Consulting 03_2008

 

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Autorizzazione Tribunale Roma n° 569 del 15/10/2002 - POSTE ITALIANE S.p.A. - spedizione in A. P. D. L. 353/03 (CONV. L. 46/04) ART. 1 co. 1, DCB ROMA - Prezzo per copia € 12,00 Anno 6 - nº 3 maggio - giugno 2008 La rivista del consulente d’azienda Le radiazioni ionizzanti e la radioprotezione Impresa e azienda Le problematiche connesse alla cessione del ramo d’azienda Speciale Nucleo Agroalimentare Forestale Una garanzia in più per la tutela della sicurezza alimentare

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Perché abbonarsi Consulenti e Imprenditori sono chiamati oggi ad affrontare una duplice sfida: mantenersi costantemente aggiornati nelle rispettive aree di competenza ed essere in grado di comunicare senza scendere in tecnicismi burocratici. Consulting costituisce un mezzo di aggiornamento di tipo “trasversale” in quanto fornisce ai diversi profili professionali gli spunti pratici, sia sul piano tecnico che legislativo, senza fermarsi al solo aspetto teorico o formale di una problematica. Consulting si rivolge perciò a quanti, coinvolti nella gestione aziendale, hanno bisogno di ritrovarsi in uno spazio aperto di confronto e di discussione, fornendo loro un aggiornamento preciso, puntuale, ma allo stesso tempo concreto, sui principali argomenti tecnici e normativi. Offerta promozionale Per n° 1 abbonamento annuale: € 48,00 Per n° 3 abbonamenti annuali: € 144,00 Per n° 5 abbonamenti annuali: € 240,00 € 130,00 € 210,00 Modalità di pagamento per la sottoscrizione degli abbonamenti, si prega di inviare il modulo via fax al numero: 06-5127106 / 06-5127140 o via e-mail: info@gevaedizioni.it COSTO ABBONAMENTI 2008 Per n° 1 abbonamento annuale: € 48,00 - Singoli numeri: € 12,00 - Numeri arretrati: € 14,00 Assegno Bancario non trasferibile intestato a Geva S.r.l. Bonifico su conto corrente Banca di Roma n° 1452/54 intestato a Geva S.r.l. ABI: 3002.3 - CAB: 03268 - CIN: D - IBAN: IT84D0300203268000000145254 Bollettino di c.c.p. n° 33203746 intestato a Geva S.r.l. Via dei Lincei, 54 - 00147 Roma ABI: 07601 - CAB 03200 - IBAN IT77B0760103200000033203746 Le condizioni di abbonamento sono quelle indicate nel sito www.gevaedizioni.it Cognome/Nome Intestatario dell’abbonamento P.I./C.F. Società P.I./C.F. Via/Piazza Città Cap Sito web E-mail Tel. Fax Firma La rivista del consulente d’azienda Prov. Cell. anno 6 - nDº 3a-tmaaggio - giugno 08

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La rivista del consulente d’azienda Amministrazione, Direzione, Redazione GEVA S.r.l. Via dei Lincei,54 - 00147 Roma Tel./fax:06 5127106 - 06 5127140 www.gevaedizioni.it - e-mail:info@gevaedizioni.it GEVA S.r.l. Tutti i diritti sono riservati. Direttore Responsabile:Nicola Giovanni GRILLO Coordinamento editoriale:Leonardo EVANGELISTA Abbonamenti:Katia PILOTTO Impaginazione e grafica:Roberta CANU Pubblicità:GEVA S.r.l.- Via dei Lincei,54 – 00147 Roma Stampa:Eurolit S.r.l.- Roma; Tiratura:1000 copie; Chiuso in Tipografia:giugno 2008 Autorizzazione Tribunale di Roma n° 569 del 15/10/2002 POSTE ITALIANE S.p.A.- Spedizione in A.P.D.L.353/03 (Conv.L.46/04) art.1 co.1,DCB Roma Se questa rivista Le è stata inviata tramite abbonamento, le comunichiamo che l’indirizzo in nostro possesso sarà utilizzato anche per l’invio di altre riviste e comunicazioni o per l’inoltro di proposte di abbonamento. Ai sensi della Legge n° 196 del 30/06/2003 (modificato dalla Legge n° 45 del 26/02/2004) è nel Suo diritto richiedere la cessazione dell’invio e/o l’aggiornamento dei dati forniti. Inoltre, ai sensi dell’art. 10 della legge citata, la finalità del trattamento dei dati relativi ai destinatari del presente periodico,o di altri dello stesso editore,consistono nell’assicurare un’informazione tecnica, professionale e specializzata a soggetti identificati per la loro attività professionale. L’Editore, titolare del trattamento, garantisce ai soggetti interessati i diritti di cui all’art.13 della suddetta legge. Le fotografie appartengono all’archivio di GEVA S.r.l., se non diversamente indicato. Per i diritti di riproduzione dei quali non è stato possibile identificare la titolarità,l’editore si dichiara disponibile a regolare le eventuali spettanze. Gli articoli firmati impegnano esclusivamente i singoli autori. La riproduzione totale o parziale degli articoli della rivista è consentita con citazione dell’autore e della fonte. La recensione di libri può essere proposta inviandone copia all’editore accompagnata da una breve sintesi. Costo abbonamento: Abbonamento per 12 mesi,6 numeri (Italia): € 48,00 Singoli numeri: € 12,00 Numeri arretrati: € 14,00 Per le aziende: - n° 3 Abbonamenti contestuali annuali: € 130,00 - n° 5 Abbonamenti contestuali annuali: € 210,00 Gli abbonamenti possono essere sottoscritti inviando una fotocopia della ricevuta dell’avvenuto pagamento specificando i propri dati, via fax ai numeri: 06.5127106 / 06.5127140,oppure via e-mail:info@gevaedizioni.it Modalità di pagamento: 1) Versamento in c/c p.n° 33203746,intestato a: Geva S.r.l.-Via dei Lincei,54 - 00147 Roma CAB: 03200, ABI: 7601, IBAN: IT77B0760103200000033203746 2) Bonifico su c/c Banca di Roma n° 1452/54 intestato a:Geva S.r.l., ABI: 03002, CAB: 03268, CIN: D, IBAN: IT84D0300203268000000145254 Condizioni di abbonamento: L’abbonamento decorre dal mese successivo a quello della data di pagamento.Qualora l’abbonamento sia sottoscrittonel1°trimestredell’anno,essodecorreràdal1°gennaio precedente,dando tuttavia diritto a ricevere la rivista fino alla scadenza. L’abbonato può richiedere, per l’anno in corso, l’invio dei fascicoli precedenti, qualora siano ancora disponibili. La disdetta dell’abbonamento deve essere comunicata,per posta ordinaria o via email,con accertamento di avvenuta ricezione da parte della GEVA S.r.l.,almeno due mesi prima della scadenza.Sarà cura della GEVA S.r.l.comunicare tempestivamente, se variate,le modalità di rinnovo entro lo scadere dell’anno di abbonamento. A norma dell’art. 74, lettera c), del D.P.R. 26 ottobre 1972, no 633 e del D.M. 9 aprile 1993, l’I.V.A. sugli abbonamenti è compresa nel prezzo di vendita ed è assolta dall’editore, che non è tenuto ad alcun adempimento ex art. 21 del suddetto decreto no 633/72;di conseguenza,in nessun caso si rilasciano fatture.Per quanto riguarda la propria contabilità la prova dell’avvenuto pagamento costituisce documento idoneo ad ogni effetto contabile e fiscale. Per chi suona la... Campania Cronaca di una sentenza annunciata Andrea QUARANTA. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 7 Le radiazioni ionizzanti e la radioprotezione Sandro SANDRI . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 11 Impresa e azienda Le problematiche connesse alla cessione del ramo d’azienda Caterina PISAPIA . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 14 Stabilizzazione dei rifiuti contenenti amianto L’impianto mobile ICAM Marco TAMMARO . . . . . . . . . . . . . . Pag. 16 Speciale Nucleo Agroalimentare Forestale Una garanzia in più per la tutela della sicurezza alimentare di tutti . . Intervista rilasciata dal dottor Felice DI LUCENTE. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 20 Greenergy La smaterializzazione dell’energia Leonardo EVANGELISTA . . . . . Pag. 25 Depurazione delle acque reflue La tecnologia MBR Massimo JANDOLO . . . . . . . . . . . Pag. 26 Dicesi discarica... Nicola G. GRILLO . . . . . . . . . . . . . . Pag. 31 Questo non deve mai accadere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 32 Dalla Legge n° 46/90 al DM 22 gennaio 2008 Finalmente molte novità nel settore della sicurezza degli impianti Bruno EVANGELISTA . . . . . . . . . . Pag. 34 Dalle Associazioni Pag. 38 Il grillo parlante Pag. 41 Ultima pagina Pag. 42 La rivista del consulente d’azienda anno 6 - nº 3 - maggio - giugno 08 3

