ALI - Numero 7

 

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ALI Dicembre 2016 - n.7

Popular Pages


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Sei grandi scoperte scientifiche del 2016 Onde gravitazionali, dinosauri nell'ambra, pianeti potenzialmente abitabili: ecco come alcune grandi pagine di scienza stanno trasformando la comprensione del mondo che ci circonda, dalle nostre origini alle profondità del cosmo Rilevate le prime onde gravitazionali Einstein predisse la loro esistenza un secolo fa: le onde gravitazionali, leggere increspature nello spaziotempo, vengono create da alcuni tra gli eventi più violenti dell'universo, come la fusione di due buchi neri in una spiraleggiante danza di morte. Nonostante la loro origine burrascosa, le onde gravitazionali sono rimaste per lungo tempo solo teoria, perché i loro effetti sull'universo osservabile sono infinitesimali. Grazie all'aiuto di strumenti di rilevazione estremamente sensibili, i ricercatori sono stati comunque in grado di rilevarne il passaggio attraverso la Terra lo scorso febbraio. Gli stessi laboratori hanno poi rilevato un secondo passaggio di onde pochi mesi più tardi, confermando che la scoperta non era frutto di un errore. Per gli astronomi ciò rappresenta una conquista straordinaria, perché le onde gravitazionali possono costituire un nuovo modo di rilevare oggetti nell'universo altrimenti invisibili, come misurare direttamente le proprietà dei misteriosi buchi neri. La prima coda di dinosauro trovata nell'ambra Stava per diventare il pendente di un gioiello, ma per fortuna un grumo d'ambra scoperto in un mercato birmano è finito invece nelle mani dei paleontologi, che a dicembre hanno annunciato di aver scoperto al suo interno il primo frammento di coda di dinosauro. La coda, risalente a 99 milioni di anni fa, inizialmente era stata scambiata per materiale vegetale, ma un'osservazione più attenta ha rivelato che si trattava di ossa, tessuto molle e piumaggio. Le analisi hanno rivelato che la coda apparteneva a un celurosauro, un gruppo di dinosauri che comprende i tirannosauridi e gli uccelli odierni. La scoperta non solo consente agli scienziati di collegare direttamente un tipo di penne a un dinosauro, ma anche di immaginare quali altri grandi ritrovamenti potrebbero essere ancora racchiusi nell'ambra. Un pianeta vicino forse abitabile La nostra speranza di trovare forme di vita su un altro pianeta è diventata un po' più concreta lo scorso agosto, quando gli astronomi hanno individuato un pianeta che orbita intorno alla stella più vicina al nostro Sole. Situata a "soli" 4,24 anni luce di distanza, Proxima Centauri ha da sempre affascinato astronomi e scrittori di fantascenza, alimentando sogni di trovarvi un sistema abbastanza vicino da essere raggiungibile nell'arco di una vita umana. Il nuovo pianeta, chiamato Proxima b, ha una massa simile a quella della Terra, e un'orbita sufficientemente vicina da mantenere acqua se mai ce ne fosse - allo stato liquido in superficie. Anche se ci vorrà un po' prima di essere in grado di capire se c'è vita su Proxima b, già sapere della sua esistenza è una manna per gli astrobiologi.

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Un tesoro di impronte umane La Tanzania è una fonte inesauribile di informazioni sull'alba dell'umanità: ha restituito fossili, strumenti e altre tracce di molti nostri antenati. Lo scorso ottobre, per la delizia dei ricercatori, sono state scoperte centinaia di impronte umane nel sito di Engare Sero. Risalenti a un periodo fra i 5.000 e i 19.000 anni fa, queste impronte mostrano segni di vari gruppi che camminavano o correvano nei pressi di un imponente vulcano. Negli anni Settanta, in un altro sito chiamato Laetoli, Mary Leakey scoprì le impronte di ominide più antiche del mondo, lasciate da vari Australopithecus afarensis circa 3,6 milioni di anni fa. Le impronte di Laetoli offrirono la prima testimonianza di andatura bipede nei nostri lontani cugini. Mentre esaminavano il sito in vista della costruzione di un eventuale museo, altri ricercatori tanzaniani e italiani hanno scoperto a Laetoli nuove impronte; il loro studio, pubblicato a dicembre, ha aggiunto nuove informazioni su Australopithecus e suscitato un dibattito sulle sue abitudini sociali e sessuali. La sonda della NASA arriva su Giove Ci sono voluti cinque anni e quasi tre miliardi di chilometri, ma a luglio, con una manovra spettacolarmente audace, la sonda della NASA Juno è entrata nell'orbita del pianeta più grande del sistema solare. Lanciata nell'agosto 2011, Juno è il primo oggetto creato dall'uomo a orbitare intorno a Giove dalla fine della missione Galileo, nel 2003. La navicella, alimentata a energia solare, è progettata per studiare la struttura e il potente campo magnetico del pianeta, aprendo forse la strada all'esplorazione della luna Europa nei prossimi decenni. Per prima cosa però Juno ha dovuto sopravvivere a un lungo viaggio nello spazio e all'attraversamento delle terribili fasce di radiazione di Giove. E il 4 luglio, la sonda a forma di trottola ha cominciato a girare più velocemente, riuscendo a posizionarsi con successo nell'orbita prevista. Nelle prossime settimane ci invierà nuove straordinarie immagini e dati freschi.

