Theofilos Anno III - N. 1

 

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Rivista Scuola Teologica di Base Arcidiocesi di Palermo Febbraio 2017

Popular Pages


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GRAPHIC & PRIntInG web I n f o ReDAZIone & DIReZIone Scuola Teologica di Base “S. Luca EvangELiSTa” ANNOIII NumErO 1 FEBBRAIO 2017Copie 2.500 Quadrimestrale registrato presso il tribunale di palermo il 22.09.2014, n. 11/14 aSSociazionE SociocuLTuraLE “KK onLuS” via Tenente arrigo, 21 | villabate (Pa) cF: 97211280827 dIrettore reSponSabIle: Michelangelo Nasca capo redattore: Giuseppe Tuzzolino redazIone: Salvatore Priola, Maria Lo Presti, Maria Catena, Silvana Morello, Andrea Sannasardo. hanno collaborato: Don Salvatore Priola, Irene Ania, Teresa Maniscalco, Giuseppe Zucchetto, Maria Chiara Algeri, Adele Di Trapani, Maria Lo Presti, Michelangelo Nasca, Maria Catena. Per le libere contribuzioni Cod. IBAN IT93Y0335901600100000140870 INTESTATO A: Associazione Socio Culturale “KK Onlus” Via Tenente Arrigo, 21 - 90039 Villabate (PA) Tutti i numeri sono online sul sito della Scuola Teologica di Base www.stb.diocesipa.it e-mail:theofilos2000@gmail.com progetto grafIco: Gianluca Meschis Stampa: Wide snc Corso dei Mille, 1339 - Palermo Tel. 091 7835321 - www.widesnc.com concessionaria esclusiva di pubblicità: Wide snc In copertIna: cardinale Salvatore pappalardo Alcune immagini utilizzate negli articoli sono state scelte a scopo puramente divulgativo. Se riconosci la proprietà di una foto e non intendi concederne l'utilizzo o vuoi firmarla invia una segnalazione alla mail: theofilos2000@gmail.com 2 6 10 14 18 22 32 38 EditorialE 2 Una famiglia di famiglie di Don Salvatore Priola 5 arEa BiBlica 6 la violenza di dio nella Scrittura di Irene Ania e Teresa Maniscalco 9 arEa dogmatica 10 l’infallibilità della chiesa di Giuseppe Zucchetto 13 arEa litUrgica 14 la grande dossologia di Maria Chiara Algeri 17 arEa moralE 18 Un invito alla responsabilità e alla cura del creato di Adele Di Trapani 21 approfondimEnto 22 “Sono santamente orgoglioso di essere il vostro vescovo” di Maria Lo Presti 25 r presbiteri rubrIcA 31 SpiritUalità 32 martin mordechai Buber di Maria Catena 35 r lessico Spirituale rubrIcA 37 Vita dElla ScUola 38 l’arte a servizio della parola di Maria Lo Presti 40 r Theofilos risponde rubrIcA 1

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Una famiglia di famiglie di Don Salvatore Priola Lo abbiamo letto e ce lo siamo sentito dire infi- nite volte e, con molta probabilità anche noi, christifideles laici, religiosi e sacerdoti, ce lo andiamo ripetendo ad ogni buona occasione: la famiglia al centro della nostra pastorale, non solo come destinataria, altresì come attrice insostituibile della pastorale missionaria delle nostre comunità cristiane, nel contesto di un mondo, in costante e mutevole accelerazione culturale, bisognoso di essere evangelizzato dalla testimonianza credibile e dall’annuncio schietto della Parola del Crocifisso-risorto, di cui noi, suoi discepoli, siamo missionari. Nei diversi documenti del Concilio Vaticano II, ce lo avevano detto con parole solenni i Padri conciliari, tra le quali ricordiamo certamente un passaggio di Gaudium et Spes 52: «la famiglia è una scuola di arricchimento umano. […] nella quale le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e ad armonizzare i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, è veramente il fondamento della società. […] Le varie opere di apostolato, specialmente i movimenti familiari, si adopereranno a sostenere con la dottrina e con l'azione i giovani e gli stessi sposi, particolarmente le nuove famiglie, ed a formarli alla vita familiare, sociale ed apostolica». Ad un decennio dalla conclusione del Concilio, l’8 dicembre del 1975, il Beato Papa Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi a proposito dell’impegno «di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo animati dalla speranza, ma, parimenti, spesso travagliati dalla paura e dall'angoscia» (n. 1), con la chiarezza e la lucidità di pensiero che lo contraddistinguevano asseriva che «la famiglia, come la Chiesa, deve essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Dunque nell'intimo di una famiglia cosciente di questa missione tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell'ambiente nel quale è inserita» (n. 71). Il 22 novembre del 1981, con la Familiaris consortio San Giovanni Paolo II esortava la famiglia a diventare ciò che è, illustrando, particolarmente nella terza parte ai nn. 49-54, i compiti della famiglia cristiana, tra i quali la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa: «La famiglia cristiana è chiamata a prendere parte viva e responsabile alla missione della Chiesa in modo proprio e originale, ponendo cioè al servizio della Chiesa e della società se stessa nel suo essere ed agire, in quanto intima comunità di vita e di amore» (n. 50). Lo stesso Papa 2 | Editoriale

