Liberamente Maggio 2017

 

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Liberamente IV uscita

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Liberamente IV uscita, Maggio 2017 IN QUESTO NUMERO... 2/5 degli studenti favorevoli alla pena di morte Fin dai tempi più antichi è stata usanza dell'uomo punire con la morte i crimini più gravi, o almeno così considerati. Con il passare del tempo, però, la vita umana ha assunto sempre più valore ed è iniziato un lungo percorso di limitazione e poi di abolizione della pena capitale che... ...continua a pag. 2 Il segreto della marijuana Ai giorni nostri la canapa è conosciuta principalmente per la produzione di marijuana, ottenuta dall’essicazione dei fiori, o di hashish, ottenuto dalla resina della pianta. Tuttavia, vi sono due diverse specie di canapa: la prima... ...continua a pag.5 Il coraggio dei Sioux L'inquilino della Casa Bianca Donald Trump ha tramutato in azione il suo pensiero, noncurante del riscaldamento globale (ne ha infatti più volte negato l'esistenza stessa) e delle risorse rinnovabili... ...continua a pag. 9 Editoriale Che ansia! di Valerio Lorenzo Cancian Gli studenti quindicenni italiani sono tra i più ansiosi e stressati del mondo, solo i cinesi, i colombiani e i tunisini sono messi peggio. Lo rivela uno studio sul benessere dei quindicenni pubblicato dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), basato sulle risposte date nel test Pisa. Il 70% degli studenti prova molta, eccessiva, preoccupazione in vista di un compito in classe o di un’interrogazione anche se ha studiato e si considera preparato; la percentuale OCSE degli insicuri è del 56%, decisamente più bassa. La motivazione? L’85% ha paura di prendere un’insufficienza (contro il 66% della tmroepdpiao) ceomilpl6ic6a%to. èÈ teemrroerriszoza, tionodltraell,’idcehae gdlii sutnudceonmti ppitioù stressati e ansiosi siano quelli che studiano più di 50 ore a settimana tra casa e scuola, nonostante il senso di competitività degli studenti italiani sia al 55% (contro il 93% degli statunitensi, per esempio). Invece pare molto rilevante nel benessere di un quindicenne il ruolo dei propri genitori e dei propri insegnanti: il 96% ha affermato che mamma e papà sono interessati alle loro attività scolastiche (media OCSE al 93%) e pare che l’ansia scenda del 1 7% se i temuti professori aiutino in prima persona i propri studenti nell’apprendimento rendendosi più attenti alla loro relazione con gli allievi e più disponibili nei momenti di difficoltà. Su una scala da 0 a 1 0 che misura il grado di soddisfazione per la propria esistenza, gli studenti italiani hanno riportato un livello di 6,9 contro il 7,3 della media mondiale. Un dato che nel complesso non desta grandi preoccupazioni ma, osservato da più vicino, rivela che 1 studente su 7 si dichiara totalmente insoddisfatto. Complice anche il fatto che solamente il 69% dei ragazzi immigrati di prima generazione si dice d’accordo con l’affermazione “Mi sembra di piacere agli altri studenti” (la media OCSE è 79%). Ora, dati alla mano, è bene rifletterci sopra. Tutti. LIBERAMENTE - Giornalino periodico studentesco del L.S.S. Galileo Ferraris DIREZIONE: Alessandro Reinieri, Valerio Lorenzo Cancian IMPAGINAZIONE: Sara Pisoni COLLABORAZIONE GRAFICA: Sofia Sodero Manda il tuo articolo o la tua vignetta a: liberamentegalfer@gmail.com liberamente_galfer liberamentegalfer

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DATA JOURNALISM Due studenti su cinque favorevoli alla pena di morte di Gregorio Tibone 3^B di Valerio Lorenzo Cancian 3^B QUI, MONDO Fin dai tempi più antichi è stata usanza dell'uomo punire con la morte i crimini più gravi, o almeno così considerati. Con il passare del tempo, però, la vita umana ha assunto sempre più valore ed è iniziato un lungo percorso di limitazione e poi di abolizione della pena capitale che, in alcuni stati, non si è ancora concluso. I primi a limitare le pene capitali furono alcuni imperatori cinesi e l'imperatore Tito. Il primo stato al mondo ad abolire la pena di morte è stato il granducato di Toscana nel 1 786 grazie al granduca Pietro Leopoldo, fortemente influenzato dalle idee di Cesare Beccaria. La maggior parte degli stati europei ha invece QUI, GALFER Circa un anno e mezzo fa Skuola.net ha sottoposto a 2000 studenti un sondaggio sulla pena di morte; fecero scalpore i risultati: uno studente su due si era schierato a favore della pena capitale, lasciando increduli tanto i professori di diritto quanto quelli di filosofia. Un mese fa anche il Liberamente ha proposto a tutti gli studenti del Galfer un’indagine simile. Tra i 341 partecipanti il 59,62% del biennio e il 54,39% del triennio reputano la pena di morte inaccettabile in qualunque caso; perché? Quasi 1 su 2 afferma che violerebbe il diritto fondamentale alla vita. A seguire ci sono coloro che invece sostengono che, in caso contrario, lo Stato si porrebbe escluso definitivamente dal codice penale la pena di morte nella seconda metà del Novecento, nonostante fosse ormai limitata ai casi straordinari. Ad oggi solo i due terzi degli stati mondiali hanno abolito de facto la pena di morte, condanna che continua ad essere applicata addirittura per reati comuni in oltre 50 stati. Nel corso della Storia le religioni hanno fortemente influenzato i vari stati e regni in proposito a questa pena. Ne è stato un esempio la Chiesa Cattolica che attualmente si schiera apertamente contro la pena capitale, dichiarando nel proprio catechismo che le condanne devono avere funzione correttiva. Gran parte sullo stesso piano dei criminali e anzi, secondo altri, il singolo cittadino potrebbe pretendere lo stesso diritto dello Stato: uccidere. Rassicuranti, invece, le percentuali degli studenti a favore della pena di morte: lo 0,96% del biennio e il 3,77% del triennio. Tra le motivazioni di questa scelta spicca l’idea secondo la quale sarebbe un utile strumento per ridurre il numero dei crimini gravi e, in più, consentirebbe allo Stato di utilizzare in altro modo i soldi destinati al mantenimento di coloro che hanno commesso crimini gravi. Hanno destato più scalpore le percentuali dei galferini che considerano corretta e accettabile la pena capitale solo in dei leader bhuddisti si è schierata contro questa pena, nonostante fosse una volta considerata parte del karma. Nei testi sacri ebrei è invece considerata attuabile, ma con restrizioni tali da renderne impossibile l'applicazione. L’Islam la riconosce come strumento utile alla difesa della società, senza però eccedere nell'uso, mentre nell'Induismo è permesso solo per gravi colpe in quanto rende possibile la purificazione dell'anima del colpevole. Insomma, tra codici penali, religioni e usanze, la pena di morte rimane ancora una condanna “normalmente” usata in parecchie nazioni, nazioni ancora lontane da un futuro con più diritti per tutti. alcuni casi: il 39,42% del biennio contro il 41 ,84% del triennio, con la motivazione che così agendo, si libererebbe la società da individui pericolosi. Tra le categorie di “possibili condannati a morte” risultano infatti i terroristi (85,00% e 79,79%), seguiti dai trafficanti di esseri umani, gli assassini e gli stupratori. Insomma, i risultati finali non sono così confortanti: 2 studenti del biennio su 5 non escludono una realtà con la pena di morte mentre nel triennio la relazione sale a 2,3 studenti su 5. Vi aspettavate che i ragazzi di terza, quarta e quinta presentassero una maggior inclinazione verso la pena di morte rispetto a quelli di prima e seconda? 2 Liberamente IV uscita, Maggio 2017