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Il coccodrillo marino gigante A gennaio, alcuni paleontologi hanno annunciato di aver scoperto nel deserto africano il più grande coccodrillo marino mai ritrovato. A giudicare dal cranio fossile e da altre ossa scoperte in Tunisia, sembra che questo straordinario animale potesse raggiungere quasi i dieci metri di lunghezza e le tre tonnellate di peso. Chiamato Machimosaurus rex, la bestia di 120 milioni di anni fa offre informazioni cruciali su una possibile estinzione di massa avvenuta alla fine del Giurassico, circa 145 milioni di anni fa. Fino a oggi i paleontologi erano convinti che un simile evento avesse cancellato dalla faccia della Terra i teleosauridi, il gruppo di cui fa parte Machimosaurus. Ma trovare questo fossile, risalente a un periodo successivo, non solo suggerisce che alcuni rettili marini sopravvissero, ma che che il fenomeno potrebbe aver avuto un impatto assai inferiore di quanto si ritenesse.

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Vi racconto le novità spaziali dell’Italia Formiche.net ha parlato con Luigi Pasquali, direttore del settore Spazio di Leonardo Finmeccanica e amministratore delegato di Telespazio La filiera industriale italiana dello Spazio in queste ultime settimane ha dimostrato tutta la sua competenza, capacità e determinazione. L’Esa ha confermato la seconda missione Exomars in cui il prime contractor è Thales Alenia Space Italia; Avio ha lanciato un satellite del ministero della Difesa turco con il lanciatore italianissimo Vega e Telespazio ne ha gestito e supporterà le attività da Terra; la joint venture Spaceopal (50% Telespazio e 50% DLR) ha firmato un nuovo contratto per la gestione del sistema di navigazione satellitare europeo Galileo. Tre avvenimenti in cui al centro c’è LeonardoFinmeccanica. Si, perché nel settore spaziale Piazza Monte Grappa ha un ruolo basilare: partecipa alle joint venture di Telespazio (67%) e Thales Alenia Space (33%) e ha una linea di business al suo interno che si occupa proprio di Spazio, producendo, tra l’altro, tecnologie di bordo, sensori di assetto e pannelli solari per satelliti (molta tecnologia Leonardo sta in questo momento orbitando intorno a Marte a bordo del TGO arrivato sul pianeta rosso a ottobre con la prima missione Exomars). Ed è a Leonardo-Finmeccanica che si deve anche l’oscillatore maser, il noto orologio atomico, che permetterà a Galileo di raggiungere una precisione di localizzazione mai vista prima. Di questo e di altro Formiche.net ha parlato con Luigi Pasquali, direttore del settore Spazio di Leonardo-Finmeccanica e amministratore delegato di Telespazio. Ingegnere, qualche giorno fa Telespazio, attraverso la joint venture paritaria (Spaceopal) con l’agenzia spaziale tedesca, ha firmato un nuovo contratto del valore di 1,5 miliardi di euro per la gestione del sistema Galileo. Cosa significa? E’ un contratto molto importante, che riguarda l’inserimento di una serie di nuove capacità e possibilità dei servizi Galileo per applicazioni particolari come la guida di sistemi avionici, la marcia dei treni e altre applicazioni che arrivano fino al settore della sicurezza, grazie al segnale criptato che Galileo garantisce. Abbiamo vinto questa gara in un contesto competitivo in cui ci siamo confrontati con le più grandi industrie europee, riuscendo a dare conferma di competenze, esperienze e capacità adeguate alle aspettative della Commissione europea. Siamo stati confermati operatori del sistema Galileo in un ambito allargato, perché ora si va verso una fase più stabile di progressivo completamento del servizio in cui si inseriscono anche settori particolarmente critici come quello della cybersecurity, non presenti nelle prime missioni che Galileo aveva.