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EDITORIALE il 2 febbraio del 1994, in quello che fu l’anno dedicato alla famiglia, firmava la lettera Gratissimam sane, con la quale ‘bussava’ alle porte delle case delle famiglie e dichiarava loro che, se «l’uomo è prima e fondamentale via della Chiesa» (Redemptor hominis 14), «la famiglia è la prima e più importante strada» (n. 2) da percorrere per l’adempimento della missione della Chiesa. Nessun uomo, infatti, può distaccarsi dalla famiglia senza riceverne un grave danno: «l'uomo esce dalla famiglia per realizzare, a sua volta, in un nuovo nucleo familiare la propria vocazione di vita» (Id.). In quello stesso anno i Vescovi di Sicilia, a conclusione del 3° Convegno regionale delle Chiese di Sicilia, con il documento Nuova evangelizzazione e pastorale, pubblicato nel giorno di Pasqua, offrivano alle loro Chiese gli orientamenti pastorali da seguire per dare attuazione a un cammino ecclesiale condiviso. In questo documento al n. 39 così si esprimevano: «si dovrebbero riconoscere alla famiglia una centralità nella Chiesa e una dignità di intervento pastorale ben più impegnative e significative di quanto di fatto non le vengano normalmente riconosciute. […] la riorganizzazione della “nuova pastorale”, che vogliamo e dobbiamo promuovere e che costituisce indubbiamente una vera rivoluzione, non potrà non tenere conto di questa centralità del ministero coniugale e della famiglia». Dieci anni più tardi, esattamente il 30 maggio del 2004, la Conferenza Episcopale Italiana pubblica la nota pastorale: Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, con la quale richiama l’attenzione sulla natura missionaria delle oltre 25000 parrocchie italiane e, a proposito del ruolo giocato dalle famiglie, così si esprime: «La parrocchia missionaria fa della famiglia un luogo privilegiato della sua azione, scoprendosi essa Editoriale | 3

