ALI - Numero 17

 

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marzo 2017 numero 17

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AVIO – il motore P120C Il razzo del futuro è italiano È italiano il razzo del futuro, e precisamente di Avio, l’azienda di Colleferro specializzata nella produzione di lanciatori spaziali. Avio, guidata dall’ad. Giulio Ranzio, già partecipa allo sviluppo della famiglia di vettori spaziali europei realizzando il piccolo Vega e contribuendo al più grande Ariane 5 per il 15%, con i motori a propulsione solida e una turbopompa per la propulsione liquida. Avio è in realtà già a lavoro sui futuri lanciatori d’Europa, Vega C e Ariane 6, i razzi che permetteranno al Vecchio continente di dotarsi di un autonomo accesso allo spazio. A tal scopo, Colleferro sta nascendo il più grande motore al mondo monolitico a propellente solido tutto in fibra di carbonio. Cinque volte più leggero e due volte più resistente dell’acciaio, il carbonio è il materiale con cui Avio già realizza il lanciatore Vega e tutti i motori di prossima generazione. Il nuovo motore è lungo 12 metri, ha un diametro di 3,5 metri, conterrà 142 tonnellate di propellente: il più grande mai costruito dall’azienda guidata da Giulio Ranzo. Si tratta del primo esemplare di una famiglia (P120C) che equipaggerà sia il Vega C sia Ariane 6 i cui voli inaugurali sono previsti rispettivamente nel 2019 e 2020. “A ritmo serrato procede anche la costruzione dei nuovi impianti che ospiterà la produzione quando sarà a regime”, fa sapere la società. “Nella Avio dei record il futuro è già di casa”.

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Valentina Tereshkova, prima donna nello spazio, compie 80 anni Valentina Tereshkova, la prima donna nello spazio e simbolo sovietico dell’emancipazione femminile, ha compiuto 80 anni il 6 marzo scorso Il 16 giugno 1963 Valentina Tereshkova trascorse 70 ore nello spazio a bordo della navicella Vostok 6, diventando il primo cosmonauta donna della storia. Inoltre è l'unica donna in Russia ad aver ottenuto il grado di generale maggiore. Oggi è deputata della Duma di Stato. Nel 1963, a causa del vuoto informativo relativo ai dati tecnici della missione, i media occidentali celebrarono l'impresa della Tereshkova concentrandosi soprattutto sulla sua fisionomia. "Il primo cosmonauta donna del mondo è una ragazza carina, atletica, con gli occhi grigi e i capelli ondulati castano scuro," scriveva allora il New York Times. Altre testate statunitensi si atterranno a questo schema per annunciare il volo delle prima donna nello spazio. "La televisione di Mosca ha mostrato verso le due del pomeriggio le immagini del primo cosmonauta donna: è una ragazza con i riccioli che le cadono davanti agli occhi e la fossetta sul mento. Il sorriso e l'infinita loquacità di Valentina — Valya per gli amici — sembrava dissipare il grigiore del cielo moscovita," scriveva il New York Herald Tribune nel 1963. I dettagli emotivi ebbero maggiore spazio anche sulle testate europee. Molti quotidiani spagnoli, per esempio, si concentrarono sulla conversazione tra la Tereshkova e l'allora leader sovietico Nikita Krusciov. Krusciov chiese alla cosmonauta se ci fossero stati degli incidenti durante il volo. "No", rispose la Tereshkova, "ho solo sbattuto il naso." Krusciov le promise che avrebbe ricevuto l'adeguato aiuto medico e aggiunse: "quando arriverà a Mosca, l'accoglieremo con lo sfarzo che si merita." Altre pubblicazioni, invece, cercarono di dare una spiegazione al perché sia stata l'Unione Sovietica a mandare per prima una donna nello spazio, a scapito della NASA americana e del suo programma femminile. "Dal 1917 la Russia sovietica… cerca di praticare il principio della parità tra uomini e donne," scriveva Life spiegando che tutte le sfere della vita pubblica — dal lavoro fisico alla scienza — erano accessibili alle donne. "L'impresa di Valentina è il simbolo dell'emancipazione delle donne comuniste," sottolineava Life.

