Tabloid del Teatro di Roma - VI numero - gennaio-marzo 2017

 

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Tutta la programmazione del Teatro Argentina e del Teatro India da gennaio a marzo 2017

Popular Pages


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TEATRO NAZIONALE direttore ANTONIO CALBI 16.17Stagione foto REZA/ Webistan Umanità in movimento Humanity in movement VI numero gennaio.marzo 2017

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Vivi il teatro in libertà! Libertina Card LO SPETTACOLO CHE VUOI, QUANDO VUOI, CON CHI VUOI Libertina Card 6 ingressi al Teatro Argentina oppure 12 ingressi al Teatro India € 120 Teatro Argentina: ingresso € 20 per platea e palchi fino al II ordine. Teatro India: ingresso € 10 posto unico non numerato feriale dal lunedì al giovedì € 96 Teatro Argentina: ingresso € 16 per platea e palchi fino al II ordine. Teatro India: ingresso € 8 posto unico non numerato Libertina Card under 35 8 ingressi al Teatro Argentina o al Teatro India € 100 5 ingressi al Teatro Argentina o al Teatro India € 65 Teatro Argentina: platea e palchi fino al II ordine. Teatro India: posto unico non numerato Card a scalare: utilizzabili anche da più persone per lo stesso spettacolo, fino a esaurimento dell’importo. La scelta del giorno e del posto può essere fatta per telefono, via internet, oppure direttamente presso le biglietterie dei teatri, anche la sera stessa. Le card non sono ricaricabili. Sono esclusi dalle card i concerti dell’Accademia Filarmonica Romana e alcuni eventi speciali. Tutte le card hanno validità per la sola stagione 2016/2017. teatrodiroma.net

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ASSOCIAZIONE TEATRO DI ROMA CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Presidente Marino Sinibaldi Consiglieri Nicola Fano, Carlotta Garlanda Mercedes Giovinazzo, Antonio Tallarida COLLEGIO DEI REVISORI DEI CONTI Presidente Giuseppe Signoriello Membri effettivi Giorgio Bovi, Giovanni Pizzolla Membri supplenti Bruno De Cristoforo, Felice Duca Segreteria di Presidenza e Organi collegiali Mariella Paganini DIRETTORE GENERALE E ARTISTICO Antonio Calbi Assistente del Direttore Paola Macchi Segreteria di Direzione Monica Pescosolido Produzione Carolina Pisegna, responsabile Elena Carrera, Simona Patti Programmazione Floriana Pistoni, responsabile Laura Taramelli Attività Culturali e Internazionali, Centro Studi e Documentazione, Scuola di Teatro e Perfezionamento Professionale Sandro Piccioni, responsabile Silvia Cabasino, Catia Fauci Ufficio Stampa Amelia Realino Comunicazione, Promozione e Marketing Paola Folchitto, responsabile Federica Cimmino, Chiara Petternella Cristina Pilo, Maria Rosaria Russo Roberta Urbani Servizi Amministrativi e Finanziari Patrizia Babusci, responsabile Roberto Maria Capilupi Laura Ferrazza, Daniela Lancia Luciana Liberatore, Rita Milone Personale e Risorse Umane Enrico Olla, responsabile Ombretta Conte, Giovanni Galletti Roberto Tancredi Referente Teatro India Walter Marsilii Settore Tecnico e Allestimenti Giovanni Santolamazza, responsabile Claudio Beccaria, vice responsabile Marcello Aiello, Antonio Borrelli Andrea Brachetti, Dario Ciattaglia Vincenzo Lazzaro, Marco Maione Massimo Munalli, Sandro Pasquini Massimiliano Pischedda Emiliano Simonelli Alessandro Sorrenti Sale Teatrali Maurizio Todaro, responsabile Ester Albanese, Lea Blasi Claudia Consorti, Barbara Palombi Valerio Schiavi Servizio Prevenzione e Protezione Mauro Fiore, responsabile Piero Balistreri, Gregorio Clementini Marco Venturi Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli Roberto Gandini, coordinatore artistico Giorgio Lourier Immagine di copertina © REZA/ Webistan Children photographers, Afghanistan, 1985 I was exhausted, physically worn out by the harshness of the weather, the lack of food and rest and the constant tension of worrying of possible ambush. Nevertheless, I kept moving forward, motivated by my desire to reach the Panjshir Valley and meet Massoud, the young commander of the Afghan resistance. I arrived in a village. The children rushed up to me and surrounded me and they began to imitate me, playing at being photographers. Their laughter, and their spontaneous friendliness erased all of the discouragement I’d felt. It reminded me of a beautiful truth I had read in James Rumford’s book Traveling Man: The Journey of Ibn Battuta, 1325–1354: “Traveling offers you many a destiny and gives your heart wings.” REZA Questo magazine è stato stampato nel gennaio 2017. Vi hanno contribuito tutti gli uffici del Teatro di Roma. Redazione Amelia Realino, con la collaborazione di Simone Carella. Impaginazione Chiara Petternella.