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stessa famiglia di famiglie, e considera la famiglia non solo come destinataria della sua attenzione, ma come vera e propria risorsa dei cammini e delle proposte pastorali» (n. 9). Potremmo continuare nel lungo elenco di testi prodotti dal magistero universale e locale della Chiesa, ma con il rischio di tediare chi legge e forse, persino, di far scivolare un velo di tristezza sui nostri volti, a motivo della consapevolezza che poco si è fatto per dare compimento alle attese e alle speranze, coltivate negli ultimi cinquant’anni di cammino delle nostre Chiese, per coinvolgere attivamente e fruttuosamente le famiglie, al servizio dell’evangelizzazione e della missione che il Signore ci affida. Non mancano certo esperienze positive e iniziative, mirate e qualificate, nelle varie Diocesi, grazie al contributo di alcuni movimenti ecclesiali, che lo Spirito di Dio ha suscitato come espressione della cura pastorale da parte delle famiglie, evangelizzate e maturate alla scuola del Vangelo e dell’adorazione eucaristica, davanti a Gesù sacramentato, nei confronti di altre famiglie, magari nate sacramentalmente ai piedi dell’altare, ma ‘abortite’ subito dopo essere uscite dalla porta dell’aula liturgica. Dobbiamo dircelo onestamente: siamo ancora lontani dal poter affermare che la ‘chiesa domestica’ o ‘la chiesa in miniatura’, come sono spesso appellate le famiglie cristiane, siano pienamente coinvolte nella missione della Chiesa, sia come destinatarie che come soggetti promotori di evangelizzazione. Le nostre comunità parrocchiali appaiono in affanno sotto questo aspetto; fanno una fatica enorme a ripensare e a reimpostare, con efficacia e creatività, modelli e metodi pastorali che agevolino il cambiamento tante volte auspicato. La preghiera fiduciosa, l’ascolto attento, la docilità paziente, il discernimento sincero, il confronto schietto e mite, l’apertura prudente e coraggiosa di osare insieme, anche se ciò può comportare incomprensioni e resistenze al cambiamento, credo siano ingredienti indispensabili per dare vigore ad una stagione di rinnovamento pastorale che tarda a far vedere i frutti profumati sperati da quegli ‘agricoltori’ che, oltre cinquant’anni fa, nella felice congiuntura conciliare, avevano seminato a piene mani. Non abbiamo alternative valide, soprattutto nel contesto culturale che stiamo attraversando, che impe- 4 | Editoriale gnarci a trasformare le nostre parrocchie in ‘famiglie di famiglie’. Il futuro della nostra Chiesa passa per questa strada. La pastorale delle nostre comunità o sarà una pastorale fatta dalle famiglie per le famiglie o sarà semplicemente poco fruttuosa o, persino, improduttiva. Dobbiamo investire più tempo e più risorse per la formazione e il sostegno delle famiglie, se non vogliamo continuare a costatare la crescita lenta, ma costante, dei fallimenti familiari, accompagnati spesso da dinamiche di sofferenza che, non di rado, danno esiti drammatici, come ci testimonia la cronaca, ormai quotidianamente. L’attuale Sommo Pontefice, Papa Francesco, ha scelto di porre all’attenzione di tutta la Chiesa le questioni più urgenti sull’amore nella famiglia, nel delicato e complesso frangente storico che stiamo vivendo, pubblicando l’Esortazione post sinodale Amoris laetitia. In essa afferma che «il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa» (n. 31). Là dove la Chiesa è impegnata ad offrire «spazi di accompagnamento e di assistenza su questioni connesse alla crescita dell’amore, al superamento dei conflitti e all’educazione dei figli» (n. 38) suscita attenzione e accende interesse e apprezzamento per la famiglia stessa. Unendosi al coro unanime del magistero dei suoi predecessori, torna a ribadire che «la Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, “in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana”» (87). A tutte le comunità cristiane sparse nel mondo indica una sorgente zampillante che può assicurare loro vitalità ed energie sempre fresche, capaci di rigenerare la gioia dell’annuncio evangelico: «L’amore vissuto nelle famiglie è una forza permanente per la vita della Chiesa» (88). Impegniamoci, dunque, a far crescere e a sostenere l’amore delle e nelle famiglie, e le nostre parrocchie sperimenteranno una stagione di rinascita e di buoni frutti dello Spirito.

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FEBBRAIO 2017 area BIBLICa La pace terrena, che nasce dall’amore del prossimo, è essa stessa immagine ed effetto della pace di Cristo che promana dal Padre. Gaudium et Spes 78

