ALI - Numero 16

 

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marzo 2017 n16

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Cubesat e piccoli satelliti Il mercato è sempre più vivace Il fallimento del razzo giapponese SS-520-4 avvenuto lo scorso gennaio ed il contemporaneo successo del lancio record dell’agenzia spaziale indiana con 104 satelliti lanciati in un solo colpo ha dato modo al mercato dei piccoli satelliti di interrogarsi su quale sia la soluzione migliore per immettere in orbita i propri prodotti: in gruppo o singolarmente? I privati devono essere coinvolti? In che modo? Cosa fanno le agenzie spaziali come ESA, NASA e le altre? Accedere allo spazio non è mai né facile né banale. La tecnologia, sebbene consolidata, è di altissimo livello e richiede un’approfondita e costosa sperimentazione e messa a punto. Il fallimento del lancio del 15 gennaio del vettore sperimentale a tre stadi SS-520-4 dimostra però che c’è la volontà di rendere accessibile lo spazio a chi non dispone di budget milionari ma vuole realizzare semplici esperimenti scientifici. Il vettore è un’evoluzione del razzo-sonda bistadio della JAXA: tre stadi con 52 cm di diametro, per circa 10 m di lunghezza. In linea con le scelte effettuate da altre agenzie spaziali a partire dalla la NASA, anche la JAXA (Japan Aerospace eXploration Agency) ha avviato collaborazioni con il settore privato per abbattere i costi ed accrescere il livello tecnologico dei prodotti, che si tratti di satelliti o lanciatori. Nello specifico, Canon Electronics e IHI Aerospace hanno fornito un importante contributo per realizzare un lanciatore a basso costo per la messa in orbita di microsatelliti “off-the-shelf“, cioè kit standardizzati e non specificamente progettati per una sola missisone. La prima azienda fornisce i meccanismi di controllo del volo attingendo ai suoi componenti già impiegati nell’elettronica di consumo; la seconda gestisce l’integrazione con i meccanismi di separazione degli stadi propulsivi ed il controllo del carburante dei propulsori. Qualcosa però non ha funzionato dopo 20 secondi dal decollo dal Centro Spaziale di Uchinoura, nella Prefettura di Kagoshima, il sistema di telemetria del vettore ha smesso di trasmettere dati ed il controllo missione ha dovuto dirigere il vettore verso sud-est in mare aperto, interrompendo l’accensione del secondo stadio e facendolo precipitare in mare 3 minuti dopo. Questo insuccesso ha causato la perdita del satellite TRICOM-1, un mini payload di 3 kg di peso, lungo 12 cm e largo 35 progettato da una scuola superiore giapponese con la finalità di fotografare la Terra e consentire semplici comunicazioni.

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Le parti in causa non si sono scoraggiate e, forti dei costi contenuti (circa 3,5 milioni di dollari), contano di avere una versione aggiornata del razzo, già pronta per il prossimo autunno. Satelliti “fai da te” Nel settore dei piccoli satelliti sono state identificate alcune categorie: i mini satelliti (200 – 400 kg), micro satelliti (60 – 200), nano satelliti (25 – 60) ed i cubesat (1 – 25 kg). Da anni sono presenti sul mercato dei kit per realizzare cubesat con un costo di acquisizione di circa 7 mila euro, che include anche quello del lancio. E’ la filosofia COTS (Components Off The Shelf), che in sostanza significa che i componenti utilizzati per assemblare i satelliti sono scelti fra le componenti di microelettronica di consumo con un livello qualitativo equivalente a quello militare. In questo senso è fondamentale il contributo delle università, che possono accedere a competenze di assoluto livello e creare spinoff che sanno già muoversi nel mercato. E’ il caso della britannica Università del Surrey, che dal 1985 opera con la Surrey Satellite Technology Ltd. Con un tasso di crescita molto importante. In Italia, sotto la spinta dell’ASI e grazie sinergie con l’industria privata, sono nate diverse realtà interessanti che fanno capo, ad esempio, al Politecnico di Torino e di Milano, all’Università di Bologna, di Roma e di Napoli. L’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), con l’approccio COTS, ha trasferito al settore spaziale la sua enorme competenza nella realizzazione di sensori per l’individuazione delle radiazioni ionizzanti. L’agenzia spaziale del nostro paese ha recentemente messo in campo una strategia più dinamica ed aggressiva nel campo dei mini satelliti, inserendola fra i punti principali del piano triennale approvato di recente.

