Maurizio Barozzi

 
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Mussolini: La spy story di Bruno G. Lonati

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STORIA 20177 MAURIZIO BAROZZI MORTE DI MUSSOLINI LA SPY STORY DI BRUNO G. LONATI La definitiva confutazione di un incredibile, fantasioso e assurdo racconto-testimonianza tenuto in vita da una editoria speculatrice Testo non in commercio - ai soli fini di studio - Roma 2017 1

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LA SPY STORY di Bruno Giovani Lonati di Maurizio Barozzi a lato Bruno Giovanni Lonati PREMESSA. In questa contro inchiesta o confutazione di un fantasioso racconto, non si vuol sostenere che gli inglesi e le “carte segrete” di Mussolini non entrarono nelle vicende della morte di Mussolini, anzi, tutt’altro, vi ebbero una parte importante, eccome. Ma il fatto che gli inglesi o l’Oss americano, magari dietro le quinte, entrarono in qualche modo in quella vicenda, non autorizza a dare credito a storielle fantasiose e non comprovate. Ancora oggi, la versione di Bruno G. Lonati, il partigiano “Giacomo”, è tra le più citate in articoli e servizi televisivi, spesso storicamente superficiali, tanto per aumentare l’audience. C’è anche un DVD con la registrazione di un servizio di RAI Tre, “La Grande Storia - Mussolini l’ultima verità”, trasmissione del 2004, che gli dà un eccessivo spazio. Una inchiesta su la morte di Mussolini, per altro ben fatta anche se con molte imprecisioni, che però nel tentativo di avallare la versione di Lonati, presentato con un documentario – intervista, arriva al punto di assemblare alcune interviste a Dorina Mazzola (la celebre testimone di Bonzanigo), opportunamente tagliate per farle combaciare con i racconti di Lonati, quando invece si tratta di due versioni totalmente diverse e inconciliabili. Su protesta degli eredi di Giorgio Pisanò, autore del libro inchiesta con i racconti di Dorina Mazzola, la RAI al termine dell’ultima puntata dovette mettere un cartiglio di rettifica, precisando che la testimonianza della Mazzola non confermava i racconti del Lonati Oltretutto nella copertina del DVD messo in vendita da “Rai Trade” si dice che lo storico Renzo De Felice indicò che la fucilazione di Mussolini venne eseguita dal partigiano “Giacomo” e dal capitano John, quando invece il De Felice mai si è sognato di sostenere questo. Sulla morte di Mussolini, a parte la contraddittoria e poco attendibile “vulgata” o versione di Walter Audisio, tra le altre tante versioni “alternative”, in genere tutte sostanzialmente indimostrabili e molte delle quali eccessivamente fantasiose, è necessario 2

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parlare di quella che per il suo fascino di “spy story” ed i riferimenti al famoso Carteggio Mussolini / Churchill, risulta essere la più citata, specialmente nelle ricostruzioni televisive condizionate dall’audience. Ci riferiamo alla sorprendente rivelazione, rilasciata nei primi anni ‘80 da un ex partigiano, un certo Bruno Giovanni Lonati, nome di battaglia “Giacomo”, nato a Legnano nel 1921 e recentemente deceduto nel 2015, dicesi ex commissario politico della 101° Brigata Garibaldi e anche comandante di una divisione partigiana, formata da tre brigate operanti in Milano (tutte divisioni e brigate al tempo denominate con numerazioni assolutamente non rispondenti alla loro reale consistenza) che asserì di aver ucciso Mussolini, in combutta e per conto di un misterioso John, ufficiale inglese. Ne vogliamo parlare perché non solo su la “versione ufficiale” di Walter Audisio, infarcita di contraddizioni e assurdità, è necessario fare chiarezza, ma altrettanto deve essere fatta su quelle “versioni alternative” che finiscono per aumentare la confusione ed allontanare dalla verità [1]. Questa “rivelazione” del Lonati, fu accennata a maggio del 1982 in un capitolo della biografia di “Claretta” realizzata da Roberto Gervaso, Ed. Rizzoli, ma fu poi meglio esposta dallo stesso Lonati, in un libro (che lui dice di aver iniziato a scrivere nel 1981): “Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta la verità”, Ed. Mursia 1994. Il Lonati concesse anche alcune interviste, partecipò a qualche servizio televisivo e così via, barcamenandosi tra lo scetticismo e l’incredulità, ma anche qualche ascoltatore non proprio avverso alla sua rocambolesca versione dei fatti. Intanto occorre precisare che questa del Lonati non è una ipotesi, ma trattasi di una vera e propria versione dei fatti di colui che si definisce partecipante diretto, anzi esecutore di Mussolini. Non c’è niente da indagare: o ci si crede o la si rifiuta. Prima di esaminarla però facciamo una premessa: tutte le versioni che vorrebbero attestare interventi ultra tempestivi di fantomatici agenti segreti (inglesi) che scovano il nascondiglio del Duce (Bonzanigo) e vi si recano per ammazzarlo sul posto, hanno un bel problema da risolvere e spiegare: - o con esse si dimostra che è presente all’azione almeno uno di questi partigiani che a notte alta del 28 aprile 1945 tradussero a Bonzanigo i prigionieri, ovvero: Pietro Michele Moretti, Neri Luigi Canali, Pedro Pier Bellini delle Stelle (o forse Gianna Giuseppina Tuissi), [2] in pratica un elemento conosciuto dai carcerieri lasciati di guardia a Mussolini e Clara Petacci nella grande casa colonica dei De Maria a Bonzanigo, cioè Sandrino Guglielmo Cantoni e Lino Giuseppe Frangi; - oppure, oltre che dimostrare come si venne in possesso delle necessarie informazioni che indicavano dove da poche ore era stato nascosto il Duce, occorre anche spiegare la mancata reazione armata dei due guardiani rimasti in casa De Maria, alla vista di uomini sconosciuti. Come vedremo questa versione del Lonati ci risolverà il problema con uno scaltro espediente degno di Gianluigi Bonelli, il fantasioso autore di fumetti avventurosi. LA MISSIONE DI JOHN E GIACOMO Il Lonati, al tempo dei suoi primi racconti (riferiti, egli afferma, dopo un impegno d’onore di mantenere il segreto per 35 anni) è un 61enne residente a Brescia. Aveva 3

