Azione nonviolenta, novembre-dicembre 2016 - Anno 53, n. 618

 

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Rivista del Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964

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Contiene l’indice degli anni 2014-2015-2016 Fondata da Aldo Capitini nel 1964 novembre-dicembre 2016 Rivista bimestrale del Movimento Nonviolento | anno 53, n. 618 | contributo € 6,00

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3 Il passato e il futuro di Azione nonviolenta di Mao Valpiana 4 Dialogare o perire di Franco Ferrarotti 7 Biani alla 7a 9 Le minacce alla sicurezza di Pasquale Pugliese 10 Le minacce alla sicurezza di Fabrizio Battistelli 12 Il commercio italiano di armamenti di Maurizio Simoncelli 13 Il commercio italiano di armamenti di Giorgio Beretta 14 Il Servizio civile nazionale di Licio Palazzini 16 La protezione civile di Giovanni Bastianini 17 La difesa militare oggi: aspettative, limiti, costi di Enrico Piovesana e Francesco Vignarca 18 La ricerca e gli istituti per la pace di Giovanni Scotto e Bernardo Venturi 20 Corpi civili di pace di Martina Pignatti Morano 21 Indice di Azione nonviolenta a cura di Nicola Amoruso, Chiara Madeddu, Alicia Galvani, Caterina Del Torto 42 ATTIVISSIMAMENTE 43 LA NONVIOLENZA NEL MONDO 44 EDUCAZIONE E STILI DI VITA 47 La nostra piccola economia di Piercarlo Racca Direzione e Amministrazione Via Spagna, 8 - 37123 Verona (Italy) Tel. e Fax (+39) 045 8009803 E-mail: redazione@nonviolenti.org www.nonviolenti.org Editore Movimento Nonviolento (Associazione di Promozione Sociale) Codice fiscale 93100500235 Direttore editoriale e responsabile Mao Valpiana Amministrazione Piercarlo Racca Redazione Elena Buccoliero, Gabriella Falcicchio, Roberto Rossi, Daniele Taurino, Pasquale Pugliese, Massimiliano Pilati, Caterina Bianciardi, Martina Lucia Lanza, Daniele Lugli. Gruppo di lavoro Centro per la Nonviolenza del Litorale romano, Fiumicino, Roma: Daniele Quilli, Mattia Scaccia, Angela Argentieri, Elena Grosu, Daniele Taurino, Ilaria Ambruoso, Roberto Cassina, Giulia Sparapani, Francesco Taurino Stampa (su carta riciclata) a cura di Scripta s.c. viale Colombo, 29 - 37138 Verona tel. 045 8102065 - fax 045 8102064 idea@scriptanet.net www.scriptanet.net Adesione al Movimento Nonviolento Per iscriversi o versare contributi al Movimento Nonviolento utilizzare il conto corrente postale 18745455 intestato a Movimento Nonviolento oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Contributo di adesione al MN”. L’adesione al MN (€ 60,00) comprende l’invio di Azione nonviolenta. Abbonamento annuo € 32,00 da versare sul conto corrente postale 18745455 intestato ad Movimento Nonviolento, oppure per bonifico bancario utilizzare il Codice IBAN: IT 35 U 07601 11700 000018745455. Nella causale specificare “Abbonamento ad AN”. Iscrizione Registro Nazionale della Stampa n. 3091 vol. 31 foglio 721 del 4/4/1991 Registrazione del Tribunale di Verona n. 818 del 7/71988 Spedizione in abbonamento postale. Poste Italiane s.p.a. – DL 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB VERONA. Tassa pagata/Taxe perçue. Pubblicazione bimestrale, novembredicembre, anno 53 n. 618, fascicolo 453 Periodico non in vendita, riservato ai soci del Movimento Nonviolento e agli abbonati Un numero arretrato contributo € 6,00 comprese le spese di spedizione. Chiuso in tipografia il 15 dicembre 2016 Tiratura in 1300 copie. In copertina: Disegno di Mauro Biani Le vignette di Mauro Biani Foto di Azione Nonviolenta

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L’editoriale di Mao Valpiana Passato e futuro di Azione nonviolenta L’anno appena trascorso, il 2016, lascia una tragica scia di sangue: guerra e terrorismo sembrano essere epidemie che si diffondono Care lettrici cari lettori Chiesa. A nessuno sfuggirà che tale testo potrà avere importanti sviluppi per la nonviolenza, dentro e fuori dal mondo cattolico. senza trovare ostacoli. Là dove non Infine, come facciamo ogni trien- uccidono le vite, uccidono le speranze. Anche se nio, presentiamo l’Indice ragionato di tutti gli ar- l’orizzonte è ancora buio, sappiamo però che prima ticoli pubblicati negli anni 2014-15-16. Abbiamo o poi una fiammella porterà luce. È la nonviolenza scritto molto, ed offerto tante occasioni di appro- l’unica possibilità per salvare l’umanità. Ma questa fondimenti, di notizie, di documenti, di riflessioni, possibilità non ci sarà regalata. Il cambiamento av- di conoscenze. È il nostro lavoro giornalistico. verrà solo se sapremo prepararlo. La nonviolenza Il 2016 è stato un anno molto intenso per noi. Ab- va coltivata. E per fortuna, nel mondo, sono tan- biamo avuto lutti che ci hanno colpito duramente. ti quelli che ci stanno lavorando, specialmente nei La perdita di Nanni Salio, di Fulvio Cesare Ma- luoghi più difficili, tra le vittime della violenza, delle nara, di Pietro Pinna, lascia vuoti incolmabili. armi, della guerra, del terrorismo. È lì che già oggi Tuttavia, proprio la loro compresenza e la forza del sta nascendo l’alternativa. Noi, nel nostro piccolo, loro ricordo, ci hanno aiutato nell’ottenere i buoni cerchiamo di fare la nostra parte. risultati della Campagna “Un’altra difesa è possi- Il risultato del lavoro svolto dalla nostra rivista è sot- bile” che ci vede ora impegnati nel confronto con to i vostri occhi. A noi pare di aver mantenuto fede il Parlamento per ottenere l’approvazione della Leg- alle promesse e alle aspettative di miglioramento. ge sulla difesa civile. Sei monografici densi. Il primo numero (gennaio- L’anno che sta per aprirsi ci vedrà impegnati nel- febbraio) ha raccontato 25 anni di guerra infinita la preparazione del Congresso del Movimento per capire le cause dei drammi di oggi. Il secondo Nonviolento. Sarà il venticinquesimo (una storia numero (marzo-aprile) è stato dedicato al ruolo co- di tutto rispetto) e si terrà a Roma nei giorni 1 e 2 struttivo delle donne nella prima guerra mondiale. di aprile. Ci auguriamo che molti nostri lettori de- Il terzo (maggio-giugno) ha riportato la ricchezza cidano di divenire anche sostenitori, attivamente, del convegno di Livorno su Nonviolenza e Forze del Movimento, con la presenza in prima persona dell’Ordine. Il quarto numero (luglio-agosto) ha al Congresso, che è il luogo principale di lavoro, di affrontato la Filosofia per la nonviolenza in occa- programmazione, di partecipazione alla nonviolen- sione della presenza del Movimento al Festival della za organizzata nel nostro Paese. Tocca ad ognuno filosofia di Modena. Mentre il successivo (settem- di noi essere attore dell’impegno che vorremmo da bre-ottobre) si è occupato dei profughi costretti a parte di tutti gli altri. lasciare la propria terra in cerca di salvezza. L’ultimo Per questo insistiamo molto sull’importanza della numero dell’anno (novembre-dicembre), che avete tessera. Nel 2016 siamo cresciuti, ma c’è bisogno tra le mani, ci racconta (da pag. 4 a pag. 20) degli di ancora più forza, e quindi più adesioni. Per que- Stati generali della Difesa civile nonviolenta che si sto Ti chiediamo di considerare la possibilità di fare sono riuniti a Trento per mettere insieme tutte le la tessera del Movimento Nonviolento, versando competenze e le conoscenze necessarie a costruire la quota di 60,00 euro, con Iban IT 35 U 07601 l’alternativa alla difesa armata. 11700 000018745455 intestato al Movimento Al centro del numero, nella sezione dei Documen- Nonviolento. Auguri per un 2017 di pace. ti, pubblichiamo questa volta un Testo pontificio dedicato alla nonviolenza. Non sembri strano che DIRETTORE una rivista laica dedichi spazio ad uno scritto della Azione nonviolenta | 3

