ALI - Numero 13

 

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n13 febbraio 2017

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AERMEC SUD L’azienda opera da oltre cinquant’anni nel settore delle lavorazioni aeronautiche oleodinamiche, strutturali, elettromeccaniche e meccanica di precisione. Dopo aver iniziato nel 1965 con la revisione dei serbatoi sganciabili per velivoli F 104, l'azienda ha incrementato di pari passo la propria capacità tecnologica e produttiva con la qualità dei processi realizzati, ottenendo il riconoscimento del proprio Sistema di Qualità ai requisiti della norma militare AER-Q-120, il riconoscimento di parte 3^ ai requisiti delle norme UNI EN 9100:2009 / UNI EN ISO 9001:2008 nonchè la certificazione quale Impresa di Produzione (Production Organization Approval) rilasciata dall'Ente Nazionale Aviazione Civile (ENAC) Per meglio comprendere la realtà di questa azienda siamo andati a trovare il geometra Aldo Giannetti, Amministratore unico della Aermec Sud. Quali sono le principali attività / progetti su cui siete attualmente impegnati? Le nostre principali attività riguardano la costruzione e manutenzione (riparazione/revisione) di componenti aeronautici/spaziali e la costruzione di parti di ricambio e strutturali sempre per i settori specificati. Può farci qualche esempio? Tra gli esempi di dispositivi lavorati abbiamo, solo per citarne qualcuno, il seggiolino pilota, copilota e terzo membro del G222 – il carrello principale sempre del G222 - il carrello principale ed il carrello anteriore dello Skycar – la valvola di contropressione per l’AP68TP-600 ed alcuni componenti strutturali all’interno di elicotteri. Cosa vi ha spinto ad aderire al consorzio ALI? La prospettiva di poter collaborare insieme alle altre realtà del settore Aeronautico/Spaziale su programmi di ricerca/sviluppo e produzione di prodotti nell'ambito dei settori predetti. Quali progetti avete portato avanti insieme con il consorzio? Attraverso la partecipazione al bando MISE, con i Fondi per l’Innovazione Tecnologica (FIT), ci siamo occupati della realizzazione del prototipo di IRENE (Italian Re-Entry for NacellE) in riferimento al meccanismo di apertura dello scudo termico. In particolare abbiamo realizzato tutti i particolari della capsula e li abbiamo assemblati. Quali sono gli elementi del vostro successo? La puntualità delle consegne con un alto valore della qualità del prodotto fornito, e la possibilità di seguire/collaborare con il Cliente sin dalle prime fasi progettuali in caso ne chieda la nostra collaborazione. Sin dalla sua nascita l’Aermec Sud adotta, nella propria

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attività, i principi basilari fondati sull’etica e sul rispetto leale dei Clienti e dei Fornitori. Intraprende una collaborazione equilibrata e trasparente per il raggiungimento di un obiettivo finale di soddisfazione, propria, degli uni e degli altri. Oggi, infatti, continua ad operare nella consapevolezza di voler tutelare sia i Fornitori che i Clienti. I primi con un attento controllo dei loro prodotti che porti all’accertamento della qualità ed alla conseguente eliminazione degli scarti. I secondi con una collaborazione che ne valorizzi concretamente l’immagine, l’affidabilità, la competitività. In conclusione quali sono le vostre strategie per il futuro? Il miglioramento continuo e l'incremento della professionalità interna, tenendo sempre presente la soddisfazione del Cliente come primo scopo delle nostre attività. Maggiore presenza sul marcato e attivazioni di progetti in collaborazione con altre realtà operative del settore per la crescita e la condivisione delle esperienze e delle conoscenze. L’Aermec Sud tende a migliorare costantemente la propria attività lavorativa, incrementando il dialogo, la collaborazione, la formazione, la sensibilizzazione, il coinvolgimento e la condivisione della propria politica aziendale, verso l’obiettivo finale della vera efficienza. Una miglioria perseguita, infine, con la realizzazione attenta di un programma di investimenti rivolti ad acquisire nuove tecnologie con i relativi strumenti. Si ricorda alle aziende che anche nei prossimi numeri sarà messo loro uno spazio a disposizione. Al di là dell’intervista chiediamo alle società del consorzio di inviarci, in maniera autonoma, del materiale su progetti o iniziative che si ritiene possano essere di interesse comune.

