N° 5 - Filmese Febbraio 2017

 

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N° 5 - Filmese Febbraio 2017

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5 FEBBRAIO 2017 1 IL PUNTO 2 FOCUS SUI FILM 3 IL CALENDARIO 4 I FILM DI FEBBRAIO 12 IL RITRATTO 13 I FESTIVAL 16 LE NEWS DEL CIRCOLO FILMESE-SCHERMI DʼAUTORE Registrazione presso il Tribunale di Verona n. 68 del 4.10.1954 - Responsabile: Lorenzo Reggiani - Editore: Circolo del Cinema - Stampa: Grafiche Aurora S.r.l. - Via della Scienza 21 - Verona ENTE SOSTENITORE DEL PROGETTO DI CATALOGAZIONE, DI VALORIZZAZIONE E DI MESSA IN RETE DEI MATERIALI DELLA BIBLIOTECA-ARCHIVIO DEL CIRCOLO DEL CINEMA. si ringrazia Banca Popolare di Verona Agsm Verona Il punto FILM POPOLARI E ARTISTICI Ma di che cosa parliamo quando parliamo di cinema? Parliamo di arte o di industria? Qualcuno si è preso una grande responsabilità definendo l’invenzione dei fratelli Lumière “la settima arte”. Da quel giorno è cominciato l’infinito dibattito globale che riguarda questo meraviglioso spettacolo popolare, proiettato sugli schermi dell’intero pianeta. Si sono combattuti fin da subito due schieramenti: quelli che sostengono che il cinema non è industria, ma arte, e quelli che ritengono che invece non lo è ma che talvolta può diventarlo. Tra i primi figurano gran parte dei critici e certi autori cinematografici. Tra i secondi molti personaggi del mondo cinematografico, tra cui lo sceneggiatore Enrico Vanzina (autore, con il fratello Carlo, di numerosissimi film di successo cosiddetti popolari). “I film che diventano opere d’arte sono una eccezione – scrive in un saggio del volume Il pregiudizio universale (ed. Laterza) –. Normalmente il Cinema è un prodotto, più vicino all’artigianato, che viene sfruttato economicamente”. Vanzina però osserva che, “contrariamente ad una larga parte dei prodotti industriali, realizzati in serie, nell’industria cinematografica non esistono film che assomigliano ad altri. Sono tutti prototipi. (…) Naturalmente – ribadisce – talvolta il Cinema può anche diventare Arte. Ma solo talvolta. Capita in casi eccezionali (…). Un film, particolarmente speciale, per forma e contenuti, può salire nell’Olimpo dell’Arte”. Osserva Vanzina, figlio di Steno (autore di una novantina di film come regista e di centocinquanta sceneggiature) che i film che diventano Arte, anche se il Cinema non produce per forza Arte, possono provenire da qualsiasi genere: commedia, thriller, melodramma, horror, western, fantascienza, film politico, film impegnato, ecc. “Il punto fondamentale – sostiene – è che questi film appartengono tutti al genere superiore del cinema popolare”. Dice questo Vanzina perché vuole smontare un pregiudizio diffuso: il cinema popolare non è arte. “Se prendiamo in considerazione quei film che la critica considera artistici – scrive – scopriamo che in moltissimi casi sono non solo artistici ma profondamente popolari”. Cita La dolce vita e siamo d’accordo, come su molti altri titoli che si potrebbero citare, anche di registi che sembrerebbero autori di film assolutamente non popolari, quali Visconti, Rosi, Petri, Antonioni. “Quello che la critica individua come prodotto d’arte – conclude – in realtà è un prodotto innanzitutto popolare”. E i film che proponiamo al Circolo? Forse anche verso questi esiste un pregiudizio: che non siano popolari. Di più: che siano impegnati, difficili, “pesanti”. Quindi artistici. Come se il termine fosse un sinonimo. Invece è un pregiudizio. Da smontare. Film popolari possono essere artistici. E film artistici possono essere popolari, quindi divertenti, interessanti, leggeri. I film programmati al Circolo lo dimostrano. Azzerando i pregiudizi. Lorenzo Reggiani ASSOCIAZIONE CULTURALE CINEMATOGRAFICA FONDATA A VERONA NEL 1947 / ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE DELLA REGIONE VENETO - CODICE PS/VR 0215 / RASSEGNE / INCONTRI E CONFERENZE / EDITORIA / BIBLIOTECA E ARCHIVIO STORICO / EMEROTECA / VIDEOTECA / SEDE SOCIALE: VIA DELLA VALVERDE N. 32 - 37122 VR telefono 045 8006778 - info@circolodelcinema.it - www.circolodelcinema.it / pubblicazione non in vendita riservata ai soci e agli amici del circolo

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focus sui film del circolo Questa rubrica è riservata ai Soci che desiderino esprimere le loro impressioni sui film proposti dal Circolo. Ospitiamo in questo numero le critiche di Diego Pasetto, ma saranno benvenuti anche contributi di altri Soci. Passeri La chiesa è l'utero immacolato e armonico da cui Ari è espulso, solo, in volo come un atomo disperso in una estensione fredda, refrattaria, di rocce e di brume. "Benvenuto all'Ovest". Benvenuto alla vita di frontiera dove radi esuli si stringono a una qualche nicchia di calore, vera, presunta o palliativa. Benvenuto nella terra dove anche d'estate vi sono ombre gelide di neve, chiazze di colpe, rimorsi, rese morali, occasioni perdute, incapaci a sciogliersi. Interdetto il ritorno ad uno stato placentare, segue le briciole d'infanzia lasciate nel bosco del tempo: la nonna, la vuota casa genitoriale, la tenera, indimenticata amicizia della prima età. Il padre, colui che dovrebbe essere la guida in questo territorio esistenziale è uno scafo in affondamento. La sua umanità, anestetizzata dal disinganno e dall'alcol, affiora solo a tratti, in ritardo, inutilmente. La maschera di ruvidezza e di machismo (equivalenza di debolezza!) è solo la pelle morta dell'antica fierezza vichinga, della stirpe battagliera sempre protesa alla navigazione, al viaggio, alla scoperta, al richiamo delle lontananze oltre le nebbie nordiche. Al contrario egli sembra incapace di qualsiasi balzo al di fuori di se stesso e della propria condizione e, come un lichene sulla pietra artica, si àncora in una impasse morale e relazionale, cieco labirinto senza uscita tra lavoro e orge. Non può essere il modello, l'esempio (a cui fa vanamente appello la nonna) l'accompagnatore del figlio verso la vita; è solo un esile ancoraggio, roso nella sua immobilità dalla marea di una realtà orba di prospettive e vuota di talenti. Così il ragazzo è come un cristallo gettato in un recinto di ungulati. È costretto a passare attraverso i riti di iniziazione di quel clan, di quel luogo, squallide cerimonie di consacrazione alla morte civile nutrita a flebo di mediocrità televisiva e dedita al passatempo a biglietto gratuito del sesso. Un cristallo la cui voce è simbolo limpido della sua sensibilità, la cui voce cerca il suo resiliente esilio nella cattedrale arrugginita di un serbatoio, ma la cui preziosità poco interessa. Eppure, nonostante egli si pieghi alle prassi di quel modo di vita, riesce a trasmettere attraverso un nucleo armonioso, il suono della sua anima, un fluido riparatore, terapeutico, di candore, emozione e speranza, che restituisce sacralità alla morte, che risana un giovane corpo violato e sprecato, che si fa carico di ripescare un affetto dal fondo del pozzo di torpore in cui un uomo è obliato. (D.P.) Mòzes, il pesce e la colomba Che i pesci tornino a nuotare e gli uccelli a volare non è semplice questione di natura ma un complicato tragitto "nel giardino non sarchiato, che va in seme". Il riferimento alla visione amletica della vita, sciarada pressoché irrisolvibile, urge nella incarnazione di un personaggio ("della stessa sostanza dei sogni"!) sospeso tra vera e presunta eccezione psichica, tra melanconia depressiva e richiami vitalistici, sospeso sulla foce post-puberale e trattenuto dalle pesanti gomene dell'ormeggio paterno. L'uso (qui parodistico) dell'espediente shakespeariano dello spettro è la realizzazione visiva di ciò che si conosce molto bene ma che raramente ci si confessa: la persistenza, la consistenza volumetrica, ponderale, di conflittualità insolute e/o di ossessioni, astratte o antropomorfe, ben più presenti e influenti nella Realtà (della mente), che non situazioni e/o persone "visibili", quelle che nella vita si considerano "tangibili e concrete". Il groviglio edipico, decolorato della sostanza materna, s'incentra sul persistente rimbalzo di opposizioni tra figlio e genitore maschile, il quale, anche dopo essere passato ad "altro stato", persevera nell'imporre la propria "esistenza" sia nella sfera pubblica del ragazzo che in quella più marcatamente privata (e freudiana per eccellenza) del sesso. Ma si sa che il medico austriaco riconosceva nell'ombra che emana dal padre la più vasta proiezione del simulacro dell'Autorità: lo Stato, la Religione,… Dio. In effetti l'autrice ci trasporta in una baudelairiana "foresta di simboli che l'uomo (il protagonista e noi con lui!) attraversa nel raggio dei loro sguardi familiari" in cui la banalità del quotidiano riserva quasi sempre una lettura che, proprio per l'apparente casualità e la contemporanea peculiarità dell'accadimento, ci induce a convertire i puri accidenti in rimandi rappresentativi di relazioni complesse di carattere personale (padre-figlio), antropologico (individuosocietà, popolo, culto), politico (individuo-Stato, regime). La cattura, l’"esilio" e la liberazione del pesce; la morte fisiologica del pastore e il simultaneo schianto che frantuma la testa del Cristo; la cerimonia funebre che non spicca in volo spirituale ma che si impasta di terra, pettegolezzo e brama sessuale; la gara di velocità con i "tutori dell'Ordine"; la patetica recita e il dissacrante travestimento; sono solo alcuni esempi. Il tentativo del protagonista di trovare ragione nell'assurdità del presente e nell'ingombrante retaggio del passato (padre-astrazione dell'autorità) passa attraverso vari stadi fallimentari: i consigli della zia bulimica, il parere iperconvenzionale dello psichiatra, l'esoterismo unto da officina meccanica. Non funziona nemmeno il voler mettersi negli stessi panni e nella funzione del fu presbitero. Certo il dialogo col "defunto" non è che aiuti granché. C'è dell'incongruo anche di sostanza: il fantasma passa attraverso porte e muri ma si "sventola" eccitato fuori dal finestrino della macchina. Più che la tragicità di un trapasso è l'ironia di un trasferimento accelerato nel rimbambimento senile o di una fase di pre-rottamazione sistemica: "Papà ci guarda dal paradiso?" chiede la sorellina e vediamo l'uomo che si dondola sulle molle di un dinosauro di plastica con il beffardo sottofondo della canzone "Heaven is a place on earth". "Forse è questa la vita eterna." … Non scherziamo! Il fuoco, fisicamente e (ancora una volta allegoricamente), fa un azzeramento delle circostanze. Mòzes, maschera mono-espressiva del disagio, infine si allontana dal giardino inselvatichito della famiglia-società. S'imbarca precariamente sul lago, specchio di promesse, incurante delle guglie fumanti delle fabbriche, senza guida, senza remo, alla deriva di una libertà da scoprire, alla fortuna di nuovi incontri. (D.P.) 2