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4 // Alla memoria di Giorgio Albertazzi, Dario Fo, Anna Marchesini, Paolo Poli, che nel 2016 sono usciti dalla scena della vita e dai palcoscenici, e che nello loro differenti poetiche e visioni, ci hanno regalato creazioni di grande poesia, intelligenza, passione civile e di grande arte. Gentile Lettore, Caro Spettatore del Teatro di Roma, anche il 2016 è volato via, terzo anno della nostra direzione, ed è stato un anno egualmente intenso, ricco di obiettivi raggiunti e soddisfazioni, nonostante le criticità e i problemi che abbiamo dovuto affrontare. Molte cose sono accadute, a Roma, in Italia, nel Mondo, la gran parte non belle, e abbiamo cercato, nel nostro lavoro quotidiano e nella progettazione dei nostri cartelloni e delle nostre produzioni, di tenerne conto. Siamo fortemente convinti che una Istituzione Culturale Pubblica debba costantemente tenere aperte le proprie porte alla realtà nella quale si trovi ad operare e mantenere vivido e proficuo il dialogo fra le arti sceniche – e più in generale con tutte le forme artistiche – e le dinamiche sociali, interpretate nel più ampio senso possibile. Il Teatro Argentina, in modo particolare, ha continuato a proporsi come "agorà culturale e civile" della Capitale aperta a diverse discipline e saperi così come a tutti i cittadini che credono nella cultura come elemento fondante l’identità di una comunità e come ambito privilegiato della dialettica fra le persone, i diversi pensieri e opinioni, le molteplici visioni della vita, i differenti modi di vivere e costruire la realtà. Crediamo fortemente, oggi più che mai, nel Teatro come “parlamento sociale”, ambito speciale dove irrompono i nodi e le criticità quotidiane, e dove l’esistenza e le epoche possano essere ritratte, osservate, indagate. Pensiamo al Teatro come esperienza di condivisione, occasione di conoscenza e non soltanto come straordinario, potente ambito della creazione artistica di una comunità, di un popolo, di un’epoca. I nostri cicli culturali hanno visto una sorprendente adesione e partecipazione dei cittadini della Capitale: da Conversazioni sulle Rovine a Luce sull’Archeologia, da La verità vi prego sul denaro alle Quattro virtù cardinali indagate dalla filosofia; le presentazioni di libri, la visione di documentari e film (l’ultimo di Peter Greenaway), gli incontri, i dibattiti, i premi, i festival e le rassegne di cui siamo stati partner, hanno rappresentato occasioni di autentico scambio e di riflessione sui temi più scottanti dell’attualità: una attualità assai sbussolata e disorientante, sia a livello cittadino che nazionale e internazionale, e che si fa sempre più complessa, sempre più violenta. E poi gli spettacoli proposti, tanti, firmati da quasi cinquanta autori viventi, raccolti nei nostri percorsi tematici, possibili mappe per orientarsi nel presente; le nostre produzioni, la gran parte riuscite e apprezzate da un pubblico sempre più genersoso, attento, esigente, diversificato. I premi e i riconoscimenti ricevuti, fra i quali il Premio della Critica Teatrale, il Premio Franco Enriquez, il Premio Anima, il Premio Ubu e gli altri andati a spettacoli prodotti, a progetti realizzati, ai “nostri” artisti. La stagione in corso ha totalizzato ad oggi più di 11.500 abbonati, il doppio degli abbonati alla squadra di calcio della Lazio (e non me ne vogliano gli spettatori tifosi di questo team), più del doppio di quelli trovati al nostro arrivo nel 2014. Un risultato davvero lusinghiero, se si tiene conto delle risorse economiche a disposizione per la comunicazione e la promozione: l'1,5% del nostro bilancio, un bilancio economico che resta uno dei più bassi fra quelli dei Teatri Nazionali. Fra le produzioni e coproduzioni realizzate vogliamo ricordare lo straordinario, non scontato, successo di Ragazzi di vita, orchestrato magnificamente da Massimo Popolizio, che oltre a crescere sempre di più come interprete (lo abbiamo applaudito la passata stagione al debutto all’Argentina de Il prezzo di Miller, lo abbiamo nuovamente applaudito lo scorso dicembre nella Lehman Trilogy di Stefano Massini, ultima regia capolavoro di Luca Ronconi), si rivela pienamente quale regista di grande competenza e inventiva: uno spettacolo preso d’assalto da un pubblico entusiasta, ampio ed eterogeneo, dove hanno primeggiato i più giovani, come appena ventenne era la gran parte del folto numero di interpreti (Ragazzi di vita tornerà a grande richiesta il prossimo dicembre sul palcoscenico del Teatro Argentina e contagerà nuovi pubblici con la sua bellezza, la sua verità, la sua poesia). Il raffinatissimo e monumentale Calderón, sempre di Pasolini, magistralmente diretto da Federico Tiezzi, in uno dei suoi spettacoli più belli (fresco di Premio Ubu per la migliore regia); la ripresa di Sono Pasolini, la nuova cantata commissionata a Giovanna Marini, sul Pasolini della giovinezza friulana; il Candide di Voltaire riscritto da Mark Ravehnill, diretto con grazia divertita da Fabrizio Arcuri; il Preamleto di Michele Santeramo diretto da Veronica Cruciani; il Lear di Bond messo in scena da Lisa Ferlazzo Natoli, che vede un avvicendamento d’interprete nel ruolo del protagonista, ora in una nuova versione con Elio De Capitani; il dittico sui nuovi terrorismi composto da Chiudi gli occhi di Patrizia Zappa Mulas e Prima della bomba di Roberto Scarpetti, messi in cantiere anche in occasione del Giubileo della Misericordia. E il nostro drammaturgo “residente” dal 2014, Roberto Scarpetti, ha firmato anche la sua prima regia con 28 battiti, un suo nuovo copione sul tema del doping, mentre un mix di tifo e politica era quello osservato nei Furiosi di Nanni Balestrini nella messa in scena firmata da Fabrizio Parenti. L’indagine sul paesaggio urbano e umano intorno al Teatro India di Quando non so cosa fare, cosa faccio?, composto da Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, lanciatissimi nel mondo ma che proprio da

