consulting 02_2006

 

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numero marzo-aprile

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Autorizzazione Tribunale Roma n° 569 del 15/10/2002 - POSTE ITALIANE S.p.A. - spedizione in A. P. D. L. 353/03 (CONV. L. 46/04) ART. 1 co. 1, DCB ROMA - anno 4 - nº 2 - Prezzo per copia € 10,00 Anno 4 - nº 2 • marzo-aprile 2006 La rivista del consulente d’azienda Speciale La gerarchia delle fonti normative nell’ordinamento italiano La sindrome NIMBY in Italia Incentivi per il fotovoltaico Tutto o quasi quello che c’è da sapere

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Perché abbonarsi Consulenti e Imprenditori sono chiamati oggi ad affrontare una duplice sfida: mantenersi costantemente aggiornati nelle rispettive aree di competenza ed essere in grado di comunicare senza scendere in tecnicismi burocratici. Consulting costituisce un mezzo di aggiornamento di tipo “trasversale” in quanto fornisce ai diversi profili professionali gli spunti pratici, sia sul piano tecnico che legislativo, senza fermarsi al solo aspetto teorico o formale di una problematica. Consulting si rivolge perciò a quanti, coinvolti nella gestione aziendale, hanno bisogno di ritrovarsi in uno spazio aperto di confronto e di discussione, fornendo loro un aggiornamento preciso, puntuale, ma allo stesso tempo concreto, sui principali argomenti tecnici e normativi. Offerta promozionale Per n. 3 abbonamenti annuali: € 120,00 Per n. 5 abbonamenti annuali: € 200,00 € 100,00 € 160,00 Modalità di pagamento per la sottoscrizione degli abbonamenti, si prega di inviare il modulo via fax al numero: 06-5127106 / 06-5127140 o via e-mail: info@gevaedizioni.it COSTO ABBONAMENTI 2006 Per nº 1 abbonamento annuale: € 40,00 - Singoli numeri: € 10,00 - Numeri arretrati: € 12,00 Assegno Bancario non trasferibile intestato a Geva S.r.l. Bonifico su conto corrente Banca di Roma n° 1452/54 intestato a Geva S.r.l. ABI: 3002.3 - CAB: 03268 - CIN: D Bollettino di c.c.p. n° 33203746 intestato a Geva S.r.l. Via dei Lincei, 54 - 00147 Roma Le condizioni di abbonamento sono quelle indicate nel sito www.gevaedizioni.it Cognome/Nome Società Via/Piazza Città Sito web Tel. Firma Intestatario dell’abbonamento P.I./C.F. P.I./C.F. Cap E.mail Fax Prov. Cell. Data

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La rivista del consulente d’azienda Amministrazione, Direzione, Redazione GEVA S.r.l. Via dei Lincei,54 - 00147 Roma Tel./fax:06 5127106 - 06 5127140 www.gevaedizioni.it - e-mail:info@gevaedizioni.it GEVA S.r.l. Tutti i diritti sono riservati. Direttore Responsabile: Nicola Giovanni GRILLO Abbonamenti: Katia PILOTTO Grafica:José Luis CASTILLA CIVIT Pubblicità: GEVA S.r.l. - Via dei Lincei, 54 – 00147 Roma Stampa:New Graphic - Roma; Tiratura:3000 copie; Chiuso in Tipografia il: aprile 2006 Autorizzazione Tribunale di Roma n° 569 del 15/10/2002 POSTE ITALIANE S.p.A. - Spedizione in A.P.D.L.353/03 (Conv. L. 46/04) art. 1 co.1, DCB Roma Se questa rivista Le è stata inviata tramite abbonamento,le comunichiamo che l’indirizzo in nostro possesso sarà utilizzato anche per l’invio di altre riviste e comunicazioni o per l’inoltro di proposte di abbonamento. Ai sensi della Legge n° 196 del 30/06/2003 (modificato dalla Legge n° 45 del 26/02/2004) è nel Suo diritto richiedere la cessazione dell’invio e/o l’aggiornamento dei dati forniti. Inoltre, ai sensi dell’art. 10 della legge citata, la finalità del trattamento dei dati relativi ai destinatari del presente periodico, o di altri dello stesso editore, consistono nell’assicurare un’informazione tecnica, professionale e specializzata a soggetti identificati per la loro attività professionale. L’Editore, titolare del trattamento, garantisce ai soggetti interessati i diritti di cui all’art. 13 della suddetta legge. Le fotografie appartengono all’archivio di GEVA S.r.l.,se non diversamente indicato.Per i diritti di riproduzione dei quali non è stato possibile identificare la titolarità,l’editore si dichiara disponibile a regolare le eventuali spettanze. Gli articoli firmati impegnano esclusivamente i singoli autori. La riproduzione totale o parziale degli articoli della rivista è consentita con citazione dell’autore e della fonte. La recensione di libri può essere proposta inviandone copia all’editore accompagnata da una breve sintesi. Costo abbonamento: Abbonamento per 12 mesi (Italia): € 40,00 Singoli numeri: € 10,00 Numeri arretrati: € 12,00 Per le aziende: - n.3 Abbonamenti contestuali annuali: € 100,00 - n.5 Abbonamenti contestuali annuali: € 160,00 Gli abbonamenti possono essere sottoscritti inviando una fotocopia della ricevuta dell’avvenuto pagamento specificando i propri dati, via fax ai numeri: 06.5127106 / 06.5127140, oppure via e-mail: info@gevaedizioni.it Modalità di pagamento: 1) Versamento in c/c p. n.33203746, CAB 03200, ABI 7601 intestato a: Geva S.r.l. - Via dei Lincei, 54 - 00147 Roma 2) Bonifico su c/c bancario intestato a: Geva S.r.l., Banca di Roma ABI: 03002, CAB: 03268, CIN: D, c/c nº 1452/54 Condizioni di abbonamento: L’abbonamento decorre dal mese successivo a quello della data di pagamento. Qualora l’abbonamento sia sottoscritto nel 1° trimestre dell’anno, esso decorrerà dal 1° gennaio precedente, dando tuttavia diritto a ricevere la rivista fino alla scadenza. 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Normativa comunitaria e legislazione italiana in materia di sicurezza sul lavoro Un innesto lungo e difficoltoso Gerardo PORRECA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 6 La “Sindrome Nimby” in Italia Il fenomeno delle contestazioni territoriali ambientali continua a crescere Valentina MINETTI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 11 Speciale La gerarchia delle fonti normative nell’ordinamento italiano Giuseppe BLEFARI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 15 Greenergy Incentivi per il fotovoltaico 40 domande e 40 risposte per sapere tutto (o quasi) quello che occorre Leonardo EVANGELISTA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 21 Il processo di filtrazione dei reflui Confronto tra diversi tipi di filtri Cesare VIVANTE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 29 Nuove tecnologie I depuratori a basso impatto SBBGR Roberto RAMADORI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 33 Amianto La tecnica di rimozione dei coibenti dalle tubazioni . . . . . . . . Pag. 36 Dalle associazioni Pag. 40 Il grillo parlante nte . . . . . . . . . . . . . .Pag. 41 Ultima pagina Pag. 41 Pag. 42 3 Sommario