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programma di febbraio 2017 15 GIOVEDÌ 2 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 UN MOSTRO DALLE MILLE TESTE di Rodrigo Plá Messico, 2015 - durata: 1h 17’ 16 attenzione: cambio orario GIOVEDÌ 9 - ORE 16.30 - 19 - 21 I CORPI ESTRANEI di Mirko Locatelli Italia, 2013 - durata: 1h 42’ serata con l’ospite (vedere a pag. 6) 17 GIOVEDÌ 16 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 PAROLA DI DIO di Kirill Serebrennikov Russia, 2016 - durata: 1h 58’ 18 GIOVEDÌ 23 - ORE 16.30 - 19 - 21.30 FESTA • FRAMMENTI • LO ZEBÙ E LA STELLA di Franco Piavoli Italia, 2016/2012/2007 - durata: 1h 9’ serata con l’ospite (vedere a pag. 10) puntualità e cellulari spenti sede delle proiezioni: CINEMA K2 - via Rosmini 1 - Verona 3

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15 film GIOVEDÌ 2 FEBBRAIO 2017 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 UN MOSTRO DALLE MILLE TESTE regia di Rodrigo Plá Messico, 2015 - durata: 1h 17ʼ sta Jana Raluy, una delle grandi interpreti del teatro messicano che fino ad ora aveva poco frequentato il cinema (di più la televisione, ma soprattutto serie che in Italia non sono ancora arrivate). Muovendosi tra la paura di chi si vede un'arma puntata contro e lo stupore del figlio che non si capacita delle azioni della madre, il film prende quell'andamento, tra il dramma e la commedia involontaria, che diventa la cifra espressiva della messa in scena di Plá. Il regista – riprendendo una distanza dalle cose narrate che aveva già messo in pratica per La Zona – non vuole seguire la strada tradizionale che funzionerebbe in un film hollywoodiano, dove il piccolo Davide subisce i soprusi dei Golia della medicina alla ricerca di una strada (spesso legale) per far valere le proprie ragioni. (Paolo Mereghetti da Il Corriere della Sera, 31 ottobre 2016) PREMI Ariel Awards, Messico 2016: Miglior soggetto tratto da un’altra fonte (Laura Santullo), miglior regia (Rodrigo Plá); Biarritz Festival Internazionale del Cinema Latino Americano 2015: premio della giuria (Rodrigo Plá); Havana Film Festival 2015: miglior attrice (Jana Raluy); Hermosillo Film Festival Internazionale, Messico 2015: Miglior lungometraggio messicano, miglior attrice (Jana Raluy), miglior sceneggiatura (Laura Santullo); Film Festival Internazionale di Istanbul 2016: Golden Tulip premio nella competizione Internazionale; Film Festival Internazionale di Morelia, 2015: miglior attrice (Jana Raluy). Malasanità in Messico, per usare un eufemismo. Dall'autore di origine uruguaiana del premiato La zona è la ricostruzione di un'avventura tragica per il rispetto dei diritti, a mano armata. Cinema di denuncia al ghiaccio, via i contorni d'ambiente, le digressioni, la simpatia dei personaggi, resta soltanto l'analisi dei fatti in campi lunghi, profondità di campo, sfasature dei punti di vista e sfocature dei dettagli per mettere in scena opacità sociale e accordi illegali. Disperata per l'errore di terapia al marito malato di cancro, quando scopre che la colpevole indifferenza dei medici dell'assicurazione nasconde un sistema di omissioni e corruttele per il profitto aziendale, Sonia impugna la pistola, seguita dal figlio adolescente, incredulo, ma non incosciente, decisa a ottenere le firme necessarie ai documenti di cura, minaccia un dottore, ne ferisce un altro e sequestra un dirigente. Si fa sentire un certo determinismo di azioni e reazioni, in eco col formalismo della violenza alla Haneke. Ma il graffio freddo del racconto funziona. Anche qui la sceneggiatura è di Laura Santullo, moglie del regista Plá. (Silvio Danese da Il Giorno, 03 novembre 2016 ) Nato in Uruguay ma trasferitosi in Messico, Rodrigo Plá è sicuramente uno dei nomi da tener presente nella rinascita del cinema in America Latina. L'aveva dimostrato nel 2007 con il suo film d'esordio (La Zona, premio opera prima a Venezia), lo conferma adesso con questo Un mostro dalle mille teste. Il film permetterà meglio di apprezzare la bella prova della protagoni- 4 Il marito sta morendo per un tumore, forse un farmaco costoso potrebbe salvarlo, ma i 'mostri' dell'assicurazione non vogliono pagare. L'intrepida moglie non ci sta. Prende la pistola e insieme al figlio va a caccia dei responsabili. Tutto avverrà in una notte buia, senza speranza. Rodrigo Plá, sudamericano furente, gira quasi una variante noir dell'ultimo Loach (Io, Daniel Blake). Esagerato ma emozionante. (Claudio Carabba da Sette, 04 novembre 2016 ) Arriva finalmente il film che l'anno scorso aprì 'Orizzonti' entusiasmando Venezia. Lo ha diretto Rodrigo Plá, regista messicano ma uruguayano di nascita che nel 2007 al Lido aveva vinto il Leone del Futuro con il bellissimo La zona, poi distribuito da Nanni Moretti. Ora quel futuro è arrivato e Plá mantiene le promesse. Non fosse nato prima, Un mostro dalle mille teste sembrerebbe la versione thriller di I, Daniel Blake di Ken Loach. Con una moglie in ansia per il marito al posto del falegname disoccupato in guerra con la burocrazia. Al centro di un film che non smette di spiazzarci, interrompersi, interrogarci. Tenendoci sulla corda ma senza giocare con i nostri riflessi condizionati come fa oggi il 99% dei thriller. Sonia, infatti (l'eccellente Jana Raluy, attrice fin qui di teatro e tv), ha un marito col cancro, un figlio adolescente, un dottore che si fa negare perfino quando va a cercarlo nella grande società di assicurazioni per cui lavora. Perché quella mutua privata (meno di un decimo dei messicani può permettersi un'assicurazione sanitaria) nega a suo marito una certa terapia? E perché nessuno vuole parlarle? Pistola in pugno, figlio al seguito, Sonia decide di capirlo da sé, costi quel che costi. Ma quello che potrebbe essere solo un thriller sociale come tanti diventa un viaggio anche 'morale' dentro una vicenda in cui tutti, Sonia in testa, hanno torto. Raccontato da un regista che frammenta l'azione, torna indietro, cambia punto di vista, inserisce voci fuori campo che commentano gli eventi 'dopo', in tribunale. E ogni volta cambia tono, emozione, registro. Fino a rendere tutto così sfaccettato e complesso che i 75 minuti del film sembrando durare il doppio. Miracoli del buon cinema, regista e attori hanno passato tre mesi insieme a provare, 'per creare i legami fra i personaggi', dice Plá. Ma anche della collaborazione con l'autrice del romanzo da cui è nato il film, Laura Santullo. Una sintonia così perfetta che nella vita regista e scrittrice sono marito e moglie. (Fabio Ferzetti da Il Messaggero, 03 novembre 2016) Per la dettagliata analisi del contesto sociale richiama il romeno La