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// 5 Roma e dal Teatro India hanno spiccato il volo. Pasolini ci ha accompagnato per l’intero anno e continuerà ad accompagnarci attraverso altri tre ulteriori spettacoli: Orgia di Fibre Parallele, Ma diretto da Antonio Latella, L’indecenza e la forma di Manfridi, con Francesca Benedetti diretta da Marco Carniti. In questi primi tre mesi del nuovo anno il cartellone è fitto di appuntamenti importanti: l’Eduardo di Natale in casa Cupiello, discusso e premiato spettacolo firmato da Antonio Latella nel 2014, e Non ti pago, ultima regia del compianto Luca De Filippo, che presentiamo con riconoscenza e commozione; Luca ci ha lasciato il 27 novembre del 2015 e per tanti di noi resterà indelebile l’emozione di quel lunedì 30 novembre quando una folla infinita di cittadini ha affollato all’inverosimile, in un fluire continuo e muto di persone comuni e personalità, il Teatro Argentina per l’ultimo sentito omaggio a un uomo di teatro di talento e per bene, figlio d’arte e simbolo di un teatro dal volto umanissimo e vero. Attesa c’è per Emilia dell’argentino Claudio Tolcachir, che dirige Giulia Lazzarini, una delle grandi interpreti del nostro teatro con la quale abbiamo iniziato un dialogo all’indomani della nostra direzione del Teatro di Roma, nel maggio 2014, e che finalmente si concretizza, una volta scovato il copione perfetto per lei: un successo in Argentina e in Europa e che ora vede la sua prima edizione italiana. Un altro argentino, ormai naturalizzato europeo, Alfredo Arias, firma la commedia surreale Madame Pink. Torna l’estro istrionico di Filippo Timi, diretto da Andrée Ruth Shammah in una insolita edizione di Casa di bambola di Ibsen. Originale è anche la riscrittura del Faust di Goethe nei modi dell’Opera di Pechino, firmata dalla regista tedesca Anna Peschke, e si ride nel divertissement musicale PaGAGnini, creato in Spagna da Yllana e Ara Malikian. Per i nostri Ritratti d’artista, merita attenzione il dittico di copioni dell’austriaco Thomas Bernhard, autore che molto amiamo: Minetti, nel quale s’impone il grande Roberto Herlitzka, diretto da Roberto Andò, e L’apparenza inganna, con Sandro Lombardi e Massimo Verdastro, diretti da Federico Tiezzi. Dopo la riedizione di Forme, nella passata estate a India, ecco Mura, sempre di Riccardo Caporossi, uno dei protagonisti dell’avanguardia teatrale romana; la “personale” del duo Elvira Frosini e Daniele Timpano, pungenti irregolarissimi della scena capitolina con ben quattro titoli, prima del trittico di Lucia Calamaro (in maggio). In tal modo, India si fa sempre più “casa” degli artisti indipendenti, espressione più autentica della Città: oltre a quelli già citati, ecco il nuovo atteso lavoro di un’altra irregolare della scena, ora anche novella divina del cinema, qual è Eleonora Danco, con dEVERSIVO, e la crezione mixmedia di Brinchi e Spanò sull’Aminta del Tasso. Ritorna lo spettacolo sulla legalità, Dieci storie proprio così, diretto da Emanuela Giordano in un progetto di Giulia Minoli, rivolto alle coscienze in formazione delle giovani generazioni. Così come riprendiamo per il Giorno della Memoria, Tante facce nella memoria, il dolente viaggio a ritroso nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, testimoniato da sei donne partigiane e non, diretto da Francesca Comencini. Dopo l’Odissea ripercorsa da Giovanna Bozzolo e Eva Cantarella, ecco la versione fremente di corpi di Emma Dante. La parità di genere ha fatto sì che nei nostri cartelloni vanno davvero primeggiando le donne, cosicché a India riappaiono due attrici da noi amatissime: Anna Bonaiuto nei panni di Sarah Bernhardt e Maria Paiato interprete di Bolaño. Al pittore Giorgione è dedicato il lavoro degli Anagoor, Rivelazione, mentre approda a compimento Masculu e fiammina di e con Saverio La Ruina che proprio a India ebbe il suo primo assaggio in forma di studio, all’interno del progetto Garofano Verde, diretto da Rodolfo di Giammarco, sui temi delle identità di genere. E se il duo Lino Musella e Paolo Mazzarelli rinnova il suo talento drammaturgico in Strategie fatali, il classico del trimestre è Macbeth, in una versione più che mai plumbea e raddensata diretta e interpretata da Franco Branciaroli. Il Teatro fa grande ripropone i successi del nostro recente repertorio dedicato agli spettatori in erba: Leo, dedicato al genio di Leonardo da Vinci, diretto da Francesco Frangipane, L’albero di Rodari e Pinocchio diretti da Roberto Gandini per il Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli, ma anche una versione di Hansel e Gretel dei Grimm reinventata da Alessandro Serra, mentre si scaldano migliaia di ugole bambine in preparazione della nuova avventura di EuropaInCanto, quest’anno impegnata nel Flauto magico di Mozart. Per la terza volta si accendono le luci sull’archeologia, questa volta perlustrando i resti dell’impero oltre Roma, giungendo fino ad Atene, e si annunciano già domeniche mattina sold out. Umanità in movimento, il claim di questa stagione, è più che mai pieno di senso. Esso non solo rimanda ai flussi migratori inarrestabili o alle fughe impossibili e bloccate dall’orrore della morte e della distruzione, ma contempla anche le trasformazioni che accadono dentro di noi, sommovimenti esistenziali fatti di smarrimenti e indignazioni, e vuole anche indicare una prospettiva possibile: quella di un futuro che vorremmo meno incerto, e che ritrovi nel gioco del teatro un rinnovato senso di speranza. Come i bambini afghani della nostra copertina suggerisco e reclamano. Antonio Calbi Direttore del Teatro di Roma - Teatro Nazionale

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16.17Stagione foto Ran Reuveni i percorsi della stagione 16.17 gennaio.giugno 2017 IL TEATRO CHE SUONA ● PAGAGNINI ● MADAME PINK ● PORPORA ● LA MUSICA È PERICOLOSA MITI NEL PRESENTE RITRATTI D’ARTISTA TEATRI DI COMUNITà ● ODISSEA A/R ● IL VIAGGIO DI ENEA ● MINETTI / Bernhard ● L'APPARENZA INGANNA / Bernhard ● RIVELAZIONE / Giorgione ● LA DIVINA SARAH / Bernhardt ● FROSINI/TIMPANO ● MURA / Caporossi ● lacasadargilla ● LUCIA CALAMARO ● LABORATORIO TEATRALE INTEGRATO PIERO GABRIELLI ● FINISTERRE ● VENTO DA SUD EST ● AFRICABAR VARIAZIONI SULL’UMANO ● AMINTA ● STRATEGIE FATALI ● MASCULU E FIAMMINA ● FAUST ● dEVERSIVO ● UN QUADERNO PER L'INVERNO ● HUMAN ROMA PER PASOLINI ● ORGIA ● L’INDECENZA E LA FORMA ● MA CLASSICI? MAI COSÌ MODERNI ● MACBETH ● LEAR DI EDWARD BOND ● IL DIVORZIO ● MORTE DI DANTON AFFARI DI FAMIGLIA ● NATALE IN CASA CUPIELLO ● MACBETH ● UNA CASA DI BAMBOLA ● NON TI PAGO ● L’APPARENZA INGANNA ● EMILIA MONDI IN SCENA ● FAUST ● AMULETO ● MADAME PINK ● EMILIA IL TEATRO PER LA LEGALITà IL TEATRO FA GRANDE ● DIECI STORIE PROPRIO COSÌ ● L'ALBERO DI RODARI ● H+G ● LEO ● IL TENACE SOLDATINO DI PIOMBO ● PINOCCHIO ● IL FLAUTO MAGICO ● ASTRONAVE51