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4 La rivista del consulente d’azienda anno 6 - nº 3 - maggio - giugno 08

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Editoriale Editoriale Politici si diventa o si nasce? Il quesito si può porre anche in un’altra forma: si fa politica per professione o per vocazione? Difficile trovare una risposta perfetta e inconfutabile, ma vorrei esternare il mio punto di vista sulla base di quello che accade in Italia, ove è evidente la grave carenza strutturale dell’intero apparato politico. Qui da noi nell’esercito dei mille (fra deputati e senatori) è raro incontrare un onorevole che prima di entrare nel mondo della politica abbia avuto un’altra occupazione e si sia guadagnato da vivere facendo un “normale” lavoro. Ci sono esempi illustri, provenienti dall’imprenditoria privata, che dimostrerebbero la tesi esattamente opposta, ma li trascuro volutamente, ritenendoli delle eccezioni, per non perdere di vista il nocciolo della questione. E cioè che purtroppo, nel nostro Paese, fondato solidamente sulla produttività e sul valore della piccola e media imprenditoria, non esiste nessuna corrispondenza realistica tra gli elettori e la classe politica eletta. Classe politica i cui esponenti, è bene ricordarlo, dovrebbero essere i rappresentanti delle persone che li hanno votati e che di conseguenza ne dovrebbero tutelare i diritti e soddisfare le istanze... A ben osservare non è mai così: la garanzia della tutela di tali diritti è il più delle volte una chimera che solo occasionalmente si manifesta in qualche intervento interessato e strumentale a favore dei cittadini, mentre diffusa è la sensazione che spesso e volentieri i politici cadono facile preda della “distrazione” di seguire interessi personali più che della collettività. Ma lo stridore maggiore a mio parere risiede più che nell’operatoenellacondottadicertipolitici,proprionella scarsa rappresentatività dell’intero corpo parlamentare: l’assenza o quasi, tanto per fare un esempio, di operai o contadini onorevoli, oppure di geometri o negozianti, o ancora di studenti universitari o giovani disoccupati. Indagando nei trascorsi degli attuali uomini politici italiani, emergono piuttosto frequenti e allarmanti somiglianze: una famiglia facoltosa o potente o influente alle spalle, zero esperienze lavorative, lobby e cerchie elitarie di sostenitori elettorali e via dicendo... Il quadro è cupo e deprimente e denota la costante mancanza di due ingredienti fondamentali come la gavetta e il contatto in presa diretta con i problemi connessi alla scarsità di risorse economiche e di opportunità d’inserimento sociale, tipici di tutte le città e le province italiane. Veramente difficile che una classe politica con un background così asettico e privilegiato possa portare esperienze utili ed efficaci per governare una popolazione di estrazione sociale e culturale completamente diversa. Senza contare un altro fatto inquietante, ossia che la cosiddetta “poltrona”, essendo l’unica fonte di prestigio, favori e gloria personale dei (tanti) politici sprovvisti di alternative professionali, assurge ad una preziosa proprietà da conservare ad ogni costo e senza scrupoli, in barba ad uno dei diritti basilari di qualsiasi democrazia: lasciare spazio al ricambio generazionale per mantenere il passo delle innovazioni. Una riforma elettorale io la farei: può essere eletto solo chi lavora già e chi proviene dalle classi sociali più popolate; personalmente io non ho molta fiducia nei politici “professionisti”, dalle parcelle astronomiche (20mila euro mensili e oltre), perché tra quei pochi che pure possiedono la preparazione e le competenze teoriche adeguate al ruolo, solo qualcuno sarebbe dotato pure della giusta esperienza umana e pratica per comprendere appieno i problemi quotidiani e le contingenze di milioni di persone “comuni”. Più semplice ed economico risulterebbe, per ipotesi, organizzare dei corsi di formazione o affiancare degli esperti agli onorevoli popolari neoeletti a digiuno di saperi teorici e protocolli. E introdurrei un’altra regola aurea: dopo due mandati, tutti di nuovo al loro vecchio lavoro. Solo Italia e Cuba (e pochi altri Stati) mostrano sempre gli stessi nomi e le stesse facce politiche da venticinque anni a questa parte… e qui da noi il meteo è anche meno invitante. 5 La rivista del consulente d’azienda anno 6 - nº 3 - maggio - giugno 08

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Il Responsabile tecnico nella gestione dei rifiuti Normativa vigente Compiti e responsabilità Aspetti pratici ed operativi Normativa vigente Compiti e responsabilità Aspetti pratici ed operativi Un volume tecnico dal linguaggio semplice, che contribuisce a chiarire le ingarbugliate normative riguardanti il Responsabile tecnico, 66 figura professionale cardine indispensabile per garantire la corretta gestione dei rifiuti. Il testo affronta un tema ai più tuttora sconosciuto e sviluppa un’analisi completa e sintetica delle normative specifiche, da cui si delineano i compiti, le responsabilità e i limiti di intervento di colui che si può definire il manager ambientale per eccellenza, dovendo egli interagire con tutte le altre figure professionali di responsabilità che, per legge, sono presenti in ogni azienda,comprese quelle operanti nella gestione dei rifiuti. Gli argomenti sono trattati con rigore e competenza in quanto gli autori, specialisti qualificati, operano quotidianamente con passione nell’affascinante, ancorché delicato, settore ambientale. € 38,00 Dall’indice  La nuova figura del Responsabile tecnico  Requisiti soggettivi e professionali  I compiti del Responsabile tecnico  Responsabilità e modalità di delega  Sanzionabilità del Responsabile tecnico  Il Catalogo Europeo dei Rifiuti (CER)  La documentazione per la gestione dei rifiuti  Il peso a destino  Le diverse figure coinvolte nella gestione dei rifiuti  Il trasporto dei rifiuti pericolosi e l’ADR GEVA S.r.l. • Via dei Lincei, 54 - 00147 Roma Telefono e Fax 06 5127106 - 06 5127140 www.gevaedizioni.it e-mail: info@gevaedizioni.it

