Real Life Magazine 1-2017

 

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Popular Pages


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reallifeNETWORK ANNO 11 - N. 1 / 2017 TRIMESTRALE DI NPS NETWORK PERSONE SIEROPOSITIVE ONLUS donneinrete.net INTERVISTA Oggi sposi SOCIETÀ Invecchiare con l'Hiv SPOTLIGHT Salute e discriminazione di genere

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3 Rosaria Iardino 4 Sarah Sajetti 6  Sarah Sajetti 8 Una forma di connessione Luisa Brogonzoli 10  Oggi sposi Sarah Sajetti 14 Novità sulla terapia antiretrovirale Giuliano Rizzardini 18 Invecchiare con l'Hiv Mario Cascio 20 La chimica nel sesso Roberto Rossotti 24 Trattamento per tutti Mario Cascio 26  Confrontare per migliorare Rosanna Di Natale 28 Hiv ed esercizio di professioni sanitarie Matteo Schwarz 30 Salute e discriminazione di genere Sarah Sajetti Indice In copertina: Alessandro Riccio e Domenico Salierno, il giorno della loro Unione Civile, avvenuta il 5 maggio 2017. Studio fotografico FELICE MARINO.

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Editoriale l Piano Nazionale di Interventi contro Hiv e Aids (PNAIDS), reso pubblico  da poche settimane e al vaglio della conferenza Stato-Regioni, è un risultato importante, frutto di intensi scambi tra le sezioni consultive del ministero della Salute che si occupano di Hiv. Il Piano, come illustrato dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin, mira a ridurre il numero delle nuove infezioni da Hiv, facilitare l’accesso al test e l’emersione del sommerso, garantire a tutti l’accesso alle cure, coordinare i piani di intervento sul territorio, tutelare i diritti sociali e lavorativi, promuovere la lotta allo stigma e realizzare interventi di prevenzione e formazione sui giovani, con particolare riferimento alla popolazione scolastica. Obiettivo del Piano è poi quello di raggiungere la continuità della cura, considerato il fatto che, dopo la comunicazione di un test Hiv positivo, molti pazienti non iniziano alcuna terapia per lungo tempo. Secondo gli ultimi dati del Coa, inoltre, le persone arrivano molto tardi alla diagnosi, che a quel punto è spesso una diagnosi di Aids e non di sieropositività. Il Piano nazionale prevede anche il coinvolgimento attivo delle popolazioni chiave: uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini, persone che utilizzano sostanze, detenuti, lavoratori e lavoratrici del sesso. La necessità di mantenere il diritto all’esenzione per i pazienti, non solo per quanto riguarda l’Hiv ma anche tutte le comorbidità e le complicanze che possono presentarsi con il passare degli anni è un altro punto ritenuto irrinunciabile, così come la pianificazione della gravidanza e della maternità responsabile e il “mantenimento dell’attuale quadro legislativo sull’assistenza a domicilio delle persone con Hiv, pur con gli adeguamenti delle prestazioni da erogare resi necessari dall’evoluzione dello scenario clinico e assistenziale della malattia”. Sette sono inoltre gli obiettivi da raggiungere nel triennio: incremento della percentuale dei casi diagnosticati e mantenuti in cura fino al raggiungimento del 90% delle persone PLWHA che si stimano viventi in Italia; attivazione di un percorso diagnostico terapeutico definito in almeno l’80% dei Centri clinici deputati all’assistenza delle persone PLWHA; mantenimento di livelli di viremia <50 copie/mL in più del 90% dei pazienti trattati; riduzione a meno del 5% all’anno della perdita di contatto da parte dei Centri clinici con i pazienti seguiti dai centri; riduzione del 50% dei casi di diagnosi tardiva di infezione; riduzione del 25% dei casi che si presentano con CD4>200<350/µL; allineamento con l’action plan dell’OMS/EU. Non solo: le Regioni dovranno unificare i due sistemi di sorveglianza Hiv e Aids, utilizzando una piattaforma di inserimento dati nazionale e centralizzata, monitorare il numero di test Hiv effettuati annualmente e misurare l’incidenza delle infezioni recenti da Hiv tra le nuove diagnosi. Per quanto riguarda le strategie di prevenzione, sono previsti interventi sui comportamenti, sull’utilizzo di farmaci (PrEP, PEP, TasP, terapia per prevenire la trasmissione materno-fetale), strutturali e sulla riduzione del rischio e del danno nelle popolazioni chiave. Considerato che questi sono solo alcuni dei punti chiave del PNAIDS, la mia domanda è: come pensa il ministero di raggiungere questi obiettivi senza un adeguato stanziamento di fondi? Perché la realtà dei fatti è questa, che al di là delle belle parole e delle dichiarazioni di principio, le priorità del governo si comprendono anche dai fondi messi a disposizione per la copertura degli interventi. Lo stesso ministero è consapevole di questo, dal momento che il documento recita: “Proporre alle valutazioni della Commissione nazionale per l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e la promozione dell’appropriatezza nel Servizio sanitario nazionale: l’inserimento nei Lea degli interventi proposti dal presente piano, al fine di consentirne l’attuazione mediante i fondi di dotazione previsti per gli stessi, e il monitoraggio dell’esenzione totale dal pagamento del ticket per le prestazioni legate all’infezione”. Non si sa quando ciò dovrebbe avvenire, però, perché i Lea sono appena stati aggiornati, dopo ben 15 anni, e non si prevedono quindi nuovi aggiornamenti a breve. All’interno dei Lea non vi è – ad oggi – alcun capitolo di spesa relativo alla realizzazione del PNAIDS. Che dire dunque di questo piano? Preso atto del fatto che definisce in modo dettagliato obiettivi ad ampio raggio da sempre ignorati nel nostro Paese e che certamente si tratta di un testo che, se realizzato in tutte le sue dimensioni, potrebbe portare a risultati eccezionali, non possiamo che constatare come, una volta di più, quello che si configura come un ottimo strumento rischi di rimanere nella realtà solo un libro bianco. Rosaria Iardino