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Fallita la missione del satellite giapponese contro i detriti spaziali Per una settimana si è cercato di srotolare il cavo lungo 700 metri che, in fase di rientro e distruzione nell’atmosfera, doveva generare elettricità interagendo con il campo magnetico terrestre e dimostrare che il sistema era in grado di funzionare Doveva essere l’esperimento che apriva la strada al recupero della spazzatura cosmica da parte giapponese. Invece il primo test di questo genere è fallito. Lo ha confermato l’Agenzia spaziale nipponica (Jaxa) ammettendo che il sistema non si è aperto, cioè non ha funzionato secondo il programma. L’esperimento prevedeva il dispiegamento di un cavo formato da sottili fili di acciaio e alluminio lungo 700 metri che doveva srotolarsi da un apparato collocato sulla parte esterna del modulo automatico Htv6, battezzato Kounotori, e lanciato dalla base spaziale Tanegashima il 9 dicembre scorso per portare rifornimenti sulla Stazione spaziale internazionale (Iss). Fallimento Dopo l’aggancio e completato il trasferimento di viveri e strumenti all’interno della casa cosmica, Htv6 si staccava per disintegrarsi nell’atmosfera. Ma prima del grande tuffo il sistema doveva far uscire il cavo il quale attraversando il campo magnetico terrestre era in grado di generare elettricità e dimostrare che il tutto era in grado di raggiungere lo scopo. Per una settimana i tecnici spaziali nipponici hanno tentato l’operazione senza tuttavia riuscire a liberare il filo che era stato costruito dalla società Nitto Seimo, produttrice di cavi da pesca. «Riteniamo che non sia uscito», ha commentato con amarezza Inoue Koichi, responsabile dell’esperimento alla Jaxa. Spazzatura spaziale L’operazione prevede di agganciare un satellite ormai spento o un detrito spaziale trascinandolo verso orbite più basse sino a provocarne la caduta e la distruzione nell’atmosfera. Progressivamente l’orbita del grande cilindro Konoutori ricoperto di celle solari continuava ad abbassarsi riducendo il tempo a

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disposizione per l’ambitissimo test. Infine si abbandonava ogni tentativo perché il veicolo lunedì mattina si disintegrava nella coltre atmosferica con ancora attaccato l’apparato rimasto bloccato. Cento milioni di pezzi Quando Konoutori partiva i responsabili nipponici della missione sostenevano che finalmente era giunto il momento di affrontare il problema di rimozione della spazzatura spaziale stimando che intorno alla Terra circolano incontrollati almeno cento milioni di pezzi di dimensioni variabili: da alcuni millimetri a grossi satelliti spenti. Quelli più grandi di dieci centimetri sono 23 mila e i due terzi di tutti gli oggetti sono a una quota inferiore a 2 mila chilometri. Ogni anno si stima che intorno alla Terra si verifichino circa 250 tra esplosioni e collisioni. Cavi più lunghi Mentre si preparava l’esperimento l’agenzia Jaxa aveva già incaricato la società di sviluppare anche cavi molto più lunghi, di cinque e dieci chilometri, come sarà necessario quando nei prossimi anni l’attività di pulizia sarà concretamente avviata. Il fronte dell’eliminazione della spazzatura cosmica è studiato anche negli Stati Uniti e dall’Esa europea. Già sono nate alcune società a tale scopo impegnate in vari progetti di ricerca e tra questa c’è anche l’italiana D-Orbit. Un impegno in questa direzione è ritenuto indispensabile perché i detriti stanno aumentando progressivamente aumentando i rischi per i satelliti attivi e anche per la Iss con a bordo gli astronauti. Proprio la scorsa settimana l’Esa era stata impegnata nell’operazione di cambiamento d’orbita del satellite Swarm, in corsa di collisione con un relitto cosmico. Per fortuna nel corso delle ore la traiettoria del pezzo vagante è cambiata e l’allarme è rientrato. Di Giovanni Caprara

