PAASABBADIA

 

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un racconto fotografico di tamajano / a photographic narrative by tamajano

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un racconto fotografico di tamajano

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I PAAS (punti di accesso assistito ai servizi della rete) nascono agli inizi degli anni 2000 con l’obiettivo di combattere il divario digitale, ovvero quella distanza che separa coloro che sanno usare un computer da coloro che non lo sanno usare. Ignaro della loro esistenza, qualche anno fa, durante una cena a casa mia, mi trovo ad ascoltare mio suocero ed un suo vecchio amico che fantasticano di costruirne uno dal basso, di usare software libero; parlano di riuso e di diritto di cittadinanza. Cerco di seguire il filo del loro ragionamento, senza capirne troppo, ma abbastanza da lasciarmi coinvolgere e aver voglia di approfondire. È a questo punto che inizio a seguire da vicino la storia del punto paas di Abbadia di Montepulciano, piccola frazione della provincia toscana nella quale da qualche anno vivo. Scopro così che molti dei paas sono stati chiusi nel giro di qualche anno, prima ancora di inziare a funzionare: con i primi finanziamenti (stanziati a livello istituzionale senza particolari indicazioni sulle modalità attuative) si sono acquistate le macchine e strutturati gli spazi, ma non sono poi rimaste risorse sufficienti per finanziare gli istruttori e acquistare i programmi sui quali organizzare i corsi. I pochi rimasti aperti hanno perso la loro funzione primaria (quella formativa) e sono diventati quelli che oggi conosciamo come internet point gratuiti. Quello che da subito ho trovato interessante nella storia del paas di Abbadia è stato l’aspetto simbolico, ovvero come questa piccola realtà raccontasse in modo così chiaro che ad un’assenza istituzionale può corrispondere una presenza umana e civica dei cittadini. Innanzitutto, la presenza costante e sostanziale di colui che lo ha pensato, realizzato e tenuto in vita fin qui, Cesiano (mio suocero), che ha visto in questo empasse istituzionale, una possibilità concreta di cittadinanza attiva. E questo grazie all’idea di mettere in piedi un punto paas dal basso, senza finanziamenti pubblici, contando sulla partecipazione, sull’uso rigoroso di software libero e attraverso un riuso consapevole di vecchie macchine rottamate nelle aree ecologiche o donate dai cittadini perché sostituite con altre più moderne. L’idea si è fatta realtà e da marzo del 2011 hanno preso vita le lezioni, tenute settimanalmente dallo stesso Cesiano in forma totalmente gratuita. Ed è stato prendere parte alle mie prime lezioni, un paio di anni dopo l’apertura, che mi ha convinto a raccontare visivamente questa realtà. Essere infatti testimone dello sforzo, della determinazione, della voglia dei partecipanti di provare a ‘domare’ questo mezzo (il computer) così distante e estraneo alla loro vita precedente, è stato per me estremamente coinvolgente. Ed è su questo tentativo estremo di ‘avvicinamento’, su questo contrasto (anche cromatico) tra l’uomo e la macchina, che si è posato l’obiettivo della mia ricerca fotografica. L’ultima parte del racconto accenna infine all’eterogeneità dei partecipanti, grazie ad una piccola finestra sugli spazi di vita quotidiani di ognuno di loro. Il tentativo è quello di sottolineare la portata del progetto, ovvero della possibilità data a tutti (senza selezioni economiche o formative) di accedere, se pur con grande impegno e disponibilità umana, ad una prima alfabetizzazione informatica, propedeutica ad un accesso consapevole alla rete e quindi, verrebbe ormai da dire, ad un diritto di cittadinanza vero e proprio.

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“In natura non esiste il rifiuto. E noi lo abbiamo sperimentato con l’hardware (i calcolatori)!” così Cesiano, ex bancario in pensione e appassionato sostenitore del software libero, inizia il racconto della nascita del punto paas di Abbadia, da lui ideato e tenuto in vita fin qui. “Inizialmente le nostre macchine (i computer) sono state recuperate interamente nelle aree ecologiche”. Via via che i cittadini hanno iniziato a conoscere il progetto (anche per caso, il punto paas è nel centro civico del paese, di fianco all’ambulatorio del medico di base), sono arrivate le prime donazioni. In realtà si è trattato di macchine sostituite perché estremamente datate, spesso solo parzialmente funzionanti. I pezzi funzionanti sono stati uniti ad altri fino a formare gli strani calcolatori del paas. “A questo punto era necessario individuare un sistema operativo ‘sobrio’, che governasse con dolcezza questi nostri vecchietti, dalle limitatissime capacità di calcolo. Ci siamo rivolti a GNU/Linux e l’alchimia si è compiuta. Provvidenziale in questo è stato il confronto con Juan, un vecchio amico, oggi impegnato al fianco di Richard Stallman, ideatore del progetto GNU/linux (sistema operativo composto interamente da software libero), nonché fondatore della Free Software Foundation, Ong impegnata nello sviluppo e nella diffusione del software libero in giro per il mondo.” Secondo la F.S.F. un software si può definire libero solo se garantisce le “quattro libertà”: Libertà 0 - Libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo. Libertà 1- Libertà di studiare il programma e modificarlo. Libertà 2 - Libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo. Libertà 3 - Libertà di migliorare il programma e di distribuire pubblicamente i miglioramenti in modo tale che tutta la comunità ne tragga benefico. Essere liberi di fare queste cose significa, tra l’altro, non avere bisogno di chiedere o pagare nessun permesso per l’uso del software. Ecco così che si realizza l’idea iniziale: mettere in piedi un paas dal basso, senza finanziamenti pubblici (costo hardware zero, costo software zero!), puntando tutto su partecipazione, uso rigoroso di software libero e riuso consapevole di vecchie macchine rottamate. Ecco che nasce il punto paas abbadia. l'Idea

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