Anno 3, numero 09

 

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Le facoltà del potere. Parte prima (2016, numero 9)

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La comune utilità piuttosto che la privata amicizia. [Machiavelli] Allegato del sitowww.ilbecco.it - info@ilbecco.it - Quotidiano online iscritto al Registro della Stampa presso il Tribunale di Firenze in data 21/05/2013, numero di registro 5921 - Associazione Il Becco P.Iva e CF: 06349820487 Rappresentante legale Dmitrij Palagi, Direttore Resonsabile Riccardo Chiari - Sede legale Associazione e della Redazione. via Vittorio Emanuele, II, 135 - 50134 Firenze (FI) Italia - Poste Italiane SPA - Spedizione in abbonamento postale 70% Firenze leCAfLaLcFOoRlPtAaP‘ dERe:l(1)pIoRItSeULrTAeTI Anno III, 20 6umero 9 allegato a il becco

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Il Problema dello Stato nel Marxismo italiano: il caso della teoria del potere gramsciana Nicolò Pennucci, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa Introduzione: Gramsci e il marxismo italiano La scelta di approcciare in questa sede la concezione gramsciana del potere e di inserire nell’analisi il suo inquadramento all’interno della cornice storico-politica del marxismo italiano deriva da una duplice ragione: in primo luogo il marxismo italiano ha rappresentato, dal punto di vista storiografico, un crocevia fondamentale nella teoria politica contemporanea, intendendo, in senso stretto, con questa espressione quell’insieme di pensatori che hanno tentato, nelle lotte sociali degli anni Sessanta, di tornare ai testi di Marx, per recuperare un pensiero che fosse in grado di comprendere e spiegare i fenomeni politici che attraversavano e sconvolgevano la storia politica del Paese1. Nel tentativo teorico-politico sopra delineato il primo operaismo italiano è giunto ad una tale profondità teorica che negli anni Novanta le sue categorie interpretative sono state in grado di essere riutilizzate per spiegare fenomeni complessissimi come quello della globalizzazione e del declino dello Stato nazione. Secondariamente è mia profonda convinzione che l’iniziatore del marxismo italiano con le sue caratteristiche sia stato Antonio Gramsci e in particolare la sua concezione del potere che conduce al robusto concetto della filosofia della praxis. Così l’esperienza storico-politica gramsciana segna insieme un’epoca e una tradizione di pensiero, proiettando ben al di là del suo tempo, di cui fu straordinario attore e testimone, le sue categorie di pensiero per illuminare un cammino teorico-politico gravido di risultati di altissimo livello. Dario Gentili nel suo Italian Theory2 inserisce l’operaismo italiano all’interno di questa suggestiva cornice interpretativa e ne delinea alcune caratteristiche peculiari, che si andranno brevemente ad elencare: la forza di questo pensiero, che potremmo dire, utilizzando le parole di Roberto Esposito, vivente3 sta nella sua profonda vocazione antimetafisica e al contrario radicata storicamente nella lotta politica: la dialettica marxiana viene reinterpretata in questo contesto alla luce di un irriducibile antagonismo senza alcuna possibilità di sintesi possibile. La peculiarità del pensiero italiano sarebbe allora il conflitto, lo scontro, che diviene la definizione stessa della politica, mentre, al contrario, il politico moderno rappresenta la politica come raggiungimento di un compromesso e quindi pacificazione del conflitto, in primo luogo attraverso l’istituto caratteristico della politica moderna che è proprio 1 Questi alcuni tra i testi più significativi: A.a. V.v., Il concetto di Sinistra, Milano, Bompiani, 1982, questo testo è utilizzato come linea interpretativa di tutto il marxismo italiano dei primi anni Sessanta. Per una panoramica di questo periodo Cfr. A. Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale, intervista sull’operaismo, nuova edizione a cura di P. Pozzi e R. Tomassini, Verona, Ombre cote, 2007. M. Tronti, Operai e capitale, Torino, Einaudi, nuova edizione Roma, Derive e approdi, 2006. 2 D. Gentili, Italian Theory, dall’operaismo alla biopolitica, Il Mulino, Bologna, 2012 3 R. Esposito, Pensiero vivente, origine e attualità della filosofia italiana, Einaudi, Torino, 2010 Pag. 1