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morte del dr. Lazarescu, ma con più ritmo; l'acuta osservazione delle disfunzioni di una burocrazia che annienta l'individuo rimanda al cinema di Ken Loach, senza però l'umorismo britannico. Referenze a parte, è il secondo film del messicano Rodrigo Plá a planare sulla platea veneziana (a 'Orizzonti' nel 2015) dopo il thriller sociale La zona. Il prologo è l'ennesima crisi di Memo, 50enne ammalato di cancro. Il pronto intervento ritiene che il trattamento cui è sottoposto non sia adeguato e spinge la moglie a farsi prescrivere un diverso medicinale. Facile a dirsi: scopriamo a poco a poco che il sistema sanitario è in mano alle assicurazioni, che ai dottori conviene rifiutare il maggior numero possibile di trattamenti, anche se prescritti dal ministero della salute. Un sistema viziato da inefficienza e disumanità, come dimostra l'inutile attesa del medico, nella sala d'attesa di Alta Salud: questi si sottrae, scatenando frustrazione e una reazione che immerge il film in un'atmosfera thriller. Il dottore viene pedinato, la moglie del paziente col figlio adolescente comincia a reagire, se del caso a minacciare con la pistola: il suo viaggio della disperazione, per una firma su un pezzo di carta, la conduce in circoli sportivi, internet center, case di avvocati e notai. Plá introduce continuamente nuovi personaggi, spesso inquadrati frontalmente in attesa dell'ingresso in scena; scatena solidarietà e crea suspence senza retorica né indugi, con una regia misurata; le richieste inascoltate della protagonista sono isolate acusticamente, attraverso un parabrezza o un videocitofono, nella loro essenza d'impotenza. Le reazioni che produce sono frutto di sensi di colpa, di egoismo smascherato o di un consenso che scaturisce da un gesto semplice quanto raro, la lettura di referti e documenti. Mentre la città è ferma per la finale di Coppa America, si compie il destino di una famiglia spezzata, la cui dignità emerge nonostante tutto. Un film che non lascia indifferenti, tutto da scoprire. (Mario Mazzetti da Vivilcinema, N°5 2016) La quarantenne Sonia Bonet vive con il marito malato di cancro e un figlio punk-rocker adolescente. Le cure che i medici hanno prescritto per l'uomo non sembrano sufficienti, così Sonia si rivolge alla sua assicurazione sanitaria sperando di ricevere aiuto. Ma dopo essersi scontrata con la noncuranza e l'indifferenza delle istituzioni, finirà in una vertiginosa spirale di violenza. Un tipico cinema di denuncia, feroce e disilluso, che si scaglia contro un sistema sanitario simile a 'un mostro con mille teste'. Al centro, una famiglia medio-borghese all'apparenza perfettamente inserita nei meccanismi di una società che si rivela corrotta, indifferente, inefficiente. Tecnicamente, Rodrigo Plá è un regista davvero 'mostruoso': la costruzione delle scene non è mai banale ed è sempre funzionale alla narrazione. Sarebbe stata interessante da parte di Laura Santullo, sceneggiatrice e autrice del romanzo omonimo nonché moglie di Plá, una maggiore attenzione nei confronti di Dario, il figlio di Sonia, interpretato dal fenomenale Sebastiàn Aguirre Boëda, già tra i protagonisti di Güeros di Alonso Ruizpalacios. Se vi è piaciuto guardate anche La zona (2007), un altro salutare pugno nello stomaco della filmografia del messicano Plá. (Emiliano Dal Toso da Ciak N°11 2016) Le condizioni di Guillermo sono disperate e necessitano cure costose: per affrontarle, sua moglie Sonia intraprende una lotta contro la compagnia di assicurazione che si nasconde in una burocrazia kafkiana (e corrotta) pur di non aiutarla. È dunque la disperazione estrema a portare lei e il figlio nei meandri di un inferno violento. Opera seconda del talentuoso messicano già vincitore del Leone del Futuro veneziano nel 2007 per La zona, Il mostro dalle mille teste contiene nel suo titolo la metafora di un dramma sociale apparentemente senza uscita. Attraverso un uso sapiente della macchina da presa e del montaggio, Plá rappresenta i fatti in una soggettiva 'identificante' per lo spettatore che diventa anche riflessione sulle scelte sbagliate. La vittima diventa cosi un carnefice fatale come la costante alternanza tra fuoco/fuorifuoco dell'obiettivo crea l'impressione di un ribaltamento morale. Presentato alla Mostra veneziana del 2015 con il plauso della critica. (Anna Maria Pasetti da Il Fatto Quotidiano, 03 novembre 2016) Il marito di Sonia è gravemente malato. Un referto oncologico consiglia il ricorso a un farmaco specifico, efficace, costoso. Eppure l'assicurazione sanitaria respinge la richiesta. Nessun perché, solo un diniego. Il fatto è che Sonia non è una persona passiva: non accetta il mistero, mette in dubbio la scelta proveniente dall'alto, conosce i termini del contratto. È documentata. Fa domande. E quando non le rispondono, quando la evitano, decide di farsi ascoltare. Con una pistola tra le mani. Dal sistema pubblico come Leviatano di Io, Daniel Blake di Loach a questo 'mostro dalle mille teste', aberrante esempio di sanità privata: ancora una persona nell'ingranaggio di un meccanismo insensibile, per poter ottenere semplicemente quel che le spetta. 75 minuti, inquadrature scentrate, turbamenti di fuoco, pesature compositive fuor di antropocentrismo. Perché per le immagini di Plá, il fulcro non è Sonia. Il dramma è dimostrativo a partire dai quadri, dalla struttura programmaticamente cubista: le voci del futuro processo legale, dei testimoni della vicenda, s'adagiano sulla rivendicazione violenta della protagonista, la scompongono, la riguardano. Creano un coro in cui a ignavia si somma ignavia. Una visione d'insieme che per Sonia è una visione d'inferno. Nessuno, dalla segretaria al potente, sa dirsi responsabile. C'è solo un'accusata. Tutto il resto dei punti di vista è assolto. E 'lo stesso coinvolto'. (Giulio Sangiorgio da FilmTv, N°44 2016) t.o. Un monstruo de mil cabezas - Soggetto: tratto dal libro di Laura Santullo - regia: : Rodrigo Plá - sceneggiatura: Laura Santullo - fotografia (colore): Odei Zabaleta - Montaggio: Miguel Schverdfinger - musica: Jacobo Lieberman, Leonardo Heiblum - interpreti: : Jana Raluy (Sonia Bonet), Sebastián Aguirre Bë̈da (Darío), Hugo Albores (Dott. Villalba), Nora Huerta (Lilia), Daniel Giménez Cacho (Nicolás Pietro) - produzione: Sandino Saravia Vinay, Rodrigo Plá per Buenaventura Cine - origine: Messico, 2015 - durata: 1h 17’. RODRIGO PLÁ Nato nel 1968, uruguayano di nascita ma messicano d’adozione, studia cinema presso il Centro de Capacitación Cinematográfica (CCC) di Città del Messico, divenendo regista, sceneggiatore e produttore. Dopo diversi riconoscimenti internazionali per i suoi cortometraggi – come lo Student Academy Award come Miglior Cortometraggio Straniero nel 2001 per El ojo en la nuca (2000) – nel 2007 realizza il suo primo lungometraggio La Zona, presentato alla 64° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, con cui si aggiudica il Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima Luigi De Laurentiis ed il premio FIPRESCI al Toronto International Film Festival. Con il suo secondo film Desierto Adentro (2008), presentato alla Semaine de la Critique di Cannes nel 2008, vince il Premio Mayahuel per il Miglior Film al Film Festival di Guadalajara e otto premi Ariel; e con La Demora, presentato al Festival di Berlino nel 2012 vince il Premio della Giuria Ecumenica. Un mostro dalle mille teste è il suo ultimo film. 5

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16 film GIOVEDÌ 9 FEBBRAIO 2017 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21 Lʼultima proiezione sarà anticipata alle ore 21 I CORPI ESTRANEI regia di Mirko Locatelli Italia, 2013 - 1h 42ʼ Saranno presenti il regista Mirko Locatelli e la sceneggiatrice Giuditta Tarantelli al cervello. È una persona semplice, usa il dialetto, non ha grandi mezzi materiali o culturali, solo la sua forza, il dolore che soffoca, una moglie e due figli lontani. Il tunisino Jaber invece (Brahim) è in ospedale con alcuni compatrioti per assistere un ragazzo malato. (...) Barricato nella sua durezza, I corpi estranei schiva ogni possibile trucco di sceneggiatura ma chiede molto allo spettatore. Finendo per poggiare quasi tutto sulle spalle di Timi. E di quella situazione limite. (Fabio Ferzetti da Il Messaggero, 3 aprile 2014) PREMI Angers European First Film Festival 2014: miglior attore (Filippo Timi); Film Festival di Roma 2013: Different Smile Award. In quasi unità di luogo, tempo e azione, sicuramente con un unico baricentro che è il dolore nascosto di un uomo, il giovane Mirko Locatelli torna nel profondo Nord dopo il notevole Primo giorno d'inverno, sempre con un modo asciutto, documentario, impietoso di guardare la realtà. Qui ci racconta quasi senza parole, in una sorta di ovattato ospedale con il grigio lombardo dipinto fuori, il dramma di un padre, solo col suo bimbo di pochi mesi molto malato. Tutto gli è corpo estraneo, compresa la malattia, eccetto il figlioletto che accudisce con ansia animale: sono estranei tutti coloro che incontra, specie un ragazzo arabo che sta curando un amico. (...) Soggetto triste, non nuovo sui nostri schermi dove abbiamo visto il bellissimo La guerra è dichiarata e presto Alabama Monroe, eppure il film di Locatelli è propositivo, non angoscia, mostra la metamorfosi del personaggio, interpretato da Filippo Timi, attore straordinario che qui raggiunge risultati impensabili perché gioca anche contro la sua natura estroversa e deve levare ogni emozione esteriore restituendola però con segno più profondo e tecnicamente dolce. La sua interpretazione, insieme ai ragazzi arabi bersaglio di quel razzismo casual quotidiano che sembra un peccato veniale, è la ragione stessa del film che evita la retorica della malattia e della redenzione pur analizzando come in provetta la nascita della consapevolezza che sfocia alla fine in un certo sorriso. Anche il film stesso prima di vederlo è un corpo estraneo che ci diventa consanguineo specie se raccontato da Locatelli con lo stile di un'istantanea del dolore ma anche della tenerezza e della dolcezza del padre. (Maurizio Porro da Corriere della Sera, 3 aprile 2014) È un film di poche parole I corpi estranei di Mirko Locatelli; però è un film molto eloquente. Grazie all'interpretazione di Filippo Timi, che lo regge quasi per intero sulle proprie spalle, e alla grande; e grazie a una regia calcolatissima e insieme fluida: semi-soggettive, carrelli a precedere e a seguire, fotografia che percorre gli ambienti in lunghi piani-sequenza, come nel cinema dei fratelli Dardenne. Un film che non cerca di compiacere lo spettatore, certo; non cerebrale, però: anzi, emotivamente intenso nel suo linguaggio severo ma 'necessario'. (Roberto Nepoti da La Repubblica, 3 aprile 2014) Due personaggi fatti per non capirsi in un ospedale oncologico di Milano. Antonio (un superlativo Timi) è lì per i figlio, un neonato con un tumore 6 I corpi estranei il nuovo film di Mirko Locatelli – scoperto con il molto bello Il primo giorno di inverno – che mi aveva sorpresa e conquistata, già alla prima visione in concorso al Festival di Roma, può persino spaventare. E invece no: è vero, è un film che ci avvicina alla malattia, pur spostando l'accento su cosa significa questa dimensione per chi sta accanto al malato, i cosiddetti «sani». Ma soprattutto è un film che senza retorica sa raccontarci il sentimento della fragilità. Non il dolore - «rischiava di diventare patetico» aveva detto Locatelli al festival - ma appunto questa fragilità contemporanea diffusa: privata, collettiva, dei nostri tempi, del nostro mondo. E lo fa sperimentando una forma cinematografica lucida, tesa, commuovente, segno di quel cinema italiano «inclassificabile» che nasce fuori dal sistema e forse è per questo il più vitale. La malattia nella scrittura del regista - che firma la sceneggiatura insieme a Giuditta Tarantelli - diviene lo sfondo di una trama su cui si intrecciano i fili del presente, e man mano che il rituale del quotidiano va avanti, coi suoi gesti di speranze e bestemmie, paura e preghiera, voti e amuleti ripetuti all'infinito, si rafforza la sua dimensione di «pretesto» narrativo, un punto di partenza per condurci a qualcos'altro. Pure se ci troviamo in un ospedale, con le pareti spudoratamente colorate di pupazzi, e lo skyline della Milano dei grattacieli. Chi sono allora i «corpi estranei» a cui fa riferimento il titolo? Non quello sparuto gruppo di parenti che si aggirano inadeguati tra i corridoi e i colloqui coi medici in sintonia col codice dominante. Sono tutti padri, o quasi, a parte le donne al capezzale del ragazzo tunisino che intravediamo appena. L'universo del film (dedicato da Locatelli a suo padre) è infatti un universo narrativo di uomini che appaiono ancora più «fuori luogo», rappresentati nel rapporto diretto, intimo, di cura dei figli, che nell'immaginario non gli appartiene. Dove Antonio - a cui da vita Filippo Timi con molta intensità - distrutto nel cuore a dispetto del corpo spaccone, ci appare come la punta estrema di questo maschile goffo, e inadeguato nell'essere al mondo. È una questione di archetipi, di ruoli, come quando ti dicono da piccolino che sei un ometto e non devi piangere. Il maschile ancorato alla sua virile sicurezza, somiglia al pensiero che si attacca a certezze assolute, integralismi di fede, di «razza», di cittadinanza, di famiglia e di sessualità rifiutando il confronto con quanto può metterli in crisi. E trasforma il disagio della certezza in un pregiudizio, dove nascondere il bisogno disperato, e molto indistinto, di qualcos'altro. Locatelli lo cerca sul bordo del riflesso, forse ancora padre e figlio, che mette davanti a Antonio il ragazzo tunisino Water (Jaouher Ibrahim), il «corpo estraneo». Un pedinamento costruito in modo quasi geometrico, senza concessioni, che è quasi una sfida ma non per vincere. Cosa è che interroga al punto da spaventare così tanto Antonio la presenza di quel ragazzino gentile? Forse, appunto, le certezze sedimentate nel luogo comune, razzismo in testa, forse i modelli di comportamento del Padre, dei quali riesce a intuire la segreta «fragilità». Esprimendo qual-