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Per chi suona la…Campania cronaca di una sentenza annunciata Andrea QUARANTA* Il titolo, quanto mai evocativo, è di estrema attualità, se consideriamo la perenne contingenza, tutta italiana… Da un lato, infatti, la gravissima situazione relativa alla gestione dei rifiuti in Campania ha scoperchiato (…ancora una volta) il vaso di Pandora, mettendo in evidenza non solo l’assoluta insufficienza dei mezzi (legislativi, tecnici, economici… sociali) – comunque poco e male utilizzati – con i quali si pensava di poter affrontare la gestione dei rifiuti, ma anche l’assenza di qualsivoglia prospettiva. Dall’altro, con una puntualità che si potrebbe sostenere beffarda, la Corte di Giustizia europea in un solo giorno ha condannato l’Italia ben tre volte1 per essere venuta meno agli “obblighi che le incombono in forza della direttiva del Consiglio 15 luglio 1975, 75/442/CEE, sui rifiuti, come modificata dalla direttiva del Consiglio 18 marzo 1991,91/156/CE”,stigmatizzando,in questo modo, lo stato di assoluto degrado della normativa italiana (anche) in materia di rifiuti, che necessita, oggi più che mai, un’effettiva opera di riorganizzazione, alla luce di quei principi europei che finora sono stati troppo spesso soltanto evocati in modo evasivo. Quella che segue è una breve analisi di questa “cronaca di una sentenza annunciata”. L’evoluzione della giurisprudenza della Corte di Giustizia Se si considera che, dalla prima pronuncia del 28 marzo 1990 fino ad oggi, la Corte di Giustizia europea si è costantemente pronunciata, in tutti i casi sottoposti al suo esame, nel senso di un’interpretazione estensiva della nozione di rifiuto, si comprende il perché di tale facile profezia. La Corte di Lussemburgo, infatti, con motivazioni più o meno articolate, ha sempre considerato rifiuto, sulla base della definizione contenuta nella direttiva, “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi, abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi”, sottolineando come il catalogo di sostanze di cui all’allegato I della stessa direttiva (attraverso il quale è stata, in un certo senso, chiarita tale definizione) ha un valore meramente indicativo, atteso che la qualifica di rifiuto discende anzitutto dal comportamento del detentore e dal significato del termine «disfarsi»2. Quest’ultimo deve essere interpretato non solo alla luce della finalità essenziale della direttiva3, ma anche dell’art. 174, n° 2, CE, il quale stabilisce che «la politica della Comunità in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela, tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni della Comunità. Essa è fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva […] Ne consegue che il termine «disfarsi», e pertanto la nozione di «rifiuto» ai sensi dell’art. 1, lett. a), della direttiva, non possono essere interpretati in senso restrittivo4». In estrema sintesi, la Corte ha posto l’accento su alcuni criteri differenziali: - alcune circostanze possono costituire indizi del fatto che il detentore della sostanza od oggetto se ne disfi ovvero abbia deciso o abbia l’obbligo di «disfarsene»: in particolare, ciò si verifica quando una sostanza è un residuo di produzione o di consumo, cioè un prodotto che non è stato ricercato in quanto tale5; - il metodo di trasformazione o le modalità di utilizzo di una sostanza non sono determinanti per stabilire se si tratti o no di un rifiuto6; - l’esecuzione di una delle operazioni di smaltimento o di recupero di cui agli allegati II A o II B alla direttiva non consente di per sé di qualificare come rifiuto una sostanza o un oggetto trattato in tale operazione7; -� la nozione di rifiuto non deve intendersi nel senso che essa esclude le sostanze e gli oggetti suscettibili di riutilizzazione * Giurista ambientale andrea40@naturagiuridica.com; http://naturagiuridica.blogspot.com 1 Sentenza del 18 dicembre 2007,nelle cause C-194/05,C-195/05 e C-263/05,tutte e tre intercorrenti fra la Commissione delle Comunità europee contro la Repubblica italiana. 2 In tal senso, v. sentenze 18 dicembre 1997, causa C-129/96, Inter-Environnement Wallonie, Racc. pag. I-7411, punto 26; 7 settembre 2004, causa C-1/03,Van de Walle e a., Racc. pag. I-7613, punto 42, nonché 10 maggio 2007, causa C-252/05, Thames Water Utilities, Racc. pag. I-3883, punto 24 3 Protezione della salute umana e dell’ambiente contro gli effetti nocivi della raccolta, del trasporto, del trattamento, dell’ammasso e del deposito dei rifiuti 4 In tal senso, in particolare, sentenze 15 giugno 2000, cause riunite C-418/97 e C-419/97, ARCO Chemie Nederland e a., Racc.pag.I-4475, punti 36-40, nonché Thames Water Utilities, cit., punto 27. 5 In tal senso, v. sentenza ARCO Chemie Nederland, procedimenti riuniti C-418/97 e C-419/97, punti nn. 83-84; sentenza Niselli, C-457/02. 6 V. sentenze ARCO, cit. punto 64, e 1° marzo 2007, causa C-176/05, KVZ retec. 7 V. in tal senso, in particolare, sentenza Niselli, cit., punti 36 e 37 La rivista del consulente d’azienda anno 6 - nº 3 - maggio - giugno 08 7