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TEATRO ARGENTINA 20 dicembre 2016 ● 4 gennaio 2017 NATALE IN CASA CUPIELLO di Eduardo De Filippo regia Antonio Latella 5 ● 8 gennaio 2017 PAGAGNINI ideazione Yllana e Ara Malikian regia David Ottone Juan Francisco Ramos direzione musicale Ara Malikian 10 ● 22 gennaio 2017 MACBETH di William Shakespeare regia Franco Branciaroli 24 ● 29 gennaio 2017 MINETTI di Thomas Bernhard regia Roberto Andò 31 gennaio ● 5 febbraio 2017 ODISSEA A/R scritto e diretto da Emma Dante 7 ● 19 febbraio 2017 UNA CASA DI BAMBOLA di Henrik Ibsen regia Andrée Ruth Shammah 13 febbraio 2017 L’INDECENZA E LA FORMA di Giuseppe Manfridi regia Marco Carniti 21 febbraio ● 5 marzo 2017 NON TI PAGO di Eduardo De Filippo regia Luca De Filippo 7 ● 12 marzo 2017 FAUST di Li Meini da Goethe regia Anna Peschke 8 marzo ● 1 aprile 2017 SALA SQUARZINA MURA ideazione e regia Riccardo Caporossi 14 ● 19 marzo 2017 MADAME PINK di Alfredo Arias e René De Ceccatty regia Alfredo Arias 23 marzo ● 23 aprile 2017 EMILIA scritto e diretto da Claudio Tolcachir // 7 27 marzo ● 1 aprile 2017 DIECI STORIE PROPRIO COSÌ da un'idea di Giulia Minoli regia Emanuela Giordano 26 aprile ● 7 maggio 2017 IL VIAGGIO DI ENEA di Olivier Kemeid regia Emanuela Giordano 9 ● 14 maggio 2017 HUMAN di Lella Costa e Marco Baliani regia Marco Baliani 16 ● 28 maggio 2017 MORTE DI DANTON di Georg Büchner regia Mario Martone 4 ● 6 giugno 2017 FINISTERRE da José Saramago regia Valentina Esposito 7 ● 11 giugno 2017 LA MUSICA È PERICOLOSA uno spettacolo di Nicola Piovani 20 ● 23 giugno 2017 AFRICABAR scritto e diretto da Riccardo Vannuccini IL TEATRO FA GRANDE 21 ● 22 gennaio 2017 TEATRO INDIA H+G scritto e diretto da Alessandro Serra 3 febbraio ● 4 marzo 2017 TEATRO ARGENTINA LEO da un’idea di Alberto Nucci Angeli e Lorenzo Terranera regia Francesco Frangipane 4 aprile ● 28 maggio 2017 TEATRO ARGENTINA IL FLAUTO MAGICO di Wolfgang Amadeus Mozart 8 ● 9 aprile 2017 TEATRO INDIA ASTRONAVE51 ispirato a Philip K. Dick scritto e diretto da Caterina Carpio e Alice Palazzi 22 ● 23 aprile 2017 TEATRO INDIA IL TENACE SOLDATINO DI PIOMBO un’idea di Fabrizio Pallara da Hans Christian Andersen LABORATORIO TEATRALE INTEGRATO PIERO GABRIELLI regia Roberto Gandini 10 dicembre 2016 ● 6 gennaio 2017 TEATRO ARGENTINA, SALA SQUARZINA L’ALBERO DI RODARI 29 marzo ● 7 aprile 2017 TEATRO INDIA PINOCCHIO 1 ● 2 giugno 2017 TEATRO ARGENTINA INFUTURARSI TEATRO INDIA 12 ● 15 gennaio 2017 ORGIA di Pier Paolo Pasolini regia Licia Lanera 12 ● 29 gennaio 2017 AMINTA drammaturgia Erika Z. Galli e Martina Ruggeri regia Luca Brinchi e Daniele Spanò 17 ● 22 gennaio 2017 AMULETO di Roberto Bolaño regia Riccardo Massai 25 gennaio ● 5 febbraio 2017 STRATEGIE FATALI scritto e diretto da Lino Musella e Paolo Mazzarelli 31 gennaio ● 5 febbraio 2017 MASCULU E FIAMMINA scritto e diretto da Saverio La Ruina 7 ● 12 febbraio 2017 L’APPARENZA INGANNA di Thomas Bernhard regia Federico Tiezzi 14 ● 19 febbraio 2017 RIVELAZIONE drammaturgia Laura Curino, Simone Derai regia Simone Derai 21 ● 26 febbraio 2017 LA DIVINA SARAH da John Murrell regia Marco Carniti 28 febbraio ● 5 marzo 2017 RITRATTO D'ARTISTA Frosini/Timpano 28 febbraio ● 2 marzo 2017 ACQUA DI COLONIA 3 marzo 2017 ALDO MORTO 4 marzo 2017 DIGERSELTZ 5 marzo 2017 ZOMBITUDINE 10 ● 19 marzo 2017 dEVERSIVO scritto e diretto da Eleonora Danco 21 ● 26 marzo 2017 MA drammaturgia Linda Dalisi regia Antonio Latella 28 marzo ● 9 aprile 2017 LEAR DI EDWARD BOND regia Lisa Ferlazzo Natoli 19 ● 23 aprile 2017 UN QUADERNO PER L’INVERNO di Armando Pirozzi uno spettacolo di Massimiliano Civica 18 ● 23 aprile 2017 TEATRO PALLADIUM IL DIVORZIO di Vittorio Alfieri regia Beppe Navello 3 ● 21 maggio 2017 RITRATTO D'ARTISTA Lucia Calamaro 3 ● 14 maggio 2017 LA VITA FERMA 16 ● 18 maggio 2017 L’ORIGINE DEL MONDO 19 ● 21 maggio 2017 TUMORE 24 ● 28 maggio 2017 PORPORA testi Mariangela Gualtieri regia Cesare Ronconi 6 giugno 2017 VENTO DA SUD EST di Angelo Campolo e Simone Corso regia Angelo Campolo 12 ● 18 giugno 2017 NEXT LOMBARDIA Laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo lombardo