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cosa che obbliga a riposizionare lo sguardo, il proprio essere, le proprie convinzioni. Una lezione di «fragilità» che è la sua grande forza. (Cristina Piccinno da Il Manifesto, 3 aprile 2014) Umbro, operaio e 'zoticone', Antonio (Filippo Timi) arriva a Milano con il figlio Pietro: malato di cancro, il bambino dovrà sottoporsi a un delicato intervento. All'ospedale, l'incontro-scontro tra Antonio e Jaber (Jaouher Brahim, esordiente), un 15enne maghrebino che assiste un amico: due corpi estranei possono toccarsi, capirsi? Se lo chiede Mirko Locatelli, che torna alla finzione cinque anni dopo Il primo giorno d'inverno: I corpi estranei è un viaggio al termine della notte, non con Celine, ma con la malattia, le forzate veglie in una città che Jaber conosce e Antonio no e l'incomunicabilità per infelice compagno di viaggio. II regista predica che 'di fronte al dolore siamo tutti uguali', studia il tallonamento empatico dei Dardenne, ma cade in una serie di plateali incongruenze nella lungodegenza. Apprezzabili le intenzioni, ma il discorso a tesi non è mai un corpo estraneo. Purtroppo. (Federico Pontiggia da Il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2014) La malattia diventa (...) occasione d'incontro tra due anime solitarie e impaurite, tra due 'corpi estranei' alle prese con il dolore e la speranza. Film intimo che si avvale della toccante interpretazione di Filippo Timi, affiancato da Jaouher Brahim, giovane tunisino esordiente. «Come raccontare la malattia di un bimbo e il dolore di un padre? Con quali immagini? Sono le prime domande che ci siamo posti io e Giuditta Tarantelli, mia moglie e cosceneggiatrice», dice Mirko Locatelli, 40 anni, bravo regista malgrado un incidente stradale lo costringa in carrozzella. «Abbiamo scelto di partire da due parole chiave: dignità e pudore. La dignità dei protagonisti e il pudore di noi che osserviamo». (Maurizio Turrioni da Famiglia Cristiana, 6 aprile 2014) Antonio è stanco di quella stanchezza fiaccante che solo un'attesa in ospedale può provocare, il suo bambino piccolissimo è sotto i ferri per un'operazione complessa, lui, umbro a Milano, sta a tanti, troppi chilometri dalla moglie e dagli altri suoi figli. Inganna il tempo con una sigaretta, con un kebab, poi (senza tanta convinzione, come a non lasciare nulla d'intentato), con una preghiera; la abbozza, s'inceppa, bestemmia forte, ci rinuncia. Non per affidarsi a Dio, né per insultarlo, perché i corpi estranei di Locatelli non hanno progetti né piani, non si aggrappano alla fede né all'ideologia. È per abitudine che Antonio (Filippo Timi, che modula la sua energia ferina sul doppio tono di tenerezza e aggressività) mal sopporta gli extracomunitari e la fragranza dei loro unguenti, come per abitudine ascolta le frequenze di Isoradio a bordo di un'auto che non va da nessuna parte; il giovane Jaber si insinua da estraneo nella sua camera e nelle sue consuetidini, le mette alla prova smontando pregiudizi, offrendo aiuto pervicacemente non richiesto. Nella dimensione di grigiore dell'anima dell'ospedale, Antonio e Jaber non abitano i luoghi, l'estraneità è il loro unico denominatore comune. Locatelli non insegue l'incontro fra i due; pedina, piuttosto, la loro non appartenenza (all'ambiente, alle comunità, l'uno all'altro). Trovando la via di un realismo asciugato di ogni retorica, anche nel campo minato di un reparto di oncologia pediatrica. (Ilaria Feole da Film Tv, N°13 2014) Locatelli integra il 'corpo estraneo'. Il boicattaggio aperto lascia il posto alla partecipazione, 'coltivando' il terreno per renderlo di nuovo produttivo, Locatelli, al suo secondo film (di finzione), avvia un'indagine socio-antropologica che coglie puLsioni, pregiudizi, retaggi, miti e passioni in un uomo lontano da casa. Lontano come Jaber che 'investe' il suo solipsismo e cancella ogni differenza fra sé e quell'uomo ostinato, fiaccato da un dolore che resta fuori campo, volutamente sottratto alla vista dello spettatore. A interessare Locatelli sono piuttosto le ombre e le crepe che l'afflizione proietta sulla vita. I corpi estranei è la radiografia della quotidianità di un padre di famiglia, la ricognizione dell'angoscia che lo assale e che sale come le lacrime dal cuore agli occhi. E mentre cerca di dare un senso all'assurdo, la sua apparente linearità, garantita dai bollettini radio, si rompe per l'irruzione di Jaber da cui, in assenza di qualsiasi motivazione concreta, si sente minacciato. Locatelli attraverso Antonio focalizza il passaggio da una convivenza fondata sull'unicità e sulla coerenza del codice culturale e una convivenza caratterizzata dalla varietà delle proposte, dei codici e dei stili di vita. La crisi di Antonio, esplosa nell'aggressione verbale contro Jaber, è il momento acuto di squilibrio che precede il cambiamento. Antonio è una crisalide, lo stadio di metamorfosi precedente a quello di farfalla, è corpo che si trasforma dentro una poetica cara al giovane autore milanese, che dopo Crisalidi torna a ragionare sulla 'disabilità'. Quella ideale dell'anima, che non difetta nemmeno a un distributore equosolidale di caffè. Alla ridotta capacità di interazione di Antonio con l'ambiente sociale farà seguito un faticoso processo di inserimento che lo affrancherà dal disagio, il vuoto, l'empasse e lo smarrimento esistenziale, rimettendolo sulla strada di casa. I corpi estranei è un film essenziale e maturo, necessario e intimamente vero, che con un'eccezionale economia di mezzi espressivi passa dal lontano al vicino, dal distacco all'immedesimazione, fino a restituirci una commovente cognizione del vivere. Filippo Timi, indolente e selvaggio, grumo di istinti, sangue e calore, sguardi e bestemmie, catalizza tutto il film e il suo senso biascicando le parole senza masticarle, fumando la sua ansia e inciampando nell'inquietudine che ha dentro. (Maria Gandolfi da MYmovies, 3 aprile 2014) regia: Mirko Locatelli - sceneggiatura: Mirko Locatelli, Giuditta Tarantelli - fotografia (colore): Ugo Carlevaro - montaggio: Fabio Bobbio, Mirko Locatelli - musica: Baustelle – suono: Paolo Benvenuti, Simone Olivero, Daniele Sosio - interpreti: Filippo Timi (Antonio), Jaouher Brahim (Jaber), Gabriel De Glaudi (Pietro), Tijey De Glaudi (Pietro), Dragos Toma (Eugeniu), Naim Chalbi (Rachid), El Farouk Abd Alla (Youssef) - produzione: Strani Film - origine: Italia, 2013 - durata: 1h 42’ Ascolta Isoradio l'Antonio di Filippo Timi mentre procede verso Milano o quando si concede una pausa dall'ospedale, così sa sempre quale strada infilare e quale evitare. La praticabilità è tutto per Antonio, specialmente adesso che il suo bambino è malato. Più di tutto ha bisogno di sapere che la guarigione è attuabile e che la via intrapresa è sgombra da ostacoli. Ma ci sono eventi che capitano e di cui non possiamo essere informati. Collisioni, transiti, rallentamenti, interventi e assistenze che verifichiamo semplicemente vivendo e procedendo senza rete lungo la strada. Come Il vento fa il suo giro. I corpi estranei afferma la durezza delle relazioni umane, ma diversamente dal film di Giorgio Diritti, quello di Mirko MIRKO LOCATELLI Nato a Milano nel 1974, il sceneggiatore, regista e produttore cinematografico fonda nel 2002 con Giuditta Tarantelli la casa di produzione Officina Film, con la quale realizza documentari. Nel 2008 il suo lungometraggio d’esordio, Il primo giorno d’inverno, viene presentato in concorso nella sezione Orizzont alla 65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e in numerosi festval internazionali. Nel 2013 con la Strani Film realizza la sua opera seconda, I corpi estranei, in concorso al Festval Internazionale del Film di Roma. 7

