FAMIGLIA NOSTRA N. 176

 

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NOVEMBRE-DICEMBRE 2016

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RIVISTA DEI RELIGIOSI, DELLE RELIGIOSE E DELLA GENTE DELLA «SACRA FAMIGLIA» Rivista periodica anno 2016, Poste Italiane s.p.a. Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n 46) art. 1, comma 2 DCB (filiale di Bergamo) anno 97 - numero 176 052016 novembre famignlioastradicembre La famiglia di Nazaret: luce per il nostro cammino?

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famiglianostra | Novembre - Dicembre 2016 EDITORIALE famignlioastra di p. Sergio Grazioli Caro lettore, mentre concludiamo un altro anno di cammino siamo lieti di entrare nella tua casa portando la luce del Vangelo che risplende, per noi religiosi e religiose della Sacra Famiglia, in modo del tutto speciale nel mistero di Betlemme e di Nazaret, che – come dice Papa Francesco – sono pieni di “profumo di famiglia”. Anche questo numero della Rivista parla di questo mistero: ci chiediamo in che modo esso può realmente illuminare il nostro cammino. Non è sufficiente ripetere le parole che siamo abituati a sentire. Vorremo aiutarci a scoprire che la santa famiglia condivide le gioie e le sofferenze delle nostre famiglie e ci insegna a fare posto a Dio e alla fiducia in Lui. Per questo ti raccontiamo qualche esperienza che abbiamo vissuto negli ultimi mesi: sia all’interno della nostra famiglia religiosa, sia nella missione che svolgiamo, portando avanti il sogno di Santa Paola Elisabetta Cerioli, nostra Fondatrice. Ella ha creduto che in ogni tempo Gesù viene tra noi nei corpi dei bambini che hanno bisogno di affetto e di cure, di educazione e di futuro. È il nostro modo di dirti che ti sentiamo parte della nostra Famiglia, che è quella di Dio, quella che non ha confini di spazio e di tempo. È il nostro modo di augurarti un po’ di fiducia e di serenità, per questo Natale e per il nuovo anno che tra poco comincia. famiglianostra 2016 PROPRIETÀ Congregazione dei Religiosi della Sacra Famiglia di Bergamo - Via dell’Incoronata, 1 - 24057 Martinengo-Bg (Italia) DIREZIONE E REDAZIONE INTERNA SACRA FAMIGLIA Gianmarco Paris, Antonio Consonni, Grazioli Sergio Aut. Tribunale di BG: n° 104 del 18 giugno 1948 | Abbonamenti 2017: ordinario Euro 15 Progetto grafico: Duemilacom s.r.l. | Stampa: Il Creativo S.p.a 2 La festa del Natale ci invita ogni anno a meditare un aspetto molto umano della rivelazione di Dio: suo Figlio è venuto nel mondo nascendo come figlio in una famiglia semplice, crescendo come tutti i figli del suo tempo e vivendo per lunghi anni una vita povera e umile. Papa Francesco nell’esortazione “Amoris Laetitia” ce lo ha ricordato: L’incarnazione del Verbo in una famiglia umana, a Nazaret, commuove con la sua novità la storia del mondo. Abbiamo bisogno di immergerci nel mistero della nascita di Gesù… E quindi penetrare nei trenta lunghi anni nei quali Gesù si guadagnò il pane lavorando con le sue mani… Questo è il mistero del Natale e il segreto di Nazaret, pieno di profumo di famiglia! E’ il mistero che tanto ha affascinato Francesco di Assisi, Teresa di Gesù Bambino e Charles de Foucauld, e al quale si dissetano anche le famiglie cristiane per rinnovare la loro speranza e la loro gioia (AL 65). Il mistero di Betlemme e di Nazaret ha affascinato anche santa Paola Elisabetta Cerioli, durante la sua vita di sposa e madre, e poi ancora di più quando si è dedicata ad accogliere i bambini senza famiglia in nome e con la forza di Dio, insieme a sorelle e fratelli di fede: nella famiglia di Nazaret ha trovato la sua ispirazione e il suo modello. Attraverso di lei abbiamo ricevuto la missione di aiutare le famiglie a vivere ed educare i loro figli con la luce e la forza che emana dalla santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Il recente Sinodo dedicato alla famiglia ci ha confermato in questa missione, quando dice: L’alleanza di amore e fedeltà, di cui vive la Santa Famiglia di Nazaret, illumina il principio che dà forma ad ogni famiglia, e la rende capace di affrontare meglio le vicissitudini della vita e della storia. Su questo fondamento, ogni famiglia, pur nella sua debolezza, può diventare una luce nel buio del mondo (AL 66). Noi crediamo che questo sia vero e questa convinzione ci spinge a continuare il nostro cammino. Ma nella missione educativa che svolgiamo ogni giorno accanto ai genitori e ai loro figli, nei centri educativi e nelle parrocchie, sentiamo che la santa famiglia non appare a noi e alle famiglie come un modello che illumina il nostro cammino, pur così tormentato e bisognoso di luce. Perché? Spesso rispondiamo a questa domanda dicendo che i valori della fede cristiana sono