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Cosa ne pensi della pena di morte? BIENNIO TRIENNIO I Galferini sono più buoni? a cura del Prof. Francesco Scalambrino, docente di Storia e Filosofia Secondo alcuni recenti sondaggi svolti in Europa, la pena di morte ottiene un consenso molto alto in Turchia (92%) e nell’Europa dell’Est (tra 60% e 70% nei Paesi Baltici, 91 % in Romania). Per i Paesi dell’Ovest il minimo dei consensi si raggiunge in Scandinavia (1 6% in Norvegia), seguono Italia (31 %), Germania (35%) Regno Unito (48%). Chiude La Francia con il 50%, dato su cui presumibilmente hanno influito i recenti attacchi terroristici (ma quale effetto deterrente può avere la pena di morte per un “kamikaze”?) Come segnalato dagli encomiabili responsabili di Liberamente, i dati complessivi del sondaggio “galferino” "non sono così confortanti ", ma comunque più consolanti dei dati nazionali emersi da altri sondaggi. Più significativa mi sembra la differenza tra i risultati del Biennio e quelli del Triennio. Può destare scalpore la percentuale di coloro che “considerano corretta e accettabile la pena capitale solo in alcuni casi” (il 39,42% del Biennio contro il 41 ,84% del Triennio), ma più sorprendente mi sembra la decisa distanza tra coloro che la ritengono comunque inaccettabile (il 59,62% contro il 54,39%). Certo, i numeri limitati e la diffe- renza dei dati assoluti (1 04 risposte contro 21 7 al Biennio, 239 contro 1 02 nel Triennio) rende audace qualsiasi tentativo di “dimostrazione” o anche soltanto di “argomentazione scientifica”, mi sembra però possibile avanzare almeno due ipotesi: a) i “più giovani” hanno più timore dei “più vecchi” a esporsi e, quando lo fanno, sono indotti a esprimere l’opinione che suppongono i “grandi” (leggi “le professoresse” o “i professori”!) si aspettino da loro; 2) i “più giovani” sono più vicini alla “naturale” bontà degli esseri umani (la stessa convinzione che porta ad affermare “i bambini non sono razzisti”), ma la graduale immersione in una “società corrotta” conduce gradualmente a frenare la propria “ingenuità” a favore di una visione più “pessimistica” delle cose. Quale delle due ipotesi (potrebbero però essere anche complementari) è più utile per comprendere le risposte dei “galferini”? Difficile dirlo, anche per l’esiguo numero di risposte relative alla domanda “Perché” (sei favorevole alla pena di morte): 1 per il Biennio, 9 per il Triennio! È indubbio però che i risultati non possono essere accettati senza porsi qualche domanda sull’efficacia del ruolo svolto dalla scuola (anche la “nostra” scuola) e in generale dalle istituzioni nazionali e sovranazionali. Ben venga dunque la dichiarazione rilasciata in occasione della giornata mondiale contro la pena di morte (1 0 ottobre) dall'Alta rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, a nome dell'Unione europea, e dal Segretario generale del Consiglio d'Europa Thorbjørn Jagland. In essa tra l’altro si legge: “Oggi [ ] il Consiglio d'Europa e l'Unione europea ribadiscono la loro ferma ed inequivocabile opposizione alla pena di morte, sempre e comunque. La pena di morte è incompatibile con la dignità umana. Essa è un atto disumano e degradante, non ha alcun effetto deterrente significativo accertato e comporta che gli errori giudiziari diventino irreversibili e fatali. [ ] Il Consiglio d'Europa e l'Unione europea esortano vivamente i leader politici di tutti i paesi europei a garantire il rispetto degli obblighi giuridici e politici derivanti dall'adesione al Consiglio d'Europa e all'Unione europea.” Credo che l’esortazione vada estesa a chiunque si occupi dell’educazione dei giovani. PROSSIMO SONDAGGIO Sei uno studente del triennio? Partecipa anche tu all'ultimo sondaggio del Liberamente intitolato "Nova Maturitas", incentrato sulla nuova struttura dell'Esame di Maturità che, salvo imprevisti, entrerà in vigore dal 201 9. Scarica il link dalla circolare pubblicata nella bacheca del registro elettronico. Liberamente IV uscita, Maggio 2017 3

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GIORNATA DELLA SCIENZA 2017 Trasmettere passione e Scienza: possibile di Valerio Lorenzo Cancian 3^B Anche quest’anno il Galfer ha organizzato la Giornata della Scienza, evento giunto alla quarta edizione, ormai appuntamento fisso e simbolo distintivo del nostro Istituto. Come nelle scorse edizioni, al mattino ogni classe ha assistito alle presentazioni di alcuni dei ventisei (più uno fuori concorso) progetti preparati dagli studenti e ha partecipato ad una delle tre conferenze a sfondo scientifico tenutesi nella sala conferenze dell’Unione Industriale. Sono passati ormai cinque anni dall’ideazione della Giornata della Scienza, nata grazie alla professoressa di Scienze naturali Annalisa Gratteri e al professore di Matematica e Fisica Andrea Doveri, docenti desiderosi di dimostrare che gli studenti siano capaci non solo di studiare ciò che viene proposto dai propri insegnanti ma anche di creare progetti scientifici a partire dalle loro curiosità e passioni. – Stare a scuola significa anche creare, mettersi in gioco e progettare qualcosa insieme ai propri compagni - ha affermato la professoressa Gratteri soddisfatta dell’edizione di quest’anno. Insomma, nasce un po’ come una scommessa, ma fin da subito si è rivelata un bel colpo, sia per gli studenti del liceo che per il liceo stesso. Nel pomeriggio, infatti, l’Istituto ha aperto le porte alla cittadinanza: a genitori e nonni di alcuni di noi galferini, ma anche a molte persone comuni mosse principalmente dalla curiosità. Numerose le fami- glie di nuovi iscritti al Galfer, sempre più convinte e fiere, si spera, della scelta fatta qualche mese fa. Tutti sono rimasti colpiti dal livello di preparazione dei ragazzi in concorso e dalla loro passione per ciò che spiegavano. La Giornata della Scienza, dunque, reca un doppio vantaggio: in primo luogo stimola gli studenti a pensare, a chiedersi il perché di certi fenomeni e a trovare una risposta ma, allo stesso tempo, la giornata in sé è una buona pubblicità per il Galfer, liceo che ancora una volta mostra la propria modernità all’interno della tradizionalità che lo caratterizza e distingue da sempre. - La Giornata della Scienza valorizza l’aspetto scientifico del liceo - ha detto il professor Selvaduray, docente di Matematica e Fisica attivo nell’ambito della ricerca – è questo secondo me il livello più alto cui i ragazzi devono tendere. Ma, più in generale, come può essere considerata la Scienza? – La Scienza - ha continuato il professore – è come una sfera il cui raggio aumenta nel tempo: anche se Einstein e Newton hanno fatto delle cose straordinarie, ce ne sono altrettante che non hanno fatto e che devono ancora essere scoperte. È questa la sfida lanciata ai giovani. Nel pomeriggio ha stupito (soprattutto me, ndr) la presenza di alcune classi di scuole torinesi, in particolare di una quarta elementare. – Oggi ho portato i miei alunni qui per far vedere loro una scuola “da grandi” in cui sono gli studenti a tenere le lezioni, almeno per un giorno - ha spiegato la maestra – Gli studenti sono stati dei bravi maestri perché, nonostante i progetti più complessi e articolati, hanno parlato con parole semplici rendendo tutti entusiasti di questa esperienza. In breve, un altro successo anche quest’anno, anno in cui per la prima volta il Galfer è stato rappresentato a Milano a “I Giovani e le Scienze”, evento nazionale organizzato dalla Fast, la Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche, da due studenti del liceo, Federico Gambedotti e Lorenzo Ugoccioni, con il progetto iBreathe, presentato in una delle scorse edizioni della Giornata della Scienza. Anche lì hanno stupito e sono riusciti a guadagnarsi un posto per le Olimpiadi della Sostenibilità che si terranno a settembre ad Amsterdam. Ma per finire, che cosa significa “Scienza”? Ce lo ha detto la professoressa Gratteri: - Scienza è un’abitudine mentale a ragionare in una maniera rigorosa senza sganciarsi dai fatti; la Scienza è anche interpretazione generale del mondo, ad esempio l’uso ragionato delle notizie che compaiono sul web. E tu, hai già qualche idea per la prossima edizione? 4 Liberamente IV uscita, Maggio 2017