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Dialogare o perire Dalla metanoia di Tolstoj alla politica gandhiana di Franco Ferrarotti* L’educazione alla pace e alla nonviolenza qui proposta (l’autore si riferisce al contributo apparso nel numero luglio-agosto della nostra rivista) non si esaurisce in un generico appello edificante e parenetico. Poggia al contrario su esempi, prove e documenti storici inoppugnabili. Direttamente e indirettamente, la nonviolenza – da Aldo Capitini a Pietro Pinna – colpisce lo strumento fondamentale del conflitto armato: l’esercito come scuola reazionaria di massa; come strumento di repressione interna e di deterrenza antinsurrezionale; come pilastro e braccio armato di una politica imperialistica, sia pure per “esportare” valori e regimi politici ritenuti universalmente validi, indipendentemente dalle radici e dai costumi dei popoli, ossia da quello che Montesquieu chiama “lo spirito delle leggi”; infine, come organizzazione esterna, organizzata per dare e subire morte. Nel considerare il rapporto fra Tolstoj e Gandhi, i profeti della nonviolenza a cavallo tra Otto e Novecento, emerge un ambito problematico. In primo luogo, non è possibile considerare Tolstoj un “pacifista” nell’accezione comune del termine, poiché la sua nonviolenza non riguardava specificamente la guerra fra le nazioni. È noto che Gandhi, nel 1894, quando era ancora in Sud Africa, aveva letto il testo di Tolstoj, Il Regno di Dio è in voi. Per Gandhi, giovane, brillante avvocato, vittima delle normali discriminazioni nel paese dell’apartheid, quel libro doveva rivelarsi, come dicono gli anglofoni un eye opener, gli aveva aperto letteralmente gli occhi. In Antiche come le montagne (Milano, ed. Comunità, 1981, p. 234), Gandhi confessa: “A quel tempo credevo nella violenza; la lettura del libro mi guarì dallo scetticismo e fece di me un fermo seguace dell’Ahimsa”. * Sociologo emerito, docente e autore di moltissime pubblicazioni A proposito della pratica e del concetto della nonviolenza, le differenze fra Tolstoj e Gandhi sono vistose e probabilmente insuperabili. Pensare che Tolstoj sia una sorta di Marx per la “grande anima”, ossia per il Mahatma indiano e che questi sia Lenin, ossia il militante, attivista e rivoluzionario, impegnato ad applicare politicamente, sul piano storico specifico, gli insegnamenti del maestro, è singolarmente fuorviante. Nessun dubbio intorno al legame fra Tolstoj e Gandhi. Ma la nonviolenza in Tolstoj è così radicale da negare o comunque rifiutarsi ad un ogni conseguenza politica immediata. È stato correttamente osservato che Gandhi è un uomo d’azione, un leader politico, un santo asceta, che ci ha lasciato un gran numero di scritti. Tolstoj è un genio di una forza mentale non comune, ma Gandhi è superiore nel sacrificio personale fino all’offerta della vita. Azione e martirio desiderati invano da Tolstoj: “Vorrei servire Dio non con le parole, ma con i fatti, col sacrificio e non riesco” (Diari, 29 marzo 1884). Rispetto a Gandhi, Tolstoj è più sensuale, più legato ai piaceri della vita e della carne. Nella formulazione delle sue teorie è, però, più intransigente e radicale, più distaccato dalle contingenze storiche, tutto proteso verso il Regno futuro. Al contrario, Gandhi è più ascetico nella sua vita privata, ma più immerso nella storia della sua vita pubblica e quindi più portato ad inevitabili ammorbidimenti e compromessi a quello che Max Weber chiamava “l’etica della responsabilità”. Gandhi è mite, semplice, umile; si guarda dal ferire con la sue parole, sa evitare o gestire i conflitti, ma è anche molto fermo, ostinato quasi, viene chiamato dai discepoli “bapu”, cioè padre, depositario di una autorità autorevole. Tolstoj è più aggressivo ed irruente, fino a divenire offensivo e a farsi molti nemici; eppure non è assolutamente autoritario; viene sentito come “un fratello” (cfr. R. Rolland). Sicuramente Tolstoj e Gandhi sono entrambi pensatori religiosi e tendono a coniugare religione e politica. In entrambi il valore della nonviolenza è indissolubilmente legato a quello della verità. Concepiscono 4 | novembre-dicembre 2016