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Quanto è importante questo in termini industriali per l’Italia? Comporta sicuramente delle attività operative da parte di Telespazio dal centro spaziale del Fucino, strategico per il Paese. Inoltre comporta un allargamento del contributo da parte della filiera di imprese che lavora con noi. Si tratta del principale contributo che l’Italia dà al sistema europeo Galileo, confermando un ruolo che si rafforza sempre di più. Inoltre, la collaborazione con l’agenzia spaziale tedesca (DLR) si è dimostrata importante e particolarmente interessante per noi perché, trattandosi di un’agenzia – quindi di una collaborazione pubblicoprivata – porta con sé apertura e una serie di altre possibilità che non ci faremo sfuggire. Qualche giorno fa l’ESA ha confermato il finanziamento della missione Exomars e oggi si firma il contratto. Quali sono i prossimi passi e quale sarà il ruolo di Leonardo? Si è trattato di un riconoscimento importante. Sappiamo che sin dall’inizio l’obiettivo dell’Italia è stato quello di avere un ruolo-guida in Europa per questa grande missione che punta a raggiungere risultati importanti come la ricerca della vita su Marte o quantomeno una più approfondita conoscenza del pianeta, con tutte le implicazioni scientifiche che questo comporta. E’ stato un risultato importante perché si conferma Thales Alenia Space come prime contractor. E qui è importante sottolineare, viste le ombre calate sulla prima missione, che si è trattato di una missione di successo: quello che la sonda Schiapparelli doveva fare – misurare i parametri dell’entrata nell’atmosfera marziana – lo ha fatto correttamente e trasmesso al TGO, fornendo alla comunità scientifica gli elementi che si era prefissa di avere. E’ stata una missione di successo perché l’orbiter TGO c’è e funziona, tra l’altro ha mandato delle prime immagini importanti che ci aiutano a comprendere meglio il pianeta. Con maggiore entusiasmo accogliamo la decisione dell’Esa perché possiamo continuare ad avere la nostra industria alla guida del programma, con obiettivi ancora più importanti. In tutto ciò Leonardo-Finmeccanica è incaricata della costruzione di un driller (trivella, ndr) che sarà caricato sul rover di Airbus e scaverà la superficie del pianeta grazie a una punta di diamante che permetterà di arrivare in profondità (due metri) con l’obiettivo di analizzare e ricercare la vita. Saranno raccolti campioni e analizzati chimicamente e ci sarà uno spettroscopio che identificherà e darà la misura della presenza di acqua.

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L’Italia possiede una filiera spaziale completa – satelliti, lanciatori, settore terrestre per la gestione dei dati – confermata di recente con il lancio del satellite turco Göktürk-1. Come si sta muovendo Leonardo per organizzare il settore Spazio in modo integrato e strutturato? Le potenzialità dell’Italia sono già a sistema. Abbiamo una struttura che si chiama Space Alliance, un accordo tra Leonardo-Finmeccanica e il gruppo francese Thales che opera con due joint venture (Telespazio e Thales Alenia Space Italia) a controllo incrociato (Leonardo controlla Telespazio e Thales controlla Tas). Abbiamo delle governance che ci permettono di gestire le cose in maniera coerente e in linea con il piano industriale strategico. A questo quadro si affiancherà presto – è una questione di poche settimane – il controllo di Avio. Si tratta di una decisione già presa e deliberata che ci porterà a diventare da azionisti di minoranza a azionisti di controllo, potendo inserire il settore in una logica complessiva. Oggi, dal punto di vista industriale, siamo gli azionisti di controllo di fatto e l’obiettivo è quello di raggiungere il 28% delle azioni; una percentuale al di sopra delle soglie dell’Opa che ci consente una certa protezione di un asset che entra nel nostro settore Spazio e si affianca alla Space Alliance, completandone la filiera. Non dobbiamo fare particolari mosse ulteriori per razionalizzare qualcosa ma, anche insieme al nostro partner Thales, dobbiamo continuare a perseguire un obiettivo strategico corretto anche nei confronti di un mercato che sta evolvendo rapidamente. Cosa intende? Si stanno presentando nuovi scenari. La, la capacità di interpretare soluzioni con tecnologie spaziali che costituiscono una leva di sviluppo economico – con la componente downstream guidata da Telespazio –, ne è uno. Poi c’è la new space, le nuove avventure che vengono soprattutto dal mondo americano che riguardano le grandi costellazioni fatte di piccoli satelliti con capacità e prestazioni nuove nell’osservazione (alta risoluzione temporale, quindi elevata capacità di ritorno sull’obiettivo) e nelle telecomunicazioni (fornitura di connettività a livello globale). Sono nuove avventure, tecnologie e modelli che si presentano sul mercato ed è a questo che dobbiamo indirizzare la nostra attenzione, per comprendere e identificare il giusto percorso da fare nel settore, ovviamente tenendoci al passo con queste evoluzioni. Si parla in queste settimane di rafforzare il settore della difesa comune europea. In questi termini come si sta muovendo Leonardo per garantire servizi spaziali nel settore della difesa? La componente spaziale è solo una parte del settore della difesa e non è ancora un tema particolarmente focalizzato. Ci sono alcune realtà e programmi di cui si comincia a parlare. Abbiamo ad esempio sentito parlare del GOVSATCOM, un programma proposta dall’ESA e dall’Eda (Agenzia europea per la difesa) che vuole mettere a fattor comune alcuni assetti e capacità spaziali con finalità governative, quindi non necessariamente difesa ma anche per applicazioni civili. E’ certamente un fatto evolutivo e all’interno della difesa lo Spazio sicuramente troverà “il suo spazio”. Tuttavia, oggi il tema della difesa europa è talmente complesso che probabilmente non possiamo considerare prioritario lo Spazio, ma sicuramente ci sarà un ruolo anche per questo.