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SCIENZA Il segreto della marijuana di Federica Di Monaco 5^B Ai giorni nostri la canapa è conosciuta principalmente per la produzione di marijuana, ottenuta dall’essicazione dei fiori, o di hashish, ottenuto dalla resina della pianta. Tuttavia, vi sono due diverse specie di canapa: la prima, chiamata “indica”, dalla quale si ottengono le sostanze sopra citate e la seconda, chiamata “sativa”, usata in diversi ambiti, dall’industria tessile a quella automobilistica. A partire dalla metà del ‘900, la coltivazione della canapa è stata resa illegale prima dall’America e poi, a seguire, in molti Paesi del mondo, senza distinzione tra una specie e l’altra, ma perché? Fino agli anni Trenta e in particolare durante la seconda guerra mondiale la canapa era largamente utilizzata per le sue proprietà farmacologiche contro la nausea, il vomito la sindrome da deperimento, per la produzione di cosmetici, di carta, di fibre tessili (corde, abbigliamento, vele per le navi), di fibre plastiche, ma anche di concimi naturali e prodotti alimentari (farina, olio, latte). Lo studio più sorprendente su questa pianta è stato condotto da Henry Ford negli anni trenta, il quale ha scoperto il possibile utilizzo dell’olio estratto dalla cannabis per alcuni tipi di motore delle automobili. Egli creò così la Hemp Body Car, un’industria che produceva auto realizzate principalmente dal materiale plastico ottenuto dai semi di canapa, che risultava più leggero e resistente del metallo, e alimentate da etanolo di canapa. L’obiettivo di Ford era quello di unire l’industria automobilistica all’agricoltura, di rendere le auto più resistenti e quindi sicure e infine di sostituire il metallo che durante la guerra scarseggiava. La sua sfortuna, però, fu quella di morire solo sei anni dopo la grande scoperta, lasciandola nell’arena di una dura lotta concorrenziale che porterà all’ agguerrita campagna proibizionista. Tale campagna fu fortemente voluta dai grandi magnati dell’industria, come Randolf Hearst, direttore di un’industria cartiera che dopo aver comprato numerosi ettari di terreno comprese la pericolosità di questo nuovo prodotto poco costoso, o come Lammot Dupont che aveva brevettato alcune fibre sintetiche del petrolio tra cui il nylon. Le lotte e le avversioni portarono alla creazione del Marijuana Tax Act, in cui si vietava la coltivazione di qualsiasi tipo di canapa, anche se a scopi medici. La legge venne emanata dal direttore dell’ufficio narcotici Harry Anslinger, il quale cercò di convincere l’opinione pubblica della pericolosità del prodotto, dandogli prima di tutto il nome messicano di “marijuana”, al tempo Stato nemico degli Stati Uniti, e poi accusando la sostanza di essere “assassina della gioventù” e di spingere gli uomini ad ammazzare anche i propri famigliari o di indurre le donne bianche ad andare a letto con gli uomini neri. Nonostante alcuni personaggi, come Fiorello La Guardia, si fossero scagliati contro la falsa informazione sostenuta dal direttore della narcotici, il proibizionismo fu feroce, tanto che l’utilizzo industriale della canapa venne fermato, ma non il mercato nero che si generò per la compravendita delle sostanze stupefacenti. Oggi la canapa è stata riscoperta e oltre alle numerose ricerche che si stanno svolgendo in campo medico per capire se può essere utilizzata per sconfiggere gravi malattie come il cancro, magari sarà possibile portare a compimento anche il sogno di Ford. Liberamente IV uscita, Maggio 2017 5

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ARTE Vandalismo dell' arte di Sofia Sodero 4^I Il termine vandalisme fu utilizzato nel 1 794 da Henri Grégoire, vescovo di Blois, per descrivere la distruzione delle opere d’arte che seguì la Rivoluzione francese, anche se la sua origine risale al V secolo d.C., quando la popolazione germanica dei Vandali invase Roma e ne distrusse innumerevoli opere d’arte. Sabato 1 8 marzo, nel primo pomeriggio, un uomo di 63 anni identificato come Keith Gregory, armato di uno strumento appuntito, si è accanito sul noto quadro del pittore Thomas Gainsborough conservato alla National Gallery di Londra Mr. and Mrs. William Hallet, raffigurante i futuri coniugi William Hallett ed Elizabeth Stephens. Secondo alcuni testimoni, di cui uno ha riportato in un proprio post su Reddit l’accaduto, il vandalo si sarebbe servito di un cacciavite. Fortunatamente, sembra che i due graffi inflitti non abbiano raggiunto la tela, ma ne abbiano scalfito soltanto la superficie dipinta. L’uomo è stato successivamente trattenuto dalla Metropolitan Police con l’accusa di vandalismo. Questo, però, non si è trattato del primo né certamente dell’ultimo caso di un attacco ingiustificato ad un’opera d’arte; basti pensare al 21 maggio 1 972, quando Lazlo Toth, un geologo australiano, colpì ripetutamente la Pietà di Michelangelo con un martello al grido di “Sono Gesù Cristo, risorto dalla morte”. In seguito all’attacco, la Vergine riportò i dan- ni più ingenti: perse un totale di cinquanta frammenti, mentre il naso, le palpebre, e un gomito furono martoriati da quindici colpi spietati; il braccio sinistro addirittura si staccò dal gruppo scultoreo. Il dolore dell’allora papa, Paolo VI, si tradusse nelle sue parole: “Il fumo di Satana è entrato nelle sale dei sacri palazzi”. Dopo la conclusione dei lavori di restauro, fu necessaria l’installazione di un pannello di vetro antiproiettile per proteggere la scultura. Il celebre dipinto La ronda di notte (De Nachtwatch) dell’artista olandese Rembrandt van Rijn - meglio noto soltanto come Rembrandt - è stato soggetto a tre diversi atti di vandalismo: il 3 gennaio 1 911 , un uomo ne incise la tela con un coltello da ciabattino; il 1 4 settembre 1 975, un insegnante disoccupato sfregiò nuovamente l’opera in una serie di tagli a zig-zag: furono necessari oltre quattro anni di lavoro da parte dei restauratori prima che essa potesse essere nuovamente esposta al Rijksmuseum di Amsterdam. L’ultimo attacco fu perpetrato nel 1 990 da un uomo che vi spruzzò dell’acido; tuttavia, grazie all’intervento tempestivo di alcune guardie del museo, che lo lavarono via con dell’acqua, l’agente corrosivo corruppe soltanto i primi strati di vernice protettiva, consentendo il completo restauro del dipinto. Questi solo alcuni degli episodi di violenza ai danni di opere d’arte che si ricordano, ma le motivazioni che giacciono dietro a molti di essi restano ancora un mistero. Cosa porta ad arrecare un danno potenzialmente irreparabile al frutto della passione di un artista, nel cui lavoro si riflettono le sue emozioni, i suoi ideali, la sua stessa vita? Alcuni attacchi sembrerebbero giustificati dallo sdegno, come quello che vide come sfondo una National Gallery che non ha mai smesso di essere teatro di atti di vandalismo: nel 1 91 4, una suffragetta inglese, in segno di protesta, si introdusse nella sala 30 della galleria e, brandendo un’accetta contro la Venere Rokeby di Diego Velásquez, tagliò la tela in più punti. In altri casi, invece, le violenze paiono non essere altro che il mero frutto della follia umana, accompagnata da una rabbia latente che in qualche modo deve essere sfogata, lasciando il mondo sconvolto dalla propria ferocia. La ronda di notte (De Nachwacht),Rembrant, Rijksmuseum, Amsterdam 6 Liberamente IV uscita, Maggio 2017

