ALI - Numero 10

 

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Gennaio 2017 n. 10

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La governance spaziale Italiana attende la sua legge Parla il senatore Tomaselli Da maggio 2016 i tre disegni di legge per la modifica della governance spaziale sono ferme in Senato in attesa di essere valutate e licenziate in vista di un progressivo miglioramento del sistema-Spazio italiano. In questa intervista rilasciata ad Airpress il senatore Salvatore Tomaselli, a cui si deve l’iniziativa parlamentare per il disegno di legge 1544 presentato nell’estate del 2014, fa il punto della situazione, mettendo in evidenza motivazioni e nuovi ruoli in un settore che, messo a sistema, è in grado di dare al Paese rilevanti soddisfazioni in termini industriali e di ricerca. Senatore, ci ricorda il motivo per cui sono stati presentati i disegni di legge per la modifica della governance spaziale italiana? I motivi sono sostanzialmente due. Innanzitutto prendere atto a livello istituzionale di come oggi il tema dello Spazio e le politiche spaziali siano un grande asset del sistema-Paese. Un tema che si basa su dinamiche interdisciplinari: non c’è solo la ricerca, ma anche le politiche industriali e tutto il mondo delle applicazioni che chiamano in causa varie competenze istituzionali in termini di governance. Da qui il secondo tema per cui le politiche spaziali devono uscire da un ambito ristretto e assumere una governance quanto più unitaria e integrata possibile. Per questo è nata l’idea di costituire presso la presidenza del consiglio dei ministri un comitato interministeriale che, tra gli altri, vede come protagonisti del modello i vari ministeri interessati, le regioni e l’Agenzia spaziale italiana. E invece quale dovrebbe essere il ruolo del comitato parlamentare che si andrebbe a istituire in base al disegno di legge 1410? Questo è un modello che non mi convince. Non credo ci sia bisogno di costituire un comitato parlamentare. Ci sono già le commissioni parlamentari permanenti che hanno competenze anche sui temi spaziali sia di stampo industriale sia di ricerca. Se seguissimo questo modello per molti altri asset strategici del Paese, si arriverebbe ad avere una mole di lavoro parlamentare particolarmente complessa. Distinguerei, quindi, i ruoli delle commissioni parlamentari permanenti – che svolgono funzioni di indirizzo e di analisi – e il tema della governance a cui abbiamo dato una soluzione.

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In questo quadro come si inserisce la cabina di regia per lo Spazio istituita presso la presidenza del consiglio dei ministri sotto il governo Renzi? La cabina di regia ha in qualche modo anticipato lo stesso modello istituzionale. Quindi ben venga questa concreta applicazione del modello che, ripeto, anticipa la soluzione legislativa che darà una cornice normativa a una prassi positiva. Quello che sta facendo la struttura, che vede tra i suoi principali protagonisti il colonnello Paolo Puri in qualità di coordinatore, ha determinato risultati importanti, sia nel coordinamento delle politiche a livello nazionale, sia nel convogliare imprese, sistemi industriali e i vari ministeri coinvolti. Tutto ciò, anche grazie alle attività portate avanti dall’Asi sotto la guida di Roberto Battiston, ha portato l’Italia ad accrescere il suo peso anche a livello di governance europea. Crede che il ruolo dell’Asi debba essere rafforzato? Il nostro disegno di legge va proprio nella direzione di amplificare il ruolo dell’Asi, valorizzandone le competenze in ricerca ma facendola assurgere anche a soggetto tra i più propositivi in termini di governance generale del sistema. Non a caso partecipa al comitato interministeriale, contribuendo alla definizione sia delle politiche sia degli strumenti. Quello che immaginiamo è sicuramente un ruolo più attivo e dinamico che l’Asi può sicuramente svolgere viste le competenze di raccordo tra il sistema industriale e della ricerca e il sistema delle istituzioni sviluppate in questi anni. A che punto sono i disegni di legge? Confidiamo che la commissione Bilancio del Senato nei prossimi giorni possa licenziare il provvedimento e che la commissione Industria (che è la commissione competente), lo possa approvare nel giro di pochi giorni. Entro la primavera confidiamo che si possa approvare in Senato e fare così in modo che la Camera lo possa valutare. Quale crede che sia il futuro dello Spazio? Credo che le scelte verso cui si sta muovendo l’Europa – e anche l’Italia – sono quelle di una interconnessione sempre più forte tra politiche nazionali e politiche europee. E’ nella dimensione europea che dobbiamo lavorare di più e meglio nei prossimi anni. Poi ci sono i grandi temi dei microsatelliti e delle applicazioni che, tornando al tema dell’interdisciplinarietà, ci presentano delle sfide: costruire un sistema di micro-satelliti che possa diversificare anche il suo utilizzo e costruire un sistema di applicazioni su cui si possa svilupp are un’economia indotta in termini di costruzione di capacità sia nel settore civile sia della difesa. Infine, la collaborazione internazionale, europea innanzitutto ma anche globale, per la conquista dello Spazio è un altro dei temi principali dei prossimi anni.

