ALI - Numero 14

 

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numero 14 febbraio 2017

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La ricerca pubblica: risultati, obiettivi e risorse Un incontro organizzato dalla Consulta dei Presidenti degli Enti Pubblici di Ricerca e dalla CRUI-Conferenza dei Rettori delle Università Italiane per presentare dati su risorse, risultati, impegni e obiettivi di Enti e Università. L’Italia investe meno di altri Paesi in Ricerca e Sviluppo e ha meno ricercatori in rapporto alla popolazione, tuttavia la ricerca pubblica è in buona salute per pubblicazioni su riviste eccellenti La ricerca pubblica come volano di sviluppo socioeconomico, oltre che scientifico e culturale. La ricerca di enti e università come esempio di trasparenza nella pubblica amministrazione. La necessità di aumentare il capitale umano della ricerca come interesse anche finanziario del paese. Questi i temi affrontati questa mattina, lunedì 13 febbraio, nell’incontro su “La ricerca pubblica italiana: risultati, obiettivi e risorse” organizzato dalla Consulta dei presidenti degli enti pubblici di ricerca e dalla Crui, la Conferenza dei rettori delle università italiane, alla quale hanno partecipato, con i due presidenti – rispettivamente, Massimo Inguscio, presidente del Cnr e Gaetano Manfredi, rettore dell’Università degli studi di Napoli Federico II – presidenti di enti pubblici di ricerca e rettori di università. Durante l’incontro sono stati presentati dati utili per rappresentare risorse, risultati, impegni e gli obiettivi che enti di ricerca e università intendono perseguire a servizio del paese, anche attraverso una sempre più solida collaborazione tra di loro. I più recenti dati sullo stato della ricerca pubblica confermano il quadro generale degli ultimi anni. L’Italia investe meno di altri paesi in ricerca e sviluppo (1,33 per cento del Pil nel 2015 contro una media europea pari a 2,03 per cento – fonte Eurostat) e ha un numero inferiore di ricercatori rapportato alla popolazione (nel 2015 la percentuale dei ricercatori ogni mille occupati in Italia era pari al 4,73 per cento contro una media europea del 7,40 per cento – fonte Oecd). Tuttavia, l’analisi del posizionamento internazionale del paese in termini di performance della ricerca pubblica evidenzia uno stato di salute buono e, per certi versi, ottimo. La quota sul totale della produzione scientifica italiana delle pubblicazioni su riviste eccellenti (presenti nel top 5 per cento internazionale in base al fattore di impatto) è superiore alla media mondiale (fonte report Anvur 2016). Analogamente, nel periodo 2011-2014, l’impatto della produzione italiana, risulta superiore alla media dell’Unione Europea. L’Italia è posizionata poco sotto gli Stati Uniti per impatto medio, ma con valori molto superiori per quota di pubblicazioni su riviste di eccellenza. In sintesi, se si guarda alla qualità della produzione scientifica italiana, essa risulta elevata in rapporto alla spesa pubblica e privata in ricerca. È fondamentale rilevare che gli investimenti in ricerca che lo stato veicola sugli enti e le università italiane hanno un immediato effetto moltiplicatore grazie alla capacità di acquisire risorse europee e da agenzie internazionali, oltre che da privati. Tutti i finanziamenti dello Stato (per altro soggetti a controlli e verifiche puntuali)