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la vita come servizio. Lì accomuna la fede nell’avvento di una società migliore di cui la Russia per Tolstoj e l’India per Gandhi, saranno promotrici. Hanno inoltre in comune il vegetarianismo e la severa morale sessuale. Molte posizioni di Gandhi, addirittura sue frasi e formule derivano direttamente da Tolstoj. È un fatto spesso trascurato dai commentatori di Gandhi, che evidentemente non hanno letto Tolstoj. Gandhi mutua da Tolstoj, oltre ai fondamenti della nonviolenza, l’importanza dell’opinione pubblica, la lotta contro l’alcolismo e le droghe, la necessità del lavoro manuale (che anche Gandhi chiama “lavoro per il pane”, espressione usata da Tolstoj e prima da Bondarev); l’economia di villaggio e la critica nei confronti della società moderna, contenuta in Hind Swaraj di Gandhi, non è che un’esposizione più sistematica delle idee di Tolstoj (contro industrie medicina e tribunali). Le differenze, teoriche e esistenziali, fra i due maestri della nonviolenza sono però innegabili. Gandhi non ha bisogno di fuggire da casa e andare a morire nella stazione ferroviaria di Astrapovo. Tolstoj – è stato rilevato – concepisce la non resistenza prevalentemente come un ritirarsi davanti al malvagio, un non collaborare se pure accompagnato da una forte denuncia verbale dell’ingiustizia. Da qui l’accusa di passività. Manifestazioni e azioni dirette per Tolstoj non hanno senso. Per lui la vera lotta da compiere è la lotta contro il male, che è in noi; è la nostra stessa conversione che dobbiamo cercare come prima cosa; da lì muoverà ogni altro cambiamento: chiedere qualcosa ai governi, equivarrebbe a riconoscere la loro autorità. Mentre per Gandhi la purificazione personale serve ad addestrare il combattente satyagraha, per Tolstoj essa è già, per se stessa, un mezzo per sconfiggere il male esterno. Inoltre in Tolstoj, restando la sua ricerca sul piano teorico, non vengono date indicazioni su tecniche e azioni specifiche e concrete per l’azione sociale. Le posizioni di Tolstoj appaiono, a prima vista, più avanzate e radicali. Gandhi sembra ammettere la violenza in qualche caso estremo, Tolstoj vuole semplicemente abolirla. Questo è ovvio: Gandhi dovette mediare la nonviolenza, per passare dalla teoria alla pratica della lotta politica. E solo attraverso la sua mediazione la nonviolenza ha potuto farsi strada nella storia. Se non sembrasse una tesi eccessivamente forzata, sarei disposto scorgere nei due personaggi storici, Tolstoj e Gandhi, l’incarnazione esistenziale, per così dire, delle “due etiche” weberiane: in Tolstoj, l’etica dei principi assoluti e in Gandhi l’etica della responsabilità. Quest’ultimo non assume mai posizioni di principio senza tener conto delle “ricadute” politiche pratiche. È attento ai rapporti di poteri specifici. Non dimentica mai di muoversi su un piano di interessi e di rapporti di forza in cui è essenziale l’analisi delle parti in gioco. Franco Ferrarotti firma un suo libro per Daniele Taurino di Azione nonviolenta Azione nonviolenta | 5

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In Tolstoj prevale invece l’idea che per cambiare il mondo occorra in primo luogo cambiare se stessi: un impegno spirituale, una conversione interiore, una sorta di vocazione meta-politica. Tolstoj prede sul serio la dottrina del Cristo che, nonostante certe assonanze, resta invece del tutto estranea a Gandhi (ritratto), il quale si rifà a quella complessa stratificazione storica di dottrine e esperienze religiose nota in Occidente sotto il termine-paravento di hinduismo. In pratica, Tolstoj considera tre principi fondamentali della nuova morale predicata dal Cristo, anti-farisaica e nemica della religione burocratizzata di chiesa; una nuova morale che gli valse la morte, in croce, tradizionalmente riservata ai criminali comuni e agli schiavi: 1. Trattare e amare gli altri come si tratta e si ama se stessi. È un precetto di difficile attuazione pratica, anche perché muovere verso l’altro significa entrare nel mistero e nell’imprevedibile. L’esperienza quotidiana ci dice che non siamo né sovranamente autonomi e autosufficienti né totalmente determinati. Siamo condizionati. Interdipendiamo. I problemi dell’individuo vanno aldilà dell’ambito individuale. Ma c’è una obiezione supplementare al precetto del Cristo: ama gli altri come te stesso. E se io non mi amo? Se mi trovo, anzi, destabile, moralmente e intellettualmente insopportabile, egoistico, degno più di odio che di amore? 2. Il perdono. Bisogna perdonare il prossimo e non cercare rivincite. Qui si può dire che il Cristo anticipi Freud di circa diciotto secoli. Il perdono libera chi ha offeso, ma in primo luogo libera chi ha sofferto l’offesa. Perdonando, può dimenticare, troncare i rapporti, andarsene “scuotendo la polvere dai suoi calzari”, ritrovare la sua pace interiore. È forse questo il senso dell’antico proverbio che esprime la saggezza sapienziale degli analfabeti: “la miglior vendetta è il perdono”. 3. Il terzo principio dottrinario del Cristo che impone di “amare i propri nemici” è un principio che cozza contro la tendenza naturale degli esseri umani e che per questa ragione si presenta, dal punto d vista dell’applicazione pratica, estremamente arduo. Preso alla lettera, in base ad esso si potrebbe dire, tenendo anche conto del deperimento dell’idea di prossimo nelle società competitive e tecnicamente progredite, che il cristianesimo non è ancora incominciato o addirittura che rischia di finire prima del suo inizio. Una versione debole di questo precetto può leggersi come amore in quanto espresso dalla non-resistenza al male. È stato correttamente osservato in proposito che Tolstoj sapeva che il precetto della non-resistenza era già praticato dai Quaccheri e da altri piccoli gruppi cristiani marginali, con cui entrerà in corrispondenza, e che era presente nelle religioni orientali. La riflessione sulla non-resistenza, sul passaggio dalla legge della violenza alla legge dell’amore, sarà uno dei cardini della sua ricerca. Ad un esame non prevenuto non tardano ed emergere i principi fondamentali. Il primo viene formulato in questi termini: “come non si può asciugare l’acqua con l’acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco, così non si può distruggere il male con il male” (Lettera a Engelgardt, dicembre-gennaio 1882-83). A giudizio di Tolstoj si tratta di una “legge metafisica” rigorosa ed incontrovertibile. Per eliminare il male occorre una forza di segno contrario: l’amore. Se si aggiunge violenza a violenza, la somma totale della violenza non può che crescere. “La non resistenza al male – prosegue Tolstoj – è importante non solo perché l’uomo deve agire così per raggiungere la perfezione dell’amore, ma perché solo la non 6 | novembre-dicembre 2016

