ALI - Numero 11

 

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Gennaio 2017 n.11

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ATM A.T.M. srl è un`azienda operante nella subfornitura di attrezzature e particolari meccanici di precisione nel settore aerospaziale e della meccanica in genere. L`azienda è parter dei maggiori costruttori Italiani ed Europei operanti nel settore della motorisica aerospaziale. La pluriennale esperienza degli operatori ed una forte sensibilità alle problematiche di ricerca e sviluppo hanno inoltre consentito all`azienda di collaborare con le più importanti Università e centri di ricerca sul territorio nazionale. Per meglio comprendere la realtà di questa azienda abbiamo fatto una chiacchierata con il dott. Giuseppe De Tommaso, socio e direttore generale della ATM. Quali sono le principali attività / progetti su cui siete attualmente impegnati? La ATM è un’azienda che opera da più di sessant’anni nella meccanica di alta precisione. Oggi opera in prevalenza nel settore aerospazio e difesa e vanta come clienti i maggiori player nazionali quali Leonardo s.p.a., GE aviation, THALES Alenia Space, Ministero della Difesa-Direzione Armamenti aeronautici ed il CIRA. La nostra azienda è impegnata nella progettazione e costruzione di una vasta gamma di attrezzature tra cui, calibri, attrezzature di lavorazione, attrezzi di movimentazione ed AGE/GSE in dotazione alle Aeronautiche Militari di diversi paesi. L’azienda è in grado di fornire i suoi prodotti con marcatura CE, manualistica a corredo e test report richiesti dal cliente, gestiti con know-how e capabilities proprie. A questo si aggiunge la partecipazione ai maggiori programmi aeronautici sia civili che militari, per la fornitura di particolari meccanici ed assemblaggi impiegati in aerostrutture e propulsori. La ATM è in grado di lavorare tutti i materiali metallici tipicamente impiegati nel settore aeronautico quali titanio, acciai e leghe a base nickel e da un anno anche i materiali compositi. Cosa vi ha spinto ad aderire al consorzio ali? La grande opportunità di fare network con un insieme di aziende già presenti nel consorzio ed allo stesso tempo aderire attraverso il consorzio stesso al DAC, il Distretto Aerospaziale Campano. In che progetti siete impegnati insieme con il consorzio? Siamo impegnati i tre differenti progetti di ricerca (CERVIA, STEPFAR e FUSIMCO) che hanno lo scopo comune di sviluppare tecnologie e metodologie di processo innovative per la lavorazione di materiali compositi strutturali. Quest’ultimo è un tema che ci interessa molto da vicino, in quanto, negli ultimi due anni abbiamo sostenuto un cospicuo investimento destinato a potenziare la meccanica, ma soprattutto ad introdurre nel nostro processo le capabilities per la lavorazione dei materiali compositi a matrice polimerica, che , a giudizio di molti, rappresenta ormai non tanto il futuro quanto presente con cui inevitabilmente bisogna

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confrontarsi se si vuole consolidare la propria posizione, come subfornitore di parti ed assemblaggi, nella supply-chain dell’aerospazio. Quali sono gli elementi del vs. successo? La flessibilità e le competenze di poter fornire prodotti/servizi molto diversi tra di loro. Produzione di parti macchinate, progettazione e costruzione di tool ed AGE/GSE, fabbricazione di componenti in materiale composito coprono circa il 30-40% della domanda di acquisto da parte della grande committenza. In conclusione, quali sono le vostre strategie per il futuro? Con mio rammarico, credo che la strategia sia univoca. L’attuale scenario nazionale di settore, in virtù dell’assenza di un piano industriale nazionale per l’aerospazio, non garantisce una massa critica di lavoro sufficiente per tutte le pmi italiane di settore. Ciò detto, ritorno all’unica strategia che vedo possibile, l’internazionalizzazione. La nostra azienda ha avviato da diversi mesi una politica d’internazionalizzazione che, proprio in queste settimane, sta vedendo i primi risultati. Siamo in contatto con grandi aziende di settore Europee e Statunitensi che conto di svelarvi nei prossimi numeri della rivista.

