IDEA DICEMBRE 2016

 

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Giornale della Parrocchia Immacolata di Adelfia (BA)

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DeA P a r r o c c h i a I m m a c o l a t a Anno 30 - n.89 - Dicembre 2016 Piazza Galtieri, 34 - 70010 Adelfia - Tel e Fax: 0804594746 http://www.adelfiaparrocchiaimmacolata.it - E-mail: donsalva@vodafone.it “C'è un luogo, un ambito particolare,in cui l'Amore di Dio si specifica e prende volto?” Con tale domanda si introduce la traccia pastorale diocesana di quest'anno. Ad essa non c'è che una risposta: l'amore tra lo sposo e la sposa. Esso è la figura, l'immagine Viva più significativa, dell'Amore di Cristo tra noi. La stessa Sacra Scrittura lo conferma. Essa è popolata da famiglie, da storie di amore e di crisi familiari, dalla prima pagina, dove entra in scena la famiglia di Adamo ed Eva, fino all'ultima, dove appaiono le nozze della Sposa e dell'Agnello (cfr Ap 21,2.9). “Vogliamo vivere il nuovo Anno liturgico con il cuore attento al Vangelo dell'amore nuziale che trova in Cristo e nella Santa Trinità l'origine e il fine della vocazione all'amore alla quale Dio chiama ogni donna e ogni uomo” (mons. Francesco Cacucci). “Nella SS. Trinità, Gesù ci ha rivelato il segreto di casa sua: nel cielo tre persone, uguali e distinte, vivono così profondamente la comunione, che formano un solo Dio. Analogamente, sulla terra la famiglia, con più persone, uguali per dignità e distinte per estrazione, sono chiamate a vivere così intensamente la solidarietà, da formare un solo uomo, l'uomo nuovo: Cristo Gesù” (don Tonino Bello) Ma indubitabilmente un contesto di affettività senza limiti, dove il narcisismo porta a rotture dei legami anche tra adulti, la cultura del provvisorio e dell'usa e getta, le violenze, la solitudine, la miseria, stanno generando situazioni familiari sempre più complesse e problematiche che interrogano la nostra coscienza. E' ancora possibile annunciare il Vangelo della Famiglia? Sì, a patto che “il senso del limite ci accompagni costantemente” (Paolo VI). Siamo tutte “famiglie ferite”. Guai a ergerci giudici dei nostri fratelli, nessuno si senta esente da colpe o fragilità. “Rendo grazie a Dio perché molte famiglie, che sono ben lontane dal considerarsi perfette, vivono nell'amore, realizzano la propria vocazione e vanno avanti anche se cadono tante volte lungo il cammino”. Non esiste la famiglia ideale “bensì un - don Salvatore - interpellante mosaico formato da tante realtà diverse, piene di gioie, drammi e sogni. Le realtà che ci preoccupano divengano sfide, che suscitino in noi non lamenti, ma creatività missionaria. Se constatiamo molte difficoltà, esse sono – come hanno affermato i Vescovi della Colombia – un invito a «liberare in noi le energie della speranza traducendole in sogni profetici, azioni trasformatrici e immaginazione della carità” (Papa Francesco, Esortazione Apostolica Amoris Laetitia n. 57) La Chiesa «deve saper accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall'amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempesta. Spesso il lavoro della Chiesa deve assomigliare a quello di un ospedale da campo» (A.L. n. 291) Ma volgere lo sguardo alle famiglie non basta. Dobbiamo soprattutto vedere con i loro occhi e patire con il loro cuore, condividendo le loro attese e domande, perché “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (Gaudium et Spes n.1). Diamo credito alla speranza, apriamo il cuore dalla fiducia. Mettiamo tutto in comunione sul tavolo della stessa umanità. Questa è la famiglia: convivialità delle differenze. La diversità sia fonte