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8 // RAGAZZI DI VITA ROMA PER PASOLINI Una regia ispirata, un'interpretazione furiosa e struggente: è lo spettacolo dell'anno. COSÌ LA CRITICA La cosa che più convince e affascina è che oggi – oltre sessant'anni dopo – il teatro ricavato dalla regia di Massimo Popolizio, dalla drammaturgia di Emanuele Trevi, da ben 18 giovani interpreti spavaldi e toccanti con a fianco un Lino Guanciale umanissima voce dell'Autore, è altrettanto una testimonianza di cultura fondata su slancio, passione, cuore. Merito della purezza all'ennesima potenza di uno spettacolo che fa onore al Teatro di Roma, con meriti che tanto più colpiscono ed entusiasmano quanto più mostrano d'essere un risultato armonizzante pensiero, scena, lingua, attori e regia in un disegno, appunto, di grande affezione. Di amore, in altri termini. Senza, badate bene, il neorealismo dei sentimenti, senza la mascalzonaggine becera di un proletariato più o meno attraente, senza la virulenza trita d'un dialetto romanesco da famelico dopoguerra. No, il Miracolo a Roma di questo affresco dal vivo di adolescenti di borgata fa leva, ve lo garantiamo, su un prodigio di poesia, di frustrazioni tenere, di rudezze innocenti. Rodolfo di Giammarco la Repubblica Non sempre riesce la trasposizione a teatro di un romanzo… ma Ragazzi di vita di Pasolini, diretto da Massimo Popolizio, convince la platea. Emanuele Trevi sceglie alcuni capitoli del libro, rimontandoli tra loro, riconsegnando al pubblico il lirismo e la ferocia, il gioco e la tragedia, la vita e la morte di una fremente accolita di ragazzi nel passaggio dall'adolescenza all'adultità. Popolizio, nell'uso dello spazio, nell'originalità delle invenzioni che si susseguono, divertendo ed emozionando gli spettatori, restituisce al teatro magia e purezza nella semplicità dei mezzi utilizzati: i «ragazzi di vita» diventano eroi epici di una Roma, violenta e poetica, che non c'è più. Emilia Costantini Corriere della Sera Ci voleva proprio Massimo Popolizio regista e per una volta non attore per trasformare un preventivo e interrogativo "ancora?" in un "ancora, ancora!"… Lo spettacolo che ha saputo inventare in scena risponde a qualunque obiezione ... Neorealismo e naturalismo neanche un po', grazie al fatto che si parla alternando la prima e la terza persona come se niente fosse, con agilità, mentre corpi e gesti parlano già per conto loro. Molto humour e una vitalità non troppo disperata scandiscono lo spettacolo con un distanziamento che non ha nulla di brechtiano, semmai è creato dal velo di nostalgia per quel mondo che stava già finendo mentre Pasolini lo reinventava. Rita Cirio L’Espresso Diciamo subito che con Pasolini è facile sbagliare, mettere su spettacoli furbi o lavori che per voler essere troppo fedeli finiscono per essere noiosi. A Popolizio non accade. Pasolini c'è, chiaro e limpido, e non prende il sopravvento. Gli attori si tengono saldamente stretti la scena e il pubblico, e li portano con disinvoltura al mare e in giro per le periferie. Paola Polidoro Il Messaggero Due cose, soprattutto, ci hanno colpito di questo lavoro: la prima è l'ottima regia di Popolizio. ... La seconda cosa – udite udite – è che Pasolini può anche far ridere, perfino i nostri giovani, quelli cioè che non lo hanno mai conosciuto e che nelle settimane in cui è andato in scena lo spettacolo a Roma hanno occupato la sala animandola con i loro sorrisi. Francesca De Sanctis l’Unità di Pier Paolo Pasolini drammaturgia Emanuele Trevi regia Massimo Popolizio con Lino Guanciale e Sonia Barbadoro Giampiero Cicciò Roberta Crivelli Flavio Francucci Francesco Giordano Lorenzo Grilli Michele Lisi Pietro Masotti Paolo Minnielli Alberto Onofrietti Lorenzo Parrotto Cristina Pelliccia Silvia Pernarella Elena Polic Greco Francesco Santagada Stefano Scialanga Josafat Vagni Andrea Volpetti scene Marco Rossi costumi Gianluca Sbicca luci Luigi Biondi canto Francesca della Monica video Luca Brinchi e Daniele Spanò assistente alla regia Giacomo Bisordi produzione Teatro di Roma Teatro Nazionale TEATRO ARGENTINA in scena nell'autunno 2016 ● torna a dicembre 2017

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TEATRO ARGENTINA gli spettacoli gennaio.marzo 2017 foto Mimmo Capone

