Il Giardino delle Anime, di Pasqualino Ferrante

 
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EDU Edizioni DrawUp www.edizionidrawup.it Collana Presagi

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Collana Presagi IL GIARDINO DELLE ANIME di Pasqualino Ferrante Proprietà letteraria riservata ©2017 Edizioni DrawUp Latina (LT) - Viale Le Corbusier, 421 Email: redazione@edizionidrawup.it Sito: www.edizionidrawup.it Progetto editoriale: Edizioni DrawUp Direttore editoriale: Alessandro Vizzino Immagine di copertina: Nicola Pugliese Elaborazione grafica: AGV per Edizioni DrawUp I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere utilizzata, riprodotta o diffusa, con qualsiasi mezzo, senza alcuna autorizzazione scritta. I nomi delle persone e le vicende narrate non hanno alcun riferimento con la realtà. ISBN 978-88-9369-060-7

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Pasqualino Ferrante IL GIARDINO DELLE ANIME

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Famiglia Amore Amicizia

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PROLOGO L’aria gelida del Nord le sferzò il viso con tutta la sua irruenza. L’inverno aveva portato un freddo critico, reso ancora più insostenibile dal vento tagliente, ospite abituale nel territorio settentrionale di Elmuren. Cassandra non si era fatta intimidire da un po’ di neve e qualche tempesta gelata. Aveva affrontato di peggio, fino ad allora, e il pensiero che non avrebbe più rivisto né sua figlia, né suo marito fece da schermo alle condizioni estreme. Ricordò le parole di Tom quando le aveva urlato contro, accusandola di egoismo e di preferire la sua natura all’amore per la famiglia. «Non m’importa di me, Cassie» aveva inveito, mentre lei s’imbacuccava per affrontare la tormenta, «ma pensa a tua figlia, Lya. Se non dovessi più tornare, che cosa potrò mai raccontarle? Che sua madre ha deciso di suicidarsi per un motivo sconosciuto?» Lei non aveva trovato le parole giuste da usare, per rispondere a quelle accuse, e una lacrima solitaria le era scivolata lungo il viso, rosso di tristezza e disperazione. A quel punto, Tom aveva deciso di rischiare tutto: si era lanciato contro di lei per afferrarla, con l’intento di costringerla a restare. Le era bastata la minima concentrazione e Tom era stato scaraventato indietro, finendo rovinosamente su un tavolino. Cassandra sapeva di averlo solo tramortito e che sarebbe stato bene. Scoppiando a piangere, era uscita, sbattendo la porta. Abbandonare Atlas aveva voluto dire lasciarsi definitivamente alle spalle quella vita e, mentre i lunghi capelli corvini le frustavano il viso, la strega smise di pensare, decidendo di rinunciare alla tanto agognata felicità. Aveva raggiunto la cima di una montagna completamente innevata, dove a valle si estendeva la vastità del regno di Verbelial: Nyu- 7