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ARTE Due Millenni di donne di Sara Pisoni 3^M Ogni popolo, nel corso della storia, ha definito la bellezza secondo i canoni della propria cultura e ha sempre avuto la pretesa di fissare un criterio di bellezza riconosciuto a livello universale, ma questo è sempre mutato, inevitabilmente, nel cambiare dei tempi. Fin dagli inizi della civiltà, l’ideale di bellezza è stato associato a quello di fertilità, come si evince dalla Venere di Willendorf, una piccola statua calcarea risalente al Paleolitico superiore che è considerata una delle prime raffigurazioni femminili. In questa statuetta le braccia e la testa sono appena accennati, mentre sono accentuati il seno prosperoso e i fianchi morbidi, segno della prolificità femminile. È solo con la civiltà greca che si affermano i primi veri e propri canoni estetici. Il fisico della donna è morbido e formoso e con i fianchi larghi. Per la civiltà ellenica la bellezza è rappresentata dalla misura, dalla proporzione e dalla grazia; un fisico è bello quando c’è armonia ed equilibrio tra tutte le sue parti e tra ciascuna di esse e la figura per intero. La Venere di Milo, scolpita da Alessandro di Antiochia, incarna il perfetto ideale di bellezza femminile. Con fianchi e ventre morbido è considerata tutt’oggi una scultura che rappresenta la donna con grande sensualità. In epoca romana lo stereotipo femminile è basato su Giunone (la dea principale romana, moglie di Giove). La matrona non è solo abbondante nelle forme ma anche carica di trucco e gioielli; è vestita in modo sfarzoso, poiché deve rappresentare la ricchezza e la generosità del marito. La signora romana rappresenta al meglio l’epoca in cui vive, infatti durante l’impero Roma appariva opulenta e ricca. Un cambiamento drastico avviene con l’ avvento del Medioevo, durante il quale nel corpo della donna viene visto il peccato di Eva; la sensualità e pienezza delle forme vengono quindi sostituite da un fisico asciutto senza curve, l’unica parte del corpo pro-minente è il ventre, segno della maternità. La donna quindi viene raffigurata solamente come santa o come Madonna. In seguito all’austerità medievale, durante il 1 400, rinasce l’interesse per il corpo femminile che è oggetto di studio da artisti e letterati. I movimenti letterari che si sviluppano in questo secolo, come il Dolce Stil Novo, sviluppano la tematica amorosa e della donna angelicata, caratterizzata da lunghi capelli biondi, pelle candida (per sottolinearne la purezza e il candore) e occhi blu. Nell’arte si riscopre il corpo formoso, morbido e sensuale della donna. La sua rappresentazione si libera delle catene della religione, quindi i soggetti dei dipinti e delle culture non sono più Madonne o sante ma dee pagane, come la venere di Botticelli, o nobildonne. L’armoniosa bellezza del Rinascimento si enfatizza fino a sfociare nell’eccessività dell’epoca barocca, nella quale la pelle è candida, in segno della purezza della donna, le forme sono procaci e negli occhi vi è una punta di malizia. La donna ideale seicentesca non è vista come procreatrice ma come essere malizioso e civettuolo. L’opulenza delle forme del 1 600 viene abbandonata nel corso del 1 700, durante il qua- Liberamente IV uscita, Magiio 2017 7

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le il genere femminile si sottopone a strumenti di “tortura” chiamati corpetti, che consentono di diminuire la misura del girovita anche a costo di rompersi le costole. La parte superiore del fisico viene esaltata dalle profonde scollature mentre la parte infe-riore è coperta da gonne che hanno un diametro che arriva fino a 6 metri. Con l’avvento della corrente artistico-letteraria del Romanticismo nell’Ottocento, la donna ideale abbandona tutti gli sfarzi e il trucco (considerato caratteristico delle prostitute e delle attrici) per lasciare posto alla naturalezza e alla spontaneità del movimento e dello sguardo. Persiste l’uso del corpetto come arma di seduzione. Con la nascita del cinema e della fotografia, che influiscono pesantemente sulla moda, si diffonde la figura della femmefatale, una donna seducente, spregiudicata e aggressiva. Durante gli anni della guerra si perde l’ideale di bellezza e di eleganza femminile. Al suo termine, la figura della donna diventa longilinea, i capelli vengono tagliati per la prima volta corti, “alla maschietta” simboleggiando la ricerca della parità dei sessi. Viene scoperta l’abbronzatura femminile che non indicava più un ceto sociale basso ma uno stile di vita salutare dovuto anche all’avvicinamento delle donne all’attività fisica. Coco Chanel incita il genere femminile ad abbandonare l’ombrellino parasole e ad accorciare le gonne. Con il regime fascista si ritorna a una donna vista come procreatrice, infatti, con la pubblicità, difende le forme generose e combatte quelle mascoline tradizionali degli anni Venti. Con il 1 940 il clima è nuovamente teso a causa del conflitto mondiale che è alle porte. Durante la guerra nasce la figura della pinup, una donna formosa e disinibita. Al termine del conflitto le misure 90-60-90 definiscono la donna ideale, il cui corpo formoso simboleggia il benessere. Negli anni ’60 e ’70, invece, si diffonde nuovamente la “donna grissino”, incarnata da grandi dive come Audrey Hepburn: la figura femminile deve essere affusolata e le gambe iniziano a scoprirsi grazie all’invenzione della minigonna di Mary Quant. Un ultimo ritorno all’ideale della donna formosa si ha tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, durante i quali ritornano le misure 90-60-90. Con l’avvento del Nuovo Millennio si sviluppa l’equazione bellezza=magrezza. Come riferimento si hanno le modelle che, con un fisico magrissimo e senza forme, solcano le passerelle dell’alta moda. La nuova bellezza è tendente all’anoressia, fenomeno che si è diffuso rapidamente in questi ultimi anni. E così, mentre le donne diventano sempre meno sicure di se stesse e del loro corpo, le aziende che lavorano per “costruire” la loro bellezza diventano sempre più forti, ricche e potenti. SUDOKU di Sofia Sodero 4^I 8 Liberamente IV uscita, Maggio 2017