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Come cambia la corsa allo spazio Potenze emergenti e compagnie private stanno diventando i nuovi protagonisti della corsa allo spazio. Oltre allo sviluppo tecnologico, componente più prevedibile dell’evoluzione dell’attività umana sopra l’atmosfera, ciò che sorprende della nuova corsa allo spazio sono soprattutto gli attori. Rispetto alla piuttosto semplificata corsa spaziale tra Stati Uniti e Unione Sovietica, è cresciuto il numero dei partecipanti ed è cambiata la loro natura, determinando un sistema internazionale composito che alterna competizione e collaborazione. In ambito istituzionale, dalla fine della Guerra fredda, sono emerse alcune tendenze che più di altre risultano oggi determinanti nella comunità spaziale globale. In primo luogo, la cooperazione tra Stati Uniti e Russia, impensabile prima, è ora in grado di resistere nonostante la crisi dei rapporti sulla Terra. La Stazione spaziale internazionale (Iss) ne è l’esempio più evidente. In secondo luogo, l’aggregazione delle capacità del Vecchio continente nell’Agenzia spaziale europea (Esa); certo, come emerso nella ministeriale di Lucerna, l’Europa ha ancora ampio margine per crescere e competere, sistematizzando e organizzando meglio i propri sforzi. Infine, il terzo grande trendè stato e continua a essere il crescente impegno delle cosiddette potenze emergenti. In questo senso, il 2016 è stato sicuramente l’anno della Cina. Potenza ormai affermata del sistema internazionale, Pechino vuole emergere anche oltre l’atmosfera con un autonomo accesso allo spazio. A 13 anni dalla missione Shenzhou 5 che portò in orbita Yang Liwei, primo uomo cinese nello spazio, l’Agenzia spaziale cinese (Cnsa) ha lanciato il suo secondo Palazzo celeste, la Tiangong 2. Poco dopo, la missione Shenzhou 11 vi ha portato a bordo gli astronauti Jing Haipeng e Chen Dong, tornati sulla Terra dopo oltre un mese. L’obiettivo resta la fase tre: il lancio di una stazione spaziale costantemente abitata, la Tiangong 3, previsto per il 2018. Quest’anno, hanno debuttato anche i nuovi lanciatori pesanti Chang Zheng (Lunga Marcia) 7 e 5, inaugurando tra l’altro la base di Wenchang, sull’isola di Hainan lungo la costa sud del Paese. Intanto prosegue lo sviluppo del numero 9, il modello super pesante della famiglia Lunga Marcia, pensato per l’esplorazione interplanetaria. A settembre è stato invece inaugurato nel bacino naturale della contea di Pingtang, nella provincia del Guizhou, il Five hundred meter aperture spherical telescope (Fast), il telescopio radio più grande e sensibile al mondo. Intanto, assicurato l’accesso allo spazio, la priorità esplorativa resta la Luna. Nel 2013, la missione Chang’e 3 condusse sulla superficie lunare un rover in grado, nonostante i problemi di mobilità, di operare per 31 mesi. Le missioni successive sono ambiziose: nel 2018 dovrebbe partire Chang’e 4, diretto – il primo in assoluto – sul lato lontano della Luna; ancora prima (nel 2017) si prevede il lancio della missione Chang’e 5 per