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Nata e cresciuta a Maslennikovo, piccolo paesino nella regione di Yaroslavl, Tereshkova rimase orfana di padre da piccola e sua madre, operaia in un'industria tessile, fu costretta a crescere i tre figli - un fratello minore e una sorella maggiore - da sola. Valentina a soli 17 anni fu costretta a interrompere gli studi e ad affiancare la madre in fabbrica. A portarla nello spazio fu la passione per il paracadutismo - effettuò il suo primo lancio il 21 maggio del 1959 - e l'ardore politico, che la portarono a diventare segretario della locale sezione del Komsomol, la lega dei giovani comunisti. Così, realizzato con successo lo storico lancio di Yuri Gagarin, Kamanin, il capo del programma spaziale, convinse le autorità sovietiche ad avviare un programma femminile. Tereshkova venne allora scelta, probabilmente grazie alla sua esperienza nel paracadutismo. La navicella Vostok era infatti completamente automatizzata e dunque non servivano doti di pilotaggio, ma il cosmonauta veniva espulso dalla capsula in fase di rientro. Una procedura rischiosa che necessitava di doti particolari. Valentina, in quello storico volo, si trovò ad affrontare imprevisti di ogni tipo - vomitò ad esempio mentre si trovava in orbita e la sua missione venne prolungata di due giorni, pare per correggere l'orientamento della navicella che la stessa Tereshkova aveva notato essere non corretto - e alla fine totalizzò più ore nello spazio che tutti gli astronauti americani messi insieme. Peccato che, dopo essere stati i primi ad ie una donna nello spazio l'Unione Sovietica prima, e la Russia di oggi, sono rimasti molto indietro in questo campo. Le donne cosmonaute sono state una rarità negli ultimi 50 anni (in tutto quattro sono andate nello spazio contro le 46 degli Stati Uniti e le 10 degli altri Paesi fra cui l'Italia con Samantha Cristoforetti) e, forse proprio per la mentalità russa, questo divario con l'occidente sembra essere destinato a rimanere invariato per lungo tempo. Attualmente sono in servizio un totale di 19 astronaute: 15 statunitensi, 2 cinesi, 1 italiana ed 1 russa.

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La tuta spaziale contro le radiazioni: primo test attorno alla Luna nel 2018 Progettata dalla israeliana Stemrad, è composta da un materiale multistrato per proteggere gli astronauti oltre la magnetosfera terrestre. Sarà vestita da manichini a bordo della capsula Orion nel 2018. In attesa di un vero equipaggio LA Nasa ha finalmente una ''armatura'' per proteggere gli astronauti dalle radiazioni cosmiche nello spazio interplanetario. Il primo test sul campo è previsto per il prossimo anno, attorno alla Luna, e a vestirla potrebbero essere non dei manichini ma degli astronauti in carne e ossa. L'ha progettata l'azienda israeliana StemRad, a contratto con la Lockheed Martin e l'Agenzia spaziale americana proprio per trovare una soluzione a quello che sembra l'ultimo grande ostacolo per l'esplorazione umana del Sistema solare. Per portare i primi esseri umani su Marte, la sfida ancora da vincere (a dirla tutta la partita è appena cominciata) è quella contro le radiazioni. Protoni, nuclei di elio ed elettroni: c'è di tutto lassù. Molto arriva dal Sole e le altre stelle della galassia, ma anche dalle esplosioni di supernove o i distantissimi quasar. Il ''nido'' terrestre, protetto dalla magnetosfera e dall'atmosfera, ci difende da questa doccia di particelle pericolosissima per l'organismo. Affrontare un viaggio di mesi rende necessari materiali efficaci per schermare gli astronauti durante la traversata. L'azienda israeliana (che ha già realizzato una cintura per i soccorritori in zone colpite da incidenti nucleari, come a Fukushima) ha messo a punto ''busto'' (battezzato AstroRad) che sarà cucito su misura per i singoli astronauti. Materiali non metallici che proteggeranno gli organi vitali, in particolare del torso, e le cellule staminali con una struttura che garantisce la piena mobilità. Astrorad potrebbe essere testato già il prossimo anno nella prima missione Orion: un veicolo senza equipaggio da spedire oltre la Luna e ritorno. A vestire la nuova tuta sarà dunque un manichino con dei sensori che registreranno l'assorbimento di radiazioni. Dati da confrontare con quelli di un altro manichino senza protezione. Il progetto Exploration mission 1 vede la collaborazione di Nasa, Esa e Lockheed Martin per il primo volo della navetta Orion portata dal nuovo sistema di lancio della Nasa. Tuttavia non è detto che quella capsula sia destinata a rimanere senza piloti. L'Agenzia spaziale americana ha infatti comunicato a febbraio di aver avviato uno studio per aggiungere un equipaggio di due persone. L'intenzione potrebbe, perché no, prendere le mosse proprio dall'avanzamento della ricerca contro le radiazioni. In questo caso a testare la tuta