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economica8: il sistema di sorveglianza e di gestione istituito Il “grande rifiuto” della Corte di Giustizia europea della via dalla direttiva intende infatti riferirsi a tutti gli oggetti e le all’italiana di gestione dei rifiuti sostanze di cui il proprietario si disfa,anche se essi hanno un Proseguendo con ordine, veniamo adesso alle fattispecie de valore commerciale e sono raccolti a titolo commerciale a quibus: in tutte e tre la Corte premette un rapido excursus fini di riciclo, di recupero o di riutilizzo9; della propria giurisprudenza in materia, così come delineato -� ad ogni modo, dalla giurisprudenza della Corte emerge nel paragrafo precedente. Addentrandoci nel particolare, la altresì che, in determinate situazioni, un bene, un materiale Corte, nel condannare l’Italia evidenzia quanto segue. Nella o una materia prima che deriva da un processo di causa C-263/05 – procedimento in cui la Commissione delle estrazione o di fabbricazione che non è principalmente Comunità europee aveva chiesto alla Corte di dichiarare che destinato a produrlo può costituire non tanto un residuo, la Repubblica italiana, avendo adottato e mantenuto in vigore quanto un sottoprodotto, del quale il detentore non cerca l’art.14 del decreto legge 8 luglio 2002,n° 13814,è venuta meno di «disfarsi», ma che intende sfruttare o commercializzare agli obblighi che le incombono in forza dell’art. 1, lett. a), della a condizioni ad esso favorevoli, in un processo successivo, direttiva […] – la Corte europea ha messo in luce che: a patto che tale riutilizzo sia certo, non richieda una - allorché definisce l’azione di disfarsi di una sostanza o di 8 trasformazione preliminare e intervenga nel corso del processo di produzione o di utilizzazione10; un materiale esclusivamente a partire dall’esecuzione di un’operazione di smaltimento o di recupero menzionata -� in definitiva, oltre a quello relativo alla natura o meno agli allegati B o C al “decreto Ronchi”, “l’interpretazione di residuo di produzione di una sostanza, costituisce imposta dal comma 1 della disposizione controversa un criterio utile ai fini di valutare se essa sia o meno un subordina la qualifica di rifiuto ad un’operazione che, rifiuto ai sensi della direttiva quello concernente il grado di a sua volta, può essere qualificata come smaltimento o probabilità di riutilizzo di tale sostanza, senza operazioni di recupero solo ove applicata ad un rifiuto, di modo che tale trasformazione preliminare11. interpretazione non contribuisce in realtà minimamente a Tuttavia, se per tale riutilizzo occorrono operazioni di deposito precisare la nozione di rifiuto15”; che possono avere una certa durata, e quindi rappresentare un - anche la “precisazione” contenuta nel comma 2 della onere per il detentore ed essere potenzialmente fonte di quel disposizione controversa16 non è conforme ai principi della danno per l’ambiente che la direttiva mira specificamente a giurisprudenza comunitaria, perché conduce a escludere limitare,esso non può essere considerato certo ed è prevedibile dalla qualifica di rifiuto materiali residuali di produzione o solo a più o meno lungo termine, cosicché la sostanza di cui di consumo che pure corrispondono alla definizione della trattasi deve essere considerata,in via di principio,come rifiuto12. nozione di «rifiuto» di cui all’art. 1, lett. a), primo comma, In sostanza, l’effettiva esistenza di un «rifiuto» va accertata della direttiva17. alla luce del complesso delle circostanze, sopra tratteggiate: Nella causa C-194/05 – procedimento in cui la Commissione tuttavia, atteso che la direttiva non suggerisce alcun criterio delle Comunità europee aveva chiesto alla Corte di dichiarare determinante per individuare la volontà del detentore di che la Repubblica italiana, nella misura in cui l’art.10 della legge disfarsi di una determinata sostanza o di un determinato 23 marzo 2001, n° 93 e l’art. 1, commi 17 e 19, della legge 21 materiale, in mancanza di disposizioni comunitarie gli Stati dicembre2001,n°443,hannoesclusodall’ambitodiapplicazione membri sono liberi di scegliere le modalità di prova dei diversi della disciplina nazionale sui rifiuti le terre e le rocce da scavo elementi definiti nelle direttive da essi recepite, purché ciò non destinate all’effettivo riutilizzo per reinterri, riempimenti, rilevati pregiudichi l’efficacia del diritto comunitario13. e macinati18, è venuta meno agli obblighi che le incombono in 8 V., in tal senso, in particolare, sentenza 25 giugno 1997, cause riunite C-304/94, C-330/94, C-342/94 e C-224/95, Tombesi e a. 9 V., in particolare, sentenza 18 aprile 2002, causa C-9/00, Palin Granit. 10 V., in tal senso, sentenze Palin Granit, cit., punti 34-36; 11 settembre 2003, causa C-114/01, AvestaPolarit Chrome; Niselli, cit., punto 47, nonché 8 settembre 2005, causa C-416/02, Commissione/Spagna, punti 87 e 90, e causa C-121/03, Commissione/Spagna, punti 58 e 61). 11 Se, oltre alla mera possibilità di riutilizzare la sostanza di cui trattasi, il detentore consegue un vantaggio economico nel farlo, la probabilità di tale riutilizzo è alta. In un’ipotesi del genere la sostanza in questione non può più essere considerata un onere di cui il detentore cerchi di «disfarsi», bensì un autentico prodotto V. citate sentenze Palin Granit, punto 37, e Niselli, punto 46). 12 V., in tal senso, citate sentenze Palin Granit, punto 38, e AvestaPolarit Chrome, punto 39 13 Infatti, gli Stati membri possono, ad esempio, definire varie categorie di rifiuti, in particolare per facilitare l’organizzazione e il controllo della loro gestione, purché gli obblighi risultanti dalla direttiva o da altre disposizioni di diritto comunitario relative ai rifiuti in parola siano rispettati e l’eventuale esclusione di determinate categorie dall’ambito di applicazione delle misure adottate per recepire gli obblighi derivanti dalla direttiva si verifichi in conformità all’art. 2, n. 1, di quest’ultima. V., in tal senso, sentenza 16 dicembre 2004, causa C-62/03, Commissione/Regno Unito. 14 Che escludeva, dall’ambito di applicazione del “decreto Ronchi”, non solo le sostanze, i materiali o i beni destinati alle operazioni di smaltimento o recupero di rifiuti non esplicitamente elencati agli allegati B e C a detto decreto, ma anche le sostanze o materiali residuali di produzione dei quali il detentore abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi, qualora gli stessi possano essere e siano riutilizzati in un ciclo produttivo o di consumo, a condizione che non sia effettuato alcun intervento preventivo di trattamento e che gli stessi non rechino pregiudizio all’ambiente, oppure, anche qualora venga effettuato un intervento preventivo di trattamento, quando quest’ultimo non configuri un’operazione di recupero fra quelle individuate all’allegato C al medesimo decreto. 15 In effetti, secondo l’interpretazione di cui trattasi, ogni sostanza o materiale oggetto di uno dei tipi di operazioni menzionati agli allegati II A e II B alla direttiva deve essere qualificato come rifiuto, di modo che tale interpretazione condurrebbe a qualificare come tali sostanze e materiali che non lo sono ai sensi della direttiva. 16 Affinché un materiale residuale di produzione o di consumo sfugga alla qualifica di rifiuto, è sufficiente che esso venga o possa essere riutilizzato in qualunque ciclo di produzione o di consumo, senza alcun intervento preventivo di trattamento e senza pregiudizio all’ambiente, o dopo aver subito un intervento preventivo di trattamento qualora non si tratti di una delle operazioni di smaltimento elencate all’allegato C al decreto legislativo n.22/97, che corrisponde testualmente all’allegato II B alla direttiva. 17 In particolare, come risulta dai punti 34-36 della presente sentenza, il fatto che una sostanza sia un materiale residuale di produzione o di consumo costituisce un indizio che si tratti di un rifiuto e la sola circostanza che una sostanza sia destinata a essere riutilizzata,o possa esserlo,non può essere determinante per la sua qualifica o meno come rifiuto. 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forza dell’art. 1, lett. a), della direttiva […] – la Corte europea ha evidenziato che: - la possibilità di ricorrere a un’argomentazione come quella formulata dal governo italiano19 deve essere limitata alle situazioni in cui il riutilizzo di un bene, di un materiale o di una materia prima, altresì per il fabbisogno di operatori economici diversi da quello che l’ha prodotto, non è semplicemente eventuale bensì certo, non richiede una trasformazione preliminare e interviene nel corso del processo di produzione o di utilizzazione20; - la destinazione futura di un oggetto o di una sostanza non è di per sé decisiva per quanto riguarda la sua eventuale natura di rifiuto definita con riferimento al fatto che il detentore dell’oggetto o della sostanza in questione se ne disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsene: in ogni caso – conclude la Corte – “anche supponendo che possa essere garantito che i materiali previsti dalle disposizioni controverse siano effettivamente riutilizzati per reinterri, riempimenti, rilevati e macinati - e tuttavia la Repubblica italiana non ha accennato ad alcuna norma specifica a tal fine - è giocoforza constatare che tali disposizioni finiscono per sottrarre alla qualifica di rifiuto, ai sensi dell’ordinamento italiano, taluni residui che invece corrispondono alla definizione sancita dall’art. 1, lett. a), della direttiva”. Infine, nella causa C-193/05 – procedimento in cui la Commissione delle Comunità europee aveva chiesto alla Corte di dichiarare che la Repubblica italiana,avendo adottato indirizzi operativi validi su tutto il territorio nazionale21, tali da escludere dall’ambito di applicazione della disciplina sui rifiuti gli scarti alimentari originati dall’industria agroalimentare destinati alla produzione di mangimi, e avendo escluso dall’ambito di applicazione della normativa sui rifiuti i residui derivanti dalle preparazioni nelle cucine di qualsiasi tipo di cibi solidi, cotti e crudi, non entrati nel circuito distributivo di somministrazione, destinati alle strutture di ricovero per animali di affezione (art. 23 della legge 31 luglio 2002, n° 179) è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza dell’art. 1, lett. a), della direttiva […] – la Corte europea ha posto l’accento sui seguenti aspetti: - “anche supponendo che sia possibile garantire che i materiali de quibus siano effettivamente riutilizzati per la produzione di mangimi – e tuttavia la sola volontà di destinare tali materiali alla menzionata produzione,anche qualora sia previamente attestata in forma scritta, non è equiparabile al loro effettivo utilizzo a tale scopo – le modalità di utilizzo di una sostanza non sono determinanti per qualificare o meno quest’ultima come rifiuto”; - la normativa de qua introduce una presunzione secondo la quale,nelle situazioni da essa previste,i materiali in questione costituiscono sottoprodotti che presentano, per il loro detentore (dato il suo intendimento che siano riutilizzati) un vantaggio o un valore economico anziché un onere di cui egli cercherebbe di disfarsi. Tuttavia, anche se tale ipotesi in determinati casi può corrispondere alla realtà, “non può esistere alcuna presunzione generale in base alla quale un detentore dei materiali in questione tragga dal loro riutilizzo un vantaggio maggiore rispetto a quello derivante dal mero fatto di potersene disfare[…]. Di conseguenza, è giocoforza constatare che la citata normativa finisce per sottrarre alla qualifica di rifiuto, ai sensi dell’ordinamento italiano, taluni residui che corrispondono tuttavia alla definizione sancita dall’art.1, lett.a), della direttiva”. Il rifiuto…di emergere Al triplice rifiuto da parte della Corte di Giustizia, che si innesta sulla (drammatica ma) ventennale emergenza campana22, si è aggiunto,inquestigiorni,unulterioretassello,asuggellarelostatus quo che non ha uguali in altre paesi del mondo “occidentale”… In questi giorni, infatti l’U.E. ha emesso un (…nuovo!) ultimatum nei confronti del“Bel Paese”: la Commissione europea ha inviato un parere motivato sull’emergenza rifiuti in Campania all’Italia, che ora ha un mese di tempo per risolvere l’“emergenza rifiuti”, ed evitare un ennesimo deferimento alla Corte di Giustizia. Nel mirino della Commissione – si apprende dalla stampa – c’è il mancato rispetto degli obblighi derivanti dalla normativa europea sui rifiuti, con particolare riferimento alla raccolta differenziata,al ciclo integrato per la loro gestione e alla sicurezza delle discariche. Senza dimenticare tutte le conseguenze che derivano da questa situazione per la salute dei cittadini. Certo, riformare – da capo a fondo – la politica ambientale (anche) in materia di rifiuti, richiederà tempo, costanza, lungimiranza. Ma, soprattutto, la volontà di cooperare, insieme e seriamente, per l’obiettivo comune, lontano dal contigente operare politico e dagli sterili veti incrociati tra diverse lobbies, che vorrebbero far passare il messaggio che la soluzione al problema sia sempre, e soltanto,una:la loro.Gestire i rifiuti,infatti, è un sfida che richiede uno sforzo enorme, che è reso ancora più complicato dalle “grandi distanze” fra gli interessi delle rilevanti entità economiche e politiche, da un lato, e quelli dei singoli cittadini dall’altro, che rendono ancora più evidente l’incomunicabilità fra le posizioni contrapposte e la sproporzione fra le capacità di attività degli uni e degli altri, che si muovono secondo logiche e in contesti diversi e – appunto – incomunicabili. Una sfida difficile, certo, ma oggi meno che mai è il momento di perpetrare la politica dello scaricabarile e di nascondersi dietro un dito, nell’ottusa speranza che, prima o poi, l’emergenza svanisca: occorre, sì, per questo modo di pensare, un netto rifiuto… 18 Con esclusione di materiali provenienti da siti inquinati e da bonifiche con concentrazione di inquinanti superiore ai limiti di accettabilità stabiliti dalle norme vigenti. 19 I materiali previsti dalle disposizioni controverse possono essere considerati, stando alla giurisprudenza della Corte, non già come residui provenienti da attività estrattive ma come sottoprodotti di cui il detentore, dato il suo intendimento che siano riutilizzati, non cerca di «disfarsi», ai sensi dell’art. 1, lett. a), della direttiva, sicché le disposizioni in parola non limitano gli obblighi in materia di gestione dei rifiuti derivanti dalla direttiva. 20 Inoltre non si può escludere, contrariamente a quanto sostenuto dalla Repubblica italiana, che l’«effettivo riutilizzo» previsto dalle disposizioni controverse avvenga solo dopo un periodo di tempo considerevole, se non addirittura indeterminato, rendendo quindi necessario il deposito a tempo indeterminato dei materiali in questione. Orbene, tali operazioni del genere sono atte a configurare un onere per il detentore e sono potenzialmente fonte di quei danni per l’ambiente che la direttiva mira specificamente a limitare. 21 Esplicitati in particolare per mezzo della circolare del Ministro dell’Ambiente 28 giugno 1999, recante chiarimenti interpretativi in materia di definizione di rifiuto e con comunicato del Ministero della Salute 22 luglio 2002, contenente linee guida relative alla disciplina igienico-sanitaria in materia di utilizzazione dei materiali e sottoprodotti derivanti dal ciclo produttivo e commerciale delle industrie agroalimentari nell’alimentazione animale. 22 Per un approfondimento, consiglio vivamente la lettura dell’ultimo capitolo del libro Gomorra, Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondatori, Strade blu. La rivista del consulente d’azienda anno 6 - nº 3 - maggio - giugno 08 9