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Google Lunar XPRIZE Annunciati i 5 team finalisti che andranno sulla Luna! Nella giornata di ieri XPRIZE e Google hanno annunciato che sono 5 le squadre che hanno superato la fase finale della competizione Google Lunar XPRIZE, cioè che hanno un contratto di lancio verificato. E che quindi passeranno alla fase operativa della missione, un lancio sulla Luna. Sto parlando della competizione organizzata da X Prize Foundation e sponsorizzata da Google, che mette in palio un totale di 30 milioni di dollari per chi per la prima volta riuscirà a (1) far atterrare un rover sulla Luna, (2) fargli percorrere almeno 500 metri e (3) trasmettere a Terra immagini e video ad alta definizione. Il 1° team che completerà con successo la missione riceverà 30 milioni di dollari, il 2° riceverà 5 milioni. Vi sono poi altri premi per un totale di 5 milioni. Quindi, quest'anno avremo ben 5 team di privati che tenteranno di raggiungere il nostro satellite. Conosciamoli meglio. È molto bello che si tratti di team di privati, professionisti e non, volontari e non, e che provengano un po' da tutto il mondo. Ed è meravigliosa la filosofia dell'organizzazione di questa - ed altre! - competizioni simili. Occorrono sempre nuovi stimoli, sia per far conoscere e diffondere conoscenza, che per produrre nuove idee e nuove tecnologie per raggiungere nuovi importanti obiettivi. TEAMINDUS (India) Il rover indiano monterà macchine fotografiche costruite in Francia, che in tal modo spera di diventare la prima nazione europea ad “atterrare” sul nostro satellite con una propria tecnologia. Alla competizione partecipava anche Team Italia, consorzio coordinato da Amalia Ercoli-Finzi, Principal Investigator responsabile dello strumento SD2, il perforatore montato sul lander Philae della missione Rosetta, fino al ritiro, dovuto a una somma di problemi - non ultimi quelli economici. Si tratta di un gruppo

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privato che dà lavoro a un centinaio di persone, si è già aggiudicato un premio "minore" dell'XPrize (un milione di dollari) per le "tecnologie innovative" per il lander lunare. Anche il lanciatore della sonda sarà Made in India: il Polar Satellite Launch Vehicle, costruito dalla Isro (Indian Space Research Organisation) e già utilizzato più volte con successo. Dopo il lancio il vettore compirà un paio di rivoluzioni attorno alla Terra per poi iniziare il viaggio verso la Luna, dove, dopo un paio di orbite, la sonda inizierà la discesa. Oltre al rover, la sonda porterà un esperimento scientifico realizzato da un gruppo di studenti, scelto tra oltre 3000 inviati alla società. Il costo totale della missione dovrebbe aggirarsi attorno ai 60 milioni di dollari, che in parte potrebbero essere recuperati dal premio - se riuscirà a vincerlo - e in parte dai proventi derivati dalla vendita delle tecnologie sviluppate per il progetto. La sonda dovrebbe atterrare nel Mare Imbrium (o Mare delle Piogge), un'immensa area pianeggiante, di facile approccio per un allunaggio. I ricercatori di TeamIndus hanno già fatto sapere che questa tecnologia, se avrà successo, verrà messa a disposizione anche per Chandrayann-2, missione che Isro vorrebbe avviare nel 2018. Anche questa dovrebbe portare sul nostro satellite una sonda e un rover, con un nutrito carico di strumentazione scientifica.