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ESTERO Il coraggio dei Sioux di Emma Romagnolo 3^B L'inquilino della Casa Bianca Donald Trump ha tramutato in azione il suo pensiero, noncurante del riscaldamento globale (ne ha infatti più volte negato l'esistenza stessa) e delle risorse rinnovabili, favorevole invece all'industria “pesante” dei combustibili fossili, attraverso la decisione di riprendere i lavori degli oleodotti Keystone XL e Dakota Access, entrambi molto contestati dagli ambientalisti e bloccati in precedenza da Obama. Del Dakota Access Pipeline, progettato per trasportare greggio dai giacimenti del North Dakota fino all'Illinois, manca un breve tratto che però, dovendo passare per la riserva dei Sioux di Standing Rock attraverso il letto del fiume Missouri, ha sollevato grandi preoccupazioni per l'inquinamento delle falde acquifere che deriverebbe da un possibile incidente, oltre che per la profanazione della sacralità di quei luoghi. Da quasi un anno gli indigeni e gli attivisti si battono strenuamente per far prevalere la loro volontà, ma già lo sgombero perpetrato dalle autorità statunitensi dell' accampamento di ecologisti nel North Dakota segna una dura battuta di arresto. A marzo i Sioux hanno animato una marcia diretta verso la Casa Bianca, imbracciando cartelloni e manifesti che riportavano frasi come “Water is life”; hanno indossato i tradizionali vestiti di pelle e i copricapi policromi con tanto di piume e hanno decorato il viso con tinture dai colori sgargianti. Gli indigeni non intendono arrestarsi di fronte a ciò che sentono come una violazione delle loro terre e come un'aggressione dei loro diritti, dinnanzi a un agguato teso alla natura e all'equilibrio degli elementi dell'universo che per la loro spiritualità è essenziale. Nel corso della Storia, i Sioux si sono dimostrati particolarmente tenaci: furono gli ultimi indigeni ad arrendersi ai bianchi e scaturì un sanguinoso conflitto quando il governo federale violò l'accordo secondo cui i Sioux avrebbero dovuto avere il possesso esclusivo delle Black Hills, luogo i cui si scoprirono giacimenti di oro. Per gli autoctoni le Black Hills erano sacre e intoccabili, ma la spedizione di Custer, mossa da vorace interesse, rimase abbagliata dal luccichio del prezioso metallo. Lo sciamano Toro Seduto fu assassinato e gli indigeni sopravvissuti furono confinati nelle riserve, decimati a causa delle atroci condizioni di vita imposte loro. Attualmente i Sioux pretendono quel legittimo rispetto per i loro territori che non hanno ricevuto in un passato traboccante di soprusi e prepotenze e gli ecologisti temono per il futuro del pianeta e quindi per la stessa sorte dell'uomo, quando è governato da persone interessate esclusivamente al progresso economico, così spregiudicato da non guardare in faccia nessuno. “Quando avranno inquinato l'ultimo fiume, abbattuto l'ultimo albero, preso l'ultimo bisonte, pescato l'ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche”, queste parole di Toro Seduto dovrebbero farci meditare sul concetto di progresso economico, che non sussiste in mancanza del rispetto per l'uomo e il suo ambiente. Il Dakota Access Pipeline attraversa quattro Stati, per un totale di quasi 1900 km Liberamente IV uscita, Maggio 2017 9

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QUI, GALFER Scambi scolastici che non ti aspetti di Lorenzo Ferlito 3^M di Franca Perazzone 3^M Quest’anno la nostra classe, la 3M, ha avuto la fortuna di partecipare ad uno scambio culturale con una scuola di Košice, la seconda città slovacca per numero di abitanti. L’organizzazione è stata a carico della professoressa Dobrilla (che ringraziamo a nome della classe per l’opportunità), che ci ha coinvolti con progetti interattivi su vari argomenti, tra cui approfondimenti riguardanti Torino. Dopo tanti preparativi su cui non spendiamo altre parole, gli studenti sono finalmente arrivati mercoledì 29 marzo: iniziava l’avventura! A prima vista i ragazzi sembravano molto timidi e riservati; quando ognuno è tornato a casa propria ha potuto conoscere il proprio ospite. L’occasione per rompere il ghiaccio è stata nella maggior parte dei casi la consegna di regali quali dolci (e liquori) tipici, dopodiché l’assenza di attività programmate ha dato la possibilità di chiacchierare, magari passeggiando per il quartiere o intrattenendosi a casa. Il primo vero giorno di scambio è stato giovedì, riempito con una visita ai monumenti barocchi del centro di Torino di discutibile qualità (indice d’ascolto medio del 5%), seguita da un giro a Superga con le prime foto di gruppo e il pranzo tutti insieme. Nel pomeriggio un’occhiata veloce al Museo del Cinema e poi tutti in piazza Vittorio per un aperitivo, ovviamente senza professori! Gli slovacchi ci avevano già sorpreso per espansività, ma venerdì sarebbe stato il nostro turno di fare lo stesso conducendo le attività. Il giorno seguente, infatti, si è svolto principalmente a scuola, dove abbiamo mostrato loro i laboratori della giornata della scienza, il museo della fisica e subito dopo pranzo qualche esperimento di chimica tra cui dei saggi alla fiamma non molto riusciti (abbiamo ottenuto tonalità andanti dall’arancione all’arancione). Nella pausa, alcuni di noi sono anche riusciti a organizzare una piccola sorpresa per uno dei ragazzi, che 10 Liberamente IV uscita, Maggio 2017 compiva gli anni; più tardi abbiamo seguito una visita guidata al Museo Egizio e la sera abbiamo preso una pizza e festeggiato tutti insieme, cogliendo l’occasione per far sentire un po’ in imbarazzo il festeggiato cantando “Tanti Auguri” in ben tre lingue diverse. Sabato abbiamo nuovamente girato per la città: la classe ha presentato il borgo medievale per tutta la mattina, poi camminata fino al monte dei Cappuccini e, infine, tempo libero in centro; la sera nuovamente insieme per una piccola festa a casa di una compagna (quello che succede da Billa resta da Billa). La mattina dopo (faticosa) sveglia presto per accompagnare i ragazzi a prendere il pullman per l’aeroporto, con saluti e discorsi di ringraziamento, e l’esperienza è terminata almeno fino a settembre! Cosa c’è di inaspettato in questo? Ci avevano parlato degli slovacchi come di persone serie e molto riservate; non avrebbero potuto sbagliare di più: fatte le dovute eccezioni si sono rivelati in alcuni casi espansivi quanto noi, ITALIANI. Si sono creati molti gruppi e fortunatamente nessuno è mai stato escluso, anche se alcune ragazze (c’erano praticamente solo femmine, per la gioia di qualcuno) tendevano ad isolarsi e a parlare slovacco. In più è stato utile per migliorare il nostro inglese perché, che ci crediate o no, abbiamo conversato più in questi tre giorni che in due settimane a Broadstairs. Questo articolo, quindi, ha lo scopo di convincervi a fare esperienze di questo tipo perché poche volte ci siamo divertiti così tanto!