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la rappresentanza4. Così la tradizione politica italiana torna a Machiavelli, contrapposto all’altro padre nobile del realismo politico, Hobbes, le cui posizioni si differenzierebbero quindi proprio dal momento che l’uno e l’altro tematizzano il conflitto ma mentre nel primo esso è immanente alla realtà politica- questo il significato del concetto realtà effettuale della cosa- nel secondo l’istituzione dello Stato di diritto, in contrapposizione allo Stato di natura, si dà per l’appunto in forza del fatto che la sua ragione storica è quella di pacificare il conflitto, che si dà solo in una dimensione pre-statuale, all’interno dello Stato di natura5. Altre caratteristiche derivate da queste del pensiero italiano sarebbero poi la contaminazione con altri ambiti disciplinari e quindi un lessico filosofico in parte divergente da quello delle altre culture europee. Insomma la filosofia italiana è una filosofia, si passi il concetto, sporca, in quanto impura, sempre pronta a uscire fuori di sé per trovare il suo senso compiuto altrove, sia tematicamente che geograficamente6. Non è questa la sede opportuna per approfondire questo interessante filone di ricerca, perché qui il punto è un altro e porta ad un parziale disaccordo con la prospettiva di Gentili: egli fa risalire la genesi teorica del marxismo italiano a Galvano Della Volpe, il quale avrebbe distinto tra un Marx scientifico (detto in modo un po’ brutale e semplicistico il giovane Marx) e un Marx umanistico, il Marx del materialismo storico, per semplificare ulteriormente7. Se in Italia a prevalere fino a Della Volpe è stato questo secondo Marx, già di per sé più hegeliano, e reso ancora più hegeliano dalla lettura idealistica che di esso hanno dato i due punti fermi della cultura italiana del Novecento- Croce e Gentile e - passando, attraverso Labriola- anche Gramsci, con Della Volpe questo Marx contaminato di hegelismo e idealismo avrebbe lasciato il posto ad un Marx più autentico, il giovane Marx dei Grundrisse. Questa lettura dello sviluppo storico del marxismo italiano convince fino a un 4 Sul rapporto tra Gramsci e l’istituto della rappresentanza è possibile argomentare a lungo. In questa sede ci si limiterà a prendere in considerazione il fatto per cui dopo l’omicidio Matteotti a Gramsci venne l’idea di una secessione dell’Aventino e una nomina di antiparlamento. A questa proposta di una rappresentanza politica alternativa a quella tipica delle istituzioni politiche tradizionali va aggiunto un altro elemento che permette di inserire Gramsci nella scia del marxismo italiano. La sua volontà di istituire un contro-stato e quindi un contro potere che si definisse in maniera sostanzialmente diversa da quello nato dal politico moderno si manifesta anche nella sua concettualizzazione di istituzioni politiche rivoluzionarie in grado di sostituire lo Stato proletario allo Stato borghese. Per gli sviluppi di questa concezione Cfr. più avanti. 5 Il punto qui centrato ricalca quello negriano di una linea maledetta della modernità che si contrappone alla linea retta, in continuità con il concetto di sinisteritas. Questa linea maledetta si sviluppa attraverso Machiavelli, Spinoza, Marx, in contrapposizione. In questo senso Hobbes può essere considerato un antimachiavelli in quanto iniziatoe della linea retta antagonista. Natralmente per le concezioni del conflitto nei due autori si rimanda a: N. Machiavelli, Il Principe, a cura di R. Ruggiero, BUR Biblioteca universale Rizzoli, T. Hobbes, Leviatano o la materia la forma e il potere di uno Stato ecclesiastico e civile a cura di A. Pacchi, Laterza, Roma Bari, 2008 6 Si vuole applicare questo concetto, in questa sede, proprio al pensiero gramsciano. Il fuori di sé che qua si ricerca non è tuttavia la via togliattiana ma quella del primo operaismo di Negri e Tronti. Si cercherà di argomentare nella parte finale di questo elaborato come il pensiero di Gramsci abbia una doppia definizione e una doppia grandezza: da un lato una dall’interno, nell’immanenza al suo tempo, al quale rimane radicato, dall’altra quello della fuoriuscita, della consegna di un’intuizione gravida per la posterità che la saprà cogliere proprio declinandola nel pensiero italiano degli anni Sessanta e Settanta. 7 Si veda, tra gli altri: G. Della Volpe, Studi sulla dialettica mistificata, I, Marx e lo stato moderno rappresentativo, Bologna, UPEB, 1947. Pag. 2

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certo punto: non mi pare infatti storiograficamente troppo corretto accostare Gramsci alla linea idealistica e contrapporlo dunque a Della Volpe in maniera radicale8. E’ innegabile che il marxismo di Gramsci passi per Labriola, ciò non toglie che pur calato nel suo tempo, in cui l’idealismo permeava in profondità la cultura umanistica italiana, il pensiero di Gramsci si strutturi in contrapposizione a Croce e Gentile e il Quaderno dedicato agli Intellettuali e l’organizzazione della cultura lo dimostra in maniera incontrovertibile9. La filosofia della praxis gramsciana risulta allora la scintilla del marxismo italiano ed essa passa per una originale interpretazione in chiave marxista del pensiero di Machiavelli, che da Gentili stesso è messo in relazione alla linea di pensiero presa in considerazione. Se è vero che questi intellettuali si sono schierati contro la particolare lettura togliattiana dell’intellettuale organico gramsciano, questo non significa dire che essi siano contro l’intellettuale organico gramsciano, anzi è mio parere che Tronti e Negri abbiano impersonato l’ideale gramsciano di intellettuale molto più di come abbia fatto la linea di Togliatti negli anni Cinquanta10. Date queste premesse, in questa sede ricostruire per sommi capi la teoria del potere gramsciana interessa in ordine a due questioni: in primo luogo perché ha regalato un quadro su un’epoca in cui il potere ha visto la sua completa trasformazione e ridefinizione, e ha saputo inserirsi in un dibattito di respiro europeo, secondariamente perché la forza di questa interpretazione ha saputo andare oltre di sé inaugurando una stagione filosofica fertilissima da cui è derivato un dibattito internazionale che continua ancora oggi. 8 Due elementi possono essere qui portati avanti per condurre l’argomentazione: l’analisi precedente della distinzione tra politica e politico basandosi sulla discriminante della dicotomia tra conflitto e pacificazione tramite rappresentanza conduce ad inserire Gramsci all’interno della linea della sinisteritas, a maggior ragione c’è un'altra questione che può essere ricondotta a questa matrice: in Gramsci vi è la volontà di un ritorno ad un marxismo autentico che possa essere uno strumento nelle mani della rivoluzione: gli intenti sono gli stessi che si analizzano anche in quel “ritorno a Marx” caratteristico della letteratura operaista degli anni Settanta. E’ innegabile, e più avanti se ne avrà un assaggio nell’analisi delle stesse parole gramsciane, che in Gramsci il vero marxismo sia di matrice idealistica e non di matrice scientifica, tuttavia si può affermare che se il punto sostanziale a livello filologico è ribaltato tra Gramsci e la linea trontiana, nondimeno l’obiettivo di fondo è lo stesso, ricollegare Marx alla prassi rivoluzionaria, se si guarda all’obiettivo e all’argomentazione di fondo più che ad una divisione interpretativa che deriva in gran parte dalla grande distanza temporale, che implica una distanza anche nei riferimenti culturali di fondo di una stessa epoca, si nota che le somiglianze sopravanzano di molto le differenze. Si tornerà più avanti su questo punto. Il dibattito su Gramsci come appartenente alla linea umanista e non autentica può essere ricostruito per sommi capi in: M. Tronti, Alcune questioni intorno al marxismo di Gramsci, in AA. VV. Studi gramsciani, Roma, Editori Riuniti, 1958 M. Tronti, Tra materialismo dialettico e filosofia della prassi: Gramsci e Labriola in A. Caracciolo e G. Scalia (a cura di) La città futura. Saggi sulla figura e il pensiero di Antonio Gramsci, Feltrinelli, Milano, 1959 9 Si rinvia A. Gramsci, Quaderni del carcere, IV Voll., a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 2014 10 Questa posizione trova il suo fondamento nella convinzione che l’operazione Togliattiana di tradizione delle indicazioni di Gramsci nel contesto dell’Italia post bellica degli anni cinquanta finisca per snaturare il significato stesso del pensiero gramsciano. La distanza temporale di per sé enorme tra la teorizzazione gramsciana e l’applicazione togliattiana viene amplificata da un contesto politico completamente mutato e dalle condizioni stesse della società in cui si va ad applicare. Insomma l’operazione togliattiana rischia di essere storicamente distorcente e quindi l’attacco al suo modello di intellettuale non appare giustificare, ipso facto, un attacco al modello gramsciano. Pag. 3