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La famiglia di Nazaret: Luce per il nostro cammino? LA FAMIGLIA DI NAZARET: LUCE PER IL NOSTRO CAMMINO? lontani da ciò che la gente cerca nella sua vita di ogni giorno, e per questo la santa famiglia non attirano il nostro affetto. Se è così, allora c’è una distanza tra quello che crediamo come cristiani e quello che sentiamo e facciamo ogni giorno come figli nel nostro tempo. Forse il primo passo per accogliere il Vangelo di Gesù sta proprio quo: accorgerci di questa distanza e fare il possibile per creare un dialogo vero, un incontro autentico tra la storia di Gesù e la storia delle nostre famiglie e quindi della società. Consideriamo Maria e Giuseppe come esseri quasi divini, lontanissimi da noi per la storia che hanno vissuto. Il fatto che Gesù non sia il frutto umano della loro relazione d’amore ci rende difficile specchiarci in loro. La predicazione e le immagini sacre spesso non ci aiutano a sentirli vicini e simili a noi: ce li presentano generalmente in pose rarefatte, tanto che sembrano non conoscere i problemi quotidiani delle nostre case, le piccole gioie della nostra vita, i drammi nascosti che segnano il cammino di tante nostre famiglie. Se però leggiamo con calma e attenzione le pagine del Vangelo che ci parlano della santa famiglia, possiamo scoprire questi personaggi senza aureola e senza angioletti dorati attorno a loro, immersi in una storia umana di sofferenze e di gioie più vicina alla nostra di quanto non possiamo immaginare. I vangeli ci presentano Maria e Giuseppe come due giovani innamorati e pieni di sogni per il loro futuro, che si trovano di fronte a un mistero che li supera, che non capiscono e che accettano, non per paura o per sottomissione passiva, ma perché nel profondo del loro cuore si sentono chiamati da Dio e collaborare con il suo progetto di amore, che sceglie la vita umilissima di un bambino che ha bisogno di loro. È sulla loro umanità “normale” che si appoggia la missione che Dio affida loro, quella di essere la madre e il padre legale di Gesù. L’amore che Giuseppe e Maria vivono l’uno per l’altra non è un amore “disincarnato”, cioè senza carne, senza corpi, senza parole e gesti umani; essi possono accogliere ed educare il Figlio di Dio perché si sentono vera madre e vero padre. Senza di loro, come avrebbe potuto crescere Gesù e diventare quell’uomo maturo che i vangeli ci presentano? Giuseppe, pur non avendo generato Gesù, è il suo padre legale. A rigore sarebbe il suo padre “adottivo” se Gesù fosse il figlio di un altro uomo, mentre è vero figlio della sua sposa. La sua paternità ha una legittimità più alta di quella fisica o civile, perché è Dio stesso, il Creatore, che gli ha detto: “non temere di prendere con te Maria tua sposa”. Perciò egli non è meno padre di Gesù, semmai è padre più che naturale. Non è la missione di ogni padre, quella non solo di generare fisicamente, ma anche e soprattutto di offrire al figlio una “patria”, di introdurlo nel mondo, di prepararlo a rispondere al dono della vita? Maria, accogliendo il sé il Figlio di Dio che si incarna, non è meno madre, ma lo è per così dire in modo ancora più autentico. In lei si manifesta la verità di ogni maternità: quella per cui il figlio non è un prodotto o un possesso umano, ma un dono di Dio. Maria si apre e si mette a servizio di un miracolo che la supera infinitamente: non è l’esperienza di ogni madre? Se Dio ha scelto una famiglia per inviare suo Figlio nel mondo non è stato un caso: ci dice invece il legame profondo tra la venuta del Figlio di Dio nel mondo e la famiglia. È così vero che Dio ha creato l’uomo e la donna, nella loro relazione di amore, a sua immagine (come dice la prima pagina della Bibbia), che quando Dio ha deciso di farsi conoscere in forma umana non ha trovato un modo migliore di questo: nascere e crescere grazie all’amore di un uomo e una donna. Che Maria e Giuseppe abbiano obbedito alla volontà di Dio non significa che non abbiano avuto sogni, sentimenti e comportamenti del tutto umani; significa invece che non hanno posto se stessi come misura e verità del loro amore. Se leggiamo così il Vangelo, possiamo sentirli vicini a noi e capaci di illuminare il cammino di ogni famiglia, di indicarne la direzione (il senso): vivere i legami di sangue ricordando che il sangue è la vita e che essa non ci appartiene, perché è mistero nella sua sorgente e nella sua foce. Nell’umile famiglia di Nazaret si incrociano in modo straordinario Dio e l’uomo: in essa Dio si viene incontro all’uomo diventando come lui; guardando ad essa ogni uomo e donna che si amano possono trovare il cammino della loro realizzazione. La storia evangelica della santa famiglia è una strada non facile da comprendere. Ma se la meditiamo con cuore aperto essa può diffondere una luce che illumina il cammino delle nostre famiglie. 3