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l’esplorazione robotica, la raccolta di campioni del suolo e il loro trasporto a Terra. Se, dunque, tra occidente e Russia il modello cooperativo va per la maggiore, la Cina rispolvera una competizione che appariva superata e si presenta con determinazione tra l’élite dello spazio. Oltre ai trend istituzionali, c’è un’altra grande componente della nuova corsa: lo spazio commerciale. La space economy, intesa come leva di sviluppo economico, coinvolge necessariamente investimenti privati e nuovi attori che, altrettanto necessariamente, interagiscono con i tradizionali protagonisti dello spazio. Il 2016 è stato l’anno di SpaceX e di Blue Origin, ma anche dei loro fondatori Elon Musk e Jeff Bezos. L’azienda californiana ha realizzato nel corso dell’anno otto lanci con il Falcon 9, prima dell’incidente che a settembre ha visto esplodere il razzo a Cape Canaveral. SpaceX ha inoltre incassato una crescente fiducia istituzionale, aggiudicandosi, tra gli altri, il contratto Nasa (stimato intorno ai 112 milioni di dollari) per il lancio nel 2021 del satellite Swot (Surface water and ocean topography). A fare grande notizia sono stati soprattutto gli annunci di Musk: tra tutti, l’uomo su Marte nel 2024 e il lancio di più di 4mila satelliti per fornire connessione Internet ad alta velocità a tutto il globo. Blue Origin ha puntato invece sul trasporto suborbitale e sulla reusability, altro campo in grande espansione. Lo stesso razzo, il New Shepard 2, ha realizzato con successo cinque lanci nel corso dell’anno dimostrando, nell’ultimo volo, anche il sistema di salvataggio in caso di incidente. L’azienda del fondatore di Amazon prevede un progressivo abbattimento dei costi e la realizzazione dei primi voli con passeggeri nel 2018. Lo spazio commerciale rischia così di divenire vera forza trainante delle attività spaziali, in una logica cooperativa forse indispensabile per mantenere competitività di fronte all’emersione dei nuovi attori istituzionali. La comunità spaziale cambia e si trasforma ponendo la vecchia guardia, soprattutto europea, di fronte alla necessità di un adattamento che sia rapido ed efficace, iniziando dal dopo-Lucerna.

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A Grottaglie il primo volo dell’elicottero a controllo remoto L’elicottero a controllo remoto SW-4 ‘Solo’ di Leonardo-Finmeccanica ha effettuato il suo volo inaugurale presso l’Aeroporto di Taranto-Grottaglie, test bed dei droni in Italia. In questo modo, il gruppo italiano ha dato il via alla campagna sperimentale che ha l’obiettivo di verificare le caratteristiche di condotta del velivolo e validarne le procedure di volo, sia in condizioni normali che di emergenza. «L’SW-4 ‘Solo’ è una delle prove dell’impegno industriale e di innovazione di Leonardo in un settore – quello dei velivoli a pilotaggio remoto – destinato ad essere uno dei teatri di maggiore competizione a livello globale e fa parte di un portafoglio di soluzioni che rendono Leonardo l’unica azienda europea in grado di fornire un sistema unmanned completo. Di fronte all’avanzamento della tecnologia, ne escono vincenti quei territori che sanno reinventarsi alle esigenze del mercato. E Grottaglie ne è un esempio», ha detto il numero uno di Leonardo-Finmeccanica Mauro Moretti. L’attività di ieri è nata nell’ambito di una collaborazione avviata nel 2015 tra Leonardo, Aeroporti di Puglia (AdP) ed il Distretto Tecnologico Aerospaziale (DTA) per il Grottaglie Test Bed, che si candida da oggi a diventare la soluzione italiana alla richiesta dell’industria nazionale ed europea per la sperimentazione di velivoli a pilotaggio remoto. «Il settore dei velivoli a pilotaggio remoto cambierà il modo di trasportare cose e persone e favorirà lo sviluppo di innumerevoli servizi innovativi. Continueremo a sviluppare le nostre attività convinti di poter fare dell’aeroporto di Grottaglie un’attrattore internazionale di imprese, tecnologie e competenze. Una ulteriore leva per alzare il tasso di innovazione della Puglia, renderla più competitiva su scala globale, generare buona occupazione e fornire all’industria nazionale ed europea un asset strategico per lo sviluppo di nuove soluzioni aeronautiche», ha commentato l’Amministratore Unico di Aeroporti di Puglia e Presidente del DTA, Giuseppe Acierno. La campagna di volo, svolta in collaborazione con l’Ente Nazionale Aviazione Civile (ENAC) ed il DTA, proseguirà durante l’inizio del 2017. Tra i suoi obiettivi vi è anche la validazione di procedure e normative per l’impiego di velivoli senza pilota. Il ‘Solo’, derivato dell’elicottero SW-4 prodotto nello stabilimento di Leonardo in Polonia e dotato di avanzati sistemi e sensori realizzati anch’essi dall’azienda in Italia e in UK, è unico nel suo genere perché progettato per operare con o senza pilota a bordo. Il ‘Solo’, appena tornato da una brillante campagna dimostrativa in UK, è una soluzione innovativa per attività quali monitoraggio idrogeologico e di infrastrutture critiche, attività antiincendio, ricerca e salvataggio, pattugliamento, attività di protezione civile.