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Editoriale Editoriale Ènotizia di questi giorni (o di questi anni?) l’emergenza rifiuti che attanaglia in particolare l’Italia meridionale. Certo, per essere un’emergenza, passa abbastanza inosservata; si tratta oramai della solita emergenza, raccontata con le solite immagini di soliti cassonetti ricolmi dei soliti rifiuti. Inutile cercare stupore nell’ascoltatore della notizia che non fa più notizia. Anzi, sempre più spesso, l’unico commento, o quello che va per la maggiore, è di un tenore a dir poco sgradevole e ricalca i facili luoghi comuni che prendono di mira la cura dell’igiene da parte degli abitanti dell’Italia del Sud. Eh sì certo, che la colpa dell’invasione degli ultrarifiuti sulle strade delle città del Mezzogiorno è tutta della gente che produce e poi butta l’immondizia! Come se nel resto d’Italia, per magia, i rifiuti urbani by-passassero l’imprescindibile fase del conferimento al cassonetto e si teletrasportassero direttamente in discarica! Siamo seri, chi la pensa così nega a se stesso di appartenere alla cosiddetta società del consumismo, in cui un prodotto viene fabbricato, nella migliore delle ipotesi usato (spessissimo per un tempo assai più breve di quello necessario per crearlo) e poi cestinato; cosa succeda dopo il cestinamento non è affare del consumista, né è per lui così importante. Tranne quando il rifiuto si accumula in repellenti montagne ai bordi della strada, se non addirittura in mezzo, fino ad intralciare il traffico. A qualunque latitudine della nostra penisola è così, senza distinzione di sorta. Il vero problema non è dunque nella semplice produzione, ma nell’intera gestione dei rifiuti che, se efficiente, previene gli effetti visibili (eclatanti si potrebbe dire) dati dagli estemporanei mucchi di mondezze, con buona pace di chi ha la sana abitudine di gettare il sacchetto tutte le mattine. Volendo approfondire l’esame delle magagne, si vede che le massime responsabilità del disastro-rifiuti in quel di Napoli e compagnia bella sono da ascrivere alla clamorosa carenza di impianti di trattamento e smaltimento. Il grande divario che sussiste tra il Nord ed il Sud è infatti in gran parte nei rapporti numero di impianti/abitante e numero di impianti/tonnellate di rifiuti prodotti. Qualunque cosa si dica o si pensi, dati APAT alla mano, “nordisti” e “sudisti” producono più o meno la stessa quantità di rifiuti pro capite, salvo un piccolo differenziale positivo a favore dei primi, dovuto ad un tenore di vita più alto. Però, mentre da Firenze in su il destino dei RSU è (quasi) ben determinato grazie ad un migliore sistema di gestione integrata, da Roma in giù regna una maggiore anarchia (in materia) e per il momento si delega la spinosa questione ai vari Commissari Straordinari, come se fossero una sorta di supereroi dotati di poteri speciali in grado di difendere, solo loro, i cittadini dai rifiuti cattivi. Resta da vedere come mai al Sud ci siano così pochi impianti. Soprassediamo, con un doloroso e temporaneo no comment. Preme dire, tuttavia, che mai come in questi tempi è urgente la ricerca di una soluzione efficace e definitiva al problema delle autorizzazioni per i centri di trattamento. Ormai il limite è superato, lo spreco di tempo si è protratto oltre ogni tollerabilità e ogni giorno in più di ritardo per l’avvio all’esercizio di un nuovo impianto costa troppo per i cittadini, sia economicamente sia a livello sociale. Facciamo un banalissimo esempio. Prendiamo, che so, un piccolo centro di recupero dei rifiuti in plastica, capace di trattare, poniamo, 500 kg di materiale al giorno. Bene, in un anno, a pieno regime, potrebbe recuperare oltre 150 tonnellate di plastica. Oppure al contrario, se non viene autorizzato, in un anno non può recuperare oltre 150 tonnellate di plastica! E in dieci anni? Vi sembrano troppi? Non è così. Purtroppo è all’ordine del giorno riscontrare rallentamenti del genere e anche più gravi. Moltiplicate questi numeri per tutti gli impianti che si trovano in tali condizioni, applicate lo stesso metodo ad altri tipi di rifiuti ed arriverete all’emergenza. Speriamo si trovi quanto prima il Rimedio. Adesso è periodo elettorale; quando leggerete la presente rivista si saprà già il nome della coalizione vincente; vorrei concludere esprimendo la speranza che il futuro Governo ponga fra gli obiettivi principali la regolamentazione della gestione dei rifiuti, dipanando l’imponente matassa di burocrazie che, davvero, non serve a nessuno. Un suggerimento: si dia la precedenza assoluta a tutti quegli impianti che, sebbene abbiano richiesto la fatidica autorizzazione da anni, non sono ancora riusciti ad ottenerla. 5 La rivista del consulente d’azienda anno 4 - n° 2 · marzo-aprile 06