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NEWS di Sarah Sajetti Due anni per Museo della storia della medicina Il 5 giugno 2015 il Musme, Museo della storia della medicina, ha compiuto due anni. Aperto a Padova dalla Fondazione Musme, i cui soci fondatori sono la provincia di Padova, proprietaria dell’immobile, l’Università di Padova, l’Azienda ospedaliera, l’Ulss 16, la regione Veneto e il comune di Padova, il Museo è ospitato nel palazzo del primo ospedale fondato a Padova nel 1414, in via San Francesco 94. Scopo della fondazione e dunque del museo è quello di raccogliere, custodire e valorizzare le testimonianze della cultura medica e scientifica padovana e rappresenta un’imperdibile occasione di vi- sitare un luogo che coniuga storia antica e moderna tecnologia. Il percorso storico e scientifico del Musme si snoda lungo tre piani, con due sale dedicate alla storia dell’edificio e agli anni della Rivoluzione Scientifica e quattro sale dedicate alla nascita e allo sviluppo delle scienze mediche moderne; due sale sono inoltre dedicate alle esposizioni tematiche e alle esposizioni interattive, con video e giochi multimediali ideati per illustrare i reperti e chiarire i temi trattati nelle sale. Splendidi libri antichi, normalmente inaccessibili al pubblico, sono “sfogliabili” virtualmente, giochi a diversi livelli di difficoltà insegnano la corretta anatomia del corpo umano, il lessico medico e l’associazione tra patologie e agenti patogeni, mentre pannelli interattivi con domande e risposte incoraggiano il visitatore a ragionare sui temi affrontati, sia in termini di conoscenze storicoscientifiche sia in riferimento alla propria salute. Un pannello interattivo al Musme, Museo della storia della medicina di Padova 4 In arrivo anche in Italia i “villaggi Alzheimer” Alle porte di Amsterdam, nel piccolo comune di Weesp, si trova Hogeweyk, un quartiere speciale inaugurato nel 2009 per ospitare 152 persone affette da demenza senile. Sul modello di questo luogo, soprannominato “villaggio Alzheimer”, nasceranno anche in Italia tre strutture dedicate ai pazienti di questa patologia che ricreeranno un quartiere cittadino, con case in condivisione studiate per ospitare 8/10 pazienti, un supermercato, un bar, una chiesa, un parrucchiere, un parco e un teatro-cinema in cui girare liberamente. I progetti italiani si proporranno come centro di riferimento per quei malati che, pur essendo ancora attivi dal punto di vista motorio, presentano una malattia in stadio medio-avanzato e che oggi sono accolti, nei migliore dei casi, dai centri diurni o dai nuclei Alzheimer delle case di riposo, e nei peggiori sono assistiti domiciliarmente dalle famiglie. Due di queste strutture saranno in Lombardia (una a Monza, “Il paese ritrovato” gestito dalla Cooperativa La Meridiana, e l’altra a Varese, il “Villaggio A” della Fondazione il Melo), la terza in Lazio (nella capitale, su progetto della Fondazione Roma). A finanziarle saranno “tre famiglie illuminate” nel caso di Monza, un imprenditore a Varese e la Fondazione a Roma; i costi di gestione saranno invece coperti dalle famiglie e in parte, ma ancora non si sa in che percentuale, dallo Stato. Per abbattere i costi si è pensato di ridurre il personale, sostituendolo con diversi strumenti tecnologici studiati appositamente per monitorare gli ospiti e assicurare una quota giornaliera di 110 euro a persona.

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“Depressione: parliamone” Indetta ogni anno il 7 aprile dall’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità), la Giornata mondiale della salute (World Health Day) sarà quest’anno dedicata alla depressione. Questa malattia colpisce persone di tutte le età e, nei casi peggiori, può condurre al suicidio, seconda causa di morte tra i 15 e 29 anni. Fattore fondamentale per il recupero è parlarne: lo stigma che circonda la malattia mentale, depressione inclusa, rimane infatti una barriera che impedisce alle per- sone che ne soffrono, in tutto il mondo, di cercare aiuto. Per promuovere il messaggio legato alla Giornata sono stati sviluppati una serie di manifesti, diversi per America, Africa, Medio Oriente, Europa, Sud-est asiatico e Pacifico occidentale, ognuno dei quali raffigura una coppia di persone che parlano della depressione: una madre e una figlia; una giovane madre con il suo bambino e un operatore sanitario; uno studente e un insegnante; due uomini al lavoro; una donna anziana che dialoga con una più giovane e la stessa immagine in versione maschile. Alcuni poster della campagna “Depressione: parliamone”, indetta per la Giornata mondiale della salute Diminuite le liste di attesa per trapianti Secondo i dati del Centro Nazionale Trapianti, presentati oggi a Roma il 10 gennaio, nel 2016 l’Italia ha superato il record di donazioni d’organo e dunque di trapianti. I donatori sono stati 1596 (di cui 273 donazioni di rene da vivente e 20 di fe- gato da vivente), che hanno consentito di trapiantare 3736 pazienti, più 400 unità rispetto al 2015 e di accorciare la lista di coloro che sono in attesa di trapianti al rene di 300 pazienti, mentre stabile è la lista “fegato” e in incremento quella “cuore”, grazie all’introduzione dei cuori artificiali che ha aumentato il numero dei pazienti trapiantabili. Austerity e salute in Gran Bretagna Il Journal of the Royal Society of Medicine ha pubblicato a febbraio un articolo, firmato da un gruppo di ricercatori guidati da Lucinda Hiam, della London School of Hygiene and Tropical Medicine, che spiega come i circa 30.000 decessi in più della media registrati nel 2015 fra Inghilterra e Galles sarebbero dovuti a politiche sanitarie inefficaci. Diversi fattori hanno spinto i ricercatori a elaborare questa ipotesi: innanzitutto la mancanza di motivi particolari di ordine epidemiologico, eccezion fatta per una minore efficacia del vaccino antinfluenzale che potrebbe però aver contribuito solo in piccola parte; poi il verificarsi di questo picco di decessi in un contesto di tagli alla sanità; infine l’aumento dei decessi in quelle categorie che più dipendono dai servizi sanitari, a partire dagli anziani. In effetti un precedente articolo, redatto dallo stesso gruppo di studio nel gennaio 2015, aveva già messo in evidenza il crollo di tutti gli indicatori di qualità in tutti i settori, fatta eccezione per quello delle cure oncologiche, l’aumento dei tempi di attesa per esami diagnostici e visite specialistiche, per le ambulanze e per l’ammissione al pronto soccorso, del numero di operazioni cancellate per ragioni non cliniche. La situazione sembra destinata a peggiorare a causa dei tagli anche alla spesa sociale, strettamente legata al sistema sanitario a causa dell’invecchiamento della popolazione. La domanda che dobbiamo farci è dunque se la situazione italiana sia molto distante da quella inglese e se il modello di austerity non debba essere completamente rivisto. 5