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Dimensione storica di una teoria politica: Rivoluzione Russa e Fascismo Il ruolo della teoria politica gramsciana all’interno della cornice del marxismo italiano per come descritta brevemente nell’introduzione non può essere esaminata in profondità in queste pagine, che si dedicano piuttosto all’altro grande tema che ha spinto a condurre questa ricerca: la dimensione epocale, nel senso che si confronta costantemente con la sua epoca, del pensiero gramsciano. Nel rappresentare e rendere conto delle profonde connessioni tra la dimensione teorica e quella storico politica, si cercherà sempre, comunque, di mettere in luce quali siano le questioni riconducibili al marxismo italiano del pensiero gramsciano, così che i due fili che legano il presente ragionamento possano sempre rimanere legati insieme per essere tematizzati più analiticamente nelle considerazioni conclusive. Il queste pagine si parte dall’assunto di fondo di una profonda continuità nel pensiero gramsciano che attraversa tutta la sua traiettoria intellettuale. Sarebbe assurdo parlare di una totale continuità di contenuti, ciò che qua preme sottolineare è piuttosto una continuità metodologica molto forte. Se molti sono i cambiamenti che occorrono tra il pensiero gramsciano dell’Ordine Nuovo e quello del Quaderni del carcere c’è sempre un unico filo rosso che guida la ricerca: la domanda di fondo è sempre quella di che cosa sia il politico nell’epoca presente: la riflessione di Gramsci si colloca in un momento di profondi sconvolgimenti politici che hanno segnato l’identità stessa dell’Europa contemporanea, le divergenze, anche nette, nelle posizioni gramsciane, lungi dall’essere segno di un’incoerenza di fondo, rappresentano l’evolversi di un comune metodo in un terreno che cambia ogni giorno la sua forma. Il potere in Gramsci segue una traiettoria parallela, giacché la sua riflessione sul tema è intimamente collegata con quella della riflessione sul politico e con quella sullo Stato. Questo trittico concettuale si evolve nel corso della riflessione gramsciana e descrive in maniera magistrale la sua epoca, offrendone chiavi interpretative tra le più accattivanti nel panorama filosofico europeo coevo11. Il problema di fondo che sconvolge il paradigma classico del politico è l’irruzione delle masse nella politica; la storiografia abbonda di testi sulla questione e la prima guerra mondiale è in questo senso uno spartiacque decisivo. Anche Gramsci a più riprese analizza il fenomeno e le sue implicazioni, sarà esemplificativo su tutti il seguente passo: “Durante la guerra e per le necessità della guerra, lo Stato italiano ha assunto nelle sue funzioni la regolamentazione della produzione e della distribuzione dei beni materiali (…)Nei paesi ancora capitalisticamente arretrati esiste una netta separazione tra città e campagna, operai e contadini. […] La 11 Un altro interessante testo che analizza le trasformazioni del politico nel primo Novecento è C. Schmitt, Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna, 1972. Questo testo è esemplificativo di quel dibattito europeo sulla crisi del politico nel quale si inserisce a pieno titolo anche Gramsci. Pag. 4