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SpaceIL (Israele) E' un'associazione no-profit Israeliana fondata nel 2011 da tre giovani Ingegneri Israeliani per partecipare alla competizione. Oggi SpaceIL ha circa 30 persone a tempo pieno e dozzine di volontari. La loro vision è però più ampia del raggiungere la Luna. Con la loro attività vogliono avere un impatto educativo, essere di ispirazione alle nuove generazioni di giovani Israeliani per interessarsi alle Science, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM). Il loro obiettivo è ricreare quello che si dice un "Effetto Apollo" in Israele. Utilizzando la tecnologia Israeliana dei nano e micro satelliti, il team SpaceIL ha realizzato un piccolo, economico, ma intelligente veicolo spaziale. Grande grossomodo come una lavapiatti, utilizza il concetto di "hop", invece di quello di un rover. E' il lander stesso che dopo essere atterrato sul suolo Lunare, effettuerà un nuovo decollo con il propellente rimasto per percorrere i 500 metri richiesti dalla gara. Dopodiché atterrerà nuovamente. SpaceIL è stato il primo team ad annunciare nell'Ottobre 2015 l'acquisizione e la verifica di contratto di volo. Un razzo vettore Falcon 9 di SpaceX li porterà in orbita entro la fine del 2017. Moon Express (USA) Moon Express è un'azienda privata fondata da un gruppo di imprenditori della Silicon Valley. Obiettivo a medio termine è realizzare missioni low cost per la Luna per commercio ed attività scientifiche. A lungo termine i piani sono quelli di sfruttare le risorse minerarie Lunari con l'esplorazione robotica. Il loro veicolo è il lander Mx-1E. Si definiscono sognatori e costruttori. Unendo l'esperienza aerospaziale con la cultura di innovazione e di imprenditorialità della Silicon Valley, il team ha grosse ambizioni. Innovativo, flessibile e scalabile sono i tre punti con i quali descrivono il loro nuovo veicolo spaziale. Come loro stessi dichiarano ciò porterà ad una radicale diminuzione dei costi per l'esplorazione spaziale. Moon Express è stata fondata nell'Agosto 2010 ed è stata selezionata dalla NASA per il loro programma Innovative Lunar Demonstrations. Il team Americano verrà lanciato da un nuovo razzo vettore, Electron, i cui test di volo cominceranno nei primi mesi del 2017 nel sito di lancio dell'azienda costruttrice, la Rocket Lab

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Synergy Moon (Internazionale) E' un team Internazionale, l'unione di InterPlanetary Ventures, lo Human Synergy Project ed Interorbital Systems. E' operativo in più di 15 paesi e promuove attivamente la collaborazione internazionale nel campo dell'esplorazione spaziale. La loro vision è quella di realizzare viaggi orbitali con equipaggio, lancio di satelliti "personali" ed esplorazione del Sistema Solare, che siano alla portata di tutti. Attraverso ricerca e sviluppo in campo aerospaziale, servizi di lancio e tutta una serie di eventi pubblici, Synergy Moon desidera ispirare e rinvigorire il desiderio dell'umanità di esplorare il cosmo. Il team partirà per la Luna nella seconda metà del 2017, a bordo di un razzo anch'esso nuovo, il Neptune di Interorbital Systems. Qui sotto vedete un test flight Synergy Moon lancerà sulla Luna 2 rover, uno equipaggiato con due videocamere HD che manderà feed video a Terra. L'altro analizzerà suolo e rocce per determinarne le componenti. Team Hakuto (Giappone) Oltre all'obiettivo di vincere il gran premio della competizione, il team Giapponese tenterà di vincere il Range Bonus, effettuare il maggior percorso con il rover. Ed in effetti sullo sviluppo del rover vi è il massimo impegno della squadra, composta da professori universitari, partner industriali leader in robotica spaziale e volontari. L'obiettivo ultimo del team è esplorare gli "Skylight", le possibili caverne sotterranee Lunari di origine vulcanica (fate una ricerca 'lava tubes' nella box di ricerca prima del post). Il rover di Hakuto è di fatto un sistema "doppio". Consiste infatti di un rover a 4 ruote "Moonraker" e di un rover a 2 ruote "Tetris", collegato tra loro da un cavo, in modo che quest'ultimo possa essere calato all'interno di uno Skylight