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PILLOLE DI STORIA Florence Nightingale, fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna. Considerata la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, Florence Nightingale (Firenze, 12 maggio 1820 – Londra, 13 agosto 1910) nacque in una famiglia benestante, parte dell’élite borghese britannica, e all’età di 25 anni decise di dedicarsi alla professione infermieristica, allora scarsamente considerata, contro il parere della famiglia e soprattutto della madre, che avrebbe preferito per lei il ruolo di moglie e madre che la società del tempo riservava alle donne della sua classe sociale. Iniziò dunque a collaborare con istituzioni di assistenza ai poveri, conobbe importanti personaggi politici che l’avrebbero poi aiutata nella sua attività e tra gli anni 1850-51 soggiornò due volte in Germania, presso Dusseldorf, in un ospedale luterano. 6 Lì apprese come dovesse essere condotta un’istituzione di quel genere e, tornata a Londra, si occupò della riorganizzazione dell’Istituto per l’assistenza alle donne malate e prive di risorse economiche. Il 21 ottobre 1854 Florence partì per la Crimea con 38 infermiere da lei stessa istruite, dopo aver letto un articolo del Times che parlava delle miserevoli condizioni in cui si trovavano i soldati feriti, e una volta sul posto si rese conto che la maggior parte dei decessi non erano conseguenza della guerra bensì dell’ambiente in cui i feriti erano confinati: sporchi, sovraffollati, senza ricambio d’aria, con un’alimentazione insufficiente, soggetti alla diffusione di infezioni di massa spesso fatali, con scarsità di medicine e personale medico in numero assolutamente inadeguato. Malgrado l’impegno profuso dalla Nightingale e dalle sue volontarie, la situazione era ormai troppo compromessa e non migliorò in maniera significativa. Ciononostante, al suo rientro in Patria nel 1857 fu accolta come un’eroina, fu organizzata una sottoscrizione pubblica a favore della sua opera e nacque una fondazione con il suo nome che diede impulso alla Nightingale Training School, una scuola di formazione per infermiere, in cui grande rilievo veniva dato a cinque requisiti essenziali che un ambiente deve possedere per essere salubre, requisiti che ci sembrano oggi scontati ma che a quel tempo erano completamente trascurati: aria pulita, acqua pura, sistema fognario efficiente, pulizia, luce; aggiunse ad essi anche silenzio, calore e dieta, elementi non essenziali ma positivi. L’anno seguente la regina Vittoria la invitò a occupare un ruolo centrale nella costituzione della Royal Commission on the Health of the Army: poiché alle donne non era concesso, non poté essere nominata come membro della commissione, ma scrisse il Rapporto Finale, un’opera di 1000 pagine ricco di statistiche dettagliate. Non solo le raccomandazioni finali del rapporto rivoluzionarono la sanità militare, tanto che molti ospedali furono costruiti seguendo le sue indicazioni, ma quest’opera le valse anche, nel 1858, l’ingresso nella Reale Società di Statistica, prima donna a ricevere questo onore. Nel 1859 pubblicò il trattato Notes on Nursing, ancora oggi considerato un’introduzione classica alla professione di infermiera, e nei decenni successivi si dedicò all’attività di consulenza per la sanità britannica: sotto la sua guida fu introdotta la raccolta di dati per ottenere statistiche sui tassi di natalità, mortalità e sulle cause dei decessi e introdusse in ambito sanitario l’uso dei grafici “a torta”, inventati nel 1801, utilizzati per la presentazione grafica dei dati sulle cure mediche e sull’igiene pubblica. A lei si devono anche la nascita dei servizi sociali inglesi e uno studio statistico sulle condizioni sanitarie nell’India rurale, che portò allo sviluppo del sistema sanitario dell’India. Tra il 1883 e il 1908 Nightingale ricevette numerose onorificenze, tra cui l’Order of Merit, nel 1907, ancora una volta prima donna ad essere insignita di questo titolo. Florence Nightingale trascorse gli ultimi anni della sua vita costretta a letto e quasi cieca a causa delle conseguenze della brucellosi contratta in Crimea, ma continuò ad accogliere accanto a sé giovani attirate dalle sue idee innovatrici. Nel giorno del suo compleanno si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale dell’Infermiere.

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Elizabeth Blackwell, prima donna medico della storia moderna. Prima donna dei tempi moderni a laurearsi in Medicina, Elizabeth Blackwell (Bristol, 3 febbraio 1821 – Scozia, 31 maggio 1910) fu anche la prima donna a esercitare la professione negli Stati Uniti d’America, rivestendo un ruolo pionieristico nell’aprire la carriera medica a tutte le altre donne del mondo. La morte prematura del padre la costrinse, diciassettenne, ad accettare un posto come insegnante di musica in una scuola femminile, ma nel 1845, grazie al sostegno economico dei fratelli e delle sorelle, smise di insegnare e, con l’idea di occuparsi di qualcosa di più stimolante, cominciò a considerare l’idea di studiare medicina, ricevendo però molti pareri negativi: le donne non erano infatti ammesse a quel genere di scuole. Il suo obiettivo cominciò allora ad assumere l’aspetto di una lotta morale e decise che avrebbe fatto l’impossibile pur di perseguire il suo obiettivo. Poiché prima di tutto di era necessario guadagnare i fondi necessari per avviare la lunga e costosa carriera universitaria, accettò un nuovo lavoro come insegnante di musica nella Carolina del Nord, dedicandosi nel tempo libero alla lettura di libri di medicina, grazie al con- tributo dell’ex medico nonché direttore della scuola John Dickinson. In seguito si spostò in Carolina del Sud, accolta in casa dal dott. Samuel H. Dickinson, professore al Medical College, che presa a cuore la sua causa le procurò un posto da insegnante nel collegio femminile della città di Charleston. Due anni dopo aveva le risorse economiche sufficienti per intraprendere gli studi, ma le domande di ammissione ebbero tutte esito negativo. Tra le altre, emblematica fu la risposta del Dr Joseph Warrington, di Philadelphia: “Dovrebbe convincersi che, come credo anch’io, la donna sia stata inventata per essere il braccio destro dell’uomo [...] e che quindi sia naturale che gli uomini siano dottori e le donne infermiere”. Nell’ottobre del 1847 ricevette finalmente una lettera dal presidente di facoltà Charles A. Lee, suo vivace sostenitore, che le comunicava l’ammissione al Geneva Medical Institute di New York, decisa all’unanimità da professori e studenti della classe di medicina. Scoprì presto cosa significasse essere l’unica donna in un ambiente tradizionalmente maschile: sguardi curiosi la seguivano ovunque, molte persone si introducevano nelle aule di lezione solo per fissarla e più di un compagno espresse il proprio imbarazzo nell’averla in classe, soprattutto durante le dimostrazioni di anatomia. Ciononostante Elizabeth riuscì a laurearsi nel gennaio 1849 e, per continuare ad approfondire la propria istruzione, si recò in Inghilterra e quindi, constatato che era impossibile trovare un posto negli ospedali inglesi, a Parigi, dove nel giugno del 1849 fu ammessa a La Maternité, grande ente statale di formazione per ostetriche. Benché non si trattasse di un vero e proprio ospedale, frequentare La Maternitè si rivelò comunque una buona occasione per vivere la pratica di corsia e approfondire le sue conoscenze. L’anno successivo fu ammessa al St Bartholomew’s Hospital di Londra come tirocinante ed ebbe occasione di stringere amicizia con Florence Nightingale, con cui amava chiacchierare passeggiando per Embley Park. L’esperienza inglese fu però abbastanza deludente, tanto che decise di tornare a New York, dove iniziò a lavorare nell’ospedale dell’università, tenendo nel frattempo alcune letture sull’educazione medica femminile, pubblicate con il titolo di The Laws of Life in reference to the Physical Education of Girls, opera che riscosse il gradimento di numerosi illustri medici. Nel 1854, con la sorella Emily, aprì il primo ospedale condotto interamente da donne, The New York Infirmary for Women and Children, che funzionava anche come college femminile. Malgrado ritenesse che ragazzi e ragazze dovessero affrontare assieme questo tipo di studi, era infatti convinta che l’apertura di una scuola femminile fosse diventata necessaria, dal momento che la grande maggioranza dei college restava riservata ai soli maschi. Il 1º gennaio del 1859 fu iscritta come medico all’albo d’Inghilterra e nel 1869, concluso il lavoro pionieristico in America, decise di accettare la cattedra di ginecologia alla London School of Medicine for Women. Risale a quegli anni la pubblicazione di un altro libro, The Moral Education of the Young, considered under Medical and Social Aspects, in cui si afferma la necessità di fornire un’adeguata educazione sessuale per ogni singolo membro della famiglia, al fine di arginare il diffondersi delle malattie veneree. Elizabeth morì 31 maggio del 1910 in seguito a un infarto mentre si trovava in Scozia, dov’è sepolta nel cimitero di Saint Mun. 7

