizzato delle "guardie urbane", disciplinato con decreto 24 novembre 1827 n. 1648. Ai sensi del "Regolamento per la formazione delle guardie comunali" allegato al decreto, fu demandata al decurionato la compilazione di un elenco di cittadini ritenuti idonei a ricoprire la carica, elenco che doveva essere sottoposto all'intendente per l'approvazione. Le attribuzioni degli organi amministrativi locali in materia di pubblica sicurezza, concesse provvisoriamente per fronteggiare i disordini interni, furono confermate anche dalla legge 13 marzo 1848 n. 91 promulgata dal re Ferdinando II e dalla legge provvisoria emanata il 5 luglio 1860 dal ministro dell'Interno e di polizia Del Re, che disposero il disarmo e la smobilitazione della guardia urbana e l'istituzione al suo posto della Guardia nazional. Dopo la sconfitta del regime borbonico (1 ottobre 1860) e l'annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno sabaudo, sancita con il plebiscito del 21-22 ottobre 1860, le amministrazioni comunali furono disciplinate dapprima dalla legge 23 ottobre 1859 n. 3702 ("legge Rattazzi") e successivamente dalla legge 22 marzo 1865 n. 2248 "per l'unificazione amministrativa del Regno d'Italia". http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgibin/pagina.pl?TipoPag=profist&Chiave=264 32 Dal tardo medioevo fino ai sec. XVIII e XIX, il termine indica il corpo municipale deliberante incaricato di sovrintendere all’attività di numerosi comuni italiani con le funzioni deliberative stabilite dalla legge. http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgibin/pagina.pl?TipoPag=profist&Chiave=264

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infine il Cassiere, incaricato degli introiti e dell'esito delle rendite comunali. 4. Il peso politico del parlamento Le città dell'Italia meridionale si distinguevano in Universitas demaniali, se facenti parte del regio demanio e Universitas feudali o baronali, se facenti parte di feudi concessi a baroni. Entrambe le organizzazioni non presentavano notevoli differenze. Il potere deliberativo veniva esercitato dal popolo riunito, in Parlamento o rappresentato dal Consiglio. Questo era l’organo più ristretto di rappresentanza popolare e si occupava dell’ordinaria amministrazione della città. I suoi membri avevano l'obbligo di partecipare alle riunioni consiliari ed i sistemi di elezione e composizione degli stessi variava da territorio a territorio. Il Parlamento era costituito dalle Universitas riunite ed erano chiamati ad intervenire tutti i cittadini, di qualsiasi grado e condizione sociale, anche se di fatto non era così. Il Mandatum o Ordine di Convocazione era emanato dall'Autorità cittadina nelle cui mani si trovava, in quel momento, l'amministrazione; mentre il permesso o licentia era dato dal Rappresentante regio. Le riunioni solitamente avvenivano nella Chiesa Maggiore o nella piazza antistante, o nel teatro della città. Il Parlamento era convocato al tocco di campane o per voce del banditore, di solito il giorno precedente, mentre le sedute si svolgevano, nei giorni festivi con editti pubblici. Alle adunanze del Parlamento partecipava anche il Capitano di Giustizia, in qualità di organo di Polizia locale, preposto a sedare risse e tumulti popolari. Il Parlamento esercitava la sua giurisdizione su tutte le iniziative sociali ed economiche della comunità, tra l'altro, sceglieva ed eleggeva i suoi delegati e i suoi rappresentanti, fra cui il Sindaco, gli Eletti, i Razionali ed i Procuratori presso i diversi tribunali ed Uffici del Regno. Le riunioni del Parlamento venivano dichiarate valide solo se vi assistevano i 2/3 delle famiglie che solitamente intervenivano e le decisioni erano considerate eseguibili se approvate dalla maggioranza dei presenti. Tra i membri del Parlamento veniva scelto il Cancelliere, il quale provvedeva a verbalizzare i provvedimenti adottati nelle sedute dei due organi collegiali. Non erano ammessi alle sedute, coloro che erano rimasti debitori nei confronti dell'Universitas e che non avevano raggiunto la maggiore età, posta a 21 anni. Tutta l'Universitas adunata in Parlamento aveva la competenza di fare il catasto, deliberare dazi, provvedere alla difesa della città, alienare beni pubblici, provvedere alla riparazione delle mura, concludere patti di amicizia o di tregue con le città vicine, aggregare la città ad altre città, deliberare richieste da presentare al Re, discutere e deliberare gli statuti cittadini. Il Sindaco aveva l'obbligo di rendere conto al successore di tutte le operazioni finanziarie effettuate nel corso del mandato, doveva occuparsi dell’esazione dei dazi, aveva il compito di interpretare e difendere le istanze dei cittadini, coordinava gli indirizzi di programmazione dello sviluppo della città. Egli era coadiuvato dagli Eletti, che variavano di numero e funzioni. Gli Eletti