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Normativa comunitaria e legislazione italiana in materia di sicurezza sul lavoro Un innesto lungo e difficoltoso 6 Gerardo PORRECA* Legislazione italiana e normativa comunitaria Con l’entrata in vigore del D.Lgs. 8/7/2003 n. 235, è stata recepita la direttiva europea 2001/45/CE del 27/6/2001 relativa ai requisiti minimi di sicurezza e di salute per l’uso di attrezzature di lavoro da parte dei lavoratori durante il lavoro e la legge 18/4/2005 n. 62 che ha imposto di apportare degli adeguamenti alle attrezzature di lavoro già in uso al 31/12/1996 e non marcate CE. Da lì, è continuato il lento processo di recepimento delle direttive europee in materia di salute e sicurezza sul lavoro nella legislazione italiana, lento perché è iniziato fin dal 1994 con l’emanazione del D.Lgs. n. 626 e difficoltoso perché prosegue attraverso un percorso ad ostacoli contornato da rinvii, aggiustamenti fatti alla ben meglio, pressioni da parte dell'Unione europea, tentativi di elaborare un nuovo Testo Unico e non ultimo da sentenze di condanne da parte della Corte di Giustizia europea che più volte ha “beccato” lo Stato italiano per essere venuto meno agli obblighi di trasposizione delle direttive comunitarie in materia di sicurezza dei lavoratori. Si pensi ad esempio ai richiami avuti dalla stessa Corte di Giustizia per quanto riguarda i rischi di esposizione ai videoterminali, con riferimento più precisamente alla definizione di videoterminalista che il legislatore italiano ha dovuto rivedere rispetto a quella fatta con il D.Lgs. 626/94, e inoltre per quanto riguarda la valutazione dei rischi per la quale l’accusa era quella di non fare riferimento a tutti i tipi di rischi esistenti nei luoghi di lavoro ma solo a quelli legati alla scelta delle attrezzature di lavoro, delle sostanze e dei preparati chimici ed alla sistemazione dei luoghi di lavoro (art. 4) nonché, per ultimo, al richiamo relativo ai requisiti professionali dei responsabili e degli addetti ai servizi di prevenzione e protezione non ben precisati nel testo del D.Lgs. n. 626/94. In realtà si è osservata una certa difficoltà, se non addirittura una sorta di rigetto da parte dello Stato italiano ad allinearsi alla normativa europea in materia di sicurezza forse perché in Italia, essendo la maggior parte delle norme inerenti la sicurezza di natura penale, esiste nella materia un corpo normativo ben consolidato e risalente come è noto agli anni 1955-56, corpo normativo molto caro alla magistratura, spesso richiamato dalla Corte di Cassazione anche nelle ultimissime sentenze in materia di sicurezza sul lavoro ed ormai entrato appieno nella Giurisprudenza di merito. L’esigenza di un coordinamento Proprio per la presenza di tale difficoltà si avverte perciò la necessità, ormai improcrastinabile, di un coordinamento delle norme italiane con quelle europee che comunque vanno rispettate, essendo lo Stato italiano un membro delle Comunità europee; coordinamento da fa- * Responsabile Unità Tecnica Direzione Provinciale del Lavoro di Bari La rivista del consulente d’azienda anno 4 - n° 2 · marzo-aprile 06