di arricchimento, occasione di grazia, non motivo di separazione. Insieme tutto si può vincere, da soli tutto abbiamo già perso. Questo sia il Vangelo della Famiglia da annunciare come credenti in Cristo. O Signore ti preghiamo per la Tua Chiesa: “Famiglia di famiglie”. Chiamata ad essere splendente come una sposa adorna per il suo sposo,è pur sempre bisognosa di purificazione. “Risplenda sul suo volto la Tua luce o Cristo, perché sia il segno e lo strumento dell'intima unione con Te e dell'unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium 1). “O Spirito di Dio scendi ancora su di lei, donale il brivido dei cominciamenti, sfiorala con l'ala della tua gloria. Mitiga con l'olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscile il manto dell'antico splendore” (don Tonino Bello). “Apra, anzi spalanchi le porte a Cristo! Non abbia paura” (Giovanni Paolo II). Attorno alla Sua Divina Mensa, Banchetto Eucaristico, ogni uomo si senta accolto come figlio prediletto. Arda in Lei il Fuoco Sacro della preghiera vicendevole e verso tutti, perché solo “la Famiglia che prega unita resta unita”. Auguri alle vostre famiglie di un Santo Natale, Con affetto paterno, don Salvatore De Pascale, parroco Fine Giubileo, bilanci e prospettive La Bellezza di essere famiglia Il Natale non è un’app Storia di un'anima: Claudia Koll Radicati nel futuro, custodi dell’essenziale Carità in tempo di crisi Ridi... che ti passa 2 2 3 3 4 4 4

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PAG. 2 Ormai il Giubileo della misericordia è giunto al termine e viene da chiedersi, cosa è rimasto, è servito a qualcosa? Non sono pochi coloro che sostengono che si sia trattato di un vero e proprio flop perché, per esempio, il turismo romano pare non ne abbia tratto molti benefici; infatti, Federalberghi sostiene che il numero dei turisti passati da Roma in tutto il 2016 sia stato pressoché identico all'anno precedente. Gli albergatori, i commercianti, gli esercenti pubblici speravano molto nell'evento, ma il turismo è stato prevalentemente sobrio, gli alloggi privilegiati sono stati bed and breakfast e strutture low cost e, inoltre, molti pellegrini hanno scelto di andare e tornare in giornata. Insomma, c'è stato un turismo all'insegna del risparmio e di carattere prevalentemente religioso, a discapito di attività commerciali che invece speravano nello shopping dei visitatori. Ci sono stati dei pro e dei contro, questo è innegabile, ma, almeno, può essere stata un'occasione per avvicinarsi di nuovo o di più a Dio, ricalibrando le priorità e le gerarchie della vita. I giorni di quest'anno santo sono stati celebrati in tutto il mondo, e non soltanto a Roma, e questo è stato un elemento caratterizzante di questo Giubileo, secondo la chiara volontà del Papa che ha scelto di aprire le celebrazioni nella Repubblica centrafricana ribadendo, così, l'importanza di andare incontro a tutte le periferie territoriali ed esistenziali. Ogni diocesi del mondo ha avuto le sue porte sante e tanti gruppi di pellegrini si sono organizzati nei loro stessi territori e hanno attualizzato, con gesti e iniziative, il loro anno della misericordia. Certamente non tutti si sono sentiti coinvolti, anzi, molti, tra polemiche e diffidenza, hanno trascorso un anno esattamente uguale a tutti gli altri passati. Ma un Giubileo non può essere pensato solo come occasione contingente per ottenere l'indulgenza plenaria; va colto, invece, come una nuova partenza verso un futuro nel quale far maturare tutti i semi gettati. Perciò, i tanti indifferenti, diffidenti, detrattori o sostenitori hanno ancora tutta la vita per provare a vivere