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Hubble rende immortale la morte di una stella Hubble ci regala un altro meraviglioso scatto: è riuscito a immortalare il momento in cui una stella di piccola massa si sta trasformando da gigante rossa in una nebulosa protoplanetaria. Protagonista della foto, la nebulosa Calabash, nota come nebulosa “uova marce” per via della presenza di zolfo. Ma niente paura, per fortuna la nebulosa si trova a 5mila anni luce da noi, quindi possiamo goderci lo spettacolo al riparo da sgradevoli odori Nella splendida immagine qui sotto che ci regala l’Hubble Space Telescope è ritratta la nebulosa Calabash, tecnicamente nebulosa OH 231.84+4.22, nota anche con il nomignolo di nebulosa “uova marce”, perché contiene una quantità relativamente alta di zolfo, la stessa sostanza che provoca lo sgradevole odore che hanno alcune fonti termali. Per fortuna la nebulosa si trova a 5mila anni luce da noi, quindi possiamo goderci lo spettacolo senza spiacevoli conseguenze olfattive. Lo scatto di Hubble immortala la morte di una stella di piccola massa, simile al nostro Sole, nel processo di trasformazione da gigante rossa in nebulosa protoplanetaria, durante il quale gli strati di gas esterni e polveri vengono esplosi nello spazio circostante. Il materiale di recente espulsione, evidenziato in giallo nell’immagine, viene “sputato” in direzioni opposte ad una velocità incredibile: quasi 1 milione di chilometri l’ora. Gli astronomi raramente riescono a cogliere questo momento del processo evolutivo di una stella perché il tutto avviene in un tempo brevissimo da un punto di vista astronomico. Nel prossimo millennio la nebulosa Calabash si evolverà in una nebulosa planetaria a pieno titolo. Di Francesca Aloisio

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Che cosa succede a un corpo se muore nello spazio? Se qualcosa dovesse andare storto sulla ISS, nelle missioni su Marte o in quelle sulla Luna, che ne sarebbe del corpo degli astronauti? E come dovrebbe comportarsi il resto dell'equipaggio? Dall'inizio dell'era dell'esplorazione spaziale, 18 persone sono morte nel cosmo (tra queste, 14 astronauti della NASA). Con un ritorno sulla Luna, e soprattutto con le missioni su Marte all'orizzonte, le tragiche fatalità per i cosmonauti potrebbero aumentare. Ma quanto può vivere un uomo nel vuoto dello spazio prima di morire? Che cosa ne sarebbe del corpo dei deceduti sulla ISS? Anche se la Nasa e le altre agenzie spaziali non hanno - per ora - un protocollo ufficiale per queste situazioni, esistono diversi scenari che si stanno studiando e ai quali, se pur non ufficialmente, gli astronauti sono addestrati. RISPEDITI A TERRA È forse la soluzione più ovvia: in caso di morte di un cosmonauta, si potrebbe inviare a Terra il suo corpo con il primo cargo rifornimenti disponibile. È ipotizzabile, però, soltanto per le missioni sulla ISS: le navicelle spaziali già cariche di equipaggio infatti, non hanno spazio a sufficienza per il trasporto di una salma, senza contare che i rischi di contaminazione per gli altri astronauti sarebbero altissimi. Se poi consideriamo che un viaggio su Marte richiederebbe, tra andata, missione e ritorno, almeno tre anni, è escluso si possa pensare al rimpatrio di un corpo per i funerali. Fortunatamente, gli astronauti arrivano sulla ISS in perfetta salute. Eventuali incidenti avverrebbero quindi soprattutto durante le attività extraveicolari. CONSERVATI NELLA TUTA di Se un micrometeorite colpisse e forasse la tuta di un astronauta durante una passeggiata spaziale, basterebbero 15 secondi per fargli perdere coscienza. Dieci secondi di esposizione al vuoto farebbero vaporizzare sangue e acqua corporea, il corpo si gonfierebbe come un pallone e i polmoni collasserebbero. In questo improbabile, ma comunque possibile scenario, il corpo verrebbe probabilmente riportato nell'airlock e lasciato nella tuta, per evitare il rischio più grave: quello che possa rilasciare odori sgradevoli o contaminare, in assenza peso, ambienti ed equipaggio. Bisognerebbe conservarlo in uno degli airlock, o comunque nel punto più freddo della ISS, in attesa che si liberi un posto per riportarlo a Terra.