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vengono spesi fino all’ultimo euro e spesso non consentono neppure di coprire interamente i costi di funzionamento degli enti e degli atenei. Gli enti e le università ricevono finanziamenti dallo Stato e rendono conto del modo in cui li spendono, dei risultati che ottengono, della loro capacità di contribuire all’avanzamento delle conoscenze e all’innovazione del paese: sono infatti sottoposti a valutazioni mirate e dettagliate sulla produttività scientifica, tale valutazione consente di misurarsi con obiettivi quantitativi, di indirizzare con più efficacia le risorse, di competere a livello internazionale. «L’Italia è senza dubbio un paese d’eccellenza, nella scienza: siamo al top delle classifiche, abbiamo impegni internazionali su tutti i fronti. Questo denota l’effervescenza intellettuale che anima gli enti di ricerca, le università e i nostri giovani. A fronte di questo», dice ai microfoni di Inaf Tv Nichi D’Amico, presidente dell’Inaf, «c’è un investimento governativo che – paragonato a quello che si fa in altri paesi d’Europa, per non parlare di quello che si sta facendo nei paesi emergenti – è sottodimensionato. Questo è un problema, è qualcosa di cui potremmo pagare le conseguenze nel giro di una o due generazioni. La ricerca va inquadrata come un investimento, non come un costo». «La Consulta dei presidenti», afferma Massimo Inguscio, «è impegnata a formulare proposte concrete per un miglior funzionamento della ricerca pubblica italiana, dalla valutazione al reclutamento. Chiediamo più risorse per poter essere sempre più competitivi, per poter affrontare le grandi sfide internazionali e per consentire l’inserimento di giovani ricercatori nel sistema». «I successi della ricerca italiana, e di quella universitaria in particolare, sono da decenni basati sullo sforzo di giovani e meno giovani», sostiene Gaetano Manfredi. «Ricercatori che formiamo al livello dei paesi in cima alle classifiche, ma che ogni anno rischiamo di perdere per le difficoltà di reclutamento. Un dato su tutti rende chiara la situazione, aldilà di ogni interpretazione: per H-Index siamo settimi al mondo dopo il Giappone e prima dell’Olanda, che destinano alla ricerca cifre ben più consistenti di quelle italiane».

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Pronti i microchip per 'vedere' attraverso la materia Più sicuri dei raggi X, in ospedale come al controllo bagagli Stanno sulla punta delle dita, i nuovi microchip che permettono di 'guardare' attraverso la materia: sfruttano onde elettromagnetiche molto più sicure dei raggi X, e per questo potrebbero trovare applicazione nei più svariati settori, dalla medicina alla sicurezza, dalla chimica alle comunicazioni. Realizzati all'Università di Princeton, negli Stati Uniti, sono descritti in due articoli su IEEE Journal of Solid State Circuits. Le onde terahertz Le onde terahertz sono impulsi elettromagnetici che durano un milionesimo di milionesimo di secondo: si collocano a metà tra le microonde e gli infrarossi, e hanno caratteristiche uniche che le rendono molto interessanti in ambito scientifico. Le onde terahertz, ad esempio, hanno la capacità di attraversare la maggior parte dei materiali non conduttori: per questo potrebbero essere impiegate per guardare attraverso vestiti e bagagli durante il check-in in aeroporto. Inoltre hanno la capacità di attraversare i tessuti del corpo umano, ma siccome sono meno energetiche dei raggi X, non danneggiano le cellule e il loro Dna. Per generare e intercettare queste onde, finora erano necessari apparecchi ingombranti e costosi, che ne rendevano difficile l'applicazione al di fuori dei laboratori di ricerca. Tecnologia in miniatura Gli ingegneri di Princeton sono riusciti a superare questo scoglio miniaturizzando la tecnologia necessaria su due semplici microchip di silicio come quelli che si trovano in smartphone e tablet, facili da produrre su larga scala al costo di pochi dollari ciascuno. Il primo chip genera diverse lunghezze d'onda, che possono essere combinate per dare forma ad un particolare impulso. Il chip 'antenna', invece, contiene una struttura metallica che, una volta colpita dalle onde, genera un campo magnetico specifico per il segnale in ingresso: ''invece di leggere direttamente le onde, interpretiamo le strutture che generano'', spiega il coordinatore della ricerca, Kaushik Sengupta. ''E' un po' come riconoscere le gocce di pioggia osservando le increspature che generano in una pozza''.