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Le radiazioni ionizzanti e la radioprotezione autorevole organismo scientifico a livello mondiale in questa materia, l’ICRP, International Commission on Radiological Protection. Le nuove Raccomandazioni sono contenute nella pubblicazione n° 103 degli Annals of the ICRP che è stata diffusa alla fine del 2007. Trascurato all’inizio e, forse per certi versi, sopravvalutato ai giorni nostri, l’effetto delle radiazioni ionizzanti su tessuti e organi del corpo umano è sempre stato, ed è ancora, un tema oggetto di continui approfondimenti, aggiustamenti e polemiche che non sempre sono gestiti solo a livello scientifico. Sandro SANDRI* La radioprotezione è la disciplina che si occupa di proteggere lavoratori e individui della popolazione dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti. Talvolta con il medesimo termine ci si riferisce anche alla protezione dalle altre radiazioni di origine elettromagnetica, dette non ionizzanti, ma si tratta effettivamente di due discipline ben diverse e anche gli esperti nei due campi sono differenti. In questo contesto ci si riferisce comunque alla protezione dalle radiazioni ionizzanti, che vanta ormai diversi decenni di applicazione ed è sancita da normative nazionali, europee e internazionali. Nel seguito pertanto parlando di radioprotezione si farà riferimento solo a questo settore. Nonostante l’età non più giovane di questa disciplina, che vede le prime origini agli inizi del secolo scorso,i suoi contenuti sono in continua evoluzione e la pratica, molto diffusa in tutto il mondo, dell’impiego a scopi (anche) pacifici delle radiazioni ionizzanti mantiene vivo l’interesse per i relativi principi e metodiche di protezione. Recentemente infatti è stata pubblicata la nuova raccolta di raccomandazioni del più Effetti delle radiazioni ionizzanti Gli effetti dannosi delle radiazioni ionizzanti erano ben noti già dal 1920 quando nei laboratori e negli studi medici si cominciavano ad impiegare i raggi X per le indagini diagnostiche.I primi ad essere individuati furono naturalmente gli effetti immediati (o deterministici) dovuti alle alte dosi di radiazioni, che si evidenziavano con eritemi e lesioni cutanee poco tempo dopo l’esposizione alle radiazioni e avevano la caratteristica di persistere nel tempo. Gli effetti ritardati (o stocastici),costituiti essenzialmente da patologie neoplastiche (leucemie, linfomi, tumori solidi), più difficili da diagnosticare e da collegare alle radiazioni, furono individuati in seguito, intorno agli anni ’30. La genesi di effetti deterministici e stocastici conseguenti all’esposizione alle radiazioni ionizzanti è oggi molto ben conosciuta, anche se permangono dei dubbi, per quanto riguarda gli effetti stocastici, sulla relazione tra intensità della radiazione e probabilità di insorgenza delle malattie neoplastiche, soprattutto quando si ha a che fare con le basse dosi da radiazione. Gli effetti di tipo stocastico che interessano l’apparato riproduttivo possono portare delle conseguenze ai figli (la progenie) dell’individuo che è stato esposto a radiazioni, dando così luogo ad un ulteriore possibile danno dovuto alle radiazioni ionizzanti, il danno genetico. I possibili effetti delle radiazioni ionizzanti sugli individui esposti e sulla loro progenie sono riassunti nella tabella che segue. TABELLA DANNI SOMATICI (relativi all’individuo esposto) DANNI GENETICI (relativi alla progenie) STOCASTICI (probabilistici e differiti) DETERMINISTICI (certi, correlati e graduati) STOCASTICI Leucemie e linfomi Tumori solidi Radiodermiti (eritemi, dermatiti) Infertilità (danni riproduttivi) Cataratta Sindrome acuta da radiazione Mutazioni geniche Aberrazioni cromosomiche * Fisico ed Esperto Qualificato in Radioprotezione. La rivista del consulente d’azienda anno 6 - nº 3 - maggio - giugno 08 11