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Lanci dedicati o “piggyback”? I costi per la messa in orbita di satelliti sono influenzati, principalmente, da due fattori: il tipo di orbita a cui operano, bassa (LEO) o geostazionaria (GTO), e la provenienza del lanciatore. Le valutazioni di massima possono essere riassunte nella tabella seguente: Dimensione lanciatore / tipo orbita Piccolo Medio Grande LEO Occidentale (USA-ESA) 18.500 € 11.000 € 9.800 € LEO India, Cina, Giappone, Russia 7.100 € 5.300 € 4.300 € GTO Occidentale (USA-ESA) 41.500 € 26.700 € 37.500 € Costo per kg messo in orbita – Fonte: ASI, Roberto Battiston “Piccoli satelliti crescono” GTO India, Cina, Giappone, Russia N/D 21.700 € 15.300 € Le possibilità di scelta per ottenere una riduzione dei costi sono due. La prima prevede di scegliere fra vettori già in commercio, in grado di gestire carichi utili medio-piccoli ma realizzati e gestiti dalle principali agenzie spaziali. In questo caso si possono prendere in esame lanci multipli, composti da un congruo numero di piccoli satelliti, oppure un lancio di tipo “piggy-back”, dove i satelliti più piccoli vengono lanciati insieme ad un carico principale considerevolmente più grande con il quale condividono il periodo di lancio, il sito di partenza, il vettore e tipo di orbita. La seconda prevede l’uso di un vettore decisamente più piccolo ma sviluppato per questo settore, magari partendo da razzi sonda come nel caso giapponese o la RocketLab americana. Da molti anni l’americana Interorbital System, basata nel deserto del Mojave in California, effettua lanci di piccoli satelliti con un servizio “chiavi in mano”. Basta comprare uno dei loro kit per micro satelliti chiamati Tubesat e Cubesat per riceverlo a casa. Lo si assembla con l’esperimento che si vuole realizzare e lo si rispedisce ad Interorbital che provvede a lanciarlo da un sito di loro proprietà. Tubesat è un modulo cilindrico alimentato da pannelli solari e corredato di batterie, antenna, ricetrasmettitore ed un microcomputer, in grado di ospitare carichi utili di 250 g.

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La sua vita utile in orbita bassa (circa 300 km) è di circa due mesi, dopo i quali rientra in atmosfera disintegrandosi. Molto interessante è anche essere l’iniziativa dell’ASI chiamata DIDO2: si tratta di un laboratorio spaziale sperimentale basato sul kit CubSat da 30 x 10 x 10 cm3 dotato di sistema radio e alimentato a celle solari. Arrivato in orbita con il lancio record dell’ISRO del 13 febbraio, rimarrà a 530 km di quota per i prossimi tre anni per eseguire eseguirà una serie di test. DIDO2 è parte della piattaforma di nano satelliti (inferiori a 10 kg di peso) “mGnify” per sperimentazioni in condizioni di microgravità sviluppata dall’azienda svizzera Spacepharma. Il mercato mostra segni di grande vitalità in questo settore e molti stanno predisponendo soluzioni che possano portare ad un’ulteriore crescita del settore. In tal senso è particolarmente interessante la proposta avanzata poche settimane fa dall’ESA per un nuova opzione di lancio finalizzata al pieno sfruttamento del vettore VEGA C. Si tratta del sistema di rilascio SSMS (Small Spacecraft Mission Service) è un distributore che supporta una serie di configurazioni in grado di ospitare fino a 15 satelliti contemporaneamente, anche di diverse dimensioni, che vanno dai Cubesat ai mini satelliti. L’offerta di lancio denominata LLL o L3 (Low Level Launch) è stata definita a livello ministeriale nel dicembre 2016 ed è stata lanciata dall’ESA sul finire di febbraio, con l’obiettivo di raccogliere i potenziali utenti interessati e pianificare un lancio del VEGA C nella seconda metà del 2018. Approfondimenti in merito a SSMS nell’articolo successivo!