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10 // NATALE IN CASA CUPIELLO produzione Teatro di Roma Teatro Nazionale AFFARI DI FAMIGLIA di Eduardo De Filippo regia Antonio Latella con Francesco Manetti Monica Piseddu Lino Musella Valentina Acca Francesco Villano Michelangelo Dalisi Leandro Amato Giuseppe Lanino Maurizio Rippa Annibale Pavone Emilio Vacca Alessandra Borgia drammaturga del progetto Linda Dalisi scene Simone Mannino Simona D’Amico costumi Fabio Sonnino musiche Franco Visioli luci Simone De Angelis assistenti regia Brunella Giolivo, Irene Di Lelio Michele Mele (prima edizione) IL PRESEPE DI EDUARDO È UN TEATRO DEL MONDO Quella di Eduardo è una eredità enorme per ricchezza del catalogo e dei temi affrontati con cui confrontarsi, per la spinta a innovare che lo ha mosso per una vita. Antonio Latella vi si misura con rispetto del Maestro, con fedeltà puntuale alla scrittura, ma sceglie in modo naturale e coerente al proprio percorso di operare fuori dagli schemi e dalla ordinarietà – anche dalla fissità di una certa tradizione e maniera di trattare il teatro di Eduardo – approdando a uno spettacolo che ci svela, con energica delicatezza, il lato nascosto della luna eduardiana, quello più cupo e dolente. Ecco così un impianto registico che scolpisce con precisione i tre atti, rendendoli distinti l’uno dall’altro, come fossero tre “stazioni” di un percorso esistenziale. Nel primo, l’ensemble di interpreti è in proscenio, sovrastasto da una cometa di fiori gialli, bellissima e insieme inquietante come una lama gigante, luce da seguire per trovarsi, a “dire” il testo di Eduardo come fossero corde di uno spesso violino: dodici “personaggi in cerca d’autore”, “neri” come in un corteo funebre, figurine bloccate e furiose verso l’esistenza, cui resta la parola ribelle, private come sono della vista come fossero tanti Edipo, con maschere che rimandano a Pulcinella, ma senza le fessure dalle quali gli occhi possano vedere. Ed è proprio un Pulcinella “nero” a chiudere questo atto che rimanda a Pirandello, al quale fa riferimento il primo periodo di Eduardo autore, in quegli anni Trenta cui appartiene questa commedia amara, i cui tre atti sono stati scritti nell’arco di sette anni, dal 1931 al 1937. Il secondo tempo ha il piglio gagliardo della sceneggiata (cui Latella ha reso omaggio con C’è del pianto in queste lacrime), con ciascun personaggio accoppiato a un animale feticcio, dono da portare al pranzo di Natale e allo stesso tempo figurina del presepe cui si è costretti e dalla quale li- berarsi. A governare la vorticosa sarabanda ci prova una Concetta che è una vera e propria Madre Coraggio impegnata a tirare il fardello pesante della famiglia, ovvero un carretto plumbeo con teca di vetro nella quale ammassare le carcasse delle proprie bestie interiori, come fosse una teca di presepe o di un reliquiario nel quale seppellirsi e disseppellirsi. Quest’atto fa affiorare alla memoria non soltanto Brecht, ma anche Kantor, e pure Kafka, per quello struggimento che suscita il disorientamento e la disgregazione di una “famiglia morta”. Perché è questo il senso cristallino della regia di Latella: il presepe come “natura morta”, come rifugio o fuga dalla vita, come impossibilità o incapacità a essere ciò che si deve o si ambisce a essere, è una lettura tanto fedele quanto legittima di Natale in casa Cupiello, che disvela dimensioni nuove – pur restando fedele al copione, qui rispettandone financo punteggiature e accenti, anzi dando- gli voce insieme alle didascalie, tramite il coro tragico degli interpreti –, attraverso una catarsi visiva che va dalla cecità dell’inizio al sogno-incubo dell’epilogo. È una versione che sorprende e scuote, questa di Latella, perché va oltre le invenzioni ad effetto, facendole germinare dall’interno del significato fondo del testo, oltrepassando le aspettative del pubblico, archiviando con coraggio i cliché allestitivi che lo spettatore s’attende, facendolo tornare a casa turbato, forse, ma anche emozionato e grato, se minimamente egli sia predisposto a mettersi in gioco come spettatore vivente di un copione così magico e crudele. Le punte di poetica, visionaria ferocia che Antonio Latella raggiunge in questo suo “stück”, in questo suo spettacolo, rimandano al destino tragico delle famiglie di tutti i tempi, così come rappresentato dai tragici greci agli elisabettiani, agli autori di Otto e Novecento, nordici o russi essi siano, alle cronache tremende dei nostri giorni. Accanto alle tenebre, però, Latella raggiunge tocchi di grande poesia e di pura teatralità, siglando questo suo primo Eduardo con un terzo tempo che è buio nel buio, ovvero l’incubo nel quale il protagonista anticipa la propria morte, il proprio funerale, nella ricerca spasmodica di nuove forme per far accettare alla famiglia l’amato presepe e dunque se stesso come padre e marito; un incubo sprofondato in un Ottocento di crinoline nere, a rimarcare anche il passaggio che definitivamente Eduardo compie, sul palcoscenico, dall’uno all’altro secolo: le donne di casa Cupiello fanno ala alla mangiatoia-letto-bara del protagonista, con quella sovrapposizione latente eppure così potente fra l’uomo adulto e il bambinello della Natività. Un risucchio del protagonista nel proprio presepe, costruito e insieme interiore, come voragine di una esistenza che non riesce a compiersi, nel suo lottare innocente fra cartapesta e verità, che si sigla in un finale quasi francescano e una prospettiva di speranza indicata nella nudità come rinascita. Antonio Calbi dal programma di sala dello spettacolo TEATRO ARGENTINA 20 dicembre 2016 ● 4 gennaio 2017

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IL TEATRO CHE SUONA // 11 PAGAGNINI PaGAGnini unisce la musica classica con il virtuosismo e lo humour di quattro fantastici musicisti. Il risultato è un divertente e sorprendente “Dis-Concerto” che passa in rassegna alcuni dei momenti più alti nella storia della musica classica combinati in maniera ingegnosa alla musica pop. Da questa combinazione di stili si crea un medley di emozioni, un concerto in cui la serietà e la solennità della musica classica si sposano perfettamente con momenti di sottile umorismo. Gli impeccabili musicisti si trasformano in showmen interpretando le arie più famose di Mozart, Vivaldi, Pachelbel, de Falla e, naturalmente, Paganini, la cui tormentata figura è il cuore della pièce. Tutto lo spettacolo è condito da esilaranti gag e variazioni sul tema: i violinisti saltano, si lanciano in “esecuzioni itineranti”, improvvisano un flamenco, e non mancano incursioni nella musica rock e pop contemporanea, da Serge Gainsbourg agli U2. Le gag, la fisicità e lo humour esplosivo, tipici del linguaggio teatrale dell’originale compagnia spagnola, hanno già fatto ridere le platee del mondo intero. Puro teatro e puro divertimento! Premi ThreeWeeks Editors’ Award Edinburgh Fringe Festival Regno Unito, 2008 Migliore Spettacolo scelto dal pubblico XXI Meércoles de Teatro Chiclana Festival Spagna, 2008 Moerser Comedy Prize International Comedy Arts Festival Germania, 2009 Miglior Spettacolo Musicale Teatro Rojas di Toledo Spagna, 2009 ideazione Yllana e Ara Malikian regia David Ottone Juan Francisco Ramos direzione musicale Ara Malikian con Eduardo Ortega violino Thomas Potiron violino Fernando Clemente violino Jorge Fournadjiev violoncello arrangiamento musicale Ara Malikian Eduardo Ortega Gartxot Ortiz Thomas Potiron produzione Yllana e Ara Malikian DURATA 1 ora e 15 minuti TEATRO ARGENTINA 5 ● 8 gennaio 2017