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CONGELAMENTO E CREMAZIONE Una soluzione alternativa potrebbe essere provvedere alla cremazione direttamente nello Spazio: nel 2005 la Nasa ha commissionato uno studio a un'agenzia svedese che si occupa di funerali ecologici, Promessa. La tecnica prevedrebbe di congelare il corpo del deceduto e solo a quel punto cremarlo in minuscoli frammenti di ceneri ghiacciati, per avere comunque dei resti da riportare a Terra. Se quaggiù usiamo l'azoto liquido per congelare i corpi, nello Spazio bisognerebbe inserire la salma in una sacca, esporla al vuoto per un'ora con un braccio robotico, che inizierebbe poi a vibrare riducendo in frammenti il corpo congelato. In questo modo da un astronauta di 90 kg di peso si otterrebbe un mucchietto di 22 kg di ceneri ghiacciate (qui un'illustrazione del "funerale spaziale" e del progetto, chiamato "The Body Back"). SEPOLTURA NEL VUOTO. L'equivalente celeste della sepoltura in mare, e forse la fine più romantica per un astronauta, sarebbe abbandonare il corpo nel vuoto. Gli accordi internazionali per non inquinare lo Spazio non prevedono, al momento, clausole particolari per le salme. Ma a meno che non si assicuri un piccolo razzo al cadavere, la salma finirebbe per seguire la stessa orbita della stazione per poi rientrare nell'atmosfera, disintegrandosi. Nel caso di viaggi interplanetari, invece, il rischio è che - molto alla lunga - la rotta verso Marte somiglierebbe più a un lugubre cimitero. INUMATI SU MARTE L'ha detto anche Elon Musk: chi si candida come colono marziano, deve sapere che su Marte potrebbe anche morire. Seppellire chi non ce l'ha fatta su Marte sarebbe senz'altro più pratico che aspettare anni per il rientro delle salme, ma porrebbe un rischio di contaminazione batterica del suolo inimmaginabile. Se lander e rover devono essere attentamente decontaminati dagli organismi terrestri per non "inquinare" con forme di vita aliena il Pianeta Rosso, figuriamoci che cosa potrebbe accadere con un corpo in decomposizione. Seppellire su Marte si potrebbe, forse, se prima si riuscisse a cremare il corpo. Sarà un problema da tenere in considerazione, per il futuro delle missioni spaziali. IN PASTO ALL'EQUIPAGGIO Lo scenario più estremo, il caso peggiore e più difficilmente applicabile, vorrebbe che su Marte si ripeta quando accade, nei film, ai sopravvissuti di naufragi o disastri aerei: quando le provviste scarseggiano, le carni dei deceduti possono diventare una risorsa per i sopravvissuti. Non si può escludere che qualcosa di simile avvenga anche nello Spazio, anche se, fortunatamente, ci si sta attrezzando altrimenti, per garantirsi cibo anche su Marte .