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Vega: nel 2018 opportunità di volo per minisatelliti multipli Grazie a nuovo dispenser SSMS L'Agenzia cerca potenziali clienti (askanews) - Vega, il lanciatore leggero europeo made in Italy, si prepara a dimostrare ancora una volta la sua versatilità portando in orbita nel 2018 satelliti leggeri multipli grazie al nuovo dispenser SSMS. Una nuova opportunità per il vettore progettato, sviluppato e realizzato da Avio attraverso la controllata ELV (70% Avio, 30% Agenzia spaziale italiana), studiato per trasferire in orbita bassa (tra 300 e 1500 km dalla Terra) satelliti di massa fino a 2000 kg. A consentire al Vega di cimentarsi in questo tipo di missione - in programma nella seconda metà del 2018 - è appunto il suo nuovo versatile dispenser SSMS (Small Satellites Mission Service) che, spiega l'Agenzia spaziale europea, con il suo disegno modulare permette al lanciatore di aumentare la sua capacità fornendo opportunità di lancio per satelliti leggeri con una massa totale che va dal chilogrammo dei Cubesats ai 400 kg dei mini satelliti, con diverse alternative di configurazione e relative combinazioni attraverso il concetto di "condivisione di viaggio". Una sfida che risponde alle richieste del mercato, sempre più interessato a portare in orbita nano e mini satelliti. Per questo l'Esa e la Commissione europea hanno deciso di tastare il terreno lanciando un "announcement of opportunity" (che si chiuderà il 31 marzo) rivolto ai potenziali clienti, sia organizzazioni del settore pubblico europeo sia entità private, interessati a sfruttare questa opportunità. Questa dimostrazione - scrive l'Esa - fornisce la prima delle opportunità di lancio sotto la nuova "Light satellite, Low-cost Launch opportunity" (denominata LLL o L3), avviata alla Ministeriale Esa dello scorso dicembre con l'obiettivo di fornire servizi di lancio regolari e a basso costo per i satelliti leggeri attraverso il pieno sfruttamento delle capacità dei sistemi di lancio di Ariane 6 e di

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Vega C. Questo primo volo di dimostrazione (proof-of-concept) che utilizzerà l'attuale sistema di lancio Vega, dimostrerà - conclude l'Esa - e validerà i servizi innovativi standard per satelliti leggeri. Intanto il piccolo lanciatore made in Italy si prepara alla sua prima missione del 2017 (la nona della sua carriera, iniziata nel febbraio 2012 e che finora ha visto tutti gli 8 lanci coronati dal successo), in programma il 6 marzo con il lancio di Sentinel-2B - satellite per l'osservazione della Terra del programma europeo Copernicus - dalla base di Kourou nella Guyana francese. Prima di tre missioni previste da Arianespace per quest'anno, che comprendono il lancio singolo a novembre di ADM Aeolus (Atmospheric Dynamics Mission) per l'Agenzia spaziale europea e il lancio doppio a luglio per portare in orbita Opsat 3000 (realizzato da GGS e Telespazio per il ministero della difesa italiano) e il satellite Venus (per l'agenzia spaziale israeliana e il Cnes).