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Biani alla 7a

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resistenza interrompe il male, assorbendo in sé lo neutralizza, gli impedisce di trasmettersi più lontano come succede inevitabilmente […] Il vero cristianesimo non consiste tanto nel compiere atti cristiani, ma nell’assorbire il male” (Diari, 12 giugno 1898). Un secondo punto-chiave è il metodo della non-partecipazione. Per eliminare ogni forma di violenza e oppressione politica, basta non parteciparvi, rifiutare il servizio militare in polizia, rifiutare il giudice, l’avvocato, il politico, lavorare le terre altrui ecc. Ogni oppressione, infatti, si fonda sulla complicità degli oppressi, come aveva scoperto La Boétie, l’amico di Montaigne, autore amato e più volte citato da Tolstoj (ritratto). Di fronte alla violenza occorre non reagire, ma ritirarsi e isolarla, limitandosi a condannarla davanti all’opinione pubblica; essa allora perderà forza, si esaurirà da sé. Veramente? Su questo è lecito un dubbio ragionato. Ma, a giudizio di Tolstoj, secondo la dottrina di Cristo […] Davanti all’insubordinazione del cristiano i governi sono disarmati […] Il cristiano non disputa con nessuno, non attacca nessuno, al contrario sopporta la violenza con rassegnazione e libera in tal modo se stesso e il mondo” (Il Regno di Dio è in voi, cap. IX). Troppo bello e troppo semplice per essere vero. Specialmente negli scritti degli ultimi anni, Tolstoj torna ripetutamente su un altro principiochiave per la lotta contro il male: “Verrà distrutto il male fuori di noi, solamente quando lo avremo distrutto in noi” (Tre giorni in campagna..., in Tutti i racconti, vol. II, p. 1241). Il male può toccarci solo se in un modo o nell’altro ne siamo partecipi. Con la sua tipica insistenza, Tolstoj richiamerà spesso il tema dell’amore verso i nemici. Nella dottrina del Cristo, si tratta del principio più disatteso. A differenza dei pacifisti, Tolstoj non denuncia solo l’immoralità delle guerre, quale che sia la loro giustificazione, ma condanna con estrema coerenza ogni forma e tipo di violenza nei rapporti interpersonali quotidiani. La sua lotta contro la violenza è pervasiva e totale. Essa ammonta, in essenza, a una metanoia radicale, la sola da cui si possa sperare l’avvento di una umanità rinnovata. Ma questa metanoia, questa conversione che ammonta a un autentico “rovesciamento”, spirituale e strutturale, in Tolstoj prescinde dall’analisi della situazione storica specifica, si pone come il dono di un dio ignoto, appare come un compito tanto urgente quanto, nella sua specificità, misterioso, legato a un “intervento provvidenziale”, metastorico. Il pacifismo, soprattutto nella sua versione gandhiana, ha trovato da ultimo un critico asperrimo, fino a sfiorare in qualche passo la faziosità dei provocatori, in Domenico Losurdo. Il critico commenta, con ovvio compiacimento, che a parere di Winston Churchill, Gandhi era solo un “fachiro fanatico e asceta”; Losurdo nota che il “rifiuto delle armi” non è stato sempre una scelta coerente da parte del pacifismo. La considerazione delle due etiche weberiane – dei “principi assoluti” e delle “responsabilità operative” – avrebbe forse contribuito a una valutazione più equilibrata, ma Losurdo coinvolge anche direttamente Hannah Arendt solo perché, durante la seconda guerra mondiale, aveva riconosciuto la piena legittimità della resistenza armata ebraica contro il nazismo. Ma il pacifismo – e tanto meno la nonviolenza – non è rassegnazione all’ingiustizia. È, come scrisse Capitini, lotta continua e quotidiana verso un domani sperabile. 8 | novembre-dicembre 2016