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La violenza di Dio nella Scrittura di Irene Ania e Teresa Maniscalco Accostandosi alle Scritture Sacre si resta colpiti dal contrasto tra la benevola e misericordiosa azione di Dio e la violenza estrema che traspare da alcune pagine, soprattutto dell’Antico Testamento: pena di morte, assassini, guerre e distruzione nei confronti di intere popolazioni; si scorge la figura di un Dio-guerriero, addirittura vendicativo, un’immagine diversa dal Dio d’Amore. Al ‘Dio degli eserciti’, ‘Dio guerriero’, possono essere messe in conto atrocità come l’aver ordinato alle milizie di Israele di gettare l’anatema su città intere: «Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà come eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio […] come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché [...] non pecchiate contro il Signore vostro Dio» (Dt 20,16-18). E cosa dire del diluvio ordinato da Dio che annega quasi la totalità dell’umanità (cf. Gen 6,7) e delle piaghe inflitte agli egiziani (cf. Es 7-12; Sal 135; Sal 136)? Alcuni salmi ci mostrano un Dio che lotta e spalleggia il suo popolo contro gli altri popoli. Talvolta, anche la preghiera del salmista diventa richiesta di vendetta nei confronti dei nemici: «Pochi siano i suoi giorni e il suo posto lo occupi un altro. I suoi figli rimangano orfani e vedova sua moglie» (Sal 109,8-9). Nell’Antico Testamento i termini riferiti alla collera sono utilizzati per Dio circa cinque volte di più che per l’uomo; la Scrittura ci mostra che essa si abbatte sul popolo a causa del peccato da questi commesso (cf. Os 5,10; Is 9,11; Ez 5,13), ma anche nei confronti delle nazioni orgogliose (cf. Is 10,5-15), così come nel giorno del giudizio, definito ‘giorno di collera’ (cf. Am 5,18ss; Sof 1,15). Anche nella letteratura apocalittica compare la visione del giudizio finale con la distruzione di tutti i malvagi al fine di ricreare un mondo di giustizia e di pace: i malvagi saranno resuscitati per essere condannati e annientati; si tratta quindi di una resurrezione non per la vita ma per la morte. Ma come è possibile che Dio che è Amore sembra tollerare e, in alcuni casi avallare, tanta violenza? Queste e tante altre domande potremmo porci, e le risposte saranno sempre limitate. Prima di tutto consideriamo quanto dice San Paolo: «Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere?» (Rm 11,33b-34). In secondo luogo bisognerà considerare il contesto in cui scrivono gli autori sacri, fermo restando il criterio dell’ispirazione. È doveroso compiere uno sforzo interpretativo al fine di collocare determinati episodi nel contesto dell’epoca, individuando il genere letterario del passo biblico e i condizionamenti culturali a cui gli autori erano sottoposti. Secondo la mentalità dell’epoca, il ricorso alla violenza è legato in prima istanza alla santità di Dio e al concetto di giustizia, vale a dire al modo di 6 | Area Biblica

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mantenerla tra gli uomini. Nella concezione ebraica la violenza non ha nulla a che vedere con l’arbitrio o il sadismo, piuttosto si pone all’interno della stessa Legge ed è strumento per perseguire la giustizia. Nondimeno, la vendetta è vista come doverosa, perché ristabilisce un diritto leso, per questo ogni trasgressione contro la santità di Dio o contro un comandamento della sua Legge era passibile di una punizione fisica che poteva arrivare fino alla morte. Nel caso delle città conquistate, la legge dell’anatema manifestava l’obbligo di estirpare l’idolatria e di affermare la santità di Dio e la sua unicità. Vi sono, al contrario, numerosi brani veterotestamentari che condannano la violenza. Un esempio si riscontra in Esodo ove si insiste affinché venga applicata la stessa legge per il cittadino e per lo straniero: «Vi sarà una sola legge per il nativo e per il forestiero, che è domiciliato da voi» (Es 12,49). Lo stesso vale per i profeti che rifiutano gli atti violenti di cui Israele si è reso colpevole (cf. Os 4,1-2), e al contempo annunziano un Dio che, rompendo il nesso colpa-pena, fa seguire alla colpa il perdono: attraverso l’immagine dell’amore sponsale, in Osea leggiamo della perpetua comunione di vita tra Jahvé (sposo) e il suo popolo Israele (sposa): «Accusate vostra madre, accusatela, perché lei non è più mia moglie e io non sono più suo marito […] la ridurrò a un deserto, come una terra arida e la farò morire di sete» (Os 2,4); con queste espressioni la sposa-Israele viene minacciata da Jahvé-Sposo per i peccati commessi, ma tale avvertimento si tramuta in una toccante dichiarazione d’amore che rivela l’immensa misericordia di Dio: «Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa, nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore […] e amerò Non-amata e a Non-popolo-mio dirò “Popolo mio”, ed egli mi dirà “Dio mio”» (Os 2,21-22.25). Ciò mostra «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6; Sal 86,15). Si legge nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum: «L’economia dell’Antico Testamento era soprattutto ordinata a preparare e ad annunziare profeticamente e a significare con diverse figure l’avvento di Cristo redentore dell’universo e del Regno messianico» (DV 15); e continua dicendo che seppur nei libri dell’Antico Testamento vi siano ‘cose imperfette e caduche’, essi dimostrano una vera pedagogia di Dio; ancora il testo afferma che «tuttavia i libri dell’Antico Testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro significato nel Nuovo Testamento, che essi a loro volta illuminano e spiegano» (DV 16). Vi è quindi una circolarità ermeneutica tra i due testamenti, difatti l’uno non si spiega senza l’altro. La rivelazione ha, comunque, un carattere progressivo e raggiunge il suo compimento nel Nuovo Testamento: Dio istruisce il suo popolo, preparandolo alla rivelazione ultima e definitiva, l’evento Cristo. Per comprendere la pedagogia divina nella sua gradualità, di esempio è il cambiamento avvenuto in seguito all’istituzione dalla legge del taglione. Quest’ultima, nonostante la sua durezza, costituisce un progresso, perché impedisce la vendetta sfrenata e limita la legge della vendetta alla reciprocità: essa non è più da universalizzare bensì da risolvere uno per uno, «vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede» (Dt 19,21). Area Biblica | 7