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sarebbero due astronauti in carne e ossa. Sarebbe il primo volo umano oltre la Luna dai tempi dell'ultimo Apollo, 45 anni fa Gli effetti dell'esposizione alle radiazioni nello spazio sono oggetto di studio da anni con risultati ancora non soddisfacenti. Basti pensare che una delle soluzioni pensate dalla Nasa contro potenti eruzioni solari consiste nel far “nascondere” l'equipaggio tra i bagagli. Gli stessi astronauti delle missioni Apollo ne hanno subito le conseguenze: il 43 per cento dei decessi degli astronauti che hanno volato fino alla Luna sono dovuti a patologie cardiovascolari che uno studio mette in relazione proprio al ''bagno'' di radiazioni subito durante le missioni lunari. Una recente ricerca finanziata dalla Nasa e pubblicata sulla rivista Leukemia, ha dimostrato che proprio le cellule staminali umane subirebbero gravissimi danni se esposte a radiazioni simili a quelle che un uomo troverebbe nello spazio. Bombardate con protoni e ioni di ferro che simulano la radiazione cosmica e poi trapiantate su topi da laboratorio, le staminali (responsabili della produzione delle diverse cellule del sangue) hanno causato in breve tempo negli animali lo sviluppo di leucemia linfoblastica acuta. Oltre alla mutazione genetica responsabile della leucemia, il rischio è anche quello dell'indebolimento delle difese immunitarie contro virus, batteri e le stesse cellule tumorali. Altre patologie possibili, a lungo termine, sono quelle di tumori di vario genere e cecità. Quel che più preoccupa però riguarda la missione nel suo svolgimento. Un viaggio che potrebbe durare anni verso e sul pianeta rosso. Una ricerca pubblicata su Nature a ottobre 2016 evidenzia la possibilità che le radiazioni compromettano il sistema cognitivo degli pionieri spaziali. Con disturbi della memoria, ansia e depressione. In una situazione così estrema potrebbe non solo mettere a repentaglio la buona riuscita della missione ma anche la vita degli altri membri dell'equipaggio. Il rischio delle radiazioni, però, comincia ben prima della cintura magnetica che circonda il nostro pianeta. Anche volando a quota di crociera (10mila metri per un volo di linea) l'essere umano è esposto a una quantità di radiazioni doppia rispetto a chi sta a terra. Se ci spostiamo 400 chilometri più su, pensiamo a Scott Kelly, l'astronauta rimasto per un anno nello spazio. Il suo Dna è stato modificato nonostante la Stazione spaziale internazionale orbiti ancora ben protetta dalla magnetosfera.