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Italia, hub per il turismo spaziale Con l’accordo raggiunto tra Virgin Galactic e Altec Spa, le due aziende valuteranno le opportunità di far decollare dal nostro Paese la SpaceShipTwo, VVS Unity, capace di trasportare sei turisti e due membri dell’equipaggio e il velivolo vettore WhiteKnightTwo. L’accordo include anche la realizzazione di un apposito spazioporto sul territorio italiano Sperimentare voli suborbitali, turismo spaziale, ma anche addestrare piloti e astronauti secondo i requisiti specifici dell’Europa. C’è questo alla base dell’accordo raggiunto dalla Virgin Galactic, la compagnia creata da Richard Branson per il mercato commerciale, con Altec Spa, società partecipata da Asi e Thales Alenia Space. In base al protocollo d’intesa recentemente sottoscritto, le due aziende valuteranno congiuntamente le opportunità di operare da uno spazioporto italiano. La collaborazione proposta si basa sull’utilizzo dello spazioplano riutilizzabile SpaceShipTwo, VVS Unity, capace di trasportare sei turisti e due membri dell’equipaggio e del velivolo vettore, il WhiteKnightTwo, che costituisce il primo stadio del sistema e decolla da un aeroporto convenzionale, trasportando la SpaceShipTwo fino a un’altezza di circa 15mila metri, prima di rilasciare la navicella e consentirne l’accensione del motore a razzo, che la porterà alla programmata quota operativa. L’accordo include anche la realizzazione di un apposito spazioporto sul territorio italiano, che sarà probabilmente realizzato a partire da un aeroporto esistente. Il centro spaziale di Torino, che da tempo fornisce supporto alle operazioni in orbita degli astronauti della Stazione spaziale internazionale e che diventerà il principale centro di collaudo per la missione ExoMars 2020, è pronto a raccogliere la sfida. “Questo accordo pone Altec, in cooperazione con Virgin Galactic, nelle condizioni di intraprendere attività innovative di sperimentazione spaziale in campo scientifico, di ricerca e addestramento da uno spazioporto italiano”. Ha detto l’amministratore delegato di Altec, Vincenzo Giorgio: “Sarà nostro compito muovere i passi necessari per progredire nell’iniziativa a beneficio del Paese”. I siti che potrebbero ospitare questo tipo di attività sono già stati individuati e sono la base di Decimomannu, in Sardegna, già esaminata da Altec e già oggetto di progetti di sviluppo regionali che contemplano, tra le altre cose, la formazione dei futuri piloti e diverse attività di ricerca da effettuarsi in collaborazione con il distretto aerospaziale sardo, assieme a Grottaglie e alla Regione Veneto. “Il sito di decollo e atterraggio dovrà avere determinate caratteristiche per il vento e le condizioni meteo, perché il rientro del sistema avverrà in planata. Non abbiamo bisogno di trovare posti a bassa densità abitativa e confidiamo nel sostegno degli enti locali per la realizzazione di hangare infrastrutture. Anche questo sarà un criterio di selezione”, ha spiegato Vincenzo Giorgio. “I primi turisti – ha aggiunto – partiranno entro due o tre anni”. Il protocollo di intesa rappresenta il riconoscimento del livello raggiunto dalla tecnologia Virgin Galactic per il volo spaziale suborbitale, e la lunga esperienza e competenza italiana nelle attività in campo spaziale e aerospaziale. “Questa innovativa cooperazione – ha detto il presidente dell’Agenzia spaziale italiana, Roberto Battiston –rappresenta un riconoscimento della lunga tradizione e dei successi dell’Italia in campo spaziale e pone le basi per un nuovo