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Esopianeti, quanto ci vorrà per capire se c’è vita? Secondo gli esperti ci vorranno ancora 10-15 anni di studi per capire se gli esopianeti del sistema Trappist-1, appena scoperto, possono davvero ospitare la vita C’è poco da azzardare previsioni, almeno per ora. All’indomani del roboante annuncio, da parte della Nasa, della scoperta di un sistema extrasolare di sette esopianeti dalle dimensioni simili a quelle della Terra, è decisamente troppo presto per capire se e come tali pianeti possano supportare o ospitare la vita. Per formulare ipotesi, è necessario, infatti, avere informazioni sulla composizione della loro atmosfera. Cosa che non avverrà, come spiega Roberto Battiston, capo dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) prima di 10 o 15 anni di studi, con l’arrivo dei telescopi di nuova generazione, come il James Webb Space Telescope. “La prossima fase”, ha dichiarato Battiston all’Ansa, “richiederà telescopi così potenti da vedere l’effetto di filtro che l’atmosfera di un pianeta provoca nella luce della sua stella ogni volta che le passa davanti”. Battiston fa riferimento a una variante sofisticata della tecnica del transito planetario, utilizzata per scoprire se attorno a una stella transitano, appunto, dei corpi. Il principio alla base di questo metodo è un po’ quello delle ombre cinesi, applicato a livello interplanetario: quando un oggetto (per esempio un esopianeta) passa davanti a una fonte luminosa (come una stella) proietta un’ombra nella direzione dell’osservatore. E questo è quello che fanno di routine i telescopi attuali, cioè catturano le immagini delle ombre proiettate dagli esopianeti che passano davanti alla propria stella. Se però l’oggetto ha una sua atmosfera, questa può assorbire un po’ della luce proiettata dalla stella ai margini dell’ombra, dando luogo a un caratteristico spettro di assorbimento. I gas e gli altri materiali che compongono l’atmosfera, infatti, fanno da filtro e trattengono determinate lunghezze d’onda della luce. Captare queste differenze nella composizione della luce che arriva ai nostri telescopi aiuterà a capire la composizione dell’atmosfera dell’esopianeta. E quindi a fare ipotesi sulla sua effettiva abitabilità. Gli astronomi hanno scoperto la prima atmosfera di un esopianeta una quindicina di anni fa, ma a oggi ne sono state osservate pochissime rispetto al numero di esopianeti scovati. Questo perché gli strumenti attuali hanno dei limiti: colgono le variazioni dello spettro della luce, ma non sono in grado di definire ciò di cui è fatta l’atmosfera. Secondo gli esperti della Nasa il telescopio di nuova generazione James Webb Space Telescope, con uno specchio sei volte più grande di quello del telescopio spaziale Hubble, sarà in grado di misurare in dettaglio gli spettri degli esopianeti. Ma per scoprire le sue reali capacità dovremo aspettare il suo lancio, previsto per il 2018.

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Scoperte le forme di vita più antiche della Terra Nel Quebec sono stati trovati fossili di batteri che potrebbero risalire fino a 4,3 miliardi di anni fa. E' la prova che la vita è comparsa molto presto nella storia del nostro pianeta. E che trovarla in altri punti dell'universo potrebbe essere meno difficile del previsto La vita non ha impiegato molto a comparire sulla Terra. A poche centinaia di milioni di anni dalla formazione del sistema solare, i primi batteri già popolavano il fondo degli oceani. Crescevano sulle pareti dei vulcani sottomarini, sfruttando la ricchezza di ferro di quell'ambiente per il loro metabolismo. I loro resti sono stati ritrovati oggi nelle rocce più vecchie del pianeta. Risalgono – secondo la rivista Nature che ha pubblicato la scoperta – a un’età compresa fra i 3,8 e i 4,3 miliardi di anni fa (la Terra ha 4,5 miliardi di anni). Se la datazione più antica fosse quella vera, si tratterebbe della vita più antica mai osservata finora, insieme (ma anche qui la determinazione dell’età è soggetta a oscillazioni) a resti di batteri ritrovati in Australia, nella regione del Pilbara. Nell'area di Nuvvuagittuq, in Quebec, oggi sono comparsi fossili a forma di sottilissimi filamenti, del diametro pari alla metà di un capello umano e della lunghezza massima di mezzo millimetro, oltre a rosette e noduli, incastonati in rocce di quarzo. Filamenti, tubuli e rosette: sono i resti fossili dei batteri più antichi mai ritrovati “La nostra scoperta suggerisce che la vita sia emersa attorno a vulcani sottomarini caldi poco dopo la formazione della Terra” spiega Matthew Dodd, uno dei coordinatori della pubblicazione, dottorando dell’University College London. "A quell'epoca anche Marte aveva oceani sulla superficie. Teoricamente, dovremmo aspettarci di trovare tracce di vita anche lì. Altrimenti, vorrebbe dire che la Terra rappresenta in qualche modo un'eccezione". Che i vulcani sottomarini siano stati la culla della biologia era un'ipotesi già avanzata in passato. "Ma la nostra scoperta - prosegue Dodd - dà sostegno a questa idea. Trovare ambienti simili dovrebbe dunque essere la priorità nella ricerca di tracce di vita altrove nell'universo". Sull'età di quei campioni, e sul fatto che i batteri siano vissuti in fondo al mare accanto a un vulcano che emetteva ferro, i ricercatori hanno pochi dubbi. "La tecnologia di oggi ci permette di datare le rocce abbastanza accuratamente. E le lave eruttate in fondo al mare hanno una firma caratteristica" spiega Franco Pirajno, geologo dell'università della Western Australia. "Anche oggi, quando studiamo sorgenti termali sottomarine, ci troviamo sempre di fronte a ecosistemi nuovi e affascinanti".