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Uno dei primi obiettivi della radioprotezione è stato quello di definire uno strumento adeguato che fosse in grado di mettere in relazione la modalità e la quantità di esposizione alla radiazione con l’effetto dannoso prodotto o probabile. Uno strumento di questo tipo è oggi disponibile ed è la grandezza di misura denominata dose efficace che rappresenta l’energia ceduta dalla radiazione alla materia moltiplicata per dei coefficienti che tengono conto sia del tipo di radiazione ionizzante che ha colpito i tessuti sia della rilevanza organica dei tessuti colpiti. In pratica i diversi tipi di radiazione ionizzante,a parità di energia ceduta all’organismo, scopi di salvaguardia preventiva. Oggi anche la ICRP afferma esplicitamente che questa approssimazione cautelativa non è accettabile per la stima dei danni da basse dosi su ampi campioni di popolazione. Un esempio equivalente di come può essere utilizzata impropriamente una estrapolazione al di fuori del suo campo di applicazione potrebbe essere espresso nel modo seguente: se, ingerendo 50 aspirine in un giorno ho il 50% di probabilità di finire all’ospedale, ingerendone una la probabilità in proporzione diretta è dell’1% e quindi potrei asserire che su cento persone che prendono un’aspirina, una va all’ospedale, possono provocare danni più o meno gravi a seconda della affermando una cosa evidentemente scorretta. loro natura fisica (semplici radiazioni elettromagnetiche, elettroni, protoni, neutroni, ecc.), inoltre, secondo il tessuto Le sorgenti di radiazioni ionizzanti o l’organo colpito, lo stesso tipo di danno può comportare Le radiazioni ionizzanti possono essere emesse da materiali 12 conseguenze più o meno gravi all’intero organismo. In effetti si può comprendere come una ferita su un arto sia molto meno pericolosa per l’organismo di una ferita generata in un organo interno, ad esempio nell’intestino. naturali, da materiali ottenuti attraverso processi artificiali, da macchine costruite dall’uomo, oppure possono derivare dallo spazio esterno all’atmosfera terrestre (raggi cosmici). Le sostanze o materie che emettono radiazioni ionizzanti sono La dose efficace si misura in sievert (Sv), dal nome del fisico dette radioisotopi a causa della particolare natura del nucleo svedese Rolf Sievert (vissuto fino al 1966) che fu uno dei pionieri dei loro atomi; mentre le macchine che generano radiazioni della radioprotezione. Una dose efficace di 1 mSv (millisievert, ionizzanti o intenzionalmente o per cause parassite sono ovvero la millesima parte del sievert) è denominate macchine radiogene. quella a cui mediamente tutti gli esseri In sintesi le sorgenti di radiazioni umani sono esposti a causa del fondo ionizzanti che possono dar luogo ad naturale di radiazioni ionizzanti (non esposizione dell’uomo sono pertanto: dovute cioè all’azione dell’uomo) ed è - sorgenti radioisotopiche (naturali o quindi considerata una dose innocua artificiali); per l’organismo. Chi lavora con le - macchine radiogene; radiazioni, in base alle norme italiane, - sorgenti extraterrestri (raggi cosmici). può essere esposto ad una dose efficace Le sorgenti radioisotopiche sono totale annuale massima di 20 mSv. materiali i cui atomi emettono Sono questi i livelli di dose per i quali radiazioni ionizzanti in seguito a si valuta oggi che il rischio di incorrere processi di decadimento dei loro in un effetto stocastico durante l’intera nuclei. Il numero di decadimenti vita sia paragonabile a quello di altri che si verificano nell’unità di tempo lavoratori non esposti a particolari in una certa quantità di materiale sorgenti inquinanti. Un singolo esame radioattivo è la sua radioattività medico diagnostico effettuato con che si misura in becquerel (Bq) dal impiego di radiazioni ionizzanti nome del fisico francese Antoine comporta l’esposizione del paziente ad Henri Becquerel, deceduto nel 1908, una dose efficace variabile tra 1 mSv (radiografia al polmone) considerato lo scopritore della radioattività. Un Bq equivale e oltre 10 mSv (scintigrafia cardiaca). L’esposizione a radiazioni ad un decadimento al secondo. La radioattività di una massa ionizzanti può essere letale, a causa degli effetti deterministici di sostanza radioattiva diminuisce nel tempo secondo una da radiazioni, quando la dose efficace conseguente supera 1 precisa legge di decadimento. Un determinato radioisotopo Sv ed è sicuramente letale quando questa supera i 10 Sv. dimezza la sua radioattività in un tempo costante,caratteristico Il concetto di dose efficace deve comunque essere applicato della sua natura fisica che è chiamato tempo di dimezzamento. con attenzione, trattandosi di una grandezza che si può Ad esempio il tempo di dimezzamento del trizio (H-3) è pari prestare ad impieghi impropri. La dose efficace è basata infatti a 12,3 anni, quello del tecnezio 99m (molto impiegato nella su un’assunzione di cautela denominata “teoria lineare senza diagnostica medica) è pari a sei ore, quello del fluoro 18 soglia” (LNT), secondo la quale il danno è sempre direttamente (impiegato nella metodica PET) è pari a circa due ore, quello proporzionale alla dose che l’individuo ha assorbito, anche dell’iridio 192 (impiegato nelle grafie industriali e in terapia per bassi valori di dose. Questa teoria non tiene conto della medica) è di circa 74 giorni e così via. Ogni radioisotopo ha capacità di rigenerazione dell’organismo quando l’alterazione insomma un tempo di dimezzamento caratteristico. dovuta all’esposizione da radiazioni ionizzanti è limitata. Per Come accennato in precedenza, i radioisotopi possono le basse dosi l’impiego della grandezza è plausibile solo per essere generati da attività umane, e questo può avvenire sia La rivista del consulente d’azienda anno 6 - nº 3 - maggio - giugno 08