il grande mistero di Dio Misericordia. Ci ricorda papa Francesco nella Lettera Apostolica del 20 Novembre 2016, Misericordia et misera, che conclude il Giubileo: Misericordia et misera sono le due parole che sant'Agostino utilizza per raccontare l'incontro tra Gesù e l'adultera (cfr Gv 8,1-11). Non poteva trovare espressione più bella e coerente di questa per far comprendere il mistero dell'amore di Dio quando viene incontro al peccatore: «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia. Questa pagina del Vangelo può a buon diritto essere assunta come icona di quanto abbiamo celebrato nell'Anno Santo, un tempo ricco di misericordia, la quale chiede di essere ancora celebrata e vissuta nelle nostre comunità. Quindi, non si conclude mai il tempo della misericordia di Dio che non smette di amare gli uomini, anche se rimane in essi la debolezza del peccato. Nella sua lettera il Papa presenta alcuni propositi, primo fra tutti, vivere ancora la misericordia nelle comunità; poi, questo compito viene declinato in modo sempre più specifico e concreto dal pontefice. Riporto alcune parole della lettera del Papa che, nella loro estrema chiarezza, fanno comprendere come misericordia non significhi rinnegare certi principi morali e verità di fede, ma proporre gli stessi con un atteggiamento più mite e comprensivo della fragilità della condizione umana che, fino a prova contraria, accomuna tutti: In una cultura spesso dominata dalla tecnica, sembrano moltiplicarsi le forme di tristezza e solitudine...C'è bisogno di testimoni di speranza e di gioia vera [3]. Le nostre comunità potranno rimanere vive e dinamiche nell'opera di nuova evangelizzazione nella misura in cui…sarà plasmata quotidianamente dalla forza rinnovatrice della misericordia [5]. Ai sacerdoti…chiedo di essere accoglienti con tutti; testimoni della tenerezza paterna nonostante la gravità del peccato; solleciti nell'aiutare a riflettere sul male commesso; chiari nel presentare i principi morali; disponibili ad accompagnare i fedeli nel percorso penitenziale, mantenendo il loro passo con pazienza; lungimiranti nel discernimento di ogni singolo caso; generosi nel dispensare il perdono di Dio [10]. In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d'ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l'aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre [12]. È il momento di dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia[18]. Il carattere sociale della misericordia esige di non rimanere inerti e di scacciare l'indifferenza e l'ipocrisia, perché i piani e i progetti non rimangano lettera morta [19]. Caterina Nitti Il 2016, anno giubilare straordinario della Misericordia, è stato l'anno in cui ho detto sì a mio marito davanti al Signore. Un sì convinto che è giunto dopo ben 15 anni di fidanzamento e una marea di eventi condivisi - belli e brutti - che ci hanno uniti e fortificati giorno dopo giorno. In un momento storico in cui disprezzare e maltrattare la famiglia appare lo sport preferito di taluni personaggi sparsi qua e là nella nostra società, è interessante riflettere sulle ragioni che spingono due persone a scegliere Cristo come vero Testimone di nozze. Bene è partire dalla definizione che il Santo Padre dà della famiglia: “Cellula fondamentale della società umana” in quanto “fin dal principio il Creatore ha posto la Sua benedizione sull'uomo e sulla donna affinché fossero fecondi e si moltiplicassero sulla terra; e così la famiglia rappresenta nel mondo come il riflesso di Dio, Uno e Trino”. È chiaro, quindi, che il matrimonio per un cristiano non può che essere considerato come un nuovo inizio: d'altronde la Parola non lascia spazio a dubbio alcuno quando evidenzia che “per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”. Si lascia coscientemente alle spalle l'io per far spazio altrettanto coscientemente al noi. Che cosa incredibilmente meravigliosa! Io e mio marito abbiamo scelto il matrimonio come Sacramento e non come semplice contratto, perché fortemente consapevoli del fatto che siamo stati chiamati dal Signore ad essere famiglia: non due monadi a sé stanti ma un'anima sola con due cuori pulsanti. Ogni giorno cerchiamo di fare nostro, con gioia, quel Dono bellissimo ricevuto ad agosto scorso, quando le nostre mani si sono unite per sempre all'ombra di quella Croce che da sempre ci osserva. Con queste premesse è chiaro, quindi, che la Chiesa, a noi che abbiamo scelto con convinzione il matrimonio, ci esorta a riconoscere la bellezza del formare una Famiglia. Bene si comprende come essere famiglia è quanto di più indispensabile possa esistere per la vita del mondo, per il futuro dell'umanità. Occorre ripartire esattamente da qui: la famiglia è un bene, è una cosa buona da vivere, ma sopra ogni cosa la famiglia è bella. La Chiesa in generale, e il magistero del Santo Padre in particolare, mettono in evidenza, grazie ad una pastorale coraggiosa e piena di amore, il luminoso piano di Dio sulla famiglia e tracciano indiscutibilmente il cammino che i coniugi devono percorrere con gioia ed entusia- smo. Qualche tempo fa leggevo un articolo che evi- denziava “Il matrimonio è una realtà che precede la cultura di ogni tempo, perché risiede nella natura della persona, cioè nel progetto del Creatore per ciascuno. Questa unione è stabile, perché si fonda sulla volontà delle persone e non sui sentimenti, che sono mutevoli e non sufficienti”. Essere famiglia non può ridursi, quindi, ad una semplice gratificazione affettiva presumibilmente mutevole nel tempo e nello spazio, ma deve riprendersi il “grado” che le appartiene: è una “chiamata” e come tale deve essere intesa, soprattutto quando il cammino non è esattamente in linea retta ma presenta ostacoli imprevisti con i quali inevitabilmente bisogna fare i conti. Concludo rispondendo a tutti coloro che prima e dopo il matrimonio mi hanno chiesto “ma chi te lo ha fatto fare?”. Ebbene, il Signore me lo ha fatto fare!!! Ed è bellissimo! Buon Natale a tutti. Daniela Viterbo

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PAG. 3 Lasciai la mia famiglia molto presto, alla ricerca del senso della mia vita, volevo liberarmi dall'autorità paterna, dai fidanzati possessivi, dalla loro gelosia. Desideravo anche un amore autentico, ma lo cercavo nelle storie che consumavo senza soddisfazione. In questo disordine sono entrata in crisi e mi sono ritrovata come in un labirinto davanti a un muro. Ricordo un sogno che facevo spesso in quel periodo: una macchina che correva ad alta velocità in un tunnel, al buio, e avevo paura di scontrarmi con essa. Un giorno un'amica, mia guida artistica nella recitazione, venne dall'America, dicendomi che voleva passare la Porta Santa. Non sapevo cosa fosse. Era il 2000, l'anno del giubileo. Scettica, l'ho seguita. E'stato il primo momento del mio ritorno a Dio. Ma, è stato sul set cinematografico che è avvenuta la mia conversione. Interpretavo il ruolo di amante di un commissario di polizia. Veniva ferito e mi comunicavano via telefono del suo decesso. Dinanzi a questa notizia dovevo, immedesimandomi nel personaggio, trasmettere dolore, vivere l'emozione sino in fondo, prestando il mio cuore al personaggio, cosa che, sul set dei film, mi riusciva bene. La mia vita reale invece, era piena