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Le mine, armi silenti e letali di Paolo Sandrone Non se ne parla mai, né si comprende veramente la pericolosità delle mine: armi spaventosamente efficaci militarmente, ma con gravi ripercussioni in ogni altro campo. Quando si parla di armi disumane ed estremamente pericolose, vengono spesso in mente gli ordigni atomici. Tuttavia, paradossalmente, la cautela nell’utilizzo di tali armamenti è tale da renderli più una minaccia potenziale che attuale. Lo stesso non si può dire delle mine antiuomo e anticarro. In Italia, ogni anno, vengono rinvenuti e disinnescati circa 60.000 ordigni; tuttavia, restano centinaia di milioni di mine sparse in tutto il globo, che causano oltre 5.000 morti l’anno e gravi ripercussioni sulla sanità, l’economia ed i servizi di molti Paesi. Le mine inesplose sono come soldati irrazionali di una guerra che si è spenta: non fanno differenze tra donne, bambini o civili di sorta. Una volta innescate, compiono il loro dovere e basta. Impossibile anche disinnescarle tutte: per “sminare” il mondo, occorrerebbero dieci secoli. Come mai ne sono state prodotte e disseminate così tante? La risposta è semplice ed intuitiva: costano poco e sono efficaci. Forse troppo. I tedeschi, durante la seconda guerra mondiale, ricoprirono le coste della Danimarca con 2,2 milioni di mine, immaginando che lo sbarco degli Alleati avrebbe avuto luogo lì e non in Normandia. Anche il Vietnam fu ricoperto di mine e lo stesso avvenne in ogni conflitto bellico dell’ultimo secolo. L’unico denominatore comune, però, è l’eccesso. Un uso massiccio di un’arma sottovalutata. Un’arma che, oggi, rende inservibili per l’agricoltura e l’allevamento immensi spazi vuoti; impedisce a linee elettriche e ferroviarie di svilupparsi in maniera semplice; pesa sulle spalle della sanità locale, che si ritrova a dover fronteggiare emergenze di feriti da esplosione che assorbono il quadruplo delle risor- se rispetto ad un comune paziente, tra operazioni chirurgiche, trasfusioni, ricoveri, protesi e riabilitazioni. Per capire la gravità di queste armi e cosa possa significare averne a milioni sparse silenziosamente in tutto il mondo, occorre descrivere esplicitamente i danni che causano i diversi tipi di mina antiuomo, riconducibili a tre gruppi generali (se siete facilmente impressionabili, smettete di leggere ora): 1 . Le mine più piccole, di diametro inferiore ai 1 0 cm, vengono azionate a pressione e, nell’esplosione, amputano il piede o la gamba della vittima, lasciando sostanzialmente integro il resto del corpo. Errori di posizionamento della mina o fortuite posizioni della vittima possono portare a danni minori, seppur permanenti. 2. Mine di carica maggiore e dimensioni inferiori ai 1 5 cm restano simili alle prime per l’innesco, ma l’esplosione – in media l’onda d’urto è di 6.800 m/s – polverizza la parte inferiore della gamba, lasciando sporgere una porzione della tibia. I muscoli della gamba vengono staccati dall’osso e spinti verso l’alto, mentre l’altra gamba, le natiche ed i genitali subiscono lesioni gravi, in genere ferite multiple o fratture esposte. Meno comunemente, si perde anche la seconda gamba o si rilevano ferite all’addome. 3. Le mine a frammentazione, spesso, hanno un meccanismo d’innesco a filo, la cui tensione dovuta al passaggio maldestro della vittima provoca una detonazione ritardata perché preceduta dal salto, per mezzo di una molla, della mina stessa. Raggiunta un’altezza tra i 50 cm ed il metro, la mina esplode rilasciando circa 2.000 schegge metalliche su 360°. Sono mine letali, uccidono nel raggio di 25 m e feriscono entro i 200 m. Leggermente diverse, ad esempio, le americane Claymore, mine direzionali che lanciano in un angolo di 45° circa 600 sferette di metallo e possono essere azionate anche da comandi a distanza o da sensori di prossimità. Tutte le mine, ovviamente, accompagnano ai danni descritti quelli dovuti alla proiezione verso l’alto di elementi del terreno come sassi e polvere. L’esplosione, inoltre, produce un suono ben al di sopra del limite di sopportazione dell’orecchio umano e, con l’onda d’urto, porta ad encefalopatia traumatica. La vittima si ritrova, così, in forte stato di shock. In ogni caso, le ferite aperte da una mina sono vaste, sanguinose, sensibili e rapide a far strada alla cancrena. Le cure mediche comportano spesso amputazioni totali degli arti. Le conseguenze psicologiche, dopo la guarigione, sono indicibili: dolori e sensazioni fantasma (spesso nelle dita dell’arto perso), dolori al moncone, senso d’inadeguatezza, depressione Sebbene qualcuno possa obiettare che certe cose non andrebbero raccontate in un giornalino scolastico, vorrei oppormi dicendo che nel ’45 furono mandati dei minorenni a sminare le coste danesi, che ogni venti minuti qualcuno salta su una mina perché non sa a cosa deve stare attento, che ogni anno un terzo delle vittime sono bambini, che giocano con mine di piccole dimensioni prima di innescarle accidentalmente. Non c’è posto più adatto che la scuola, per descrivere quali orrori possano comportare le armi che l’uomo dissemina indistintamente nel terreno senza pensare che rimarranno una minaccia permanente. Fortunatamente, 1 38 Paesi compresa l’Italia hanno firmato il trattato di Ottawa, nel 1 997, definendo le mine “armi inumane” ed imponendone lo stop della produzione, lo smaltimento dei propri fornimenti e la bonifica dei propri confini minati. La speranza è di poter tornare ad essere liberi, in tutto il mondo, di camminare a testa alta – con il rischio, al massimo, di scivolare su una buccia di banana. Liberamente IV uscita, Maggio 2017 11

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ENERGIA E NATURA La bioraffineria in Italia di Chiara Peiretti 2^B Il progetto Green Refinery di Eni a Porto Marghera (Ve) permette di avere in Italia la prima bioraffineria, nata dalla conversione di una raffineria tradizionale in una in grado di trasformare materie prime di origine biologica in diversi tipi di biocarburanti di alta qualità. Tutto ciò garantisce dei vantaggi non solo a livello ambientale, ma anche economico in quanto viene riutilizzata una struttura già esistente. Questo biocarburante prodotto (Eni Diesel+), è composto per il 1 5% da una componente rinnovabile prodotta da oli vegetali, come l’olio di palma, il che comporta emissioni ridotte del 5% in raffineria e il 40% in meno di CO. I vantaggi del green diesel, rispetto ai diesel tradizionali, sono molteplici: -Totale compatibilità con il diesel fossile, rendendo così pienamente DAL MONDO compatibili i motori già attualmente sul mercato; -Idrorepellenza e assenza di ossigeno nel composto comporta l’assenza completa di ogni possibilità di contaminazione batterica quindi è quasi nulla la possibilità che si ostruiscano i filtri delle auto; -Migliori prestazioni anche a bassissime temperature, in confronto al diesel che ha difficoltà nel funzionamento a freddo; -È presente un’elevata quantità di una sostanza chiamata cetano, che migliora la fluidità del cambio di marcia, le partenze a freddo e la carburazione nei primi 1 5 minuti di viaggio (quelli durante i quali il diesel ha tradizionalmente minori prestazioni); -La presenza del cetano provoca anche un elevato potere calorifico e di conseguenza migliori prestazioni del motore e minor consumo di carburante. Secondo le prime stime conseguite da Eni, la riduzione dei consumi è in grado di pagare circa metà del sovrapprezzo con cui il nuovo bio- carburante è sul mercato (circa 1 0 centesimi in più rispetto al diesel tradizionale). La parte restante è compensata dalla durata del motore, dagli effetti “keep cleaning” e “cleaning up”, riguardo i filtri del motore, maggior silenziosità (fino a 2 decibel) e tutto quello che il green diesel significa a livello di impatto ambientale. Per un futuro molto prossimo, l’azienda sta mettendo a punto un miglioramento degli impianti che permetta di trattare biomasse, come scarti agricoli e oli esausti, come quelli che produciamo in cucina con le fritture. Al giorno d’oggi si sentono spesso servizi, articoli sull’inquinamento ambientale, sulle condizioni climatiche che stanno peggiorando e questioni su come ridurre ulteriormente lo smog presente nelle grandi metropoli: quando questo biodiesel prenderà piede in tutta Italia e, si spera, successivamente, nel mondo, sarà una delle principali risposte su come poter “salvare la Natura”. Chotto Matte! di Chiara Peiretti 2^B Molte sono le persone che decidono di suicidarsi, nel corso di un anno o anche solo un mese, per vari motivi - principalmente a causa dei debiti e del lavoro. E se la Vita decidesse di darti una seconda chance? A questo ci pensa Yukio Shige, meglio conosciuto nel suo Paese come “Chotto Matte”, che significa “aspetta”, un poliziotto giapponese settantenne ormai in pensione che vive in Tojinbo, a pochi passi da un’alta scogliera, che ha deciso il suo nuovo mestiere dopo il tragico suicidio di un suo caro amico. Negli ultimi 11 anni è riuscito a salvare più di 500 persone dall’atto di non ritorno e pensa di poterne soccorrere altre solamente concentrandosi su di loro: «Ognuno di essi non desidera altro che essere salvato» spiega, «è indispensabile restare concentrati sulla persona e cercare di andare incontro al problema che lo affligge». Nel corso di questi anni ha anche creato un gruppo insieme ad altri due volontari, chiamati dalla popolazione “gli angeli della scogliera”, in cui ci si attrezza di tanta pazienza e di un binocolo, non lasciando mai la scogliera non pattugliata e aiutano coloro che salvano a rimettersi in piedi e a ricostruirsi una vita: «Se sono senza lavoro li porto in un’agenzia di collocamento, se sono in debito li porto da un assistente legale e se sono senza casa li porto con me». 12 Liberamente IV uscita, Maggio 2017