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Mars 2020, ecco i tre siti candidati La Nasa ha ristretto la rosa delle località del Pianeta Rosso da cui saranno tratti i primi campioni di rocce marziane da riportare a Terra. Destano tutte interesse, ma ne rimarrà soltanto una. Quando il rover Mars 2020 giungerà su Marte, inizierà subito a perforare il terreno per raccogliere campioni di terreno. La NASA non ha ancora deciso esattamente dove il rover effettuerà le sue perforazioni ma ha ristretto la sua scelta a tre macro aree annunciate durante un workshop con gli scienziati a Monrovia, in California. Il gruppo di scienziati ha analizzato con attenzione immagini e dati inviati dalla sonda Mars Reconnaissance Orbiter prima di individuare queste aree non solo accessibili ma che potenzialmente potrebbero contenere traccia di vita extraterrestre (batteri, acqua…). Il cratere Jezero, l’area che ha ottenuto più voti, un tempo era un antico lago paragonabile come dimensioni all’attuale lago Tahoe che si trova in California. Lago che è stato collegato ad un grande fiume che lo ha alimentato di acqua e sedimenti. Una zona ideale, dunque, per trovare tracce di vita, anche solo passata. Secondo luogo identificato dagli scienziati, il Syrtis, precisamente nella zona di nord-est, vicino ad un grande vulcano a scudo dove si troverebbero particolari minerali ideali per studiare il passato del pianeta rosso. Il terzo luogo identificato dalli scienziati sarebbe le Columbia Hills dove il rover Spirit aveva già analizzato il terreno e dove erano state trovate rocce silice simili ai depositi di minerali idrotermali sulla Terra. Trattasi di tre siti interessanti ma molti diversi tra loro. La comunità scientifica della NASA appare, dunque, ancora incerta anche perchè alcune delle persone che hanno partecipato al workshop non pensano che Mars 2020 possa essere in grado di mettere in luce se le rocce possano essere veramente collegate alla vita. Mars 2020 lavorerà per due anni alla perforazione delle rocce nel sito che sarà individuato dalla NASA. Il rover, però, una volta completata la missione non tornerà a casa. Tuttavia il rover sarà strutturato affinché un’eventuale successiva missione possa consentire di prelevare i sedimenti raccolti e di inviarli sulla Terra. La missione Mars 2020 partirà nell’estate del 2020.

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Elon Musk e il destino dell'uomo: farsi cyborg Se vogliamo sopravvivere all'avanzata delle macchine, ci conviene fonderci a loro, lasciando che l sfera digitale affianchi sempre di più quella biologica: lo dice uno che di futuro se ne intende. Benevola, sciocca o pericolosa che sia, l'intelligenza artificiale sta occupando spazi sempre più ampi nella vita dell'uomo. Se vogliamo sopravviverle, evolvendoci con essa, non resta che una strada: diventare cyborg. Lo ha detto Elon Musk lunedì 13 febbraio, a margine del World Government Summit di Dubai: per il "papà" di Tesla e SpaceX, la dipendenza dell'uomo nei confronti delle macchine è destinata ad aumentare con il tempo. FUSIONE IN CORSO La sfera digitale è sempre più compenetrata con quella biologica: basti pensare agli smartphone diventati un'estensione delle mani (e della memoria), al legame sempre più stretto con Siri e altri assistenti virtuali, o a come Google sta cambiando il nostro modo di orientarci e fare domande. DURA A MORIRE Musk chiama questa dimensione digital tertiary layer (strato digitale terziario): essa non solo sta influendo sul nostro modo di pensare, ma è anche capace di sopravviverci. Alla nostra morte infatti, le tracce digitali che abbiamo lasciato - per esempio sui social media - continueranno ad esistere. L'UNICA VIA POSSIBILE Nel tempo, secondo Musk, assisteremo a una sempre maggiore simbiosi tra intelligenza artificiale e biologica, e solo così risolveremo i problemi del controllo di macchine potenzialmente pericolose e anche dell'utilità dell'uomo in contesti sempre più automatizzati. UN AIUTO NASCOSTO Già lo scorso anno Elon Musk aveva ipotizzato la possibilità di ricorrere, in futuro, a impianti cerebrali capaci di accelerare l'intelligenza umana, per restare al passo con quella delle macchine. Azzardando, in quell'occasione, un paragone neurologico: «Così come la corteccia cerebrale lavora a stretto contatto con il sistema limbico (quello più primitivo e legato ai comportamenti istintivi, ndr), il nostro terzo strato digitale potrebbe lavorare in simbiosi con noi».