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re in maniera organica ed ordinata e non certo con la tecnica del bisturi e dell’innesto o con il semplice inserimento nel vecchio testo normativo di nuovi articoli, il che può facilmente portare a sovrapposizioni o ripetizioni se non addirittura a contraddizioni nell’ambito dello stesso testo di legge. Un esempio lampante di tale scoordinamento si è avuto modo di osservare in occasione del recepimento delle prescrizioni europee in materia di lavori in quota di cui al D.Lgs. n. 235/2003 e più precisamente per quanto riguarda le prescrizioni relative alle scale a pioli (art. 36-ter del D.Lgs. n. 626/94 così come modificato con il D.Lgs. n. 235/2003) per la cui inosservanza sono state erroneamente previste nello stesso testo due sanzioni diverse e peraltro di differente entità (art. 89 comma 2 lett. a e lett b-bis del D.Lgs. n. 626/94) le quali diventano addirittura tre se si tiene conto che una analoga prescrizione sanzionabile è già presente nella normativa previgente non abolita (D.P.R. n. 547/55). E tutto ciò con grande ed immaginabile disorientamento di coloro ai quali è affidato il compito di applicarle. Un tentativo di coordinamento in realtà è stato fatto con la proposta di un Testo Unico in materia di salute e di sicurezza sul lavoro, naufragata per diversi motivi in quanto, perseguendo il sano obiettivo di riunire in un corpo unico tutta la normativa in materia, lo ha fatto però maldestramente prevedendo l’abolizione in toto con un colpo di spugna di tutta la legislazione penale preesistente e degradando la stessa a norme di buona tecnica e buone prassi. Ciò è successo a volte anche in maniera contraddittoria, se si pensa per un momento a quelle disposizioni delle vecchie norme di legge da tutti ormai ritenute obsolete e superate e che nella occasione venivano promosse invece a norme di buona tecnica. Troppo frettolosamente si è ritenuto di risolvere il problema del “trapasso” con l’uso del bisturi e non con una oculata e profonda elaborazione che avrebbe dovuto garantire il trasferimento e la reiscrizione nel nuovo testo di tutti quei principi generali di sicurezza - e non sono pochi esistenti nelle vecchie norme e dimostratisi inossidabili, facendo decantare invece quelle misure, prescrizioni, indicazioni e suggerimenti ritenuti ormai non più conformi con le più evolute normative comunitarie. Sicurezza delle macchine Il rapporto tra D.P.R. n. 547/55 e D.P.R. n. 459/96 Il processo difficoltoso dell’innesto nella legislazione italiana della normativa europea, iniziatosi nel 1977 con la legge n. 791 sulla sicurezza del materiale elettrico che recepiva la corrispondente direttiva delle Comunità europee e poi modificata dal D.Lgs. n. 626/96, è stato già vissuto in occasione dell’entrata in vigore del D.P.R. 24/7/1996 n. 459, contenente il regolamento di attuazione della direttiva europea sulla sicurezza delle macchine, e più precisamente con riferimento al suo rapporto con il D.P.R. n. 547/55. Anche in quella occasione si era pensa- to di liquidare il vecchio D.P.R. n. 547/55 a favore della normativa europea sulla sicurezza delle macchine recepita con il regolamento di cui al citato D.P.R. n. 459/96. Poi ci si è accorti - e la Corte di Cassazione in numerose sentenze lo ha più volte messo in evidenza - che la marcatura CE e l’adozione di tutte le procedure previste dal D.P.R. n. 459/96 (valutazione dei rischi, libretto di uso e manutenzione, fascicolo tecnico, dichiarazione di conformità ai RES e cioè ai requisiti essenziali di sicurezza imposti dalle direttive europee) non costituiscono una garanzia assoluta di sicurezza delle macchine ma assumono in realtà più una valenza di garanzia per il mercato. Ci si è resi conto, inoltre, che il D.P.R. n. 547/55 ci sta ancora tutto o quasi, che esso spesso tutela gli stessi RES non coperti da sanzione penale e che in fondo i due D.P.R. sono destinati a convivere fino a quando non si provvederà a redigere un testo unificato o anche più testi che comunque siano rigorosamente coordinati fra loro. Un valido contributo sulla individuazione del rapporto fra la legislazione italiana e la normativa di estrazione comunitaria in materia di sicurezza delle macchine, utile comunque al più ampio discorso del coordinamento delle norme italiane ed europee oggi esistenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro, è stato fornito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 37408 del 14 ottobre 2005 della III Sezione Penale con la quale la stessa si è espressa in maniera esplicita affermando, sia pure limitatamente al campo della sicurezza delle macchine, che le normative comunitarie costituiscono sostanzialmente una integrazione di quelle legislative già esistenti in materia nel nostro paese. L’evoluzione del D.Lgs. n. 626/94 Analogo “imbarazzo” ha suscitato il raccordo delle normative europee con il corpo normativo in materia di igiene del lavoro fin dall’emanazione del D.Lgs. n. 277/91, che ha recepito le direttive comunitarie in materia di esposizione a rumori, piombo e amianto, processo poi proseguito con lo stesso D.Lgs. n. 626/94, che ha modificato alcuni articoli in materia di igiene del lavoro della normativa di legge già preesistente di cui al D.P.R. 19/3/1956 n. 303 e quindi con il D.Lgs. 2/2/2002 n. 25 per quanto riguarda i rischi derivanti da agenti chimici durante il lavoro e per ultimo con il D.Lgs. 19/9/2005 n. 187 sulle prescrizioni minime di sicurezza e di salute relative alla esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti da vibrazioni meccaniche. Quindi, se aggiungiamo poi il recepimento della direttiva europea relativa alla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da atmosfere esplosive di cui al D.Lgs. 12/6/2003 n. 233, che ha aggiunto il Titolo VIII bis al D.Lgs. n. 626/94, ed anche il D.Lgs. 23/6/2003 n. 195 sui requisiti professionali dei responsabili e degli addetti ai servizi di prevenzione e protezione, che ha introdotto l’art. 8 bis nello stesso decreto, ne viene fuori quello che è l’attuale testo del D.Lgs. n. 626/94, 7 La rivista del consulente d’azienda anno 4 - n° 2 · marzo-aprile 06

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che chiamiamo coordinato ma che in realtà è frastaglia- Il D.Lgs. n. 235/2003 sui lavori in quota to di aggiunte, abolizioni, richiami, articoli e commi bis. Con il D.Lgs. n.235/03 è la volta del D.P.R. 7/1/1956 n. 164 ter, quater ecc. con una articolazione che certo non age- sulla prevenzione degli infortuni nel campo delle co- vola la sua lettura e quindi la sua applicazione. struzioni e dei decreti ad esso collegati. In merito è ne- cessario trovare un raccordo fra la normativa comunita- Sicurezza delle attrezzature di lavoro ria e lo stesso D.P.R. n. 164/56 per quanto riguarda in Con il D.Lgs. n. 494/96 è stato poi preso in considerazio- particolare la sicurezza nell’uso delle attrezzature di la- ne il settore delle costruzioni e ci si è allineati alle diretti- voro per l’esecuzione di lavori temporanei in quota. Con ve europee per quanto riguarda i cantieri temporanei o il D.Lgs. n. 235/03 vengono definiti quelli che sono da mobili, decreto con il quale più che fissare delle norme intendersi i lavori in quota, consistenti più precisamente tecniche sulla installazione dei cantieri sono state intro- in «quelle attività che espongono i lavoratori al rischio dotte nuove figure obbligatorie e sono state imposte, di caduta da una quota posta ad una altezza superiore nell’ordine, una nuova organizzazione dei lavori, la pro- ai 2 metri rispetto ad un piano stabile», definizione che gettazione del cantiere e la pianificazione della sicurez- mancava nel nostro corpo normativo preesistente. za, nonché il controllo dell’applicazione di tali prescrizio- Il D.Lgs. n. 235/2003, entrato in vigore il 19 luglio 2005, 8 ni durante la fase di esecuzione dei lavori. non fa altro - in pratica - che modificare l’art. 36 del Si è passati, quindi, alla sicurezza delle attrezzature di D.Lgs. n. 626/94, inserendo gli art. 36-bis, 36-ter, 36-qua- lavoro per la quale si è ravvisata la necessità di un ade- ter e 36 quinquies, e prende in considerazione per tali guamento alle direttive europee in materia, processo, tipi di lavori l’uso delle scale a pioli, dei ponteggi e dei questo, già iniziato con la emanazione del D.Lgs. sistemi di accesso e di posizionamento mediante funi, 4/8/1999 n. 359, che ha integrato in parte il Titolo III del dettando delle disposizioni sul loro impiego in parte a D.Lgs. n. 626/94 relativo alle attrezzature di lavoro, e che conferma di quelle già contenute nelle norme di pre- ora ci vede costretti, a seguito della sentenza del 10 apri- venzione degli infortuni preesistenti di cui al D.P.R. n. le 2003 della Corte di Giustizia europea, ad inserire altre 547/55 ed al D.P.R. n. 164/56 ed in parte di nuova istitu- integrazioni al testo dello stesso D.Lgs. n. 626/94 e ad ap- zione. portare, inoltre, delle modifiche alle macchine prive di Alla luce di quanto disposto dal D.Lgs. n. 626/94 con marcatura CE e già messe a disposizione dei lavoratori l’art. 98, in base al quale sono fatte salve, se non specifi- prima del 31/12/1996. E’ con la legge 18/4/2005 n. 62 su- catamente modificate, tutte le norme già vigenti in ma- gli adempimenti derivanti dalla partecipazione alle Co- teria di prevenzione degli infortuni, con il D.Lgs. 235/03 munità europee che sono stati infatti aggiunte delle pre- vengono sostanzialmente integrate le disposizioni già scrizioni di sicurezza per l'impiego delle attrezzature di fissate dalla normativa previgente in materia di scale fis- lavoro, prescrizioni che si è riscontrato non essere pre- se a pioli ed in materia soprattutto di ponteggi. I pon- senti nel corpo normativo nazionale preesistente. Tali teggi, nella normativa preesistente, sono presi in consi- prescrizioni riguardano la protezione dai rischi che pos- derazione con il D.P.R. n. 164/56 il quale detta delle sono derivare dalla messa in moto e dall’arresto della disposizioni sui vari tipi di ponteggio (ponteggi metalli- macchina, la rimessa in moto della macchina dopo un ci ed in legname, ponti a sbalzo, sospesi, su cavalletti, su arresto, la priorità dell’ordine di arresto rispetto agli ordi- ruote a torre, sviluppabili a forbice, autosollevanti, ecc.) ni di messa in moto, l’idoneità delle protezione degli ele- con particolare riferimento ai ponteggi metallici fissi di menti mobili della macchina contro i rischi di contatto cui agli articoli 30 e seguenti (autorizzazione alla costru- meccanico, elementi questi in fondo in parte già inseriti zione ed all’impiego, relazione tecnica, disegno, ipotesi nelle righe del D.P.R. n. 547/55 ma che necessitano di una di calcolo, caratteristiche di resistenza, manutenzione, rivisitazione. revisione, ecc). Resta anche in vigore l’art. 16 del D.P.R. n. 164/56 che riguarda i lavori che sono eseguiti ad una al- La rivista del consulente d’azienda anno 4 - n° 2 · marzo-aprile 06