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duravano in carica per poco tempo e nell'accettare l'incarico dovevano giurare insieme al Sindaco, di comportarsi con lealtà e fedeltà. I Razionali o Sindacatori erano incaricati di esaminare i conti presentati dal sindaco uscente e dai suoi collaboratori e di dichiararli regolari o, in caso contrario, di richiedere l'incameramento di beni degli amministratori a copertura di ammanchi o delle irregolarità contabili riscontrate. Era una specie dell'odierno Collegio Sindacale delle società. Nelle vertenze insorte tra l'Universitas e il Feudatario interveniva il Re, che affidava il verdetto al Sacro Regio Consiglio o Camera di Santa Chiara3. I feudatari, nel corso dei secoli, acquisirono un potere tale che finì con il prevalere sui diritti dei cittadini e coloro i quali osavano ribellarsi finivano nelle prigioni. 5. INSTRUMENTA E CAPITULA I documenti che avevano effetti giuridici nel Regno di Napoli e che venivano deliberati dal Parlamento erano i contratti notarili, cioè atti che consistono nell’accorpamento di Instrumenta33 ed i Capitula34. La spesa e la conservazione di questi documenti restavano a carico della parte interessata. Nel caso del documento analizzato siamo in presenza di un istrumento, cioè un contratto notarile il cui obiettivo è quello di redimere le controversie emerse sulla gestione del bestiame, della raccolta della legna, sulla 33Un contratto notarile il cui obiettivo è quello di redimere delle controversie. 34 Sono le richieste presentata al Parlamento dai baroni. bona tenenza e sulla dogana baronale, redatto nel 1705 da G. Monterosso. Il Documento35 esaminato fa riferimento a un legame pattizio risalente al 1704 tra 35 DOCUMENTO IN LINGUA ORIGINALE: “CONVENZIONE TRA L'UNIVERSITÀ DI MONTELEONE E CASALI CON L'UNIVERSITÀ DI STEFANACONI E MOTTA SAN DEMETRIO 1716, a 22 maggio-Scanzìa 20 Fascicolo 1 Numero 6 ISTRUMENTO DI CONVENZIONE PER NOTAR GIUSEPPE MONTEROSSO DELL'ANNO 1705 Copia in forma d'Istromento stipulato per Nr Giuseppe Monterosso della convenzione passata tra l'Università di Monteleone, e Casali con l'Università di Stefanaconi, e Motta di San Demetrio, cioè che l'una con l'altra non si molestino per causa di Buonatenenza, dogana baronale, jus di Carceri, ed altro, con esser altresì comune il jus di pascolare, tagliar Legna de' Boschi, e fare reciprocamente ognuna di esse come se fussero nel proprio Territorio.... millesimo Septingentesimo quinto decimae tertiae Indictionis, in Civitate Montis leonis | |Regnante | | Nos| | fatemur atque testamur Vulgari Eloquio | | In nostra presenza Personalmente costituto -il Signor Don Domenico Soriani e Signor Notare Leoluca Pappalo, odierni Sindici della presente Città di Monteleone, nec non ed il Signor Don Fabrizio Signoretti, e Signor Don Antonio Comite e magnifico Domenico Candela, Eletti, aggenti et intervenienti alle cose infrascritte come Sindici, Eletti e capitani dell'Università di detta Città, a nome di tutto il Publico e della medesima in futurum, parte ex una, ed -il magnifico Sindaco della Motta di stefanacone Giovanni Guastalegname, e gl'Eletti Domenico Matina, e Carmine Rubino, colla presenza ed intervento del Signor Rovito leraci, capitano di detta Motta presente | |, Aggente similmente ed interveniente alle cose infrascritte come Sindaco, ed Eletti, e capitano dell'Università di detta Motta di Stefanacone, bene cognito, e per nome e parte d'essa, Parte ex Altera, mediante la facoltà e potestà concessali ad esse ambe le Parti in Publici Parlamenti ed assensi ottenuti, e Licenza datali rispettive dall'Eccellentissimo Signor Duca di Monteleone Padrone, e Signor Duca di Cirifalco, utile Padrone di detta Motta, che