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Nespoli, ultimi preparativi al lancio sognando Marte Per una missione sempre più social Dall'Italia alla Germania, e poi Russia, Stati Uniti, Giappone: nelle prossime settimane l'astronauta Paolo Nespoli dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) sarà continuamente in viaggio per ultimare i preparativi di 'Vita', la terza missione di lunga durata dell'Agenzia spaziale italiana (Asi), che da maggio lo vedrà protagonista per sei mesi sulla Stazione Spaziale Internazionale (Iss) e che già si annuncia ancora più aperta ai social. L'astronauta porterà con sé la maglia della Nazionale di calcio, probabilmente quella dell'Inter e diversi oggetti delle persone a lui più care. Coltivando il sogno che questa non sia l'ultima avventura spaziale. ''Quando mi chiedono se sarà la mia ultima missione, rispondo sempre 'ma chi lo ha detto?'. Tra una ventina di anni, come tutti, riuscirò forse a comprarmi un biglietto per godermi lo spazio da turista e fare quello che mi pare, senza avere Houston che mi guarda sempre'', afferma ironicamente a margine di un incontro con le scuole organizzato al Museo di Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. Presente l'artista Michelangelo Pistoletto, autore del logo della missione Vita A chi gli chiede se sogna un'avventura su Marte, Nespoli risponde che gli fa gola ''come un gelato d'estate a un bambino di tre anni. Se mi offrissero di andarci ci penserei, non lo escluderei a priori'', anche se vorrebbe dire rischiare di non tornare sulla Terra: ''del resto - aggiunge Nespoli - l'esplorazione vera non è comprare un biglietto di andata e ritorno, ma scoprire cose nuove mettendo in conto anche la possibilità di non tornare''. Oltre ai tradizionali social network, per la missione Vita si stanno preparando nuovi strumenti e iniziative per rendere sempre più condivisa la sua esperienza in orbita, permettendo ai 'terrestri' di interagire a colpi di foto e flash mob. Grande l'entusiasmo di Nespoli, che è stato anche il primo astronauta europeo a twittare direttamente dallo spazio inviando foto mozzafiato del Pianeta. ''Il riscontro che ho avuto è stato molto forte e mi ha permesso di sentirmi più legato alla Terra: è stato bello condividere e leggere i tweet di risposta prima di andare a dormire'', racconta l'astronauta. ''Quando ero ragazzino e vedevo gli astronauti sulla Luna, non avevo altro modo per dare il mio contributo, a parte guardarli mentre oggi abbiamo un modo per farvi cooperare in modo più fattivo'', aggiunge Nespoli. Nelle prossime settimane sarà infatti disponibile una nuova app gratuita, chiamata #Spac3, che permetterà a tutti gli utenti di scattare foto su argomenti specifici (ad esempio vita sulla terra, salute, città sostenibili) sovrapponendole alle foto spaziali di Nespoli, in un flusso continuo di immagini visibili sul web

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Arriva il drone che impollina i fiori come le api Dal Giappone la notizia di un piccolo drone che potrebbe aiutare api e altri insetti impollinatori a salvare le nostre coltivazioni Piccoli robot potrebbero ronzare nei nostri cieli di qui a pochi anni, per aiutare le api e gli agricoltori a impollinare le coltivazioni. Sì, un po’ come nell’episodio Hated in the Nation di Black Mirror, sperando in conseguenze meno tragiche. La notizia questa volta arriva dal Giappone: un piccolo drone capace di impollinare artificialmente le piante senza danneggiarle. La ricerca, pubblicata dalla rivista Chem, è opera del team di ricerca di Eijiro Miyako, del National Institute of Advanced Industrial Science and Technology (Giappone), che ha sviluppato questi droni comandati a distanza e dimostrato che sono in grado di impollinare con successo esemplari di lilium giapponese. Con la speranza che in futuro possano lavorare fianco a fianco con veri insetti impollinatori. La moria di api e di altri insetti – frutto dei cambiamenti climatici, del disboscamento, dell’inquinamento e dell’uso massiccio di pesticidi – è una realtà in atto ormai da diversi anni. E non è un fenomeno da poco se si pensa che la sopravvivenza del 90% delle piante selvatiche e di tre quarti delle coltivazioni umane dipende dalla capacità degli insetti di portare il polline di fiore in fiore. Dunque quel che si rischia non è solo perdita di biodiversità – che già di per sé basterebbe – ma anche un impatto economico enorme. Per questo gli scienziati si stanno ingegnando per trovare soluzioni con cui arginare il fenomeno. In questo contesto si colloca la ricerca del team giapponese di Eijiro Miyako che ha creato un drone largo 4 centimetri e del peso di 15 grammi in grado di essere guidato in volo da un fiore all’altro replicando in modo efficiente l’attività degli insetti impollinatori. Il piccolo robot, infatti, è stato rivestito di crine, soffici fibre di origine animale intrise di un particolare gel che facilita il trasferimento del polline dagli stami (gli organi maschili) di un fiore ai pistilli (gli organi femminili) di un altro. I ricercatori giapponesi hanno già portato a termine con successo alcuni test, verificando anche che l’impatto del drone sui fiori non ne danneggiasse le strutture.