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IL GIARDINO DELLE ANIME __________________________________________________________________ ril. Le ritornò in mente la terribile Premonizione, in cui Verbelial radunava l’esercito di Urniani e partiva all’attacco, distruggendo tutto ciò che tentava di ostacolargli il cammino. Non avrebbe risparmiato nessuno; uomini, donne, bambini, malati e anziani, tutti sarebbero stati abbattuti dalla sua sete di potere e l’orda di avidi guerrieri si sarebbe lasciata alle spalle una scia di sangue indelebile. Era pienamente consapevole del fatto che c’era solo un motivo per cui quella Visione era arrivata a lei e a nessun altro Oracolo o Veggente del luogo. Questo l’aveva incoraggiata a prendere in mano la situazione, impedendo al nemico di portare a termine il suo piano. Tuttavia, doveva riconoscere che non aveva alcuna possibilità di vincerlo, pertanto aveva spostato l’interesse su una Maledizione. Si era incisa sulla pelle degli strani simboli, appartenuti a un’antica magia, ormai abbandonata e dimenticata, e con alcuni rituali, durati mesi al chiaro di luna, era riuscita ad attivarli. Chiunque l’avesse uccisa, sarebbe stato condannato alla sconfitta da parte di una creatura magica, giunta dopo quasi un secolo dalla sua morte. Tutti l’avrebbero conosciuta come Prescelto o Sinnadar, rispettando tale essere per il suo immenso potere. Il Prescelto avrebbe avuto dalla propria parte le forze della Natura, diventandone egli stesso il padrone assoluto. Nessuna pozione poteva reprimere, né tantomeno sconfiggere la paura che stava provando in quel momento. Chiuse gli occhi e si sentì trascinare via da un vento ancora più forte di quello invernale che soffiava intorno a lei, poi dopo un istante, fu avvolta dalla calma più totale e dal silenzio più oscuro che avesse mai avuto la sfortuna di percepire. Lasciò che, per un’ultima volta, l’amore per Tom e per la sua bambina così piccola le sfiorasse i pensieri e, infine, chiuse la mente su quei ricordi. Spinse le possenti porte di legno a doppio battente: non c’era anima viva nei dintorni; sembrava quasi che le guardie si fossero rifiutate di assistere Verbelial, ma Cassandra sapeva che nessuno sano di mente avrebbe mai preso una decisione del genere. Si chiese perché avessero scelto di abbandonare un posto in cui erano tenuti a sostare praticamente per l’eternità. 8

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Pasqualino Ferrante __________________________________________________________________ Senza farsi intimidire da questo pensiero, si addentrò nel castello ancora più tetro ed ebbe appena il tempo di vedere un pavimento lussuoso, illuminato da alcune torce, che il mondo divenne di nuovo buio. Cassandra seppe fin da subito che non era un buio normale, non era umano, bensì sovrannaturale. Qualcuno la stava rapendo e lei non poté fare nulla per liberarsi, tanto era oppressa dall’ombra. Passò un tempo che le sembrò quasi infinito, poi così com’era venuta, allo stesso modo l’oscurità si dileguò. Si ritrovò seduta su uno scomodo scranno, accanto a un lunghissimo tavolo di legno lucido e perfettamente immacolato. L’enorme sala in cui l’avevano trascinata era assolutamente deserta e, allo stesso tempo, calda e accogliente. Ciò nonostante, era consapevole di trovarsi tra le grinfie del nemico. «Benvenuta nella mia dimora, Cassandra. Ti stavo aspettando.» La strega non aveva realizzato di non essere l’unica seduta al tavolo. Qualcuno era accomodato esattamente di fronte a lei, all’altro capo. Il suo volto rimase nascosto nella semioscurità e la sua voce risuonò distorta da qualcosa di disumano. Non riuscì a capire se fosse uomo o donna e neanche a individuarne la razza. Data la statura, a ogni modo, non poteva essere né un Fauno, né un Nano, intuì. «Capisco che sei rimasta a dir poco stupita dalla bellezza della mia dimora, ma nessuno farebbe aspettare il signore Verbelial, mia cara Cassandra. Dimmi perché sei venuta e forse deciderò di risparmiarti.» «Sono venuta per ucciderti, ecco la verità! Non ti permetterò di massacrare la mia gente...» Verbelial la interruppe con una risata fragorosa e priva di qualsiasi forma di gioia. Era gracchiante e molto simile a un rantolo mortale. Cassandra rabbrividì a quel suono tanto terribile. «Lo sai anche tu che nessuno può uccidermi e sapevi perfettamente che io sarei stato qui ad aspettarti. Non ho avvertito sorpresa, quando ti ho catturata per trascinarti qui. So solo che ti sei chiesta come mai non ci fosse nessuno a fare la guardia. Beh, ti confesso che è stata una mia decisione, dal momento che non avevo voglia che le mie scorte umane venissero trucidate e tu ne saresti stata ca- 9