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tezza superiore ai 2 metri il quale, contrariamente a quanto può apparire a seguito di una prima analisi, non è incompatibile con le nuove disposizioni sulla sicurezza dei lavori in quota ma complementare allo stesso in quanto regolamenta, secondo le indicazioni più volte fornite dalla Corte di Cassazione, anche i lavori che espongono i lavoratori al rischio di caduta da una quota posta ad una altezza inferiore ai 2 metri. La novità assoluta per i ponteggi introdotta dal D.Lgs. n. 235/2003 consiste nell’obbligo da parte dei datori di lavoro di provvedere a redigere, a mezzo di persona competente ed in funzione della sua complessità, un piano di montaggio, uso e smontaggio del ponteggio scelto (PIMUS) nonché di assicurarsi che i ponteggi siano montati, smontati o trasformati sotto la sorveglianza di un preposto e ad opera di lavoratori che abbiano ricevuta una adeguata formazione teorico-pratica per compiere tali tipi di operazioni. Ma anche a tale proposito si fa osservare che già il D.P.R. n. 164/96 per quanto riguarda i ponteggi metallici fissi aveva già indicato con l’articolo 36 che al montaggio e smontaggio degli stessi “deve essere adibito personale pratico e fornito di attrezzi appropriati ed in buono stato di manutenzione” e che “il responsabile del cantiere deve assicurarsi che il ponteggio venga montato conformemente al progetto e a regola d’arte” ed ancora con l’articolo 17, per quanto riguarda le opere provvisionali, che “il montaggio e smontaggio delle opere provvisionali devono essere eseguiti sotto la diretta sorveglianza di un preposto ai lavori”. Viene fissata, altresì, dal D.Lgs. n. 235/2003 una sorta di norma transitoria stabilendo lo stesso che possono comunque effettuare l’attività di preposto e di “pontista” coloro che dimostrino di aver già svolto tale attività, al momento dell’entrata in vigore del decreto, per almeno tre anni per i preposti e per almeno due anni per i “pontisti”, fermo restando che entro due anni da tale data stessa sia gli uni che gli altri devono comunque frequentare i corsi di formazione stabiliti dal decreto legislativo. Anche per i lavoratori da adibire ai lavori con sistemi a funi, che con una sorta di licenza potremmo definire “funisti”, è prevista una formazione con contenuti adeguati alla particolare attività svolta e fissati dal decreto ed è introdotta altresì una analoga possibilità per i datori di lavoro di poter subito adibire i lavoratori a tali tipi di operazioni purché abbiano svolto tale tipo di attività per almeno due anni alla data di entrata in vigore del decreto, fermo restando l’obbligo della frequenza del corso di formazione entro due anni dalla stessa data di entrata in vigore. E arriviamo, infine, al recepimento delle direttive europee sulla protezione dai rischi di amianto e rumori di prossima emanazione e che dovranno sostituire il D.Lgs. n. 277/91 per quanto riguarda la protezione dai rischi fisici e biologici e nel frattempo stiamo andando incontro ad una nuova legislatura. E’ auspicabile quindi, anche per stare al passo con le direttive europee, che venga ripreso quanto prima, con impegno ed assiduità, il discorso del nuovo Testo Unico il cui obiettivo, oltre che di riordinare e semplificare le normative esistenti nel settore, è proprio quello di coordinare e armonizzare le più recenti disposizioni di legge di estrazione comunitaria con quelle più consolidate e già esistenti nel corpo legislativo nazionale. Approvato (finalmente) il decreto RSPP È stato sancito l’accordo sul D.Lgs. n. 195/2003, in integrazione all’articolo 8 bis del D.Lgs. n. 626/94. L’approvazione è stata data dalla Conferenza Permanente Stato/Regioni del 26 gennaio 2006 ed è pubblicata sulla G.U.R.I. n. 37 del 14 febbraio 2006. I contenuti principali vertono sui corsi di formazione delle figure professionali dell’Addetto ai Servizi di Prevenzione e Protezione (ASPP) e del Responsabile dei Servizi di Prevenzione e Protezione (RSPP). Nel progettare tali corsi si tiene conto del contesto di riferimento (numero di persone da formare, tipologia dei settori di attività lavorative, tipologia dei rischi connessi alle attività lavorative) e della preparazione richiesta, diversificando i percorsi formativi in funzione dell’eventuale esperienza già maturata da parte dei destinatari. L’accordo fornisce le linee guida ai centri di formazione per quel che riguarda l’organizzazione, la metodologia di insegnamento, e la diversa articolazione dei corsi. Al termine del corso viene rilasciato dalle Regioni o dagli enti competenti un attestato di frequenza con verifica dell’apprendimento raggiunto, sulla scorta di un verbale redatto da Commissioni di docenti interni. L’accordo individua, inoltre, i seguenti soggetti formatori: - Amministrazioni statali e pubbliche (per il proprio personale); - istituzioni scolastiche statali (per il proprio personale); - ordini e collegi professionali (per i propri iscritti); - tutti i soggetti che: a) sono accreditati dalla Regione per l’ambito in cui intendono operare; b)dimostrano di possedere esperienza almeno biennale maturata in ambito di prevenzione e sicurezza sul lavoro; c) dimostrano di disporre di docenti con esperienza almeno biennale in materia di prevenzione e sicurezza sul lavoro. I Responsabili e gli Addetti dei Servizi di Prevenzione e Protezione sono tenuti, inoltre, a partecipare a corsi di aggiornamento, da effettuarsi con periodicità quinquennale. Tali corsi potranno anche essere del tipo di formazione a distanza e terranno conto del settore lavorativo, delle novità normative sopraggiunte e delle innovazioni riguardanti le misure di prevenzione. 9 La rivista del consulente d’azienda anno 4 - n° 2 · marzo-aprile 06