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Di recente la Nasa ha approvato le missioni per l’esplorazione di asteroidi. Un’occasione per l’Italia vista la sua esperienza industriale e di ricerca derivante dalla missione Rosetta? Una delle sfide su cui è impegnata l’Italia, con l’Asi in prima linea, è la costruzione di una collaborazi one tra politiche spaziali europee e la principale frontiera delle conquiste spaziali che sicuramente viene dagli Stati Uniti. E’ un terreno di collaborazione possibile, in cui poter mettere a sistema competenze europee e quelle che vengono dalla Nasa. E credo che l’Italia possa avere ruolo di guida nell’apertura della parte europea. Le grandi conquiste spaziali sono la sfida più affascinante ma anche la più complessa e difficile da realizzare, non solo per le straordinarie competenze scientifiche richieste, ma anche per le risorse necessarie, che possono venire solo da una collaborazione di alto livello. DI VALERIA SERPENTINI

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Strategie europee per lo Spazio Space Strategy for Europe, il Parlamento italiano approfondisce le proposte europee sullo spazio per i prossimi anni. Il protagonismo dell’Italia Audizione in Commissione Attività Produttive per l’ASI, chiamata con il Presidente Roberto Battiston, a un'analisi del ruolo nazionale nel settore spaziale europeo. Il Presidente dell’ASI ha discusso con i parlamentari la Comunicazione in cui la Commissione Europea lo scorso ottobre ha specificato i programmi su cui intende puntare per mantenere un ruolo da protagonista nell’ambito di una strategia ambiziosa che vuole fare dell’UE un player globale. "La Comunicazione è frutto - ha ricordato Battiston - di un importante contributo dell’Italia a più livelli con l’obiettivo di rafforzare l’industria, promuovere l’innovazione e favorire la crescita economica. La nostra partecipazione riflette un impegno complessivo e integrato in tutti i settori spaziali". "Space Strategy for Europe" riassume gli obiettivi e strategie che l’Unione deve perseguire attraverso la partnership tra Commissione, Stati Membri, ESA, GSA, EUMETSAT e più in generale con tutti gli stakeholder. Un percorso che avrà una sua prima tappa di valutazione da parte della Commissione entro quest'anno per poi passare alla fase di implementazione. La strategia di Bruxelles ha nella crescita e nel rafforzamento dell’industria spaziale europea uno degli obiettivi che dovrà camminare, obbligatoriamente, di pari passo con altri importanti cambiamenti del settore. Tra questi lo sviluppo di nuove tecnologie, l’apertura ad altri player, lo sfruttamento dei Big Data e il sostegno alla nascita di Start-Up in base alle richieste degli utenti e del mercato. In questo quadro le relazioni tra istituzioni europee ed ESA (che raccoglie stati diversi dall’UE) devono essere sempre più integrate per massimizzare i benefici che la Space Economy può portare alla crescita sociale. "All’importante ruolo che abbiamo all’interno dell’ESA corrisponde anche - ha ribadito Battiston - un'intensa attività internazionale extra Europa e nazionale. Per quest’ultimo caso il CIPE a dicembre scorso ha dato via libera al finanziamento del piano stralcio Space Economy, che grazie al concorso di fondi europei, regionali e privati arriverà a circa 1,1 miliardi di euro. Un risultato importante arrivato anche grazie al lavoro svolto dalla cabina di regia di Palazzo Chigi".