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Potremmo interpretare una lingua aliena? Cosa dice la linguistica sul tema? Wired ne ha discusso con Andrea Moro, docente di linguistica alla Scuola universitaria superiore Iuss di Pavia Louise Banks è l’eroe che non ti aspetti. Non è un pilota impavido, né un astronauta coraggioso e men che mai un militare. L’attrice Amy Adams in Arrival veste i panni di una linguista, scelta per comunicare con una razza di alieni a sette gambe con intenzioni tutt’altro che chiare. E la maggior parte del film corre via nel tentativo di comunicare con questi alieni che, secondo il racconto scritto da Ted Chiang c he ha ispirato la pellicola, scrivono usando “fantasiose mantidi religiose, disegnate in corsivo, legate le une alle altre a formare un reticolo alla Escher”. Logogrammi alieni usati come parole, intere frasi o anche concetti, che stravolgono l’idea di tempo a cui noi siamo abituati e che porteranno Bank a modificare il suo stesso modo di pensare. Evitando gli spoiler e fuori dalla fantascienza, sarebbe mai possibile decodificare linguaggi alieni? Come funziona o potrebbe funzionare la comunicazione con specie diverse, di cui non sappiamo nulla? Esiste un linguaggio universale che potrebbe aiutarci? Quanto è difficile capirsi senza avere mezzi comuni? Ne abbiamo discusso con Andrea Moro, docente di linguistica alla Scuola universitaria superiore Iuss di Pavia e autore di Confini di Babele (Il Mulino) e di Impossible Languages (Mit Press). Andrea Moro, è possibile immaginare di comunicare con una specie aliena, completamente diversa dalla nostra? “Questa domanda pone un problema preliminare molto importante. A ben pensarci, noi ci troviamo in una situazione simile tutte le volte che incontriamo un animale e ci permette di chiarire subito un punto importante: c’è differenza tra la comunicazione e la struttura del codice che si usa. Noi possiamo comunicare, per esempio, in modi relativamente efficienti con i mammiferi: con i cani, per fare un esempio naturale, ci sono molti canali di comunicazione; così anche con gli uccelli, per esempio con i rapaci; molto meno invece con gli insetti. Ma con nessuno di questi è possibile interagire come con un individuo che parli la nostra lingua, cioè che usi il nostro codice di comunicazione. Già da questo si capisce che se ci troviamo di fronte ad una specie completamente diversa da noi potrebbe essere che non ci si intenda, sempre ammesso che da parte dei due esseri viventi ci sia volontà di comunicare: le piante sono esseri viventi ma non risulta affatto che si possa comunicare con loro, almeno non nel senso normale del termine. Se mai incontrassimo degli alieni dovremmo sperare che assomiglino di più a un cane che a un garofano”.

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Non serve dunque scomodare gli alieni per trovare delle lingue che non possiamo comprendere? “Questa è probabilmente la domanda centrale della linguistica moderna. Oggi il compito più importante non è classificare le lingue o ricostruire le parentele tra di esse, ma capire cosa fa di una lingua umana una lingua umana. Il motivo di questa centralità è che la struttura della nostra lingua, come già aveva capito Cartesio, è il vero spartiacque tra le persone e tutti gli altri animali. Ovviamente intendo non la necessità di comunicare, che è comune a tutti gli animali in vari gradi, ma proprio la struttura delle lingue. E di tutte le proprietà che caratterizzano le lingue umane la più strana e misteriosa è la capacità di produrre significati nuovi e potenzialmente infiniti ricombinando nell’ordine un numero finito di elementi. In poche parole, la capacità di generare un numero infinito di frasi da un numero finito di parole. “Questa capacità non è condivisa da nessun altro essere vivente, nemmeno gli scimpanzé che pure hanno un genoma simile al nostro per non meno del 98%. Questa capacità di produrre strutture infinite è per certi versi simile alla capacità di costruire numeri sempre più grandi. Tecnicamente i linguisti la chiamano ricorsività, perché ricorda la capacità di produrre strutture infinite facendo correre la stessa istruzione su se stessa, un po’ come capita nelle filastrocche dei bambini di tutto il mondo: ‘c’era una volta un re…’. Una lingua la cui sintassi non contiene questa proprietà ricorsiva in prima approssimazione, è una lingua in qualche modo impossibile. “Naturalmente si potrebbe pensare che sia solo un artificio convenzionale, un’invenzione basata su una scelta arbitraria. Invece, utilizzando tecniche di neuroimaging si è mostrato che se si insegnano lingue che non hanno strutture ricorsive il cervello le riconosce e non attiva le reti neurali tipiche per il linguaggio umano. Dunque non c’è affatto bisogno di scomodare gli alieni per immaginare lingue che non possiamo comprendere. Possono certo comunicare informazione, ma non in modo naturale. D’altronde è un po’ come se invece che fare addizioni il nostro cervello facesse più facilmente estrazioni di radici quadrate: anche in quel caso esisterebbero matematiche impossibili nel senso che non sarebbero naturali anche se con quelle si potrebbe comunque far di conto”. Alle basi della comprensione c’è il bisogno di una forma di traduzione e di un vocabolario. Come si costruisce un vocabolario con chi usa un linguaggio diverso? “Nella costruzione di un vocabolario si pongono essenzialmente due problemi: per prima cosa è necessario decidere cosa mettere nel vocabolario: noi per esempio non abbiamo nomi per tutto, abbiamo solo tendenzialmente nomi per oggetti, azioni o relazioni significative per la nostra capacità cognitiva. Se vediamo una mano, per esempio, abbiamo nomi per tante parti della mano, anche disgiunte, ma non per tutte: ci sono le falangi ma non ci sono nomi per indicare il pollice e il mignolo insieme. Ragionamenti simili si possono fare per altre categorie come verbi e aggettivi. Senza contare poi le parole logiche. Pensiamo a come è difficile spiegare cosa significa ‘se‘: eppure i bambini imparano a usare questa parola relativamente presto e certo senza istruzioni logiche da parte di professionisti. “L’altro problema è stabilire e identificare il veicolo fisico di questi elementi atomici che stanno nel vocabolario: sono suoni, come nel linguaggio parlato, o gesti fatti con il corpo come nelle lingue dei segni, o simboli grafici come quelli che vi scorrono sotto gli occhi in questo momento? Perché avvenga comunicazione infatti è necessario che qualcosa di fisico accada tra due individui che vogliono comunicare: normalmente si usano onde d’aria che chiamiamo suoni o radiazioni elettromagnetiche che ci permettono di vedere gesti o scritture. Se fossimo fisici potremmo però forse aggiungere che potremmo anche comunicare con variazioni del campo