di contraddizioni che non sapevo risolvere. Vivevo in modo insincero, ero infedele. Nei film era tutto più facile, perché c'era un copione da seguire. Ma quel giorno, mentre giravo quella scena, rimasi bloccata, non riuscivo più a recitare, a fingere. Quel giorno c'era un tappo a bloccare la mia anima, un tappo che non riuscivo a togliere. La mia amica di recitazione americana a un certo punto, vedendomi in difficoltà, mi disse: “Claudia ma se non c'è verità nella tua vita, come può esserci nel tuo mestiere?” Quel tappo era il mio peccato che stava indurendo il mio cuore e che non mi permetteva di comunicare le emozioni in modo autentico. Il Signore mi mise in crisi, incominciò a scalfire le sicurezze che mi ero costruita nel tempo. Piano, piano, questo edificio (n.d.r. “casa sulla sabbia”) è crollato. Pensavo che il denaro fosse la soluzione a tutto, ma mi sono trovata a terra, completamente prostrata. I pilastri sui quali puntavo le mie sicurezze e che mi ero costruita anche con i compromessi, erano crollati. Nulla, né il denaro, né gli amici potenti (e ne avevo tanti grazie al potere della seduzione) potevano aiutarmi. Non potevo salvarmi da sola. Ero a terra. Fu terribile, ma mi è servito tanto. A Dio non si arriva quando ci si sente onnipotenti, ma quando ci si riconosce bisognosi e quando con umiltà si grida a Lui, anche da peccatore. In quei giorni mi fermai nella mia stanza da sola. Avevo paura di morire, camminavo su è giù e cominciai a pregare. Non ero più abituata a rivolgermi a Dio, ma in quel momento mi ricordai degli insegnamenti di mia nonna che, pur essendo non vedente, faceva in casa tutto da sola e io, da piccola, stavo spesso con lei. Mi ha insegnato a camminare, mi ha dato da mangiare, mi guidava tenendomi al suo polso con un filo di lana. Quando aveva bisogno degli occhi di Dio, lei lo pregava e diceva: Signore come posso fare … Signore aiutami … Quelle parole rimbalzarono nell'abisso della mia disperazio- ne e pregando, come lei mi aveva insegnato, sono ritornata bambina. Ho abbracciato il Crocifisso. La mia preghiera è diventata un grido di aiuto e ho avvertito una liberazione. Tutto il dolore che vivevo fisicamente, la respirazione affannata, tutto si è liberato. Il respiro è sceso nel profondo e una pace mi ha avvolto. Tutti i rumori dentro di me sono svaniti, tutte le tensioni scomparse, e in quella pace ho riposato. Si era aperto dentro di me uno spazio, una comunicazione, tra il cielo e la terra. E il Signore, che avevo imparato successivamente a chiamare “Padre”, ha cominciato a guidarmi nel ritorno a Lui. La mattina spesso mi alzavo senza forze (il dolore era stato solo tamponato da Dio), come una persona depressa, senza voglia di vivere, ma appena scesa in chiesa, dopo ogni Messa, riprendevo le forze. E, ancora oggi, è così. Il Signore ci cura, la Messa è la sua medicina, cuore del mondo. Non si capisce abbastanza questo dono. Visti gli avvenimenti avrei potuto rischiare di avere un rapporto solo verticale con Dio. Invece Lui mi ha voluto dare dei compagni di strada particolari. Una sera, mentre passeggiavo in un parco con il mio cagnolino, incontrai un giovane che volle raccontarmi una poesia. Poi mi disse: io sono malato di AIDS e dietro questo cancello ce ne sono tanti altri come me. Era un invito nuovo a cui non rifiutai. Erano figli abbandonati dalle famiglie, con un vissuto disastrato, vite sfasciate, donne costrette a non stare con il loro bimbo o che avevano tradito il marito. Avevano un gran bisogno di Dio, di pace, di ricostruirsi dentro. Allora le ho invitate ad entrare in chiesa con me e insieme per la prima volta dopo tanti