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IL GIARDINO DELLE ANIME __________________________________________________________________ pace.» Scorte umane; parla dei suoi servitori come se stesse discutendo su cosa preparare per cena questa sera. Lurido verme!, pensò Cassandra. Un’altra risata le risuonò nella testa, simile al rintocco di una campana stonata. «Mi piace quando qualcuno pensa che io sia un lurido verme, sai? Perché i vermi mangiano gli insetti e per me tu, come tutti gli altri, sei un insetto, tesoro.» Questo fu troppo: Cassandra scattò in piedi, sbattendo le mani sul legno che vibrò sonoramente. «Non hai il diritto di chiamarmi tesoro. Solo a Tom l’ho concesso, perché lo amo e so che lui mi sta aspettando. Quando tornerò a casa con la tua testa tra le mani, tutti mi acclameranno e saranno contenti che finalmente qualcuno si sia degnato di eliminare un abominio del tuo genere!» Dopo queste parole, l’essere si alzò lentamente dalla sedia. Il suo volto fu l’ultima cosa che riuscì a vedere e rimase pietrificata dallo stupore e dalla paura. Non è possibile pensò Cassandra. Verbelial schioccò le dita e ogni cosa fu sommersa dal buio più profondo. 10

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Pasqualino Ferrante __________________________________________________________________ 1 LA VITA SEGRETA DI UNA MADRE Questo messaggio è per Natan Reywind. Selene si è gravemente ammalata e purtroppo né io, né i guaritori siamo riusciti a capire da quale male sia affetta. Stiamo aspettando che la sua anima la abbandoni per farla riposare in pace, ma prima credo che abbia il diritto di rivedere suo figlio per un’ultima volta. Agatha Werefair. Il ragazzo di nome Natan Reywind rilesse il messaggio un numero incalcolabile di volte. Selene era sua madre e niente aveva annunciato che un giorno avrebbe ricevuto una notizia simile. All’età di sedici anni, due soldati dell’Impero avevano prelevato Natan dalla casa in cui era cresciuto e, nonostante le proteste della donna, era stato costretto ad arruolarsi. Erano passati ormai cinque anni da quel giorno così triste e aveva rivisto sua madre in rare occasioni. In quei momenti aveva dovuto minacciarla di ritirarsi dal servizio nell’esercito, pur di convincerla a farsi assistere da un maggiordomo o da una cameriera. Così la donna si era lasciata dissuadere e aveva scelto di vivere con Agatha, un’anziana vicina di casa espertissima nei lavori domestici. Natan si era fidato subito di lei, perché tutti ne parlavano bene ad Atlas ed era tornato al Nord con l’animo sereno. L’ultima volta in cui aveva parlato con Selene, sua madre gli era apparsa molto stanca e, allo stesso tempo, più forte che mai, sempre cocciuta e determinata nelle sue scelte. Il pensiero che potesse essere in qualche modo attanagliata da un morbo inguaribile lo fece cadere nella disperazione più cieca. «Reywind, siediti per favore» lo esortò il Generale Gate, guardandolo di sottecchi, piuttosto preoccupato. Era calvo e aveva l’a- 11