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17 film GIOVEDÌ 16 FEBBRAIO 2017 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 PAROLA DI DIO regia di Kirill Serebrennikov Russia, 2016 - durata: 1h 58ʼ dal teatro un'attuale storia di fanatismo, trauma con cui il bravissimo Piotr Skvortsov riassume la sua infelicità pubblica e privata in un film che ti si attacca addosso anche se didascalico e un poco vintage nella sfida tra anima e carne degna di Estate e fumo di Williams. (Maurizio Porro da Il Corriere della Sera, 27 ottobre 2016) PREMI Biografilm Festival 2016: premio del pubblico; Cannes Film Festival 2016: Premio François Chalais; European Film Awards 2016: miglior colonna sonora (Ilya Demutskiy); Sochi Open Russian Film Festival 2016: miglior regia. Breve viaggio odierno nell'ipotesi di integralismo cristiano. Ossessionato da Bibbia e Vangelo, paragrafi mandati a memoria da Genesi e San Giovanni, Salmi e San Paolo, citati come schiaffi all'ipocrisia di compagni e insegnanti, lo studente Veniamin diventa l'estremista, il diverso da isolare, mentre lui 'per Dio farei qualsiasi cosa'. Il conflitto con l'insegnante di biologia diventa personale, provocatorio, violento, oltre la questione del creazionismo. La preparazione di un attentato completa la galleria dimostrativa di un antico contraddittorio: qual è il confine tra fede e società. Fedele al suo cinema livido e aggressivo, Serebrennikov lancia l'ottimo attore protagonista alla forca dei dibattiti. (Silvio Danese da Il Giorno, 27 dicembre 2016) Il giovane studente russo Veniamin diventa una estremista religioso. Prende la Bibbia e la cita alla lettera, sempre più infervorato, mandando in crisi insegnanti, compagni di classe e madre. Chi ci ride sopra, chi finisce soggiogato; solo una professoressa di biologia, atea, cerca di opporsi ai suoi 'sermoni' poco concilianti. Nella Russia orfana del comunismo, un film 'teatrale' per mettere in guardia da qualsiasi fanatismo religioso. Asciutto e inquietante. (Maurizio Acerbi da Il Giornale, 27 ottobre 2016) E se si cominciasse ad applicare la Bibbia ogni giorno? In teatral attesa delle Variazioni Goldberg di Tabori sullo stesso tema, godiamoci le intemperanze mistiche di Veniamin, studente russo che va in classe con la Bibbia, si fa di versetti, rifiuta ogni avances, condanna bikini e darwinismo, senza parlare dei gay. Gli tiene testa la professoressa di biologia, che insiste sui sensi e fa lezione di condom: non finirà bene. Interessante, il cristianesimo sfoderato tipo Isis, da crociata: Kirill Serebrennikov riduce 8 L'integralista del banco accanto è russo, si chiama Venjamin, non è islamico ma un cristiano fervente che si esprime solo attraverso citazioni dalla Bibbia (visualizzate sullo schermo). Anzi grazie a quei versetti sostiene le idee più oscurantiste e censura ogni comportamento moderno, ottenendo ad esempio che le compagne di classe in piscina non usino il bikini ma il costume intero. Ed è solo l'inizio. La cosa curiosa, ma forse non troppo, è che malgrado i modi da invasato e l'isolamento fra i coetanei, più divertiti che preoccupati, a scuola questo fanatico che sa catturare l'attenzione (la religione-spettacolo è molto più antica della politica-spettacolo) ha un certo successo. Soprattutto presso la classe insegnante, preside in testa, che in quel clima da ritorno all'ordine presto esprime il peggio di sé: risentimento, ipocrisia, gusto del potere, razzismo, antisemitismo. Mentre Venja prende sotto la sua ala, si fa per dire, un povero ragazzo zoppo che scambiando il fanatismo – a Kaliningrad, oggi Russia, l'ex-Königsberg in cui nacque e visse Kant. La patria della ragione occidentale insomma, qui teatro di una deriva integralista per una volta di matrice cristiana. La foto di Putin, in presidenza, sorveglia e approva. Da una pièce del tedesco Marius von Mayenburg. Da brivido. (Fabio Ferzetti da Il Messaggero, 27 ottobre 2016) Ribellione e sensi di colpa in una feroce parabola sull'interpretazione acritica delle Sacre Scritture, in bilico tra rigidità e follia. Tra esegesi e peccato, disordine e confusione ormonale, Parola di Dio rende omaggio nell'ispirazione al rigore stilistico di Robert Bresson, nello spirito sovversivo al cinema inglese anni Sessanta. È un dramma filmato con stile nervoso, crudo ed essenziale, necessario per definire la zona d'ombra di attrazione e repulsione, tracciando un sottotesto tra fede e desiderio che indaga sui percorsi della manipolazione ideologica. Veniamin, ragazzo chiuso e problematico, travolto da crisi mistica contesta gli insegnamenti e la teoria evoluzionista, criticando l'eccessiva libertà negli insegnamenti. Le sue stranezze diventano persecutorie e oppressive verso amici, insegnanti e la stessa madre. Film d'apertura di Un Certain Regard a Cannes, è un'opera fisica e violenta, disillusa e pulsante che punta sui tormenti del passaggio all'età adulta e sull'impossibilità del controllo. Già vincitore del festival di Roma con Playing the victim, sarcastico gioco intellettuale sulla predestinazione, e in concorso a Venezia con Betrayal nel 2012, il regista legge ed interpreta il vuoto del presente, visualizza sullo schermo i versetti del Vecchio e del Nuovo Testamento in un percorso di crescita contraddittoria, solitaria e distopica tra tentazioni e rinunce. Un film personale e complesso che permette di entrare nella realtà indecifrabile di una personalità fragile e tormentata, analizzata impietosamente nell'impossibilità di avere un equilibrio nel fanatismo e nel potere intrinseco del misticismo. Un apologo sulla confusione, sulla perdita dell'autorità in un esercizio di cinema selvaggio e aggressivo, che rispetta tempi e pause di un'articolata struttura narrativa: Parola di Dio fotografa

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esistenze alla deriva in rotta di collisione. (Domenico Barone da Vivilcinema, N°5 2016) Chi è causa del suo mal pianga se stesso, diceva il saggio. Avesse conosciuto il proverbio, forse il liceale Veniamin avrebbe evitato la lettura biblica ossessiva e la conseguente interpretazione fanaticamente fuorviante. Ma il ragazzo soffre, e trovare un senso a proprio male in un altrove colpevolizzato giova assai. Perseguita dunque la classe e i professori accusandoli di condotta immorale, coscienze corrotte, compromessi ipocriti. Contraddittorio e in preda a gesti inconsulti, Veniamin è vittima di una seduzione che lo confonderà tragicamente. Parola di Dio è esplicito e univoco, più chiuso nel suo dichiararsi che aperto a un'auspicabile lettura 'multipla' il che lo riduce a un'occasione mancata. (Anna Maria Pasetti da Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre 2016) Veniamin, una forma di maniacale adesione ai precetti della Bibbia, che finiscono per regolare tutti gli aspetti della sua vita. Il problema è che vorrebbe influenzare anche quella degli altri, con una intransigenza alla fine indigesta persino al 'pope' che insegna religione, al quale il ragazzo contesta lo sfarzo dei paramenti ortodossi. Il contrasto maggiore è però con l'insegnante di biologia, la quale cerca di allarmare gli altri colleghi, inutilmente. Firmato dal regista di Playing the Victim, che vinse nel 2006 il Marc'Aurelio alla Festa di Roma, Parola di Dio, titolo internazionale The Student, ha un futuro radioso nei cineforum d'Italia, data la sfilza di temi da dibattito sviluppati. Religione, integralismo, educazione...È molto programmatico però, come purtroppo accade ai film che guardano alle anomalie patologiche adolescenziali come esemplari o metaforiche (tre titoli del passato valgano da riferimenti: The Believer, L'Onda, Class Enemy). La prof di biologia progressista va in motorino con giubbotto di pelle, il resto del corpo docenti è retrogrado pure nell'aspetto, una insegnante addirittura dà un tema sull'efficienza dirigenziale del sor Giuseppe (Stalin). Dubbi anche sulla definizione stereotipata dei compagni di classe (almeno di due: la ragazza e il 'discepolo') ma chiudiamo sugli aspetti positivi: l'eccellente prova del protagonista Pyotr Skvortsov e la regia nervosa, azzeccata, di Serebrennikov. (Mauro Gervasini da FilmTv, N° 43 2016) come il prototipo di una generazione europea che, all'indomani del crollo del muro di Berlino, vive la realtà di un mondo, quello 'oltre cortina', ormai del tutto scollegata e sconnessa dai grandi circuiti sociali, risultato di un pensiero debole e incapace di difendersi. Quella di Veniamin è una febbre nervosa che diventa rabbia furente e incontrollata, desiderosa di aggredire tutto e tutti, malata quando coinvolge un amico più giovane e lo esorta a pensieri vendicativi. Appunto sul versante del rapporto interpersonale, l'agire di Veniamin cade in una profonda incapacità di ragionare, di capire. Così il tentativo di trovare una soluzione è vanificato dal vuoto di alternative e di soluzioni. In conclusione questo Veniamin, e il regista che lo propone, ottengono il risultato di sbandare pericolosamente sulla deriva del non tollerabile, e di una confusione che per essere 'mistica' sconta troppi passaggi a vuoto, troppi momenti di inutile incertezza. Resta la non esemplare impressione di un testo duro oltre il necessario e in più momenti artificioso e privo di una forte conclusione. Più è citato, più il dato biblico è evanescente, lontano da una parvenza di verità e dalla soglia del perdono e della misericordia. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come complesso, problematico e adatto per dibattiti. (Commissione Nazionale Valutazione Film: Complesso/problematico/dibattiti) All'origine c'è il testo teatrale di Marius von Mayenburg, e si tratta certo di una piece dai forti contenuti apocalittici e da fine del mondo. La messa in scena cinematografica si segnala per un'impaginazione serrata e stringente ma la scelta di far apparire in sovraimpressione la citazione dei brani di riferimento più che incidere distoglie l'attenzione dal nucleo della dialettica drammatica. A lungo andare quelle di Veniamin appaiono più delle intemerate esagerazioni che ragionamenti frutto di una attenta speculazione. Certo c'è lo scarto della giovane età, e il ragazzo si propone t.o. Uchenik - regia: Kirill Serebrennikov - Soggetto: dall'opera teatrale 'Martyr' di Marius von Mayenburg - sceneggiatura: Kirill Serebrennikov - fotografia (colore): Vladislav Opelyants - montaggio: Yury Karikh - musica: Ilya Demutsky - interpreti: Petr Skvortsov (Veniamin), Aleksandr Gorchilin (Grigoriy), Aleksandra Revenko (Lidia), Viktoriya Isakova (Elena Lvovna), Julia Aug (Madre di Veniamin) - produzione: Hype Film - origine: Russia, 2016 - durata: 1h 58’ KIRILL SEREBRENNIKOV È nato in Russia nel 1969, a Rostov sul Don, regista russo televisivo, teatrale e cinematografico, è il direttore artistico del Gogol Center dal 2012. Ha messo in scena la sua prima pièce teatrale quando era ancora uno studente. Nel 1992 si è laureato in psicologia con una menzione d’onore alla Rostov State University. Nel 2006 ha vinto con Playing the Victim il Premio Marc’Aurelio d’Oro al Roma Film Festival. Due anni dopo ha presentato Yuriev Den e ha fondato un corso sperimentale di recitazione e regia alla Moscow Art Theatre School. Nel 2012 il corso è diventato lo Studio Seven, che è ora un elemento costante all’interno del Gogol Centre. Nello stesso anno ha partecipato con Betrayal in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Dal 2011 al 2014 Kirill è stato il direttore artistico del progetto Piattaforma al Winzavod Centre for Contemporary Art e attualmente vive a Mosca. Nel 2015 il Gogol Centre ha messo in scena al Festival di Avignone l’opera teatrale The Idiots, diretto da Kirill Serebrennikov e ispirato all’eponimo film di Lars Von Trier. Quest’anno presenterà Dead Souls, tratto dal romanzo di Nikolaï Gogol. 9