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lavorato alla Franco Tosi fino al 1956 poi, trasferitosi a Torino, aveva ricoperto incarichi dirigenziali alla Fiat (sembra che nel febbraio del 1946 era uscito dal partito comunista, dove aveva anche conosciuto Aldo Lampredi, il compagno Guido Conti e da quel momento aveva abbandonato la politica). In seguito aveva poi lavorato come dirigente e poi consulente in alcune aziende anche al Sud. Egli afferma che il 27 aprile 1945 un certo “capitano John” dell’esercito inglese, di origini italiane meridionali (inquadrato come agente del Servizio Informazioni britannico alle dirette dipendenze del generale Harold Alexander) ebbe a contattarlo per chiedergli di radunare alla svelta altri due o tre partigiani onde eseguire una importante azione. Fatto sta che radunati dal Lonati tali Bruno, Gino e Lino (uno di Monza, un altro del Pavese e il terzo non si sa) di cui non si conoscono le generalità, la squadra per questa storica, ma segreta impresa fu bella e pronta. Ovviamente non si riuscirà mai a rintracciare con certezza uno di questi partigiani citati dal Lonati [3]. Dicesi che questo ufficiale britannico (alto, snello, ottimo italiano, spacciatosi per agente di commercio, che ovviamente tutto sembrava meno che inglese) si trovava già da qualche mese in Italia e reggeva una vasta rete di agenti ed informatori, ramificata in tutta la Lombardia, preposta al rifornimento delle bande partigiane. In quei giorni di fine aprile l’ufficiale inglese alloggiava alla pensione di via Vallazze a Milano ove vi alloggiava anche Giacomo, il Lonati il quale, però, aveva già avuto modo di conoscerlo dal marzo ’45 quando gli era stato presentato da Aldo Lampredi. Comunque sia questo John era entrato immediatamente in azione già dal pomeriggio del 27 aprile 1945. In pratica, l’inglese, dopo aver spiegato il suo intento di rintracciare preziosi carteggi di Mussolini e magari riuscire a catture il Duce stesso, chiese l’aiuto di Lonati e degli altri partigiani che subito si resero disponibili. Il mattino successivo seppero che il Duce era stato catturato e l’inglese ben presto informò il Lonati che bisognava rintracciarlo. Già da qui si noti come il Lonati, a dar retta al suo racconto, si sia subito messo a disposizione di uno straniero (l’inglese) senza richiedere le dovute autorizzazioni al CLNAI o al CVL o ad altre strutture di brigata dalle quali pur doveva dipendere. Ma quello che è più grave è il fatto che questi importanti documenti, appartenevano allo Stato italiano e semmai avrebbe dovuto essere la provvisoria autorità del CLNAI, rappresentante del governo Bonomi al Nord, a girarli successivamente ai britannici. E gravissimo è anche il fatto che il Lonati si dichiarerà poi disposto ad uccidere Mussolini (un prigioniero) per tacitarlo dietro ordine di uno straniero, quando anche questa richiesta doveva venire dal CLN / CVL. Invece il Lonati, era partito con l’inglese e questi tre uomini trascinati dietro non si sa bene con quale autorità [4]. Ma siamo andati troppo avanti, torniamo alla sera del 27 aprile, quando il gruppetto “italoinglese”, partito da Milano e giunto a Como, si diresse subito verso Brunate (la cosiddetta montagna di Como) dove, in una villetta, un misterioso uomo sulla quarantina, certo Franco, di cui non si sa chi sia (evidentemente un “contatto” degli inglesi) o comunque come sarebbe stato preavvertito, li attendeva (del resto le spy story devono avere i loro misteri). 4