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VITA DA STUDENTE Che compito non vi separi! di Xhomela Sollaku 3^B Nella nostra vita da studenti abbiamo conosciuto tanti tipi di persone, ma nessuno ci segna più del nostro compagno di banco. Con il compagno di banco non solo si scopiazzano i compiti e si suggerisce alle interrogazioni, ma si condividono pensieri ed emozioni, ci si consola e ci si fa coraggio nei momenti in cui ce n'è più bisogno. All'interno di una classe possono nascere dei sentimenti come simpatia o antipatia, amicizia o ostilità, rivalità o competizione: collezionando ricordi belli e anche brutti, ma pur sempre indimenticabili. In alcuni casi, dal nostro compagno di 'viaggio' dipende la sufficienza al compito in classe, in altri persino la promozione. Scherzi a parte, resta il fatto che essere seduti accanto a qualcuno con cui proprio non si riesce a simpatizzare in nessun modo è davvero un bel problema. Ci sono diversi esemplari di compagni di banco che nel corso dell'avventura scolastica prima o poi sopporteremo per un pezzetto della nostra vita. Ve ne elenco alcuni: quello che dimentica sempre tutto a casa: l'astuccio, i libri, il quaderno e addirittura lo zaino. Poi c'è quello che non è un problema solo per il compagno di banco, ma anche per chi è seduto dietro o davanti: si stiracchia, si sposta e si alza in continuazione L'unica spiegazione possibile a tutta questa agitazione è che sia convinto di trovarsi nel bel mezzo di almeno una dozzina di gare sportive! Che dire, poi, di coloro che hanno provato ogni singolo giochetto da banco esistente (ormai si meritano una medaglia per aver combattuto e vinto così tante battaglie navali)? O quelli che da inizio anno hanno elaborato una strategia personale per copiare durante i compiti in tutta sicurezza che magari non avrà sempre dei buoni risultati, ma funziona. Un altro tipo di compagno di avventura che ci può capitare (se non ci è già capitato) è quello che dorme (sai che avventura!) oppure quello che per diversi inconvenienti si alza sempre con la luna storta, ma c'è anche chi si alza con un ritardo di 2 minuti e decide di saltare l'intera giornata scolastica. Naturalmente non può mancare l'invasore: il suo astuccio è dal tuo lato del banco, i suoi piedi sotto la tua sedia, il suo gomito sul tuo quaderno e si lamenta anche di avere poco spazio. Inoltre, in tutte le classi troviamo il cosiddetto elemento “ansiogeno”: per loro il compito in classe può essere somministrato da un momento all'altro e ogni giorno ci possono essere delle interrogazioni a sorpresa. Possiamo aggiungere, purtroppo, quello che puzza. Ce n’è uno in ogni classe: discriminarlo è una brutta cosa, prenderlo in giro anche peggio, ma stargli vicino è complicatissimo. Non possono mancare coloro che chiedono sempre al proprio compagno di banco chewing-gum, fazzoletti e soldi per le macchinette, continuando a promettere di sdebitarsi in futuro, oppure tutta quella schiera di studenti golosi che sgranocchiano in continuazione, sfamandosi durante le ore di lezione. Infine, non si può non citare il secchione (che va sempre scomparendo): è molto pericoloso rapportarsi con questo individuo in quanto la sua idea di giustizia coincide con quella degli insegnanti; peggiore di questo appena menzionato è il secchione egoista, cioè quello che ti rende partecipe del fatto che lui la risposta la sa, ma non te la vuole dire. Nei buoni e nei cattivi voti, comunque, l'unione tra compagni di banco rimarrà per sempre e il momento più triste sarà senza dubbio la separazione. GALFERINI A QUATTRO ZAMPE Ecco Argo, cucciolone di Francesco Fulfaro, sembra molto interessato al no­ stro giornalino! Mentre a destra vi presentiamo Chicco, il gattino di Xho­ mela Sollaku, una delle nostre giornaliste. Il gior­ nalismo ce l'ha proprio nel sangue! Anche al tuo animale domestico piace leggere il Liberamente? Mandaci una foto a liberamentegalfer@gmail.com e la vedrai pubblicata nel prossimo numero! Liberamente IV uscita, Maggio 2017 13