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GIOVEDÌ 23 FEBBARIO 2017 · CINEMA K2 ORE 16.30 / 19 / 21.30 18 FESTA • FRAMMENTI • LO ZEBÙ E LA STELLA film regia di Franco Piavoli durata totale: 1h 9ʼ Alle ore 21.30 sarà presente il regista Franco Piavoli FESTA misteri, la luna è la proiezione di una vita, quindi di un cinema che guarda sempre in avanti. Con i turbamenti, le delusioni gli amori di un cinema quasi esclusivamente sensoriale, dove le voci si confondono con i runori della natura. E che da scosse continue ad uno sguardo che ne resta contaminato prima e avvolto del tutto poi. (Simone Emiliani da Sentieri Selvaggi, 9 agosto 2016) Si muove in maniera sempre più decisa nelle zone di una magia della realtà il cinema di Franco Piavoli nel suo stratosferico Festa, lanciato verso un futuro dove il digitale cattura frammenti volti, suoni in un concerto visivo-sonoro dove la festa di San Pietro in un villaggio di campagna diventa ancora l’occasione per entrare nel cuore di un luogo di cui si sente fino all’ultimo respiro. Un parroco, al termine della messa, invita tutti a far festa. Le persone più anziane aprono le danze. Gli artisti di strada incantano i passanti e gli adolescenti. Ma alcuni restano ai margini come l’uomo infermo in carrozzella, l’uomo chiuso in casa, il ragazzo pensieroso, la donna che guarda le coppie che si abbracciano. All’inizio c’è l’anomala presenza di un videogioco, quasi per anticipare un evento che diventa come una lunga ipnosi, un sogno ininterrotto, fatto di giostre luminose, ma anche di ‘ombre cinematografiche’ come quelle sul pavimento o il travolgente momento del bacio sul muro bianco (quelli del cinema di Piavoli sono ancora più belli del cinema più belli del vero), pura illusione cinematografica che mostra sempre di più come lo sguardo del cineasta di Pozzolengo trascenda sempre quello che sta filmando portando(ci) oltre verso una nuova dimensione. Ma sono anche quelle fuori-campo, della religiosità di un evento dove ci sono, come nelle messe, le impercettibili ma decisive variazioni nel ripetersi di ogni funzione. Ci sono quasi derive del cinema di Jacques Tati, tra il ‘giorno di festa’ e la presenza del circo. Ma anche una musica fluttuante che lascia ondeggiare continuamente la serata, si ferma e riprende di nuovo (anche con il motivo di Piovani di La messa è finita), che si confonde con i suoni reali, che crea sotto una sua ‘anima musical’ e che si accompagna, come apparizioni improvvise, ai momenti del rito (il cibo che si sta cucinando), alle traiettorie delle macchinette che si scontrano, dei fuochi d’artificio, dei balli che diventano puro coordinamento arconico. Diventa decisivo ancora il lavoro sul tempo, dove ogni frammento filmato sembra già essere (s)fuggito appena un attimo dopo che è stato filmato. E che può essere ri/vissuto solo dopo ogni visione, che diventa esperienza ricordo desiderio ogni volta che la Festa di Piavoli può essere replicata. E c’è il tempo pure sui volti, segnati ma fortemente vitali, chiusi anche in piani molto stretti, quasi dettagli antropologico che anticipano il successivo slancio o li chiudono nell’isolamento e quindi nella solitudine. Ma è anche il tempo del cinema di Franco Piavoli, con un’incredibile continuità con gli inizi. La festa e i balli del suo corto Domenica sera (1962) ma anche di Voci nel tempo (1996). Dove il buio nasconde ancora i suoi 10 Lo spazio, gli occhi. Eyes Wide Shut, soltanto di attraversamenti, frammenti dal Festival di Locarno, ristretti ma alla ricerca di un cinema en plein-air. La stessa che caratterizza lo stratosferico Festa di Franco Piavoli, cinema di ombre magiche che potrebbero rimandare quasi alle origini del muto, dove le sonorità e la musica potrebbero essere quasi degli improvvisi accompagnamenti e le luci quasi degli ipnotici sogni di uno sguardo proiettato verso il futuro. La festa di San Pietro in un villaggio di campagna diventa per Piavoli l’estensione di un altro viaggio nel tempo (tra Domenica sera e Voci nel tempo), ma soprattutto la ricerca quasi di infinito di uno spazio aperto che vorrebbe essere continuamente prolungato, come un tentativo non tanto di fermare il tempo ma di ripeterlo con un meccanismo alla Harold Ramis di Ricomincio da capo. Eyes Wide Shut. Dove la vista non è il senso dominante. Perchè Festa è un cinema anche tattile, sonoro, fatto di odori, inebriante. Dove i luoghi, ri-filmati nel corso del tempo, diventano improvvisamente altro, in ogni immagine. Come un’ ipnosi-magia da Méliès. (Simone Emiliani da Filmcritica, settembre/ottobre 2016) regia: Franco Piavoli - sceneggiatura: Franco Piavoli - fotografia (colore): Franco Piavoli - montaggio: Mario Piavoli - suono: Francesco Liotard - interpreti: Jacopo Castellani, Cecilia Ermini, Angela Poddighe, Carlo Malacchini, Primo Gaburri, Silvia Migliorati, Petra Veneziani, Fiammetta Alighieri, Oliva Andreoli, Roberta Brunelli, Giancarlo Zanoni - produzione: Mario Piavoli per Zefiro film - origine: Italia, 2016 - durata: 40’ FRAMMENTI “Fare cinema” a Bobbio, nell’ambito dell’Associazione Marco Bellocchio, è stata una bellissima esperienza. D’estate la valle del Trebbia è un luogo privilegiato per girare un film: per la bellezza della natura, ma anche per la possibilità di bagnarsi in limpidissime acque. Con i giovani del corso abbiamo lavorato e giocato. Io avevo predisposto un soggetto e un breve trattamento che qui riassumo: ‘Un giovane corteggia insistentemente una ragazza che prima gli sorride ma poi lo lascia. Altri due giovani si baciano,

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fanno il bagno nel fiume e poi suggellano l’incontro amoroso nell’incanto del bosco. Un altro giovane, inseguendo i suoi pensieri e i suoi sogni, percorre da solo le strade del borgo. ’ La semplice trama ci ha permesso di sottolineare gli stati d’animo dei protagonisti, il paesaggio e le affascinanti architetture medioevali, affidandoci prevalentemente alle immagini e ai suoni. E lasciando spazio alle varianti che affioravano nel corso delle riprese. I corsisti hanno partecipato tutti con curiosità e interesse, alcuni come attori protagonisti, alcuni come comparse. Altri come assistenti alla regia, alla fotografia, ai costumi e ad altri ruoli. Hanno dato anche utili suggerimenti nell’evolversi del lavoro e negli intervalli in cui si rivedeva il materiale girato. (Franco Piavoli, Note di regia, 2012) regia: Franco Piavoli - sceneggiatura: Franco Piavoli con gli allievi di Farecinema 2012 - fotografia (colore): A. Candiago - montaggio: Mario Piavoli - scenografia e costumi: D. Calvelli - suono: V. Urselli, M. Perri - interpreti: G. Arcelli Fontana, N. Piramidal, B. Nicora, E. Ventura, E. Pesole - produzione: P. Pedrazzi (Farecinema 2012, Kinesis) - origine: Italia, 2012 - durata: 12’ L'atmosfera ricorda uno dei suoi primi corti, Domenica sera (1962). Già allora mi piaceva "spiare" questi riti sociali, all'epoca erano le balere, in questo film sono invece le sagre del patrono, occasione di divertimento per tutte le generazioni, dagli anziani che ballano ai bambini sulle giostre fino agli adolescenti, per i quali diventa un momento di conoscenza. È una sorta di piccolo teatro di vita, dove, dopo il raccoglimento della messa, ci si apre all'allegria della fiera. La fusione di sacro e profano è un tema molto radicato nel suo cinema. Queste feste sono tradizioni che manifestano un bisogno intimo, presente in ognuno di noi, anche in chi crede di essere al di sopra di qualsiasi credo; un bisogno di religione nel senso etimologico di res ligo, di legame che unisce tutte le cose. Fare festa è anche il piacere della condivisione del ballo, del cibo, delle storie. Un'occasione di convivenza che, per contrasto, fa risaltare la solitudne di alcuni: ho soffermato il mio sguardo anche su chi resta nell'ombra, a chi non riesce a legare. (Ilaria Feole da Film Tv, 7 agosto 2016) LO ZEBÙ E LA STELLA SINOSSI Lo zebù è un animale immaginario che i bambini disegnano e dipingono guidati dal Maestro. D’un tratto sparisce: tutti sono delusi e smarriti. Quando lo ritrovano nel bosco riprendono a dipingere al ritmo di un’ arpa. Liberi e felici si imbrattano mani e volti con tutti i colori. realizzato in occasione di Segni d’infanzia Festival Internazionale d’arte e teatro per l’infanzia - progetto teatrale e artistico: Dario Moretti - regia, fotografia, suono e montaggio: Franco Piavoli e Mario Piavoli - musiche: Ceciclia Chailly - produzione: Zefiro film - origine: Italia, 2007 - durata: 17’ INTERVISTA A FRANCO PIAVOLI Per il maestro del documentario di creazione Franco Piavoli, quello a Locarno è un gradito ritorno: al festival era già stato nel 1989 con Nostos - Il ritorno e nel 2002 con Al primo soffio di vento. L'autore di Il pianeta azzurro presenta, fuori concorso, il mediometraggio Festa; 40 minuti calati nella sagra di San Pietro, frazione del paese di Monzambano (MN), una celebrazione che unisce sacro e profano. Come nasce un film? Nasce da una coincidenza: ero uscito con alcuni amici, era il 29 giugno e nella chiesetta poco distante da casa mia si celebrava la messa per i santi Pietro e Paolo, al termine della quale, per tradizione, il parroco dice "la messa è finita, andate a ballare". Io avevo con me una telecamera digitale e ho catturato quel momento e il successivo inizio delle danze sul sagrato mi sono ripromesso di filmarlo con più calma l'anno seguente e così ho fatto, stando fuori da qualsiasi circuito istituzionale, posso permettermi la libertà di questi tempi da "amatore". FRANCO PIAVOLI Nasce a Pozzolengo (Brescia) nel 1933. Dopo la laurea in legge, si dedica all’insegnamento del diritto e contemporaneamente coltiva l’arte della pittura e della fotografia. Negli anni sessanta gira alcuni cortometraggi: Le stagioni (1961), Domenica sera (1962), Emigranti (1963) ed Evasi (1964) tutti premiati al Festival di Montecatini. Nel 1982 realizza il suo primo lungometraggio: Il pianeta azzurro. In concorso alla 50a Mostra del Cinema di Venezia ottiene il premio BCV per un nuovo autore e il Premio UNESCO. L’anno successivo si aggiudica un Nastro d’argento. Nel 1984 cura la regìa di Suor Angelica di Puccini al Maggio Musicale Fiorentino. Nel 1985 dirige La forza del destino di Verdi e nel 1990 la Norma di Bellini al Teatro Grande di Brescia. Nel 1989 realizza Nostos, il ritorno, personale rivisitazione del mito di Ulisse, presentato al Festival di Locarno, al Mill Valley Film Festival di San Francisco e al Festival di Mosca. Nel 1996 Voci nel tempo vince il Premio FEDIC alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1998 al Filmtage di Gottingen ottiene il premio del pubblico. Nel 2002 realizza Al primo soffio di vento presentato in concorso al Festival di Locarno e nel 2003 viene invitato al Sundance Film Festival. Il film vince il Premio del Pubblico al 16° Neue Heitmatfilm di Freistadt e quello per il miglior film straniero al Santa Cruz Film Festival 2004. Nel 2004 al Quirinale gli viene conferito il Premio Vittorio De Sica. Nel 2005 partecipa al Festivaletteratura con Affettuosa presenza, tratto dall’epistolario Bellintani-Parronchi. Nel 2008 presenta Il pianeta azzurro al Lincoln Center di New York. Nel 2009 realizza L’Orto di Flora parte del film documentario Terra Madre diretto da Ermanno Olmi. Nel 2010 gli viene conferita la medaglia del Presidente della Repubblica Italiana nell’ambito del Premio Solinas. Nel 2016 il Festival Cinema du Réel di Parigi gli dedica una retrospettiva integrale al Beaubourg e al Festival di Locarno presenta il suo ultimo mediometraggio Festa. 11