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L’ufficiale inglese confabulò con costui e subito, il Franco, “l’uomo misterioso”, si assentò fino alle ore 8 del mattino successivo (28 aprile), e cioè fin quando tornò e portò la notizia che Mussolini era stato portato tra Bonzanigo e Mezzegra (come abbia fatto a trovare queste informazioni, visto che tra l’altro Mussolini era stato trasferito in gran segreto a casa dei contadini De Maria intorno alle 4 / 5 del mattino, è un altro mistero) [5]. Fatto sta che alle 8,30 del 28 aprile ‘45, tutti i 5 del commando si misero in macchina diretti verso l’alto Lago dove avrebbero trovato un altro “contatto” indicato dal “Franco”. Strada facendo si imbatterono in un posto di blocco di partigiani (Argegno) per cui ne nacque un conflitto a fuoco, in qualche modo superato nonostante la perdita di Lino, ucciso da una raffica di mitra. La sua sepoltura rimase ignota, dice il Lonati, perche i partigiani, avendogli tolto i documenti, lo seppellirono da qualche parte. Ci sarebbe da chiedersi però, come mai lui, che era il suo comandante e pur l’aveva coinvolto in questa avventura, non si preoccupò, a missione finita, di rintracciarne almeno le spoglie in considerazione dei famigliari di questo Lino. INIZIANO LE INVEROSIMIGLIANZE Dopo Tremezzo, il gruppetto così ridotto incontrò un secondo informatore, descritto con “cappello da alpino”, segnalatogli appunto dal misterioso Franco. Ovviamente il “fumettone” del Lonati non poteva farsi mancare le parole d’ordine di riconoscimento tra loro, che come aveva informato il Franco erano: “Andiamo a fare una bella gita”, al che l’Alpino doveva rispondere “So io un bel posto”. Dunque, l’”Alpino” indicò loro sommariamente casa De Maria a Bonzanigo, senza però accompagnarli (anche qui, trovare quella casa, nascosta dietro un cancello di un palazzone in fondo ad una mulattiera, senza mai esserci stati non era certo facile). Fatto sta che in un lasso di tempo tutto sommato celere (a causa dei molti posti di blocco e il dover trovare la casa) arrivarono sul posto, dicesi intorno alle 10,30. Secondo Lonati i paraggi erano pressoché deserti, ma invece non è affatto vero [6]. Qui sotto il palazzo di casa De Maria a Bonzanigo. Il portone di ingresso è sulla destra al termine del viottolo acciottolato nel tratto finale. Entrati da un portone-cancello si deve poi salire una scala intagliata nel muro. 5

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Qui, fermata la macchina nel famoso spiazzo erboso di via del Riale (al tempo mulattiera), John, Giacomo e i due partigiani superstiti, trovarono anche ben tre partigiani di guardia alla casa, uno con mitra e due invece armati con fucili tipo 91 corto, oltretutto allegramente fuori della casa (non è specificato se erano nel cortiletto dentro il cancello o addirittura fuori). Che fossero poi fuori della casa alla vista di tutti (mettendo in mostra a tutto il paese il segreto di quel nascondiglio) è un altro particolare incredibile, ma del resto visto che quella casa aveva un entrata da un cancello e poi l’accesso attraverso certe scale intagliate nel muraglione, se i guardiani fossero stati collocati dentro casa, come naturale che fosse, era ben difficile spiegare come ci si era diretti a colpo sicuro. Comunque sia, a parte la faccenda del terzo partigiano trovato in più a guardia della casa, che sinceramente non si sa come sia scappato fuori, è ovvio che tutto questo racconto non convince per niente tanto è improbabile e fantasioso. I tre carcerieri, prosegue il Lonati, vennero ben presto disarmati con la minaccia delle armi, dopo averli distratti con un modo di fare amichevole e offrendogli sigarette (proprio come in un fumetto alla Tex Willer e proprio come nei fumetti il nostro John tirerà fuori corde e legacci dal suo portentoso zaino (che pare contenesse anche dei leggeri impermeabili e un altra sua divisa) e legherà, mani e piedi, i tre ex guardiani imbavagliandoli con i fazzoletti rossi che questi avevano al collo [7]. 6