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gravitazionale e qui davvero viene la voglia di pensare ad un dialogo tra galassie. In assenza di qualche intermediario fisico comunicare è impossibile”. Potrebbero esistere dunque le basi per un linguaggio universale? “Se per universale si intende tra tutte le forme viventi e dotate di intenzione di comunicare penso proprio di no. La linguistica ormai ha chiarito che la struttura di una lingua umana dipende direttamente dall’architettura del cervello e dunque anche semplicemente rimanendo sul nostro pianeta non essendo tutti cervelli uguali – per le specie che hanno cervelli – un linguaggio universale è impossibile. Una domanda però apparentemente strana e per così dire inaspettata è se possa esistere un linguaggio universale per tutti gli esseri viventi e la risposta è che di fatto, a patto di utilizzare metodi matematici adeguati, tutte le lingue possono essere viste come la variazione su uno stesso tema, con una struttura di base comune”. E sono queste dunque le grandi sfide della linguistica di oggi? “La linguistica è un mondo scientifico vastissimo e c’è spazio per tutte le domande. Mentre è stato tipico della linguistica dell’Ottocento cercare le parentele tra le lingue oggi ci sono vari filoni, tra i quali quelli che cercano di capire come siano incorporate le nozioni logiche nelle lingue umane e quelle che cercano di vedere quale sia la relazione tra le regolarità delle grammatiche e la struttura del cervello. Io, per esempio, sono interessato soprattutto a questo. La sfida oggi è quella di vedere nel dettaglio come fanno i neuroni a comunicare tra loro informazioni su onde elettriche ed elaborare le regole del linguaggio. In fondo, il vero continente misterioso rimane il cervello e tra tutti i compiti il più alieno di tutti è proprio quello che stiamo compiendo ora in questo momento, traducendo piccoli segni di luce in pensieri. Gli alieni siamo noi”.