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intenzionalmente sia a causa di attivazione non desiderata. Il primo caso riguarda in Italia principalmente la produzione di sostanze radiomarcate per impiego sanitario diagnostico o terapeutico, mentre la produzione indesiderata si ha solitamente nell’impiego di acceleratori di alta energia o di reattori nucleari o di armi nucleari. In genere la produzione incontrollata di maggior peso nell’ambiente che ci circonda è causata proprio da esplosioni nucleari a scopo di test o dall’unico incidente verificatosi presso centrali nucleari che abbia effettivamente rilasciato quantità significative di sostanze radioattive ovvero l’incidente di Chernobyl. In commercio sono reperibili radioisotopi artificiali prodotti da ditte specializzate e dedicati ad usi industriale, sanitario e di ricerca. Queste sorgenti artificiali possono essere essenzialmente di due tipi: sigillate o non sigillate. Le prime sono sorgenti formate da materie radioattive solidamente incorporate in materie solide e di fatto inattive, o sigillate in un involucro inattivo che presenti una resistenza sufficiente per evitare, in condizioni normali di impiego, dispersione rilevabile di materie radioattive. Le sorgenti non sigillate non hanno le caratteristiche di tenuta delle sorgenti sigillate. Le macchine radiogene sono tutti i dispositivi che per applicazioni diverse producono radiazioni ionizzanti. Abbiamo così i semplici tubi a vuoto per la produzione di raggi X, impiegati ad esempio nella diagnostica medica o nella diffrattometria per lo studio dei materiali, gli acceleratori di particelle impiegati per la radioterapia ospedaliera o nei grandi centri di ricerca,e così via. Le macchine radiogene possono anche essere responsabili di emissioni molto intense di radiazione, tanto che l’esposizione diretta ai fasci estratti da alcune di esse può essere letale per l’uomo; ovvero possono emettere radiazioni ampiamente compatibili con la buona salute dei tessuti umani, come nel caso delle macchine impiegate in applicazioni mediche diagnostiche.In tutti i casi però le macchine cessano di emettere il fascio primario di radiazioni quando vengono spente, cosa che non è possibile fare con le sostanze radioattive. Proteggersi dalle radiazioni ionizzanti La protezione dalle radiazioni ionizzanti si avvale della gestione di tre parametri, regolando i quali si può effettivamente limitare nel modo necessario l’esposizione alla radiazione ionizzante: la distanza dalla sorgente, il tempo di esposizione e la schermatura interposta. Il parametro della distanza è molto efficace nel ridurre l’esposizione in quanto la dose all’individuo generalmente diminuisce all’aumentare del quadrato della distanza tra questi e la sorgente. La dose è una grandezza additiva nel tempo, nel senso che una sorgente può anche essere caratterizzata dalla dose emessa ad una certa distanza nell’unità di tempo e integrando questo dato nel tempo si ottiene poi la dose totale nel periodo considerato. Riducendo il tempo di permanenza a distanza ravvicinata da una sorgente si riduce pertanto la dose efficace subita. Gli schermi rappresentano infine il sistema di protezione per elezione. Una barriera adeguata posta tra sorgente e luoghi frequentati regolarmente da persone può garantire la necessaria protezione e di conseguenza un livello di dose compatibile con i limiti indicati dalla legge. I materiali impiegati per realizzare barriere adeguate dipendono dal tipo di radiazione: per i raggi X e gamma è molto efficace il piombo anche in spessori limitati (talvolta pochi mm sono sufficienti), per fermare elettroni o particelle pesanti di bassa energia bastano piccoli spessori di materiali leggeri come ad es. la plastica, per fermare i neutroni e le particelle di alta energia possono essere necessari anche alcuni metri di cemento. Norme e ruolo della radioprotezione La radioprotezione basa le sue fondamenta su tre principi: giustificazione, ottimizzazione e limitazione delle dosi individuali. Secondo il primo principio le pratiche di lavoro con impiego di radiazioni ionizzanti devono essere giustificate preventivamente, in fase di progettazione, con considerazioni di maggior vantaggio e beneficio derivanti dalla loro applicazione rispetto al detrimento sanitario che consegue dall’esposizione di lavoratori e popolazione. La giustificazione richiede anche che siano esaminate soluzioni tecnologiche alternative non impieganti radiazioni ionizzanti e basate su sistemi meno dannosi per l’essere umano a parità di risultati ottenuti.L’ottimizzazione si esplica provvedendo che la pratica lavorativa sia svolta in modo da mantenere l’esposizione di lavoratori e popolazione al livello più basso ragionevolmente ottenibile, tenuto conto dei fattori economici e sociali. Il terzo principio è necessario per garantire una sufficiente protezione del singolo individuo e si mette in pratica quando la somma delle dosi derivanti da tutte le pratiche lavorative non deve superare i limiti di dose stabiliti per i lavoratori esposti, gli apprendisti, gli studenti e gli individui della popolazione. Sugli stessi tre principi si basa la specifica normativa tecnica e legislativa applicata in Italia e a livello mondiale. Nel nostro Paese la radioprotezione si applica sulla base delle norme espresse da decreti legislativi emanati in recepimento di specifiche direttive europee.In particolare attualmente in Italia vige il decreto legislativo 17 marzo 1995, n° 230 modificato e coordinato con le disposizioni dei decreti legislativi 26 maggio 2000, n° 187, per l’attuazione della direttiva 97/43/Euratom, 26 maggio 2000, n° 241, per l’attuazione della direttiva 96/29/ Euratom e 9 maggio 2001, n° 257, di integrazione e correzione al D. Lgs. n° 241/2000. Nella materia specifica, norme, regole e vigilanza sulla loro applicazione sono azioni demandate oltre che al legislatore anche a organismi tecnici di alto livello scientifico. Pensando al nostro Paese è necessario citare almeno l’ENEA (Ente per le Nuove Tecnologie, l’Energia e l’Ambiente), l’ISS (Istituto Superiore di Sanità), l’ISPESL (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro) e l’APAT (Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i Servizi Tecnici). Questi Enti sono attivi nella ricerca nel campo della radioprotezione e intervengono in molte procedure autorizzative e di controllo per l’impiego delle radiazioni ionizzanti in ambito lavorativo e per il contenimento della loro diffusione in ambiente anche da sorgenti naturali. 13 La rivista del consulente d’azienda anno 6 - nº 3 - maggio - giugno 08

