Theofilos Anno II - N. 3

 

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Rivista Scuola Teologica di Base Arcidiocesi di Palermo Ottobre 2016

Popular Pages


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Rivista della Scuola Teologica di Base “San Luca Evangelista” ANNO II N.3 OTTOBRE 2016

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2 6 10 Scuola Teologica di Base “S. Luca Evangelista” anno II numero 3 OTTOBRE 2016Copie 2.500 QuAdrImesTrAle regIsTrATo Presso Il Tribunale di Palermo il 22.09.2014, n. 11/14 14 148 AssociAzione socioculturAle “KK onlus” Via tenente Arrigo, 21 | Villabate (PA) cF: 97211280827 22 GRAPHIC web I n f o ReDAZIone & DIReZIone dIrettore responsabIle: Michelangelo Nasca capo redattore: Giuseppe Tuzzolino redazIone: Salvatore Priola, Maria Lo Presti, Maria Catena, Barbara Morana, Andrea Sannasardo. hanno collaborato: Don Salvatore Priola, Fabio Mirino, Rosario Di Paola, Maria Lo Presti, Barbara Morana, Michelangelo Nasca, Maria Catena, Pietro Conti. Per le libere contribuzioni: Codice IBAN: IT 95J0 30690 46211 000000 06708 Intestato a: ArcIdIocesI dI PAlermo scuolA TeologIcA dI BAse Tutti i numeri sono online sul sito della Scuola Teologica di Base www.stb.diocesipa.it e-mail:theofilos2000@gmail.com 25 32 36 progetto grafIco: Gianluca M. Meschis stampa: Wide snc Corso dei Mille, 1339 - Palermo Tel. 091 7835321 - www.widesnc.com concessionaria esclusiva di pubblicità: Wide snc In copertIna: foto di Guglielmo Francavilla Alcune immagini utilizzate negli articoli sono state scelte a scopo puramente divulgativo. Se riconosci la proprietà di una foto e non intendi concederne l'utilizzo o vuoi firmarla invia una segnalazione alla mail: theofilos2000@gmail.com EditorialE 2 la Chiesa delle tre mense di Don Salvatore Priola 5 arEa BiBliCa 6 da dove vengono le guerre che sono tra voi? di Fabio Mirino 9 arEa dogmatiCa 10 Ero forestiero… di Rosario Di Paola 13 arEa liturgiCa 14 tempo di dio tempo dell’uomo di Maria Lo Presti 17 arEa moralE 18 la cura della casa comune di Barbara Morana 21 approfondimEnto 22 “Con la musica posso comunicare, senza tradurre, qualunque cosa” di Michelangelo Nasca 25 non abbiamo quì una dimora stabile: la vita come pellegrinaggio di Maria Lo Presti 28 r Theofilos risponde rubrica 29 r presbiteri rubrica 31 spiritualità 32 anna Elena tonelli di Maria Catena 34 r lessico spirituale rubrica 35 Vita dElla sCuola 36 l’arcivescovo incontra i docenti della scuola teologica di Base di Pietro Conti 38 mazara del Vallo, pellegrinaggio alla madonna del paradiso di Barbara Morana 40 ricordo di ina ferro di Maria Lo Presti