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THE BRIDGE    Un anno fa, l'11 aprile 2016, in ambito socio-sanitario è nata una fondazione il cui nome rappresenta un vero e proprio manifesto di ciò che ha l’ambizione di essere: The Bridge, un ponte. Un ponte tra chi? Un ponte tra cosa? Domande e risposte per conoscerla meglio. Un anno fa, l’11 aprile 2016, in ambito socio-sanitario è nata una fondazione il cui nome rappresenta un vero e proprio manifesto di ciò che ha l’ambizione di essere: The Bridge, un ponte. Un ponte tra chi? Un ponte tra cosa? Domande e risposte per conoscerla meglio. Perché “The Bridge”? L’idea del nome nasce dal desiderio di essere un ponte tra i diversi portatori di interesse, un ponte tra una norma e la capacità organizzativa delle strutture, un ponte tra un disegno di legge e i desiderata degli operatori sanitari, un ponte tra i clinici e i pazienti, un ponte tra real life e decisore politico. La fondazione è nata da un sogno: rappresentare un punto di riferimento per tutti i soggetti coinvolti in qualche modo nell’ambito socio-sanitario, siano essi fruitori, decisori, pagatori o professionisti. Ambizione 8 della Fondazione The Bridge è, in altri termini, partecipare ai processi decisionali in materia sanitaria, a livello nazionale e regionale, approfondendo e condividendo riflessioni sugli strumenti più idonei di intervento nel quadro regolatorio, ritenendo che esprimere posizioni e strategie frutto di analisi e confronto tra i diversi stakeholder rappresenti il modo migliore per interloquire con i referenti istituzionali, partecipando attivamente al dibattito tecnico-politico in materia di sanità. I valori di una organizzazione riflettono e rafforzano l’identità dell’organizzazione stessa. Il loro rispetto è funzionale all’assolvimento della mission e al conseguimento della vision. Quali sono i valori fondamentali alla base delle scelte della Fondazione e di chi vi opera? Il tema dei valori è particolarmente rilevante, perché è ciò che guida le azioni della Fondazione, ciò che aiuta a garantire inclusione e partecipazione, indipendenza e autonomia. I Valori Guida possono essere riassunti così:  Responsabilità sociale, vista co- me l’elemento imprescindibile per qualsiasi soggetto voglia contribuire allo sviluppo civile, sociale ed economico del nostro Paese.  Autonomia di azione, di pensie- ro e di ricerca.  Partecipazione e porta aperta, valore mutuato dai principi coope- rativistici per sottolineare la volontà di mettere a sistema tutti i punti di vista e tutte le organizzazioni, perché solo la pluralità garantisce il perseguimento della mission della Fondazione.  Orientamento al miglioramento continuo tanto in termini di efficacia quanto di risorse, competenze e conoscenze specialistiche che via via la Fondazione sta ampliando, a partire dal proprio Centro Studi.  Trasparenza. Tutte le attività condotte, gli studi, le ricerche, i cicli di Consesus trovano forme di pubblicizzazione attraverso convegni pubblici, articoli, il sito in continuo aggiornamento. L’ambizione è tanta. Con quali strumenti Fondazione The Bridge affronta queste sfide? Una guida forte, uno staff efficiente, il coinvolgimento degli stakeholder più diversi. Chi guida la Fondazione? La Fondazione si è dotata di una guida forte rappresentata dal Consiglio di Amministrazione e dal Comitato Scientifico, composto da esperti riconosciuti e appartenenti a diverse discipline e specializzazioni in ambito sanitario. Il Consiglio d’Amministrazione è composto tanto da medici e dirigenti sanitari che da esponenti di associazioni di pazienti, a cominciare dal Presidente Rosaria Iardino; ciò a sottolineare, partendo dal vertice stesso della Fondazione, la volontà di essere uno strumento corale a rappresentanza e a servizio di tutti gli stakeholder coinvolti e coinvolgibili.