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La NASA chiede un passaggio per MARTE Pubblicato un annuncio rivolto alle aziende che intendono spedire una navicella su Marte nel 2020. Lo scopo è inviare carichi a bordo delle future missioni private sul pianeta rosso AAA passaggio verso Marte cercasi. Un annuncio peculiare, quello diramato dalla NASA qualche giorno fa: l’agenzia spaziale americana è a caccia di aziende private che stiano pianificando una missione su Marte nel 2020, e che siano disponibili a ospitare a bordo delle loro navicelle strumenti scientifici o altri carichi. Il primo nome che viene in mente è chiaramente SpaceX, la compagnia di Elon Musk che ha fatto della conquista di Marte la sua bandiera. E con cui la NASA si è già dichiarata interessata a collaborare nelle missioni Red Dragon con destinazione pianeta rosso. Adesso però l’agenzia americana punta ad ampliare il pool di candidati privati a cui attingere per raggiungere Marte, prima di tutto con una navicella unmanned. Da qui la call pubblica, tecnicamente chiamata request for information (RFI), che scadrà il prossimo 28 marzo. “Portare avanti il nostro obiettivo di esplorazione umana dello spazio profondo – dichiara l’annuncio NASA che ha accompagnato la RFI – richiederà una significativa quantità di ricerca scientifica. Le opportunità di raccogliere dati legati a Marte sono state rare, e le crescenti potenzialità del settore privato hanno aperto per la NASA la possibilità di trarre vantaggio dalle operazioni commerciali per mandare carichi utili sulla superficie del pianeta rosso.” Questi payload ospitati a bordo delle navicelle private avranno diversi obiettivi, primo tra tutti analizzare le caratteristiche del suolo marziano. La NASA sta infatti considerano la possibilità di testare le tecnologie per lo sfruttamento di risorse in situ (ISRU), con lo scopo di generare acqua, ossigeno e metano per il combustibile: tutti elementi essenziali per future missioni umane. Un traguardo che l’agenzia spaziale americana punta a raggiungere intorno al 2030: per questo aumentare la sinergia con il settore privato diventerà sempre più cruciale. Restiamo dunque in attesa della lista dei candidati che risponderanno a questa call marziana, per conoscere i futuri protagonisti della ‘corsa’ al pianeta rosso.

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Uno scudo per l'atmosfera di Marte Secondo uno studio della Planetary Science Division della NASA un scudo magnetico tra Marte e il sole permetterebbe al Pianeta Rosso di ricostituire e conservare la propria atmosfera, innescando una serie di effetti positivi per l'abitabilità Jim Green, direttore della Planetary Science Division NASA e del suo team hanno pensato che, installando uno scudo megnetico dipolare nel punto Lagrange L1 di Marte per creare una magnetosfera artificiale attorno al pianeta in grado di contrastare il vento solare. Ciò permetterebbe a Marte di conservare la propria atmosfera innescando una serie di effetti a catena 'positivi' per l'abitabilità. Lo studio di Green e colleghi, presentato durante il workshop Planetary Science Vision 2050 che si è tenuto a Washington dal 27 al 1° marzo, parte dalla teoria scientificamente accettata, e confermata anche dalle sonde Mars Express e MAVEN, che Marte, come la Terra, in origine possedesse un proprio campo magnetico, scomparso improvvisamente 4,2 miliardi di anni fa. Ciò avrebbe causato la graduale e inesorabile fuga di atmosfera sul pianeta, processo che nel giro di 500 milioni di anni ha trasformato un Marte caldo e umido nel luogo freddo e inospitale che conosciamo oggi. Un mondo in cui la vita non può prosperare, estrememente difficile da conquistare e colonizzare per l'uomo anche a causa delle forti radiazioni a cui questo sarebbe esposto. Secondo il team di Green, la soluzione per portare in sicurezza l'uomo su Marte, permettergli di vivervi come in una 'seconda casa', passa per la creazione di una magnetosfera artificiale generata da uno scudo dipolare magnetico, abbastanza forte da contrastare il vento solare. Sembrerebbe uno dei tanti, irrealistici, progetti di terraformazione di Marte. Da parte loro, Green e colleghi, affermano che il concetto alla base dell'idea deriva dall'applicazione dei codici della fisica del plasma. Stando alle simulazioni effettuate in laboratorio dagli scienziati, una struttura gonfiabile potrebbe essere in grado di generare un campo magnetico dipolare di 1 o 2 Tesla, funzionando come uno scudo attivo contro il vento solare. Come risultato, l'atmosfera di Marte troverebbe un nuovo equilibrio. In primo luogo, secondo i calcoli, si registrerebbe un aumento medio della temperatura superficiale di circa 4 gradi centigradi. Ciò sarebbe sufficiente a sciogliere il rivestimento di ghiaccio di anidride carbonica sopra la calotta polare settentrionale. L'evaporazione della CO2 innescherebbe un effetto serra, riscaldando ulteriormente l'atmosfera e causando lo scioglimento dell'acqua ghiacciata nelle calotte polari, dove si stima sia imprigionato circa un settimo degli oceani che una volta scorrevano su Marte. Il pianeta rosso potrebbe così tornare ad essere un mondo abitabile più simile alla Terra. Il prossimo passo per il team di Green sarà quello di riesaminare le simulazioni per produrre una valutazione sui tempi necessari a innescare questi cambiamenti e, allo stesso tempo, di avviare uno studio di fattibilità per la realizzazione dello scudo. Nell'illustrazione (Credit: NASA/J.Green) la rappresentazione del metodo ideato da Green e colleghi. Nelle illustrazioni in alto (Credit: NASA), la differenza di Marte, a sinistra, senza campo magnetico e la Terra.