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Pubblico e privato nella nuova economia dello spazio Il tempo della old space economy ha lasciato il posto a uno scenario destinato a cambiare progressivamente a seguito della liberalizzazione dei servizi satellitari. Per questo motivo diventa urgente riaprire il cantiere normativo del diritto spaziale Nel 1980 un tale era afflitto da problemi economici. Stava divorziando dalla moglie e pensava che la soluzione ai suoi problemi sarebbe stata più semplice se avesse avuto proprietà immobiliari a disposizione. Guardò verso il cielo in cerca di chissà quali risposte, vide la Luna e si chiese di chi fosse il diritto di proprietà del suolo lunare. Sulla base dell’articolo 2 del Trattato sullo spazio del 1968, secondo il quale “Lo spazio extraatmosferico, inclusi la Luna e gli altri corpi celesti, non può costituire oggetto di appropriazione nazionale mediante proclamazione di sovranità, per mezzo di uso o di occupazione, o con qualsiasi altro mezzo”, ritenendo con ciò che una cosa fosse l’appropriazione nazionale mediante proclamazione di sovranità e altra quella del singolo, si presentò all’Ufficio brevetti della Contea di San Francisco e si vide accogliere la sua rivendicazione di proprietà della Luna. Ne informò le Nazioni Unite, il presidente degli Stati Uniti e il presidente del Soviet supremo dell’Urss, chiedendo se avessero problemi legali al riguardo. Nessuno gli rispose e quindi iniziò a “suddividere” i “suoi” terreni extraterrestri e a venderli in blocchi. Nel 1996 ha aperto il sito Internet www.lunarembassy.com con cui ha incrementato esponenzialmente le sue attività estendendo il businessad altri Paesi, tra cui l’Italia, ed è diventato multimilionario. Questa storia (vera) mostra come lo spazio diventi sempre meno monopolio esclusivo degli Stati. Non c’è solo il signor Hope. L’iniziativa dei privati si sta espandendo. È per questo legittimo chiedersi se una materia così complessa e variegata possa continuare a essere regolamentata con norme che impegnano solo l’attività dei governi, ovvero se non sia giunto il momento di dar vita a un vero e proprio diritto spaziale di natura privatistica che regolamenti diritti e doveri dei singoli. Il più recente spunto di riflessione ce lo offre la Dubai declaration del 24 novembre 2016, adottata dai Paesi che hanno partecipato all’High level forum, osa (l’ufficio delle Nazioni Unite che ha la responsabilità di promuovere la cooperazione internazionale e gli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico). La Dubai declaration, pur non vincolante, pone, tra gli altri, il tema della “nuova economia dello spazio”, che non potrà non coinvolgere gli interessi dei privati. C’è una nuova dimensione pervasiva delle attività spaziali che dà vita a un settore dell’economia a sé stante. Per dare un esempio un po’ estremo il PoliDesign (il consorzio del Politecnico di Milano dedicato al design) organizza un corso di alta formazione in Fashion in orbit – in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea – per lo studio dell’integrazione nel campo della moda di materiali innovativi derivati da tecnologie spaziali. Lo spazio e le tecnologie spaziali diventano quindi abilitatori dello sviluppo. Tutto nuovo e tutto in linea con la Dubai declaration, che, inoltre, sottolinea come “l’incremento delle attività commerciali e dei privati nel settore dello spazio richiede la fissazione di regole certe a livello nazionale, tanto negli Stati che svolgono un ruolo di primo piano nelle attività spaziali, quanto in quelli emergenti”. Il quadro normativo esistente è caratterizzato da