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Le minacce alla sicurezza La prospettiva di una difesa nonviolenta di Pasquale Pugliese* Già nel 1984 Johan Galtung scriveva che la sicurezza non può essere fornita dalle armi offensive perché “sono percepite come una minaccia, a prescindere da qualsiasi motivazione pacifica, a causa delle loro capacità di distruzione; perché costituiscono un invito a lanciare colpi preventivi di rappresaglia”. La proposta che Galtung avanzava era il “transarmo”, passaggio progressivo dalla difesa offensiva alla difesa difensiva alla difesa non-militare. Modalità di difesa che si riferivano a un possibile attacco militare al territorio, rispetto al quale cercavano un modello difensivo basato sulla minima distruttività. La difesa dalle minacce armate è stata anche a fondamento delle ricerche italiane sulla difesa popolare nonviolenta (L’Abate, Salio, Drago) per resistere ad eventuali attacchi a territorio e Istituzioni. Questi temi animavano i movimenti per la pace degli anni ’80. Con l’abbattimento del muro di Berlino cambia lo scenario internazionale ed anche i temi del pacifismo che, a partire dal ’91, sostanzialmente si dedica a protestare contro il ritorno sulla scena della guerra globale, iniziata nel Golfo persico e diventata ormai permanente. Il 1988 segnò il picco massimo di spese militari globali che, dopo qualche anno di rallentamento con la fine del blocco sovietico, ripresero a salire, ancora più velocemente, dopo l’11 settembre 2001. Oggi le spese militari globali hanno superato quel picco con la cifra inaudita di 1.700 miliardi di dollari: un enorme potenziale bellico che non solo non difende dalla minaccia delle guerre, che dilagano ovunque, ma ha prodotto la nuova minaccia alla sicurezza di tutti: il terrorismo. Inoltre le spese militari, pur sottraendo grandi risorse ai bilanci degi Stati, non servono ad affrontare i veri rischi che corre l’umanità i quali, secondo il Global Risk Report (curato dal Global Economic * Segretario del Movimento Nonviolento Forum), nei prossimi 10 anni saranno mancanza di acqua, cambiamento climatico, migrazioni, catastrofi naturali, carestie, instabilità sociale. Nessuno di questi può essere affrontato militarmente. In questo delirio bellicista anche il nostro Paese fa la sua parte: siamo al ripudio della Costituzione anziché della guerra. Ne è un esempio il Piano nazionale per la prevenzione del rischio sismico che per il 2016 autorizza una spesa di 44 milioni di euro, meno dei 64 milioni che il governo spende al giorno per la difesa militare! Ciò dimostra quanto sia distorta l’idea di “difesa” nella quale persistono le scelte del governo: massicci investimenti pubblici in funzione di ipotetiche minacce esterne, derivanti da potenziali nemici, e solo residuali e insufficienti risorse per difendere i cittadini dagli effettivi rischi alla loro sicurezza, come il terremoto o i disatri idro-geologici. Oppure per le quasi inesistenti protezioni rispetto a minacce come la disoccupazione, la povertà, l’inquinamento, la mala sanità. Non è un caso che nel 2015 la mortalità sia aumentata dell’11,3 % rispetto all’anno precedente (un’impennata che ha precedenti solo negli anni della guerra). Ciò significa che la preparazione della guerra contro i nemici provoca una guerra vera contro gli amici, i cittadini di questo Paese. Dunque è necessario sottrarre allo strumento militare il monopolio della difesa e delle risorse, per ribadire culturalmente, affermare politicamente e organizzare logisticamente un’altra idea e pratica della difesa. Bisogna cambiarne il paradigma aprendolo alla dimensione civile. È la consapevolezza alla base della proposta di legge per la difesa civile non armata e nonviolenta, che ha un orizzonte più ampio della difesa popolare nonviolenta, assunta ed integrata in una prospettiva ulteriore, perché ha la pretesa di allargare l’ambito della difesa ad una molteplicità di minacce, non solo di proporre la difesa non armata ad un eventuale attacco militare. Si tratta della difesa della sicurezza dei cittadini e, contemporaneamente, della gestione delle controversie internazionali con strumenti e mezzi non militari, secondo quanto dispongono gli articoli 11 e 52 della Costituzione. Azione nonviolenta | 9

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Le minacce alla sicurezza Ripensare la difesa tra rischi e conoscenza di Fabrizio Battistelli* Ogni discussione sulla funzione difesa - anche una proposta di difesa civile non armata che pone l’accento su metodi e mezzi alternativi come quelli nonviolenti - non può non porsi l’interrogativo: difesa nei confronti di che cosa?  L’interrogativo è ancora più urgente da quando la fine della guerra fredda e la scomparsa dell’equilibrio bi-polare hanno mutato drasticamente i termini della relazione strategica. Per quanto la deterrenza nucleare tra Usa e Urss, fondata sulla reciproca distruzione assicurata (MAD), fosse paradossale (“paranoidea” lo definì il grande psicanalista Franco Fornari) presentava un unico, ma rilevante, aspetto razionale: la condivisione delle regole del gioco. Che la deterrenza nucleare fosse intrinsecamente irrazionale (esprimendosi nella forsennata corsa tra la lancia e lo scudo, alla ricerca di tecnologie sempre più sofisticate e costose) non annullava la circostanza di essere condivisa da entrambi i contendenti.  Oggi lo scenario è drasticamente cambiato. La perdurante (anche se non sappiamo ancora per quanto) supremazia strategica della superpotenza superstite Stati Uniti induce a descrivere il mondo come unipolare ma, nello stesso tempo, non può impedire che il medesimo sia divenuto anche multicentrico, così che la forza militare e le aree di conflitto si sono moltiplicate a 360 gradi. Di più, sono cambiate la natura della relazione strategica emergente (da simmetrica ad asimmetrica) e quella della minaccia (da strutturata a destrutturata). Infatti l’irruzione sulla scena internazionale, l’11 settembre 2001, del terrorismo islamista rappresenta un salto di qualità di portata epocale, probabilmente superiore alla caduta del muro di Berlino e alla fine della guerra fredda.  Naturalmente conflitti asimmetrici e relativo impiego in essi di mezzi non convenzionali sono sempre esistiti, in particolare in età contemporanea. A partire dalle guerriglie animate da forze irregolari che si opponevano a eserciti regolari, inaugurate in età contemporanea in Spagna e in Austria contro il dominio napoleonico, il Novecento si è chiuso con attacchi che hanno avuto per protagonista il terrorismo a giustificazione politica; nazionalista in formazioni come l’Eta nei Paesi Baschi e l’Ira nell’’Irlanda del nord,  ovvero a giustificazione ideologica (“rivoluzionaria”) come le Brigate Rosse in Italia e la banda Baader-Meinhof in Germania. Si trattava tuttavia, pur nelle differenze tra i vari gruppi armati, di azioni che si sviluppavano all’interno di una logica che manteneva qualcosa in comune con gli Stati che andavano sfidando: la razionalità strumentale (da Weber definita “rispetto allo scopo”). Anche quando aggredivano distruggendo e uccidendo, l’Ira, l’Eta, le Brigate Rosse, mantenevano, sebbene reinterpetati arbitrariamente e grossolanamente stravolti, alcuni criteri della razionalità strumentale, tra cui spiccavano l’economicità delle risorse e la (pretesa) significatività del bersaglio. Questi aspetti vanno dissolvendosi nelle odierne azioni del terrorismo a giustificazione religiosa. Ciò pone seri problemi teorici e, soprattutto, pratici ai responsabili politici e tecnici della sicurezza e della difesa, che per lo Stato gestiscono le relative politiche e sovrintendendono a forze armate, forze dell’ordine, intelligence. Ma da questi problemi non sono esentate neppure quelle istanze culturali e civili che, come i sostenitori della proposta di legge per l’istituzione in Italia di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta, credono nella possibilità di forme alternative di prevenzione e gestione dei conflitti. * Archivio Disarmo Dato che i conflitti esistono e, come sappiamo e vediamo intorno a noi, possono sprigionare forze distruttive nelle guerre e nelle attività ter- 10 | novembre-dicembre 2016