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il ritratto I CENT'ANNI DI KIRK DOUGLAS Le cronache ne hanno parlato forse non troppo diffu- samente, come avrebbe meritato uno dei monumenti hollywoodiani, quando il 9 dicembre scorso Kirk Douglas ha compiuto 100 anni, ultimo esemplare della gloriosa storia del cinema americano a partire dall’oramai lontano 1946, la data del suo esordio nel sinistro film di Lewis Milestone Lo strano amore di Martha Ivers. A quel piccolo gioiello del genere ‘noir’ seguirono più di ottanta pellicole, da principio in ruoli comprimari ma di alta statura recitativa (come non ricordare l’altro irresistibile ‘noir’ Le catene della colpa, di Jacques Tourneur, 1947, quando con il suo antagonista Robert Mitchum è tutto un susseguirsi di battute ironicamente disincantate, entrambi vittime inconsapevoli della fascinosa dark-lady di turno, in quel caso l’incantevole Jane Greer?). Nato nello Stato di New York da genitori ebrei russi immigrati negli Stati Uniti, Issur Danielovitch Demsky, questo il vero nome improponibile per un divo presto amato dalle platee, si diplomò all’American Dramatic Arts e combattè nella seconda guerra mondiale in Marina prima di approdare a Broadway e poi nel cinema. Dopo altre titoli assai apprezzati dai cinéphiles, bisognava attendere il 1949 per ritrovarlo nella parte stavolta principale di un pugile cinico ed arrivista (la cifra da principio più riconoscibile dei suoi personaggi) ne Il grande campione di Mark Robson, prima candidatura al premio Oscar, il più ambito riconoscimento del mondo cinematografico d’oltre oceano sfiorato altre due volte per essere raggiunto soltanto nel 1996, ma per la carriera e non per un’opera singola. Di lui le nuove generazioni conoscono oggi soprattutto il figlio Michael, avuto dalla prima delle due mogli, sex-symbol come fu il padre ai suoi tempi, entrambi addirittura bisognosi di ricoveri in cliniche specializzate per la disintossicazione dal sesso! Nella sua autobiografia Kirk ne parla con toni trionfalistici, non lesinando purtroppo i Mario Guidorizzi nomi di attrici anche famose che sono finite a letto con lui. Ma era fatto così, un uomo risoluto e determinato come tante delle sue caratterizzazioni, se pensiamo soprattutto al capolavoro di Billy Wilder del 1951, misconosciuto in patria perché troppo scomodo e molto apprezzato invece in Europa, dal titolo L’asso nella manica, nella parte di un giornalista vendicativo ed ambiziosissimo che sfrutta il tragico incidente accaduto in una miniera per farne un prolungato scoop in grado di restituirlo alla notorietà. Nella sua lunghissima carriera, va ricordato che Douglas ha lavorato sotto la guida dei più importanti registi, per citarne alcuni da William Wyler a Michael Curtiz, da Howard Hawks a Vincente Minnelli (impressionante il ritratto di Van Gogh in Brama di vivere). Da sottolineare inoltre, nel frequentatissimo genere western, il suo Doc Holliday di Sfida all’OK Corral, con Burt Lancaster (i due avrebbero lavorato spesso insieme) quale Wyatt Earp. Ma tra i suoi meriti maggiori, anche quale produttore, non si può dimenticare la trilogia di cui egli è andato più fiero: il coraggioso racconto antimilitarista Orizzonti di gloria, 1957, dove investì coraggiosamente sul talento di un giovane Stanley Kubrick; il kolossal intellettuale Spartacus, 1960, ancora sotto la regia di Kubrick, dove ebbe l’ardire di sdoganare lo sceneggiatore vittima del nefasto periodo maccartista Dalton Trumbo, in seguito anche l’acuto scrittore di Solo sotto le stelle, 1962, regia di David Miller, elegia estrema, moderna e malinconica dell’irriducibile cowboy che non si adatta al mutare sempre più spietato del tempo. Non si è trattato dunque solo di un attore atletico che non disdegnava di mostrare la sua possente muscolatura e la sua faccia dall’insolente fossetta nel bel mezzo di un mento sfacciato, ma anche e soprattutto di un uomo democratico che si è battuto nella vita, ad esempio, per costringere il governo americano a chiedere perdono per aver ridotto alla schiavitù le persone deportate nei secoli dall’Africa, anche questa una battaglia vinta! Sarebbe forse troppo augurargli ora altri cento anni di vita, come è nelle formule tradizionali, ma vada a lui e a quel cinema da noi tanto amato il richiamo simbolico ad un legame che ci ha uniti per così tanto tempo da dedicare ad un amico lontano, talvolta disagevole, frequentato tuttavia con l’emozione che ci aspettava al momento dell’inizio di molti dei film anche da lui interpretati. 12

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festival TORINO TRA PASSATO E FUTURO T ante sale disseminate nel centro storico di Torino, ge- lida per l’occasione, con il suo aspetto imponente, di mattoni rossi e grandi alberi nei parchi che si inframezzano ai grandi viali, innesti di verde nella città del ferro. Il primo e rapido raid al Torino Film Festival mi ha fatto conoscere meglio quello che è il secondo (o terzo, per i detrattori) grande festival cinematografico in Italia. La visione della direttrice, Emanuela Martini, è arricchita da un accentuato strabismo nella filosofia della programmazione, un ibrido tra l’omaggio alla tradizione e al passato, a cominciare dalla dedica della diciottesima edizione a David Bowie, e ad aperture sul futuro, privilegiando l’opera di voci emergenti. In luoghi inaspettati. Sorprende poi vedere che al cineromanzo La Jetée di Chris Marker e al suo circolare pessimismo venga donato spazio nella sezione Cose che verranno, che insieme a Cinque pezzi facili compone un interessante tessuto di retrospettive su capolavori restaurati (o dimenticati) che meriterebbero una nuova vita nel circuito dei cineclub. Nei due giorni di frenetiche corse da una sala all’altra per rincorrere la severa programmazione del festival ho avuto occasione di dare forma ad un’idea abbastanza completa della cinematografia che intende promuovere il Festival. Da Yoga Hosers di Kevin Smith a Los Decentes di Lukas Valenta Rinnet il passo è gargantuesco. Ma il cinema è fatto anche di queste idiosincrasie. CHRISTINE Uno dei biopic più interessanti di questo festival, e una straordinaria prova per la talentuosa Rebecca Hall, Christine è un il racconto tratto da una storia tragicamente reale della grave crisi depressiva che portò Christine Chubbuck a suicidarsi sparandosi in diretta nel 1974. Giornalista in una televisione locale a Saratoga in Florida, la giovane donna impiega tutta la sua professionalità nel desiderio di emergere dalla realtà del piccolo giornalismo locale, da cui si sente limitata, cercando con la più assoluta dedizione e rigore personale il successo nazionale, perdendo progressivamente contatto con la realtà. La performance della Hall è straordinaria: la sua è una mimetizzazione perfetta ed una sorprendente abilità nel cogliere ogni sfumatura del volto per esaltare la severità ascetica a cui la protagonista si sottopone e con cui distanzia ogni possibile incontro con l’alterità. L’incubo di una mediocrità asfissiante e di un localismo degradante e banale che affonda le aspirazioni professionali e personali viene descritto da Antonio Campos con una sensibile caratterizzazione della protagonista e del suo rapporto con i colleghi di lavoro e con la madre, non concedendo tregua allo spettatore, che viene immerso nella disperazione della giovane giornalista, nella solitudine di una voce insoddisfatta, alla ricerca di quel prestigio sociale e professionale che rappresenta il cardine dell’identità personale. Francesco Lughezzani Il film viaggia attraverso la sindrome depressiva riflettendo sul fragile rapporto tra immagine televisiva e proiezione distorta della propria identità, che assume i tratti deformanti della distopia pur rimanendo molto fedele alle vicende originali. Lo schermo, l’identità, la deflagrazione della coscienza in rapporto all’immagine ideale. Christine è un pugno nello stomaco e un’accusa feroce all’informazione televisiva statunitense. Il Quinto Potere non è così lontano. LOS DECENTES Un interessante sguardo nel mondo distopico di Lukas Valenta Rinner, ambientato in Argentina, in un quartiere ricco ed isolato, immerso in un artificioso verde, pulito e levigato all’estremo. La protagonista, Belen, assunta come donna delle pulizie, scoprirà un mondo dentro il mondo, una breccia nell’algida e glaciale perfezione del privilegio, costituito da una comunità di nudisti, che in realtà nasconde un’aspirazione più complessa e radicale, basata sul rifiuto di regole sociali e convenzioni umane per un avvicinamento sempre maggiore ad uno stato animale. Un racconto che sorprende l’insensata quotidianità dei protagonisti e non ne condanna le fragilità o le debolezze, lasciando una prospettiva sempre critica e distante. Le idiosincrasie e i corpi nudi degli indecenti rivelano gli aspetti più inquietanti di un’ortodossia solo apparentemente pacifica, mentre gli interni domestici, in cui prevalgono i toni del grigio e del bianco, sono albergati da figure sospese nel tempo, incapaci di esistere al di fuori di uno schema prefissato, divergendo da una routine sociale precostituita. Rinner ha composto un universo distopico che costruisce come un’algida prigione, soggetta ad una stretta sorveglianza visiva, all’interno della quale tuttavia, in un apparente confine che in realtà è il cuore geografico del quartiere, contiene in sé un meccanismo di autoregolazione. La protagonista non riesce ad interagire nel mondo dei decenti, e cerca di riconquistare un’umanità apparentemente lontana attraverso l’esplorazione dell’istintualità, che alla fine si incanala in un profondo abisso distruttivo. Nessuna speranza nelle ortodossie. Nessun controllo, nessun istinto può costruire di per sé un’umanità migliore. 13