tutti in Pie del presente Istrumento s'inseriscono, dall'altra parte, asseriscono li Presenti Sindici ed Eletti di detta Motta in Presenza di noi | | che da un anno in circa stata intentata Lite in Regia Camera ed in collezione tutte... quelle Provisioni... che furono spedite ad istantia di detta Università di Stefanaconi... la buonatenenza per detti Stabili Posseduti... di detta Città, e versavice da detti Particolari ed... di Monteleone si pretese osservarsi il Solito, che da due cento anni in circa si trova in Possesso di tassare, ed esiggire juxta Catastum dalli predetti Particolari della mentovata Città detta Buonatenenza sopra li Beni che Loro medesimi possedono nei Territorio di detta Terra di Stefanaconi, siccome da tempo immemorabile si trovano accatastati nelli catasti antichi e moderni di detta Città, nec non asseriscono ambe le Parti com'avendono avuto cognizione da persone Antichissime che dette due Università furono sempre in fratea e prossimità di Territori, d'Acque, ed erba, siccome attualmente si conservano, avendo considerato che dalle liti non si ritrae altro che dispendj, odij e rancori, e

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Trapazzi di concittadini, sono venuti in accordo, mediante l'assensi presenti di detti Eccellentissimi Signori Duchi Padroni, per quello li Spetta o fosse a Loro di pregiudizio, e mediante la facoltà di detti Parlamenti, Salvo però il Regio Assenso, impetrando | |, e per parte di detta Università di Monteleone mediante anco Loro Antichissimi Privileggi Reali che hanno goduto e godono; e fatta l'asserzione presente | |, Sponte | | sono venuti in accordo e convenzione di cedere, renunciare dette Liti, come presentemente con giuramento cedono, e renunciano qualsiasi Lite, Scritture presentate, o presentande, a beneficio d'ambe le Parti, pertinente alla detta Lite introdotta tantum, e per quest'affare Simpliciter ac realiter | |, come anco cedono e renunciano ogn'altra provisione di qualsisia Tribunale! | Superiore o inferiore Spedita a Loro benefìcio, ma vogliono esse parti che s'osservasse detto Loro antico Solito di Andare in promiscuità di territorio, e li soliti Jussi antichi, che Sempre fra di Loro s'osservò, videlicet. Che le genti di detta Università di Monteleone e casali d'essa adiacenti non abbiano di pagare in detta Motta di Stefanacone nessuno peso di Dogana Baronale, né altra imposizione per le robe che anderanno a vendere, o comprare in detta Motta di Stafanacone, o Santo Demetrio, ma abbino d'essere trattati come Cittadini, etiam... nel jusso de' Carceri, se capitassero carcerati sì per cause civili, come criminali, e miste, con pagare solamente quel deritto che pagano li Cittadini d'essa, e così debbano essere trattati li paesani ed abitanti di detta Motta di Stefanacone e Santo Demetrio, nella detta Città di Monteleone e suoj casali, parimente franchi di Dogana baronale, per le robe che nella detta Città e suoi casali conducono a vendere o comprare, sì anco per lo deritto e jusso di Carcere che pagassero come concittadini di Monteleone, e dell'istesso modo che sono reputati questi di Monteleone nello Stato di Stefanacone, e che potessero dette due Università e casali adiacenti allegnare in Luoghi Boscosi, Legni Silvaggi, o secchi, votomi, e pagare le deritti... come Cittadini, e non come gl'altri forastieri... di Bagliva, per l'animali..., con pagare solamente il danno, ed esser riconosciuti... quella Corte nel territorio della quale stia situato il fondo dannifìcato, ed anco pagare grana dieci per il Palo... in caso l'animali dannifìcanti non erano carcerati per danni... Continenza per esser promiscuità de' territori, che si pagasse dove abitano, non dove possedono, stabili in detta Motta di Stefanacone, ed animali tanto destinati alla coltura, o non destinati alla coltura, non debbano per detti stabili pagare cosa veruna di peso di buona tenenza..., ma pagare in detta Città di Monteleone justa il loro dritto ed antica consuetudine fratea, e promiscuità di territori, cos'anco per detti animali solo per li danni che forse faranno, e se vadono carcerati grana dieci per il Palo, ed il deritto..., essendo querelati e non essendo querelati solo grana dieci al Palo, ed il deritto della..., così debbono esser trattati quelli di Stefanacone