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roristiche, uno dei primi compiti che attendono i nonviolenti e i pacifisti (ma di fatto tutte le persone di buona volontà) è distinguere tra i possibili danni che incombono sulla collettività, non esclusi quelli di natura esterna e intenzionale, appunto definibili come minacce. Invece l’atteggiamento prevalente, talvolta per superficialità, più spesso per tornaconto, è aumentare la confusione tra concetti che andrebbero tenuti rigorosamente distinti. Gli attori che dominano il discorso pubblico - i politici e i mass media hanno come scopo quello di massimizzare i propri interessi (elettorali gli uni, di audience i secondi), per cui tendono a diffondere la strategia dell’allarme. Grazie alla strategia dell’allarme, tutto ciò che interviene a modificare lo status quo è una minaccia, specie se ha un’origine esterna (il caso dell’immigrazione è emblematico in questo senso). Viceversa, molti danni possono provenire dalle stesse decisioni “nostre” (o per meglio dire dei nostri governi), assunte teoricamente in buona fede e a fin di bene e comunque sotto quel “velo di ignoranza” che ne fa caratteristicamente dei rischi.  Questi ultimi sono fenomeni ambivalenti, in quanto contengono in sè conseguenze che possono essere tanto positive quanto negative. Talora altamente negative, come dimostra Ulrich Beck nel suo libro La società del rischio, pubblicato sessanta giorni prima della catastrofica avaria della centrale nucleare di Chernobyl. Un altro, e ancora più pertinente esempio, è rappresentato da decisioni politiche che, assunte per contrastare una minaccia vera o presunta, si sono rovesciate in minacce di inestimabile gravità esse stesse (per restare nel campo occidentale: dal sostegno ai talebani in Afghanistan in chiave anti-sovietica, alla guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein in quanto complice del terrorismo internazionale e detentore delle armi di distruzione di massa ecc., all’intervento militare in Libia per abbattere la dittatura di Gheddafi ecc.).  Ovviamente per le élites politiche parlare di minacce - e quindi esportare i problemi - è molto più facile che parlare di rischi, e quindi farsi carico delle conseguenze delle proprie decisioni, a cominciare da quelle più costose, più aleatorie, più controverse. È dunque altrettanto evidente l’importanza che l’opinione pubblica si formi le sue idee e faccia sentire la sua voce. In questa prospettiva la chiarezza dei concetti è la condizione propedeutica, ma soltanto la conoscenza dei fatti e la capacità di iniziativa da parte dei cittadini costituiscono la leva in grado di prevenire i danni provocati dalle minacce così come dai rischi. Azione nonviolenta | 11

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Il commercio italiano di armamenti nello scenario europeo e mondiale di Maurizio Simoncelli* Il commercio mondiale dei maggiori sistemi di arma (mezzi corazzati, navi, aerei, artiglieria ecc.) nel 2015, secondo il SIPRI, è arrivato a 28,6 miliardi di $, con un incremento significativo rispetto ai 17.7 del 2002. I primi dieci esportatori mondiali sono nell’ordine Usa (33%), Russia (25%), Cina e Francia (6%), Germania (5%), GB (4%), Spagna, Italia e Ucraina (3%) seguite dall’Olanda con il 2%: tutte insieme si spartiscono il 90% di un mercato nel quale India (14%), Arabia Saudita (7%), Cina (5%), Emirati Arabi Uniti e Australia (4%) si posizionano ai primi cinque posti come acquirenti. Il 25% delle importazioni mondiali di armi sono dirette verso il Medio Oriente, dove l’import di armi è cresciuto del 61% tra il 2006-10 e il 2011-15. Proprio in quest’area “calda” l’Ue vi ha indirizzato nel 2014 quasi un terzo del suo export di armi (32%). Eppure le norme che cercano di porre un freno alle esportazioni verso le aree di conflitto sono numerose e a vari livelli. In Italia vigono la legge 110/75 sulle armi, munizioni ed esplosivi ad uso civile e la legge 185/90 sui materiali di armamento ad uso militare, a livello UE ne sono state adottate diverse nel tempo (Codice di Condotta 1998, Direttiva europea 2007 e Posizione comune 2008), mentre l’ONU nel 2014 ha attivato l’Arms Trade Treaty ATT. La normativa italiana, sulla carta molto rigorosa, in particolare vieta l’export di armi a paesi in guerra, salvo delibere specifiche del governo dopo aver sentito il parere del Parlamento (art. 1, comma 6a). Analogamente si esprime agli art. 6 e 7 l’ATT, firmato e ratificato dall’Italia. Tuttavia, le esportazioni italiane sono balzate dai 3 agli 8 miliardi di euro tra il 2014 e il 2015: secondo i dati del SIPRI, parziali perché relativi sempre solo ai maggiori sistemi d’arma (escluse le armi piccole e leggere, nonché altri materiali) tra il 2010 e il 2015 1,4 miliardi * Rete della Pace di euro si sono indirizzati verso il paesi del Medio Oriente e del Nord Africa (Turchia inclusa). In particolare risultano in crescita le nostre esportazioni a EAU, Arabia Saudita, Oman, Bahrain, Egitto, Qatar, Marocco e Kuwait, tutti paesi aderenti alla coalizione impegnata nel conflitto nello Yemen contro gli Houthi. Se questo non bastasse, l’export italiano di armi piccole e leggere, munizioni ed esplosivi ad uso civile al Medio Oriente è passato dai 22 milioni € del 2013 ai 23 del 2014 sino ai 26 del 2015 (dati ISTAT). L’ONU non ha emesso alcun mandato per intervenire in tale conflitto a nessuna coalizione o paese, mentre poi è stata approvata una Risoluzione del Parlamento europeo del 25 febbraio 2016 sulla situazione umanitaria nello Yemen, che invitava i paesi membri a non fornire armi ai contendenti. Lo stesso Ministero degli Esteri afferma sul suo sito che vengono commesse “violazioni del diritto umanitario da ambe le parti coinvolte nello scontro armato”. Ciò nonostante, l’Italia ha fornito armi e firmato contratti per ulteriori forniture verso diversi di loro. In particolare dal 2015 sta vendendo bombe RWM all’Arabia saudita, bombe che sono utilizzate negli attacchi aerei nello Yemen come ha dimostrato Amnesty International. Quest’anno è stato annunciato con soddisfazione il contratto per la vendita di 28 caccia Eurofighter  al Kuwait per valore di circa 8 miliardi, metà dei quali a favore di Leonardo/Finmeccanica. Nel giugno scorso, infine, nuovi contratti anche con il Qatar per la fornitura di mezzi navali e sistemi d’arma Leonardo/Finmeccanica e MBDA per circa 5 miliardi di euro. Come si può vedere, nonostante le leggi vigenti e i divieti connessi, le esportazioni di armi italiane (ed anche quelle UE) non sembrano assolutamente esserne condizionate, continuando ad indirizzarsi verso aree sempre più instabili e contribuendo in misura non irrilevante a quegli esodi di massa di popolazioni che fuggono dalle devastazioni di guerre sanguinose, cercando poi rifugio proprio sul vecchio continente e suscitando ondate di xenofobia incosciente delle responsabilità dei nostri governi. 12 | novembre-dicembre 2016