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STARE DAVANTI A DIO. Il 20 novembre scorso si è concluso l’Anno Giubilare dedicato alla Misericordia. Noi lo abbiamo accompagnato proponendo una meditazione su alcune pagine di Vangelo di Luca che rivelano attraverso i gesti e le patole di Gesù il volto miericordioso di Dio. Chiudiamo anche sulla Rivista la rubrica dedicata all’Anno Santo con uma meditazione proposta da p. Michelangelo Moioli in occasione della festa dell’Immacolata, che è la Madre di Misericordia. Ogni esperienza umana quando giunge alla fine si sente attratta dalla sua origine, dalla mamma. Il titolo con cui celebriamo Maria nella festa dell’otto dicembre, l’Immacolata Concezione, contiene parole che non fanno parte del nostro linguaggio abituale, non ci aiutano a comprendere noi stessi e la nostra vita. Ci danno invece l’idea di qualcosa di astratto (come la parola “dogma”), qualcosa di molto distante dalla nostra vita, forse anche di estraneo. Ma la Parola di Dio e letture che abbiamo ascoltato (Genesi 3: il peccato di Adamo ed Eva; Efesini 1: il progetto di Dio sull’umanità; Luca 1: l’annuncio dell’angelo a Maria) ci ricorda che ciò che noi crediamo non è un’idea né un’astrazione, ma una storia; è la storia della salvezza che pazientemente Dio intesse con ciascuno di noi. Non solamente con Maria, ma con tutti coloro che sono figli di Eva, la madre di tutti i viventi. È una storia “originaria”, nel senso che si colloca all’origine di ciò che siamo, di ciò che viviamo, di ciò che desideriamo e speriamo. Tutti corriamo il rischio di pensare che all’origine della nostra storia ci sia il peccato; il peccato di Adamo ed Eva, che leggiamo nel racconto della Genesi. Tant’è che lo definiamo “peccato originale”, perché ci pare che si collochi all’origine della storia dell’umanità, e anche all’origine dell’esistenza personale di ciascuno di noi, che ogni giorno ci scopriamo peccatori, incapaci di fare o di ricevere quel bene che pure desidereremmo. Si tratta però di un inganno, di una distorsione dello sguardo, che va purificato. Perché il libro della Genesi ci ricorda che all’inizio della storia e della nostra stessa vita personale non c’è il peccato, ma la promessa di Dio. Non c’è niente di più originario, non c’è nulla che venga prima di questa benedizione e di questa promessa. Con 4 un’espressione felice, i Padri della Chiesa di tradizione greca affermano che nell’uomo e nella donna il bene – non il male – è “presbyteron”, termine greco che significa ‘anziano’, ‘più vecchio’; il bene è più vecchio, perché è anteriore al male, viene prima, è più originario. E ce lo ricorda il racconto del capitolo terzo della Genesi. Anche dopo il peccato, Dio rinnova la sua promessa: Eva sarà la madre di tutti i viventi. Partorirà nel dolore, ma partorirà, continuerà a generare la vita. Il serpente può insidiarci, può ingannarci, ma non può impedirci di ricevere e donare la vita. La stirpe di Eva, la vita che da lei trae origine è più forte e schiaccia la testa di chi vorrebbe seminare la morte. La vita non consiste semplicemente nello stare al mondo. La vita consiste piuttosto nello scoprirci figli di Dio, capaci di stare nella buona relazione con Dio, che chiamiamo Padre, e nella buona relazione tra di noi, che ci chiamiamo fratelli e sorelle. La vita, per usare un’immagine suggeritaci dalla liturgia dell’Immacolata, consiste nella possibilità di stare davanti a Dio, e davanti gli uni agli altri, a volto scoperto, senza vergogna, guardandoci negli occhi, con il capo levato, senza paure, senza difese, disponibili a sorridere perché raggiunti dal sorriso dell’altro. Il serpente – per la Bibbia simbolo del male e del maligno – striscia per terra, incapace com’è di tenere il capo alzato, di avere lo sguardo sollevato. Dio invece, come ci ricordato l’apostolo Paolo nella lettera agli Edesini, ci vuole santi e immacolati di fronte a lui nella carità, nell’amore. Di fronte a lui: qui sta la santità. In questa possibilità che ci viene offerta di rimanere di fronte a lui, senza vergogna, senza doverci nascondere, senza nulla di cui avere paura: davanti a lui nell’amore, santi e immacolati. Immacolati non significa semplicemente senza macchia, senza peccato, ma senza che ci sia qualche schermo, qualche ostacolo che ci impedisca di accogliere e di vivere di questo amore. Il serpente, dice ancora il libro della Genesi, insidia il calcagno di coloro che sono stirpe di Eva, che nascono da lei. Insidia il nostro calcagno: ci sorprende alle spalle, da dietro, è incapace di stare davanti a noi, non ci mostra mai il suo vero volto, e teme di incrociare il nostro sguardo. Dio invece vuole che stiamo davanti a lui nella libertà e nella pace. “Adamo, dove sei?”È la grande domanda che Dio rivolge a ciascuno di noi. Dove siamo? Qual è il nostro luo-

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Con la Madre di misericordia abbiamo concluso il giubileo go, il nostro modo di essere, di vivere? Siamo dalla parte del serpente, di colui che vive le relazioni strisciando, rimanendo alle spalle? O sappiamo stare gli uni di fronte agli altri, e insieme di fronte a Dio, nell’amore e nella trasparenza di uno sguardo che non teme di incrociare lo sguardo diverso dell’altro? Che non teme di lasciarsi interrogare, interpellare dall’altro? Che non esita a prendersi cura della sua vita e del suo bisogno? Che non cerca fughe o nascondigli, perché sa che solo nell’incontro con il volto dell’altro si sperimenta la benedizione della vita? Ogni volta che ci sottraiamo allo sguardo dell’altro, allo stare davanti a lui nella verità, noi lasciamo che il serpente ci sorprenda alle spalle e ci insidi il calcagno. Così è Maria davanti all’angelo, in piedi, voltata verso di lui, per accogliere il bacio di Dio che la riempie di grazia, che la riempie di vita, come ogni donna che vede il suo ventre aprirsi alla maternità, e più di ogni donna, perché accoglie in sé l’autore stesso della vita. Un volto nudo, senza vergogna, che vede e si lascia vedere dallo sguardo di Dio, che la trasforma, la rende santa, la colma della gioia di chi può rallegrarsi sapendosi alla presenza dell’autore di ogni gioia. Rimanendo davanti a Dio in questo modo, come Maria, con il volto libero per ricevere il suo bacio, con l’esistenza aperta per ricevere la sua vita, noi ascoltiamo la verità di una parola ancora più profonda, l’efficacia di una promessa ancora più radicale: “non temere, rallegrati, io sono con te”. Adamo, dove sei? Eva, dove sei? Ciascuno di noi, dove è? Prima che rispondiamo a questa domanda, Dio ci dona di fare la scoperta che egli è con noi, è in noi. Questo è il nostro luogo più vero. Questa parola, detta a Maria, è detta a ciascuno di noi, perché, come sempre ci ha ricordato l’apostolo Paolo, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo ci ha scelti – ha scelto tutti noi – prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nell’amore. Quello che Dio dona a Maria, desidera donarlo a ciascuno di noi. Quello che dice a Maria, vuole dirlo a ciascuno di noi. Siamo chiamati a essere santi e immacolati nell’amore. Il dono, fatto a Maria, Dio lo vuole fare a tutti. Maria ha saputo accoglierlo per prima, perché nulla in lei le ha impedito di ricevere il bacio di Dio, nulla in lei si è sottratto o nascosto all’incontro con Dio, tutto in lei, persino la più piccola fibra della sua esistenza, si è lasciata raggiungere e colmare dallo Spirito Santo, pienezza dell’amore di Dio. Ogni volta che ‘strisciamo’ nella tristezza, nella delusione, o addirittura siamo tentati dalla disperazione, perché possiamo avere compiuto il male o averlo subito da altri, noi sappiamo che il male può solamente insidiarci il calcagno: rimane dietro di noi, alle nostre spalle, come qualcosa che appartiene al passato, a ciò che passa e non rimane. Invece, davanti a noi, come il nostro futuro e la nostra speranza, c’è il volto dell’angelo, c’è il volto di Dio che ci promette: “io sono con te, e ti restituisco il tuo luogo più vero: stare di fronte a me nell’amore”. 5