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Dei locatari della casa, i coniugi De Maria (ma anche degli altri abitanti del palazzo), non si hanno notizie. Il Lonati si limita a dire che vide uscire una donna dal basso e gli bastò gridargli: <>, per farla miracolosamente scomparire (e dobbiamo dire, risolvere nel racconto anche il problema della presenza di questi due ingombranti contadini, di cosa fecero poi, e così via). Entrati in casa, John e Giacomo cercarono invano i documenti segreti del Duce e quindi condussero i due prigionieri sul ballatoio per poi raggiungere gli altri. Il Lonati ci informa anche che mentre l’inglese adirato ed eccitato cercava dappertutto e non trovava questa borsa di documenti, che lui sapeva Mussolini doveva avere, il Duce disse che gli era stata sequestrata a Dongo, poi sorpreso, come un perfetto imbecille che non si rende conto dell’importanza della documentazione, chiese anche perché se la prendevano con lui e se la cosa fosse grave (roba da matti). Poco dopo l’inglese informa il Lonati che, oltre al Duce, occorre sopprimere anche la Petacci perché, a suo dire, è a conoscenza di troppe cose. L’intrepido partigiano affermerà (ma guarda un po’!) che non era d’accordo nell’uccidere la donna, oltretutto proditoriamente senza che se ne accorgesse, ma comunque si rimetteva all’autorità di John con la sola riserva che lui (che galantuomo!) si sarebbe limitato a sparare solo a Mussolini. Di fatto si sarebbe reso complice dell’omicidio di una povera donna, sua connazionale, senza neppure sapere quali colpe poteva avere. Nel racconto ci sono anche alcuni dialoghi tra il Lonati e la Petacci rimasti un momento da soli, alquanto improbabili, come per esempio quello che una donna (notoriamente passionale ed emotiva come la Petacci) avendo capito che il Duce sarà ammazzato chiese al Lonati, che questo sia fatto senza che lui se ne possa accorgere e senza colpirlo alla testa (mah!). Infine uscirono con i due prigionieri, Mussolini con un cappotto sulle spalle e la Petacci che indossava una pelliccia (si presume che il Duce sia in divisa, altrimenti il Lonati avrebbe detto che aveva solo la camicia, ma il fatto è che il cadavere del Duce non aveva la giacca di ordinanza, ma solo la camicia nera e sopra indossava un insolito giaccone!) Dopo circa 200 metri, scendendo verso via del Riale, si fermarono ad un crocevia con un viottolo (oggi strada asfaltata) dove qui, con una scusa, spinsero la coppia contro una specie di recinzione a rete. 7

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Così dice il Lonati nel suo libro; poi in un documentario per la Televisione (Raitre, La grande storia – Mussolini l’ultima verità, 2004) [8] il Lonati in persona indicò appunto una lunga bassa parete di delimitazione, formata da un basso muretto con sopra la rete metallica, davanti alla quale sarebbe avvenuta la fucilazione. Qui sotto il frame del video di La Grande Storia, con Lonati che indica il punto dove avrebbero fucilato il Duce e la Petacci. Peccato per lui che gli abitanti di quei luoghi hanno fatto notare ai ricercatori storici che questa stradina, con muretto e “parete”, così come indicato dal Lonati, nel 1945 ancora non esisteva! [9] Ecco, qui sotto in foto, la stradina indicata nel suo libro dal Lonati, una svolta della via del Riale, stradina che però venne tracciata solo negli anni ’70. 8

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Arrivati a questo punto, per carità di patria, dovremmo finirla qui, ma visto che ci siamo, andiamo avanti e facciamoci qualche altra risata (amara però). John e il Lonati chiesero ai prigionieri di fermarsi e tacere e quindi senza pensarci due volte aprirono improvvisamente il fuoco con i mitra Sten: Lonati verso Mussolini, prima un colpo al cuore e poi un scarica di circa 4 colpi e l’inglese verso la Petacci, una raffica un po’ più lunga che la raggiunse al petto. Erano poco più delle 11 del 28 aprile, in un paese miracolosamente deserto. L’inglese, organizzatissimo, scattò anche una serie di foto, con una macchina fotografica estratta dal solito portentoso zaino e quindi invitò tutti ad andar via altrimenti disse, se arrivava qualcuno, potevano fare la fine dei fucilati. Cosicché i quattro se la filarono alla svelta ed i cadaveri vennero lasciati sul posto così com’erano, coperti alla meglio dal pastrano del Duce Cosa fecero nel frattempo i tre ex carcerieri, legati e resi impotenti, una volta usciti Lonati e compagni, non si sa: non avrebbero potuto liberarsi, avere altre armi? E i coniugi De Maria e altri del palazzo, tutti buoni e zitti ? Beato chi ci crede! Ma una semplice considerazione dimostra come tutto questo racconto sia inverosimile: alle 11 del mattino, infatti, in quel piccolo borgo, anche ammesso e non concesso che nessuno aveva notato questo gruppo di persone estranee, in men che non si dica i due cadaveri così abbandonati per terra sarebbero stati scoperti e tutti gli abitanti, dicasi tutti, del posto e dintorni (Azzano, Giulino, Mezzegra), comprensivi di alcuni sfollati ivi provvisoriamente residenti, sarebbero accorsi a vedere lo “spettacolo”. Come poteva poi, a che fine e con quale credibilità, il PCI mettere in atto la sceneggiata della finta fucilazione del pomeriggio (anche se magari avesse avuto in extremis dagli inglesi l’assicurazione che loro non avrebbero parlato)? [10] Resta il fatto che a differenza delle ipotesi e testimonianze alternative alla “versione ufficiale”, che pur nelle loro inesattezze o ricostruzioni fantasiose possono però sempre avere qualche elemento, qualche dettaglio, qualche attestazione di presenza in quegli eventi, utili ad una ricostruzione dei fatti, questa di Lonati, non ha nessun elemento, nessun dettaglio, nessuna testimonianza utile o dimostrabile! E’ un prendere o lasciare che non serve a niente. STUDI SU LA DINAMICA BALISTICA DELLA FUCILAZIONE E SUI REPERTI NON SI ACCORDANO CON IL RACCONTO DI LONATI Non solo il racconto del Lonati è palesemente inverosimile, ma soprattutto nessuno dei pur pochi elementi certi che si conoscono, nessun rilievo balistico o particolari sul vestiario, ecc., confermano la sua versione. E già questo è decisivo. La dinamica degli spari, infatti, per la quale, secondo il Lonati, la Petacci ed il Duce sarebbero stati uccisi con due mitra Sten cal. 9 lungo, pone qualche perplessità, dato che invece si ipotizza l’utilizzo di almeno un mitra calibro 7,65 e di altri colpi, forse di pistola, calibro 9 corto, ma almeno questo non ha un gran peso negativo visto che sui calibri utilizzati non si hanno rilievi oggettivamente sicuri e ogni altra ricostruzione balistica, entro certi limiti, potrebbe forse essere possibile [11]. 9