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festival LE FILS DE JOSEPH La ricerca di un padre, l’egocentrismo più assoluto, l’adozione sono alcuni dei temi che si mescolano in questo dramma francese dalle risonanze bibliche, in cui un adolescente cerca di conoscere il padre biologico, un grande Mathieu Amalric nel ruolo di un editore parigino, che non ha mai voluto la paternità, e la scoperta dell’affetto paterno attraverso il rapporto con lo zio Joseph, pronto all’incontro con il giovane. La delicatezza con cui Eugène Green tratteggia il rapporto generazionale contrasta con la violenza che a tratti esplode nel film, che assume un tono surreale, confinando con l’allegoria religiosa e i meccanismi di un sogno grottesco. In un curioso racconto liminare che avvicina l’estetica dei fratelli Dardenne con l’inventiva surreale di Bruno Dumont, il film si dipana attraverso una serie di avvenimenti intimi, a tratti surreali, che creano efficaci crepe in una narrazione fortemente allegorica. Pur seducendo per la passione e l’affetto con cui vengono ritratti i protagonisti, il lungometraggio rischia l’eccesso, come nel rimando alla fuga in Egitto con tanto di asino, in una sequenza evocativa, di grande fascino ma eccessivamente didascalica. La scena del concerto nella chiesa fiocamente illuminata (Sorrentino docet) è uno dei momenti di sospensione narrativa più efficaci nel sancire un’estetica della contemplazione e della riflessione sul senso del rapporto generazionale che il film esplora. L’interpretazione di Fabrizio Rongione è una delle più emozionanti degli ultimi anni, il suo rapporto speculare con l’Oscar di Mathieu Amalric è una delle prove migliori nell’attuale panorama attoriale francese. GOKSUNG – THE WAILING Un horror sconvolgente, una grande prova, la terza, per il regista Hong Jin-Na. The Wailing è un racconto disturbante, un film di quasi tre ore in cui un sergente della polizia sudcoreana cerca di scoprire l’oscurità che si cela dietro ad un morbo misterioso e ad una catena di omicidi efferati ed inspiegabili, opera di un demone, di un fantasma, o di un semplice serial killer? Il lungometraggio di Jin-Na è una grande prova d’attore, sarebbe riduttivo confinarlo in un festival del genere o in una rassegna dedicata al cinema orientale. L’impostazione interpretativa coinvolge lo spettatore in un parossismo denso ed oscuro, che si trascina nell’estremo finale, dai toni intensamente melodrammatici. Il sergente di polizia Jong-Goo, tormentato dalle visioni oniriche di un demone divoratore di uomini cerca di sfrondare le superstizioni e di comprendere il ruolo di uno straniero giapponese giunto nella provincia sudcoreana e probabile capro espiatorio nella vicenda investigativa. The Wailing esplora con coraggio e spudoratezza, anche grazie alla grande capacità di adattamento degli interpreti, una grande varietà di generi cinematografici, mescolando le tradizioni sciamaniche presenti nella cultura sudcoreana da millenni, a rituali di esorcismo cristiano. Una delle scene più disturbanti ci mostra il demoniaco uso della fotografia come testimonianza deviante delle stragi, utilizzata dal mostro che, come un oc- chio che scarnifica la pellicola, piega ogni afflato religioso mediante il predominio dell’icona sulla pura fede. Dopo aver invitato il prete a toccare la carne di cui è composto, il demone, comincia a scattare foto al prete che lo ha scoperto, rivendicando il diritto alla rappresentazione e al simbolico dominio sulla vita degli altri personaggi e sulla narrazione, viaggiando attraverso i corpi e facendone scempio. AVANT LES RUES La ricerca di un senso. La perdita di ogni ideale. Il sangue sulle mani. Un giovane nativo residente in una tribù canadese vive la propria giovane esistenza alla ricerca di un senso, come ogni altro ragazzo della sua età, affacciandosi all’età adulta in un paesaggio selvaggio e remoto, immerso nella foresta, attraverso l’evento più traumatico possibile: un omicidio. La regista Chloé Leriche affronta un lungometraggio ambientato nel profondo Quebec costruendo un racconto di formazione rabbioso e cupo, attraverso cui scopriamo abitudini, sogni e modalità di interazione interne ad una realtà quanto mai distante dalla nostra. Gli attori protagonisti sono stati selezionati tutti tra interpreti non professionisti, aspetto che genera uno sconfinamento tra la narrazione cinematografica e il realismo documentario, sostenuto anche dalla curiosità antropologica dell’autrice per la materia narrata, che rende difficile inquadrare questo film. Le tecniche di ripresa non hanno momenti di particolare trasporto artistico, mentre a dispetto delle potenzialità scenografiche dei paesaggi la mdp preferisce avvicinarsi agli interpreti, inquadrandoli in primo o primissimo piano, privilegiando gli ambienti interni, e indagando i silenzi rabbiosi del protagonista. Fino a che punto il recupero delle proprie tradizioni - anche in modalità inedite, come la canzone rap che mescola i ritmi dell’hip hop con la trance sciamanica – può aiutare il giovane nativo nel suo percorso di crescita e progresso strettamente connesso al confronto con la colpa e la responsabilità delle proprie azioni? 14

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festival SLAM – TUTTO PER UNA RAGAZZA La commedia di Andrea Molaioli (La ragazza del lago) si presenta come un racconto di formazione dalla formula piuttosto consolidata nel panorama italiano, con ottimi precedenti nell’immediato passato, a cominciare da Short Skin – I dolori del giovane Edo. Ma i parallelismi sono inevitabili anche con il più recente e meno fortunato Piuma di Ryan Johnson, presentato all’ultima edizione di Venezia. Il regista costruisce un racconto cinematografico apparentemente ordinario, traendo la materia narrativa dal romanzo omonimo di Nick Hornby, con protagonisti due ottimi e giovanissimi interpreti al loro esordio sul grande schermo, mentre nel ruolo di comprimari l’ottima Jasmine Trinca e l’onnipresente (ma sempre efficace) Luca Marinelli, nel ruolo dei genitori di Sam, il sedicenne protagonista. Che si trova a dover affrontare, secondo una precisa scadenza generazionale ereditata dal ramo materno, la paternità, pur giovanissimo e ancora confuso sul proprio futuro. Tra una caduta dallo skate e vertiginose proiezioni sul futuro il giovane cercherà di comprendere quale sentiero percorrere per rimanere fedele alle proprie aspirazioni esplorative non rinunciando alla paternità, mentre la voce narrante di Tony Hawk, il grande campione di skateboard che si offre anche in un brevissimo cameo, spezzano la narrazione già di per sé intrecciata dai continui flashforward. Molaioli trasporta in Italia le vicende del romanzo di Hornby, riuscendo a creare un prodotto apprezzabile, ma sicuramente meno efficace stilisticamente rispetto ai suoi lungometraggi precedenti. Resta di fatto uno dei migliori tentativi di avvicinamento del cinema contemporaneo alle nuove generazioni, spesso troppo distanti dal racconto cinematografico, in grado di ottenere visibilità internazionale pur non offrendo uno sguardo inedito sulle narrazioni contemporanee. THE CHALLENGE Il documentario di Yuri Ancarani, premiato al Festival di Locarno, si impone per la bellezza delle visioni che offre allo spettatore. Il regista segue e documenta con una apparentemente velata discrezione le costose passioni di alcuni ricchissimi e aristocratici petrolieri qatarioti con la passione per la falconeria e gli animali esotici. Frutto di ben tre anni di osservazione e di riprese, il documentario di Ancarani, che si apre con il volo di alcuni rapaci in un palazzetto dello sport e segue ora un balletto di jeep fra le dune, ora una lenta corsa di motociclisti nel deserto, si libra nell’aria, utilizzando delle telecamere poste al collo dei rapaci e impadronendosi della loro prospettiva sul paesaggio. Quello che più affascina di questa grande prova registica è il senso di sospensione dal tempo che viene esplicitato non solo dal punto di vista stilistico – molto efficace in questo caso la scena della corsa sfrenata lungo le dune della jeep, pacificamente osservata da altre automobili affiancate dai rispettivi proprietari – ma anche dai protagonisti del film. Un’aristocrazia ricca oltre ogni immaginazione, che trasporta ghepardi al guinzaglio in Lamborghini che sfrecciano nel deserto, creando un ponte nella storia: Ancarani ci fa assistere ad uno spettacolo incredibile, in cui l’elemento naturale più selvaggio viene addomesticato e fuso con i simboli dell’opulenza Occidentale, creando un affresco di grande fascino – che rischia di offrire un riquadro teso alla celebrazione dell’esotismo intrinseco all’immagine inquadrata – estasiato nel rispecchiare il fasto di una aristocrazia dai gusti e dalle abitudini antiche, attraversata da un rinnovamento repentino nei costumi. La grandezza della visione di Ancarani sta però nel riuscire ad evitare ogni possibilità di giudizio o compassione, offrendoci la possibilità di comprendere meglio un mondo agli esatti antipodo del nostro, ma saldamente collegato attraverso la materia. Che traccia un senso nella vastità del deserto, in cui è forse possibile orientare i propri passi, o il navigatore della propria auto, senza trascurare la bellezza del suo vuoto. YOGA HOSERS Un film che unisce due generazioni. Padri e figli che recitano insieme, distanziati da uno smartphone. Johnny Depp e Vanessa Paradis che hanno un ruolo secondario in un film interpretato da Lily-Rose Depp e da Harley Quinn Smith, la figlia del regista Kevin. Le due giovani affronteranno un esercito di bratwurst nazisti che aspirano ad una rivincita storica sul popolo canadese. L’assurdità più assoluta e immotivata è il punto di partenza di tutta la filmografia di Smith, il cui merito – e in questo caso è davvero difficile scovarne alcuno – è quello di avere illuminato una pagina di storia vera sconosciuta ai più, quella di Adrien Arcand, interpretato da Haley Joel Osment, un leader politico canadese di chiara ispirazione nazista, antisemita e negazionista, autonominatosi il “fuhrer canadese”. Il racconto di Kevin Smith è disarticolato, in conclusione noioso. Tralasciando gli eccessi visivi e narrativi, propri anche del precedente Tusk, di cui ritorna gran parte del cast, rimane ben poco su cui riflettere, fatta eccezione per il desiderio di avvicinare le modalità del racconto e l’impostazione dell’eloquio recitativo delle due giovani protagoniste ad una nuova forma di linguaggio, la cui espressività viene scandita dai ritmi della comunicazione incanalata attraverso i social network. Un fattore che evidenzia la distanza comunicativa di due generazioni, padri e figli reali anche nella vita, che si confrontano attraverso maschere grottesche, lasciando sconcertato lo spettatore. Sicuramente una delle presenze più insolite in questo festival. 15

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