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Briefing d’inizio anno per il DG ESA Jan Woerner Il direttore generale dell’Agenzia Spaziale Europea Jan Woerner ha incontrato i rappresentanti della stampa, nel consueto briefing d’inizio anno a Parigi, per una veloce panoramica degli avvenimenti del 2016 e quelli futuri. In un paio d’ore ha trattato tutti gli argomenti riguardanti l’attività e la politica spaziale di ESA, compresi eventuali indagini interne ed a livello di cittadini europei su come vedono lo spazio e la nostra agenzia spaziale. Naturalmente ha accennato alla missione Rosetta appena conclusa, a LISA Pathfinder per quanto riguarda lo studio delle onde gravitazionali, a BepiColombo che sarà lanciata nel 2018 verso Mercurio ed all’utilizzo dei satelliti durante questi mesi di terremoto in centro Italia. Buona parte della presentazione ha riguardato il management, la collaborazione e coinvolgimento del settore industriale ed altre politiche di cui abbiamo già riportato recentemente nei nostri articoli: United Space for Europe, Budget e Ministeriale 2016. Parlando di programmi umani e scientifici, ecco qualche notizia interessante: Nuove missioni per gli astronauti europei L’operatività della Stazione Spaziale Internazionale è stata confermata fino al 2024 da tutti i partners coinvolti e con essa l’avvicendamento degli equipaggi a bordo, di conseguenza tutti gli astronauti europei attivi avranno la possibilità di compiere almeno un altro volo. Per gli astronauti della classe 2009 sono già state stabilite le nuove missioni di Alexander Gerst nel 2018 e Luca Parmitano nel 2019, per Samantha Cristoforetti, Andreas Mogensen, Tim Peake e Thomas Pesquet che attualmente si trova sulla ISS, si tratta solo di aspettare il susseguirsi degli assegnamenti. Il veterano Paolo Nespoli (classe 1998 e 2 voli in attivo) partirà già questo maggio verso la ISS, mentre si sono aperte delle possibilità per il ritorno allo stato attivo per Roberto Vittori (classe 1998 e 3 voli in attivo) e Pedro Duque (classe 1992 e 2 voli in attivo) che quindi rientrano in lista per una missione. Ad essi si aggiungerà Matthias Maurer (riserva classe 2009) come possibile membro di una missione.

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Exomars “Una dimostrazione di collaborazione internazionale nonostante le crisi e le tensioni diplomatiche tra alcune delle nazioni coinvolte.” Il fallimento del lander Schiaparelli non ha impedito di raccogliere una grande quantità di dati per lo sviluppo della prossima missione del 2020. La causa principale del fallito atterraggio morbido di Schiaparelli è imputabile al flusso di informazioni che dai giroscopi, arrivava al computer, saturandolo di dati spesso in contraddizione tra loro, ed a come questo ha utilizzato le diverse informazioni. L’orbiter TGO sta comunque portando avanti regolarmente la propria missione. Galileo Lo scorso 15 dicembre è ufficialmente iniziata l’operatività del sistema di posizionamento globale europeo con i primi 18 dei 30 satelliti previsti. Purtroppo si sono evidenziati anche dei problemi con alcuni orologi atomici a bordo dei satelliti che comunque, per ridondanza, ne hanno a bordo quattro, due “passive hydrogen maser” e due “rubidium atomic clocks”. Sette satelliti hanno perso un orologio, mentre un satellite ne ha persi due. Gli orologi atomici sono necessari anche per effettuare le correzioni dovute a quanto espresso dalla teoria della relatività, cioè che lo scorrere del tempo è influenzato sia dalla velocità che dalla gravità. Senza le correzioni l’errore di posizionamento risultante sarebbe di 500 metri in un’ora. Woerner ha ben chiarito che ciascun satellite, per funzionare, necessita di un solo orologio, nessuno dei satelliti è compromesso e quindi l’operatività totale della costellazione non risente di questi problemi. NASA In seguito al cambio di presidenza, ESA è in attesa di conoscere chi sarà il prossimo amministratore, ma è comunque già in contatto con team che si sta occupando della transizione per garantire la continuità della collaborazione soprattutto per quanto riguarda la ISS e l’ESM per la capsula Orion. Ariane 6 e VEGA Per essere più competitivi sul mercato molte compagnie stanno pensando e sviluppando tecnologie riutilizzabili. ESA ha deciso che per i due nuovi vettori europei in corso di sviluppo, Ariane 6 e VEGA-C, verranno utilizzate tecnologie già esistenti ed affidabili, che consentiranno una riduzione dei costi stimata intorno al 50%. “L’esperienza dello space shuttle, molto costoso anche se riutilizzabile, ci ha fatto pensare che quella potrebbe non essere la sola strada per abbassare i costi.”