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La“Sindrome Nimby” in Italia Il fenomeno delle contestazioni territoriali ambientali continua a crescere 11 Valentina MINETTI* Si parla sempre più spesso di sviluppo sostenibile e ci si interroga su come sia possibile far convivere un processo di industrializzazione in continua crescita con una tutela dell’ambiente necessaria alla nostra stessa sopravvivenza. Siamo di fronte ad una profonda crisi nel rapporto uomo-ambiente: ne è una prova l’opposizione delle comunità locali verso la realizzazione di impianti e infrastrutture capaci di sostenere quel grado di modernizzazione a cui siamo ormai abituati. Si chiama “Sindrome Nimby”: un termine che, se fino a ieri era poco conosciuto, almeno nel nostro Paese, sembra oggi aver conquistato una propria identità grazie alla forza mediatica dei casi di contestazione territoriale saliti agli onori della cronaca. In Italia, il fenomeno delle opposizioni alle opere di pubblica utilità sta raggiungendo soglie critiche, tanto che si assiste ormai ad una vera e propria gara tra chi contesta di più, uno scontro in cui le ragioni dello sviluppo sostenibile sembrano passare in secondo piano. Ormai non si fa differenza tra termovalorizzatori e impianti di compostaggio, tra TAV e Ponte sullo Stretto, le contestazioni investono anche impianti o infrastrutture ambientalmente sostenibili, come le centrali a biomasse e i parchi eolici. Ma come nascono queste contestazioni? Come mai si tende a rifiutare qualsiasi nuovo impianto, a prescindere dalla sua utilità? E’ possibile contenere questo fenomeno in continuo sviluppo? Ma soprattutto, possono istituzioni, associazioni ambientaliste, cittadini e azien- de trovare un punto di accordo? Queste sono solo alcune delle domande che si pone il Nimby Forum®, un progetto di ricerca nato nella primavera del 2004 per studiare il fenomeno delle contestazioni territoriali. Il Forum ha riunito per la prima volta attorno ad un tavolo di lavoro i vari soggetti coinvolti nei processi decisionali e gestionali del territorio, stimolando non solo lo scambio di informazioni ma anche e soprattutto la diffusione di un concetto condiviso di partecipazione. La “Sindrome Nimby” NIMBY – Not In My Back Yard – ovvero “non nel mio giardino” è questo l’esatto significato dell’acronimo utilizzato per identificare i fenomeni di opposizione territoriale alla realizzazione di impianti e infrastrutture. L’aggravarsi di questi fenomeni ha portato allo sviluppo di una vera e propria “Sindrome Nimby”: l’insieme dei sintomi che raggruppano la volontà di un gruppo di cittadini di non vivere nelle vicinanze di ciò che viene considerato dannoso per l’ambiente, per la salute, per la qualità della vita, e che non si ritiene utile a livello locale. In particolare, si assiste alla nascita di contestazioni: - quando il processo di pianificazione territoriale viene imposto dall’alto, senza ricercare un consenso locale; - quando il progetto suscita timori sia per gli effetti am- bientali, sia per le ripercussioni a livello sociale; - quando l’utilità del progetto per lo sviluppo del terri- torio viene messa in discussione. Un’analisi storica del fenomeno Nimby non è semplice: la letteratura si limita infatti a fornire alcune nozioni di * NIMBY Forum® La rivista del consulente d’azienda anno 4 - n° 2 · marzo-aprile 06