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SOCIETÀ Il moderno girone dei golosi di Noemi Lanfranco 3^O Benvenuti nell’era in cui si imbavaglia il grillo parlante, che ci ricorda le nostre lontane intenzioni di mantenerci leggeri agli occhi della bilancia e si alza il volume della voce dello stomaco. Siamo gli esseri viventi più contraddittori al mondo: seguiamo pagine su Facebook e guardiamo video su YouTube riguardanti diete ed esercizi fisici da mettere in atto rigorosamente in casa, ma non sappiamo resistere alla tentazione del cibo, che pare quasi diabolico. Probabilmente gli alieni, guardandoci da fuori, se ci dovessero disegnare, ritrarrebbero il nostro organo brontolone con due piccole braccia, il quale segue le indicazioni di un tutorial apposito per dimagrire e che accompagna tale visione con il trangugiamento di pasticcini e pop-corn. Così facendo commetteremmo un errore ancora più grave: non solo mangiare, ma anche svolgere un’altra attività in contemporanea. Infatti la giornalista Silvia Mangioni riporta nell’articolo “Mangiare davanti al computer fa male alla linea”, un’indagine dell’American Journal of Clinical Nutrition, secondo cui “chi mangia svolgendo altre attività è più propenso ad esagerare con le quantità”. Come darle torto? I pasti giornalieri dovrebbero essere una sorta di rito: sarebbe bene dedicarsi pienamente ad essi, con il corpo ma soprattutto con la mente, anche solo per assaporare del tutto ciò che si sta gustando e provare il piacere di sentire lo stomaco riempirsi. Un altro paradosso è che siamo nella continua ricerca del godimento, senza renderci conto che, quando poi lo possiamo ottenere, ci facciamo cogliere distratti. Il cibo ci piace, odiamo aprire i mobili della dispensa e trovarli vuoti e amiamo uscire dal supermercato con il carrello ricolmo di tentazioni. Diventa quasi una sorta di masochismo, poiché ci procuriamo infiniti mezzi per ingrassare le nostre pance e non solo. Assumiamo una droga. Può sembrare una definizione eccessiva, ma il nutrimento, specialmente quello ricco di grassi, è proprio questo: ci provoca una sensazione piacevole e non possiamo farne a meno; nel mentre però, se se ne abusa, si iniziano ad avere problemi di salute, le arterie si ostruiscono e il cuore si danneggia. “L’arte del nutrirsi” è diventata ormai un passatempo, quando ci si annoia e non si sa cosa fare della propria vita sopraggiunge l’idea, inviata direttamente dall’abitante del piano inferiore, di andare a curiosare tra i meandri della cucina. Non esistono più la colazione, il pranzo e la cena: le nostre ore giornaliere sono interamente occupate da merende abbondanti o diversamente scarse. Il cibo è un diavolo che non va mai in va- 14 Liberamente IV uscita, Maggio 2017 canza; mangiamo anche se non abbiamo fame, o meglio, probabilmente non sappiamo nemmeno più cosa voglia dire provare la sensazione di vuoto nello stomaco, escludendo quella causata dai costanti momenti di ansia e agitazione. Basta guardarsi intorno, a scuola, nell’istante in cui suona la campanella dell’intervallo, per notare la generale famelicità: è impressionante vedere questa gioventù, solitamente abbonata alla staticità che dona il divano, correre e calpestarsi per arrivare al banchetto dove Bruno, sant’uomo, si fa trovare pronto con i panini già in mano. E, dopo che il ragazzino porta a termine la sua impresa, consuma con una voracità disumana il suo bottino il più in fretta possibile, per paura che lo raggiungano i compagni e gli diminuiscano la quantità di calorie per cui ha speso i suoi soldi. Ed ecco quindi che questo demone ci rende anche egoisti, ci isola dal mondo e ci limita nel nostro organo soprannominato Brontolo. Siamo la generazione che rivendica tanto la propria indipendenza, lottando contro i genitori ed ogni tipo di adulto, per avere i propri spazi e riempirli con gli interessi, gli amici e gli hobby. Non ci rendiamo conto, però, che siamo dipendenti da innumerevoli cose e che l’unico ed effettivo spazio che non riusciamo mai a colmare è dentro di noi.

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RACCONTO - parte 4 Giochiamo? di Lorenza Maffei 3^H Giocavi a nascondino con le tue figlie, il giorno prima. Sono ancora così dolci e ingenue, vorresti poterle proteggere per sempre dalla consapevolezza della crudeltà. Il momento peggiore era quando toccava a te contare: ti giravi e loro non c’erano più, erano sotto quel tetto e lo sapevi, ma il solo pensiero di perderle ti lasciava in ansia. È a loro che pensi adesso, mentre nel buio aspetti, ti aggrappi a questa felicità e speri che non si riveli effimera. Aspetti che accada qualcosa, che qualcuno ti parli, che la morte sopraggiunga. Sei bloccato in questa stanza, ancora, ti senti stanco e vuoi tornare a casa a riabbracciare la tua famiglia. Quando la porta si apre, non sai se essere spaventato per la tua fine o eccitato per la tua liberazione. Una figura ordinaria attraversa la soglia: indossa una camicia a righe e degli occhiali neri, ha gli occhi di un padre e la mano di un marito. Doloroso pensare a chi ha tanto amore a disposizione e riesce solo a lacerare. «Finalmente soli, Giacomo. Avrai così tanto da chiedermi» dice innocentemente. T’incuriosisce sapere ma la malinconia ti ricorda che vuoi andar via. Eppure, non provi nemmeno a batterti, non ce la fai. «Chi sei?» Osi la domanda senza aspettarti risposta, ed è con stupore che conosci l’identità tanto odiata, il nome riecheggia nella tua testa. «Sono un semplice uomo, come te, come tutti, con una famiglia e infiniti sogni». «Io non uccido la gente». «Oh, neanche io, non mi piace sporcarmi le mani». Quanto può reggere una mente prima di impazzire? Richiude la porta e si siede a gambe incrociate davanti a te; per quanto strano possa sembrare, sei affascinato da quel personaggio, così particolare o, forse, banalmente umano. «Perché? Perché lo stai facendo?» «Davvero non ci arrivi?» Divertimento. «Divertimento, Giacomo, puro intrattenimento. Tutti abbiamo bisogno di distrarci ogni tanto, scaricarci dallo stress». Parla con calma impensabile, e nel mentre, con orrore, realizzi ciò che succederà. Lo hai visto in volto e sai il suo nome, come potrebbe lasciarti andare ora? Ti alzi e lui ti blocca, ti dice che è inutile, che presto finirà tutto; vorresti colpirlo, ma sai che non è solo e perderai, allora soddisfi un ultimo pensiero e continui le tue domande. «Con che criterio ci hai scelti?» «Siete, eravate, più simili di quanto credi: ho scelto voi per la vostra semplicità e gioia». «Con quale ci hai uccisi?» «Tu e Davide eravate i miei preferiti, non ne capiresti il motivo. Poi ho lasciato decidere a voi, sei stato tu ad ucciderlo». Lo ricordi che prega aiuto, mentre soffoca nel suo stesso sangue, colpito a sorpresa e ancora non sai come. Ricordi ciò che non gli dicesti, tu sapevi della partita decisiva e passivamente sì, lo hai ucciso. Niente rimorsi. Gli domandi se è solo, no, e dove sono gli altri, andati, caduti. «Cosa aspetti adesso?» gli domandi, non reggi più questa conversazione, angosciante e tristemente falsa. Ti risponde che oramai nulla è più una sua scelta e ti ripete che manca poco alla fine, che lui ha vinto: ha sentito l’eccitazione di un nuovo gioco e «anche tu vorrai provare la stessa pelle d’oca, la stessa sensazione, lo stesso potere». È un secondo instabile. La polizia entra, armata, ma anche lui lo è; e termina la sua vita, in un sorriso che ti pare amaro. Mentre ti accompagnano dalla tua famiglia rifletti: tutto ciò che ti è accaduto, ciò che hai visto e fatto, quanto inciderà sulla tua vita? quanto ti farai condizionare da ciò che ti disse? Pensi che fosse un pazzo, del genere peggiore. Perché vi sono diverse follie: la follia di chi ama e la follia di chi soffre, quella di chi prega e quella di chi attende. Ma la follia di chi si diverte è, tra tutte, la più pericolosa: è fuori controllo, sempre oltre, contagiosa. Le tue figlie ti corrono incontro, giovani e angeliche, le abbracci. Ti rilassi: hai un punto fisso nella tua realtà. Quando accarezzi la mano di tua moglie capisci che mai potrai cedere ad una follia che non comprenda l’amore. Questa storia è nata per banale svago, ma con un senso la concludi. È un desiderio umano, l’egoismo, la voglia di essere al meglio, di provare nuove emozioni, la libertà; è necessario pensare a ciò che di bello già si ha e farselo bastare, trovarlo perfetto. Hai riscoperto una nuova felicità. Negli incubi che ti perseguiteranno la cercherai e, guidato da essa, resisterai. Liberamente IV uscita, Maggio 2017 15

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