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approccio commerciale per la ricerca in microgravità e per l’addestramento degli astronauti. L’Italia è all’avanguardia nella nuova space economy che renderà lo spazio accessibile a una sempre maggior quantità di persone”. Secondo alcune fonti di stampa, il progetto potrebbe avere anche importanti ritorni economici, dal momento che entro cinque o sei anni alcune componenti dello SpaceShipTwo, oggi di fabbricazione statunitense, “potrebbero essere sostituiti con elementi progettati e costruiti in Italia”. La decisione sul sito più adatto sarà presa a breve, nel 2017, dalle due società, dopo un’attenta valutazione degli aeroporti militari italiani. Intanto, la nuova navetta, progettata per i turisti spaziali (250mila dollari il costo del volo per sei minuti di assenza di peso a oltre cento chilometri di altezza) ha effettuato con successo il suo primo volo, dopo il drammatico incidente del 2014. VSS Unity ha realizzato una caduta libera di circa 12 minuti durantela quale ha toccato i mach 0,6 e ha raccolto molti dati utili. Nuovi test saranno condotti nel corso dell’anno. LE IPOTESI DI SPAZIOPORTO I siti che potrebbero ospitare questo tipo di attività sono già stati individuati e sono la base di Decimomannu, in Sardegna, già esaminata da Altec e già oggetto di progetti di sviluppo regionali che contemplano, tra le altre cose, la formazione dei futuri piloti e diverse attività di ricerca da effettuarsi in collaborazione con il distretto aerospaziale sardo, assieme a Grottaglie e alla Regione Veneto BUSINESS PER IL PAESE Secondo alcune fonti di stampa, il progetto potrebbe avere anche importanti ritorni economici, dal momento che entro cinque o sei anni alcune componenti dello SpaceShipTwo, oggi di fabbricazione statunitense, “potrebbero essere sostituiti con elementi progettati e costruiti in Italia

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I tunnel della Luna Lo studio dei dati forniti dalla sonda lunare GRAIL della NASA ha permesso di confermare la presenza dei cosiddetti 'tubi di lava' sul nostro satellite naturale. I tunnel di lava sono spettacolari strutture di origine vulcanica scavate nella roccia, veri e propri tunnel alti parecchi metri. Sulla Terra, si possono trovare nelle isole Hawaii e spesso sono visitabili. Spostandoci dalle Hawaii alla Luna, ecco che troviamo esattamente le stesse conformazioni: resti dell’antico vulcanismo lunare, che ha creato sul nostro satellite enormi strutture cave. Lo studio, pubblicato sulla rivista Icarus, confermerebbe l'esistenza di questi tubi di lava sulla Luna. GRAIL ha infatti registrato una leggera variazione nella spinta gravitazionale del nostro satellite, dato che ha suggerito una differenza di densità sotto la sua superficie. Il team di ricerca, coordinato dalla Purdue University, ha analizzato questa variazione di gravità inserendola in un modello computazionale geologico che integra i dati di GRAIL con le informazioni disponibili sui tubi di lava terrestri. I risultati confermerebbero la presenza di strutture cave nei sotterranei lunari, corrispondenti appunto ai tunnel di lava. Secondo gli astronomi queste imponenti gallerie nel suolo della Luna potrebbero essere utilizzate per costruire basi di esplorazione e laboratori in grado di ospitare gli astronauti, fino ad arrivare addirittura a intere città. Rendendo così un giorno abitabile il nostro satellite. La missione GRAIL della NASA venne lanciata il 10 settembre 2011 dallo Space Launch Complex 17B di Cape Canaveral a bordo di un razzo Delta II Heavy. I due veicoli spaziali che componevano la missione, GRAIL-A e GRAIL-B arrivarono in orbita attorno alla Luna, rispettivamente, il 31 dicembre 2011 ed il 1mo gennaio 2012. Le due sonde, che terminarono la missione il 17 dicembre 2012, misurarono il campo gravitazionale del nostro satellite naturale ed i dati ottenuti sono ancora oggetto di studio da parte degli scienziati. Nell'immagine (Credit: Michael Oswald) un tubo di lava nel Parco Nazionale dei Vulcani delle Hawaii. L’uomo potrebbe vivere sulla luna proprio nei tunnel di lava. La proposta, che punta a installare della basi lunari permanenti, è stata avanzata da un gruppo di ricerca della Purdue University (Usa). Queste grotte naturali potrebbero infatti offrire un riparo simile a quello garantito dalla nostra atmosfera. A differenza della Terra, la Luna manca infatti di una spessa atmosfera e di un campo magnetico tale da assicurare protezione contro le radiazioni cosmiche. L’assenza di questo guscio, tra l’altro, implica anche che la superficie del nostro satellite subisca più frequentemente impatti di meteoriti e che manifesta temperature più estreme, variando di diverse centinaia di gradi centigradi in un solo giorno lunare. Ma all’interno dei tunnel di lava tutto questo potrebbe non avvenire, perché le grotte offrirebbero riparo sia dalle temperature estreme che dalle radiazioni cosmiche. Un’atmosfera sotto la superficie, dunque. Tra l’altro i tunnel lunari dovrebbero essere più grandi di quelli già scoperti sul nostro pianeta, a causa della forza di gravità inferiore.