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mentalità del contadino è rimasta perciò quella del servo della gleba, che si rivolta violentemente contro i signori in determinate occasioni ma è incapace di pensare se stesso come membro della collettività e di svolgere una azione sistematica e permanente rivolta a mutare i rapporti economici e politici della convivenza sociale.[…] La lotta di classe si confondeva col brigantaggio, col ricatto, con l’incendio dei boschi con lo sgarrettamento del bestiame, col ratto dei bambini e delle donne, con l’assalto al municipio: era una forma di terrorismo elementare, senza conseguenze stabili ed efficaci.[…] Il contadino è vissuto sempre fuori dal dominio della legge, senza personalità giuridica, senza individualità morale: è rimasto un elemento anarchico, l’atomo indipendente di un tumulto caotico, infrenato solo dalla paura del carabiniere e del diavolo. Non comprendeva l’organizzazione, non comprendeva lo Stato, non comprendeva la disciplina[…]Quattro anni di trincea e di sfruttamento del sangue hanno radicalmente mutato la psicologia dei contadini. Questo mutamento si è verificato specialmente in Russia ed è una delle condizioni essenziali della rivoluzione. Ciò che non aveva determinato l’industrialismo col suo normale processo di sviluppo, è stato prodotto dalla guerra. La guerra ha costretto le nazioni più arretrate capitalisticamente, e quindi meno dotate di mezzi meccanici, ad arruolare tutti gli uomini disponibili, per opporre masse profonde di carne viva agli strumenti bellici degli imperi centrali”12 I due elementi di riferimento che nel pensiero gramsciano rappresentano momenti decisivi nella concezione del potere sono la Rivoluzione Russa e il Fascismo. La Rivoluzione Russa è, in senso un po’ semplicistico ma efficace, il contesto degli scritti pre-carcerari, mentre il Fascismo diviene il tema di fondo della riflessione carceraria. L’esempio russo serve a Gramsci per impostare politicamente il suo marxismo, e riflettere su una serie importante di questioni come quella del rapporto tra il capo e le masse o quella dell’elaborazione di una teoria della rivoluzione. “Finché sarà necessario uno Stato, finché sarà storicamente necessario governare gli uomini, qualunque sia la classe dominante si porrà il problema di avere dei capi, di avere un capo. Nella questione della dittatura proletaria il problema essenziale non è quello della personificazione fisica della funzione di comando. Il problema essenziale consiste nella natura dei rapporti che i capi o il capo hanno col partito della classe operaia nei rapporti che esistono tra questo partito e la classe operaia: sono essi puramente gerarchici di tipo militare o sono di carattere storico e organico? Il capo, il partito sono elementi della classe operaia, sono una parte della classe operaia, ne rappresentano gli interessi e le aspirazioni più profonde e vitali o ne sono una 12 A. Gramsci, Operai e contadini, in A. Gramsci, Scritti scelti, BUR, Milano, 2007. Il passo citato meriterebbe un ampio commento. In questa sede ci si limiterà a ricollegarlo alle direttrici di fondo dell’argomentazione: il problema della prima guerra mondiale, già citato in precedenza per la sua importanza, si collega alla trasformazione stessa del marxismo: la guerra imprevedibile dall’analisi storica marxiana, libera delle energie che fanno dell’individuo il principale artefice del suo destino nella storia. Proprio da questa trasformazione della forza politica delle masse derivano altre questioni che hanno a che fare con la natura stessa del politico: la relazione tra capo e masse, la supremazia dell’uomo sulle condizioni economiche. Questa linea di pensiero sarà in parte rivista dalla riflessone sulla differenza sostanziale tra società occidentali e orientali, di cui si dirà tra poco. Pag. 5

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escrescenza, o sono una semplice sovrapposizione violenta? Il partito comunista russo col suo capo Lenin si era talmente legato a tutto lo sviluppo del suo proletariato russo, a tutto lo sviluppo, quindi, dell’intera nazione russa, che non è possibile neppure immaginare l’uno senza l’altro (…)E’ possibile oggi nel periodo della rivoluzione mondiale che esistano capi fuori della classe operaia, che esistano capi non marxisti, i quali non siano legati strettamente alla classe che incarna lo sviluppo progressivo di tutto il genere umano?”13 Questo tema è tra i più importanti e duraturi nella sua riflessione: Lenin diviene per lui il capo nel senso genuino del termine, dal quale egli mutuerà la sua posizione politica sulla dirigenza del partito, fino alla stesura delle Tesi di Lione con le quali egli contrapporrà la sua egemonia alla linea di Bordiga14. Da questa linea di pensiero deriverà anche la sua categoria, centralissima anche nei Quaderni, di cesarismo, che ha a sua volta due sfumature, una intesa in senso positivo e l’altra in senso negativo. Se la categoria di capo serve a Gramsci per chiarire il punto sul problema della leadership politica in un’epoca in cui il rapporto con le masse tende a mutare completamente, in questo caso la continuità è garantita anche nei contenuti, giacché la sua posizione sui rapporti tra capo e masse sarà costante all’interno del suo pensiero, al contrario la sua teoria della rivoluzione, intimamente connessa con il problema della natura del potere politico, attraverserà le più disparate fasi, allontanandosi molto dal modello russo inizialmente osservato. La rivoluzione russa sembra a Gramsci la dimostrazione più autentica di un marxismo originario non incrostato da positivismo e la continuazione di un idealismo che passa per l’hegelismo, nelle sue parole: “Essa è la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx. Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un'era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolscevichi rinnegano Carlo Marx, affermano con la testimonianza dell'azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così feroci come si potrebbe pensare e come si è pensato ; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche. E questo pensiero pone sempre come massimo fattore di storia non i fatti economici, bruti, ma l'uomo, ma la società degli 13 Il tema del rapporto tra capo e masse diviene fondamentale nell’analizzare la questione del potere nella riorganizzazione del politico nell’epoca della sua trasformazione a livello morfologico. E’ interessante notare come questo tema sarà della massima importanza nell’organizzazione della leadership all’interno del partito comunista e costituirà un importante punto di approdo categoriale nel pensiero politico gramsciano all’interno dei Quaderni nella definizione del cesarismo. Come già detto questo tema dimostra la profonda continuità metodologica della riflessione gramsciana sul potere anche dal punto di vista della coerenza concettuale a livello contenutistico. 14 A. Gramsci, Tesi di Lione, in P. Spriano, Storia del partito comunista italiano, V. voll., Einaudi, Torino, 1973-1975 Pag. 6