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Durante l’audizione il numero uno dell’ASI ha ricordato le grandi collaborazioni che l’Italia ha con le diverse potenze spaziali, come rapporto diretto con gli Stati Uniti, la Russia e la Cina. Con la Russia in particolare, Battiston ha ricordato l’accordo per il satellite Geo SAR (SAR geostazionario). L’audizione è stata anche l’occasione per fare il punto sui risultati del Consiglio Ministeriale dell’ESA di Lucerna dello scorso dicembre, nel quale l’Italia ha confermato le sue priorità di politica industriale, dall’impegno sulla Stazione Spaziale Internazionale con l’estensione fino al 2024, al completamento del programma ExoMars con la missione 2020, al rafforzamento del lanciatore VEGA, per passare al programma di rientro orbitale Space Rider a guida italiana, che vedrà un importante ruolo del CIRA, fino allo sviluppo e incremento delle applicazioni di telecomunicazioni satellitari. Battiston, infine, ha voluto ringraziare personalmente il lavoro che il Direttore Volo Umano ed Esplorazione Robotica dell’ESA, David Parker, sta mettendo in campo per due programmi particolarmente strategici: la Stazione Spaziale e la missione ExoMars. - articolo originale a cura di di Giuseppina Piccirilli -

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Addio a Eugene Cernan, l’ultimo uomo sulla Luna Era stato il comandante di Apollo 17, ultima missione ad aver raggiunto il nostro satellite naturale nel dicembre 1972 Eugene Cernan, l’ultimo uomo ad aver posto un piede sulla Luna, è deceduto all’età di 82 anni. Lo ha annunciato la Nasa. Cernan, nato il 14 marzo 1934 a Chicago, è stato uno degli astronauti più famosi dell’ente spaziale americano. Entrò alla Nasa nell’ottobre 1963, volò nello spazio la prima volta a bordo di Gemini 9 nel giugno 1966, nel corso della missione effettuò una passeggiata nello spazio, il secondo americano a compiere l’impresa. Cernan fu poi pilota di riserva di Gemini 12 e Apollo 7, ritornò nello spazio con Apollo 10 nel maggio 1969 pilotando il Lem, il modulo di atterraggio fino a 15 chilometri dalla superficie. Quella missione fu la prova generale dello sbarco sulla Luna solo due mesi dopo. Il 6 dicembre 1972 era sulla rampa di lancio di Cape Canaveral, al comando di Apollo 17, l’ultima missione diretta sul nostro satellite naturale. Insieme al compagno Harrison Schmitt sbarcò nella valle Taurus-Littrow, ai margini del Mare della Serenità: i due rimasero pere 73 ore. Cernan fu l’ultimo a salire sul modulo di ritorno, quindi è stato anche l’ultimo essere umano a essere stato sulla Luna. Nell’ottobre 2014 Cernan venne a Milano per l’inaugurazione della sala dedicata alle esplorazioni spaziali del Museo della scienza e della tecnologia (dove è visibile l’unico reperto lunare in Italia), e rilasciò un’intervista al Corriere della Sera. «Il sogno di Leonardo - il volo e la conoscenza - è stato anche il mio sogno, quello che mi ha spinto fin sulla Luna», disse in quella occasione. Lo ricordiamo così.