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1. lo scarso coinvolgimento del territorio nelle decisioni che lo riguardano direttamente; 2. il declino della fiducia dei cittadini nei confronti delle autorità governative; 3. un processo di comunicazione parziale e poco efficace. Alla base di queste forme di conflittualità sembra esser- ci un processo di comunicazione poco efficiente, che non fornisce informazioni chiare e trasparenti, e quindi non è in grado di rassicurare le comunità locali sui reali impatti ambientali dei progetti e sulla loro validità. Il ri- sultato è un crescente allarmismo che, alimentato dalle paure suscitate da una conoscenza limitata o distorta, Distribuzione degli articoli riguardanti i fenomeni NIMBY sfocia inevitabilmente nella protesta. L’importanza della comunicazione come strumento strategico nel creare 12 massima, per concentrarsi sugli aspetti più tecnici del consenso intorno ad un nuovo progetto viene troppo problema e sulle possibili soluzioni. spesso sottovalutata dalle Amministrazioni e dall’azien- Lo sviluppo di questo fenomeno è strettamente corre- da proponente. Essi si limitano a fornire informazioni lato al processo di industrializzazione ed urbanizzazione dettagliate sugli aspetti tecnici nella fase finale del pro- iniziato nel XVIII secolo, anche se solo a partire dal XX se- cesso di pianificazione industriale, mentre tralasciano colo si è assistito ad un deciso aumento della conflittua- uno studio preventivo della realtà sociale del territorio lità ambientale e territoriale. Se in passato il raggiungi- capace di individuare i soggetti più rappresentativi con mento dello sviluppo economico era strettamente cui avviare il dialogo. Manca inoltre una forte presa di collegato alla realizzazione dei grandi impianti industria- posizione da parte della Comunità Scientifica, che ten- li e infrastrutture, tanto che i fenomeni di degrado am- de a non esprimersi in maniera compatta ed ufficiale bientale venivano considerati un male necessario, oggi sugli aspetti strettamente legati alla salute dell’uomo e un maggior grado di istruzione e la crescente attenzione dell’ambiente in cui vive, oltre che sugli effetti reali del- per le problematiche ambientali hanno portato ad inter- l’inquinamento. rogarsi sul futuro di uno sviluppo incontrollato. In Italia, i movimenti di opposizione locale sono nati Il NimbyForum® in seguito all’affermazione del movimento ambientali- L’importanza della comunicazione e della partecipazio- sta che, a partire dalla contestazione antinucleare, ha ne nell’affrontare le contestazioni territoriali ambientali promosso varie iniziative per combattere le forme d’in- è il punto di partenza del NimbyForum®, un progetto di quinamento prodotte dalle attività umane. Con il passa- ricerca ideato e promosso da Allea - società di consu- re del tempo, le contestazioni hanno però assunto ca- lenza nel settore della comunicazione e delle relazioni ratteri talmente localistici da non trovare il consenso istituzionali con competenze specifiche nei settori più delle stesse associazioni ambientaliste nazionali, più esposti alla “Sindrome di Nimby” (energia, rifiuti, infra- orientate alla ricerca di un difficile equilibrio tra interessi strutture). generali e particolari. A questo si aggiunge il moltipli- Il Forum ha definito i contorni del tema delle conte- carsi dei soggetti chiamati a rappresentare i diversi inte- stazioni ambientali dal punto di vista del flusso delle ressi del territorio: comitati di cittadini, associazioni am- informazioni e del contesto mediatico specifico, sia at- bientaliste, associazioni di categoria, media e traverso un monitoraggio sistematico della stampa ita- naturalmente amministrazioni locali e nazionali. liana mai realizzato prima, sia fornendo l’opportunità ai In questo scenario la comunicazione – intesa come diversi soggetti interessati di confrontarsi in un conte- interazione tra soggetti – assume un ruolo fondamenta- sto super partes. L’obiettivo è quello di sviluppare e le nell’allentare le tensioni sociali. diffondere la cultura della comunicazione, del dialogo e La tendenza verso una contestazione tout court sem- della partecipazione in ambito territoriale, come fattori bra infatti non lasciare spazio ad un confronto costrutti- indispensabili alla realizzazione di impianti e infrastrut- vo tra le parti e ad una valutazione equilibrata dei pro- ture strategiche per lo sviluppo del Paese. getti validi e realmente utili. Oggi NimbyForum®, diventato un Osservatorio Media e un Tavolo di Confronto Permanente, è depositario del I perché delle contestazioni più completo patrimonio informativo in Italia sul tema Esistono cause ricorrenti, strettamente correlate tra loro, delle contestazioni territoriali ambientali e si pone co- alle quali è possibile ricollegare la nascita delle conte- me centro di raccolta e analisi di informazioni al fine di stazioni Nimby: trasformarle in conoscenza condivisa, a vantaggio di im- La rivista del consulente d’azienda anno 4 - n° 2 · marzo-aprile 06