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uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, si intendono fra loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà) una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici e li giudicano e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell'economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebollizione, che può essere incanalata dove alla volontà piace. Marx ha preveduto il prevedibile. Non poteva prevedere la guerra europea, o meglio non poteva prevedere che questa guerra avrebbe avuta la durata e gli effetti che ha avuto.”15 Ciò contro cui si scaglia Gramsci è l’attendismo della dimensione prudente di un certo marxismo che lascia l’iniziativa storica alle condizioni materiali e non agli individui, che dovrebbero invece essere il vero motore della storia. La genuinità del marxismo sta quindi, nella visione di Gramsci, nell’impeto rivoluzionario del soggetto. Ma v’è di più: la rivoluzione russa ha chiaramente a che fare con il potere e in particolare con la presa del potere. Negli occhi di Gramsci, tuttavia, questa particolare presa assume un significato molto diverso, a livello qualitativo. Così la presa del potere in Russia segna la differenza qualitativa che il potere conosce nel momento della presa da parte del proletariato: la rivoluzione diviene un fatto morale: “Perché la rivoluzione russa è una rivoluzione proletaria? Sappiamo che la rivoluzione è stata fatta dai proletari, ma basta questo perché sia una rivoluzione proletaria?[…] E’ necessario che il fatto rivoluzionario si dimostri, oltre che fenomeno di potenza anche fenomeno di costume, si dimostri fatto morale. I rivoluzionari russi hanno aperto le carceri, non solo ai condannati politici, ma anche ai condannati per reati comuni. Questa notizia ha importanza ai fini della rivoluzione socialista quanto e più di quella della cacciata dello zare dei granduchi E’ questo il fenomeno più grandioso che mai opera umana abbia prodotto. L’uomo malfattore comune è diventato nella rivoluzione russa l’uomo quale Emanuele Kant il teorizzatore della morale assoluta aveva predicato, l’uomo che dice: l’immensità dell’uomo fuori di me, l’imperativo della mia coscienza dentro di me. E’ la liberazione degli spiriti, l’instaurazione di una nuova coscienza morale, che queste piccole notizie ci rivelano. E’ l’avvento di un ordine nuovo che coincide con tutto ciò che i nostri maestri ci hanno insegnato.”16 Attraverso una particolare interpretazione della filosofia pratica kantiana, Gramsci inserisce un fatto culturale all’interno della definizione del potere nel momento della sua presa rivoluzionaria. Questo passaggio problematizza e complica la teoria del potere: la dimensione culturale del politico 15 A. Gramsci, La rivoluzione contro il capitale in A. Gramsci, Scritti scelti, BUR, Milano, 2007. 16 A. Gramsci, Note sulla rivoluzione Russa, in A. Gramsci, ibidem. Pag. 7

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allarga i connotati dello Stato17. Prima di avventurarsi all’interno di questo complicato tema che investe buona parte della riflessione carceraria sullo Stato è bene inserire un altro elemento nell’analisi che deriva dalla riflessione pre-carcararia e collega l’esperienza russa al tentativo rivoluzionario dell’occupazione delle fabbriche del biennio rosso in Italia18. La strategia rivoluzionaria dei comunisti torinesi nell’occupazione delle fabbriche segue in maniera pedissequa quella russa del ’17, attraverso l’occupazione il salariato diviene antropologicamente diverso da sé e riesce a staccarsi dalla sua dimensione subordinata come nella società borghese. Si crea così una nuova visione del mondo che diviene un fatto puramente culturale, la base per l’instaurarsi di un potere che abbia gli stessi connotati qualitativamente diversi tipici della rivoluzione russa. Da qui deriva la distinzione fondamentale tra una democrazia borghese e una democrazia operaia. Nelle parole di Gramsci: “Lo Stato socialista esiste già potenzialmente negli istituti di vita sociale caratteristici della classe lavoratrice sfruttata. Collegare tra di loro questi istituti, coordinarli e subordinarli in una gerarchia di competenze e poteri accentrarli fortemente pur rispettando le necessarie autonomie e articolazioni significa creare già in d’ora una vera e propria democrazia operaia, in contrapposizione efficiente e attiva con lo Stato borghese preparata già fin d’ora a sostituire lo Stato borghese in tutte le sue funzioni essenziali di gestione e di dominio del patrimonio nazionale. E’ necessario dare una forma e una disciplina permanente a queste energie disordinate e caotiche, assorbirle, comporle e potenziarle, fare della classe proletaria e semiproletaria una società organizzata che si educhi (…)L’officina con le sue commissioni interne i circoli socialisti le comunità contadine, sono i centri di vita proletaria nei quali occorre direttamente lavorare.”19 L’esperienza del fallimento dell’occupazione delle fabbriche è il punto di contatto tra l’esperienza storica della rivoluzione russa e quella italiana del fascismo. Tutti i quaderni del carcere sono una riflessione che tenta di rendere ragione del fallimento di quella particolare esperienza storica, nello scoprire come mai le logiche del potere messe in atto in Russia non sono state, per usare un lemma caro a Gramsci, traducibili nel contesto storico italiano. Da qui la riflessione gramsciana sulla 17 E’ all’interno di quello che Marinetto definisce cultural turn che si problematizza il nesso tra Stato potere e politico nel pensiero politico gramsciano. L’apertura dello Stato alla società civile, l’inserimento della definizione del potere del momento del consenso, l’inserimento nel politico della funzione dirigente accanto a quella dominante sono tutte questioni che derivano da questa visione culturalistica dei fenomeni politici. Il concetto di egemonia, come si avrà modo di vedere risulta in questo senso l’apice di questa tendenza e l’ideale punto di arrivo e di approdo di questo ragionamento, che Gramsci sviluppa, come si è cercato brevemente di ricostruire in queste pagine a partire dagli scritti giovanili. Cfr. T. Marinetto, Social theory, the State and Modern society, The State in contemporary social thought, Open University Press, McGraw Hill Education, 2007 18 Cfr. Per una ricostruzione storica del contesto storico delle opere giovanili di Gramsci: P. Spriano, L’occupazione delle fabbriche, Settembre 1920, Einaudi, Torino, 1964 e P. Spriano, L’ordine nuovo e i consigli di fabbrica, con una scelta di testi dall’ordine nuovo (1919-1920), Einaudi, Torino, 1971 19 A. Gramsci, Democrazia operaia, in A. Gramsci, Scritti scelti, BUR, Milano, 2007. Pag. 8