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L’AMORE NEL MATRIMONIO: PENSIAMOCI INSIEME Amoris laetitia Per continuare a presentare l’esortazione post-sinodale di Papa Francesco sulla famiglia, dal titolo “Amoris Laetitia”, abbiamo chiesto ad una coppia di nostri amici di leggere per noi il capitolo quattro e condividere le loro riflessioni. E ci hanno parlato con la loro vita. Siamo una coppia sposati da 14 anni; l’invito a leggere e commentare quanto Papa Francesco ha scritto sull’Amore nel matrimonio nel documento “Amoris Laetitia”, dedicato al tema della Famiglia, è stato per noi uno stimolo a pensare alla nostra vita coniugale, alla crescita e all’approfondimento che ha vissuto in questo tempo passato insieme. Ci sono venute tre immagini durante la lettura e qui cerchiamo di farle vedere anche al lettore. La bussola, che aiuta ad orientarsi in mezzo a molti sentieri della vita. Il contadino, che con continuità fa del bene, cura con le sue mani il suo lavoro. L’orologio, espressione del tempo che passa e non torna e che invita a chiedersi quale è il tempo della coppia e della famiglia. La bussola. Quanto scrive Paolo nella lettera ai Corinzi rispetto alla Carità/Amore lo sentiamo tanto importante, solenne e buono, quanto difficile, impegnativo e quasi impossibile. Lo prendiamo come una bussola che, parola dopo parola, ci indica come muoverci sulla mappa della nostra vita, facendoci memoria di ciò che conta e di ciò che è accessorio, con la consapevolezza che errare (che significa non solo “sbagliare”, ma anche “andare”) fa parte del cammino. Il contadino. Si alza presto al mattino per recarsi a curare il proprio bestiame. Esce nei campi finché è necessario per curare i propri raccolti… Questa immagine ci è venuta leggendo la frase: “amare in ebraico vuole dire fare il bene”. Cosa ce ne facciamo del solo sentimento che proviamo l’uno verso l’altra se non diventa atti di cura reciproca? La cosa poi interessante è che questi atti non impegnano tanto tempo per esprimersi. Di cosa stiamo parlando? Ecco qualche un esempio di vita quotidiana. Al mattino mi alzo prima di tutti in casa e preparo la colazione per me, per mia moglie e per mia figlia… so cosa vogliono! Non servono parole in questo caso, il dialogo qui è fatto di gesti concreti basati sulla conoscenza di cose semplici dell’altro, di cose che non si trascurano ma si curano, di pensieri ed emozioni che diventano intenzioni di fare qualcosa per qualcuno. E poi? Poi ci guardiamo e ci diciamo “buongiorno”. Tutto qua. Guardarci e riconoscerci nelle nostre identità di individui, di sposi e genitori, non è poco e non è tutto, ma è tanto per iniziare una giornata. Come il contadino cura con ogni atto minimo e breve 6

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di Mauro, Eloriana e la piccola Matilde i suoi animali e i suoi campi, così vogliamo sottolineare l’importanza dei piccoli scambi quotidiani, poiché lì c’è molto (i profumi, le luci, le sensazioni, i suoni, i ricordi…) della coppia e della famiglia. L’orologio. Spesso ci diciamo che ci vediamo poco durante la giornata, ognuno preso dal proprio lavoro. Ci piacerebbe avere più tempo da passare insieme e da condividere facendo diverse cose. Però, nonostante questo, sono già 14 anni che viviamo sotto lo stesso tetto. E allora… cosa ci tiene uniti? Certo, è importante passare del tempo insieme e, guardando l’orologio, sentirci tranquilli perché abbiamo diverse ore o giorni tutti da dedicare a noi. Non vogliamo cadere nella solita e retorica frase sulla qualità vs quantità del tempo speso insieme, ma vorremmo vedere il tempo in un altro modo. Per farlo chiediamo aiuto alle parole del poeta William Blake: “Vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico, tenere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità in un’ora”. Il tempo dell’Amore forse ha più a che fare col “kairòs” (tempo della persona) che col “kronos” (tempo dell’oro- logio e del calendario)! Ogni momento è quello opportuno per parlare, per ridere, per giocare, per guardarsi, per intendersi, per litigare, per fare pace, per ascoltarsi, per perdonarsi, per gioire, per piangere, per soffrire, per sperare, per pregare. Amoris laetitia Nel cosiddetto inno alla carità scritto da San Paolo, riscontriamo alcune caratteristiche del vero amore: «La carità è paziente, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1 Cor 13,4-7). Questo si vive e si coltiva nella vita che condividono tutti i giorni gli sposi, tra di loro e con i loro figli. Perciò è prezioso soffermarsi a precisare il senso delle espressioni di questo testo, per tentarne un’applicazione all’esistenza concreta di ogni famiglia (Amoris Laetitia n. 90). 7