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Sesso nello spazio, verità o leggenda? Se con il precedente articolo si è parlato di un argomento decisamente poco piacevole come la morte, proponiamo adesso un tema decisamente più allegro e simpatico! il sesso ed il perché farlo nello spazio è un’impresa. QUALCUNO L'HA GIÀ FATTO? Se ci affidiamo alla versione ufficiale della Nasa, la risposta è un categorico “no!”. O meglio: finora pare non sia mai successo. Un portavoce, alla richiesta della stampa Usa, ha risposto che l’agenzia non ha mai condotto ufficialmente esperimenti di riproduzione animale nello spazio. Quindi, niente sesso, siamo astronauti. E non c'è motivo per non credergli. COPPIA IN ORBITA Nonostante questo diniego, in passato sono state fatte molte speculazioni sul sesso nello spazio. Soprattutto nel 1991, quando la Nasa, per la prima volta, mandò in orbita sullo Space Shuttle una coppia sposata: Jan Davis e Mark Lee. Entrambi si sono sempre rifiutati di rispondere alle domande circa la natura del loro rapporto durante la missione. Ma fare sesso in orbita è facile o difficile? Problematico o semplice? Eccitante o.... PROBLEMI DI PRIVACY Un primo problema pratico è l'assenza di... spazio. Nella Stazione Spaziale Internazionale si lavora a stretto contatto, in ambienti molto piccoli. Difficile ritagliarsi uno "spazio privato". Ma in un'eventuale navicella più grande, come quelle allo studio per un viaggio fino a Marte, si potrebbero ricavare alcove sufficientemente appartate. Ma altri problemi rimarrebbero... CONDIZIONI DIFFICILI La microgravità è uno dei problemi più complessi, almeno dal punto di vista pratico. Lo sapeva bene la scrittrice Vanna Bonta che ha indagato la questione, fino a volare lei stessa due volte con gli aerei che simulano la microgravità. Le sue deduzioni però non fanno ben sperare. Bonta ha trovato impegnativo anche solo baciare il marito durante un volo a Zero G: per farlo - è la sua opinione - bisognerebbe ancorarsi a una parete. Più ottimista è invece l'astronauta Roger

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Crouch che in una mail alla giornalista Mary Roach scrisse «se due persone vogliono fare sesso nello spazio alla fine fanno come sulla Terra: iniziano e poi diventano più bravi con l'esperienza». ISAAC NEWTON REMA CONTRO A meno di non ancorarsi da qualche parte, in un ambiente a microgravità le persone fluttuano e vanno alla deriva; basta una piccola spinta per venire spostati velocemente. Insomma, la terza legge della dinamica (Per ogni forza che un corpo A esercita su di un altro corpo B, ne esiste istantaneamente un'altra uguale in modulo e direzione, ma opposta in verso, causata dal corpo B che agisce sul corpo A), non aiuta. SPERANZE Secondo il fisico della Nasa Jim Logan, «il sesso in assenza di gravità dovrebbe essere organizzato in modo coreografico, altrimenti si rischia che somigli a una flagellazione». La questione può sembrare poco importante, ma con la programmazione di missioni molto lunghe, come quelle verso Marte, acquisterà maggior rilievo. CALDO Ma c'è anche un altro problema: le persone tendono a sudare di più in condizioni di microgravità e il sudore si accumula in strati intorno ai corpi, rendendoli appiccicosi e bagnati. Questo potrebbe creare non poco disagio nell’intimità… I PROBLEMI PER LUI Superate le difficoltà di ancoraggio e di sudore, si presentano quelle fisiologiche... che riguardano soprattutto i maschi. L’erezione è più difficile di quanto si pensi. L’assenza della forza di gravità ha un effetto rilassante sui vasi sanguigni: il sangue tende a percolare piuttosto che essere pompato con baldanza, perciò è difficile pensare che un uomo possa raggiungere un’erezione funzionale per la penetrazione. Ma non è tutto: oltre a perdere potenza e dimensione, l’assenza di gravità riduce anche la produzione di testosterone, l’ormone sessuale maschile. La giornalista Mary Roach, che ha dedicato al sesso nello spazio un intero capitolo del suo libro Packing for Mars, riporta quanto detto da Buzz Aldrin al proposito: gli astronauti del programma Mercury e Gemini avevano registrato una totale assenza di attività nelle parti basse. LE OPPORTUNITÀ PER LEI Diversa la questione per le donne: in queste condizioni le zone erogene femminili tendono a essere più sensibili dato che l’irrorazione sanguigna è più diffusa. Non solo, i tessuti vaginali si possono espandere con maggiore facilità, e gli ormoni femminili sembrano reagire bene alla gravità zero.