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distinzione fondamentale tra Oriente e Occidente e sul rapporto qualitativamente diverso tra società civile e Stato, nelle parole di Gramsci: “La stessa riduzione deve avvenire nell’arte e nella scienza politica, almeno per ciò che riguarda gli stati più avanzati, dove la società civile è diventata una struttura molto complessa e resistente alle irruzioni catastrofiche dell’elemento economico immediato: le superstrutture della società civile sono come le trincee nella guerra moderna. Come in questa avviene che un accanito attacco di artiglieria sembrava avesse distrutto tutto il sistema difensivo avversario, ma ne aveva in realtà solo distrutto la superficie esterna e al momento dell’attacco e dell’avanzata gli assalitori si trovavano di fronte una linea difensiva ancora efficiente così avviene nella politica durante le grandi crisi economiche né le classi assaltatrici per effetto della crisi si organizzano fulmineamente nel tempo e nello spazio, né tantomeno acquistano uno spirito aggressivo; per reciproca gli assaltati non si demoralizzano né si abbandonano le difese pur tra le macerie, né perdono la fiducia nella loro forza e nel loro avvenire. Si tratta dunque di studiare con profondità quali sono gli elementi della società civile che corrispondono a sistemi di difesa.”20 La consapevolezza del nuovo ruolo che gioca la società civile all’interno delle società occidentali nel rapporto con lo Stato determina un ripensamento profondo del fondamentale rapporto marxiano tra società civile e Stato, tale per cui la riflessione sullo Stato diviene il contributo principale di Gramsci alla storia del marxismo. Il fascismo viene allora spiegato nei termini di questa lucida consapevolezza, come vittoria dell’altra parte, in conseguenza della sconfitta del biennio rosso e come fenomeno che si inscrive a pieno titolo, al pari della rivoluzione russa, come conseguenza di quella fondamentale trasformazione del politico che investe le società europee tra le due guerre mondiali. Da questa consapevolezza riprende la riflessione gramsciana sulla triade Stato, politico, potere, che assume adesso caratteristiche diverse contenutisticamente parlando ma che dimostra una profonda coerenza concettuale e metodologica nell’aderenza storica ad un fenomeno di profonda trasformazione di cui, al di là delle specificità di carattere nazionale, sia il fascismo che la rivoluzione d’Ottobre sono testimoni. Posta la maggiore complessità della relazione tra Stato e società civile in Occidente, la strategia rivoluzionaria cambia e si passa quindi dalla guerra di movimento alla guerra di posizione, il cui protagonista indiscusso diviene, nel Quaderno 13 il Moderno Principe. Nella diversità delle concezioni della presa del potere si possono riscontrare alcune peculiarità che restano, su tutte la visione kantiana della questione culturale nel cuore del potere. Da queste argomentazioni che sono imbevute di storia e tentano di renderne conto costantemente emergono dunque le categorie politiche gramsciane in grado analizzare quella 20 A. Gramsci, Quaderno 13, in A. Gramsci, Quaderni del carcere, op. cit. Pag. 9

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triplice trasformazione di Stato politico e potere, centrale nella presente ricostruzione come nella riflessione gramsciana stessa. Stato potere e politico: le categorie della teoria politica gramsciana Una volta che sia stata delineata la traiettoria storico teorica che conduce l’evoluzione del pensiero gramsciano dagli scritti pre-carcerari agli scritti del carcere, è necessario analizzare brevemente ma quanto più precisamente possibile, alcune delle categorie filosofico-politiche frutto di questo particolare itinerario intellettuale. Nell’affrontare la questione è bene partire dal trittico più volte richiamato che lega insieme i concetti di Stato, potere e politico. In un libro monumentale e ormai classico nella letteratura secondaria gramsciana Christine Buci-Glucksmann ha proposto una suggestiva analisi del concetto di Stato in Gramsci che è utile ai fini della presente esposizione21. Se innanzi tutto il suo contributo ha il pregio di aver impostato lo Stato come angolo visuale privilegiato per affrontare qualsiasi trattazione su Gramsci, in seconda battuta ella riesce a rendere conto delle argomentazioni gramsciane sul potere, data la presa di coscienza sul mutamento morfologico del politico, attraverso la categoria di Stato allargato. La crisi del politico determina l’impossibilità da parte della moderna concezione di Stato- inteso come società politica, che ha il suo cuore nel momento coercitivo, che da Marx a Weber almeno è costitutivo e fondante di qualsiasi concezione del potere- di cogliere la sua natura nel XX Secolo22. E’ necessario quindi abbandonare la concezione classica, di matrice liberale di una divisione netta tra società politica e società civile, ovvero la distinzione tra cittadino e borghese, tra dimensione pubblica e dimensione privata, tra momento coercitivo e momento di fondazione del consenso. I seguenti passi gramsciani risultano oltremodo significativi sulla questione: “Lo studio porta anche a certe determinazioni del concetto di Stato che di solito è inteso come società politica o dittatura o apparato coercitivo per conformare la massa secondo il tipo di produzione e l’economia di un momento dato e non come equilibrio della società politica con la società civile o egemonia di un gruppo sociale sull’intera società nazionale esercitata attraverso le associazioni così dette private come la chiesa, le scuole” “Si possono per ora, fissare due grandi piani superstrutturali, quello che si può chiamare della società civile e quello della società politica o Stato, che corrispondono alla funzione di egemonia che il 21 Cfr. C. Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato, Editori Riuniti, Roma, 1976. 22 La più grande novità apportata al marxismo da Gramsci risulta la sua concezione dello Stato, essa ha di notevole l’inserimento in un contesto che tiene insieme forza e consenso. Questa particolarità gli permette di cogliere il politico nella sua essenza novecentesca. Non sembrano più sufficienti le concezioni marxiane e weberiane che pongono l’accento sulla forza. Pag. 10