in detta Città e suo territorio, per li beni che da Loro si possedono, o si possederanno, e per li Loro animali, ma sia lecito pagare per ordinario dove abitano, non dove possedono secondo l'antico solito, e decreti della Regia camera, e che quei di Monteleone che abitano in Monteleone, dico in Stefanacone, non possono essere astrette a pagare cos'alcuna all'Università di Monteleone per buona tenenza, o fiscali, ma pagano... coloro di Stefanacone che abitano, o abiteranno in Monteleone e suoi casali siano tenuti a pagare... solamente docati..., e finalmente per essere promiscuità di territori, o d'Acque ed erba che non si possono fidare animali ne dalla gente nell'una, ne dell'altra Università, ma possono servirsene ad invicem dell'acque ed erbe libere delli Loro territorj, siccome fu sempre osservao, et s'osserva, e che tutti li patti apposti nel presente istrumento, benché forse non espressati, s'intendono reciprochi che tanto goda l'una quanto l'altra Università d'ambe le Parti, cioè di detta Città e suoi casali, e di detto Stato di Stefanacone. Promettendo esse Parti e Regimenti predette solemni Stipulatione| | l'una parte all'altra, e l'altra all'una, presentii | l'accordo, conventione e Patti predetti, e tutte le cose predette | | averle sempre omni futuro tempore | ! rate, et firme, ed a quelle non contro venire per qualunque raggione | |. Pro quibus omnibus observandisambae Partes| | Sponte, nominibus quibus supra, Spontte| | obligaverunt seet Successores suos, ac bona omnia I I dictarm Universitatum, Salvo | |, una Pars alteri, et altera alteri praesentibus| | sun Poena, et ad poenam dupli | | medietate| | Potestate capiendi| | constitutione Praecarii | |renunciantes| | etquod praesens Instrumentum potest extendi etiam ad consilium Sapientis ambarum Universitatu juraverunt| | unde| |. Praesentibus opportunis. Regio Judice ad Contractus Joseph Ame D. Mauritio de Rito Dominico Joseph Gravati Reverendo... Antonio Morelli Joseph Puntureri Nicolao Vaccari Marco de Michele Dominico Sorrentino Et me Noraio Joseph Monterosso a Philogasi rogatus Allegati SUPPLICA DELL'UNIVERSITÀ DI MONTELEONE Eccellentissimo Signore, L'Università della Città di Monteleone e particolari della Città sudetta con devoto inchino fanno intendere all'Eccellenza Vostra come da molti centinaia d'anni in dietro si trova in fratea e promiscuità di Territorio, d'acque ed erba con quella del Casale di Stefanacone, con il jus d'allegnare in Luoghi boscosi Legna Selvaggi e secchi, senza pagare buonatenenza, ne la gente di detto Luogo all'Università Supplicante, né la medesima a quella di Stefanacone, con esser la gente delle due Università trattati come cittadini senza pagare o aver pagato mai dogana Baronale ne quelli di Stefanacone in Monteleone, ne questi in Stefanaconi, e trattati parimente come Cittadini, etiamdio nel jus delle carceri che hanno pagato come abitanti juxta Pandetta I I, così per civile come criminale, avendosi antichissime osservato fra dette due Università e senza fida ne diffida d'animali pascolanti, per esser l'erbe e l'acque di dette due Università promiscue così alle genti dell'una come dell'altra, Siccome dalli Padroni Signori Duchi Antenati di Vostra Eccellenza I I, all'orche fe' osservare dalli suoi Vassalli, non potendosi fa r di meno della corrispondenza, e fratea, fra le dette due Università. E perché ad istigazione di gente iniqua ed inquieta s'avea causato lite fra le dette due Università che pretendea quelli di Stefanacone esigger la Baronal... per le robbe che li Monteleonesi possedono... in detto Luogo e vice versa li supplicanti aveano insorto contro delli Stefanaconesi il jus della Dogana, e perché oggi le dette due Università sono venute in accordo d'osservare la fratea e promiscuità di territorio, come si disse, intanto supplicano la Città et Gubernatori di Monteleone et Particolari d'essa prestarci l'assenso per quello spetta a Vostra Eccellenza per potersi rinovare le Scritture deperdite di tale convenuto coll'osservanza del solito, ch'essendo di Somma giustizia Lo riceveranno ut Deus, per togliersi li Supplicanti suoi vassalli dalle vessazioni, liti e rancori, e dispendi, e per vivere quiete siccome aveva Cuore l'Eccellenza Vostra e di nuovo La supplicano ut Deus. Napoli 21 Giugno 1704.