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famiglianostra | Novembre - Dicembre 2016 CAMMINARE INSIEME A cura dei giovani religiosi della Regione brasiliana Nei giorni 15 e 16 novembre si è svolta a Peabiru (nello stato del Paranà) l’assemblea annuale dei religiosi della Sacra Famiglia che vivono e lavorano in Brasile, insieme al Consiglio generale. Abbiamo chiesto ai confratelli più giovani di raccontarci qualche cosa di quello che hanno vissuto in questo importante incontro di Famiglia. L’Apostolato delle nostre Comunità secondo il Carisma di santa Cerioli: è stato questo il tema che ha guidato i lavori dell’Assemblea ordinaria della Regione brasiliana di quest’anno. Sono stati molti gli aspetti della nostra vita proposti per il lavoro di questi giorni: grazie alla collaborazione di tutti abbiamo potuto trattarli in modo costruttivo e fraterno. Insieme abbiamo messo a fuoco le linee con le quali desideriamo camminare durante il prossimo anno, nella programmazione e nella realizzazione delle opere apostoliche che ciascuno di noi è chiamato a svolgere. P. Cezar e il suo Consiglio hanno coordinato e condotto bene il lavoro dell’Assemblea, mentre la presenza di p. Gianmarco e del Consiglio generale ci hanno aiutati a sentirci in comunione con tutta la Congregazione. Una presenza speciale è stata quella della signora Elisa Ono, una missionaria laica che sta vivendo nella comunità di Peabiru per collaborare con la testimonianza del Carisma cerioliano a favore dei bambini della casa famiglia di Peabiru e delle famiglie povere del paese. L’Assemblea si è aperta con un tempo di formazione proposta da p. Gianmarco, dedicata alla missione educativa come emerge dagli scritti di santa Paola Elisabetta. Durante il dialogo è diventato ancora più chiaro per tutti noi che la missione educativa verso i più poveri e bisognosi (che al tempo della Fondatrice erano i contadini) è l’essenza della nostra azione di religiosi della Sacra Famiglia. Il nostro metodo educativo non si basa sulla semplice trasmissione 8 di contenuti scolastici, ma mentre facciamo questo, siamo chiamati ad agire come angeli e padri che, mediante l’accoglienza e la vicinanza ai ragazzi, possono educarli per una vita piena e ricca, favorendo le condizioni che garantiscano loro un futuro degno. Per questo il religioso della Sacra Famiglia è chiamato ad essere educatore in tutti gli ambiti della sua missione: nel campo della scuola, in quello della parrocchia e in quello della sociatà. Un momento importante dell’incontro è stato il tempo in cui ciascuno confratello ha manifestato agli altri con semplicità i suoi pensieri, i suoi sogni, le sue gioie e anche le sue preoccupazioni. Alla luce del “Progetto comune di Congregazione”, abbiamo elaborato gli orizzonti e le priorità del nostro cammino: creare una Regione unita, partecipativa e comunicativa; lavorare secondo progetti comunitari condivisi; assumere uno stile missionario e di apertura alle famiglie e ai poveri; educare facendoci vicini ai nostri ragazzi; invitare i giovani a conoscere il nostro progetto di vita religiosa. Durante questo incontro abbiamo vissuto un sereno spirito di fraternità e familiarità, che è frutto dell’amore e del senso di appartenenza alla Congregazione che ognuno sente e esprime. Infatti non c’è una famiglia religiosa serena e vera se non quando, per prendere qualche decisione, ci si siede per esporre le proposte e presentare le difficoltà e le si affronta con il dialogo fraterno: e questo abbiamo fatto anche durante l’Assemblea. L’obiettivo di questa Assemblea non è stato quello di ripetere delle teorie fermandosi ad esse, ma di considerare le situazioni concrete che viviamo, nella vita quotidiana di ogni Comunità. Ci auguriamo che tutti si facciano carico con responsabilità delle linee di cammino definite insieme, donando la loro vita per annunciare il Vangelo della Famiglia, nel contesto non facile in cui siamo inseriti, motivati e ispirati dal Carisma della nostra Fondatrice.

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La famiglia di Nazaret: Luce per il nostro cammino? CANTARE L’AMORE Di padre Gianmario Monza Venerdì 4 novembre, anniversario della fondazione della Congregazione maschiale della Sacra Famiglia, nella splendida cornice artistica della chiesa dell’Incoronata, all’interno delle diverse iniziative che celebrano il 200° anniversario di nascita della nostra fondatrice madre Cerioli, si è svolta l’Elevazione Musicale a lei dedicata, che ha avuto il suggestivo titolo Una donna che ha amato. L’Elevazione Musicale è stata animata in modo davvero splendido e pregevole dal Coro Nuove Armonie, una delle realtà ed espressioni più belle ed importanti del nostro Centro Educativo-scolastico di Martinengo, coro magistralmente diretto dal Maestro Cristina Belotti. Nella serata sono stati eseguiti canti scritti in onore della fondatrice, santa Paola Elisabetta Cerioli, intervallati dalla lettura di alcuni suoi testi, commentati in musica con brani composti ed eseguiti all’organo da p. Gianmario Monza, religioso della Congregazione. L’elevazione è stata anche l’occasione per presentare ufficialmente il secondo disco realizzato dal Coro Nuove Armonie, inciso appositamente per il 200° anniversario di nascita della Fondatrice, che porta lo stesso titolo dell’elevazione. Questa frase, infatti, ci è sembrata la più adatta ad esprimere, in forma sintetica, la persona, la vicenda biografica e spirituale di madre Cerioli, singolare figura di donna, sposa, madre, vedova, religiosa, educatrice e fondatrice. Il ritornello del canto che ha aperto la serata (e apre anche il disco) dice: «E’ una donna che ha amato, è una donna che ha dato la sua vita: madre Paola Elisabetta. Ha donato avvenire, ha rifatto gioire, tanti piccoli senza padre, senza madre, ma non senza te: Gesù nostro Signor». Questo canto ha dato una tonalità festosa e gioiosa alla serata, che è anche la tonalità di fondo dell’intera raccolta dei brani racchiusi nel disco. Il messaggio che ciascuno si è portato a casa potremmo così riassumerlo: spendere la propria vita per amore come educatori, seguendo Gesù, secondo l’esempio e l’insegnamento di madre Cerioli, ciascuno secondo la propria vocazione, è davvero il modo più bello, più gioioso, libero e felice, di vivere la nostra vita qui ed ora, per poi lasciarci abbracciare da Lui nel canto di eterno amore che ci attende nella vita eterna. 9