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Rompicapo galattico per Hubble Il telescopio di NASA ed ESA ci regala un'altra splendida immagine, anche se questa volta davvero misteriosa. La galassia protagonista dello scatto nasconde un enigma ancora irrisolto. A far sballare tutti i calcoli degli scienziati ci pensa il buco nero al centro della galassia. I conti non tornano e gli astrofisici non si spiegano il perché. La galassia a spirale RX J1140.1+0307, in direzione della costellazione della Vergine, nasconde un segreto davvero inspiegabile. La foto che vedete qui sopra è stata scattata da Hubble con l’Advanced Camera for Surveys (ACS), e a prima vista l’oggetto al centro appare come una galassia a spirale simile a tante che si vedono nel cielo notturno. Ma l’apparenza può ingannare. Di solito, come nella nostra Via Lattea, le galassie hanno al centro dei buchi neri supermassicci e superpotenti. RX J1140.1+0307 possiede, invece, un buco nero decisamente più “leggero”, di massa intermedia. Nello specifico si tratta di uno dei buchi neri meno massicci conosciuti all’interno di un nucleo galattico. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse per il fatto che, con una massa così bassa per il buco nero centrale, i modelli che descrivono le emissioni che provengono dalla galassia non riescono a spiegare lo spettro osservato. La galassia a spirale RX J1140.1+0307. Crediti: ESA/Hubble e NASA, Judy Schmidt

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IL TELESCOPIO SPAZIALE HUBBLE

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Tracce di microbi nelle rocce marziane? Alcune strutture geologiche osservate su Marte dai rover della NASA potrebbero essere simili a rocce sedimentarie terrestri costruite da microorganismi. Questi i risultati dello studio di alcuni ricercatori del CNR. Con il commento di Filippo Giacomo Carrozzo (INAF) Perché inviamo sonde verso pianeti lontani e lune ghiacciate? Perché costruiamo telescopi sempre più potenti? Trovare vita intelligente è il sogno di ogni astrofisico. Per adesso gli alieni in carne e ossa ce li possiamo dimenticare, ma gli astrobiologi potrebbero aver invividuato indizi di attività microbiologica passata su Marte, dove un giorno arriverà anche l’uomo. Di recente un gruppo di ricercatori dell’Isafom-Cnr ha pubblicato su International Journal of Astrobiology uno studio in cui vengono evidenziate affinità strutturali tra le microbialiti terrestri – rocce di origine batterica – e i sedimenti marziani non solo sul piano microscopico, ma anche macroscopico. I due ricercatori italiani Nicola Cantasano e Vincenzo Rizzo dell’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche di Cosenza (Isafom-Cnr) si sono concentrati su delle fotografie delle rocce marziane provenienti dai rover Opportunity, Spirit e Curiosity (della NASA) e hanno rilevato analogie anche nelle tracce attribuibili alla produzione batterica di gas e di gelatine adesive altamente plastiche. «Attestato già nel 2009 che le lamine sub-millimetriche dei sedimenti marziani e le cosiddette Blueberry (sferule ematitiche di dimensioni millimetriche) non erano omogenee, ma costituite da aggregazioni strutturali di grumi e microsferule più piccole (da 1 a 3 decimi di millimetro), i primi studi si erano concentrati sulla morfologia delle singole microstrutture, individuando altre interessanti aggregazioni, quali polisferule, filamenti e filamenti intrecciati di microsferule», spiega Cantasano. «L’attenzione si è poi spostata sulla dislocazione di tali microstrutture sul piano di osservazione: la tessitura delle immagini è infatti una sorta di marker genetico che dipende dall’ambiente di sedimentazione e dalla attività batterica. Tale analisi, eseguita su un gruppo di circa 40 coppie di immagini, sia dei rover che di microbialiti museali, ha evidenziato l’esistenza di interessanti trame a filamenti intrecciati, con forti parallelismi morfologici alla stessa scala». Questi parallelismi microtessiturali sono stati rilevati anche da altre ricerche sviluppate negli ultimi anni. «L’Università di Siena ha avviato un’analisi matematica frattale multiparametrica delle coppie di immagini, i cui risultati confermarono che esse sono identiche», aggiunge Rizzo. «Un ulteriore studio morfologico del