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Ecco pop.up, il futuro della mobilità urbana secondo airbus e italdesign Completamente elettrico e a zero emissioni, in grado di volare fino a 100 orari e agganciarsi agli altri sistemi di trasporto terrestri, come Hyperloop. Ecco Pop.Up, la nuova idea modulare e multimodale per gli spostamenti in città presentata oggi in anteprima mondiale da Airbus e da Italdesign all’87esimo Salone Internazionale dell’automobile di Ginevra Se nelle grandi città di tutto il mondo oggi il traffico è già un problema, agli attuali tassi di crescita nel 2030 la situazione sarà drammatica un po’ ovunque. Per questo Airbus e Italdesign hanno creato Pop.Up, un nuovo sistema di trasporto centrato sull’utente che, almeno secondo i progettisti, non ci farà correre il rischio di rimanere tutti intrappolati nelle code del futuro. Siamo di fatto di fronte ad un ibrido, un concetto a metà tra un’automobile e veicolo aereo a decollo e atterraggio verticale (VTOL), il tutto interfacciato da un piattaforma digitale dotata di intelligenza artificiale che interpreta le necessità dell’utente. Come funzionerà Pop.Up Pop.Up andrà chiamato, come avviene oggi con un taxi o Uber, tramite un App, con cui sarà possibile pianificare il viaggio e scegliere le proprie preferenze. In base al traffico e alle indicazioni dell’utente (che vanno dal costo ai tempi), il sistema proporrà automaticamente la migliore soluzione di trasporto. Il nucleo centrale di Pop.Up è la capsula, pensata per trasportare due passeggeri. Si tratta in particolare di un modulo monoscocca in fibra di carbonio lungo 2,6 metri, alto 1,4 metri e largo 1,5 metri. La capsula ha la capacità di integrarsi sia con un modulo terrestre, e trasformarsi in city car, e sia di agganciarsi con un modulo aereo di 5 per 4,4 metri, la cui propulsione è garantita da 4+4 rotori controrotanti. In modalità city car la velocità massima sarà di 130 km all’ora, per un’autonomia di cento chilometri. Se agganciata al modulo aereo, invece, si potrà volare un po’ più lentamente (massimo 100 km/h) per poco meno di 100 chilometri di portata. Inoltre, secondo l’idea dei progettisti, la capsula potrà collegarsi ad altri mezzi pubblici, come treni, metropolitane e, perchè no, Hyperloop. Il passeggero all’interno non dovrà fare nulla, solo godersi il viaggio: il passaggio tra le differenti modalità di trasporto sarà automatico, senza nessun intervento esterno. Una volta arrivati a destinati poi, i moduli aerei e

