ALI - Numero 19

 

Embed or link this publication

Description

Aprile 2017

Popular Pages


p. 1



[close]

p. 2

Presentati a Colorado Springs i piani dell’Asi Sono riuniti in questi giorni a Colorado Springs, negli Stati Uniti, i leader delle principali agenzie spaziali di tutto il mondo. «L’esplorazione del Pianeta rosso ha per noi lo stesso significato che per il genere umano ha avuto il programma Apollo», ha dichiarato il presidente dell’Agenzia spaziale italiana Roberto Battiston. L’Agenzia spaziale italiana (Asi) in occasione del 33esimo Space Symposium di Colorado Springs (Usa) ha illustrato alcuni tra gli obiettivi e le strategie principali definite nel suo Documento di Visione Strategica 2016–2025, e come le partnership e i programmi internazionali siano alla base dello sviluppo del settore spaziale italiano. Le principali aree di interesse e collaborazione, sia a livello istituzionale che commerciale, hanno per l’Agenzia l’obiettivo di promuovere le infrastrutture, i prodotti e i servizi della space economy nazionale, e allo stesso tempo hanno l’obiettivo di creare opportunità per la ricerca e la tecnologia in campo spaziale. Durante un incontro dei leader delle agenzie spaziali dedicato al volo umano nello spazio, il presidente dell’Asi, Roberto Battiston, ha ricordato che «la Luna è il passato dell’esplorazione ed è stato un passo rilevante e intermedio verso il futuro, nel quale la prima tappa sarà Marte. L’esplorazione del Pianeta rosso ha per noi lo stesso significato che per il genere umano – ha proseguito Battiston – ha avuto il programma Apollo». Esplorazione umana, lanciatori, voli sub–orbitali e osservazione della Terra sono la sintesi della visione prossima dell’Asi, che il presidente Battiston ha illustrato negli Usa. Per quanto riguarda l’esplorazione umana, già in occasione della visita di stato in Cina del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella Asi ha firmato un accordo con la China Manned Space Agency (Cmsa) per nuove sperimentazioni scientifiche nell’ambito del volo umano a bordo della Stazione spaziale cinese. La collaborazione, che sarà rivolta allo studio delle missioni di lunga durata degli astronauti, sugli aspetti di biomedicina, fisiologia e delle relative tecnologie, prevede il mutuo accesso a dati e pubblicazioni scientifiche condivise, scambio di personale e partecipazione congiunte a technical reviews sul volo umano. L’accordo ha importanti e potenziali ricadute considerata da una parte, la posizione di leadership che l’Italia ha raggiunto nel settore del volo umano nell’ambito della realizzazione e dello sfruttamento della Stazione spaziale internazionale e, dall’altra, l’importante programma di volo umano che la Cina sta sviluppando, in particolare con la realizzazione della Stazione spaziale Tiangong-3. Quanto ai lanciatori, l’Asi ha recentemente affidato un contratto per i servizi di lancio per due satelliti Cosmo-SkyMed Second generation ad Arianespace. I satelliti, che verranno lanciati tra la fine del 2018 e il 2020 con un vettore Soyuz e un Vega-C, rimpiazzeranno e integreranno i quattro satelliti Sar della costellazione gestiti dall’Asi e dal Ministero della Difesa. Il primo lancio di Cosmo Second generation porterà anche in orbita Cheops, un payload dell’Agenzia spaziale europea con partecipazione italiana – la preparazione scientifica è curata da ricercatori dell’Inaf e dell’Università di Padova – dedicato alla ricerca degli esopianeti.