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Moon village L’idea di stabilire, al termine del programma ISS, una base permanente internazionale sulla Luna era stata illustrata nel febbraio 2016 proprio dallo stesso Woerner, che questa volta ha voluto puntualizzare un dettaglio preciso: “Il Moon Village è un concetto, non è un singolo progetto ma un insieme di idee e progetti che confluiscono nell’idea del Moon Village. ESA propone e coordina il concetto, ma diverse entità, agenzie spaziali, compagnie private o altro devono sviluppare le idee.” AIM Woerner ha voluto chiarire che l’Asteroid Impact Mission (AIM) non è stata definitivamente cancellata ma temporaneamente messa da parte per mancanza di fondi durante la scorsa ministeriale. ESA sta valutando delle soluzioni per rifinanziare la missione, anche in versione ridotta. Attualmente comunque ci sono contratti in essere con l’industria. Il programma capitanato dall’Italia, per lo sviluppo di un piccolo veicolo automatico orbitale direttamente derivato dall’IXV del 2015, che possa anche raggiungere la ISS e rientrare a terra con volo planato, è confermato ed avviato. Dream Chaser ed Ariane Woerner ha confermato che Sierra Nevada Co. sta sviluppando il proprio mini-shuttle riutilizzabile anche per essere lanciato da un Ariane 5 o Ariane 6, con le ali piegate per essere contenuto nel fairing. A febbraio il CEO di Sierra Nevada sarà in Europa per parlare proprio di questa collaborazione. DI SIMONE MONTRASIO

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Ecco l’idrogeno metallico. A che cosa servirà? Ipotizzato dalla fisica teorica, l’idrogeno metallico sembra essere diventato realtà grazie al lavoro di due ricercatori dell’Università di Harvard Provare l’esistenza dell’idrogeno metallico è qualcosa che i fisici cercano di fare da più di 80 anni. In linea teorica, infatti, l’idrogeno che si trova in questa forma potrebbe possedere proprietà che segnerebbero una svolta dal punto di vista energetico. Ma nonostante le numerose teorie ed esperimenti, nessuno è riuscito a dimostrare che le molecole di idrogeno possono separarsi in atomi singoli e cominciare a comportarsi come un metallo. Ora però, due ricercatori dell’Università di Harvard sembrano essere riusciti nell’impresa, come appena mostrato in un esperimento i cui dettagli sono stati pubblicati su Science. Gli autori dello studio si sono rifatti al lavoro teorico di Wigner e Huntigton, due fisici che nella prima metà del Novecento ipotizzarono il passaggio dell’idrogeno molecolare (H2) ad atomo metallico (H) in condizioni di alta pressione, ossia a circa 25 gigapascals (GPa). Nonostante negli ultimi anni diversi esperimenti abbiano ampiamente dimostrato che i calcoli dei due fossero del tutto errati, l’idea di comprimere l’idrogeno fino a trasformalo in metallo non è mai stata scartata. Gli autori Ranga Dias e Isaac Silvera hanno quindi provato a comprimere l’idrogeno a una pressione 20 volte superiore a quella teorizzata da Wigner e Huntigton, 495 GPa, portando la miscela a una temperatura di -268 gradi centigradi: le misure spettroscopiche hanno a questo punto registrato la separazione dell’idrogeno molecolare standard in atomi metallici distinti. Restano comunque molte domande ancora aperte, soprattutto relativamente allo stato del presunto idrogeno metallico. Gli autori del lavoro presumono che la fase metallica dell’elemento si trovi presumibilmente allo stato solido, ma non hanno alcuna prova sperimentale che riesca a discriminare tra quest’ultimo e lo stato liquido. Sempre in linea teorica, se si fosse ottenuto dell’idrogeno metallico allo stato solido, si sarebbe allora verificato un cambio di fase della materia, in cui gli atomi di idrogeno si sono disposti in un reticolo cristallino di nuclei atomici, ossia di soli protoni, separati da uno spazio paragonabile alla lunghezza d’onda dell’elettrone. Gli elettroni, invece, si comporterebbero come se fossero parte di un metallo conduttore. Nell’alternativa liquida, invece, i protoni non sarebbero organizzati in un reticolo cristallino, bensì in un sistema “liquido”, per l’appunto, di protoni ed elettroni. “Nel corso degli ultimi 30 anni, nell’ambito della ricerca in altissima pressione si sono succeduti numerosi annunci riguardo alla creazione di idrogeno metallico in laboratorio, ma sono stati tutti successivamente smentiti”, spiega in un comunicato Eugene Gregoryanz, della Scuola di Fisica e Astronomia dell’Università di Edimburgo, che lo scorso anno si avvicinò a creare lo stato atomico e metallico puro dell’idrogeno previsto dalla fisica teorica. “Ora che abbiamo raggiunto questo traguardo – raccontano gli autori Dias e Silvera – la prossima sfida sarà quella di testare la stabilità dell’idrogeno a diverse temperature e vedere se esiste un modo per poterlo produrre in grandi quantità”. L’idrogeno metallico si suppone sia superfluido e superconduttivo ad alte temperature, ed essendo più denso dell’idrogeno standard, una volta convertito in una forma ordinaria potrebbe produrre considerevoli quantità di energia, a tal punto da essere un propellente 5 volte più efficiente del comune idrogeno liquido. Ma ci vorrà ancora del tempo per testare tutte le sue capacità.