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IN CASO DI EMERGENZA Diverso il caso del sesso orale, più facile da realizzare anche in condizioni di microgravità. Ne è convinta Laura Woodmansee, autrice di Sex in Space. DA SOLI Durante le missioni Apollo e gran parte delle missioni sulla vecchia stazione Mir, gli psicologi Usa avevano suggerito che la masturbazione potesse aiutare gli astronauti ad alleviare la tensione. Se gli astronauti si siano poi veramente masturbati resta un mistero. La Nasa dice solo di aver lasciato gli astronauti liberi di farlo o no. GRAVIDANZA Diverso il tema delle conseguenze del sesso. Se farlo in orbita è complesso, ma si può fare, rimanere incinta in orbita ha delle conseguenze sconosciute e preoccupanti. La gravità gioca un ruolo centrale nella formazione del feto: in assenza di gravità si potrebbero verificare problemi di natura cardiovascolare, malformazioni degli arti, impedimenti neurologici, problemi dello sviluppo dell’apparato visivo. E c’è il problema delle radiazioni cosmiche che danneggiano il Dna del feto. Nessuno sa quali possano essere gli effetti. ALLORA DOVREMO RINUNCIARE AI VIAGGI INTERPLANETARI? Bisogna prima risolvere i problemi della gravità e delle radiazioni. Forse si dovranno costruire astronavi che ruotano intorno al loro asse centrale per creare un minimo di gravità, almeno 0,5 g (g è l’accelerazione di gravità sulla Terra, ovvero 9,8 m/s2, ndr) e dotarle di schermature in grado di bloccare il bombardamento di particelle cosmiche (neutrini, raggi gamma).: malformazioni o aborti spontanei. LA BUFALA DEL PORNO IN ORBITA Nel 2015 il sito a luci rosse PornHub lanciò un'abile mossa di marketing virale. Annunciò la raccolta di fondi per inviare due attori porno, quelli della foto, nello spazio per girare il primo film per adulti ambientato in orbita. Era solo un escamotage per far parlare di sé: tutta l'operazione era una montatura. A partire dalla somma da raccogliere (3,4 milioni di dollari) insufficiente a finanziare una vera missione spaziale, dal momento che l'agenzia spaziale russa Roscosmos, l'unica al momento in grado di portare uomini sulla ISS o in orbita chiede 60 milioni di dollari ad astronauti. E qui erano almeno due (gli attori) più l'eventuale troupe. UN ALTRO FALSO L’unico a essersi avvicinato all’impresa è stato il regista John Millerman che ha girato una trilogia (!) di film a luci rosse intitolata The Uranus experiment. Le pellicole, interpretate da Silvia Saint, promettono un intero campionario erotico in assenza di gravità e (persino) tra uomini e alieni. Secondo il regista alcune scene sono state girate durante i voli parabolici, ma si tratta di un falso. Nei voli a Zero G, infatti, la simulazione di assenza di gravità dura al massimo 20 secondi. Le scene che sembrano girate in orbita sono state realizzate a terra e con trucchi grossolani. Un occhio abituato (all'assenza di gravità, non ai film porno) se ne accorge immediatamente.