[close]

p. 3

Come fu che Marte perse l'atmosfera Il Pianeta Rosso ha perso la maggior parte della sua atmosfera per effetto dell'intenso vento solare - il flusso di particelle che soffia dal Sole in ogni direzione - subendo un drastico cambiamento climatico, che ha determinato le attuali condizioni di freddo secco. Lo ha stabilito un nuovo studio condotto sulla base dei dati raccolti dalla sonda MAVEN della NASA La maggior parte dell'atmosfera di Marte è andata perduta a causa del massiccio bombardamento del vento solare: fu questo evento a determinare assai probabilmente la transizione del clima caldo delle fasi primordiali del pianeta a quelle fredde e secche di oggi. È quanto afferma uno studio pubblicato su “Science” da Bruce Jakosky dell'Università del Colorado a Boulder e colleghi di altri istituti statunitensi in base ai dati raccolti dalla missione Mars Atmosphere and Volatile EvolutioN (MAVEN) della NASA, lanciata nel 2013 ed entrata in orbita intorno al Pianeta Rosso nel 2014. I risultati aggiungono un altro tassello al complesso quadro di conoscenze sul Pianeta Rosso, anche in vista di una sua futura possibile colonizzazione. Gli studi degli ultimi decenni hanno portato ad alcune importanti conclusioni sulla sua evoluzione geologica. La prima è che sulla superficie del pianeta l'acqua non è stabile: l'atmosfera è troppo fredda e rarefatta. In un lontano passato, tuttavia, le cose erano probabilmente diverse, come testimonia la presenza di letti di fiumi secchi. Dunque, l'acqua scorreva su Marte e quindi c'era anche un'atmosfera in grado di sostenerla. Ma come fa un pianeta a perdere la sua atmosfera? I meccanismi possibili sono diversi. Alcune reazioni chimiche, per esempio, possono intrappolare i gas nelle rocce di superficie. Oppure l'atmosfera può essere erosa dalla radiazione e dal vento di particelle emesse dalla propria stella. E proprio quest'ultimo processo, probabilmente, è quello che ha privato Marte di gran parte della sua atmosfera. Il vento solare è un flusso di particelle cariche che soffia costantemente dalla superficie del Sole verso ogni direzione. Le stelle giovani producono venti più intensi, e perciò la perdita di atmosfera a causa di questi processi procede con un tasso elevato, tanto da influenzare a lungo termine anche il clima. Un indicatore significativo dell'influenza del vento solare è il gas argon, che possiede due isotopi: l'argon36, più leggero, e l'argon-38, più pesante. Il primo è più abbondante della sua controparte negli strati più alti dell'atmosfera, e quindi viene strappato dal vento solare con più facilità, lasciando un'atmosfera più ricca dell'isotopo 38. Misurando l'abbondanza dei due isotopi alle diverse quote atmosferiche, è così possibile avere una stima di quanto gas è andato disperso nello spazio rispetto alle condizioni primordiali. Grazie alle misurazioni condotte dalla sonda MAVEN, Jakosky e colleghi hanno potuto stimare che, a partire dalla formazione del pianeta, l'atmosfera ha perso il 66 per cento dell'argon. Sulla base di questo dato hanno poi stimato la perdita di altri gas con lo stesso meccanismo, fino a ottenere un modello dell'antica atmosfera marziana.

[close]

p. 4

Con tutta probabilità, era densa quanto quella terrestre e costituita principalmente da anidride carbonica; la maggior parte di essa poi è andata perduta, determinando enormi cambiamenti nel clima del pianeta, i cui esiti sono ora evidenti. La NASA sta studiando dei modi per fare in modo di rendere Marte abitabile per il genere umano. James Green, il direttore della divisione NASA dedicata alla ricerca sul sistema solare, la Planetary Science Division, ha dichiarato che stanno elaborando un metodo per trasformare l’atmosfera di Marte sicura per gli umani in modo da poterci vivere. “Il sistema solare è nostro, prendiamocelo “, ha dichiarato Green alla conferenza Planetary Science Vision 2050. “Questo, ovviamente, include Marte – e per fare in modo che gli umani possano esplorare Marte abbiamo bisogno di una condizione ambientale migliore”. “Non è una terraformazione come potreste pensare, dove viene cambiato artificialmente il clima, ma lasceremo che lo faccia la natura, basandoci sulla fisica che conosciamo oggi”, ha aggiunto.