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Un altro indice di progresso lo riscontriamo nel libro di Tobia, che presenta un nuovo modo di intendere i rapporti tra le persone: «Non fare a nessuno ciò che non piace a te» (Tb 4,15a). Con l’avvento di Cristo si mostra il progresso più tangibile, portando la rivelazione al suo culmine: «tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Mt 7,12). Gesù ordina di dare agli altri il bene che si vorrebbe per se stessi, e non solo di non fare loro il male. La rivoluzione della Legge dell’Amore sostituisce quella del taglione: «Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente. […] Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo ed odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano […]» (Mt 5,38.43-44). Eppure, è proprio Gesù a schierarsi duramente contro scribi e farisei: a questi Gesù rivolge una serie di ‘guai’ che possono essere interpretati come vere e proprie minacce. Anche il Nuovo Testamento offre delle pagine ‘difficili’, che sembrano mal conciliarsi con l’affermazione della 1 Giovanni 4,16: «Dio è Amore». Si tratta sempre di valutare il contesto. Gesù si rivolge a scribi e farisei considerati autorità giudaiche accusandoli di ipocrisia, perché fanno proseliti come ‘guide cieche’, basando il loro agire sul culto esteriore, ovvero dimenticandosi di Dio; essi subordinano l’essere all’apparire (cf. Mt 23). Ciò che può essere inteso come violenza è un atto di amore e correzione di Gesù, poiché non si può tollerare l’ingiustizia nei confronti di Dio. Non vi è un Dio ‘violento’ dell’Antico Testamento ed un altro Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio per la salvezza dell’intera umanità (cf. Gv 3,16): Dio è sempre lo stesso. La Dei Verbum 15 afferma che i libri dell’Antico Testamento «manifestano chi è Dio e chi è l’uomo e il modo con cui Dio giusto e misericordioso agisce con gli uomini». Scuola Teologica di Base “San Luca Evangelista” Mons. Giovanni D’Ercole vescovo di ascoli Piceno Maria modello della fede nel mese di maggio

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FEBBRAIO 2017 area dogmatICa gli apostoli… affinché l’evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i vescovi, ad essi «affidando il loro posto di maestri». Dei Verbum 7