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gruppo dominante esercita in tutta la società e a quello di dominio diretto o di comando che si esprime nello stato o nel governo giuridico.”23 Stante la diversità storica del rapporto tra società civile e Stato nella definizione del potere tra Oriente e Occidente è chiaro ed evidente che la presa del potere nelle società occidentali necessita di un modello nuovo. Se lo Stato e la società civile si fondono così che nello Stato sono ricompresi anche, e soprattutto, i momenti di formazione del consenso e non solo quelli del momento coercitivo, non soltanto è possibile creare un modello del politico che contempli l’ingresso prepotente delle masse nella sfera politica ma anche una soluzione rivoluzionaria che risolva il problema della presa di un potere morfologicamente distinto da qualsiasi altra forma descritta attraverso le categorie classiche pregresse. All’interno dello Stato allargato per come ce lo descrive magistralmente Buci-Glucksmann sta la più compiuta formulazione di quella relazione a tre tra Stato-potere e politico che ha definito la linea interpretativa di questo contributo. Se lo Stato non si riduce al solo momento istituzionale alla decisione imperativa che va perpetrata attraverso istituzioni coercitive, allora la questione del potere passa attraverso la formazione del consenso. La definizione marxiana classica di un potere politico mero instrumentum regni di una classe economica dominante non basta più e va non solo integrato ma fondato nell’introduzione dei meccanismi che spingono al consenso nei confronti dell’ordine costituito. E’ l’egemonia che rende la classe dominante non solo tale ma anche dirigente e senza una direzione che si struttura e si articola all’interno della società civile prima del momento coercitivo, esso non ha ragione d’essere. Questo spiega il fallimento del movimento rivoluzionario torinese e lo scivolamento dello Stato italiano nella barbarie fascista. Questo momento è la più grande evoluzione dell’intuizione culturalista di matrice kantiana che Gramsci sviluppa in carcere. In questa prospettiva teorica si evidenzia tutta la distanza dall’elogio giovanile della rivoluzione russa, tutta la distanza teorica e pratica della guerra di posizione rispetto alla guerra di movimento24. Come si può notare questa evoluzione non implica una discontinuità o un’incoerenza, dal momento che la matrice di fondo resta la stessa, ossia quella di creare una filosofia che sia in grado di rendere conto dei mutamenti del politico, che ridefiniscono insieme e reciprocamente il potere e lo Stato. Ad ulteriore riprova di quanto si va dicendo sta il fatto che all’interno di questo concetto teorico che ridefinisce la prassi rivoluzionaria dando un ruolo centrale all’egemonia nel momento della presa del potere, la soggettività rivoluzionaria che emerge nei Quaderni del carcere è in netta continuità, come anticipato nel precedente paragrafo, con la visione gramsciana della leadership politica che si 23 A. Gramsci, Lettere dal carcere, Einaudi, Torino, 2014. 24 Cfr. la voce cesarismo all’interno del dizionario gramsciano: G. Liguori, P. Voza, a cura di, Dizionario gramsciano 1926-1937, Carocci, Roma, 2007 Pag. 11

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delinea negli scritti giovanili. Il Moderno Principe è un soggetto politico in grado di incarnare il momento dominante e il momento dirigente e di instaurare quel rapporto organico tra capo e masse, nella figura dell’intellettuale politico, tale per cui si possano evitare derive cesaristiche, che hanno, oltre ad una loro straordinaria coerenza teorica interna, anche un avversario politico ben definito all’interno del panorama politico italiano e che è Bordiga. La teoria della rivoluzione a cui giunge Gramsci nel Quaderno 13 si pone dunque in profonda continuità con la sua riflessione precedente e ne rappresenta un ideale punto di arrivo. La ridefinizione del politico porta quindi ad un’accezione qualitativamente diversa del potere in grado di rendere conto del nuovo ruolo giocato dallo Stato, che modifica, allargandola, la sua definizione classica, in grado di rendere conto del ruolo della società civile e portando a compimento la svolta culturale giovanile fino alle sue massime conseguenze, facendo del potere un equilibrio di momento coercitivo e momento consensuale, il quale secondo momento assume una centralità inedita e conduce fino alla suggestiva categoria dell’egemonia, che rende conto dell’impianto prasseologico della filosofia gramsciana che è sempre pronta all’azione politica, allontanando ancora di più la distinzione tra un primo e un secondo Gramsci che vedrebbe il giovane Gramsci politico e il Gramsci del carcere filosofo ed estraneo alla lotta politica. Una tale distinzione è falsa, non fosse altro che per il profondo torto che fa ad una concezione fortissima e fondamentale nel pensiero gramsciano che è quella di filosofia della praxis che ha voluto essere, e indubbiamente lo è stata con ottimi risultati, una filosofia che è anche una politica e una politica che è anche una filosofia Attualità di un pensiero: l’eredità di Gramsci In queste battute finali si cercherà di fondere insieme i due momenti ispiratori della presente trattazione: dopo aver cercato di rendere conto per sommi capi dell’evoluzione teorica gramsciana si cercherà di asserire come se il suo contributo ha certamente segnato la sua epoca dandone un’interpretazione lucida e capace di creare un suggestivo dialogo con altre fondamentali interpretazioni dei fenomeni politici della prima metà del XX Secolo che non smettono di far interessare gli storici del pensiero, essa risolve in pieno il suo compito filosofico solo se lo traspone fuori di sé. Si è visto che questa vocazione all’andare fuori di sé, al definirsi tramite un altro, un non io per usare un termine caro alla dialettica fichtiana, sia un elemento costitutivo del pensiero italiano in cui si incastona il marxismo italiano del secondo Novecento. Le categorie gramsciane hanno saputo cogliere in maniera così netta e lucida le trasformazioni del politico che hanno qualcosa da dire anche sui fenomeni più recenti della nostra contemporaneità. Non è un caso che, v’è da dire soprattutto fuori dall’Europa, ci sia stato un rifiorire di studi sull’applicazione del pensiero di Gramsci nell’analisi di fenomeni sociali molto complessi, financo alle dinamiche delle relazioni Pag. 12