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Queste sorgenti di origine vulcanica sono caratterizzate da acque calde e ricche di minerali. "Quegli antichi batteri - spiega Roberto Ambrosini, che insegna ecologia all'università di Milano Bicocca - respiravano ferro. Lo usavano cioè per la stessa funzione con cui oggi le alghe e le piante in genere usano l'acqua per produrre energia". I tubuli e i filamenti che oggi sono finiti sotto ai microscopi dei ricercatori sono formati da ematite, una sorta di ruggine che forma l'impronta di quegli organismi primitivi. "Non siamo sicuri al cento per cento che la loro origine sia biologica" ammette Pirajno. "Ma le evidenze sono molto forti. Alcuni colleghi hanno criticato il nostro lavoro, ma questo è lo spirito critico della scienza. Ben vengano le discussioni". Dominic Papineau, il geologo dell'University College London che ha materialmente trovato i fossili in Quebec, spiega perché quei filamenti, secondo la sua équipe, sono davvero l'impronta della prima vita sulla Terra: "Si tratta di strutture composte dai minerali che si formano con la decomposizione degli esseri viventi. Sono identiche a quelle che ritroviamo per epoche geologiche molto diverse, inclusa quella attuale". Tracce di ematite (ma senza evidenze biologiche) sono state trovate di recente anche sul suolo di Marte. Ed è naturale oggi per i ricercatori alzare lo sguardo dalle rocce del Quebec verso le profondità dell'universo. "La presenza di batteri su Marte è possibile" conferma Pirajno. "Sappiamo con sicurezza che c'era acqua in abbondanza. E questo consentirebbe la nascita della vita così come la conosciamo oggi. Su altri pianeti, come i sette appena scoperti dalla Nasa, potrebbero esserci forme biologiche, ma non come le concepiamo noi. Gli esseri viventi possono infatti formarsi in condizioni molto diverse. E i risultati potrebbero non avere nulla a che vedere con il nostro modo di intendere la vita".

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L'umanità perduta degli operatori di droni militari, uccidere con un aereo UAV è come un videogioco L'uso sempre più intenso di droni nelle zone di guerra solleva importanti interrogativi sul piano etico e psicologico Seduti davanti agli schermi dei loro computer in insospettabili e pacifiche località -come il Nevada, ad esempio- in cui il concetto di "guerra" non appartiene alla vita quotidiana, gli operatori di droni militari osservano i loro obiettivi. I piloti fanno volare gli aerei Uav (Unmanned aerial vehicle, aerei senza pilota a controllo remoto) a migliaia di chilometri di distanza, ad altezze che li rendono praticamente invisibili al "nemico", aspettano e quando arriva il momento, con i loro joystick li disintegrano. Macchie scure sullo schermo. Quando sono più piccole, si tratta di bambini. Non c'è nulla di umano -come nella guerra- e gli operatori, in genere giovani ventenni, pagano un pesante prezzo sia dal punto di vista umano che psicologico. Alcuni hanno raccontato la loro drammatica esperienza. Raggruppati in piccoli team di due-tre persone, si dividono i compiti: uno manovra l'aeromobile, un altro aziona i sistemi di sorveglianza, le telecamere; al momento di fare fuoco, il pilota lancia il missile e l'altro lo guida sull'obiettivo. Le operazioni militari condotte con l'uso di aerei od elicotteri droni sono cresciute esponenzialmente negli ultimi anni. Negli scenari internazionali del medio oriente le amministrazioni di George W. Bushe Barack Obama hanno intensificato l'uso delle nuove tecnologie -in genere con droni Predator e Reaper- che hanno tra i molti vantaggi soprattutto quello di non mettere a rischio l'incolumità dei soldati. Proprio questo aspetto è però rilevante dal punto di vista psicologico. La distanza, l''impossibilità dell'obiettivo di difendersi e la totale assenza di rischio per gli operatori, fanno sì che per questi ultimi non ci sia nulla di cui poter essere orgogliosi. Non c'è onore né dignità. La vita perde il suo valore. I ragazzi sdrammatizzano con battute di dubbio gusto, e nel frattempo si crea una dipendenza dalle immagini di morte come accade con i peggiori videogiochi. Non sempre l'identificazione degli obiettivi con il "nemico" è facile; a volte accade che si uccida senza capire la reale motivazione o la reale portata dell'attacco. Talvolta -come accaduto in Siria nel settembre 2016 quando un drone uccise62 soldati del presidente Bashar al Assadanziché le milizie dell'Isis- si sbaglia bersaglio. Non si fa mistero delle tante vittime civili, ma i numeri delle organizzazioni ufficiali differiscono e rendono la valutazione esatta dei morti praticamente impossibile. Neppure gli operatori stessi tengono il conto e al momento del congedo -quando la loro coscienza si risveglia dal torpore- non tutti hanno la forza per saperlo e continuare a vivere come niente fosse. Il rovescio della medaglia...