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La Chiesa delle tre mense di Don Salvatore Priola EDITORIALE Sin dai suoi primi discorsi, il nostro Arcivescovo Corrado ha voluto richiamare l’attenzione di tutta la comunità diocesana su tre termini, da lui considerati come le coordinate da tener presenti per il nostro cammino unitario: Parola, Pane e Poveri. “Tre P”, sì esattamente come chiamavano Padre Pino Puglisi a Brancaccio, il quale, secondo le intenzioni del nostro pastore, rappresenta per tutti un modello cui fare costante riferimento per l’azione pastorale che ciascuno di noi, laici, religiosi e clero insieme, siamo chiamati a compiere, ciascuno nella porzione dell’unica vigna del Signore nella quale egli ci ha posti a servire. Queste tre parole, ricomprese alla luce del Concilio Vaticano II, ci aprono prospettive missionarie, ad intra e ad extra della Chiesa, che devono essere assunte per un rinnovato annuncio della Fede che, per un verso, non appaia come rinnegamento del “depositum fidei” e dell’ininterrotto cammino di comprensione che la Chiesa ne ha avuto lungo i millenni della sua storia, e, per un altro verso, riveli la forza attualizzante dello Spirito Santo all’opera nella Chiesa, impegnata a rendere partecipe dell’Evangelii gaudium l’uomo del nostro tempo. La Chiesa cristiana cattolica si regge sulla fede degli apostoli, confermata da Pietro, dai suoi successori e dai vescovi in comunione con lui, che ha ricevuto tale mandato dal Cristo stesso (cf. Lc 22,32). E la fede, innanzitutto, è ricevuta come dono soprannaturale mediante l’ascolto della Parola, del “lieto annuncio” che, nella pienezza dei tempi (cf. Gal 4,4), è risuonato nel mondo e si è incarnato nella persona di Gesù di Nazaret, l’unigenito Figlio di Dio fatto uomo. La fides ex auditu (cf. Rm 10,17), secondariamente, provoca l’uomo ad un assenso, libero e personale, nella comunità ecclesiale dalla quale ha ricevuto la testimonianza della sua fedeltà all’unico Signore e Maestro, riconosciuto e accolto come il Messia promesso da Dio ai nostri padri. In questo senso, dunque, possiamo tranquillamente affermare che la “Chiesa è generata dalla Parola”, così come recita il tema dell’anno pastorale appena inaugurato, e nella sua luce essa cresce e si irrobustisce, realizzando la missione che il Signore le ha affidato (cf. Mt 16,15-16). Come attorno al fuoco che illumina e riscalda, così attorno alla Parola, che ha ricevuto e serve custodendola integralmente, la Chiesa cammina nel mondo quale segno sacramentale di salvezza offerta da Dio, in Cristo Gesù, a tutti gli uomini; segno di quel regnum Dei “già” posto davanti agli uomini e “non ancora” portato a compimento e perciò non esente da contraddizioni e da ombre, che talvolta ne offuscano lo splendore e la bellezza. Questa Parola si è fatta “carne” (cf. Gv 1,14) ed è ha posto la sua tenda tra gli uomini e, come se non bastasse, si è offerta all’uomo come cibo per la vita eterna (cf. Gv 6,54-55), per realizzare la più intima comunione con lui e renderlo partecipe della sua stessa vita divina. È, infatti, nel pane spezzato e nel vino versato, “divenuti” corpo e sangue 2 | Editoriale

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di Cristo, che noi, suoi discepoli, troviamo l’alimento e la bevanda che ci sostiene lungo il cammino incontro al Signore che viene, per andare ad occupare il posto che Egli è andato a prepararci (cf. Gv 14,2-3). Ecclesia de Eucharistia vivit, in quanto essa è «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (LG 11), come scriveva San Giovanni Paolo II nella sua indimenticabile enciclica del 17 aprile 2003; così la Chiesa sperimenta la sua trasformazione mediante la grazia santificante, che le viene abbondantemente elargita, in forza della celebrazione eucaristica. Secondo l’aforisma del notissimo gesuita francese Henri De Lubac (1896-1991), che è stato uno dei pionieri del rinnovamento della Chiesa nel Concilio Vaticano II: “L’Eucaristia fa la Chiesa e la Chiesa fa l’Eucaristia” e, come afferma Mons. Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini, in una meditazione quaresimale del 17 marzo2014: «Non è né un gioco di parole né un circolo vizioso e nemmeno un lambiccato calembour, un ingarbugliato bisticcio teologico, [… piuttosto] enuncia una verità limpida, preziosa, irrinunciabile. In negativo, dice che non c’è Eucaristia senza Chiesa e non c’è Chiesa senza Eucaristia. In positivo, afferma che l’Eucaristia rivela, edifica e plasma la Chiesa, mentre la Chiesa celebra, attualizza e vive l’Eucaristia. Facendo l’Eucaristia, la Chiesa realizza se stessa. L’Eucaristia rende la Chiesa eucaristica; la Chiesa rende l’Eucaristia ecclesiale». Il Pane della Parola e il Pane Eucaristico, sono come i fuochi di un’ellisse, attorno a cui ruota e si svolge tutta intera la vita della Chiesa. Se, tuttavia, le nostre considerazioni si arrestassero a questo punto, avremmo riflettuto e proclamato sì la verità, ma non tutta intera. Ora lo Spirito di Dio, effuso nei nostri cuori, ha il compito di guidarci alla verità tutta intera (cf. Gv 16,13) ed è proprio nella sua luce e nella docilità alla sua azione che noi comprendiamo che la Chiesa di Gesù Cristo non può trascurare, senza subirne un grave danno e assestare un colpo mortale alla sua natura e alla sua missione, quanto il suo Signore le ha consegnato, nell’esercizio del suo ministero, riguardo al giudizio finale, cui vanno incontro tutti gli uomini, in Mt 25,40: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei Editoriale | 3