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COLPI E FORI PREMORTALI SU MUSSOLINI Disegni, frontale e di schiena, con i fori determinati dai colpi che hanno attinto il Duce ancora in vita (premortali) Fori in entrata: 1. colpo pre-mortale sull'avambraccio destro parte interna (margine ulnare); 2. colpo al di sopra della spina iliaca, obliquamente inclinato dall’avanti verso il dietro e dall’alto verso il basso (esce dal gluteo dx senza ledere l'impalcatura ossea del bacino). 3. colpo in parasternale destra 3 cm. sotto della clavicola dx; 4. colpo sopra clavicolare destro senza ledere la clavicola sottostante; 5. colpo sottomentoniero sul piano detto sopra-joideo (pallottola forse ritenuta); 6. 7. 8. 9. gruppo di quattro fori alquanto concentrati al di sotto della clavicola; ?. ?. Due ulteriori colpi premortali (individuati dalla perizia dell’equipe del prof. Pierucci a Pavia nel 2006) all’all’altezza dell’addome e con distanza di sparo alquanto ravvicinata. Come detto, per semplificare, nel nostro studio riassuntivo non li prenderemo in considerazione. Fori in uscita: A. uscita di 1 (nel disegno è posto nel retro del braccio, ma questo colpo è quasi in linea su di un piano tangenziale rispetto a quello di entrata). B. uscita di 2 con una certa traiettoria dall’alto (entrata) in basso (uscita). C. sono fori di uscita di 3. e 4. D. sono i fori di uscita di 6. 7. 8. e 9. ?. incertezza sul foro di uscita relativo al colpo N. 5. Resta comunque plausibile che Mussolini fu colpito da due tiratori e con due armi diverse, mitra e pistola, come dimostra la geografia distanziata delle ferite e alcune traiettorie oblique dei colpi pre mortali che lo attinsero nei due lati del corpo e il particolare che le ferite appaiono in foto di grandezza diversa, cioè causate da due calibri diversi, [12] e non 10