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Laboratorio de Investigaciones Microbiológicas de Lagunas Andinas-LIMLA su campioni di microbialiti viventi provenienti dal deserto di Atacama (Cile) ha permesso di evidenziare grazie alla pigmentazione organica che tali microstrutture e microtessiture esistono e sono un prodotto dell’attività batterica. Tuttavia, poiché le strutture a scala meso e macroscopica sono considerate discriminanti per il riconoscimento di tali rocce, nello studio attuale l’analisi microscopica è stata integrata da osservazioni sistematiche a scala maggiore. La quantità, la varietà e la specificità dei dati raccolti accreditano per la prima volta, in modo consistente, che le analogie non possono essere considerate semplici coincidenze». La tecnologia va avanti a passi di gigante e gli strumenti sono sempre più avanzati. I ricercatori hanno inventato telescopi giganti e rover per la ricerca di vita nello spazio, ma finora la vita che conosciamo qui sulla Terra non esiste altrove. Abbiamo chiesto un parere a Filippo Giacomo Carrozzo, ricercatore dell’INAF-IAPS di Roma. «La probabilità di trovare attività biologica in corso su Marte sono basse perché oggi il pianeta è una Terra piuttosto inospitale. Il problema maggiore sta nella mancanza di uno scudo capace di fermare le radiazioni dannose per la vita. Sui pianeti questo scudo è il campo magnetico che, avvolgendoli, non permette ai raggi cosmici e alle particelle cariche del vento solare di passare. Su Marte questo scudo naturale oggi è praticamente assente, riducendo la superficie ad una Terra sterilizzata», spiega Carrozzo. Uno dei problemi alla base della mancanza di vita è il freddo, ovviamente dovuto anche alla lontananza dal Sole: «La temperatura media, di gran lunga sotto lo zero, non rappresenta un problema serio; sulla Terra, nelle regioni artiche, alcuni organismi riescono a sopravvivere fino anche a -100°C. Per azionare i processi biologici gli esseri viventi hanno bisogno di energia, sulla Terra la fonte principale è fornita dal Sole. Su Marte, la luce solare arriva con una intensità minore del 56%. Una quantità sufficiente, paragonabile a quella che si ha a poche ore prima del tramonto. Se poi aggiungiamo che esseri viventi possono sopravvivere sfruttando altri tipi di energia come quella chimica, è evidente che questa sul pianeta potrebbe non rappresentare un grosso ostacolo». Carrozzo sottolinea, inoltre, l’importanza dell’acqua per la vita: «È l’elemento principale, tutti gli organismi viventi ne se sono composti in grandissima parte, il nostro corpo per esempio ne è costituito per il 60% circa. Il detto “dove c’è acqua c’è vita” vale anche per Marte. Sul Pianeta rosso questa molecola, essenziale alla vita, è presente in grande quantità; l’unico ostacolo è rappresentato dal fatto che si presenta sotto forma di ghiaccio o vapore. Tuttavia, la vita dipende in modo decisivo dalla disponibilità di acqua in forma liquida e le condizioni marziane ne permettono l’esistenza in solo per brevissimi istanti. Alla luce di ciò, personalmente credo che, se dobbiamo ricercare la vita su Marte, dobbiamo farlo scavando. È sotto la superficie che potrebbero essersi create delle nicchie di sopravvivenza dove la vita può ancora resistere, lontano dalle estreme condizioni a cui è sottoposta la sua superficie. Le ricerche condotte negli ultimi 30 anni in ambienti estremi sulla Terra hanno