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fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Gesù vuole essere riconosciuto e accolto nei poveri e nei diseredati della terra, dichiara di identificarsi in loro e li ama con un amore di predilezione, essendo essi rifiutati e abbandonati da tutti. Così, nei vangeli ha voluto lasciare una traccia evidente di questa sua opzione preferenziale, chiedendo a tutti coloro che voglio accogliere il dono della salvezza di imitarlo e di continuare la sua opera in loro favore. Non possiamo non ricordare quanto Papa Francesco, in tutti i modi e a gran voce, va proclamando, opportune e inopportune, in faccia a tutti gli uomini, potenti o meno, religiosi o laicisti, credenti o miscredenti: «Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro «la sua prima misericordia». Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere «gli stessi sentimenti di Gesù» (Fil 2,5). Ispirata da essa, la Chiesa ha fatto una opzione per i poveri intesa come una «forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tutta la tradizione della Chiesa». […] È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evan- gelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (EG 198). Siamo invitati a prendere coscienza che siamo “la Chiesa delle tre mense”: la mensa della Parola, la mensa dell’Eucaristia e la mensa del Povero. In queste tre mense Cristo è presente, ci rivolge il suo appello, ci chiede di essere riconosciuto e di essere accolto. La nostra originaria vocazione alla comunione con Dio e tra di noi passa da queste tre mense alle quali ci rechiamo, per portare noi stessi e la nostra vita, e dalle quali ripartiamo per affrontare il buon combattimento della fede e uscirne vittoriosi, sapendo che, come discepoli del Crocifisso-Risorto, non abbiamo nemici in questo mondo e a tutti siamo inviati, quali messaggeri di speranza e di amore misericordioso, percorrendo la “via” della “verità” che porta alla “vita”: Gesù Cristo, unico salvatore del mondo, «ieri, oggi e sempre» (Eb 13,8). 4 | Editoriale

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OTTOBRE 2016 heofilos area biblica Tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Gaudium et Spes 13

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Da dove vengono le guerre che sono tra voi? di Fabio Mirino «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo […] c’è un tempo per la guerra e un tempo per la pace» (Qo 3,1.8): il tempo degli uomini scorre all’interno di tensioni che si risolvono ora verso esiti di violenza, di distruzione, di morte, ora verso sentieri, spesso non immediatamente riconoscibili, di speranza, di armonia, di vita. E tali tensioni, qualsiasi direzione esse seguano, dicono il senso profondo di una realtà imprescindibile dell’uomo di ogni tempo: la relazione. All’interno della Bibbia troviamo un gran numero di relazioni umane, che si possono individuare in due movimenti: ad intra e ad extra. In altri termini, l’uomo si relaziona, e spesso entra in conflitto, con se stesso o con l’altro. Questo denota che l’uomo è relazione in sé e fuori di sé. La natura del conflitto all’interno delle relazioni umane, si evolve all’in- 6 | Area Biblica terno della Bibbia, e tutto volge al pieno compimento in Gesù di Nazareth, Dio e Uomo, unica persona: la perfetta relazione è quella originaria e originante, tra Dio e Uomo, in piena armonia. Tutti i conflitti sono utili al raggiungimento di questa armonia. Questo presupporrebbe che per esserci armonia, vi deve essere necessariamente un conflitto. Ma conflitto non vuol dire guerra, in accezione negativa, bensì guerra nel senso biblico, ossia volta all’instaurazione della pace, del Regno di Dio. Già nel libro di Genesi, si nota subito come la relazione tra Dio e Uomo, e poi tra uomini, è messa in pericolo dalle passioni: superbia, invidia, gelosia, rabbia. Queste passioni sono quell’animale accovacciato alla porta di Caino, il quale è invitato dal Signore a dominarlo: «verso di te è il suo istinto e tu lo dominerai» (Gen 4,7). L’omicidio di Abele,