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terrestri tornano, assieme alla relativa capsula, autonomamente alle stazioni di parcheggio e ricarica dedicate in attesa del servizio successivo. Il tempo di ricarica di entrambi i moduli è di circa 15 minuti. Con i piedi per terra Secondo Airbus e Italdesign siamo di fronte ad un «progetto concreto», anche se date di lancio e costi non sono stati ancora resi noti. Inoltre, l’attuale quadro normativo, non prevede la possibilità di volare liberamente sulle città visto il rischio (divenuto evidente con i droni) di intercettare il traffico aereo di linea. Per questo, come ha spiegato Mathias Thomsen, Direttore Generale della divisione Urban Air Mobility di Airbus, «serve una collaborazione tra il settore aerospaziale e quello automobilistico, oltre alla partecipazione degli enti statali per le infrastrutture e la normativa». Come ha tenuto a precisare l’AD di Italdesign Jörg Astalosch, però, «ormai le automobili fanno parte di un ecosistema molto più ampio: se vogliamo progettare il veicolo urbano del futuro l’auto tradizionale non può essere l’unica soluzione per le megalopoli, dobbiamo pensare anche a sistemi sostenibili e intelligenti».

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I guardiani del Sistema solare. Così Giove e Saturno ci proteggono dagli asteroidi Il campo gravitazionale dei due pianeti giganti respinge nello spazio gran parte dei corpi celesti più pericolosi. Ce lo dice una nuova ricerca basata su sofisticate simulazioni al computer Un giorno il nostro pianeta potrebbe essere colpito da un asteroide proveniente dallo spazio profondo. Uno scenario catastrofico alla Armageddon, che potrebbe davvero portare l'umanità sull'orlo dell'estinzione. Ma a proteggerci da questa sciagura ci sarebbe un invisibile "scudo spaziale" sorretto da Giove e Saturno, i due giganti del Sistema solare. Secondo un nuovo studio infatti, la presenza di questi due pianeti riduce drasticamente il numero di asteroidi che possono raggiungere la Terra e gli altri pianeti interni del Sistema solare. Il campo gravitazionale di questi due giganti devia infatti le traiettorie dei corpi celesti più pericolosi e li espelle verso lo spazio esterno. Si ipotizzava che questo "scudo gravitazionale" fosse dovuto solo a Giove, ma secondo Kevin Grazier del Jet Propulsion Laboratorydella NASA, anche Saturno avrebbe un ruolo chiave perla nostra sicurezza. La ricerca, pubblicata su Astrobiology, fornisce un nuovo importante tassello per capire l'evoluzione del Sistema solare e i fattori chiave per lo sviluppo della vita sulla Terra. Effetto Giove "Il concetto di Giove come scudo è nato da una interpretazione errata di un articolo del 1994 di George Wetheril, planetologo della Carnegie Institution morto nel 2006", commenta Grazier, unico autore dello studio. Wetherill sosteneva che i sistemi planetari popolati da "Giovi falliti", grandi cioè come Urano o Nettuno, hanno una capacità minore di espellere le comete nello spazio. Le conclusioni di Wetherill erano basate su complesse simulazioni al computer di orbite planetarie. Conclusioni che però non hanno convinto Grazier fino in fondo, interessato a capire se anche Saturno, di stazza simile a Giove, potesse avere un qualche ruolo in questo scenario. Per questo motivo il ricercatore della NASA, che ha lavorato come consulente a Hollywood per il film "Gravity" o la serie "Battlestar Galactica", ha sviluppato una nuova serie di simulazioni, per controllare se con i computer più potenti di oggi potevano spuntare fuori risultati nuovi.