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12 // MACBETH foto Umberto Favretto «Macbeth non sta bene nella creazione. Per questo è un distruttore della vita: perché ne ha paura». Franco Branciaroli Franco Branciaroli conduce il suo Macbeth lungo nuovi sentieri di sangue e oscurità che affondano le radici in un malessere psichico e interiore. Lo spazio scenico è proiezione dei sentieri più tetri e gelidi della mente umana: luci oniriche e spettrali, costumi barocchi, una scatola nera e quasi trascendente che giganteggia a centro palco aprendo una serie di varchi e botole verso labirinti infernali. A sovrastare le volontà umane c’è la Magia Nera, impersonata dal fascino cupo delle Streghe e di Lady Macbeth, che condurranno il generale verso il suo tragico destino. I sottotitoli e le didascalie proiettati sul fondale detteranno come un deus-ex-machina i luoghi in cui si dirigerà la vicenda, mentre creature demoniache infettano la scena con orrorifiche incursioni in lingua inglese. Negli abissi della mente corrotta dalla paura e dall’ansia di solitudine, Branciaroli ci regala un Macbeth prigioniero di visioni e fantasmi, sanguinario non per crudeltà ma per terrore della vita stessa. di William Shakespeare traduzione Agostino Lombardo regia Franco Branciaroli con Franco Branciaroli e Valentina Violo e con (in ordine alfabetico) Tommaso Cardarelli Daniele Madde Stefano Moretti Livio Remuzzi Giovanni Battista Storti Alfonso Veneroso scene Margherita Palli costumi Gianluca Sbicca luci Gigi Saccomandi produzione CTB Centro Teatrale Bresciano Teatro de Gli Incamminati DURATA 2 ore e 5 minuti più intervallo TEATRO ARGENTINA CLASSICI? MAI COSÌ MODERNI AFFARI DI FAMIGLIA

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NOTE DI REGIA Il Macbeth inizia da un mondo esterno in guerra, dove caratteristiche come efferatezza e sete di sangue, al pari del coraggio, sono ritenute virtù, in quanto preservano il mondo interno della corte, una società patriarcale civilizzata regolata da leggi divine. La violenza che si applica all’esterno non vale per l’interno, altrimenti tutto salta e tra il dentro e il fuori non c’è più differenza, tutto diventa guerra. Macbeth a un certo punto sceglie di portare la violenza all’interno e a questo si somma il fatto che anche la Lady, la sua parte femminile, si snatura e prende caratteristiche maschili: allora il caos è totale. Macbeth viene infatti “sedotto” all’ambizione dalle streghe, che storicamente rappresentano la minaccia al mondo patriarcale, e indotto all’assassinio da sua moglie, che viola il suo ruolo sociale di donna agendo come agirebbe un uomo. Al caos generato da donne che sono uomini (ovvero da una natura femminile perversa) solo un “non nato di donna” potrà porre fine. Ma il dramma è ancora più complesso e tremendo: Macbeth, uccidendo il re, simbolo del padre e del divino, uccide la sua stessa umanità ed entra in una dimensione di solitudine dove perde tutto: amore, ragione, sonno, scopo di vivere. In più, la sua vittoria è sterile perché non ha eredi, e questa sua rinuncia alla sua umanità servirà solo a passare il trono al figlio di un altro. Il Macbeth è la tragedia del male dell’uomo, della violazione delle leggi morali e naturali. Intorno all’inquietante parabola di seduzione dell’anima al male pulsa l’enigmatico cuore di questa tragedia. Franco Branciaroli // 13 CONVERSAZIONE CON FRANCO BRANCIAROLI a cura di Luca Doninelli Macbeth è, per gli attori cui tocca interpretarlo, il personaggio più problematico e in qualche modo il più sfortunato. La sua natura non è tanto la brama di potere, quanto piuttosto una certa propensione alla fantasia. Macbeth è prigioniero dell’immaginazione. Non è intelligente, non sa usare la ragione, è schiavo del suo immaginario, e dico “schiavo” nel senso letterale del termine, in quanto questo immaginario, anziché allargare le sue vedute, le restringe fino a impedirgli qualsiasi altro modo di esistere. Non è un assetato di potere, è un uomo che avanza nel sangue, ma non con uno scopo. Non è nemmeno un uomo coraggioso, tant’è che in diversi punti del dramma viene preso dalla tentazione di esaurire i suoi misfatti nell’atto di immaginarli. La funzione delle streghe (che lui chiama sorelle) e di Lady Macbeth è quella di far procedere questa sua immaginazione dentro la realtà: un procedere che però non ha nulla di fiero, di spavaldo, ma è piuttosto come una continua caduta in avanti. Ha bisogno di qualcosa che lo rimetta sempre in moto, che lo costringa a svolgere qualcosa che esiste dentro di lui, ma che stenta ad uscire. I protagonisti sono due: il tempo e la magia. La brevità del testo è dovuta alla necessità di far precipitare tutto senza mai ragionare o progettare quello che accade. La magia è rappresentata soprattutto da Lady Macbeth, che è una esperta di droghe. Le sue misture possono indebolire oppure accendere l’animo, o ancora riempire la testa di allucinazioni. Lo scopo di tutto questo è trasformare la realtà in una sorta di continuazione del sogno. Se i nostri progetti devono fare i conti con gli imprevisti della realtà, la magia, il sortilegio servono a eliminare gli imprevisti – cioè a eliminare la realtà. Macbeth avanza nel sangue come dentro un sogno dal quale non ci si desta più. Come tanti assassini, Macbeth è un vigliacco: non ama il mondo, non ama stare al mondo, anzi, diciamo meglio: Macbeth non sta bene nella creazione. Per questo è un distruttore della vita: perché ne ha paura. Questo fa di lui un sanguinario, ma un sanguinario speciale. Macbeth infatti non è un uomo crudele alla maniera di certi intellettuali, teorici del crimine, o della frode, come Iago o Riccardo III. Non è sanguinario per un progetto di potere, ma per terrore. La grande scommessa dell’attore è di produrre, nello spettatore, una com-passione, un patire-insieme con questo tipo di umanità, che in fondo ci somiglia più di Iago. Se dovessimo identificarci con un personaggio negativo, noi vorremmo somigliare a Iago, o a Stalin, o a Goebbels perché non ne andrebbe del nostro amor proprio. Ma proprio per questo il mio sospetto è che in realtà la parte peggiore di noi sia più simile a Macbeth: una crudeltà vile, pavida, senza dignità. 10 ● 22 gennaio 2017