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da uno solo, ed inoltre venne attinto da ben 9 colpi e non da circa 4 o 5 come riferisce il Lonati. La Petacci poi venne colpita alla schiena e non al petto come si evince chiaramente dai fori sullo schienale della sua pelliccia e dalle foto delle ferite che mostrano alcuni colpi “in uscita” sul petto. Lo stesso Audisio, nella sua versione (o meglio nelle sue “versioni”), forse non a caso dovette raccontare che la Petacci, al momento della fucilazione, si muoveva scompostamente, si aggrappava a Mussolini ecc., probabilmente voleva parare proprio le osservazioni che la Petacci, vigliaccamente era stata colpita falla schiena. Ma questo suo racconto il Lonati cominciò a scriverlo nel 1981 quando tanti particolari non erano ancora molto chiari e, a quel tempo, neppure era stata ancora ben messa a fuoco la mancanza di fori sul giaccone indosso al cadavere di Mussolini e il suo stivale dx che aveva la chiusura lampo rotta (si pensava ad una “scucitura”), motivo per il quale non potendosi chiudere non avrebbe eventualmente potuto mantenersi fisso nel piede e quindi non ci si poteva assolutamente camminare agevolmente (particolare questo che il Lonati non aveva riferito nella descrizione della traduzione di Mussolini verso il luogo della fucilazione). I rilievi balistici e questi ultimi due elementi oggettivi, una volta che furono ben analizzati e valutati (il particolare dello stivale venne approfondito negli anni ’80 avanzati e per il “giaccone” si ebbero certezze con le perizie fotografiche dei primi anni del nuovo millennio) già da soli avevano smontato la versione della fucilazione di Audisio. Ergo, se queste contraddizioni e mancati riscontri, valevano per sconfessare la vulgata di Audisio, tanto più valevano anche per quella del Lonati [13]. In sintesi: se Mussolini attinto da ben 9 colpi, alcuni dei quali da distanza ravvicinata, non presentava nel giaccone a maniche raglan, indosso al suo cadavere (così come si vede in piazzale Loreto), fori o strappi quali esisti di una fucilazione, è ovvio che fu rivestito da morto e che quando fu ucciso si trovava in deshabillé [14]. Altrettanto, se il suo cadavere porta al piede destro uno stivale completamente aperto, perché non si può richiudere essendo saltata la saracinesca (lampo) di chiusura, Qui a lato lo stivale dx di Mussolini con la cerniera di chiusura saltata, che restava aperto e il gambale si rovesciava in basso, non consentendo di camminare adeguatamente. forse nel tentativo di farlo indossare ad un cadavere in rigor mortis, è altrettanto ovvio che in quelle condizioni non poteva aver camminato per i viottoli scoscesi di Bonzanigo! E questi rilievi valgano sia per la mentoniera “storica versione” di Walter Audisio che per questo fumettone del Lonati! 11

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Per la morte della Petacci infine c’è, come detto, il particolare che il Lonati asserisce che fu colpita improvvisamente al petto, una dinamica che mal si adatta ai sia pur pochi riscontri sul cadavere della donna, anche perché egli non ha neppure descritto fasi caotiche durante l’esecuzione. D’altronde non era certo edificante riportare che la Petacci era stata vigliaccamente uccisa alle spalle dall’inglese. Quindi, ignorando tutto questo, la versione della fucilazione del Lonati, viene a pensare, che fu calibrata su quella mendace di Valerio (raffiche con il mitra Mas da tre passi) ed anche in base ad una frettolosa lettura del verbale autoptico di Cattabeni. Peccato per lui [15]. Ma andiamo ancora avanti. ALTRE INVEROSIMIGLIANZE Terminata questa epica impresa, i nostri eroi tornarono a Milano, passando per Legnano il paese di Lonati, e si separarono con l’impegno al silenzio. Giacomo se ne tornò al suo Comando in viale Lombardia. Successivamente però si ritrovarono con l’inglese e fecero anche una bella cena di commiato. Nell’occasione il John, circa le carte che avevano cercato fu alquanto evasivo e ribadì a tutti di mantenere il più assoluto silenzio per almeno 35 anni. Poi tornò in patria. Come poteva l’inglese fidarsi che i tre partigiani, due dei quali da lui conosciuti solo nel corso di questa missione, in futuro mantenessero veramente il silenzio lo sa solo la provvidenza, ma ancor più come sia stato possibile che poi, ognuno andatosene per la sua strada, negli anni nessuno di loro abbia confidato se non riferito, magari per racimolarci qualche milione, questa strabiliante avventura è un altro enigma [16]. Comunque, una semplice osservazione si rende subito evidente: questi agenti segreti con licenza di uccidere, dalle 8,30 del mattino (partenza dalla villa di Brunate), in circa due ore e trenta, avevano trovato il nascondiglio segreto, superato ogni posto di blocco e ostacoli per strada, resa innocua la vigilanza dei prigionieri e, ignorati da tutti, avevano proceduto all’esecuzione! Audisio, secondo la versione ufficiale, ci aveva impiegato, dall’arrivo alla Prefettura di Como alla messa in scena di Villa Belmonte, ben otto ore! [17] IL “RITROVATO” JOHN: C’E’ MA NON SI FA VEDERE In ogni caso il Lonati, come affermò in seguito, pare che rintracciò telefonicamente a Londra questo fantomatico John di cui lui non sapeva il vero nome. Subito la stampa ha voluto dare un nome a questo agente inglese, in parte rivelato dallo stesso Lonati: si dovrebbe trattare, dicesi, di un certo John Maccaroni nato in Gran Bretagna, figlio di immigrati italiani dal meridione, volontario dell’esercito inglese, addetto allo Special Operations Executive. Altre fonti lo danno come Roberto Maccarrone oriundo siciliano. Comunque sia, racconta il Lonati (non nel suo libro, ma in spiegazioni e interviste varie), che nel 1981 i due (lui e John) risentitesi, si diedero appuntamento a Londra, dove egli stesso si recò con la moglie. Meno male, dovremmo pensare, ora finalmente avremmo potuto ottenere qualche attestato un po’ più convincente. 12