anni, abbiamo trovato il coraggio di confessarci. Erano fratelli per me che non ho mai giudicato. Con loro si poteva parlare nella verità, senza filtri, perché combattevano un mostro che riconoscevano chiaramente. Giuseppe, uno di loro, non parlava più, ma amava la vita e sorrideva. Quando la malattia in lui giunse ad uno stadio avanzato, mi dissero che non poteva più venire a Messa. Andai a trovarlo. Non riusciva a respirare. Non poteva neanche dirmi che aveva paura di morire. Gli presi la mano e agganciato dai suoi occhi, trovai l'amore che avevo sempre cercato e non avevo mai trovato. Un amore forte ma dolce, pienezza che pacifica, che fa star bene. Gesù mi aveva parlato d'amore attraverso la Sua Parola e quella dei sacerdoti. Ora anche in Giuseppe e in questi crocifis- si viventi, imparavo ad uscire dall'egoismo, a dimenticarmi, a crescere nell'amore vero. Ma la tentazione era in agguato. Non stavo lavorando più perché non ricevevo proposte decenti. A un certo punto cedo, e dopo tanti diniego, per paura, firmo un contratto in cui mi davano tanti soldi. Il denaro può servire se ben gestito, ma è un pericolo, un mostro e io mi stavo di nuovo mettendo in trappola. Nonostante tutto ancora una volta il Signore mi venne a cercare, prendendomi per mano e affidandomi un compito. Il Signore non condanna mai. Quando le cose vanno male, è quello il momento in cui ritornare con ancora più forza al Signore. Non c'è tempo per piangersi addosso, il male va affrontato subito, altrimenti come un cancro ti corrode. “Ma il male può arrivare fino a un certo punto, poi interviene la misericordia di Dio” (Giovanni Paolo II). E allora per redimermi da quei soldi sporchi iniziai a donarli ai poveri accattoni. E dopo, un'altra proposta non buona, uno spot di biancheria intima, accetto di essere testimonial per i missionari salesiani. Se gli ammalati avevano suscitato in me l'amore vero, l'Africa mi scuote definitivamente. Vado in Etiopia con una loro ONG, per raccogliere fondi. Mi ritrovo a Zwai, durante una grave carestia. In un accampamento, sotto un tendone di plastica, si rifugiavano mamme con i loro piccoli consumati completamente dalla fame. Erano solo scheletri e non era un film, ma una dura realtà. “Suora, come fate a curarli?”, chiedevo. “Preghiamo lo Spirito Santo”, era la loro risposta. Rientrando in Italia, erano le feste di Natale, mi dissi: “qui il mondo è pazzo, tutti corrono a comprare panettoni, mentre dall'altra parte i bambini rischiano di morire per la fame”. Da allora non sono stata più in grado di entrare in un negozio a spender soldi a cuor leggero. Non è possibile: “qualcuno ha troppo, qualcun'altro niente”, è questione di giustizia. Non possiamo far finta di niente, ne risponderemo di fronte al Signore su come avremo sprecato il cibo. Per questo ogni estate porto i ragazzi con me in Africa. Devono vedere con i loro occhi per imparare ad essere più responsabili nella gestione dei loro beni. Ho visitato tanti ospedali in Africa sprovvisti di tutto. Ricordo ancora un incontro con un chirurgo nella cui sala operatoria, anch'essa, mancante di tutto, c'era solo un'immagine di Gesù Salvatore, che mi diceva: “Noi arriviamo sino a un certo punto, poi ci pensa il Signore”. In Africa avvengono tanti miracoli. Ho visto in Etiopia disabili legati con catene, con volti coperti da mosche, abbandonati. Oggi come Associazione “Le Opere del Padre” siamo in Burundi, il paese esce da una durissima guerra. Vogliamo costruire “la piccola Lourdes”, un ospedale di riabilitazione per i disabili. Protesi, fisioterapia, equipe mediche… tanti sono i bisogni, ma confidiamo in Gesù Misericordioso.