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mostrato che la vita è in grado di colonizzare praticamente ogni ambiente, basta che sia disponibile energia, acqua liquida e i giusti elementi». Tornando allo studio del CNR, Carrozzo chiarisce: «Ogni essere vivente è costituito da una moltitudine di biomolecole, ma la maggior parte è composta da pochi elementi: il carbonio, l’idrogeno, l’ossigeno, l’azoto, il fosforo e lo zolfo sono gli elementi base per la creazione delle molecole funzionali alla vita. Sulla Terra sono presenti in abbondanza, su Marte molto meno. Tuttavia, non deve essere stato sempre così. La vita, se è nata quasi contemporaneamente sui due pianeti, circa 4 miliardi di anni fa, può aver avuto la stessa occasione di proliferare. L’ambiente marziano, per una serie di motivi, è purtroppo cambiato nel tempo rendendolo ostile e producendo una landa deserta. Quelle tracce potrebbero però essere sopravvissute. La mancanza di una tettonica a placche, che sulla Terra gioca un ruolo importante nel rimodellare la superficie, potrebbe aver conservato meglio i fossili all’interno delle rocce che aspettano solo di essere raccolte. Nel frattempo quello che possiamo fare è studiare il centinaio di meteoriti che sono stati riconosciuti come campioni di suolo marziano. Al loro interno gli scienziati cercano batteri sotto forma di fossili, biomolecole, o strutture riconducili a prodotti di attività biologica come nel caso del lavoro svolto dai ricercatori italiani Rizzo e Cantasano del CNR». «I due ricercatori dell’Isafom-Cnr di Cosenza sono solo un esempio dei molti colleghi che si occupano di astrobiologia e di esogeologia in Italia, tra cui quelli in forza all’Istituto Nazionale di Astrofisica», continua Carrozzo. «Da decenni l’Italia gioca un ruolo di primissimo piano nella ricerca di vita al di fuori della Terra. I ricercatori italiani sono impegnati nelle più importanti missioni per l’esplorazione del Sistema Solare e nel futuro il contributo del nostro Paese resta una preziosa risorsa per lo studio dei corpi planetari di interesse astrobiologico come Marte, Europa e Titano. Una nuova frontiera che sta destando sempre più interesse nella comunità scientifica è l’analisi dei pianeti extrasolari. L’impiego dei telescopi di nuova generazione sta riducendo la distanza che ci separa nella comprensione di questi sistemi planetari e nei prossimi anni potrebbe fornire delle importanti risposte sulla vita al di fuori del nostro Sistema solare». Di Eleonora Ferroni

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Cormorant - ll drone diventa auto volante Il drone di Rafi Yoeli è il primo vero esempio di auto volante Un salto nel futuro prossimo: non è stato immaginato, come i suoi fratelli, per scattare foto o girare video e nemmeno per consegnare pacchi e regali. È la prima, e reale, auto volante: in grado di portare mezza tonnellata, l'equivalente di cinque persone, è la materializzazione di ciò che finora avevamo visto solo nei film e nei cartoon di gusto fantascientifico. «Provate a immaginare questo veicolo, pilotato in remoto, che atterra in una strada in condizioni d'emergenza», ha detto Yoeli, descrivendo la sua creatura, battezzata «The Cormorant», cormorano. Grande all'incirca come un'auto tradizionale, decolla e atterra grazie ai rotori interni, simili per filosofia e funzionamento a quelli degli attuali minidroni. E promette di avere la loro stessa maneggevolezza, molto maggiore di quella di un elicottero. Così dovrebbe muoversi in scioltezza sui cieli urbani, ma non solo. Alla Urban Aeronautics, in Israele, immaginano che l'auto dei cieli funzioni da mezzo di soccorso, dopo attentati o disastri naturali, o anche da veicolo di pronto impiego per portare commandos in luoghi altrimenti inaccessibili. Sono passati 15 anni dai primi progetti realizzati al computer e ora «The Cormorant» si sta preparando al salto decisivo: dopo una serie di test, dovrà superare i severi standard della Federal Aviation Administration, l'ente statunitense per il volo, e poi imboccare la via della commercializzazione. L'anno potrebbe essere il 2020 e al momento la maggiore incognita dell'auto volante con passeggeri ma senza il pilota resta il prezzo: 14 milioni di dollari. GABRIELE BECCARIA

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