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Macché, l’inglese non si fece vedere, sparito (anzi, asserì il Lonati, in Inghilterra lui e la moglie furono persino pedinati). Non si capisce come il Lonati, che pur venne fatto oggetto di incredulità e non potendo addurre uno straccio di prova a conferma del suo racconto, non abbia fornito elementi precisi per contattare questo fantomatico John di cui egli ci informa che avrebbe fatto carriera ed era diventato un alto dirigente dei servizi segreti inglesi e lui, sempre nel 1981, ne aveva anche contattato il fratello che gestiva un importante negozio a Londra [18]. Nel frattempo questa vicenda aveva riscosso un certo interesse, più che altro per i suoi risvolti spionistici e per la solita smania (interesse) dei mass-media di cavalcare tutto ciò che possa fare clamore. Infatti il risalto maggiore, questa versione, l’ha avuto nelle reti televisive, oltre che ad essere ritenuta possibile, pur senza portare alcuna prova concreta a favore, se non insignificanti dettagli, dallo scrittore (a nostro parere molto poco attendibile) Peter Tompkins ex agente americano dell’O.s.s. [19] In Italia, un po’ tutti ne hanno parlato e soprattutto sparlato senza costrutto, vista l’appetibilità dell’argomento, ma forse solo lo scrittore storico Luciano Garibaldi ha inteso dedicarsi ad una serie di verifiche che alla fine l’hanno portato, seppur dubbioso, a dare un minimo di credito almeno ad una parte di questa vicenda [20]. Lonati, da parte sua, si prestò per girare un mezzo documentario sui luoghi del suo racconto e, ridicolmente, a sottoporsi ad un test della macchina della verità con esiti, oltretutto e purtroppo per lui, controversi, ma sostanzialmente negativi. L’INCREDIBILE STORIA DELLA DOCUMENTAZIONE AL CONSOLATO Egli afferma anche di aver cercato, nel 1982, presso il Consolato generale inglese di Milano e l’ambasciata di Roma, di ottenere una documentazione e di entrare in possesso delle fotografie che l’inglese aveva scattato ai cadaveri e che, trascorsi 50 anni (gli aveva assicurato al tempo John), avrebbe potuto richiederle agli archivi britannici. Non ridete, ma egli racconterà adesso che dopo una ricerca del consolato inglese, gli venne confermato che effettivamente queste foto e la documentazione esistevano (non si sa se le avevano rintracciate a Londra oppure addirittura nello stesso consolato italiano), che i funzionari inglesi dovevano avere una autorizzazione da Londra per procedere e comunque una copia egli l’avrebbe potuta avere alla scadenza dei 50 anni da quella vicenda. Dovremmo quindi credere che foto di questa importanza storica, venale e politica, in grado di sconvolgere una intera storiografia vennero, da questo ufficiale inglese, depositate a suo tempo in qualche consolato o chissà dove e qui o a Londra, ma alla portata di tutti, ancora allegramente giacevano negli uffici! E dovremmo anche credere che Churchill, che come noto si era dannato per recuperare ogni documentazione e far sparire prove del suo operato, aveva consentito di lasciare in giro tracce così compromettenti e alla portata di tutti! [21] Fatto sta, quando nel 1995, alla scadenza di questi 50 anni, il nostro eroe scrisse all’ambasciata Britannica di Roma, non ebbe risposta e tutto finì lì. E così anche questo riscontro venne a vanificarsi (non c’erano dubbi). 13

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Qualcuno ha supposto, leggendo le lettere scambiate tra Lonati e le ambasciate britanniche e notando che queste non entrarono nel merito delle richieste avanzate, non le smentirono, non elevarono denunce, ecc., poteva forse ritenersi un implicito silenzio – assenso alla vicenda. Il particolare lascia perplessi, ma probabilmente, di fronte a queste richieste, gli addetti all’ambasciata, risposero formalmente, senza entrare nel merito o forse meglio ancora, il Lonati aveva pur partecipato in quei giorni di fine aprile 1945 e in quei posti a qualche impresa sotto comando inglese, magari collegata alle vicende della ricerca dei “Carteggi” di Mussolini e quindi scrisse al consolato britannico dando ad intendere che lui aveva anche partecipato ai fatti riguardanti la morte di Mussolini. Cosa doveva rispondere il Consolato? Da quanto su esposto sarebbe consequenziale che una stampa ed una editoria seria, ed anche dei servizi radio televisivi seri, avrebbero dovuto lasciar cadere nel dimenticatoio questa storia o comunque riportarla in un quadro sostanzialmente critico e dubitativo. Viceversa è emblematico rilevare come, leggendo articoli e servizi, inerenti la morte di Mussolini o le vicende del suo Carteggio con Churchill, per la verità quasi sempre articoli estremamente superficiali, spesso si trova il modo di infilarci in mezzo qualche riferimento alla storia di Bruno G. Lonati. O comunque di chiamarla in causa. Ma in ogni caso ed anche se tutto è possibile, chi ha pratica di questo genere di operazioni o del modo di procedere dei servizi segreti dell’epoca, sa che non era certo questa, così come raccontata dal Lonati, la prassi solitamente da essi seguita. Rispetto alle ricerche delle foto, immortalanti l’esecuzione del Duce, ancora giacenti presso il consolato britannico, che prima ne confermerebbe l’esistenza e poi si rimangia gli impegni verbalmente presi, siamo nel campo della più completa inverosimiglianza. Come venne giustamente osservato dallo scrittore Alberto Bertotto: <> (Vedi il sito: www.l’Archivio Story-History). QUALCOSA DI VERO Non tutto il racconto, però, a nostro avviso è inventato, qualcosa di vero deve esserci per forza anche perché, altrimenti, non si spiegherebbe in nessun modo il comportamento del Lonati e qualche minimo riscontro che sembra, o meglio che potrebbe, esser stato trovato. Come accennato, il giornalista storico Luciano Garibaldi, svolgendo qualche ricerca, è tato propenso a dare credito, almeno ad una parte della rivelazione del Lonati. Per esempio: nel racconto si parla di un agente inglese, forse italiano, con cappello da alpino; ebbene, un soggetto simile esce fuori anche da altri racconti e testimonianze inerenti quei luoghi e quei periodi (la conoscenza di+ questo soggetto non è però dato sapere come sia stata al corrente del Lonati); l’esistenza di una base inglese a Brunate che sembra effettivamente ci fosse (ma gli inglesi nel comasco avevano molte basi) oppure lo scontro a fuoco di Argegno, richiamato nel racconto, che pare sia avvenuto veramente 14