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Il motore impossibile sempre più possibile! La Cina avrebbe testato l’EmDrive sul Tiangong-2 Continuiamo a seguire con grande interesse gli sviluppi di quello che venne inizialmente definito come “motore impossibile” (Vedi N.3 e N.6) e che, grazie alla propulsione magnetica, potrebbe rivoluzionare i viaggi spaziali. La Cina ha annunciato il 10 dicembre che, non solo ha testato con successo in laboratorio una tecnologia EmDrive, ma che un prototipo funzionante è già in fase di prova in condizioni di micro-gravità a bordo del laboratorio orbitante Tiangong-2. La tecnologia EmDrive (per Electromagnetic Drive motore elettromagnetico) appare come un motore che sembra violare la terza legge del movimento di Newton che afferma che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Il professore Chen Yue, direttore della Tecnologia Satelliti Commerciali per la China Academy of Space Technology (CAST), ha detto che "la piattaforma ha completato le misurazioni a livello di millinewton di spinta e la spinta esiste effettivamente." La CAST è una filiale della CASC (Chinese Aerospace Science and Technology Corporation) ed il costruttore dei satelliti della serie Dong Fang Hong.Secondo Li Feng, capo progettista della divisione satelliti per telecomunicazione della CAST, il team ha costruito un prototipo in grado di generare appena alcuni millinewton di potenza. Il successo di test del motore senza propellente EmDrive in microgravità potrebbe essere la prova conclusiva e definitiva di un mistero che dura da anni. La Cina ha iniziato la sperimentazione con l'EmDrive nel 2010 ma gli scienziati del Paese affermano comunque che, per poter adottare questo sistema in modo operativo rimangono comunque una lunga serie di problemi tecnologici da affrontare. Il motore EmDrive, proposto per la prima volta dall'ingegnere britannico Roger Shawyer, utilizza soltanto l'elettricità per generare il movimento semplicemente facendo rimbalzare delle microonde all'interno di una cavità di rame di forma conica. Questo creerebbe la pressione di radiazione, senza propellente e nessun gas di scarico. Proprio per queste sue peculiarità il motore EmDrive è sempre stato visto come un 'motore impossibile' e la gran parte degli scienziati ed ingegneri era, e rimane, scettica. Inoltre non vi sarebbe una teoria scientifica in grado di spiegare la spinta ottenuta. Ma le cose hanno iniziato a smuoversi quando, appena un mese fa, dopo i test in un laboratorio della NASA, è stata pubblicata la prima relazione scientifica sul motore EmDrive che sembrerebbero confermare il funzionamento, sebbene a bassissima potenza, di questa tecnologia a dir poco innovativa. Se fosse possibile realizzare motori anche più potenti il viaggio verso Marte, ad esempio, sarebbe drasticamente ridotto da 6/8 mesi ad appena 70 giorni. Inoltre sarebbe possibile realizzare astronavi molto più leggere dato che non sarebbe necessario il propellente da portarsi dietro, insomma una vera e propria rivoluzione. Anche il viaggio interstellare, potendo contare su una spinta continua, senza consumo di propellente, per tutto il viaggio permetterebbe di raggiungere velocità elevatissime, dell'ordine di qualche decina di punti di percentuale della velocità della luce. Velocità attualmente impossibili con i metodi di propulsione tradizionale.

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