[close]

p. 5

Le leggi della robotica compiono 75 anni, vanno aggiornate La tecnologia è andata avanti, ora le macchine sanno 'improvvisare' Le leggi della robotica formulate da Isaac Asimov compiono 75 anni e cominciano a mostrare i segni del tempo. Potrebbero infatti non essere più adeguate ai nuovi scenari che gli sviluppi della robotica e dell'intelligenza artificiale lasciano intravedere, con macchine capaci di comunicare fra loro per muoversi all'unisono e perfino di 'improvvisare', con soluzioni impreviste. A lanciare il dibattito è RoboHub, la maggiore comunità scientifica internazionale degli esperti di robotica. Introdotte da Asimov nel racconto "Runaround", ambientato su Mercurio, le tre leggi della robotica prevedono che un robot non debba mai fare del male a un essere umano nè permettere che un uomo possa essere danneggiato dal suo mancato intervento, che il robot debba obbedire agli ordini degli uomini, tranne quando questi sono in conflitto con la prima legge, e che un robot debba proteggere la sua esistenza, a meno che questo non sia in conflitto con la prima o la seconda legge. "Le leggi di Asimov sono molto stringenti e rigide, ma sono state concepite in un contesto storico, culturale e scientifico non ancora evoluto come quello attuale", ha osservato l'esperto di robotica sociale Filippo Cavallo, della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. "Sono leggi tutt'ora valide e buon senso, ma - ha rilevato - è necessario inserirle in un quadro di norme più complesso”. Nei 75 anni trascorsi dalla creazione delle leggi della robotica la tecnologia ha fatto passi in avanti da gigante e le tendenze attuali mostrano ormai che le relazioni fra robot e umani potrebbero diventare molto complesse. In alcuni casi, ad esempio, per un robot lasciare che un umano si faccia del male potrebbe significare rispettarne l'autonomia. Potrebbe essere questo il caso di un anziano che rifiuta di prendere le medicine che gli porge il suo robot badante.

[close]

p. 6

Pianeta Nove: scoperti 4 potenziali candidati Appassionati di scienza si sono messi all’opera contribuendo alla caccia del Pianeta Nove, individuando 4 possibili candidati La caccia al fantomatico Pianeta Nove, nascosto forse ai confini del nostro Sistema solare, continua. E ora, alcuni astronomi amatoriali si sono messi al lavoro per aiutare gli scienziati nelle ricerca dell’elusivo corpo celeste: grazie a un programma di crowdsourcing, ospitato da Zooniverse e Bbc Stargazing Live, molti partecipanti hanno risposto all’appello per la ricerca del pianeta, individuando ben quattro oggetti sconosciuti alla periferia del sistema solare, che secondo i ricercatori dell’Australian National University (Anu), potrebbero essere candidati a essere il Pianeta Nove. Il progetto, chiamato Planet 9 Search e promosso dall’Anu, ha così reclutato volontari, tra appassionati di spazio e astronomi amatoriali, che hanno avuto accesso a migliaia di immagini scattate dal telescopio SkyMapper del Siding Spring Observatory all’Anu. L’obiettivo era quello di individuare corpi in movimento sullo sfondo immobile delle stelle lontane, uno dei metodi più comunemente utilizzati per l’individuazione di nuovi pianeti. In soli tre giorni, circa 21mila volontari hanno analizzato più di 100mila immagini e classificato più di 5 milioni di oggetti, un lavoro enorme che per avrebbe impiegato oltre quattro anni un solo scienziato. I quattro oggetti identificati dalla ricerca sono considerati “molto interessanti” da parte del team di ricercatori dell’Anu, coordinati da Brad Tucker. “Abbiamo il potenziale per trovare un nuovo pianeta nel nostro sistema solare che nessun essere umano ha mai visto nella nostra storia di due milioni di anni”, spiega Tucker. Il prossimo passo, infatti, sarà quello di condurre ulteriori osservazioni di questi corpi celesti, che appaiono come piccoli punti di luce in movimento nelle immagini SkyMapper. Per ora, i ricercatori non sanno né la loro distanza né le dimensioni e anche se questi oggetti potrebbero essere il fantomatico Pianeta Nove, non è escluso che possano essere pianeti nani o forse semplici asteroidi. Ma cos’è il Pianeta Nove? si tratta di un ipotetico corpo celeste che potrebbe trovarsi al di là – molto al di là, per dirla tutta – dell’orbita del pianeta Nettuno, il più esterno del Sistema solare (a titolo di cronaca, ricordiamo infatti che Plutone, un tempo classificato a sua volta come nono pianeta, ha perso il suo status nel 2006 per entrare nel novero dei pianeti nani: al momento, dunque, i pianeti che siamo certi orbitino attorno al Sole sono otto). Sempre posto che esista per davvero, il Pianeta Nove – o Nibiru, come lo chiamano alcuni: ci arriveremo tra poco – sarebbe una specie di super-Terra, con diametro e massa, rispettivamente, quattro e dieci volte superiori a quelle del nostro pianeta, e un periodo orbitale pari a circa 15mila anni terrestri. Recentemente, il Pianeta Nove è tornato all’onore delle cronache: uno studio presentato al congresso dell’American Astronomical Society, a Pasadena, infatti, sembra collegare la presunta esistenza del corpo celeste a una leggera (e finora inspiegabile) inclinazione del piano orbitale dei pianeti del Sistema solare rispetto al Sole stesso.Stando ai calcoli di Michael Brown, uno degli autori del lavoro, il lontanissimo Pianeta Nove si comporterebbe come un peso posto su un lungo braccio di una bilancia, spostando leggermente tutti gli altri pianeti (idealmente posti sull’altropiatto della bilancia) nella propria direzione.