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Bat Bot, il robot che imita il volo del pipistrello Per la prima volta un robot riesce a imitare, sia pure parzialmente, le straordinarie capacità di manovra in volo del pipistrello, uniche anche nel mondo animale grazie alle 40 articolazioni delle ali, che possono essere spostate, girate e flesse in modo indipendente E' stato battezzato Bat Bot il robot che imita le capacità di volo dei pipistrelli messo a punto a un gruppo di ricercatori dell'Università dell'Illinois a Urbana-Champaign e del California Institute of Technology a Pasadena. Oltre a chiarire i meccanismi del volo del pipistrello, lo studio – pubblicato su "Science Robotics" – rappresenta un significativo passo in avanti nello sviluppo di apparecchi autonomi in grado di volare e operare con sicurezza in situazioni problematiche dal punto di vista della manovrabilità. I pipistrelli infatti non hanno rivali nella capacità di manovrare rapidamente e con precisione, grazie alla conformazione dinamica delle loro ali. Dotate di oltre 40 articolazioni controllabili in modo sostanzialmente indipendente sono il più sofisticato meccanismo di volo del mondo animale, molto più flessibile di quello degli insetti e anche degli uccelli. Dal punto di vista ingegneristico, ciò significa che l'apparato muscolo-scheletrico dell'ala di pipistrello costituisce un sistema dotato di 40 gradi di libertà e questo spiega perché finora i tentativi di costruire robot che ne imitassero il volo hanno dato risultati molto deludenti in confronto all'originale biologico. A differenza dei tentativi precedenti Alireza Ramezani, Soon-Jo Chung e Seth Hutchinson hanno rinunciato a seguire troppo da vicino l'anatomia dell'animale, concentrandosi invece sulla capacità del pipistrello di spostare ogni ala in modo indipendente e asimmetrico, e su un numero ridotto di articolazioni, soprattutto del gomito e del polso, che sono particolarmente critiche per la realizzazione i movimenti complessi. I ricercatori hanno poi ricostruito queste articolazioni con una stampante 3D, costruendo le ossa in fibra di carbonio, le giunture in materiali elastici resistenti e flessibili e l'ala in una gomma siliconica soffice ma resistente. Il movimento delle ali è realizzato attraverso un oscillatore, ed è controllato da un sistema computerizzato. Pesante appena 93 grammi, Bat Bot ha quindi dimostrato di poter volare in modo completamente autonomo realizzando traiettorie tortuose e curve strette.

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Space economy Chi c’era e cosa si è detto all’evento organizzato da Formiche e Aipress Che quello della space economy fosse un settore in piena evoluzione e ricco di opportunità lo si è iniziato a capire quando dall’America sono iniziate a giungere notizie di privati visionari alla Richard Branson che con aziende come la Virgin Galactic si sono lanciati nel settore spaziale alla ricerca di nuovi mercati da coltivare e in cui far crescere idee imprenditoriali. L’EVENTO DI FORMICHE E AIRPRESS Oggi al Centro Studi Americani la space economy è stata la centro di un dibattito organizzato da Formiche e Airpress. Industria, governo – rappresentato dai ministri dello Sviluppo economico Carlo Calenda e dell’Istruzione Valeria Fedeli – e Agenzia spaziale italiana si sono confrontati sulle esigenze di settore per concretizzare in modo sempre più efficiente le potenzialità offerte dalla space economy e dare applicazione pratica a quei principi basilari contenuti nella Strategia spaziale per l’Europa. LA CABINA DI REGIA La cabina di regia per lo Spazio istituita durante il governo Renzi ha rappresentato un punto di partenza molto importante. Paolo Puri, primo coordinatore della struttura, ha ricordato che “tra i meriti della cabina c’è stata la capacità di mettere a sistema l’impegno di regioni, industria e ministeri, identificando gli obiettivi della strategia spaziale italiana. Grazie alla creazione della cabina i principali ministeri coinvolti – dieci – hanno iniziato a parlare di applicazioni spaziali e si sono iniziati a rendere conto dell’utilità di questo asset, come ad esempio con l’uso di dati satellitari di Copernicus da parte del Mibact”. IL PROGETTO DI LEGGE Ma bisogna andare oltre. Non solo rendere più strutturale il ruolo della cabina di regia, ma accelerare i tempi dell’approvazione della legge sulla governance spaziale italiana che dal 2014 attende il completamento dell’iter parlamentare. Tra le sue novità la creazione di un comitato interministeriale diretto dalla presidenza del consiglio dei ministri e composto da vari soggetti tra cui l’Agenzia spaziale italiana, i ministeri competenti e comitati regionali. Un auspicio per il 2017 ricordato dallo stesso ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, per la prima volta presente a un incontro dedicato allo Spazio L’IMPEGNO DI CALENDA In attesa di questi continui miglioramenti strutturali, c’è da segnalare l’impegno del ministero dello Sviluppo economico per supportare un settore definito d’eccezione dal ministro Carlo Calenda: “Si tratta di un’eccezionalità che richiede l’articolazione di una strategia settoriale che si sviluppa su due piani di lavoro,