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Svelate le nuove tute spaziali per gli astronauti di Starliner Sono più leggere, comode e tecnologiche di quelle utilizzate per lo Space Shuttle Gli astronauti che voleranno in orbita a bordo del veicolo spaziale Starliner della Boeing indosseranno tute più leggere e più confortevoli di quelle degli astronauti che li hanno preceduti. La tuta spaziale è basata su un progetto storico, incontra i requisiti NASA per la sicurezza e funzionalità ed introduce innovazioni altamente tecnologiche. La Boeing ha svelato le proprie tute spaziali, chiamate 'Boeing Blue' per il loro colore, mercoledì mentre la compagnia procede verso i voli di prova del proprio veicolo spaziale Starliner ed il sistema di lancio che porterà gli astronauti verso la Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Alcuni miglioramenti nel design sono: Leggerezza e maggiore flessibilità attraverso l'utilizzo di materiali avanzati e nuovi sistemi di giunzione. Elmetto e visore incorporato nella tuta invece che essere separato. Guanti sensibili per il tocco degli schermi touch. Ventilazione interna che permette agli astronauti di essere più raffreddati ma di pressurizzare la tuta immediatamente. La tuta completa, che comprende anche le calzature integrate, pesa circa 9 kg con tutti gli accessori - circa 4,5 kg più leggera delle tute di lancio e rientro utilizzate dagli astronauti dello Space Shuttle. I materiali delle nuove tute Starliner lasciano che il vapor d'acqua traspiri, lasciando l'astronauta asciutto mantenendo l'aria all'interno. Questo rende le tute raffreddate senza sacrificare la sicurezza. I materiali nei gomiti e ginocchia danno agli astronauti un maggior grado di movimento, mentre cerniere poste strategicamente permettono di adattare la forma della tuta sia che ci si trovi in piedi o seduti. "La parte più importante è che la tuta ti tenga vivo," dice l'astronauta Eric Boe. "Questa è molto più leggera, si adatta maggiormente alle forme ed è più semplice, cosa che è sempre un bene. I sistemi complessi possono guastarsi più facilmente ed invece averli semplici come in questa tuta è sempre meglio." Certo la tuta deve essere funzionale come sicura, dice Boe. Se un astronauta è tenuto dalle cinture di sicurezza ma non può raggiungere i comandi o lavorare con lo schermo touch, la tuta spaziale non sarà funzionale. Questo è il motivo per il quale gli astronauti hanno trascorso molto tempo seduti all'interno del modello di uno Starliner indossando le tute spaziali. Essi sono saliti ed usciti ripetutamente per provare differenti posizioni in modo da stabilire il miglior modo nel quale gli astronauti possono lavorare all'interno dei confini del veicolo spaziale. "Le tute spaziali agiscono come una riserva di emergenza ridondante del sistema di supporto vitale dell'astronave," dice Richard Watson, responsabile dei sottosistemi per le tute spaziali del Programma Commerciale Equipaggio (CCP - Commercial Crew Program) della NASA. "Se tutto fila liscio durante la missione, non c'è bisogno della tuta spaziale. E' come avere un'estintore vicino al cruscotto. Ne avrai bisogno solo quanto sarà necessario." Boe e gli altri astronauti Bob Behnken, Doug Hurley e Suni Williams si stanno addestrando per i voli di prova utilizzando le capsule in fase di allestimento per il programma CCP della NASA, compresa la Starliner di

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