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dunque, è causato da un mancato dominio delle passioni e dell’istinto, di natura peccaminosa. Il dominio sulle proprie passioni, implica un conflitto interno: l’uomo deve combattere contro i suoi istinti. Deve dominarli. Giacomo, nella sua lettera, dice che le guerre e le liti vengono dalle passioni: «Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra?» (Gc 4,1). Giacomo usa il termine stratenomai, per indicare le guerre e le liti, nel senso di nemici accampati, militari pronti all’assedio, come l’animale accovacciato di Caino. La lotta contro queste passioni accampate presso di noi è il conflitto ad intra, che l’uomo deve intraprendere per ristabilire l’armonia e la pace tra creature, e tra le creature e il loro Creatore. L’uomo che impara a dominare le passioni avvia quel processo di umanizzazione che realizza come conformazione alla persona di Gesù, il quale placa la tempesta e vince le acque della morte con la sola parola (cf. Lc 8,22-25). Risuscitò. Riemerse dalle acque e camminò su di esse (cf. Mt 14,22-33), dominandole. Questo conflitto interno all’uomo è la battaglia da vincere, è la battaglia stessa di Dio, che frena il suo braccio potente, parlando. In Genesi, lo Spirito di Dio che aleggia sulle acque (cf. Gen 1,2) è indicato dal termine ebraico Ruah, che indica un vento forte, un soffio violento. E la vita comincia quando Dio domina la forza di questo vento fino a modellarne un suono articolato, una parola: «Dio disse» (Gen 1,3). Per ben dieci volte Dio parla, e la sua Parola pone ordine, dona vita e armonia. La vita dunque è possibile solo col dominio di sé. L’istinto dell’uomo è quello di dominare, ma solo con la parola, che media, riesce a dominare i suoi istinti. Per Giacomo, inoltre, lottare contro le passioni, significa lottare contro il mondo: «Non sapete che l’amore per il mondo è nemico di Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Gc 4,4). Il conflitto interno diviene dunque conflitto esterno, la battaglia contro il mondo, contro una logica schiava delle passioni. Il popolo d’Israele è liberato dalla schiavitù dell’Egitto, attraverso un conflitto, e a sua volta è chiamato, non più a muovere guerra, ma a rimanere fedele alla Parola di YHWH, a combattere contro tutto quello che è contro di Lui. La legge di YHWH dunque rifiuta tutte le passioni, tutti gli istinti: quello di uccidere, quello di rubare, quello di desiderare, quello di tradire, e invita l’uomo a non farsi idoli, ma a santificare (in ebraico qadosh significa separare, differenziare), a porre ordine dentro e fuori di sé. Seguire Dio, presuppone dunque un conflitto, una giusta guerra, contro le passioni, contro gli istinti, contro gli idoli, in favore dell’armonia, dell’ordine, della pace, per il trionfo del Regno di Dio, incarnato in Gesù Cristo. Il conflitto che Gesù mostra è polemos, in quanto Gesù stesso entra in polemica col mondo, con la mentalità del suo mondo. Gesù non usa armi e invita Pietro a riporre la spada nel fodero (cf. Gv 18,11). Attraverso la parola, Gesù pone ordine, annuncia il Regno di Dio e denuncia il male del mondo. La sua passione, indica una guerra contro l’istinto carnale, contro le passioni che Egli vince inchiodandole sul legno della croce, dominandole. Egli domina sulla sua potenza, facendosi umile fino alla morte: «Egli pur essendo nella condizione di Dio non ritenne un privilegio l’essere come Dio ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo diventando si- Area Biblica | 7

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mile agli uomini. […] Facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò […]» (Fil 2,6-11). La sottomissione a Dio è la nuova natura della relazione in Gesù, che è anche quella originaria, che dona un nuovo volto alle relazioni umane, così come San Paolo afferma: «Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri» (Ef 5,21). Tutti in relazione. Il conflitto nelle relazioni umane, nella Bibbia, è dunque visto in funzione dell’instaurazione del Regno di Dio, sicuri che «tutto concorre al bene per quelli che amano Dio» (Rm 8,28). 8 | Area Biblica

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h e o f i l o sOTTOBRE 2016 area dogmaTica il fraterno dialogo tra gli uomini… trova il suo compimento… nella comunità delle persone, e questa esige un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale. Gaudium et Spes 23

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Ero forestiero… di Rosario Di Paola Diceva Papa Giovanni Paolo II – nel messaggio per la Giornata mondiale dell’Emigrazione del 1995 – che «nella Chiesa nessuno è straniero, e la Chiesa non è straniera a nessun uomo e in nessun luogo». La problematica dell’immigrazione la si può affrontare da due diversi punti di vista: l’aspetto, diremo, civile o statale, e quello prettamente cristiano. In questo frangente non entriamo nel merito delle competenze civili, ossia di come lo Stato deve affrontare la problematica, come deve giustamente regolare il flusso migratorio, attenzionare la possibile infiltrazione di cellule terroristiche, i rapporti tra i diversi stati europei; a noi interessa affrontare – in queste pagine – la problematica dal punto di vista cristiano. 10 | Area Dogmatica Va detto subito, e con forza, che è dovere di ogni cristiano ottemperare al comando di Gesù e mettere in pratica le “Opere di misericordia” suggerite dalla Chiesa, che nello specifico della nostra trattazione viene declinata nell’espressione «ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Nel giorno del giudizio tutti saremo posti dinanzi a Lui, e il Signore ci chiederà, tra le altre cose, se abbiamo ospitato, dato da bere e da mangiare al forestiero. Bisogna fare attenzione, allora, ai tanti luoghi comuni espressi nei confronti degli immigrati: è un terrorista, è un delinquente, è sporco… Le tendenze xenofobe non fanno parte del curriculum vitae del cristiano cattolico! Bisogna, piuttosto, frenare la moda dei luoghi comuni e