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Una mappa della materia oscura Hubble mostra la distribuzione della più evanescente forma di materia nell'Universo, quella "oscura" Un gruppo di astronomi della Yale University ha completato un lavoro che potrebbe avvalorare, una volta per tutte, l'esistenza della materia oscura: una mappa ad altissima risoluzione della distribuzione di materia oscura in una zona dell'Universo. I risultati dello studio sono pubblicati sul Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. Molti astronomi ritengono che la materia oscura - oggi solo teorizzata perché invisibile alla luce, ma in grado di esercitare una forza di gravità consistente sulla zona di Spazio circostante - costituisca circa l’80-85 per cento della materia dell'Universo. Scoprirne la composizione e la distribuzione potrebbe spiegare come è strutturato l'Universo intero: al momento, i candidati principali per spiegare la sua esistenza sono particelle ancora elusive chiamate assioni e neutralini. SI VEDE MA NON SI TROVA Il lavoro della Yale è stato realizzato grazie ai dati raccolti dal telescopio spaziale Hubble, che ha puntato i suoi strumenti verso tre ammassi di galassie, utilizzati come lenti di ingrandimento cosmiche per vedere ancora più lontano. È il fenomeno delle lenti gravitazionali: sfruttando la distorsione della luce, che si suppone prodotta dalla materia oscura, i ricercatori ne hanno dedotto quantità e distribuzione. Spiega l'astrofisica Priyamvada Natarajan, coordinatrice del lavoro, che «con i dati di quei tre gruppi di lenti gravitazionali abbiamo mappato la granularità della materia oscura all'interno dei ammassi di galassie con un elevato dettaglio. È la mappa più dettagliata mai ottenuta di un "paesaggio di materia oscura". Adesso abbiamo un inventario abbastanza preciso della distribuzione e della quantità di tale materia, ma la particella che la costituisce è ancora elusiva». I DUBBI I risultati dello studio coincidono con i modelli al computer che prevedono l'esistenza di materia oscura fredda, ossia composta da particelle che si muovono lentamente. C'è però una parte della comunità scientifica che sulla materia oscura ha più di una perplessità, tant’è che ci sono diverse ipotesi che spiegano il comportamento bizzarro (da un punto di vista gravitazionale) di stelle e galassie senza fare ricorso a materia invisibile. Difficile dire chi ha ragione, almeno finché non si troveranno prove "tangibili" nella forma e sostanza di una particella che possa sostenere l’ipotesi dell’esistenza della materia oscura. NELLA PRIMA IMMAGINE - UNA MAPPA 3D DELLA DISTRIBUZIONE DELLA MATERIA OSCURA NELLA ZONA DI SPAZIO OGGETTO DI STUDIO NELLA SECONDA IMMAGINE - UNA RICOSTRUZIONE AL COMPUTER DELLA DISTRIBUZIONE DELLA MATERIA OSCURA PRESENTE IN TRE AMMASSI DI GALASSIE STUDIATE DAL TELESCOPIO SPAZIALE HUBBLE