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PAG. 4 Che cosa è l'Azione zia per ricomin- Cattolica? ciare, rafforza- «Ne abbiamo par- re, incoraggia- lato molto, ma mi re, qualificare, pare che sia soprat- promuovere, tutto una realtà dei superare con cristiani radicati nel loro territorio e nelle loro parrocchie che si conoscono, che entusiasmo e creatività quel senso di stanchezza e di sconfitta che a volte si av- si vogliono bene, che lavorano assieme nel nome del Signore, che sono amici; e que- verte nelle nostre realtà. Saremo aiutati nella riflessione anche e soprattutto sta rete di uomini e donne che lavorano in tutte le diocesi, con concordia, con uno dall'icona biblica dell'anno “Rallegratevi ed esultate” (Mc 4,23-5,12), che indica spirito comune, senza troppe ormai strutture organizzative, ma veramente es- nella gioia delle beatitudini lo stile della missione. Gesù stesso incarna e procla- sendo sempre più un cuor solo e un'anima sola cerca di servire la Chiesa. E que- ma questo stile. «Le beatitudini non evocano cose straordinarie, ma vicende di sta è la grande cosa. Perché noi serviamo l'AC non perché ci interessa di fare tutti i giorni, il desiderio di felicità, una trama di situazioni comuni, fatiche, spe- grande l'AC; noi serviamo l'AC perché ci interessa di rendere nella Chiesa il ser- ranze, lacrime e sorrisi» (Matteo Truffelli, Presidente nazionale). vizio che ci è chiesto per tutti i fratelli.» E' un momento da vivere insieme, con sentimenti di gratitudine e con il cuore (Vittorio Bachelet, saluto conclusivo alla IIa Assemblea nazionale dell'ACI) pieno di gioia per la ricchezza delle esperienze vissute fino ad oggi e per quelle Servire l'AC per servire la Chiesa e i fratelli: è questa la vocazione che orien- che ancora vivremo, nel desiderio di continuare a testimoniare il valore aggiunto ta il cammino associativo di cui siamo testimoni; un cammino che si rinnova nel che l'esperienza associativa offre alla realtà ecclesiale e al territorio. Un mo- tempo grazie alla bellezza dei volti e dei cuori della comunità che incarniamo. mento decisivo per rimotivare il senso di appartenenza, per continuare a promu- In questo periodo dunque, come da statuto, viviamo a livello nazionale, diocesa- overe riflessioni comunitarie e per proporre piste possibili da percorrere su no e parrocchiale il tempo delle assemblee elettive, che si temi da sempre cari all'associazione: laicità e corresponsa- inserisce nell'ultimo anno del triennio 2014-2017; è questa un'esperienza tanto speciale quanto ordinaria nella vita bilità laicale; urgenza della formazione e centralità dello studio; impegno per il paese e per il bene comune; cura edu- dell'associazione. Ma cosa intendiamo per “assemblea elettiva”? cativa e attenzione alla persona come valore. In questa prospettiva, vivere buone esperienze di assemblea nella pro- E' innanzitutto una tappa istituzionale democratica della vita associativa, che vede come protagonisti tutti gli aderenti, per il rinnovo dei responsabili che prenderanno a cuore il percorso triennale dell'AC. Un'occasione speciale di preghiera e di riflessione per progettare e programmare insieme il cammino associativo, un'opportunità per cominciare a tradurre le scelte ideali in pria associazione parrocchiale significa coltivare legami fondamentali per la crescita dell'AC e della vita in genere, rendendoci pronti all'ascolto e alla condivisione delle esperienze e capaci di personalizzare e valorizzare le relazioni che siamo chiamati a vivere per essere sempre, non solo testimoni felici e credenti, ma soprattutto custodi dell'essenziale. progetti operativi concreti, perché l'associazione possa esprimere il proprio cari- Leggendo l'assemblea di Azione Cattolica in questo senso, l'elezione e la scelta sma nel contesto in cui è inserita. Questo è il tempo opportuno per disegnare dei