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Coppia di eroi Grazier ha quindi simulato le traiettorie di decine di migliaia di asteroidi o comete, collocandoli in una fascia fra Giove e Saturno e studiandone l'orbita per 100 milioni di anni. I calcoli sono stati poi ripetuti eliminando Giove oppure Saturno dalla versione "simulata" del Sistema solare. I calcoli hanno così mostrato che l'"effetto scudo" attribuito a Giove non è corretto, ma che il ruolo chiave è legato all'azione combinata di Giove e Saturno. Grazie a questa coppia di pianeti infatti, gran parte degli asteroidi viene "cacciato via" dal Sistema solare, mantenendo al sicuro il nostro pianeta. Portatore di vita Secondo i calcoli di Grazier, Giove avrebbe soprattutto la responsabilità di assicurare lo sviluppo della vita sulla Terra. Il campo gravitazionale gioviano svolge infatti un'azione frenante nel caso dei corpi che riescono a penetrare nelle regioni interne del Sistema solare, permettendo a comete e asteroidi di rilasciare nello spazio acqua e altri composti chimici utili allo sviluppo della vita, che hanno così potuto accumularsi sul nostro pianeta in epoche passate. "Si tratta di un risultato interessante che può cambiare quello che per molto tempo si era pensato sul ruolo dei pianeti giganti: si ipotizzava che essi potessero proteggere con la loro enorme massa il nostro pianeta", commenta Amedeo Balbi dell'Università di Roma "Tor Vergata", "Ora le nuove simulazioni sembrano mostrare che la loro presenza potrebbe invece inizialmente aver favorito le collisioni, che avrebbero quindi depositato materiali preziosi per la vita durante le prime fasi dell'evoluzione terrestre. In un modo o nell'altro, parrebbe proprio che la presenza di pianeti giganti in un sistema planetario possa aver una qualche influenza sulla possibilità della comparsa della vita". Baciati dalla fortuna? La presenza di due "guardiani" come Giove e Saturno sarebbe quindi un altro importante fattore che ha favorito lo sviluppo della vita sulla Terra. In base a quanto sappiamo infatti, sono molte le condizioni necessarie per la vita come la conosciamo. Ad esempio il nostro pianeta si trova nella cosiddetta "fascia di abitabilità", cioè a una distanza dal Sole dove le temperature consentono la presenza di acqua liquida. Il Sole è poi una stella nel pieno della sua vita "adulta" e quindi stabile per ancora miliardi di anni. Insomma, la Terra ha tutte le caratteristiche "giuste" per la vita. Siamo davvero così fortunati o è una situazione comune nell'Universo? "Una delle cose che stiamo provando a capire in questi anni, grazie alla scoperta di un gran numero di sistemi planetari attorno ad altre stelle, è proprio se il nostro sistema sia ordinario o abbia caratteristiche eccezionali", continua Balbi, "Il verdetto non è stato ancora pronunciato, anche se la varietà di mondi che abbiamo scoperto ci ha fatto senz'altro riconsiderare alcune delle cose che davamo per scontato. Nei prossimi anni avremo un quadro più completo e potremo capire se siamo stati molto fortunati o assolutamente mediocri." Nel frattempo possiamo dormire sonni tranquilli e non preoccuparci troppo che ci caschi un asteroide sulla testa. Giove e Saturno vegliano su di noi.

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THAILANDIA Le opportunità di investimento nel settore Aerospaziale ed Aeronautico   LUNEDÌ 27 MARZO 2017 - ORE 15.00 THAILANDIA:UNIONE INDUSTRIALI DI NAPOLI Piazza dei Martiri, 58 L’Unione Industriali Napoli ed il Distretto Aerospaziale della Campania, in collaborazione con il B.O.I.- Board of Investment of Thailand- Agenzia governativa tailandese incaricata della promozione degli investimenti, organizzano un seminario sulle opportunità per il settore aerospaziale ed aeronautico nel mercato internazionale. Obiettivo dell’incontro è di sondare possibili collaborazioni industriali, commerciali e tecnologiche con le aziende campane del comparto. LE OPPORTUNITÀ DI INVES15.00 -  Indirizzi di saluto Vito Grassi Vice Presidente Porto, Infrastrutture, Energia, Ambiente NEL SETTORE AEROSPAZIALE EDUnione Industriali Napoli Luigi Carrino Presidente Distretto Aerospaziale della Campania 15.20 - Campania Aerospace Technological District Gennaro Russo Project Manager Distretto Aerospaziale della Campania 15.40 - Le opportunità di investimento in Thailandia per i settori Aerospazio e Aeronautico Choowong Tangkoonsombati Director B.O.I. Paris office 16.10 - Sessione Q&A 16.30  -  Incontri One to One 18.00  -  Fine Lavori

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