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SpaceX vuole portare due persone intorno alla Luna I passeggeri non sono astronauti e pagheranno decine di milioni di dollari: la società di Elon Musk dice di poterlo fare nel 2018, ma è davvero possibile? La compagnia spaziale privata di Elon Musk, SpaceX, ha annunciato un viaggio intorno alla Luna per il prossimo anno. I passeggeri della missione saranno due cittadini privati – quindi non astronauti della NASA – che nei mesi scorsi si sono messi in contatto con l’azienda chiedendo un biglietto di andata e ritorno verso l’orbita lunare. Ieri, durante un breve incontro con la stampa in California, Musk ha spiegato che i due clienti hanno “serie intenzioni” e che hanno già pagato una “significativa quantità di soldi” come anticipo per la missione. SpaceX non ha fornito altri dettagli sulla loro identità, confermando solamente che le due persone si conoscono e che inizieranno formazione e test di idoneità per un viaggio nello Spazio nei prossimi mesi. Tempi stretti L’annuncio ha sorpreso molti osservatori, alcuni dei quali non hanno nascosto il loro scetticismo, considerato che SpaceX finora ha trasportato in orbita satelliti e rifornimenti per la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), ma non esseri umani. Musk è noto per fare promesse che impongono tempi molto stretti per essere realizzate, con il risultato che le date di scadenza sono di frequente superate a causa di ritardi e contrattempi, quasi inevitabili nello sviluppo di nuove tecnologie e sistemi per l’industria spaziale. Il viaggio intorno alla Luna è in programma per la seconda metà del 2018, ma prima di realizzarlo SpaceX dovrà dimostrare di essere in grado di portare astronauti in orbita e di avere terminato lo sviluppo di una versione più potente dei suoi razzi per spingersi nello spazio profondo verso la Luna. Come viaggeranno verso la Luna I due clienti di SpaceX viaggeranno all’interno della capsula Crew Dragon (Dragon Version 2), una versione modificata dell’attuale Dragon che l’azienda utilizza per trasportare materiale sulla ISS nell’ambito dei suoi contratti multimiliardari con la NASA. L’accordo con l’agenzia spaziale statunitense prevede, tra le altre cose, che SpaceX sia responsabile per il trasporto degli astronauti sulla Stazione, che dal 2011 è reso possibile solo dalle Soyuz russe in seguito al pensionamento del programma Space Shuttle. I passaggi sulle capsule spaziali della Russia sono piuttosto costosi, circa 80 milioni di dollari per astronauta, e lasciano meno autonomia alla NASA anche in vista dell’estensione del programma spaziale per l’esplorazione di altri pianeti con esseri umani. Oltre a SpaceX, anche Boeing ha un contratto per lo sviluppo di un proprio

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sistema di trasporto verso la ISS. Crew Dragon non ha mai volato, ma Musk sembra essere comunque ottimista, considerato che la capsula ha caratteristiche tali e quali alla Dragon già usata per i rifornimenti della ISS, e con un alto grado di affidabilità. SpaceX ha in programma un primo test di Crew Dragon entro la fine dell’anno: sarà lanciata in orbita grazie alla spinta di un suo razzo Falcon 9, raggiungerà la Stazione Spaziale Internazionale per testare i suoi sistemi di attracco e tornerà indietro, per verificare la tenuta nella turbolenta fase di rientro nell’atmosfera. Sei mesi dopo il test, SpaceX condurrà il primo volo con esseri umani, trasportando un equipaggio di astronauti verso la ISS. Se tutto filerà liscio, sei mesi dopo, i due clienti potranno iniziare il loro viaggio per fare un giro intorno alla Luna. Falcon Heavy vs Saturn V Mentre lavorerà alla messa a punto di Crew Dragon, SpaceX dovrà anche darsi da fare per terminare lo sviluppo del suo razzo Falcon Heavy, una versione molto più potente dell’attuale Falcon 9, con capacità di spinta e autonomia sufficienti per superare l’orbita terrestre bassa (LEO). Il Falcon Heavy non ha mai volato e il primo test è previsto per la prossima estate: sarà necessario un pieno successo per rendere possibile il suo impiego un anno dopo per il viaggio verso la Luna. La scienza dei razzi è piuttosto complicata e rischiosa anche con sistemi ormai collaudati e usati da anni, per questo i principali dubbi si stanno concentrando sull’effettiva capacità di SpaceX di mettere in servizio in tempi così rapidi il Falcon Heavy, un razzo nuovo e con una potenza pari a due terzi dello storico e gigantesco Saturn V, il lanciatore utilizzato dalla NASA nelle missioni Apollo verso la Luna tra la fine degli anni Sessanta e i primi Sessanta. Burocrazia SpaceX potrebbe avere anche qualche problema burocratico per il suo primo volo con astronauti, quello verso la ISS, fondamentale per sperimentare i sistemi di bordo anche nell’ottica del successivo viaggio lunare. Trattandosi di un viaggio per conto della NASA – un’agenzia pubblica – Crew Dragon deve ricevere una specifica certificazione da parte del Congresso degli Stati Uniti, dopo verifiche per accertarsi che siano state rispettate tutte le richieste nel contratto. Nelle settimane scorse sono circolate notizie su un probabile ritardo nella certificazione, che potrebbe fare slittare tutto al 2019. Musk ha risposto a queste voci dicendo che SpaceX sarà pronta nei tempi richiesti. In tutto questo si aggiungono le complicazioni del passaggio alla nuova amministrazione Trump, che potrebbe comportare cambiamenti nelle politiche e nelle scelte della NASA, soprattutto per quanto riguarda il suo budget. Il piano per la Luna di SpaceX è interessante non solo dal punto di vista dell’esplorazione spaziale, ma anche da quello commerciale, considerato che nessuna azienda aveva mai espresso prima piani così circostanziati per portare privati cittadini nell’orbita terrestre. Musk non ha svelato quanto abbiano speso i due clienti per il viaggio, ma ha comunque detto che il costo si aggira intorno a quello richiesto per