responsabili assumono tutto un altro significato. Saranno coloro che, soste- insieme il volto dell'AC dei prossimi anni. Tuttavia, non possiamo esaurire le fun- nuti dall'appoggio costante di tutti i soci, si prenderanno cura della realizzazione zioni dell'assemblea parrocchiale al solo rinnovo degli incarichi elettivi e ad del progetto associativo nella parrocchia e che rappresenteranno la comunità un'azione programmatica a lungo termine da effettuare una volta ogni tre anni. in diocesi per il prossimo triennio. Il percorso assembleare dev'essere necessariamente inteso come tempo di gra- Rosmara Ingellis e a chi è solo. Le Caritas diocesane operando su tutto il territorio nazionale sono una testimonianza attiva e operativa di servizio ai poveri. Il 17 ottobre, Giornata Internazionale contro le povertà, è stato presentato il Rapporto 2016 di Caritas su ”Povertà ed esclusione sociale“. Tale rapporto è frutto dell'analisi dei dati e delle esperienze quotidiane delle oltre 200 Caritas diocesane operanti su tutto il territorio nazionale. In Italia la povertà, in questi ultimi anni, è in aumento esponenziale: “si è passati da 1,8 milioni di persone povere nel 2007 a 4,6 milioni nel 2015. Non solo “la povertà assoluta ha confermato il suo radicamento in quei segmenti della popolazione in cui già in passato era più presente: il Sud, le famiglie con anziani, i nuclei con almeno 3 figli minori e quelli senza componenti occupati”, ma è anche “notevolmente cresciuta in altri, prima ritenuti meno vulnerabili: il centronord, le famiglie giovani, i nuclei con 1 o 2 figli minori e quelli con componenti occupati". La Caritas non smette mai di prendersi cura dei più deboli e lo fa coinvolgendo la disponibilità di volontari, donne e uomini che, oltre al fare, si impegnano a far pensare facendo. La formazione diventa così parte normale dell'attività del volontariato, poiché se la prima faccia della Caritas, la più conosciuta, è quella del bisogno, la seconda è quella della cura intesa come mentalità e cultura. Nella sua enciclica dedicata alla carità Papa Benedetto XVI scrive “Deus caritas est”: carità è dunque attenzione e amore nei confronti degli altri, rispecchiando e glorificando così la natura di Dio. E quale miglior momento perché ogni uomo si avvicini e condivida i bisogni, le sofferenze, le incertezze di tante famiglie sole e abbandonate, se non a Natale? “Trova il tempo di fare la carità; è la chiave del Paradiso“ (Santa Teresa di Calcutta). Gruppo Caritas parrocchiale Precarietà , licenziamenti, cassa integrazione, disoccupazione, sono ormai esperienza quotidiana per milioni di italiani. Rileva sempre il Rapporto che l'Italia è uno dei pochi paesi d'Europa “ancora privo di una misura nazionale universalistica contro la povertà assoluta rivolta a chiunque si trovi in questa condizione”. La crisi ha portato risvolti penosi: famiglie senza dimora, disoccupati, immigrati, anziani soli e in grave disagio sociale, ma anche “ nuovi poveri”: professionisti e padri separati. gvnlc""cgs'eNIahohiiogooUrllia!tourroo!dainn!de!tnr"l"eniooae.o.?cetgEsdc"ceo"uat.hh:o.n.icr.iip"iEieaneceoCgoredptfllseeeeiiieapslno?rliscned'vepea"vhn,cor.aarlaodoi:e"ozlrigodS"itcmalCeheaae!e:n?!ielarnce"!t?odt"aCriltttit.ier?rio.eeh:nAo.o:".pl"gato"'sNelhrhiTe?sceaiiuheonei"iccnr".ehdhlc.et"eoeoii:rINlosci"gmsldcaCiuooigviràa?n!neoio"or'?i:dtl.agtr'e"ee?Ilnl?hCttlilr"ltooa"oeo.a,.ieidllei sTcesttloeeeosTrrtatteetorooidot:".ted"iIsenoivdldomace,iolreanmsacduto"imnmcueinsemTposnesoesoreotsgtscgniooo:là:izm""i"fdo.aSpa:drom"ainsrmaysl?iveu"e'nneoo vuQlcaunalo?è lMa pArimGaMpAar!ola di un Se da un lato, però, la crisi acuisce la povertà, dall'altro fa crescere la solidarietà da Nord a Sud. Molte associazioni si impegnano a dare una mano d'aiuto a chi si trova in difficoltà INATDEURSNOO

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