[close]

p. 7

Raggi X dallo Spazio profondo A 10,7 miliardi di anni luce dalla Via Lattea, qualcosa ha sprigionato un'energia pari a mille volte quella di tutte le stelle della sua galassia messe assieme. Che cosa lo ha prodotto? Un eccezionale lampo di raggi X, lo stesso tipo di radiazione utilizzato nelle radiografie, è stato catturato da un team di scienziati grazie al telescopio spaziale Chandra, che effettua misure a queste lunghezze d'onda. Il lampo è stato rilevato all'interno di un'immagine chiamata CDF-S (Chandra Deep Field – South, ovvero “campo profondo di Chandra – Sud”), che è stata ottenuta con un tempo di esposizione lunghissimo: ben 44 giorni. Per questo, si tratta della fotografia dei raggi X più lontani e quindi più “antichi” mai osservati. Già questa immagine in sé è da record: basti pensare che nella porzione di cielo che ritrae (ampia circa come il disco della Luna piena) sono stati scovati più di 5.000 buchi neri. CATACLISMICO Ma la vera sorpresa è stata il super lampo di raggi gamma, proveniente da una lontanissima regione dell’universo, a 10,7 miliardi di anni luce da noi. In poche decine di minuti è diventato migliaia di volte più luminoso, per poi scomparire nelle ore successive. «Potremmo aver osservato un nuovo tipo di evento cataclismico finora sconosciuto», spiega Andrea Comastri, direttore dell’Inaf-Osservatorio Astronomico di Bologna, parte del team di scienziati che lavora con Chandra. I dati relativi all'evento sono unici nel loro genere e quindi gli astronomi non sanno quale sia l'effettiva causa del lampo X. «È come se fossimo davanti a un puzzle di cui non abbiamo tutti i pezzi», sottolinea Franz Bauer della Pontificia Università Cattolica del Cile a Santiago del Cile, che ha guidato lo studio di questo strano fenomeno. ARMA FINALE Cercando però di far quadrare ciò che è stato visto dal telescopio con ciò che già sappiamo dell'universo, le spiegazioni possibili sono una più catastrofica dell'altra. La prima è il collasso di una stella molto massiccia arrivata alla fine della propria vita; l'energia che si sprigiona, in questi casi, è terrificante. Non solo perché molto elevata, ma anche perché la maggior parte viene incanalata in due direzioni precise: dai due poli della stella partono infatti lampi di raggi gamma (in inglese Gamma Ray Burst, GRB) che spazzano via tutto ciò che trovano sul loro cammino. Per la loro potenza possono ricordare l'arma finale dell'Impero di Star Wars, il raggio laser della Morte Nera. In questo caso però non si tratta né della luce visibile dei laser, né di raggi X, ma di raggi gamma, un tipo di radiazione elettromagnetica che trasporta ancora più energia. Se il GRB non punta direttamente verso la Terra, o se esaurisce molta della sua potenza prima di raggiungerci, potremmo vederne solo l'ombra: appunto, un lampo di raggi X.