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(anche se non si sa bene con chi e con quali modalità); o ancora, il fatto che il Lonati ebbe incarichi di comando tra i partigiani garibaldini (ma anche questo vuol dir poco); ed inoltre alcuni riscontri che ha fornito su questo fantomatico John, pur mai rintracciato e pochi altri particolari che comunque non sono assolutamente sufficienti per avallare il suo racconto. La moglie di Lonati infine disse di aver saputo di questi fatti dal marito nel 1980, dopo 10 anni che erano sposati, ovvero allo scadere dei 35 anni di silenzio (strano questo silenzio nell’intimità coniugale) ed un parente della moglie, oltre ad una ex baby sitter ed un conoscente nel suo lavoro, analogamente confermarono di aver ascoltato questi racconti nel 1981 poco prima della loro pubblica divulgazione, ma tutto questo vuol dire poco, se non il fatto che intorno al 1981 il Lonati prese a raccontare a qualcuno questa avventura. Come sia potuta però uscir fuori tutta questa storia è incomprensibile anche perché da quel poco che si è potuto sapere dalla biografia del Lonati e dalla osservazione dei suoi vari interventi televisivi non ci sembra un soggetto particolarmente in cerca o bisognoso di venali remunerazioni (anche se tra edizioni del libro, interviste, video Rai e convegni, questo tema deve aver rese abbastanza) e quindi le perplessità aumentano. Probabilmente ha visto giusto il ricercatore storico Marino Viganò quando, senza mezzi termini ha definito Bruno Lonati un mitomane [22]. Soprattutto lascia perplessi il fatto che il Lonati sia andato ai consolati britannici, abbia girato in lungo e in largo e si sia tirato addosso tutta questa storia, anche se non crediamo che negli anni ’80 e soprattutto poi in quelli ’90, quando uscì il libro della Mursia, potesse paventare ritorsioni da parte di qualche fanatico [23]. Visto comunque, che noi non crediamo affatto a questa fantasiosa rivelazione, e tra le altre cose non vi crediamo soprattutto per alcuni dati oggettivi precedentemente esposti, dobbiamo giocoforza supporre che, in quei giorni del ‘45, il Lonati partecipò a qualche missione, da quelle parti, forse proprio alla ricerca di Mussolini e/o delle sue carte o qualcosa del genere, magari sotto comando inglese. Molti anni dopo il Lonati (con dietro qualche misterioso ispiratore?) forte di vari racconti su quelle vicende, ha pensato bene, non riusciamo ancora a capire per quali motivi (le vie dell’uomo sono infinite), di architettare tutta questa incredibile storia miscelando particolari veramente vissuti, altri dedotti ed elaborati dalle storie pur conosciute, ad altri ancora totalmente inventati. L’aggiungersi in un secondo momento, fornendo un sostegno a questa vicenda, di Peter Tompkins, scrittore, ma anche ex agente dell’Oss, potrebbe anche far supporre un interesse americano, agli inizi degli anni ’80, a portare l’attenzione dell’opinione pubblica su un certo ruolo inglese, sul “Carteggio” e quant’altro. Se così fosse, allora si che troverebbe una spiegazione il come e il perché nacque questa incredibile storia Tutto questo però si può solo supporre, ma non provare, come del resto non si può provare il racconto del Lonati, e pertanto è meglio stendervi sopra un velo di pietoso silenzio. 15

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