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Come opera la Fondazione The Bridge? Il must della Fondazione sono pluralità e inclusone; per questo motivo la modalità di lavoro chiave è costituita dalla continua ricerca di partner e dalla costruzione di alleanze con associazioni, istituti, Enti pubblici e privati. Dal punto di vista operativo, The Bridge è dotata di uno staff efficiente e dinamico, che si occupa di sviluppo della progettualità, di comunicazione e di organizzazione di eventi, e di un Centro Studi, un soggetto qualificato composto da ricercatori e professionisti specializzati in diversi ambiti: sanitario, farmacologico, farmaco economico, sociale, legislativo e psicologico. I compiti del Centro Studi sono:  il monitoraggio legislati- vo, attraverso un aggiornamento costante della produzione normativa, rispetto a una serie di patologie, e dell’attività concertativa tra i diversi livelli di governo, le categorie produttive e i portatori di interesse, consentendo di individuare tempestivamente i processi decisionali e negoziali in grado di incidere sul quadro regolatorio complessivo;  l’attività di analisi legislativa in ambito sanitario, passaggio essenziale per avere una prospettiva sulla possibile evoluzione del nostro sistema sanitario, nazionale e regionale;  l’attività di sostegno al Pubblic Affair, attraverso lo sviluppo di occasioni di confronto tra esperti delle diverse discipline coinvolte nel processo di definizione delle politiche sanitarie, redigendo documenti di posizione con proposte regolatorie, normative od organizzative;  la ricerca in ambito socio-sanita- rio. Qualche esempio per capire meglio cosa fa The Bridge? Nel suo primo anno di attività, Fondazione The Bridge ha sviluppato diversi progetti in ambiti e con modalità d’intervento molto differenti e altri sono in fase di implementazione. L’ambito della prevenzione e cura dell’Hiv è molto presente nell’agenda della Fondazione: nel corso del 2016 la Fondazione ha compiuto la valutazione dell’introduzione della PrEP (Pre-exposure prophylaxis) ed è stato condotto il monitoraggio del processo di informazione e sensibilizzazione sul self test. Sono in corso due ricerche: una avente l’obiettivo di costruire risposte efficaci alla prevenzione dell’Hiv e la riduzione del danno e dei rischi di trasmissione di Hiv in carcere, l’altra con la finalità di individuare strategie di prevenzione attraverso un’indagine su 3 comunità religiose diverse. Partirà la prossima estate un’attività di prevenzione e informazione in Italia sul tema della prevenzione all’Aids che coinvolgerà 10 spiagge e, dall’autunno, 10 scuole italiane. Infine si ha in serbo di compiere un’analisi degli impedimenti al mantenimento in cura delle persone con Hiv. Rispetto all’epatite, la Fondazione sta lavorando al Workshop ICE – Insieme Contro l’Epatite, giunto alla quarta edizione. Visto il forte dibattito in corso a livello nazionale conseguente al Nuovo Piano dei Vaccini, sta partendo un’analisi critica dello stato dell’arte in Italia nelle diverse realtà regionali, indagando tanto le criticità, quanto le best practices e i modelli organizzativi e comunicativi efficaci. In collaborazione con Federconsumatori si svolgerà un’indagine circa il diritto del cittadino a essere sottoposto alle giuste terapie del dolore. Sul tema della fertilità è in agenda uno studio sul tempo biologico della genitorialità basato tanto su dati clinici, quanto sull’analisi del contesto socio-economico e legislativo. Sul tema dei farmaci biosimilari, si è concluso da poco un ciclo di Consensus Conference che ha messo a confronto i principali stakeholder in diverse regioni (medici, farmacisti, farmaco economisti, enti pagatori e pazienti) per un confronto reale circa criticità e opportunità che rappresentano per il sistema sanitario. Sono inoltre in corso l’organizzazione di un convegno internazionale, previsto per maggio, e l’elaborazione di un modello di report HTA in ambito oncologico sull’utilizzo dei farmaci biosimilari. In merito al tema della sostenibilità economica del Sistema Sanitario sono in programma due interventi: un’analisi rispetto all’utilizzo dei fondi provenienti da redistribuzione del 5‰ e ai sistemi di comunicazione successivi e un convegno internazionale sul rapporto tra finanza e sanità, che dovrebbe aver luogo a luglio. Luisa Brogonzoli 9

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INTERVISTA di Sarah Sajetti    Domenico Salierno e Alessandro Riccio, membri di Nps Sezione Campania e splendido esempio di “reallife”, orgogliosi testimoni della possibilità di vivere allo scoperto omosessualità e sieropositività contro ogni stigma e pregiudizio, si sono uniti civilmente il 5 gennaio, evento documentato dalla trasmissione Stato Civile, andata in onda su Rai 3 il 29 gennaio 2017, in cui si è parlato oltre che di diritti civili di Hiv, prevenzione delle MST (malattie sessualmente trasmissibili) e di lotta allo stigma. 10 In Italia esiste ancora un pesante stigma nel confronti della sieropositività ed esiste un forte stigma nei confronti dell’omosessualità: cosa succede quando questi due stigma si uniscono? Sì! Esiste ancora un pesante stigma nei confronti delle persone sieropositive e di quelle omosessuali, che non accenna a diminuire a causa della disinformazione. Quando poi i due stigma agiscono contemporaneamente, la vita delle persone può essere davvero difficile, tanto da provocare, in alcune persone, gravi stati di depressione. L’unico modo per riuscire ad abbattere i muri dell’incomunicabilità e dell’ignoranza rispetto alle condizioni di salute e orientamento sessuale delle persone è fare tanta ma tanta informazione. La scoperta della sieropositività vi ha allontanato o unito? La scoperta della sieropositività ci ha unito ancora di più e ha avuto la funzione, per assurdo, come di un valore aggiunto a tutto quello che già vivevamo, ha messo la nostra esistenza sotto una lente di ingrandimento portando alla luce anche le piccole sfumature, riempiendole e colorandole di importanti significati. Pensate che le cose sarebbero potute andare diversamente se solo uno di voi due si fosse scoperto Hiv+? Le cose non sarebbero mai potute andare in modo diverso, in quanto nella nostra relazione fin dall’inizio non abbiamo mai usato precauzioni, pensando di essere immuni o pensando che il problema dell’Hiv non ci toccasse, forti della poca informazione sulle MST che avevamo. Quindi non avremmo mai potuto evitarlo anche perché ci fidavamo troppo l’uno dell’altro. Quotidianità e Hiv: quale ruolo ha l’infezione nella vostra relazione? Come dicevamo prima, in un primo momento ha avuto un ruolo di valore aggiunto, ma nel corso di questi 11 anni di sieropositività il ruolo è cambiato. A volte è stato il metro per regolare semplicemente lo stile di vita, altre volte il mentore che ci insegna l’amore per la vita. Altre volte ancora un’intrusa che ci ha fatto vacillare e mettere in discussione le nostre certezze.