[close]

p. 8

BUCO NERO INTERMEDIO Un'altra spiegazione coinvolge un gigante oscuro: un buco nero molto massiccio. È possibile che una nana bianca, ovvero una stella delle dimensioni di un pianeta ma molto più densa, abbia emesso quell'energia mentre veniva fatta a pezzi proprio da un buco nero con una massa compresa tra 1.000 e 10.000 volte quella del Sole. «Un tipo di oggetto che non abbiamo ancora osservato. Che potrebbe esistere ma di cui non ci sono ancora evidenze osservative forti», precisa Roberto Gilli dell'osservatorio astronomico di Bologna, anche lui coinvolto nello studio sul questa nuova categoria di lampi X. I buchi neri che derivano dal collasso di una stella hanno infatti masse molto inferiori, mentre quelli al centro delle galassie sono di gran lunga più massicci. IN ATTESA DI ATHENA In ogni caso, nessuna delle possibili spiegazioni va del tutto d'accordo con ciò che ha visto Chandra. Come possiamo, allora, gettare luce su questo mistero a raggi X? «Indipendentemente da quella che può essere la sua origine, la comprensione del fenomeno richiederà ulteriori sviluppi sia osservativi sia teorici», aggiunge Comastri. Se l'ipotesi del buco nero fosse corretta, potremmo sperare di “sentire” qualcosa grazie ai rilevatori di onde gravitazionali, che entrano in funzione proprio quando oggetti molto massicci ruotano vorticosamente l'uno intorno all'altro. Qualche speranza viene anche dalle mappature a raggi X del cielo che sono state effettuate in passato: con un po' di fortuna potremmo aver già registrato un fenomeno simile senza averlo notato. Ma ciò che gli astronomi aspettano con più impazienza è Athena: un telescopio spaziale per raggi X dell'ESA (l'Agenzia Spaziale Europea) che sarà centinaia di volte più sensibile di Chandra. Il suo lancio è previsto per il 2028: nel frattempo, teniamo gli occhi (e i telescopi X) al cielo.

[close]

p. 9

Conosci il corpo umano? Alla Città della Scienza lo scopri con un viaggio interattivo Corporea è il nuovo museo all’interno della Città della Scienza dove, attraverso le nuove tecnologie di realtà virtuale e aumentata, si può scoprire il mondo del corpo umano Più di 61 mila visitatori ad un mese circa dall’apertura, quasi 2 mila ingressi al giorno tra studenti, famiglie e turisti stranieri, 14 isole tematiche in 3 diverse lingue: italiano, inglese e cinese. Sono i numeri di Corporea, una nuova sezione permanente che si aggiunge all’offerta didattica della Fondazione Città della Scienza sottolineando l’importanza della formazione che oggi avviene attraverso le nuove tecnologie e l’innovazione: realtà virtuale e aumentata, software di riconoscimento facciale, device biomedici e biometrici, schermi touchscreen interattivi, videogiochi educativi e avatar. Protom vince il progetto per Corporea L’interazione di tutti questi strumenti e linguaggi rende qualunque apprendimento estremamente realistico, funzionale e fortemente esperienziale. Ne è convinta Protom, società leader a livello europeo nei servizi avanzati di ingegneria e consulenza per lo sviluppo di progetti e soluzioni ad alto grado di innovazione, che ha vinto nella primavera del 2016 la gara per realizzare i contenuti di Corporea in partnership con realtà internazionali come Archimedes Exhibitions, il Muse Museo delle Scienze di Trento - e lo Studio GrisDainese. «Siamo molto orgogliosi - dichiara il fondatore di Protom Fabio De Felice - che Città della Scienza abbia scelto il nostro progetto. Siamo ancor di più felici di aver lavorato assieme per Corporea, un simbolo importante della rinascita di Città della Scienza dopo il rogo di quattro anni fa e al contempo uno dei musei interattivi più innovativi al mondo.» Fondata dall’imprenditore napoletano nel 1995 attualmente l’azienda - con il suo quartier generale a Napoli e sedi in Francia, Brasile e Regno Unito - opera su numerosi mercati, attraverso macro aree che si interconnettono: IT, Advanced Engineering, PA Consulting e Training. L’integrazione delle diverse divisioni permette di progettare soluzioni altamente innovative, senza perdere mai l’approccio tailor-made per una realizzazione personalizzata di ciascun progetto e inoltre, utilizzando i nuovi paradigmi offerti dalla realtà aumentata e virtuale, l’azienda sta implementando valide applicazioni per l’industria 4.0, per la