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dei pregiudizi, ed affrontare il problema con accortezza e con sapienza. Non è pensabile chiudere le porte al fratello che scappa dalla propria terra per fame, per guerra, per migliorare la vita dei propri figli, per dare loro un futuro diverso e migliore. «Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito?», ci ricorda l’evangelista Matteo (Mt 25,38), e Gesù risponde: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40). Interessanti, a proposito di ospitalità, le affermazioni riportate da Paolo nella Lettera agli Ebrei: «L'amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (Eb 13,1-2). L’esempio ci viene da Cristo stesso, che non ha disdegnato di avere rapporti con i forestieri del suo tempo, indicando come esempio di vero amore cristiano, nei confronti del prossimo, la figura del buon samaritano. Questo è il valore aggiunto, nell’esperienza della nostra fede. Ottima cosa la filantropia del non credente che aiuta l’uomo bisognoso (ed opere meritorie, in tal senso, ce ne sono tante). L’opera del cristiano cattolico, però, non è solo mirata ad una filantropia tout court, ma ad una triplice finalità: divina, umana e soggettiva (cioè a Cristo, all’uomo e per la propria salvezza). Per ottenere la salvezza eterna, allora, è necessario avere un cuore aperto alle esigenze di chi ha bisogno e lasciare da parte ogni forma di puro egoismo e timore. «Rendetevi conto – affermò Giovanni Paolo II in Argentina, nell’aprile 1987 – che questa paura e questi pregiudizi non hanno altro fondamento che il proprio egoismo. Per questo, diventa particolarmente importante che promuoviate lo spi- rito evangelico di carità e accoglienza verso tutti». Eppure – nonostante i canali d’informazione, ogni giorno, trasmettano le crude immagini di migliaia di profughi che muoiono in mare, bambini rimasti improvvisamente orfani e soli – l’atteggiamento di molti (che si dicono cristiani) è quello di voltarsi dall’altra parte, continuando a vivere il proprio pezzetto di storia. Ci si è ormai pericolosamente assuefatti alla tragedia di tanti figli di Dio, figli come noi, figli come i nostri figli. Bisogna, dunque, reagire, facilitando l’integrazione di questi nostri fratelli, di cultura e spesso di religione diversa, a partire da questo Anno giubilare della misericordia. È giusto che il forestiero si adegui alla città che lo ospita, ma è altrettanto vero che noi abbiamo il compito di agevolare questa loro integrazione. Le diocesi di Mazara del Vallo e Palermo sono esempi lungimiranti di ottima integrazione e convivenza tra culture diverse, esperienze di accoglienza e di condivisione che mettono in gioco le diverse realtà parrocchiali e soprattutto i volontari della Caritas diocesana. Un’altra esperienza di condivisione e attenzione interreligiosa si è svolta nei mesi scorsi a Palermo, durante un incontro tra la Comunità islamica e cattolica, insieme ad altre realtà religiose presenti nel territorio, a cui ha preso parte l’Arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice. Non si tratta di rinnegare la propria cultura o la propria religione, ma di condividere le proprie esperienze per la pace e per il bene comune. Parimenti, è necessario da parte del cristiano aprirsi concretamente ai bisogni degli immigrati, non solo nell’esercizio della carità materiale (cibo, vestiti, denaro), ma anche in risposta ad altri bisogni non meno urgenti (il

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12 | Area Dogmatica problema della lingua, della casa, della formazione scolastica, del rapporto sociale, della condivisione, dell’amicizia quotidiana). Dunque – come ha ricordato Papa Francesco, nel novembre 2015 a Firenze – «più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale»; e ancora: «Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. […] Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura».

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OTTOBRE 2016 heofilos area liTurgica la santa madre chiesa… ricordando i misteri della redenzione… permette ai fedeli di venirne a contatto e di essere ripieni della grazia della salvezza. Sacrosanctum Concilium 102

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