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CONSENSO DEL DUCA DI MONTELEONE Concediamo all'Università Supplicante il nostro Consenso Conforme dimanda. Il Duca PARLAMENTO DELL'UNIVERSITÀ DI MONTELEONE Per ordine di Sua Eccellenza Paolo Antonio De Negro. Copiai | Die 29 mensis Junij 1704, Monteleone, et proprie in Refettorio Sancte Marie Jesus, ubi similia fieri solunt, congregati ad sonum Campane etTubae, et | |, ut moris est, in publico Parlamento Magnificum Dominum Sindicum et Leonis Lucae Pappalo coram Utriusque Juris Dottore Josepho Tarello, hodierno Vice Duca dirtae Civitatis cun congregatane Infrascriptorum Nobilium et civium in Numero opportuno Sig. Don Battista Soriano Sindico Signor Don Antonino Badolato Signor Don Antonino Surjano Signor Don Domenico de Francia Signor Don Ascanio Gattis Signor Don Antonio Sacco Signor Don Fabrizio Signoretti Dottor Signor Don Francesco Antonio Antonucci Signor Don Cesare Crispo Signor Don Gregorio Badolato Signor Don Vespesiano Pisano Signor Don Antonino Attisani Dottor Signor Don Domenico Capialbo Dottor Signor Don Ottaviano Cesare-Signor Don Filippo Signoretti Signor Ascanio Morelli Signor Leoluca Pappalo Pisano Carlo Riccio Carmino Manco Francesco Cundò Spagnolo Gennaro Comito Luca di Meco Alfio... Giacinto Pompò Antonio Antonucci Notar Benedetto Ortona Notar Nicolò Ortona Francesco Antonucci Notar Domenico Bilotta Signor Battista La Manna Paolo Surjano Domenico Forati Giulio Antonucci Tomaso Antonucci Gesuè Turchialaro Francesco Aragona Gesuè di Gasparro Michelangelo Matina Nicolò Voscaio Andrea de Martino Michele Marturano Notar Nicolò Ortona. Si propone alle Signorie Vostre come, vertendo lite tra l'Università di questa Città di Monteleone con quella di Stefanacone, quale pretende imponere la Buonatenenza sopra le robbe e beni stabili che possedono i particolari cittadini di questa predetta Città, in discredito di questa Università di Stefanaconi, e Motta di San Demetrio, quali sudetti beni... sistentino da Anni duecento in circa si ritrovano accatastati nelli catasti vecchi e novi di questa Città, come dalli libri d'Essa appare, onde il peso di detta Buonatenenza, perché redunda in grandissimo pregiudizio di questa nostra Università, dico pagandosi per ordinario dalli nostri particolari a beneficio di detta nostra Università, e perché anticamente fra dette due Università si viveva in promiscuità di Territorio, d'acqua e d'erba, ed in una strettissima fratea, per il bene Comune d'ambe le due Università s'è risoluto come con il presente Parlamento si propone alle Signorie Vostre L'infrascritti casi/ capi di promiscuità e fratea, come attualmente in essa si conservano, per evitare li Trapazzi de' concittadini, siamo venuti in accordio e convenzione con consenso ed assenso dell'Eccellentissimo Signor Duca di Monteleone | |, quale in pie della Supplica è del tenor seguente, videlicet: Napoli, 21 Giugno 1704 Do il Consenso all'Università Supplicante et nostro consenso, conforme domanda. Il Duca| |. Per ordine di Sua Eccellenza, Carlo Antonio de Negro Segretario! | Quali capi sono videlicet: Primieramente renunciare dette due Università la presente Lite, e Scritture presentate e presentande a benefìcio Le parti pertinentino alle dette Liti introdotte tantum, e per quell'affare Simpliciter, nec aliter | | Com'anche cedono, e renunciano ogn'altra provisione di qualsisia Tribunale superiore o inferiore Spedita a Loro beneficio, ma volemo che s'osservasse tra dette due Università detto Loro antico