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famiglianostra | Novembre - Dicembre 2016 UN GESÙ BAMBINO DEI NOSTRI GIORNI: LA STORIA DI KALEB Di Roberto Macetti Nella “Casa Famiglia Carlino” di Peabiru (Paranà – Brasile) questo anno abbiamo vissuto una storia molto intensa e che ha trovato una buona strada grazie al sostengo umano e materiale di molti benefattori e amici, sia in Brasile che in Italia. Abbiamo chiesto a Roberto Macetti e a sua moglie, coordinatori della Casa Famiglia, di raccontarcela: si tratta di un piccolo-grande miracolo, che ci ricorda che Gesù bambino nasce ancora oggi tra noi e chiede il nostro aiuto per portare pace e amore a tutti gli uomini del mondo. Sono Roberto Macetti; sono partito da Palosco 14 anni fa per svolgere un servizio di volontariato in Brasile e da allora collaboro con la Congregazione della Sacra Famiglia nell’accoglienza e accompagnamento dei minori nella Casa Famiglia di Peabiru, che qui chiamiamo “Lar Carlinhos”. Quest’opera da molti anni accoglie una decina di minori che non possono vivere con i loro genitori; si mantiene grazie alle sovvenzioni dello Stato e agli aiuti che provengono dai benefattori italiani. Essere famiglia per questi bambini e ragazzi è la nostra missione, perché questa é la loro casa. In questi anni ho vissuto tante esperienze molto ricche e anche non facili, che ricordo una ad una, perché ogni bambino ha la sua storia. Vorrei raccontarne una che abbiamo vissuto quest’anno e che ancora stiamo accompagnando da vicino. E’ anche questo un modo per ringraziare ancora una volta tutti i padrini amici e benefattori, quelli dei nostri paesi in Italia e dei Centri educativi della Congregazione in Italia e in Brasile. É la storia di Kaleb. Kaleb è stato rifiutato dalla mamma quando la sua gestazione era cominciata da soli tre mesi, molto prima che nascesse. La mamma si é presentata all’assistente sociale dicendo che, pur non avendo il coraggio di abortire, non voleva tenere il bambino dopo che fosse nato. E Kaleb è nato, il 21 novembre 2015, dopo soli 6 mesi di gestazione, con i suoi 800 grammi, sfidando i medici che pensavano che non sarebbe sopravvissuto. È rimasto per tre mesi in terapia intensiva fino a quando, scampato il pericolo di morte, è stato portato nella nostra Casa Famiglia e affidato a me e a mia moglie, come genitori provvisori, in quanto non aveva nessuno in questo mondo. Per alcuni mesi lo abbiamo tenuto in casa, curandolo e proteggen- Il personale medico che ha curato Kaleb 10 La sua mamma affidataria…

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La famiglia di Nazaret: Luce per il nostro cammino? Ben venutoKa caaslae,b dolo da ogni pericolo. Poi lo abbiamo portato nel “Lar Carlinhos”, dove lo abbiamo seguito con lo stesso affetto, insieme agli altri bambini e ragazzi. Dopo diversi mesi Kaleb è stato felicemente adottato da una famiglia di Peabiru, dove riceve tutte le attenzioni che permettono ad ogni bambino di crescere. Una storia “quasi normale”? Forse. Ma occorre anche ricordare che Kaleb in circa un anno di vita ha già subito 19 ricoveri per esami specifici in diversi ospedali (quasi tutti a pagamento). Nell’ultimo ricovero abbiamo scoperto che ha problemi di audizione ed avrá bisogno di un apparecchio acustico. La famiglia che lo ha accolto e adottato non é ricca e non riuscirebbe a seguirlo senza il nostro aiuto. Amiamo Kaleb, non possiamo dire piú degli altri, ma piú di chiunque ha bisogno di noi e del nostro amore, ed é per questo che non lo dimentichiamo, anche se ora è amato dai suoi genitori adottivi. Insieme a loro possiamo alimentare questa vita che sembrava perduta, e che invece è rinata e ci ha rubato il cuore. Noi lo seguiamo standogli vicino qui, nella sua terra. Ma molti altri lo hanno amato e aiutati da lontano: l’aiuto generoso e l’affetto ha reso molti benefattori vicini a Kaleb e a tanti altri bimbi che come lui sono venuti al mondo con poco amore e per continuare a vivere hanno bisogno di tutto il nostro amore. Se il Natale é un momento privilegiato per scambiarsi auguri, regali e ringraziamenti, quest’anno noi lo facciamo in modo del tutto speciale con voi, cari amici, che ci avete aiutato e ci state aiutando: a Natale, contemplando il bambino Gesù, non potremo non pensare a Kaleb, al quale abbiamo donato il nostro amore perché possa avere un futuro buono, come merita ogni bambino che viene in questo mondo. … e il suo “papà” Roberto Kaleb nella sua nuova famiglia 11