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un’impronta di natura pubblicistica, dove al centro viene posto l’interesse di tutti a beneficiare di un bene comune, vero e proprio patrimonio dell’umanità intera. I Trattati che ancora oggi regolano le attività spaziali sono entrati in vigore durante la Guerra fredda e, per quanto costituiscano la base giuridica essenziale del Diritto dello spazio, sono figli dei compromessi e della tecnologia di quell’epoca e la loro natura vincolante è in parte dubbia (l’Accordo sulla Luna, che imporrebbe una gestione internazionale delle risorse lunari, è stato ratificato da soli 16 Stati, evidenziando la volontà della maggioranza dei Paesi di non vincolarsi a un regime internazionale così stringente). In concreto, il tempo della, basata sostanzialmente sulla manifattura intesa come fattore di produzione di lanciatori e satelliti e su grandi investimenti pubblici, ha lasciato il posto a uno scenario destinato a cambiare progressivamente a seguito della liberalizzazione dei servizi satellitari. Questo allargamento del campo di attività, assieme al vertiginoso espandersi della comunicazione via web, ha determinato la nascita della cosiddetta new space economy, imperniata in particolar modo sui servizi, settore in cui il nostro Paese detiene posizioni di assoluta eccellenza. La novità certamente più significativa è data dall’ingresso progressivo e inarrestabile dei privati: da un lato imprenditori di grande successo in altri campi desiderosi di misurarsi con le sfide dello space business– si pensi, solo a titolo d’esempio, a personaggi del calibro di Richard Branson (Virgin), Jeff Bezos (Amazon) o Elon Musk (Paypal e Tesla); dall’altro, un folto gruppo di space venture capitalist, un terzo dei quali con sede in California. Oggi lo spazio è un luogo in cui si misurano e si confrontano le capacità scientifiche e tecnologiche di soggetti di diversa natura, collegati gli uni con gli altri in sistemi di relazioni complessi e in una trama di rapporti che possono oscillare tra la collaborazione e la competizione. Ed è proprio questo il motivo che rende urgente riaprire, dopo parecchi decenni di inattività, il cantiere normativo del diritto spaziale. Nascono infatti problemi di sovranità, di responsabilità, di inquinamento, di usi impropri dello spazio. La storia dell’International communication union (Itu – prima organizzazione internazionale che si fonda sin dal principio sulla collaborazione tra settore pubblico e settore privato) è particolarmente interessante ai nostri fini: l’Itu nasce per regolamentare l’accesso e l’utilizzo di una risorsa spaziale limitata qual è l’orbita geostazionaria – asset fondamentale per la ricezione e la trasmissione di segnale. Proprio questa regolamentazione degli spazi orbitali ha reso possibile la nascita di un vero e proprio mercato, nel quale, altrimenti, nessun privato avrebbe investito risorse e capitali. I sistemi satellitari non avrebbero avuto lo sviluppo attuale. Il progresso tecnologico sarebbe stato, con ogni probabilità, molto più lento. Questo esempio ci serve a capire e ci conferma che, in settori in cui sono necessari grandi investimenti distribuiti su un lungo arco di tempo, l’esigenza di norme chiare è propedeutica alla nascita stessa di un mercato commerciale. Questo vale per molte delle problematiche che la nuova economia dello spazio ci pone: dai meccanismi assicurativi lungo tutto il ciclo di vita degli oggetti spaziali, al tema dell’inquinamento spaziale e del debris. Ad esempio, laddove vi fosse una normativa internazionale condivisa sull’obbligo di de-orbitazione dei satelliti, questo costo aggiuntivo rappresenterebbe sì una forma di ostacolo nell’accesso al mercato, allo stesso tempo, l’esigenza di questo nuovo servizio – se opportunamente regolamentata – aprirebbe un nuovo mercato.