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L’AMORE AI TEMPI DELL’HIV Il titolo ovviamente non è una creazione originale, ma si rifà a L’amore ai tempi del colera di Garcia Marquez, anche se sono cambiati i tempi e le malattie e sopratutto è cambiato il modo di relazionarsi gli uni agli altri. Non sono cattolica, ma sono comunque cresciuta nella cultura dell’amore e del rispetto reciproco, nella salute e nella malattia, finché morte non ci separi; mi pare che questo romanzo parli un po’ anche di questo, della capacità di amarsi al di là di tutte le difficoltà, di salute e non. La vita di una coppia sierodiscordante oggi può essere, diciamo, facile. E lo è più o meno anche la vita di una persona sieropositiva. Ma i fattori da tenere in considerazione sono tanti. La copertina del libro L’amore ai tempi dell’Hiv di Sandro Verniani, edito da Epsil. Per esempio in Italia è così a livello medico: fortunatamente le terapie per le persone con Hiv sono gratuite e consentono una vita lunga e dalla qualità mediamente alta, pari a quella di una persona sieronegativa; a livello psicologico, però, è già meno facile, in quanto nel nostro Paese continua a esistere una forte discriminazione nei confronti degli omosessuali, dei sieropositivi e delle coppie omosessuali. Ne L’amore ai tempi dell’Hiv Paolo, italiano, deve confrontarsi con altre due culture: quella totalmente open-minded australiana, rappresentata dal suo ragazzo, e quella totalmente arretrata della Cina, che fa da ambientazione alla storia raccontata. Il grande artista Ai Weiwei nel 2012 ha girato un docufilm, attualmente irrintracciabile, in cui raccontava la difficile vita di una donna con Hiv che era stata abbandonata dalla famiglia e di come piano piano sia diventata un’attivista. Una visione scioccante, tanto quanto è stato scioccante leggere in questo libro dell’arretratezza della Cina in tema di di- ritti umani: è dunque stata una buona idea ambientare il romanzo a Shanghai, per mostrare al pubblico una realtà poco discussa e rendersi conto che la comunità gay ha ancora molto da fare, non solo in Italia ma anche altrove. Penso dunque che L’amore ai tempi dell’Hiv sia l’esemplificazione di molte storie ancora non raccontate e ne percepisco l’aspetto innovativo. Quello raccontato è ovviamente solo uno dei casi possibili, magari non il più felice, ma verosimile, dal momento che è ciò che può accadere nel caso in cui il livello di inesperienza e disinformazione sia quello narrato. Sono sicura che molte delle persone con Hiv che leggeranno questo libro abbiano provato sulla loro pelle il rifiuto delle persone amate o incontrate per un breve periodo alla notizia della loro sieropositività, come qualche volta è accaduto a me. Per noi persone con Hiv la paura di venir rifiutati può creare un blocco tale da indurre a non cercare più l’amore. La causa a cui tutto si riconduce è sempre lo stigma. Infine, trovo fondamentale che i lettori percepiscano quanto sia importante nelle situazioni difficili evitare di chiudersi e risolvere, prima di tutto con se stessi, il dramma in corso. Negare, chiudere gli occhi, evitare di affrontare le situazioni, fa sì che ci si porti sempre dietro degli strascichi, degli irrisolti, che sono come delle ferite aperte, pronte a far di nuovo male. Margherita Errico Presidente NPS Italia 11

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Qualche domanda all'Autore Quale impatto psicologico pensi che la sieropositività abbia oggi in Italia sulla vita sentimentale delle persone? In teoria non dovrebbe averne molto. Sappiamo che un Hiv positivo in terapia è una persona assolutamente sana e il rischio di contagio pari a zero in quanto la sua carica virale è azzerata. In pratica però, in Italia almeno, lo stigma è ancora forte, e questo fa sì che ci sia molta difficoltà a rivelarsi sieropositivi agli altri, per paura di perdere la possibilità di una relazione sentimentale. Pensi che abbia lo stesso impatto sulle persone omosessuali e su quelle omosessuali? Sì, penso che l’impatto sia lo stesso sulla vita sentimentale di omosessuali ed eterosessuali. Le paure, le incertezze, le insicurezze sono in definitiva le stesse. Ciò che credo sia differente è la percezione che la società ha del sieropositivo eterosessuale e del sieropositivo omosessuale, e questo ha sicuramente delle ripercussioni anche nella loro vita sentimentale. Mi pare che talvolta, davanti al sieropositivo eterosessuale, la società sia disposta ad approcciarsi con il dubbio che la sua situazione fisica possa essere causata da un incidente, un tradimento, un atto non voluto, mentre nel ca- so del sieropositivo omosessuale ancora ci sia la convinzione che i gay siano tutti promiscui, “se la siano cercata” e argomentazioni simili. Nel tuo romanzo sono messe a confronto tre culture: quella italiana e quella australiana, cui appartengono i protagonisti, e quella cinese, dov’è ambientata la vicenda. Qual è stata l’ispirazione? La vicenda si ispira in parte alla realtà e in parte a conoscenze acquisite per esperienza personale. Durante la mia permanenza a Shanghai ho avuto modo di conoscere la situazione degli omosessuali in Cina, dei sieropositivi e del trattamento che questi hanno sia a livello sociale che legislativo. Avendo scritto il romanzo nel corso di un lungo periodo, posso dire che nel 2010 accordi internazionali hanno imposto alla Cina di cambiare il proprio atteggiamento, in termini legali, nei confronti dell’Hiv, ma di fatto la mentalità di questo Paese rimane ancora arretrata e non solo lo stigma rimane fortissimo, ma anche le violazioni a questi accordi internazionali sono frequenti. Ad esempio, i viaggiatori stranieri in terra cinese spesso subiscono il divieto di entrata nel Paese o l’obbligo di abbandonarlo immediatamente qualora siano scoperti sieropositivi. Quali sono i maggiori ostacoli che avete incontrato? E quali le paure che avete affrontato? Il maggiore ostacolo che abbiamo affrontato è stato quello di come e quando dirlo agli altri amici e parenti, io personalmente (Domenico) sono riuscito a dirlo alla mia famiglia dopo sette anni nel corso di un forte litigio, mentre Alessandro dopo tre anni, ma non è stato semplice. In primis la paura maggiore è stata quella di morire o di subire, una volta iniziata la terapia, effetti collaterali devastanti, insieme al timore di contrarre altre malattie. Poi, facendo parte di un network di persone 12 e attivisti che cercano di aiutare gli altri informandoli, le nostre paure un pò si sono affievolite. Essere in diretto contatto con medici e ricercatori e aiutare gli altri da’ un senso al nostro stato sierologico. Cosa sapevate dell’Hiv quando avete appreso che eravate positivi al virus? Quando abbiamo scoperto della nostra sieropositività non avevamo alcuna informazione circa il virus e su come agisce, dei metodi di trasmissione e delle terapie in uso. Le prime informazioni le abbiamo acquisite durante il counseling che ci fecero in ospedale quando ci comunicarono il risultato del test Hiv, e quindi in un gruppo di auto- aiuto a cui abbiamo partecipato nei primi tempi. Lì incontrammo Margherita Errico, attuale presidente di NPS Italia Onlus, già conoscente di Alessandro, e insieme abbiamo fondato la sezione Campania di NPS. Come sono cambiate le cose in questi anni? In questi anni di attivismo e di sieropositività abbiamo aiutato molte persone sieropositive a uscire dal buio dandogli sostegno e informazione, ma dopo più di trent’anni dal primo contagio siamo ancora a ripetere che l’Hiv/Aids non è la patologia degli omosessuali e dei tossicodipendenti, ma di tutta la popolazione sessualmente attiva. Po-