[close]

p. 10

sicurezza sul lavoro e la sanità oggi vendute in tutto il mondo. «Le soluzioni realizzate per Corporea - dichiara il Direttore della Business Unit IT, Giuseppe Santoro - esprimono il nostro modello di interfaccia nel modo più ampio e differenziato per i vari exhibit. Tutte le attività di progettazione, lavorazione, manutenzione e addestramento, nel settore industriale soprattutto, possono trarre enormi vantaggi se condotte in maniera innovativa sfruttando l’enorme potenziale offerto da queste nuove tecnologie, aumentando perciò l'efficacia e la sicurezza , minimizzando i rischi di errore e riducendo i costi.» L’azienda rappresenta un fiore all’occhiello della realtà imprenditoriale d’avanguardia del territorio e un grande valore aggiunto per la città di Napoli che si candida a diventare una delle capitali italiane dell’ICT, grazie alla presenza di competenze di alta qualità formate dagli atenei del Mezzogiorno, che oggi attraggono anche colossi come IBM, Microsoft, Cisco ed Apple.

[close]

p. 11

Space X: è un successo il lancio del razzo "riciclato" Atterraggio riuscito per Falcon 9, il cui primo stadio era già stato usato in una missione precedente GIORNO storico a Cape Canaveral. La società americana SpaceX ha lanciato con successo il suo razzo Falcon 9, il cui primo stadio aveva già volato in passato ed è stato riciclato. Una novità assoluta, che potrebbe spianare la strada a una netta riduzione dei costi e rivoluzionare i voli spaziali. L'azienda è la stessa che ha promesso di portare due turisti sulla Luna entro il 2018. "È una giornata incredibile per lo spazio e l'industria spaziale" ha dichiarato Elon Musk, fondatore di SpaceX. "Siamo in grado di far volare, e far volare di nuovo, il primo stadio del lanciatore, che è la parte più cara: questo porterà a un'enorme rivoluzione dei voli spaziali". Il vettore spaziale, che trasportava un satellite per le telecomunicazioni spaziali dell'azienda lussemburghese Ses, è decollato dalla sua rampa di lancio, al Kennedy Space Center, alle 18:27 di giovedì (nella notte italiana): la prima parte, alta 41 metri, si è separata dal resto del razzo 2 minuti e 41 secondi dopo il decollo, prima di iniziare una discesa controllata su un piattaforma fluttuante nell'Oceano Atlantico, su cui si è poggiato dolcemente 8 minuti e 32 secondi dopo il lancio. La prima parte del vettore era stata usata nel lancio dell'aprile 2016 della capsula Dragon verso la Stazione Spaziale Internazionale, in una missione di rifornimento, ed era stata recuperata dopo l'atterraggio sulla terra. Complessivamente, SpaceX ha finora effettuato 14 tentativi di recupero dei propri lanciatori dopo aver rilasciato il carico utile, di cui nove andati a buon fine, compreso quello appena effettuato. La direttrice generale di SpaceX, Gwynne Shotwell, aveva sottolineato lo scorso anno che il riciclaggio del primo stadio di Falcon9 potrebbe ridurre il costo di un lancio di circa il 30 per cento (al momento, SpaceX fattura per ogni lancio oltre 60 milioni di dollari). Il numero di viaggi possibili del primo stadio dopo il suo "ricondizionamento" resta però ancora incerto: a fine 2015 Musk aveva assicurato che teoricamente poteva essere riciclato anche fino a cento volte.

[close]

p. 12



[close]

Comments

no comments yet