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Ancora, le normative internazionali in materia di dati satellitari, in particolare la Risoluzione 41/65 dell’Onu del 1986, prevedono obblighi in capo agli Stati per la condivisione dei dati satellitari grezzi o parzialmente trattati, ma non si prevede alcun obbligo in capo ai privati, che magari hanno investito nella creazione di algoritmi – protetti dalle norme sulla proprietà intellettuale – finalizzati all’interpretazione dei dati e alla loro integrazione con dati provenienti da fonti diverse (cartografiche, geologiche, navali).È evidente come, al crescere del ruolo dei privati nell’elaborazione dei dati satellitari, la Risoluzione 41/65 tenda a perdere di efficacia e si determini, anche in questo caso, l’esigenza di norme certe in un regime essenzialmente privatistico. E occorrerà anche prepararsi all’avvento del turismo spaziale. Il diritto internazionale, al momento, garantisce a tutte le persone che effettuano un volo nello spazio un eguale status di astronauta. Ma un turista spaziale non può certo essere considerato un “inviato dell’umanità”! L’analisi fin qui svolta ripropone alla comunità internazionale, con estrema urgenza, la necessità di dedicare la massima attenzione a due temi certamente non nuovi ma sempre attuali: sicurezza e regolamentazione. Le nuove tecnologie e i nuovi modelli di business creano opportunità fino a pochi anni fa inimmaginabili, aumentando in maniera esponenziale le connessioni tra attività spaziali e vita sulla Terra, e l’attenzione dei privati ne sarà sempre di più attratta. La sicurezza di cui dobbiamo ragionare, dunque, non è solamente quella nello spazio, connessa alle attività di esplorazione e ricerca, ma è, e lo sarà sempre di più, quella concernente i servizi spaziali finalizzati allo svolgimento di attività sulla Terra. A tal fine, potranno di nuovo risultarci utili le conclusioni dell’High level forum di Dubai, laddove ci raccomandano di “costruire partnership e rafforzare la cooperazione internazionale nelle attività spaziali”. Partenariati e cooperazione saranno sempre più la base indispensabile per costruire quadri normativi, in assenza dei quali sarebbe davvero aleatorio parlare di sicurezza e, quindi, pensare di cogliere tutte le opportunità di sviluppo offerte dalla nuova economia dello spazio. Anche nello spazio, economia e diritto dovranno continuare a camminare l’una al fianco dell’altro. La dimensione economica e finanziaria è uno dei fattori che, a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, ha contribuito a determinare una nuova forma di confronto tra le grandi imprese e le realtà statuali. E questa dicotomia si sta particolarmente evidenziando nell’utilizzo dello spazio. Ideare, mettere a punto, condividere, approvare, attuare e verificare in concreto idonei strumenti giuridici che regolino questa convivenza/competizione/collaborazione tra soggetti pubblici e protagonisti dell’iniziativa privata non è certamente agevole. A tal fine, non aiutano ma sono significative, le dichiarazioni di Stephen Attenborough, direttore commerciale di Virgin Galactic, quando afferma che “lo spazio è dei privati e dei governi”. È una sorta di rivendicazione di parità dei diritti spaziali che non possiamo permetterci di sottovalutare e non regolamentare per evitare che prevalga il principio del “first come, first served”. Non porsi il problema di regolamentare anche gli interessi dei singoli sarebbe un grave errore e da tale lacuna potrebbero risultare profondamente danneggiate le potenzialità di sviluppo di una nuova economia dello spazio o limitati gli effetti benefici che dalla stessa possono essere generati. Se invece sapremo definire norme chiare, certe e condivise a livello globale, avremo creato la premessa indispensabile per incrementare ulteriormente lo sviluppo delle attività spaziali all’interno delle economie nazionali e incentivare la nascita e lo sviluppo di sempre nuovi attori privati.

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LospettacoloSTARLIGHTsettemillimetridiuniversoraccontalanascitadell’astrofisicainItalia attraversoilraccontodellavitaedellericerchedialcunifraipiùimportantiscienziatidelXIXSecolo. Sarà,inoltre,l’occasioneperoffrireunosguardonuovosullaStoriad’ItaliafrailRisorgimentoe l'Unitàd'Italia,raccontataattraversolevicissitudinielapassionediuominichehannotrovatonella ricercascientificaenell’astronomialalororagionedivita.

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