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Il commercio italiano di armamenti punta ai mercati esteri di Giorgio Beretta* Nel mio intervento ho cercato di rispondere alla seguente domanda: che relazione c’è tra la proposta di legge per la “difesa civile non armata e nonviolenta” e l’esportazione italiana di armamenti? Innanzitutto la proposta di legge. A mio parere la proposta di legge va intesa come complementare e alternativa all’attuale modello di difesa. È complementare in quanto intende attuare l’art. 52 della Costituzione proponendo una difesa civile, non armata e nonviolenta. Ma è anche alternativa ad un concetto di difesa che considera la difesa armata come unico ed esclusivo modello da attuare. Ma qual è l’attuale modello di difesa?. Sinteticamente, possiamo far riferimento innanzitutto ad alcuni testi del Ministero della Difesa: “Quando, nel 1991, il Ministro della Difesa Virginio Rognoni illustrava il “nuovo” modello di Difesa [...] iniziava a farsi strada l’idea che la sicurezza dell’Italia dovesse essere garantita non più solo ai confini nazionali ma anche “proiettandola” in altri scenari, magari a migliaia di chilometri di distanza. Sempre più gli interessi nazionali concernenti la sicurezza si presentavano “delocalizzati”, alla stessa stregua di quelli economici, ponendo il problema della nostra presenza militare all’estero. Allo strumento militare nazionale si chiedeva un salto di qualità per adeguarsi al nuovo contesto geopolitico internazionale”. In questa direzione va anche il “Libro Bianco” della Difesa presentato lo scorso anno dalla Ministra Pinotti. In esso, infatti, si legge che: “Il fine ultimo della politica nazionale di sicurezza internazionale e difesa è la protezione degli interessi vitali e strategici dell’Italia”. Se la nostra proposta di legge vuole essere rilevante deve essere considerata a con pari dignità all’interno del “modello di * OPAL - Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa difesa”. La proposta di legge va posta all’attenzione del parlamento e deve essere affrontata in sede di discussione del “Libro Bianco”. Veniamo alla questione delle esportazioni di armamenti. All’interno del capitolo del “Libro Bianco” sulle “Politiche industriali, d’innovazione e scientifiche”, vi è un paragrafo dedicato a “L’industria della sicurezza e difesa” (260). In esso si legge che “L’industria della sicurezza e difesa costituisce un pilastro tecnologico, manifatturiero, occupazionale, economico e di crescita senza eguali per il Sistema Paese”. Dentro tale sistema, la promozione delle esportazioni di sistemi militari è considerata come “strategica” per il mantenimento della nostra stessa industria militare. Il problema – che il Libro Bianco però non rileva affatto – è che da diversi anni l’industria italiana degli armamenti, al pari di quella di tutti i paesi dell’Unione europea per sostenersi punta principalmente ai mercati esteri. A tal proposito il “Comitato economico e sociale europeo” evidenzia che: “Non esiste un’impostazione strategica comune”. Il risultato di questa politica è che le esportazioni di armamenti prodotti nei paesi dell’UE invece che alle politiche di sicurezza e difesa rispondono alle logiche di mercato, della necessità di “riequilibrare la bilancia commerciale” e alla volontà di auto-conservazione delle singole industrie militari. Due conclusioni 1. Non è automatico che realizzando una “difesa civile, non armata e non violenta” si abbia un miglioramento del “modello di difesa”. Proponendo un modello alternativo dobbiamo perciò continuare a criticare tutto ciò che va in senso contrario alla promozione della sicurezza e della pace. 2. In questo senso va visto il ruolo del proposto “Istituto di ricerca sulla Pace e il Disarmo” che dovrà svolgere attività di ricerca anche “per la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa”. Un compito quanto mai necessario e urgente. Azione nonviolenta | 13