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14 // MINETTI RITRATTO DI UN ARTISTA DA VECCHIO Nel 1976 Thomas Bernhard dedicò il testo Minetti, ritratto di un artista da vecchio al suo attore-feticcio Bernhard Minetti, da molti considerato il maggior interprete tedesco del secondo Novecento. Ora Roberto Andò affida alla maestria di Roberto Herlitzka il compito di vestire i panni di Minetti, in un’operazione di estrema raffinatezza che cela una forte critica contro la società e l’omologazione. È l’ultima notte dell’anno: nella hall di un impersonale albergo di Ostenda il grande attore ormai anziano trascorre la serata tempestosa nell’attesa di calcare il palcoscenico per l’ultima volta nel ruolo di Lear, dopo trent’anni di assenza forzata dalle scene. Le riflessioni critiche sul pubblico teatrale e sul presente, l’abbandono a un flusso di coscienza pervaso di rimpianti ossessivi e le solitudini dei personaggi che gli sfilano intorno come spettri creano un microcosmo di risentimenti sociali, mettendo tuttavia in luce il senso più profondo del teatro, dell’arte e della recitazione. «I grandi attori hanno sempre terrificato il loro pubblico / prima lo hanno raggirato / e poi lo hanno terrificato… Simulazione, nient’altro che simulazione». Thomas Bernhard di Thomas Bernhard traduzione Umberto Gandini regia Roberto Andò con Roberto Herlitzka e con Pierluigi Corallo Verdiana Costanzo Matteo Francomano Roberta Sferzi Vincenzo Pasquariello scene e luci Gianni Carluccio costumi Gianni Carluccio Daniela Cernigliaro suono Hubert Westkemper produzione Teatro Biondo Palermo DURATA 1 ora e 40 minuti Bernhard Minetti nel panni di Re Lear RITRATTO D’ARTISTA TEATRO ARGENTINA

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NOTE DI REGIA Minetti si può leggere come un’imprecazione contro il teatro, o come una contestazione della finzione che coincide con il più limpido omaggio offerto alla sua verità. … L’attore è per Bernhard l’eroe del fallimento e dell’occasione mancata. E, d’altronde, l’intera sua opera letteraria non è altro che il resoconto, lucido e impietoso, del fallimento. Così come la sigla del suo teatro, e della sua prosa, è la ripetizione («Noi ripetiamo quello che già c’è», dice un suo personaggio), e il prototipo caratteriale di quasi tutti i suoi personaggi un essere prigioniero di «un cervello che parte da se stesso per tornare a se stesso». … Bernhard sovrappone qui due volti destinati a non coincidere mai, quello dell’attore e quello dello scrittore, inseguendo per l’uno e per l’altro lo scacco del pensiero e del gesto, lo sforzo inane dell’attore per ritrovare nel timbro, o nel ritmo, la musica del pensiero, un’impresa destinata a fallire o a fare impazzire chi la COSÌ LA CRITICA Lo spettacolo di Roberto Andò svela una chiave ulteriore del Minetti, perché governa l’acutezza e la fragilità del protagonista Herlitzka al punto da farne un maturo, insinuante, contemporaneo primattore nei panni di un antico, alienato, geniale e fallimentare mostro sacro. Un’alchimia concettuale che funziona, produce emozioni secche, paradossi, umori nervosi. Rodolfo di Giammarco la Repubblica tenta. D’altronde, tutto l’universo di Bernhard riflette l’inesorabile approssimarsi della catastrofe e della follia, l’unico orizzonte ipotizzabile per i progetti artistici e per le relazioni umane. Se l’attore La regia di Roberto Andò colloca le stralunate divagazioni di Minetti in un ambiente anni 40 vagamente ma non ostentatamente sinistro, fuori del quale infuria sporadicamente una tempesta eco di quella del Lear evocata dal veterano istrione: i panni del quale il sommo Roberto Herlitzka abita con una malinconica grazia paragonabile solo a quella di Pollini quando suona Chopin. Masolino d’Amico La Stampa foto Franco Lannino è per Bernhard l’esemplare umano che meglio riflette l’errore, l’equivoco, il raggiro, colui che si è assunto la missione più impervia e delicata, «ribaltare in un solo istante il senso della storia e la // 15 storia del senso», quello di Lear è il ruolo mancato per antonomasia, il ruolo da cui un attore come Minetti è sempre voluto fuggire. Lear è il punto di fuga di una ipotetica, e mai raggiunta, perfezione, e il suo monologo rappresenta l’esercizio di una infinita, fatalmente fallimentare, palestra dell’acting. Nella stessa lettera in cui tesse l’elogio di Minetti, Bernhard ribadisce al suo interlocutore Henning Rischbieter di non aver mai scritto una riga per il pubblico, di avere esclusivamente scritto per gli attori. «Ho sempre scritto contro il pubblico», dichiara anzi alla fine della stessa lettera. Si tratta di un’affermazione che riveste una certa importanza. Cosa significa essere contro il pubblico e allo stesso tempo amare gli attori? Credo significhi mettere in discussione la legittimità stessa del teatro. Si può anzi dire che Bernhard privilegi il teatro perché vi riconosce qualcosa d’indifendibile, e che lo abbia scelto in quanto è un luogo a perenne rischio di frode. Allo stesso titolo, si può dire che egli abbia amato gli attori in quanto esseri capaci di vivere sino in fondo il rischio, la frustrazione e la prossimità alla follia. Del tipo di attore alla Minetti, Bernhard amava soprattutto la speciale forma di autoconsapevolezza, per lui lo stato principe, quello che prelude alla pazzia. Ma, a differenza di quanto fosse disposto ad attestare per lo scrittore o per l’artista in genere, Bernhard riconosceva all’attore la possibilità di distrarsi dall’esistenza: «L’esistenza noti bene / è sempre distrazione dall’esistenza / noi esistiamo in quanto ci distraiamo dal nostro esistere». La teatralità dell’opera di questo geniale scrittore si manifesta infatti nell’incessante bisogno dei suoi personaggi di intonare, e ripetere, una radicale contestazione della vita, istruita attraverso una sorta di processo verbale o di fluviale requisitoria che esclude la possibilità di essere inconsapevoli o distratti. Non a caso i suoi protagonisti sono quasi sempre intellettuali. Roberto Andò 24 ● 29 gennaio 2017

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