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Al centro del romanzo c’è una storia d’amore, della quale ho voluto provare a descrivere le dinamiche una volta che l’Hiv ne entra a far parte, portando paure, insicurezze, instabilità, per vedere come i due componenti della coppia in questione reagiscono, anche alla luce dei loro background culturali e delle loro conoscenze in merito all’Hiv, avendo da una parte la mentalità molto aperta australiana, e dall’altra quella ancora arretrata italiana. Quanto influiscono isolamento e solitudine nello svolgersi degli eventi? Hanno sicuramente un peso rilevante. Nel mio romanzo la coppia vive lontana dai propri ambienti soliti, in un Paese straniero, lontana dagli amici di una vita e questo rende il loro percorso più difficile. Le reazioni di coppia, e anche quelle individuali, hanno un sapore più drammatico, ma per chi scopre di essere positivo il percorso può essere più facile e meno traumatico quando si può contare su un efficace servizio di counseling successivo alla comunicazione di sieropositività da parte dei medici, quando si ha la propria famiglia e i propri amici pronti a dare tutto il sostegno necessario, fattori che nel mio romanzo non sono presenti proprio per motivi legati all’ambientazione della storia. Quale accoglienza ha avuto il tuo libro fuori dagli ambienti omosessuali? Ho ricevuto vari messaggi sulla pagina Facebook dedicata al libro da persone che volevano complimentarsi o chiede- re informazioni, ma non saprei quantificare il pubblico eterosessuale del romanzo. Dai messaggi ricevuti direi che questa fetta di pubblico sia più che altro in cerca di informazioni o rassicurazioni mediche, mentre ci tengo a precisare che il mio romanzo non affronta questo aspetto nello specifico, né tantomeno in maniera tecnica, in quanto il centro della storia rimane comunque l’aspetto sentimentale. E quali reazioni ha provocato la sieropositività dei protagonisti? Non volevo dare l’impressione che con la scoperta dell’Hiv tutto cambi in peggio, ma nemmeno far finta che avere l’Hiv non cambi affatto la vita di un individuo. È vero che con i progressi della medicina, a oggi, si conduce una vita sana, lunga e tranquilla anche con l’Hiv, ma è pur vero che, abituati al terrore esercitato dai media e dai vari mezzi di informazione nei decenni passati riguardo a questa malattia, una persona che si scopre sieropositiva ha non poche difficoltà all’idea di adattarsi a vivere con l’Hiv. I due protagonisti sono ritratti nella fase iniziale della scoperta, quella quindi drammatica in cui è difficile fare il punto della situazione, ed è quella che trovavo più interessante per affrontare dei temi che tenevo molto a analizzare nel mio romanzo, quale la coppia sierodiscordante, il senso di colpa, la coppia aperta e altri ancora. Sarah Sajetti che e a volte stigmatizzanti sono le campagne di sensibilizzazione realizzate dal ministero della Salute. Il luogo dove crediamo si debba operare sono le scuole, dove noi con il nostro network cerchiamo di informare studenti e docenti per creare una cultura della prevenzione. Qualcosa lentamente sta cambiando grazie alle onlus che operano sul territorio, ma le forze sono sempre troppo poche per operare un cambiamento generale. Purtroppo tutto quello che ha a che fare con il sesso è sempre difficile da trattare nel nostro Paese e questo va a discapito della salute di tutti e tutte. Secondo voi ci sono differenze nel modo in cui sono vissute le relazioni in coppie sierodiscordanti omosessuali ed eterosessuali? In realtà crediamo che non esistano differenze nel modo in cui è vissuta la sieropositività nei vari tipi di coppie, perché il virus è sempre lo stesso e sono le persone e il loro livello di coscienza e conoscenza della patologia a fare la differenza, permettendo loro di vivere serenamente senza accusare il partner o abbandonarlo, indipendentemente dal fatto che siano gay, lesbiche, trans o etero e che fa la differenza. Unioni civili, sieropositività e tutele: quali orizzonti si aprono alla luce del- la nuova legge? Quando è stata introdotta la legge sulle unioni civili noi, da persone sieropositive, abbiamo visto subito il valore aggiunto insito nella legge, e cioè che finalmente anche in coppie omosessuali e sieropositive si può prendere in carica e cura il proprio partner in tutti gli aspetti e in tutti i sensi, da quello medico a quello giuridico. La legge sulle unioni civili è quindi qualcosa che davvero va a sopperire alla mancanza di tutela e rispetto che esisteva fino al momento della sua approvazione e che oggi consente di costruire una felice normalità. Sarah Sajetti 13