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L’infallibilità della Chiesa di Giuseppe Zucchetto «Cattolicità ed apostolicità mi sembrano forme strutturali, schemi necessari dentro le coordinate spazio-temporali nelle quali si svolge l’esistenza concreta della chiesa per cui ogni autentico evento di chiesa si pone spazialmente nella dimensione cattolica e temporalmente nella continuità apostolica. Se la chiesa è comunione che si sviluppa fra coloro che vivono nella reciproca comunicazione della fede, essa evidentemente è un evento localizzato e limitato: i “due o tre” riuniti nel nome di Cristo. La natura però di questo evento è di essere segno di salvezza per il mondo intero» (S. Dianich, Note, in «Dizionario Teologico interdisciplinare», II, Casale Monferrato 1977, 632). Il termine cattolico nella storia assume due significati. Il primo mette in evidenza il senso della comunione universale dei fedeli. Il secondo, con il pullulare di eresie, mette in evidenza il senso di ortodosso che si è affiancato al senso universale. «Strumento di fondamentale importanza di questa strutturazione cattolica è l’episcopato. Ogni vescovo è pastore nella sua chiesa in forza di un’imposizione delle mani che gli deriva dai vescovi delle altre chiese e che lo rende partecipe del carisma apostolico del collegio episcopale. La “derivazione” episcopale segno così in maniera precisa la linea genetica nel suo ricollegarsi, attraverso la successione, all’origine apostolica, e attraverso la collegialità, a tutte le altre chiese. La seconda linea sulla quale si struttura la cattolicità della chiesa è quella del primato papale» (Ib., 633). Questo comporta che ogni Chiesa, che nasce dall’annuncio del vangelo, deve tenere sempre presente che l’episcopato e il papato sono strumenti della strutturazione cattolica delle Chiese. Ogni Chiesa, che è nata per l’azione dello Spirito Santo, entra a pieno titolo all’interno della comunione universale. Lo Spirito fa della Chiesa il segno universale di salvezza per il mondo. Ogni comunità che sorge si inserisce all’interno della cattolicità, quindi si pone nella storia in uno spazio ben definito, ma bisogna andare oltre lo spazio, perché si pone anche all’interno di una storia e di un tempo. La Chiesa è posta da Dio nella storia come testimone di Cristo, fin tanto che la storia non approdi alla realizzazione del Regno. Sotto questo profilo l’indefettibilità della Chiesa consiste nel fatto che 10 | Area Dogmatica

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l’evento che si riproduce si realizza sempre nelle sue medesime componenti essenziali: una comunione tra uomini e con Dio, in una rete di rapporti interpersonali, basati sulla comunicazione dell’esperienza di Cristo, a partire dalla testimonianza degli apostoli. Nello specifico della fede cristiana, la comunicazione della fede è al centro della fondazione della Chiesa, tutto inizia con gli apostoli e la successione da loro in poi è importante per il mantenimento fedele dell’annuncio fino ai giorni nostri: «nel caso cristiano, però, l’esperienza della fede è rigorosamente dipendente dalla testimonianza, resa da alcuni soggetti storici, su degli eventi di cui essi sono stati protagonisti. [...] Nella chiesa quindi ci fu e c’è sempre il rischio che la comunicazione della fede tradisca la verità dei fatti, prima ancora che delle dottrine e che la paràdosis apostolica venga interrotta. [...] Il problema della trasmissione della fede è quindi ineludibile e vitale per la chiesa» (E. Benevento – S. Dianich, Infallibilità, in Teologia, Cinisello Balsamo 2002, 755). La cosa importante, oltre alla permanenza della Chiesa nella storia, è il mantenere la verità nella trasmissione della memoria del Cristo. Senza questo impegno, non può esistere la Chiesa. Il discorso sull’indefettibilità della Chiesa si intreccia, allora, con il discorso dell’infallibilità. «Il vangelo, se pur composto di proposizioni scritte nei testi canonici, di per sé non è un insieme di proposizioni, ma piuttosto è l’espressione di una complessa esperienza di vita, quella che gli apostoli vissero nel loro incontro con Cristo che oggi rivive il credente. Porre la questione dell’infallibilità della chiesa significa domandarsi se la trasmissione fedele di questa esperienza debba implicare anche la certezza che le proposizioni con cui la si esprime potranno essere per grazia di Dio, sempre vere. L’indefettibilità della chiesa è uno stato complessivo di vita, per il quale si può dire che la chiesa potrà sempre continuare ad esistere come la chiesa di Cristo. L’infallibilità è il versante intellettuale e proposizionale di questa indefettibilità» (S. Dianich, La Chiesa mistero di comunione, 2011, 190). Ogni possibile esperienza di fede e di evangelizzazione, ha coscienza di una grazia di infallibilità, almeno in merito alle proposizioni fondamentali della fede. L’annuncio nella storia e con il passare del tempo sollecita a nuove esigenze e a nuove proposizioni per comunicare la fede oggi, «queste possono essere il frutto dell’intuizione di singoli credenti, della ricerca dei teologi, dell’esperienza di particolari carismi e di particolari esperienze di vita ecclesiale, dell’impegno di evangelizzazione e della cura pastorale dei ministri della chiesa, nella loro singolarità oppure in determi- nazioni di natura collegiale» (S. Dianich, La Chiesa mistero di comunione, 2011, 191). C’è da dire che ci sono degli asserti che cadono da sé mentre altri resistono. Ve ne sono alcuni indispensabili, come per esempio «è ciò che è accaduto a Nicea nel 325 con il primo concilio ecumenico, quando 318 vescovi hanno ritenuto indispensabile alla fede dichiarare che il Figlio è “della stessa sostanza” del Padre: questo resta “il credo” cristiano ancora oggi per tutte le chiese che, pur divise fra di loro, sono ritenute chiese cristiane» (S. Dianich, La Chiesa mistero di comunione, 2011, 192). Altri asserti non sono indispensabili. Il soggetto dell’infallibilità in senso totale è Dio, ma in senso proprio è lo Spirito Santo che anima la Chiesa. Sul piano concreto, il soggetto primo dell’infallibilità è la Chiesa nel suo insieme. Questo lo dice chiaramente il concilio Vaticano II, quando afferma che «l’universalità dei fedeli, che tengono l’unzione dello Spirito Santo non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici, mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale» (S. Dianich, La Chiesa mistero di comunione, 2011, 192). L’autorità del vescovo nei confronti della propria comunità emerge in forza del suo carisma sacramentale che gli permette di essere il punto di riferimento dell’autenticità e dell’unità nella professione di fede di tutti. Le proposizioni della fede che emergono dal carisma dell’infallibilità nella storia hanno sorti differenti. In prima istanza, esse non sono allo stesso livello della Scrittura, devono essere interpretate con tutti quegli strumenti critici ed interpretativi che la storia fornisce, ed infine queste proposizioni di fede nascono per inserire la fede stessa nell’evoluzione storica del linguaggio e della cultura. L’evoluzione del dogma