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inviare un equipaggio verso la Stazione Spaziale Internazionale. La cifra potrebbe essere quindi intorno agli 80 milioni di dollari, se il riferimento di Musk era al prezzo richiesto dall’Agenzia spaziale russa per gli astronauti statunitensi. Elon Musk ha anche spiegato ai giornalisti che i viaggi intorno alla Luna potrebbero diventare una delle principali fonti di ricavo per SpaceX, che al momento si finanzia grazie ai contratti con la NASA e a quelli con le aziende che vogliono portare in orbita i loro satelliti. Con “uno o due viaggi” all’anno intorno alla Luna, ha detto Musk, si potrebbero produrre il 10 – 20 per cento dei ricavi di SpaceX. Rischi e un lungo viaggio Anche se negli ultimi anni sono stati raggiunti ulteriori progressi nella sicurezza, e non ci sono più stati incidenti mortali da quello dello Shuttle Columbia nel 2003, i viaggi verso l’orbita terrestre continuano a essere piuttosto pericolosi, senza contare che quelli che vanno oltre non sono effettuati da decenni. A differenza dell’aviazione civile, non ci sono regole per i voli spaziali: negli Stati Uniti c’è il Commercial Space Launch Amendments Act, una legge approvata nel 2004 che prevede una fase di “apprendimento” per le aziende del settore, nella quale non ci sono sostanzialmente regole. La legge, la cui scadenza è passata dal 2012 al 2023, era nata in un periodo in cui sembrava ancora lontano il trasporto di esseri umani da parte delle aziende spaziali private. L’ultimo viaggio verso la Luna con esseri umani risale al dicembre del 1972, quando l’Apollo 17 fece il proprio allunaggio con gli astronauti Eugene Cernan e Harrison Schmitt. Significa che sono quasi 45 anni che nessuno si avvicina alla Luna e, più in generale, che un essere umano abbandona l’orbita terrestre bassa (LEO) dove è operativa la Stazione Spaziale Internazionale. La LEO termina all’incirca a 2000 chilometri di distanza dalla Terra, ma la stessa ISS si trova a una quota molto più bassa, circa 400 chilometri dal nostro pianeta. Una distanza minima se confrontata con quella della Luna da noi: 380mila chilometri in media (la sua orbita è ellittica). Il primo viaggio, senza allunaggio, con esseri umani verso l’orbita lunare fu eseguito nel dicembre del 1968 con l’Apollo 8: furono necessari 3 giorni per raggiungere la Luna. SpaceX confida di poter trasportare i suoi due clienti, fargli compiere un giro intorno alla Luna e tornare sulla Terra in sei giorni circa. Crew Dragon avrà un sistema di navigazione completamente automatico, tale da richiedere interventi manuali da parte dei passeggeri solo in casi di particolari emergenze. I due clienti potranno quindi evitare la lunga e meticolosa preparazione cui sono sottoposti gli astronauti, cui è richiesta tra le altre cose la capacità di pilotare un’astronave (anche le Soyuz fanno quasi tutto automaticamente per i viaggi sulla ISS e il rientro sulla Terra). Test e verifiche si concentreranno sulle condizioni fisiche dei due

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