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CROI    Al CROI di quest’anno sono stati presentati diversi interessanti studi sia sullo sviluppo di nuovi antiretrovirali per il trattamento della malattia da Hiv, sia sulle strategie o sull’esito di utilizzo degli antiretrovirali stessi. Di seguito riassumiamo i risultati di alcuni di questi studi. Uno studio randomizzato, in doppio cieco, di fase 2 ha messo in confronto bigtegravir (un nuovo inibitore dell’integrasi non boosterizzato) associato tenofovir alafenamide ed emtricitabina (TAF/FTC), verso dolutegravir, sempre associato a tenofovir alafenamide ed emtricitabina, in pazienti Hiv naive per trattamento antiretrovirale. A 48 settima- 14 ne i risultati sono stati veramente entusiasmanti: HIV-1 RNA < 50 copie/mL 97% per bictegravir /TAF/FTC vs 91% dolutegravir più TAF/FTC. In nessuno dei due bracci sono stati riportati eventi avversi seri (Sax PE, DeJesus E, Crofoot G, et al Abstract 41). Sempre riferendoci a studi che prevedono l’utilizzo della classe degli inibitori dell’integrasi, Margolis et al. (Margolis DA, Brinson C, Smith GH, et al. Abstract 442) hanno riportato i dati di sicurezza ed efficacia a lungo termine (144 settimane) dell’associazione carbotegravir (inibitore dell’integrasi) e ripilvirina (inibitore non nucleosidico della trascrittasi inversa), somministrati giornalmente per via orale, come regime di mantenimento a due farmaci dopo una fase di induzione con carbotegravir e due inibitori nucleosidici della trascrittasi inversa. A 144 settimane, all’analisi intention to treat (nell’analisi vengono considerati tutti i pazienti trattati, compresi quelli che hanno abbandonato lo studio e non solo quelli che lo hanno concluso), hanno mostrato una risposta con HIV-1 RNA < 50 copie/mL il 67% dei pazienti. Considerando però il fatto che sia carbotegravir che ripilvirina sono farmaci in studio nella loro formulazio- ne intramuscolare a lunga durata d’azione, i dati più interessanti di questo studio sono quelli relativi alla sicurezza: eventi indesiderati seri sono stati il 9%, mentre l’interruzione per eventi avversi è stata osservata solo nel 3%. Ripilvirina nella sua forma iniettabile è stata anche oggetto dello studio HPTN 076 (Bekker LG, Li SS, Tolley B, et al. Abstract 421LB), anch’esso presentato al CROI di quest’anno. Si tratta di uno studio di fase 2, randomizzato in doppio cieco, controllato con placebo in profilassi pre-esposizione per donne non-Hiv sessualmente attive, a basso rischio. L’obiettivo dello studio era quello di verificare la sicurezza della molecola e l’accettabilità di questo approccio in questa tipologia di soggetti. Sia l’accettabilità che l’incidenza di eventi avversi sono risultati simili, sia nel gruppo del farmaco in studio, sia nel gruppo con placebo. Un’altra interessante molecola in sviluppo è doravirina (un inibitore non nucleosidico della transcrittasi inversa). Al CROI sono stati presentati i risultati dello studio DRIVE, uno studio di fase 3 randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, che prevedeva l’utilizzo di doravirina più due inibitori della trascrittasi inversa verso darunavir/ritonavir più due inibitori della trascrittasi inversa in pazienti naive per trattamento antiretrovirale (Molina JM, Squires K, Sax PE, et al.. Abstract 45LB). In questo studio doravirina è risultata non inferiore a darunavir/ritonavir, mostrando una percentuale di eventi avversi inferiore a quella del braccio di controllo. Uno studio che ha fatto molto “rumore” è stato i D.A.D., relativo al rischio cardiovascolare nei pazienti trattati con inibitori dell’integrasi (Ryom L, Lundgren JD, El-Sadr WM, et al. Abstract 128LB). Secondo questo studio su una coorte di

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35,711 pazienti Hiv+ seguiti per una mediana di sette anni stratificati con 5 anni di esposizione cumulativa a darunavir/ritonavir o atazanavir/ritonavir quelli con esposizione a darunavir/ritonavir mostravano aumen- to del rischio di malattia cardiovascolare. Non veniva riscontrata associazione invece con l’uso di atazanavir/ritonavir. Lo studio è stato molto criticato nei “corridoi” del congresso. Tenuto conto dell’importan- za della classe degli inibitori delle proteasi per i pazienti con malattia da Hiv, saranno necessari sicuramente ulteriori studi. Nell’ottica della ricerca di strategie di induzione/mantenimento nel trattamento antiretrovirale (obiettivo di queste strategie è quello della riduzione della tossicità e dei costi), interessante è stato lo studio sull’utilizzo di dolutegravir in monoterapia in mantenimento (Wijting I, Rokx C, Boucher C, et al. Abstract 451LB). Si è trattato di uno studio multicentrico, randomizzato, in aperto, di non inferiorità che prevedeva l’arruolamento di pazienti con viremia inferiore alle 50 copie/mL per almeno 6 mesi di trattamento antiretrovirale combinata, con nadir di CD4 non inferiore alle 200 cellule/mmc e picco di viremia inferiore alle 100 copie/mL. Il gruppo di controllo manteneva il trattamento antiretrovirale originale, il gruppo in studio preve- Alcuni spunti di riflessione Durante questa conferenza ho cercato di seguire sessioni e leggere poster su argomenti epidemiologici e sociali, principalmente sulla situazione negli Stati Uniti e su MSM (uomini che fanno sesso con uomini), da cui si possono trarre alcune indicazioni utili per la nostra realtà. È un report sicuramente incompleto, ma riflette la mia esperienza nel corso del congresso e consente di trarre spunti per riflessioni e approfondimenti. Diffusione Hiv Il numero dei nuovi casi diagnosticati negli Stati Uniti, nel periodo 2008-14, si è ridotto del 3-4%, anche se è rimasto stabile tra MSM. Si stima che circa il 17% di questa popolazione non sia al corrente dell’infezione da Hiv. Alcuni studi effettuati in Africa hanno dimostrato l’utilità dei test rapidi effettuati in contesti particolari per far emergere questo “sommerso”. In alcuni drugstore negli USA è addirittura possibile effettuare i test rapidi per Hiv, con immediata consulenza da parte del farmacista formato allo scopo. PreP Negli USA il problema non è avere la PreP, ma come diffonderla più capillarmente. Uno studio ha mostrato la difficoltà di diffusione della Prep tra i giovani afroamericani (Atlanta): su 100 a rischio, la seguono regolarmente 10-15 persone. 80.000 sono stati i trattamenti prescritti. Alcuni drugstore seguono le persone in trattamento, somministrando anche test Hiv rapidi e screening rapidi per Mst (malattie sessualmente trasmesse). I punti di screening migliori restano comunque i centri per Mst, dove sono eseguiti regolarmente screening per Hiv, prescritte PreP, effettuati counseling su aderenza, chems, Mst, sottolineando l’importanza di coinvolgere anche eventuali partner. Non ci sono ancora dati precisi riguardo all’incremento delle Mst dopo l’introduzione della PreP, ma tutti gli ultimi dati europei e statunitensi segnalano incremento netto dei casi di sifilide, gonorrea, infezione da Clamidia e Micoplasma, specialmente in MSM. Un caso di sieroconversione ad Hiv in persona sotto PreP è stato segnalato in Olanda: si tratta di un ceppo di Hiv non resistente 15

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