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internazionali25. Il contributo di Gramsci allora continua ad assumere un profondo significato anche oltre la sua epoca, a cui fu, come si è visto, per tutta la vita profondamente immanente. In secondo luogo vi è un’ulteriore forma attraverso la quale egli si è dato alla posterità, questa volta in maniera più diretta e all’interno dello sviluppo del marxismo italiano: il tema del conflitto, dello scontro e della dialettica senza possibilità di sintesi, al di là del discorso già affrontato per sommi capi in precedenza sull’autenticità del marxismo-se esso sia quello scientifico di derivazione positivista o quello idealistico del materialismo storico di matrice hegeliana- appare un elemento centrale della sua elaborazione teorica sul concetto del potere: la sua stessa visione del potere attraverso la definizione di una democrazia operaia in contrapposizione attiva e operante alla democrazia borghese ha in sé la più importante definizione dello scontro che egli porta fino all’elemento sovrastrutturale della battaglia delle idee, attraverso il concetto di egemonia. La creazione di una contro-egemonia presuppone lo scontro senza possibilità di sintesi dialettica nel popolo. Non è un caso che il marxismo gramsciano si richiami a Machiavelli, come visto il teorico per eccellenza dello scontro e della dialettica dualistica senza sintesi che si realizza nell’immanenza. Questi elementi teorici gramsciani tornano negli anni del primo operaismo che è il tentativo più vivace di far tornare in auge la filosofia della prassi gramsciana. Il fatto che poi in Gramsci la filosofia si allontani dalla metafisica e sviluppi un linguaggio talmente contaminato da altre discipline da essere spesso in debito con il vocabolario delle scienze della vita non serve forse neanche ricordarlo in questa sede. Gli elementi stessi del pensiero gramsciano si consegnano alla posterità come spunti di riflessione tra i più acuti ed originali che il dibattito filosofico contemporaneo possa reperire. Si pensa che questo destino dell’eredità gramsciana possa essere considerato profondamente connaturato alla sua natura prasseologica: un pensiero che riesce a rincorrere il politico, a fondarsi su di esso può illuminare la strada di percorsi filosofico politici anche al di là della propria epoca, tanto più che le trasformazioni della nostra contemporaneità sono evidentemente in un dialogo continuo con quei processi che, nell’epoca di Gramsci, hanno dato origine all’Europa contemporanea. Se allora Esposito è a ricordarci che il pensiero italiano può rappresentare una prospettiva in grado di risolvere la crisi d’identità dell’Europa, in cui in primo luogo è in discussione la definizione stessa del politico, che nuovamente mette in questione il potere e la sua natura, nella crisi della forma statuale moderna per eccellenza, lo Stato nazione, di fronte alle sfide della globalizzazione, forse è il caso di reinserire il pensiero di Gramsci in questo filone, nella speranza che le sue lenti possano illuminare la nostra comprensione di questi fondamentali e attualissimi problemi, nel proporre una soluzione che cerchi di andare oltre la speculazione teorica e conduca a un risultato politico, in ottemperanza all’assioma di fondo di ogni filosofia della praxis 25 Per una panorama d’insieme Cfr. Aa. Vv. Studi gramsciani nel mondo, le relazioni internazionali, Il Mulino, Bologna, 2009. Pag. 13

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Riferimenti Bibliografici A.a. V.v., Il concetto di Sinistra, Milano, Bompiani, 1982 Aa. Vv. Studi gramsciani nel mondo, le relazioni internazionali, Il Mulino, Bologna, 2009 C. Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato, Editori Riuniti, Roma, 1976. G. Della Volpe, Studi sulla dialettica mistificata, I, Marx e lo stato moderno rappresentativo, Bologna, UPEB, 1947 R. Esposito, Pensiero vivente, origine e attualità della filosofia italiana, Einaudi, Torino, 2010 D. Gentili, Italian Theory, dall’operaismo alla biopolitica, Il Mulino, Bologna, 2012 A. Gramsci, Lettere dal carcere, Einaudi, Torino, 2014 A. Gramsci, Quaderni del carcere, IV Voll., a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 2014 A. Gramsci, Scritti scelti, BUR, Milano, 2007 A. Gramsci, Tesi di Lione, in P. Spriano, Storia del partito comunista italiano, V. voll., Einaudi, Torino, 1973-1975 T. Hobbes, Leviatano o la materia la forma e il potere di uno Stato ecclesiastico e civile a cura di A. Pacchi, Laterza, Roma Bari, 2008 G. Liguori, P. Voza, a cura di, Dizionario gramsciano 1926-1937, Carocci, Roma, 2007 N. Machiavelli, Il Principe, a cura di R. Ruggiero, BUR Biblioteca universale Rizzoli T. Marinetto, Social theory, the State and Modern society, The State in contemporary social thought, Open University Press, McGraw Hill Education, 2007 A. Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale, intervista sull’operaismo, nuova edizione a cura di P. Pozzi e R. Tomassini, Verona, Ombre cote, 2007 C. Schmitt, Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna, 1972 P. Spriano, L’occupazione delle fabbriche, Settembre 1920, Einaudi, Torino, 1964 P. Spriano, L’ordine nuovo e i consigli di fabbrica, con una scelta di testi dall’ordine nuovo (19191920), Einaudi, Torino, 1971 Pag. 14

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