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14 Impresa e azienda Le problematiche connesse alla cessione del ramo d’azienda Corte di Cassazione a Roma Caterina PISAPIA Le imprese italiane manifestano da sempre più tempo la tendenza ad effettuare la riorganizzazione aziendale, attraverso processi di delocalizzazione,al fine di ottenere procedimenti produttivi più elastici e competitivi, dove l’idea, dell’impresa autosufficiente, e di grandi dimensioni, lascia spazio a realtà aziendali più ristrette, caratterizzate da un articolato complesso di relazioni commerciali con terzi fornitori a cui delegare parte della produzione, fino al raggiungimento delle ipotesi più estreme che configurano un tipo di impresa che abbandona il ruolo della produzione, per occuparsi esclusivamente della gestione del proprio marchio, o del coordinamento dei subfornitori collegati. Questo processo conosciuto con il termine di outsourcing, sembra essere di gran moda tra gli imprenditori, che preferiscono concentrarsi sul c.d. “core business” aziendale e, dunque, su ciò che realmente produce valore, delegando a terzi le altre attività. Tali nuove forme organizzative vengono realizzate attraverso il trasferimento dell’azienda o, ancor più spesso, solo di un ramo della stessa. Tra le varie problematiche, che l’imprenditore deve affrontare, la più spinosa è senz’altro connessa ai diritti dei lavoratori dell’azienda, che nella fattispecie del trasferimento della stessa, è disciplinata dall’art. 2112 c.c. Cassazione civ. n° 5932 del 5 marzo 2008 È nulla la cessione se non è preesistente ai sensi dell’articolo 2112 del Codice civile. Per ramo d’azienda, come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione d’azienda, deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità, il che presuppone una preesistente realtà produttiva autonoma e funzionalmente esistente e non anche una struttura produttiva creata ad hoc in occasione del trasferimento, o come tale identificata dalle parti. Oltre che da un punto di vista di definizione, e qualificazione contrattuale, anche al fine della tutela del dipendente occorre quindi opportunamente distinguere tra il trasferimento di una parte dell’impresa, quale frazione autonoma ricadente nell’applicazione dell’art. 2112 c.c., e il trasferimento di solo alcuni elementi (beni) o contratti aziendali. Questa ultima ipotesi non è vietata, rientrando nell’autonomia contrattuale delle parti ma, in tal caso, non verrebbe ad esempio garantito l’automatico mantenimento dei rapporti di lavoro senza il consenso del lavoratore “ceduto”. Ciò significa che occorre sempre valutare se anche la pratica dell’outsourcing di alcune attività che prima venivano svolte La rivista del consulente d’azienda anno 6 - nº 3 - maggio - giugno 08

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all’interno dell’azienda rientri o meno nella fattispecie della cessione di ramo d’azienda. Ancora una volta sembrerebbe che lo strumento per realizzare la esternalizzazione consista nel trasferimento di una frazione dell’azienda, a condizione però che tale porzione sia economicamente autonoma e organizzata e diretta alla produzione e allo scambio di beni e servizi. Deve trattarsi, quindi, di una parte “distaccata” dell’impresa, ma con connotati simili, tali per cui possa poi operare indipendentemente da essa; nel caso contrario non rientra nel campo di applicazione dell’art. 2112 c.c. Ad esempio, se attraverso la cessione di un ramo dell’azienda si intendono perseguire delle esigenze di ristrutturazione aziendale,nel caso in cui non sia giuridicamente prospettabile tale cessione esse potrebbero venire quantomeno rallentate se non limitate dalla necessità dell’ottenimento di consenso del lavoratore ceduto, il cui diritto ad esercitare la propria professionalità viene comunque tutelato dalla disposizione dell’art. 2112 c.c. Si rammenti poi che la disciplina dettata dall’art. 2112 c.c. è stata innovata dall’introduzione dell’art. 32 del D. Lgs. n° 276 del 2003 (cosiddetta “Legge Biagi”), ai sensi del quale si può realizzare la cessione di un ramo d’azienda anche quando essa abbia per oggetto una sola unità produttiva (ad esempio, un ufficio o un reparto privo di autonomia) a condizione, però, che tale unità possieda,ancora una volta,dei mezzi organizzati e finalizzati allo svolgimento dell’attività d’impresa. La novità introdotta dalla suddetta legge è stata dunque quella di aver riconosciuto in capo all’imprenditore la possibilità di unificare un complesso di beni, inizialmente non dotato di autonomia economico-organizzativa, allo scopo di farlo divenire l’oggetto di cessione di un ramo d’azienda. Permane comunque, a carico del cedente, il dovere di valutare se tale entità possa poi svolgere la propria attività in maniera indipendente. Pertanto, tale ramo ceduto, pur non completamente autonomo in precedenza, deve possedere una struttura capace di futura organizzazione autonoma e di potenziale redditività.L’imprenditore che cede una parte della sua azienda è comunque tenuto a garantire ai suoi lavoratori il mantenimento del loro posto di lavoro e dei relativi diritti; ne deriva che i rapporti di lavoro vengono trasferiti al datore di lavoro acquirente e, dal canto suo, il lavoratore viene tutelato contro ingiustificati licenziamenti a seguito della cessione della parte di azienda a cui è addetto. Molti sono stati gli interventi giurisprudenziali, sia di merito sia di legittimità, riguardanti la cessione del ramo di azienda, che hanno più volte ribadito che, affinché possa considerarsi valido il trasferimento di un solo ramo d’azienda, occorre che questo viva già di organizzazione stabile, che dovrà perdurare anche a seguito della cessione. Tra le ultime decisioni di legittimità, così ha statuito Cass. civile 30 dicembre 2003, n° 19842, laddove ha espressamente sostenuto che la realtà produttiva preesistente deve essere autonoma e funzionale al raggiungimento dell’esercizio dell’impresa, non essendo consentito crearne una “ad hoc” solo in occasione del trasferimento. Infatti, ciò che contraddistingue un ramo di azienda idoneo ad essere ceduto consiste nella sua organizzazione che permette di constatare un collegamento tra le attività dei dipendenti tale per cui siano capaci di dispiegarsi nella realizzazione di beni e servizi indispensabili per l’esistenza stessa dell’azienda. Ed anche con la recentissima pronuncia del 5 marzo 2008, n° 5932, la Corte di Cassazione ribadisce, in termini ancora più diretti, la nullità dell’atto con cui viene ceduto un ramo di un’azienda nel caso in cui questo difetti ab origine di autonoma organizzazione economica e, di conseguenza, non possa mantenere la sua identità a seguito del trasferimento. Uno degli indefettibili presupposti per la cessione del ramo d’azienda consiste, quindi, proprio nella preesistenza di un’autonoma capacità produttiva. La Suprema Corte chiarisce quali debbano essere gli elementi necessari, affinché possa configurarsi la fattispecie del “ramo d’azienda”, prevedendo la sua esistenza solamente laddove siano presenti (tutti) i seguenti elementi: a) la “destinazione funzionale”; b) la “autonomia organizzativa”; c) la “preesistenza al trasferimento”; d) il “mantenimento della propria identità”. E l’onere di provare la sussistenza di questi elementi grava sulla parte che decide di alienare il ramo aziendale. In conclusione, l’oggetto della cessione di una frazione dell’azienda consiste in quel complesso di beni che si presenta quale oggettiva entità dotata di autonoma organizzazione economica, indirizzata allo svolgimento di un’attività volta alla produzione di beni e servizi, con esclusione, quindi, della possibilità che l’unificazione di un complesso di beni discenda dalla volontà dell’imprenditore cedente al momento della cessione (in tal senso anche Cass. 16 ottobre 2006, n° 22125). 15 La rivista del consulente d’azienda anno 6 - nº 3 - maggio - giugno 08

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