solito di fratea e promiscuità con li soliti jussi antichi che sempre fra di Loro s'osservò, videlicet: Che le genti di questa Università di Monteleone e casali che vi sono presenti e per l'avvenire novi abbitanti, non abbiano da pagare in detto Stefanacone, e Motta, peso di Dongana Baronale, né altra imposizione, per le robbe che anderanno a vendere in detta Motta di S. Demetrio, e Stefanacone, ma abbino d'essere trattati come Cittadini eziandio nel jus delle carceri se capita esser carcerati così per cause civili come criminali o miste, e così debbano d'essere trattati li Paesani ed abitanti di Stefanacone, e Motta S. Demetrio nella Città di Monteleone e suoi casali adiacenti parimente franchi di dogana Baronale, per le robbe che... città e suoi casali conducono a vendere o comprare... alegnare nelli Luoghi boscosi Legni Selvaggi..., far Legname, votami, e pagare li deritti alla Corte... Cittadini, franche di baglive, quando l'animali dannifìcanti vanno alti Baglivi, e quando vanno alla Corte. Et essendono querelati detti animali, pagare la querela, e non essendono querelati paghino un carlino tantum, e che detti animali non restano pagare cos'alcuna per la Buonatenenza, ma pagare la Buonatenenza dove li Cittadini abitano, e non dove possedono, stante detta promiscuità di Territorio e fratea, che non si possano fidare animali ne dall'una ne dall'altra Università, ne dalli Baglivi, ma possono servirsene ad invicem dell'acqua, ed erba Libere per li Loro teritori, servata forme delli decreti generali della Regia Camera, et servata forma dell'lstrumento da stipularsi d'ambe dette Università e che per osservazione delle cose predette si deve far venire L'assenso Regio, che però si propone tutto ciò alle Signorie Vostre, acciò diano il Lor Parere, e Letta detta proposizione da me sottoscritto Cancelliere, e da detti Cittadini Congregati intesa, da tutti unanimiter, et pari voro, et nemine discrepante fu risposto che per quiete Commune si facesse detto Istrumento con le Sudette condizioni ed altri concernenti alla detta materia, rimettendosi detta Università alli Signori Sindaci ed officiali che interverranno in detta Stipulazione d'istrumento, et sic fuit conclusum | | D. Domenico Suriano Sindico Leoluca Pappalo Sindico Praesens copia extracta est a suo proprio originali existente in Libro Parlamentorum Civitatis praedictae, qui penes me conservatur, cum quo facta collazione bene concordat, meliori semper salvo | | Licet manu aliena | | et in fidem | | Dominicus Donne Cancillarius Civitatis Montisleonis | | Copiai | PARLAMENTO DELL'UNIVERSITÀ DI STEFANACONI Die 22 Junii 1704, Stefanaconi, precedente bando Publico da Lonardo di Mayo ordinario Servente di cotesta Università per tutti li Luoghi soliti, e consueti della medesima per tre giorni continui, e finalmente congregati a parlamento la maggior parte dei Cittadini in publica Piazza, dove si sogliono fare gl'altri Parlamenti alla presenza del Magnifico Rovito Jeraci capitanio, Antonio Santullo Sindaco, ed Antonio Carnevale Eletto, qualmente ritrovandosi vertente una lite civile tra la Terra di Stefanacone et la Città di Monteleone in virtù di Provisioni Spedite dalla Regia Camera, dalli quali | |. E perché detta Università di Stefanacone in virtù di dette Provisioni tiene la facoltà d'esiggere la Buonatenenza delli particolari della Città di Monteleone che possedono beni stabili in detto Territorio di Stefanacone, e per detta causa la Città

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