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famiglianostra | Novembre - Dicembre 2016 CHI CON-DIVIDE RADDOPPIA: LA STORIA DI DANIEL Di Fra’ Alessandro Asperti A scadenza biennale da metà novembre a metà gennaio ero in Italia ed a chi mi chiedeva perché durante il freddo rispondevo: “Per sfuggire, almeno ogni due anni ad un paio di mesi della calda estate mozambicana”. Durante una di queste pause, era il 2008, mi venne chiesto di animare la giornata missionaria che la parrocchia di un paesello della bergamasca aveva programmato per la seconda domenica di dicembre. Mi resi disponibile chiedendo però che si verificasse se al parroco interessasse di più la disponibilità di un prete per le confessioni pre-natalizie o la sensibilizzazione al tema Missione. Il sacerdote, saputo che il missionario non era un prete, si disse felice che la sua gente potesse ascoltare una testimonianza diversa e così, nella fredda e soleggiata giornata di quel 14 dicembre, ebbe inizio la storia che vado raccontando. Al termine della messa “grande”, quella delle 10,30, entrò in sacrestia una ragazza di colore per dire qualcosa al parroco. Non intesi cosa, ma percepii bene la risposta: “E’ lui il missionario, non io”. Venne verso di me e mi consegnò una busta tipo biglietto da visita dicendo: “Sono africana, non ho molto da darle ma anch’io desidero contribuire per aiutare i bambini della mia terra.” Accettai, la ringraziai, scambiammo alcune parole ed insieme passammo in Chiesa per avviarci verso la porta di fondo dove, ad attendermi, c’era una famigliola al completo: papà e mamma coi tre figli. Dopo il saluto ed alcune frasi di cortesia mi chiesero se potevo passare da loro. La casa era vicina e raggiungerla era facile. Ci accordammo per la sera, dopo la messa vespertina. Mi raccontarono che quell’anno avevano avuto un’entrata extra non programmata né voluta, che volevano condividere “a sollievo di chi non ha tutte le nostre fortune materiali”. Parlai loro della scuola secondaria che in Marracuene stava per iniziare suggerendo l’arredo di una classe e raccontai di Daniel, un ragazzo senza il papà e con la mamma che sostentava sé e i figli vendendo i prodotti del suo orto. Descrissi Daniel come un ragazzo sveglio e di buona volontà che al termine della classe decima avevamo avviato ad un Istituto che prepara insegnanti per la scuola primaria. Continuai raccontando come, dopo che avevamo pagato tutte le tasse richieste e che non ci restituirono, dissero che non poteva frequentare perché ancora non aveva l’età minima richiesta dei diciotto anni. Narrai che, superata la delusione e conoscendo la sua predisposizione allo studio lo avevamo iscritto ad un corso di Contabilidade (ragioneria). Dopo un buon caffè ci lasciammo. Solo dopo alcuni giorni mi fecero sapere che potevano offrire l’arredo di un aula e che intendevano sostenere con l’adozione a distanza gli studi di Daniel. Daniel con il Rettore dell’UNISAF p. Ezio Bono 12 Fra’ Alessandro, il “secondo papà” di Daniel

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La famiglia di Nazaret: Luce per il nostro cammino? Daniel concluse il curso medio de contabilidade con la soddisfazione di vedersi proclamato “miglior studente dell’anno”. D’accordo con la famiglia italiana che lo sosteneva si iscrisse all’UNISAF (Università Sacra Famiglia) di Maxixe. Purtroppo il corso che scelse, Contabilidade (Economia e Commercio) era solo post-laboral (serale). Preoccupati dal fatto che gli rimanesse tutta la giornata libera e convinti che ce la potesse fare, gli proponemmo di frequentare contemporaneamente due Corsi ed inoltrammo richiesta alle autorità universitarie competenti. Daniel ce la mise tutta e le aspettative non vennero deluse. Si rivelò il miglior alunno dei due corsi tanto da – e questa è una opportunità che le Università mozambicane offrono a chi più studia e meglio si prepara – venir annualmente dispensato dalla quasi totalità degli esami. Nel 2014 si guadagnò pure un viaggio-premio di due settimane in Italia per l’ottima perfomance dimostrata nell’apprendimento della lingua italiana con un corso organizzato all’UNISAF dalla Fondazione Tovini di Brescia ed in quell’occasione conobbe e passò un fine settimana con la sua famiglia “adottiva”. Nel mese di novembre scorso Daniel, rispettando i tempi e conseguendo voti eccellenti, ha concluso gli esami di entrambe i corsi di laurea e adesso sta coscienziosamente preparando le due Difesas (Tesi) che discuterà nei primi mesi del ‘17. In bocca al lupo, Daniel E la nostra famiglia? Potrà aver la gioia di star con lui almeno in una di queste due occasioni? Sembra proprio di sì, approfittando del fatto che il 2016 è stato per tutti i componenti la piccola tribù un anno davvero speciale e ricco di Grazie e di Sacramenti: Marta si è accostata alla Riconciliazione, Giovanni ha ricevuto la prima Comunione, Annalaura la Cresima e, dulcis in fundo, Valerio e Claudia hanno completato quindici anni (180 mesi) di vita coniugale. Hanno pensato di unire i festeggiamenti in un’unica giornata, nel mese di maggio, diversa dalle singole celebrazioni, per trovarsi con parenti e amici più cari a ringraziare il Signore per i doni ricevuti, con la santa Messa e poi il pranzo dove, a sorpresa, si sono festeggiati i primi cinquant’anni di Claudia. Per la festa si è proposto di promuovere come “regalo alla famiglia” la realizzazione di un sogno: il viaggio in Mozambico per partecipare tutti insieme almeno ad una delle due lauree di Daniel. La famiglia “adottiva” con l’amico gesuita che celebrò il matrimonio e battezzò i tre figli Daniel visto dai tre amici della famiglia italiana 13