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Il Servizio civile nazionale Un esercito di pace di Licio Palazzini* Con la riforma del SCU approvata a Giugno 2016 e il successivo decreto legislativo in corso di stesura si può aprire una stagione inedita per i movimenti impegnati a promuovere la pace e la nonviolenza, una stagione in grado di realizzare alcune prospettive, per le quali generazioni di persone si sono battute da decenni e che stanno alla base della proposta di legge “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta”. Vorrei fare due premesse prima di entrare nel merito e avanzare alcune proposte. 1. Tina Anselmi diceva che niente è acquisito per sempre e niente è donato. Questo è l’approccio che caratterizza il lavoro della CNESC. 2. A scanso di equivoci, chi parla nutre sano scetticismo sull’effettiva realizzazione delle potenzialità contenute in un testo di legge, soprattutto se scritto in modo superficiale, ma su un punto ho le idee chiare. Non voglio imputarmi (o sentirmi imputare) di non aver fatto tutto il possibile perché il risultato straordinario ottenuto con il comma 1 dell’art. 8 venga realizzato. Il comma citato dice: “È istituito il servizio civile universale finalizzato, ai sensi degli articoli 52, primo comma e 11 della Costituzione, alla difesa non armata e nonviolenta della Patria, nonché alla promozione dei valori fondativi della Repubblica, anche con riferimento agli articoli 2 e 4, secondo comma, della Costituzione”. Due sono gli obiettivi del contributo che vorrei portare: 1) Proporre una serie di stimoli finalizzati alla costruzione di una programmazione del SCU nel piano triennale di cui parla l’art. 8 della * Presidente CNESC legge 106/2016, programmazione che agisca nello specifico su due settori in via di definizione: educazione e promozione della cultura, con riferimento anche alla nonviolenza e a forme di difesa non armata, nonché dello sport (esempio di quella superficialità a cui facevo prima riferimento, ma vediamo adesso il lato positivo); promozione della pace tra i popoli e della nonviolenza, cooperazione allo sviluppo, nonché promozione della cultura italiana all’estero e sostegno alle collettività di italiani all’estero. 2) Programmazione che dia concretezza a quanto indicato nell’art. 1, comma 3 della proposta di legge “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa Civile non armata e nonviolenta” di cui la Cnesc è una delle rete promotrici. Dopo la stagione 1972-2004 del servizio civile degli obiettori di coscienza al servizio militare obbligatorio, anche la stagione iniziata nel 2001 con il Servizio Civile Nazionale, aperto a giovani uomini e donne, volontari da 18 a 28 anni sta giungendo al termine, per lasciare il passo al Servizio Civile Universale, disciplinato con l’Art. 8 della legge 106/2016 “Riforma del Terzo Settore, dell’Impresa Sociale e di disciplina del SCU”. La Cnesc ha attraversato tutte queste stagioni e siamo orgogliosi di aver sostenuto, nello scontro che c’è stato fra il 2014 e il 2016 sulle finalità e identità del SCU, la tesi che poi il Parlamento ha approvato, ma sappiamo per esperienza che ogni giorno va fatto un passo avanti coerente altrimenti tutto si vanifica. Per questo operiamo sia verso il Dipartimento che verso i nostro soci per richiamare a coerenza le norme e i comportamenti. Per questo siamo spesso critici verso alcuni atti del Dipartimento o di altre istituzioni. I. Servizio Civile e protezione civile Nonostante i decenni di vita del servizio civile il suo rapporto con la protezione civile è quasi inesistente. Nell’ultima relazione a Parlamen- 14 | novembre-dicembre 2016

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to, relativa all’anno 2014, sui 14.637 volontari in servizio in quel periodo, solo 231 erano impegnati nel settore della Protezione Civile, pari all’1,58% del totale; e guardando l’insieme delle organizzazioni socie della Cnesc sui quasi 19.000 posti richiesti con i progetti depositati lo scorso 21 ottobre, solo 203 sono in questo settore. Io mi concentro su una difficoltà che è insieme pratica, economica, simbolica. A livello simbolico, l’intervento del servizio civile in occasioni di emergenze, come i terremoti di queste settimane, è quanto di più atteso e più rilevante ai fini dell’opinione pubblica. Ma per poterlo fare servono persone formate. E questo pone esigenze logistiche di residenzialità, di ospitalità, di inattività che sono problematiche, visto che i giovani del SCN hanno un contratto che li lega per 5 giorni a settimana alla sede di servizio. Pone esigenze di convivenza duratura nel tempo, con regole alternative a quelle militari ma per le quali il servizio civile è impreparato. Servono risorse sia immobiliari che finanziarie. Negli Stati Uniti, all’interno della Corporation for National and Community Service (simil Dipartimento del SCN) ci sono i Civilian Conservation Corps che hanno modalità e tipologie di organizzazione autonome. Hanno strutture militari ove risiedere, operare, formarsi, hanno alcuni istruttori che provengono da ruoli militari. Non hanno fondi dal Pentagono. Avere in Italia questa componente del SCU è vitale e un test per tante istituzioni. Credo che abbiamo la maturità di proporre una pista di programmazione e progettazione che possa impiegare ogni anno qualche migliaio di giovani a fianco delle istituzioni e dei volontari della Protezione Civile e farne una bandiera. II. Servizio Civile e Corpi Civili di Pace all’estero È ormai evidente l’insabbiamento dell’emendamento Marcon alla Legge di Stabilità 2014, sia con i continui rinvii che con gli appesantimenti organizzativi ed economici richiesti dal Dipartimento del SCN e dal MAECI. Dobbiamo attrezzarci per dare e ottenere delle risposte. III. Servizio civile, legalità e conflitti sociali e ambientali in Italia Già oggi alcuni progetti di SCN si muovono in questo ambito ma sono “nascosti” dalle defini- zioni a cui dobbiamo riferirci quando presentiamo i progetti. C’è quindi un piccolo potenziale prezioso perché contiene esperienze e suggerimenti. Ma la prospettiva è ben più consistente. Nodi quali l’educazione alla legalità come uno dei modi “nonviolenti” per combattere la criminalità organizzata, la socializzazione in molte periferie, accanto a politiche giuste, quale modo per prevenire le periodiche esplosioni di violenza e le quotidiane estraniazioni dalla vita sociale sono solo alcuni esempi di questa pista di lavoro che adesso è possibile far emergere alle luce del sole. Pensiamo all’impatto culturale di un SCU che in questa sua componente accetta la sfida di stare nei conflitti senza la logica della paura, ma con quella della soluzione. IV. Servizio civile e il Novecento della nonviolenza e dei movimenti Il contesto normativo apre la strada ad una pista di programmazione e progettazione che permetta di far emergere emergere a tappeto, attraverso le tante storie locali, le idee, le esperienze, gli scritti delle persone e dei movimenti che nel secolo delle due guerre mondiali, della Resistenza, del 1968, della legge 772/72 hanno fatto l’altra storia d’Italia. È una pista che può rendere molto più ricco il rapporto con il mondo universitario e con quello della ricerca storia e sociale, oggi fermo alle lettere di partenariato e alla progettazione in proprio. Fra l’altro questa pista di lavoro può creare l’ambiente adatto per il lavoro dell’Istituto di ricerca sulla pace e il disarmo. Abbiamo una responsabilità verso i giovani di oggi e domani di lasciare tracce comprensibili di questa storia. In conclusione, un cenno ad una innovazione nel nostro modo di lavorare che è alla base di queste considerazioni. Siamo abituati (e siamo stati spinti a) lavorare separati. Questa modalità andrà buttata nel cestino. Serviranno luoghi comuni fra più organizzazioni ove pensare i programmi triennali, individuare le specificità, mettere in comune risorse umane e strumentali. In conclusione oggi come non mai il servizio civile universale può essere esercito di pace. Ho cercato di indicare alcune strade concrete per tradurre in realtà i valori di cui siamo portatori. Azione nonviolenta | 15

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