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uno europeo e uno interno”. Le questioni da risolvere sono parecchie e richiedono una collaborazione operativa in grado di mettere a sistema l’impegno e le potenzialità di tutti gli attori europei, come di recente fatto in relazione all’accordo sui booster che ha visto negli ultimi mesi l’articolarsi di discussioni e contrasti tra Paesi europei. Sul piano interno, la sfida da affrontare è relativa all’assegnazione dei fondi stanziati che, vista la loro peculiarità – a metà tra finanziamenti pubblici e privati – richiede la stesura di regole per l’attivazione di un processo ibrido di assegnazione. Il timore è che la tempistica possa eccedere i dieci mesi attualmente considerati per dare il via al finanziamento di progetti e attività concrete. L’AUSPICIO DI BATTISTON Intanto, il mondo dell’industria sta andando avanti e cerca di tenere il passo con le novità di settore. Non si parla più solo di space economy, ma anche di new economy. Un’economia fatta di costellazioni satellitari che aggiungono capacità nuove e dinamiche ai sistemi di osservazione e telecomunicazione. Un’economia in cui, per riuscire a cogliere tutte le opportunità, c’è bisogno di un salto culturale, come affermato dal presidente dell’Asi Roberto Battiston: “Non possiamo più ragionare in un’ottica lineare. In questo senso l’Italia, attraverso Altec, ha siglato un pacchetto di accordi industriali con Richard Branson per la costruzione in Italia di uno spazioporto da cui far partire navicelle per il turismo spaziale e per missioni scientifiche”. Il settore privato si sta muovendo con una rapidità esponenziale, soprattutto oltreoceano. Citato ad esempio il caso di planet.com, un’iniziativa imprenditoriale che con i suoi satelliti ha a disposizione una grande quantità di immagini della Terra che vengono vendute per scopi di business. L’INTERVENTO DI RANZO Tra i settori industriali di cui si compone lo Spazio, l’Europa ha un grande primato in quello dei lanciatori. L’ad di Avio Giulio Ranzo ha ricordato che oggi l’Europa, con il suo 40%, ha il livello più alto di export nei lanci commerciali, rispetto al 20% della Russia e al 10% degli Stati Uniti. Un primato che evidenzia il virtuosismo degli investimenti europei e la centralità della regione. Messa in evidenza anche l’importanza dei rapporti bilaterali attivi in materia, come ad esempio con il Peru che a settembre ha lanciato il suo primo satellite grazie al “piccolo” lanciatore italiano della famiglia europea Vega. LE PAROLE DI PASQUALI Lo Spazio è anche terreno fertile per coltivare nuove professioni e aumentare i dati occupazionali. Luigi Pasquali, ad di Telespazio e responsabile del settore Spazio di LeonardoFinmeccanica, ha messo in evidenza come si stiano sviluppando professionalità non più esclusivamente ingegneristiche, ma legate al mondo dell’Information technology e dei big data, uno dei trend evolutivi più interessanti della space economy. GLI SCENARI DI AMOROSO Ora è il momento di guardare verso nuovi mercati e nuovi prodotti, come ricordato dall’ad di Thales Alenia Space Italia Donato Amoroso. La competizione si fa sempre più estesa e poter contare sull’appoggio e il sostegno dell’intero sistema-Paese è cruciale per cogliere tutte le opportunità di crescita e sviluppo offerte dalla space economy.

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