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famiglianostra | Novembre - Dicembre 2016 Il giorno 15 ottobre nella chiesa parrocchiale di Maxixe (provincia di Inhambane, in Mozambico) due giovani di quella parrocchia, Alzira e Mariza, hanno fatta la prima professione religiosa... UNA NUOVA TAPPA NELLA MIA VITA Di suor Alzira da Elsa La vita consacrata è il nome che la Chiesa cattolica dà alla vita che alcune persone scelgono lasciando le loro famiglie e il loro posto nella società per vivere la rinuncia a se stesse con la promessa di seguire i consigli evangelici seguendo Cristo in modo radicale. La vita consacrata è una risposta libera ad una chiamata personale di Cristo, nella quale la persona si consegna totalmente a Dio nella ricerca della perfezione e della felicità piena. Parlare della prima professione dei voti religiosi, che si è svolta il 15 ottobre per me è rivivere quel momento di grande gioia che mi infonde coraggio per camminare e per stimolare altre persone a fidarsi di Dio e percorrere il cammino al quale Cristo ci chiama. Questo momento è stato unico e molto speciale e non so come parlarne, tanto è stato profondo e mi ha dato forza il fatto di consegnare e affidare la mia vita nelle mani di Dio. Allo stesso tempo ho sperimentato un altro sentimento: facendo una piccola retrospettiva degli anni della formazione, ricordando i momenti in cui sentivo dei dubbi e mi chiedevo se sarei riuscita a raggiungere la meta, mi sono sentita confermata. Sono infatti molte le sfide da affrontare, in un contesto e un’epoca in cui poche persone credono che sia possibile vivere i voti di castità, povertà e obbedienza e che non sia possibile donarsi totalmente a Colui che ci ha creati e ci guida giorno per giorno, donandoci la forza di vincere gli ostacoli della vita. Mi sento felice di poter aiutare i miei fratelli e sorelle annunciando loro la buona notizia di Gesù. Durante il cammino che mia ha portato a questa scelta mi sono anche convinta che, pur vivendo in un tempo pieno di sfide, se abbiamo fiducia in noi stesse e abbiamo il coraggio di perseguire i nostri sogni, possiamo vincere molte difficoltà. La pazienza, la fede, la speranza e la perseveranza sono la base per raggiungere ogni tipo di obiettivo che ci prefiggiamo. Non mi resta che ringraziare Dio per questo dono e chiedere la grazia di crescere ricordandomi sempre del sì che ho donato, perché possa essere vero e coerente. Ringrazio anche ciascuna delle Suore della Congregazione e la mia famiglia, e in modo speciale la comunità che mi ha visto crescere nella sequela di Gesù. Chiedo infine la protezione di santa Paola Elisabetta sul mio cammino di consacrata. Grazie a tutti. 14

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La famiglia di Nazaret: Luce per il nostro cammino? ... e sono diventate le prime suore mozambicane della Congregazione della Sacra Famiglia di Montes Claros. Abbiamo chiesto loro di raccontarci cosa significa per loro la scelta che hanno fatto. L’ESPERIENZA DI ESSERE SUORA DELLA SACRA FAMIGLIA Di suor Mariza da Gloria L’esperienza della formazione nella Congregazione della Sacra Famiglia di Montes Claros è un processo di conoscenza e di offerta agli altri, che si realizza mediante l’apertura agli appelli di Dio e l’ascolto della sua voce. In questo processo ho cercato il dialogo, la convivenza e l’intimità con Dio, potendo in questo modo anche conoscere meglio me stessa. Gli anni della formazione che ho vissuto sono stati momenti di profonda ricerca, per scoprire il volto di Gesù in questa Congregazione di sorelle della Sacra Famiglia, in un cammino di conversione, di rinuncia, cercando di comprendere come posso portare la mia croce e seguire Gesù in modo gioioso e generoso. La mia consacrazione è stato un passo molto speciale, un gesto di totale consegna a Dio nel servizio al suo Regno; una esperienza che mi ha segnata, perché mi sono sentita trasformata e appartenente a Dio. La frase biblica che ha accompagnato la consacrazione è stata: “Signore, dammi questa acqua, perché io non abbia più sete” (Gv 4,15). Questo versetto è stato la mia fonte di ispirazione durante gli anni del postulandato e del noviziato. Mi sono identificata con la donna samaritana che desiderava l’acqua viva: quando l’ha incontrata ha abbandonato la sua brocca, è andata in città e ha detto a tutti: venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che sono. Nell’esperienza della preghiera ho sentito che il Signore mi chiamava a vere di questa acqua viva, nonostante i dubbi e il timore che mi hanno sempre accompagnato: da dove puoi attingere acqua viva? Il pozzo è profondo e non hai una brocca. Durante questo cammino Egli mi ha mostrato che la fonte è dentro di me e che Egli stesso è la fonte in me. Così ho deciso di consegnarmi a Dio e ho sentito una pace che solo Lui può dare. È molto bello essere una suora della Sacra Famiglia: qui mi sento felice. Facciamo l’esperienza di essere madre, padre, figlia e amica. Significa vivere come la famiglia di Nazaret le virtu della semplicità, dell’umiltà, della povertà, della familiarità, della fraternità nella condivisione dei beni, con l’amore per il lavoro, la vita comunitaria, la preghiera in comune e l’Eucaristia. Voglio fare mia la preghiera di santa Paola Elisabetta: “Signore, disfami e poi torna a rifarmi, affinché io non viva se non per Te”. 15

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