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non contraddice il principio dell’infallibilità: «una nuova proposizione della fede può sostituire l’antica, non perché questa sia falsa, bensì semplicemente perché non risulta più sufficientemente adeguata, oppure non è più abbastanza adatta a comunicare, dentro un nuovo contesto culturale. In questa maniera bisogna dire che le proposizioni infallibili della fede restano sempre un punto di riferimento e di confronto per qualsiasi ulteriore formulazione» (S. Dianich, La Chiesa mistero di comunione, 2011, 194). Per infallibilità «non si intende dire che le espressioni della sua fede siano assolutamente immutabili, ma che non mutano a titolo di correzione dell’errore in cui sarebbero cadute, bensì perché nuove espressioni possono sostituire le precedenti, in quanto più chiare e complete o più adeguate al contesto mutato e alle nuove cono- scenze acquisite» (E. Benevento – S. Dianich, Infallibilità, in Teologia, Cinisello Balsamo 2002, 759). Questo vuol dire che «la coscienza della propria infallibilità è un aspetto della sua indefettibilità, un elemento della sua fiducia nel Signore che le ha assegnato una missione nella storia fino alla venuta del Regno. In questo senso è un asse intorno al quale ruotano le certezze della chiesa, il suo ancoraggio all’eterno. D’altro lato dogma ed infallibilità non estraniano la chiesa dal cammino della storia, perché nessuna proposizione della fede è in grado di adeguare la totalità del mistero che intende comunicare. Gesù ha promesso alla chiesa non il possesso della verità, ma lo Spirito che ci conduce “verso la verità tutta intera” (Gv 16,13)» (E. Benevento – S. Dianich, Infallibilità, in Teologia, Cinisello Balsamo 2002, 759). 12 | Area Dogmatica

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FEBBRAIO 2017 area LIturgICa Cristo gesù, il sommo sacerdote della nuova ed eterna alleanza, prendendo la natura umana, ha introdotto in questo esilio terrestre quell’inno che viene eternamente cantato nelle dimore celesti Sacrosanctum Concilium 83

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