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IL GIARDINO DELLE ANIME __________________________________________________________________ spetto possente di un vero guerriero. Natan eseguì, senza riflettere molto su ciò che stava facendo e continuò a rimuginare su come avrebbe dovuto agire da allora in poi. «Signore, mi darà il permesso di andare a casa?» «Direi che sia il minimo. La patria è importante, ma a volte la famiglia lo è di più. D’altronde, sono certo che accetterai di dover tornare quanto prima possibile.» «Lo so, signore, sebbene sarebbe lontano dalle ultime volontà di mia madre.» «Cosa intendi?» «Lei non avrebbe mai voluto che mi arruolassi, perché sapeva che sarebbe rimasta da sola e, forse, il suo malessere è stato una conseguenza del mio abbandono.» Gate non rispose a quella sfida e si limitò a studiarlo ancora per un po’. Dopo qualche istante, alzò lo sguardo e fece cenno al soldato che aveva scortato Natan di avvicinarsi. «Reywind, c’è qualcuno di cui ti fidi e che secondo te possa accompagnarti fino alla Capitale?». Natan rifletté e rispose: «Joschka Maltereg.» Joschka era stato il primo con cui Natan si era scontrato appena aveva messo piede nell’Accampamento di Gate. Era più vecchio di lui di almeno dieci anni e si trovava al servizio dell’Impero da un decennio e mezzo o poco più. Aveva perso i genitori in modo terribile, a causa delle razzie di un’orda di Urniani nel villaggio alle pendici delle Montagne del Nord in cui vivevano, dove quasi tutti gli abitanti erano stati trucidati. Tutto questo era avvenuto poco dopo l’arruolamento di Joschka e, quando lui l’aveva scoperto, si era trasformato in una persona dura e distaccata. Natan non lo conosceva e, ignorando la sua stazza inquietante, lo aveva sfidato in un duello corpo a corpo. Nonostante la bassa statura e l’aspetto minuto, era riuscito a metterlo al tappeto. Aveva temuto un’amara vendetta da parte del suo avversario e, invece, inaspettatamente erano diventati amici fraterni. La guardia di Gate uscì dall’enorme tenda e tornò più tardi accompagnato da Joschka. Il ragazzo era alto e muscoloso, aveva i ca- 12

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Pasqualino Ferrante __________________________________________________________________ pelli corvini e gli occhi blu e profondi. Il volto e le braccia scoperte erano segnati dalle cicatrici di guerra e ciò rendeva ancora più affascinanti i suoi muscoli e la sua forma perfetta. «Signore, a cosa devo la sua convocazione?» domandò immediatamente Joschka, scattando sull’attenti in segno di rispetto. Il Generale si alzò e fece il giro dell’ampia scrivania, a cui era stato seduto fino a un attimo prima. Si avvicinò a lui. «La madre del tuo commilitone è gravemente ammalata e ti concederò un permesso speciale per accompagnarlo da lei. Come ho già riferito al signor Reywind, dovrete tornare quanto prima. Ora potete andare.» Natan lasciò la sua seduta e, con un cenno di rispettoso saluto, uscì seguito da Joschka. Percorse alla svelta il sentiero segnato dalle tende, intento a raggiungere la sua il prima possibile. «Natan, aspetta» lo chiamò Joschka, tenendogli dietro con difficoltà. Natan obbedì, sbuffando: non aveva alcuna voglia di parlare. «Mi spieghi cosa sta succedendo?» chiese il suo amico, guardandolo fisso negli occhi e cercando di scrutare i pensieri più reconditi della sua mente. «Hai sentito Gate. Mia madre sta morendo e devo tornare da lei. Sei libero di rifiutare il suo permesso. Ti capirei...» «Fermati, amico! Ti accompagnerò. Come fai solo a pensare che io possa rifiutare il permesso del Generale? Sarei venuto con te anche contro la sua volontà, dovresti conoscermi ormai.» Sorrise e lo studiò con occhi accondiscendenti. «Grazie, Joschka. Perdonami per la sfuriata, solo che non mi aspettavo che accadesse una cosa del genere.» «Andrà tutto bene. Puoi contare su di me. Adesso però dobbiamo prepararci per la partenza» concluse l’altro. Natan rimase sveglio quella notte e sostò davanti allo specchio per dare una sistemata ai suoi indomabili capelli rosso fuoco. Indossò una camicia di cotone bianco e dei calzoni comodi per il viaggio. Si accarezzò la barba, indeciso su cosa farne: sua madre lo aveva visto con il viso immacolato e puro di un bambino e Natan temette che, vedere quello stesso viso ricoperto da una peluria ispida, sareb- 13

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