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prese, istituzioni e territori toccati dal problema della “Sindrome Nimby”. Nel primo anno di attività (pari ad 11 mesi di analisi), l’Osservatorio ha censito oltre 2700 articoli, individuando 190 situazioni di criticità suddivise nei tre settori di riferimento: Rifiuti, Energia e Infrastrutture. I dati della Seconda Edizione (ad oggi 11 mesi di rilevazione) parlano di 149 tra impianti e infrastrutture oggetto di contestazione e di un numero di articoli in continua crescita, con oltre 300 pezzi al mese e picchi di 50 al giorno. Degli impianti in elenco 78 erano stati già individuati nel corso della Prima Edizione, mentre ben 71 sono le nuove contestazioni: un dato che oltre a evidenziare il perdurare di situazioni di criticità, conferma la tendenza alla crescita dei fenomeni di opposizione su tutto il territorio italiano. Per quanto riguarda la tipologia degli impianti contestati, il settore rifiuti continua ad essere in primo piano, anche se si nota un aumento delle criticità nel settore energia, in parte dovuto al forte deficit energetico nazionale che esige la realizzazione di nuovi impianti, e in quello delle infrastrutture, dove le contestazioni NO-TAV in Val di Susa hanno fatto emergere in modo eclatante i problemi connessi alla mobilità. E’ significativo che, in termini di numero di articoli analizzati, la situazione in Val di Susa abbia generato, da sola, oltre 600 pezzi, pari a circa il 30% di tutti gli articoli usciti negli ultimi sei mesi. Nonostante la crescente attenzione che la stampa nazionale e locale dedica ai fenomeni Nimby, si riscontra una certa tendenza a dare maggior voce alle “ragioni del no” (circa il 55% delle posizioni riportate sono infatti negative, mentre i pareri positivi pesano per il 22%). Un dato che acquista maggiore significato se si consi- derano i valori relativi alla presentazione dell’articolo, che nell’82% dei casi risulta parziale, non riportando tutte le posizioni in gioco. Oltre all’analisi stampa, il Forum promuove attività e progetti di ricerca paralleli, allo scopo di ampliare il campo di studio fornendo spunti di riflessione sempre più articolati. La Prima Edizione si è conclusa con la presentazione di “Linee Guida Generali di Comunicazione”: un documento condiviso da applicare in tutte le situazioni in cui si voglia affrontare in maniera proattiva e partecipativa la messa a punto di strategie di comunicazione in relazione alla costruzione di nuovi impianti e/o infrastrutture pubbliche. Tra le iniziative della Seconda Edizione, il Forum ha avviato un progetto di ricerca sugli impatti economici legati alla realizzazione delle opere, i cosidetti “costi del non fare”, un aspetto estremamente importante in una società dove lo sviluppo non può prescindere da valutazioni di tipo economico. Il Forum ha inoltre attivato un nuovo canale: un questionario on-line, volto a raccogliere le impressioni e le opinioni di chiunque vorrà dedicare qualche minuto del suo tempo a riflettere sul tema della partecipazione alle decisioni sui progetti per le grandi opere, e più in generale sul proprio rapporto con l’ambiente e con le istituzioni. Per maggiori informazioni su tutte le attività promosse dal Forum: www.nimbyforum.net 13 La rivista del consulente d’azienda anno 4 - n° 2 · marzo-aprile 06

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La gerarchia delle fonti normative nell’ordinamento italiano Giuseppe BLEFARI Si definiscono fonti normative gli atti e i fatti mediante cui vengono poste e prodotte le norme giuridiche. Esse costituiscono lo strumento tecnico predisposto o riconosciuto dall’ordinamento ai fini della produzione del diritto oggettivo e per questo le fonti in esame vengono definite fonti di produzione. Le fonti normative si distinguono in fonti-atti e fonti-fatti: - le fonti-atti sono costituite da manifestazioni di vo- lontà espresse da un organo dello Stato-soggetto o di un altro ente legittimato dalla Costituzione e trovano generalmente la loro formulazione in un testo normativo (fonti scritte); - le fonti-fatti consistono in un comportamento oggettivo (consuetudine od uso) o in atti di produzione giuridica esterni al nostro ordinamento e che perciò vengono assunti come fatti (fonti non scritte). La varietà e la molteplicità delle fonti richiede l’utilizzo di un criterio per il loro coordinamento in sistema. I criteri comunemente adottati nel nostro Ordinamento sono: Il criterio gerarchico, in base al quale la fonte superiore prevale su quella inferiore. In concreto questo significa che la fonte inferiore che abbia un contenuto contrario a quella superiore è da considerarsi invalida e dovrà essere pertanto eliminata, abrogata dall'ordinamento. In questo senso, nel nostro sistema normativo distinguiamo tre livelli gerarchici: I livello: Fonti costituzionali (Costituzione, leggi costituzionali e di revisione costituzionale); II livello: Fonti legislative, dette anche fonti primarie (leggi, decreti legge e decreti legislativi, leggi regionali); III livello: Fonti regolamentari, dette anche fonti secondarie (regolamenti del Governo, degli enti locali). Altra importante conseguenza dell’articolazione in gradi dell’ordinamento giuridico consiste nella possibilità di “riservare” ad una certa fonte la disciplina di una data materia, escludendosi così che essa possa venire disciplinata da fonti subordinate; in questo caso, si parla di riserva di legge. Essa è volta ad assicurare che in materie particolarmente delicate, come nel caso dei diritti fondamentali del cittadino, le decisioni vengano prese dall'organo più rappresentativo del potere sovrano ovvero dal Parlamento. La riserva di legge può essere assoluta, se impone di regolare integralmente una materia con legge o atto avente forza di legge, oppure relativa, qualora si debbano dettare con legge o atto avente forza di legge solo i criteri generali che disciplinano una data materia, lasciando l'attuazione della stessa a regolamenti autorizzati o fonti secondarie. Il criterio cronologico, che consiste nel far prevalere, la fonte di più recente emanazione su quella previgente; Il criterio della specialità, secondo cui la fonte speciale prevale su quella generale. Fonti del diritto interno Fonti costituzionali A) La Costituzione La Costituzionale rappresenta la principale fonte del diritto formale. Essa è un atto prodotto dal potere costituente, ossia dal potere politico assoluto, sovrano e concentrato, il quale, per esigenze non logiche, ma di politica costituzionale, viene definito come straordinario e irripetibile, consumandosi in un solo atto di esercizio. All'interno del testo costituzionale si può distinguere un contenuto costituzionale essenziale, in cui consiste il prodotto tipico e, in quanto tale, irripetibile del potere costituente (ciò che, operando una distinzione in relazione alla qualità normativa, la giurisprudenza della Corte costituzionale chiama «principi supremi della Costituzione»), e una costituzione strumentale, la quale è modificabile dal potere costituito di revisione. B) Leggi di revisione costituzionale e leggi costituzionali Sono fonti previste dall'art. 138 della Costituzione, il quale prefigura un procedimento aggravato rispetto a quello legislativo ordinario: è infatti necessaria, da parte delle due assemblee legislative, una doppia deliberazione, l'una dall'altra a distanza non inferiore di tre mesi, richiedendosi per la seconda deliberazione la maggioranza assoluta dei membri del collegio (e non la maggioranza dei votanti), con la possibilità, ove non si raggiunga la superiore maggioranza dei due terzi, che il perfezionamento dell'atto sia subordinato all'esito di un referendum confermativo. Con il medesimo procedimento, vengono adottati gli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale, i quali però consistono non in leggi di revisione, bensì in leggi di attuazione della Costituzione. 15 La rivista del consulente d’azienda anno 4 - n° 2 · marzo-aprile 06

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